di Ginevra Cerrina Feroni*
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
Nel 2008 con Giuseppe Morbidelli pubblicammo nella Rivista Percorsi Costituzionali un saggio dal titolo La sicurezza. Un valore super primario. In quell'articolo - che si riferiva alle vicende dell'11 settembre 2001 e agli attentati terroristici di matrice islamista che seguirono - sostenevamo una tesi abbastanza controcorrente, specie in epoca, già allora, di pensiero "politicamente corretto".
Ovvero che la sicurezza, quale valore giuridico che si rifà, oltreché alla Costituzione, al diritto naturale, alla storia, ad un sentire comune, non si presta ad un bilanciamento secondo i canoni tradizionali. Il rapporto tra diritti e sicurezza non è ricostruibile come momento di conflitto, poiché libertà e sicurezza non devono essere intese come tra loro negoziabili. Improprio dunque affermare che ad una maggiore sicurezza corrisponde una compressione della libertà: la scelta di uno dei due diritti - libertà e sicurezza - a vantaggio dell'altro è una falsa scelta, poiché la sicurezza non è un fine in sé, ma piuttosto uno strumento per accrescere le libertà.
Il diritto alla sicurezza se entra in bilanciamento non è più un diritto pieno: non esiste infatti una sicurezza attenuata, poiché la sicurezza bilanciata è una "non sicurezza". Né la "cedevolezza" dei diritti in nome della sicurezza deve stupire. Se la sicurezza è un valore superprimario, se la sicurezza ha a che fare con la nostra stessa esistenza e con la qualità della nostra vita, se ne dovrebbero trarre, coerentemente, tutte le conseguenze, senza trincerarsi in una difesa ad oltranza delle altre garanzie costituzionali, che sarebbero travolte, anzi brutalizzate, proprio in carenza delle condizioni di sicurezza. In altri termini, tale genere di difesa si traduce in un'azione suicida, perché fa cadere il sostrato di fondo immanente alle stesse garanzie costituzionali dei diritti: la sicurezza e, con essa, l'ubi consistam della comunità.
In sintesi, il valore super primario della sicurezza nasce da considerazioni naturalistiche o meglio, realistiche. Sicché non può esservi un bilanciamento tra pari, ma un bilanciamento in cui le ragioni della sicurezza si portano dietro di sé uno status di priorità. Del resto, questa primazia non è scalfita dal fatto che la soluzione pro- sicurezza viene sovente diluita con l'affermazione del carattere transeunte delle misure emergenziali adottate per la sua tutela. Infatti la transitorietà è solo apparente.
Innegabile è la tendenza da parte degli Stati a rendere permanenti le misure restrittive dei diritti, pur se, ab origine, previste come temporanee. Ciò, facendo leva sulla presunta sistematicità e durata storica del fenomeno del terrorismo integralista islamico, non risolvibile né a breve, né a medio termine. Si tratta della cosiddetta "normalizzazione dell'emergenza", di cui ha scritto con grande chiarezza Giuseppe de Vergottini. Il che ci porta a pensare alla condizione attuale, cioè allo "stato d'eccezione permanente" determinato dalla pandemia, dove il diritto alla sicurezza diventa fisico, anzi, biologico.
Non solo. Le minacce alla sicurezza pubblica e, dunque, al diritto alla sicurezza di tutti sono ben più temibili di quelle di un tempo, anche attesa l'evoluzione tecnologica e la mobilità. Il che impone misure coordinate e di natura sovranazionale. Non dunque più regole da applicarsi a episodi circoscritti e a situazioni di emergenza localizzate nello spazio e nel tempo, ma regole di carattere generale da applicarsi ad una emergenza stabilizzata.
E per quanto nel linguaggio del legislatore e dei giudici si continui a porre l'accento sulla straordinarietà, ciò avviene solo per attenuare la vis riduttiva delle garanzie. Si tratterebbe cioè di una terminologia di "stile", ovverosia per non dire con chiarezza come stanno realmente le cose. Semmai rilevavamo in quell'articolo - e il tema è diventato rispetto ad allora ancora più stringente - il paradosso del nostro tempo. Ovvero che quanto maggiore è diventata la sensibilità per i temi dei diritti e, specialmente, dei cosiddetti "nuovi diritti" pensiamo alla tutela della privacy intesa come protezione dei dati personali - tanto più questi diritti sono oggi sotto attacco.
In sintesi, la nostra posizione era che i sacri principi del costituzionalismo, nati per vincere i privilegi e le forme più rigide di assolutismo sovrano, sulla base di una visione razionalistica dei diritti naturali che appartengono a tutti, vanno in crisi quando ci si trova davanti ad una emergenza di vaste proporzioni. Senza naturalmente con ciò concludere che in nome della sicurezza le garanzie costituzionali diventino del tutto cedevoli. Opererebbe sempre infatti il principio di proporzionalità con la conseguenza che la garanzia dei principi dello Stato costituzionale finirebbe per concentrarsi sulla consistenza ed efficacia dei controlli affidati alle giurisdizioni, come pure sui controlli che, su altro piano, dovrebbero esercitare le rappresentanze politiche parlamentari.
Riprendo oggi, dopo dodici anni, quella riflessione sul tema della sicurezza, alla luce dell'emergenza Covid 19 che stiamo vivendo (anche se l'emergenza del terrorismo islamista non è, purtroppo, affatto conclusa). Ora infatti non siamo di fronte a vicende di criminalità di dimensione internazionale, ma a torsioni interne dell'ordine politico-istituzionale: la sicurezza qui non si contrappone all'uso del potere, ma è essa stessa elevata a strumento del potere.
Faccio allora due osservazioni. La prima è che sono tornate in auge parole allora esecrate come "sicurezza nazionale", di cui si è negata talora natura costituzionale, assumendosi - specialmente dopo i fatti dell'11 settembre - la sua intrinseca natura autoritaria- reazionaria in quanto foriera di compressione delle libertà. Come pure fanno capolino parole desuete, che evocano condizioni esistenziali di tragiche pagine della nostra storia: "coprifuoco", "isolamento", "confino", sorveglianza dell'informazione, controlli dell'autorità anche nella dimensione più intima e privata delle persone.
Eppure ci eravamo abituati a sentire, a quei tempi, che il conferimento di un valore preminente alla sicurezza, oltre che a potenziare pericolosamente il ruolo del potere esecutivo a tutto scapito del Parlamento, avrebbe avuto l'effetto di sacrificare inutilmente le fondamentali libertà dell'uomo, essendo del tutto illusoria, nella "società globalizzata del rischio", la ricerca della sicurezza assoluta dei rapporti sociali.
Ed ora? Che succede di queste narrazioni che hanno riempito intere biblioteche? Dove sono finiti i "sacerdoti" mainstream delle teoriche/ retoriche dei diritti fondamentali a tutti i costi? Davvero un paradosso, un capovolgimento totale di prospettiva, una vera e propria nemesi. Ovvero i tradizionali "negazionisti" della sicurezza nazionale - in quanto concetto "autoritario- reazionario" e il cui perseguimento violerebbe le libertà democratiche - che invocano oggi, in relazione alla pandemia, la sicurezza in chiave sanitaria quale bene giuridico supremo che può, invece, sovrastare tutte le altre libertà democratiche. Insomma, una formidabile leva di potere a servizio del pensiero unico.
E, al contrario, i sostenitori delle libertà democratiche che, per paradossi della storia, sarebbero diventati dei pericolosi "negazionisti" nemici della sicurezza (insopportabile peraltro l'uso strumentale che si sta facendo del termine negazionismo). Dove sta la differenza? In realtà, si coglie l'occasione della mal misurabile safety per imporre, innovando pesantemente la Costituzione materiale, misure spesso discutibili di security, che arrivano a incidere fin nella privacy delle famiglie.
Quanto alla seconda osservazione, il tema della sicurezza va aggiornato di fronte a questa torsione dei poteri e, per riflesso, delle libertà che fa leva a dismisura sulla safety. Tutti vediamo quanto incida in una riflessione teorico- scientifica anche la nuova esperienza pratica. Ora occorre concentrare il focus sulla circostanza che le legislazioni limitative dei diritti a causa di "emergenza" sono, purtroppo, destinate a cronicizzarsi e che, di conseguenza, la garanzia dei principi dello Stato di diritto deve utilmente concentrarsi, soprattutto, sulla consistenza ed efficacia dei controlli sul piano politico da parte delle rappresentanze parlamentari.
A fronte di questi fatti così nuovi e a quest'inedita concentrazione di nuovo potere, si staglia una sconcertante debolezza della funzione parlamentare: passiva sia quanto a investitura dell'Esecutivo a provvedere, sia quanto a controllo successivo. Il punto è però che la crisi del Parlamento è divenuta uno dei nodi cruciali del costituzionalismo contemporaneo, ma per l'Italia, molto più che per altre forme di governo, ha assunto tratti quasi drammatici.
Come recuperare il giusto ruolo del Parlamento rispetto all'operato del Governo, specie in condizioni emergenziali?
In che modo rendere effettivo il controllo sull'operato politico e normativo del Governo, funzione essenziale e ineliminabile in un sistema democratico, per di più di tipo parlamentare come il nostro?
Come impedire lo svilimento del ruolo propulsivo e di proposta degli organi parlamentari a fronte di una tendenza sempre più pervasiva di sostituzione della politica da parte di apparati di task forces "tecniche", ma con investitura ad alta intensità politica, che dettano, a tutt'oggi, le linee "politiche" anche per il dopo- Covid? È questo il vero cuore pulsante del rapporto tra sicurezza e libertà nelle democrazie contemporanee. Quantomeno nella nostra.
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 17 dicembre 2020
Dal primo gennaio 2021, dopo aver accertata la violazione dei principi dello Stato di diritto da parte di un Paese europeo, la Commissione potrà proporre il taglio o il congelamento dei fondi europei.
Il Parlamento europeo ha dato il voto finale al regolamento contenente il "regime di condizionalità", che lega i finanziamenti europei al rispetto dello Stato di diritto. La soluzione escogitata da Angela Merkel ha superato l'opposizione di Ungheria e Polonia e aperto la strada a questo voto. Quindi, dal primo gennaio 2021, dopo aver accertata la violazione dei principi dello Stato di diritto da parte di un Paese europeo, la Commissione potrà proporre il taglio o il congelamento dei fondi europei. Entro un mese, il Consiglio potrà votare, a maggioranza qualificata, sulle misure proposte dalla Commissione. Questa soluzione è stata definita dall'imprenditore di origini ungheresi George Soros una "resa".
Da parte britannica sono arrivate altre critiche: il compromesso sarebbe astuto, ma poco coraggioso, quasi un trucco. Solo il capogruppo tedesco del Partito popolare europeo Manfred Weber ha esultato, parlando di una "svolta fondamentale dell'Unione". Così "chi non rispetta lo Stato di diritto non ha soldi dall'Unione". Vorrei provare a spiegare perché questo passaggio non è stato un cedimento, ma ha fatto, al contrario, fare all'Unione un balzo in avanti, dando ragione a quel che disse Helmut Schmidt, allora ministro delle Finanze e poi anch'egli cancelliere, in una memorabile conferenza tenuta a Londra il 29 gennaio 1974: "l'Europa vive di crisi".
Grazie all'equilibrio che ha del miracoloso, condito con molte sottigliezze giuridiche, al limite dell'arzigogolo, inventato da Angela Merkel con l'appoggio della posizione rigorosa assunta dal Parlamento, viene stabilito il principio che i Paesi che non rispettano i diritti fondamentali (la libertà di manifestazione del pensiero, il pluralismo dei media, la tutela delle minoranze, la libertà di associazione, l'indipendenza dei giudici, e così via) non possono contare sui finanziamenti europei, e, soprattutto, che per decidere questo non c'è più bisogno di una votazione all'unanimità.
A questo legame diritto-soldi si opponevano due Paesi entrati nell'Unione nel 2004, Ungheria e Polonia (seguiti inizialmente dalla Slovenia), che minacciavano di porre il veto sia sul bilancio settennale europeo 2021-2027, sia sui fondi per la ripresa e la resilienza. In sostanza, essi erano contro "coloro che hanno stabilito un legame tra bilancio europeo e lo Stato di diritto". Con una dichiarazione congiunta del 26 novembre scorso i due governi avevano utilizzato il potere di veto come merce di scambio per il ritiro della proposta di regolamento che condiziona il rispetto dello Stato di diritto all'uso di finanziamenti europei. I due Paesi, da un lato sostenevano di essere giudici esclusivi del rispetto dei diritti nei loro territori; dall'altro eccepivano che un meccanismo per la verifica europea del rispetto nazionale di tali diritti esiste, ed è regolato dall'art. 7 del trattato sull'Unione europea. Ma questo meccanismo richiede una constatazione di violazione grave e persistente dei diritti, presa all'unanimità, e due Stati membri dell'Unione, appoggiandosi reciprocamente, possono impedirne il funzionamento.
Era dal 2018 che una proposta di regolamento "sulla tutela del bilancio dell'Unione europea in caso di carenze generalizzate riguardanti lo Stato di diritto negli Stati membri", che prevedeva la sola maggioranza qualificata per decidere, aspettava sui tavoli del Consiglio e del Parlamento europeo. Aveva anche fatto passi avanti, ma si era scontrata con l'opposizione delle due "democrazie illiberali". Queste si opponevano per far valere la propria sovranità sui diritti, obiettando che un'interferenza tanto importante dell'Unione negli ordinamenti nazionali avrebbe richiesto una modifica dei trattati europei. Ed in effetti la base "costituzionale" del nuovo Regolamento è piuttosto esile: sta nell'articolo 322 del trattato sull'Unione europea che riguarda solo le regole sulle "modalità relative alla formazione e all'esecuzione del bilancio".
Quella che viene chiamata "condizionalità" (cioè mettere insieme il bastone e la carota, il rispetto nazionale dei diritti con la fruizione dei benefici finanziari) è fondamentale perché costituisce uno degli strumenti principali per consentire agli organismi sovranazionali di controllare il rispetto dello Stato di diritto negli ordinamenti giuridici nazionali, dotandoli anche di denti per mordere. Solo in questo modo la democrazia e il diritto delle singole nazioni si arricchiscono. Solo in questo modo i governi dei vari Stati sono chiamati a rispondere agli organismi sovranazionali e globali, e questi ultimi possono far valere le dichiarazioni universali o sovranazionali dei diritti dell'uomo, che altrimenti rimangono lettera morta. È questo il motivo per il quale non solo nell'Unione europea, ma in tutte le organizzazioni globali si cercano "linkages" (collegamenti) che, unendo benefici a limiti, possano rendere effettivi i principi stabiliti universalmente per la comunità internazionale.
Il "compromesso Merkel", che ha fatto uscire la decisione dall'"impasse" creata dall'impuntatura sovranista ungherese e polacca, ha persino migliorato le modalità di attuazione del Regolamento, prevedendo che la Commissione adotti linee guida, regolando l'istruttoria a carico di chi viola lo Stato di diritto e aprendo la strada all'impugnativa alla Corte di giustizia (così giurisdizionalizzando il conflitto).
L'Unione europea, che è già un gigante regolatorio, si avvia a diventare un importante intermediario finanziario (sta raccogliendo sui mercati 750 miliardi di euro e domani dovrà arricchire la propria potestà fiscale, per poter erogare risorse che consentano di uscire dalla crisi). Aumenta così la sua capacità di pressione sugli Stati, attraverso la finanza, perché questi rispettino i diritti. E si afferma anche una nuova e più ricca declinazione della democrazia: chi esercita il potere politico non deve solo rispondere al proprio elettorato, ma deve anche rispettare i principi comuni del diritto, fissati nei trattati, insieme con gli altri Paesi. Il "compromesso Merkel" conferma quel che aveva scritto nel 1976 uno dei padri fondatori dell'Unione europea, Jean Monnet, che la costruzione europea sarebbe stata la somma delle soluzioni alle sue crisi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 dicembre 2020
Nella nostra stessa situazione in Europa solo Repubblica Ceca e Malta. Sono tre gli Stati membri dell'Unione europea che non hanno ancora istituito un ente nazionale indipendente per i diritti umani. Tra gli inadempienti, oltre alla Repubblica Ceca e Malta, c'è anche l'Italia.
A bacchettare il nostro Paese, recentemente, ci ha pensato la commissione Ue che ha messo a punto una strategia per rafforzare l'applicazione della Carta dei diritti fondamentali nell'Unione europea. In base alla nuova Strategia, dal 2021, la Commissione presenterà una relazione sull'applicazione della Carta da parte degli Stati, con particolare riferimento ai diritti fondamentali nell'era digitale.
Non solo. Ha sottolineato che gli Stati membri, nei quali manca ancora un'istituzione nazionale indipendente con competenza sui diritti umani e in grado di mettere in contatto società civile e governo, saranno tenuti a procedere in questa direzione.
Quindi l'Italia dovrà fare in modo di adeguarsi con quanto richiesto dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione del 1993 sulle "Istituzioni nazionali per la promozione e la protezione dei diritti umani", con la quale è stato stabilito che tutti gli Stati del mondo devono creare le indicate istituzioni nazionali.
Una mancanza, quella italiana, che la mette in una situazione atipica. L'istituzione di una Commissione nazionale per i diritti umani - in attuazione della risoluzione 48/134 Onu - è stata oggetto di dibattito parlamentare in particolare nel corso della XVI legislatura. Nel 2009 la Commissione Affari costituzionali del Senato ha avviato l'esame di due proposte di legge di iniziativa parlamentare in materia. Successivamente, il 7 giugno 2011, il governo ha presentato un proprio un disegno di legge che è stato approvato, con alcune modifiche, dall'Assemblea del Senato (20 luglio 2011).
L'iniziativa del governo era originata dall'impegno assunto dall'Italia, una volta entrata a far parte del Consiglio Onu dei diritti umani, di costituire un organismo indipendente in materia di diritti umani in attuazione della risoluzione ONU n. 48/ 134 del 1993. Il testo trasmesso alla Camera è stato esaminato dalla I Commissione Affari costituzionali in sede referente che vi ha apportato alcune modifiche prima di approvarlo il 18 dicembre 2012. Ma questo pochi giorni prima dello scioglimento delle Camere e il disegno di legge non è più passato. Quindi un nulla di fatto.
Ricordiamo che a fine giugno è stato il garante nazionale delle persone private della libertà a sollecitare l'attuazione della Commissione nazionale indipendente per la promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Come detto, non ha ancora visto la luce a distanza di ben ventisette anni dall'approvazione della Risoluzione dell'Onu.
Il Garante ha osservato che la delegazione italiana, l'anno scorso, ha preso un impegno davanti al working group del Consiglio dei diritti umani: nella presentazione iniziale come primo punto è stata "riaffermata la volontà" da parte del "governo italiano di stabilire una Istituzione nazionale indipendente dei diritti umani in conformità con i Principi di Parigi".
A tal proposito, il Garante ha sottolineato il fatto che la delegazione ha citato la proposta di legge (del 2018) attualmente pendente alla Camera dei deputati sull'istituzione di un organismo indipendente, al momento - e da molto tempo - all'esame in Commissione. Ora ci ha pensato anche la Commissione Ue ha ricordarlo.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 17 dicembre 2020
Il rapporto Carta di Roma. Nei titoli dei giornali spesso i migranti vengono indicati come veicolo di contagio. Il Covid-19 ha stravolto l'agenda delle notizie incidendo sulla narrazione del fenomeno migratorio, meno presente rispetto al passato. I toni però sono rimasti gli stessi. È su questa evidenza che si snoda l'ottavo rapporto con cui Carta di Roma analizza, insieme all'Osservatorio di Pavia, "quanto, come e quando i media italiani hanno raccontato le migrazioni".
"Notizie in transito" è il nome del dossier presentato ieri, scelto proprio pensando all'anno che sta per chiudersi: "transito" "come viaggio di migranti; come movimento vietato dai decreti sicurezza, dalla chiusura dei porti, dalle quarantene; come diffusione del virus". Transito come passaggio: perché il 2020 e la pandemia che l'ha segnato rappresentano una discontinuità con quanto finora conosciuto, anche per quanto riguarda la narrazione mediatica del fenomeno migratorio.
L'analisi di Carta di Roma e Osservatorio di Pavia, da sempre focalizzata su quotidiani e telegiornali delle tre reti principali quest'anno si è allargata a Facebook e Twitter "per l'importanza che hanno nella formazione dell'opinione pubblica", sottolinea la coordinatrice di Carta di Roma, Paola Barretta. Uno studio diviso su tre livelli che cattura una stessa immagine, ossia la riduzione delle notizie relative al fenomeno migratorio: -34% sui quotidiani, rispetto al 2019.
Da questa osservazione generale il rapporto mette in luce alcune cornici in cui i media inseriscono la narrazione delle migrazioni, identificando come centrale quella relativa ai flussi: oltre la metà delle notizie si sono focalizzate sugli arrivi, dividendosi tra cronaca e discorso politico e concentrandosi sugli sbarchi. "Sono tralasciati gli arrivi via terra e aria" sottolinea la portavoce dell'Unhcr Carlotta Sami, evidenziando la preoccupante assuefazione della società alle morti in mare.
Se si guarda ai titoli dei quotidiani e ai dati del Viminale "da gennaio a ottobre si ha una media di un titolo ogni quattro persone sbarcate" nota Giuseppe Milazzo (Osservatorio di Pavia) sottolineando come dal 2013 a oggi il minimo comun denominatore della narrazione legata alle migrazioni sia sempre stato l'emergenza: "Il lessico legato al fenomeno migratorio delinea una cornice di crisi infinita e endemica" con un linguaggio che, con parole come invasione, allarme, ondata, richiama il lessico bellico. Una narrazione che nei termini si è intrecciata a quella sul Covid19: anche in questo caso le parole utilizzate (coprifuoco, eroi in trincea) hanno ripreso uno scenario di guerra.
Nella scelta di termini e temi un ruolo importante lo gioca la politica, per cui "siamo più condizionati dalla propaganda che non dal racconto dei fatti reali", sottolinea il presidente di Carta di Roma Valerio Cataldi. L'arrivo della pandemia secondo Cataldi "ha incattivo l'aspetto peggiore di questo racconto. Prima c'erano i clandestini, oggi ci sono i clandestini infetti": nel 13% dei titoli analizzati i migranti sono indicati come veicolo di contagio, in una narrazione che fa da sponda alla costruzione di una paura resistente nel tempo. E sulla paura si sofferma il direttore di Demos & PI Ilvo Diamanti, parlando di "bisogno della paura, in particolare guardando al mondo della comunicazione e della politica".
Un bisogno palesato indirettamente proprio dalla crisi sanitaria: "Da oltre vent'anni i dati dei crimini in Italia sono rappresentati da una linea piatta e bassa, eppure negli ultimi anni la criminalità è stato il tratto caratterizzante della comunicazione del fenomeno migratorio. La percezione ha sostituito la realtà". Quest'anno però qualcosa è cambiato: "La criminalità e il suo presunto legame con l'immigrazione non ha pesato nei titoli dei giornali. In generale è crollata la narrazione sulle migrazioni: è arrivato un altro nemico". Se la criminalità come nucleo semantico è il grande assente di quest'anno, presente solo nell'1,5% dei titoli analizzati, ci sono due altre grandi lacune nella narrazione: l'accoglienza e i protagonisti dei percorsi migratori. La prima nei tg è passata a occupare una percentuale del 28% nel 2018 all'attuale 4%, e migranti e rifugiati hanno voce solo per un 7% sul totale dei servizi dedicati al fenomeno.
di Domenico Quirico
La Stampa, 17 dicembre 2020
Nel 2010 la Tunisia diede il via ai moti popolari in Africa e Medio Oriente. Ma dieci anni dopo i regimi sono tornati forti con il supporto degli alleati. Sappiamo il giorno e l'ora e il luogo in cui tutto è iniziato. Come nei libri di scuola. Dieci anni dopo possiamo riascoltare le grida, ricostruire i gesti, ripercorrere le strade della vergogna, del dolore, della ritrovata dignità.
In un verbale poliziesco scorrono gli slogan, i morti, il tumulto, sclerotici tiranni arroccati nel Palazzo a rodersi di rabbia e di paura. La rivoluzione araba! Possiamo perfino pesarla questa rivoluzione: mettendo sulla bilancia due cassette di mele, tre di pere e sette chili di banane. Come pesano poco i grandi sconquassi della storia. Sì, perché tutto iniziò con un po' di verdura.
Non ci furono assalti a fortezze, nessuna Bastiglia venne smantellata: fu, in fondo, una storia di mercato, una storia di strada. 17 dicembre 2010, a Sidi Bouzid nel centro della Tunisia, un posto di poveri, polveroso e sporco sotto i cieli leggeri dei suoi inverni. Floscio come il regime ipocrita e corrotto del visir che lo governava, Ben Ali. Abbiamo il nome dell'eroe, lo stringiamo forte al cuore: Mohamed Bouazizi, ambulante senza licenza, un ragazzo che ha sconfitto il tiranno. Pensavamo accadesse solo nelle Mille e una notte.
I gendarmi gli requisiscono la merce perché non paga il pizzo, piccola cronaca di un Paese corrotto. Ma poi compare una latta di benzina che il ragazzo si versa addosso e un cerino e una fiammata che lo avvolge: sì, un suicidio, il gesto senza remissione che inchioda tutti e senza cui nulla sarebbe accaduto. E la cronaca nera divampa in Storia.
E dopo? Dopo nei Paesi dove il muezzin grida la preghiera del mattino si sono moltiplicate le piazze in tumulto, Kasserine, Djerba, Tunisi e ancora il Cairo, Bengasi, Aleppo, Homs, Sanaa. Una catena mirabile, esaltante. Le esperienze personali si innestavano senza soluzione di continuità nella più grande storia rivoluzionaria che si andava dipanando.
Le città della rivolta erano posti diversi da prima. Una piazza rincorreva l'esempio dell'altra piazza: l'immensa Tahrir voleva assomigliare alla angusta avenue Bourghiba, Homs si specchiava in ciò che accadeva a Bengasi. Nei luoghi delle Primavere esistono paesaggi interiori percepiti solo da chi le ha vissute. Costoro sanno leggere quali drammatici eventi e memorabili sono avvenuti in quel vicolo, davanti a quel caffè o a quel ministero o a quella caserma.
Qui fu un corteo memorabile, là una battaglia, qui è morto un giovane ribelle. I luoghi dei massacri conquistano dignità nella loro solitudine, perfino nel brutale sforzo di nuovi e vecchi tiranni per cancellare ogni traccia di eroismi e delitti. Sono luoghi in cui a tornarci, dieci anni dopo, regna l'atmosfera inquietante dei terreni consacrati.
La vera rivoluzione è inscindibile dagli atti di uomini concreti che lottano insieme contro regimi, poliziotti, lo Stato e i suoi soldati e complici. Non sono impersonali connessioni di forze storiche ed economiche, di classi, di "immaginari collettivi". Sono uomini in cammino che si riuniscono e si trascinano a vicenda, che sono fatti dalla Storia e la fanno, le loro azioni sono fondate sui loro bisogni che sono concreti quanto loro stessi.
Dopo dieci anni questo non si può cancellare: la primavera araba del 2011 fu una rivoluzione. Non rivolta o congiura. Fu rivoluzione. In Tunisia una generazione, non di intellettuali, ma di disoccupati, di costretti ad arrangiarsi, di sbandati di periferia, sì, anche loro, soprattutto loro, scoprì che il mondo non era fatto per le loro speranze, che l'essere rinchiuso in quel vuoto bruciava in gola, che cercavano aiuto che nessuno poteva dargli. Da quel diciassette dicembre tutto frana.
Dittature decennali che sembravano intoccabili, che promettevano, bugiarde, modernità, a cui noi occidente facevamo ogni giorno gli occhi dolci, si trovano di fronte alla unità del rifiuto. I ragazzi di Tunisi e di Aleppo sapevano quello che non volevano più: era arrivato il momento.
Mubarak, Gheddafi, Assad, Ben Ali erano solo nomi diversi di un'idra dalle molte teste, canagliume che si era abituato alla rendita di una politica da avventurieri, pigra e sanguinosa, basata sul disprezzo dell'uomo e della vita umana, un potere fondato sulla paura e la corruzione. Era la conoscenza profonda ma inconsapevole di una identità negativa. La ribellione fu spontanea, confusa, non fu preparata da nessuna forza sotterranea o clandestina.
Ma quel disordine apparente celava un ordine che voleva nascere. E non riuscì. Dieci anni dopo, di dimissione in dimissione, una cosa sola i rivoluzionari hanno imparato: la loro radicale impotenza. I regimi sotto cui vivono oggi assomigliano a quelli che avevano sperato di abbattere e non certo alle loro aspirazioni. In Tunisia, come dieci anni fa, sperano di trovare un posto su una barca che li porti, vivi, a Lampedusa. La costituzione nata dalla Primavera è splendida. Ma i governanti che dovrebbero applicarla sembrano usciti dalla nomenklatura di Ben Ali.
In Siria Bashar Al Assad ha vinto la guerra, come tutti gli assassini svelto a lavarsi le mani, in Egitto Al Sisi amministra il non diritto assai meglio che il senescente Mubarak, in Libia si contendono il bottino un generale che aspira a imitare Gheddafi e un prestanome di bande criminali. E noi? Noi occidente li abbiamo traditi. Per dieci anni abbiamo cercato nuovi tiranni con cui riprendere gli affari.
Dove fu l'errore? L'insurrezione araba avanzava senza conoscersi. Lottava nelle strade con lo striminzito catechismo del mai più vivere così. Mancavano i leader, mancavano i partiti, i programmi. Le dittature marcavano con il loro vuoto anche ciò che veniva dopo. Ho parlato con alcuni di quei ribelli. Molti sono approdati a una inerte vacuità, o sono partiti, o sono profughi.
Qualcuno ha pensato di continuare la rivoluzione arruolandosi nel jihad. Ma con un solo colpo d'ala speranza e disperazione li hanno abbandonati. Questi ragazzi nel 2011 si preparavano a vivere, partivano; ma il loro viaggio si è fermato nel vuoto, non sono andati da nessuna parte, non faranno nulla. Riaffiorano con pudore i ricordi della loro superba turbolenza e allora si chiedono: ma in fondo che volevamo? E non se ne ricordano. I ricordi hanno perduto artigli e denti.
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 17 dicembre 2020
Giuseppe Conte prepara la "sorpresa di Natale". Il presidente del Consiglio starebbe per partire alla volta della Libia per liberare pescatori italiani prigionieri da mesi. Sarebbe questo il motivo del rinvio dell'incontro con la delegazione di Italia viva in programma per questa mattina alle 9, slittato alle 19.
Da oltre 100 giorni 18 pescatori sono in stato di fermo in una caserma di Bengasi, città nel'est della Libia. Gli equipaggi (composti da 8 italiani, sei tunisini, due indonesiani e due senegalesi), che erano a bordo di due pescherecci partiti da Mazara del Vallo e bloccati dalle autorità libiche lo scorso primo settembre a una quarantina di miglia dalle coste della Libia, praticamente non hanno più contatti con l'Italia.
Secondo la ricostruzione più 'accurata' dei fatti, i due pescherecci "Medinea" e "Antartide" sono stati fermati della autorità che rispondono al maresciallo Khalifa Haftar, che controlla quell'area del paese, a circa 40 miglia nautiche dalla costa. Proprio la distanza dalla costa libica è un punto chiave della vicenda: uno Stato esercita la propria sovranità nel cosiddetto mare territoriale, una porzione di mare che si estende per un massimo di 22 chilometri, pari a 12 miglia nautiche.
Ogni Stato deve però consentire il passaggio di navi stranieri al suo interno, purché non rappresentino un rischio per la sicurezza nazionale. Tra le 12 e le 24 miglia invece uno Stato ha poteri di controllo sulle navi stranieri per evitare che queste commettano reati nel proprio territorio. L'intervento libico è invece avvenuto a circa 40 miglia dalla terraferma, all'interno di una fascia marittima che da tempo la Libia rivendica come propria zona economica esclusiva.
Secondo una ricostruzione del Corriere della Sera, i 18 prigionieri sono tenuti in una grande stanza al secondo piano di una palazzina sita nel porto militare di Bengasi. Il cibo, scrive il Corsera, "viene servito regolarmente: una dieta a base di pasta, pesce e verdura. Trascorrono il tempo guardando la televisione, hanno servizi igienici sempre accessibili". Pur non essendo reclusi in un carcere, si tratta a tutti gli effetti di una prigionia: non hanno alcuna libertà di movimento e l'intera area è circondata da un muro di cemento, potendovi accedere soltanto da un posto di blocco controllato dai militari fedeli al maresciallo Khalifa Haftar.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 17 dicembre 2020
Vertice a Palazzo Chigi per una nuova strategia. Di Maio: coinvolgiamo le istituzioni Ue sui diritti umani. L'Egitto di Al-Sisi non collabora con la magistratura italiana sul delitto Regeni, anzi innalza un muro di gomma per proteggere gli ufficiali della National Security che saranno processati a Roma, e allora l'Italia cambia approccio. Sembra archiviata la stagione del dialogo e degli affari a tutti i costi. Ora si dice che si è "agghiacciati" per quello che ha scoperto la procura di Roma. E queste sono le conclusioni del vertice che si è tenuto ieri a palazzo Chigi.
Il primo atto del nuovo corso sarà uno sgambetto magari di poco peso, ma dal chiarissimo significato politico: l'Italia non appoggerà più le candidature avanzate dall'Egitto nelle sedi delle Nazioni Unite, su cui, nella fase in cui avevamo sperato che la collaborazione diplomatica avrebbe spianato la strada a quella giudiziaria, aveva garantito il sostegno.
Secondo, si cercherà di creare un fronte comune a livello europeo (stanando la Francia dalla sua trincea filo-regime; purtroppo la silente Gran Bretagna che protegge la professoressa di Cambridge è fuori) a tutela dei diritti umani. Regeni e Zacky: entrambi i casi verranno inseriti, su richiesta italiana, all'ordine del giorno della prossima riunione tra ministri degli Esteri dei Ventisette. Riunione che, manco a farlo apposta, si terrà il 25 gennaio, anniversario del rapimento di Giulio. In quell'occasione chiederemo con forza una presa di posizione comune. E la parola "sanzioni" non sarà più un tabù. Proprio oggi, tra l'altro, al Parlamento europeo si vota una risoluzione sul deterioramento dei diritti umani in Egitto in cui vengono espressamente citati i casi Regeni e Zaki.
"Il nostro obiettivo adesso è impegnare le istituzioni europee per Regeni, perché stiamo parlando di diritti umani. L'Italia chiederà anche il coinvolgimento di tutte le istituzioni internazionali per il riconoscimento del processo che la magistratura italiana sta intentando contro i funzionari egiziani ritenuti colpevoli", dirà in serata il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. "E non abbiamo dimenticato Patrick Zaky, cittadino egiziano che ha studiato nelle nostre università. Vogliamo permettergli di riabbracciare la famiglia al più presto possibile".
La partita a scacchi con l'Egitto in verità è doppia, perché coinvolge anche la Libia nella persona del generale Haftar (strettamente legato al Cairo). Il premier Giuseppe Conte con i ministri Guerini, Lamorgese e Di Maio ieri ha affrontato anche la questione dei pescatori siciliani che sono ostaggi dell'esercito di Haftar da 107 giorni. Il governo ha preso atto amaramente dello "stallo sostanziale" di ogni trattativa. Si avvicina intanto il Natale, monta la rabbia dei siciliani e la questione sta diventando anche politica.
Nel decreto Ristori sono stati stanziati 500 mila euro per le famiglie, ma a Mazara del Vallo vogliono altro. Vogliono indietro i loro cari. Di ciò il governo è consapevole. "Non ho dimenticato in questo momento difficile i nostri pescatori in Libia e voglio dire che ce la stiamo mettendo tutta e stiamo continuando a lavorare", ha detto ancora Di Maio.
Il punto è che a palazzo Chigi non si vede una soluzione. A Bengasi, attraverso i colloqui svolti dall'intelligence, continuano a chiedere in cambio la liberazione di alcuni scafisti, ormai condannati. E su questa china il governo non può incamminarsi. Perciò l'unica strada che i ministri intravedono è trovare un "punto di leva" per esercitare pressione su Haftar. Tra gli addetti ai lavori si è diffusa la convinzione che voglia appoggio per un ruolo nel futuro governo libico.
di Luigi Manconi
La Stampa, 17 dicembre 2020
Lo strazio suscitato, in chi abbia un cuore, dall'immagine di Giulio Regeni ("mezzo nudo, segni di tortura, il viso riverso, ammanettato a terra") può indurre, per non arrendersi all'orrore e non cedere all'impotenza, a considerare come positiva la riunione tenutasi ieri a Palazzo Chigi, presenti il Presidente del Consiglio e i ministri degli Esteri, dell'Interno e della Difesa.
Ma nutrire anche solo una briciola di ottimismo è impresa ardua. La sfiducia più cupa nasce, infatti, non solo dal comportamento del regime di Abdel Fattah al-Sisi, che non mostra, ieri come oggi, la minima volontà di cooperare con la Procura di Roma, ma anche da quello del governo italiano, finora silenzioso e inerte. Basti ricordare che l'incontro di ieri si è svolto a distanza di giorni dall'atto di chiusura delle indagini, che hanno documentato le responsabilità di quattro membri degli apparati di sicurezza egiziani nell'assassinio del nostro connazionale.
C'è voluta una settimana, dunque, perché il governo italiano si rendesse conto di quale terribile oltraggio fosse stato recato alla sovranità nazionale dell'Italia, alla sua dignità e alla sua autorità. Di ciò che è stato discusso nella riunione, nulla si sa, se non che il Ministro degli Esteri ha affermato di voler chiedere "a tutti i paesi UE di prendere posizione per la verità".
Non sembra una prova di coraggio leonino e di lungimiranza strategica, e, tanto meno, una svolta rispetto al passato. La verità nuda e cruda è che in questi quasi cinque anni - mi è capitato di esserne personalmente testimone - l'Italia ha rinunciato a condurre qualsiasi azione di pressione e di condizionamento, come singolo paese e come membro dell'UE, nei confronti dell'Egitto. Non è detto che tali azioni avrebbero avuto successo, ma avrebbero dimostrato la determinazione di uno Stato sovrano che non accetta che in un paese chiamato "amico" un giovane italiano venisse seviziato e trucidato.
L'unico atto compiuto è stato il richiamo a Roma del nostro ambasciatore in Egitto per 16 mesi; dopodiché le relazioni politico-diplomatiche sono continuate all'insegna della più ordinaria normalità. Si è detto e si è ripetuto, e tuttora lo si ribadisce, che si deve operare così in nome della ragion di Stato e degli interessi economici nazionali. Ma il risultato di tale dozzinale realpolitik è stato un incondizionato fallimento: le autorità politiche egiziane hanno ignorato qualsiasi richiesta provenisse dai governi italiani, che si sono succeduti a partire dal 2016, e non sembrano intenzionate in alcun modo a cambiare rotta.
E ora? Aspettiamo decisioni e iniziative conseguenti: se possibile, sotto forma di misure e provvedimenti - tanto meglio se concordate a livello europeo - che incidano efficacemente sulle relazioni politico-diplomatiche e su quelle economico-commerciali e militari. E che, da subito, si richiami a Roma l'ambasciatore italiano e si dichiari persona non gradita il signor Hisham Mohamed Moustafa Badr, ambasciatore della Repubblica araba d'Egitto in Italia.
Atti simbolici? Certo, ma in politica, e in politica internazionale, i simboli giocano un ruolo cruciale. Non si tratta di una dichiarazione di guerra. Si tratta, piuttosto, di far valere la forza - grande o piccola che sia - di cui si dispone. Per capirci, il giacimento Zohr è un interesse vitale per il regime di al-Sisi quanto lo è per l'Italia; e i flussi turistici e l'intercambio tra i due paesi pesano sul PIL dell'Egitto, così come, e ancor più, pesano i mercati europei.
In altre parole, tra il realismo politico straccione di chi irride i diritti umani e la resa ossequiosa a un despota, dovrà pur esserci un'alternativa. Alzare la voce con il rischio di nulla ottenere può essere frustrante, ma continuare a tacere è qualcosa di troppo simile alla servitù volontaria.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 17 dicembre 2020
Russia e Turchia sempre più potenti nel paese davanti alle coste italiane. La società civile a lungo schiacciata da Gheddafi non riesce a esprimere una vera classe dirigente ma si divide in clan con unico obiettivo: mungere i proventi delle risorse energetiche. Sono trascorsi dieci anni dalla rivolta che in Libia, nel sangue, ha rovesciato il trono di Muhammar Gheddafi.
Dieci anni di continuo disordine. In cui il paese forse più importante per la politica estera italiana ha vissuto sempre sul precipizio. In altalena tra incerti periodi di tregua e terribili mesi di guerra civile. A che punto siamo in questa storia che forse appassiona sempre meno il grande pubblico, ma che dovrebbe preoccupare sempre di più i leader di una nazione come l'Italia? Partiamo dai risultati più evidenti che abbiamo davanti agli occhi.
1) Oggi in Libia ci sono due paesi stranieri che contano molto di più di tutti gli altri messi insieme. Sono la Russia di Vladimir Putin e la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Con la seconda che ha un buon vantaggio sulla prima, e vedremo perché. La Libia è diventata dopo la Siria il paese al mondo in cui più insistente è lo scontro fra potenze locali, regionali e mondiali. Ed è un paese che fronteggia l'Italia.
2) Dieci anni non hanno ancora permesso alla società libica di far emergere né una classe politica né un'idea di sistema politico. Non c'è ancora un "meccanismo" per governare il paese. I 40 anni di deserto politico e associativo imposti da Gheddafi hanno prodotto quello che vediamo oggi: una pletora di individui e milizie, sostenuti da clan e gruppi locali e quasi tutti sponsorizzati da paesi stranieri. Che combattono semplicemente per una cosa, il potere di governare il flusso di dollari che arrivano dall'unica risorsa del paese, il petrolio.
Le bande criminali e il terrorismo
3) La condizione di instabilità, l'altalena fra guerre civili e periodi di tregua sempre incerta, ha lasciato il paese talmente debole da essere percorso da traffici illegali di ogni tipo (contrabbando di petrolio, droga, armi, migranti). Questo rafforza gruppi criminali che non hanno nessun interesse a un processo di stabilizzazione del paese. E parallelamente apre spazio al terrorismo di gruppi come lo Stato islamico e gli eredi di Al Qaeda, che rimangano ben nascosti nel paese, pronti ad agire quando sarà conveniente.
Da ottobre 2020 il cessate-il-fuoco negoziato a fatica dall'Onu viene rispettato. Ci sono stati scontri fra gruppi o clan vari nel Sud, nel Fezzan. Schermaglie lungo la linea del fronte tra le forze di Tripoli e quelle del generale Khalifa Haftar (da Sirte giù nel deserto verso Jufra). Ma per il resto la tregua regge. "Sono Russia e Turchia che al momento non vogliono combattere, e quindi tengono a freno sia le milizie alleate a Tripoli che quelle dell'Est che seguono il generale Haftar", dice un esperto diplomatico italiano.
Nel frattempo, le Nazioni Unite stanno provando a far ripartire il negoziato politico con 2 obiettivi: creare un governo che riunisca i rivali politici (e militari) dell'Est e quelli dell'Ovest. E preparare con questo nuovo governo le elezioni che l'inviata Onu Stephanie Williams ha già annunciato per il 24 dicembre 2021.
L'idea dell'Onu è di creare un nuovo Consiglio presidenziale di 3 membri (la presidenza collettiva attuale in funzione dal 2016 ora ne ha 7). Sotto il Consiglio ci sarebbe un nuovo primo ministro (oggi l'incarico non esiste) e poi i ministri responsabili dei vari dicasteri. Ma qui tornano in gioco Turchia e Russia. A Ovest le milizie del governo di Tripoli e quelle della città-Stato di Misurata, sono sostenute da centinaia di miliziani siriani portati in Libia dalla Turchia. I mercenari sono ancora lì.
Ad Est i soldati di Haftar sono protetti aerei da caccia russi schierati nell'aeroporto di Jufra, da contractor russi e da consiglieri egiziani ed emiratini. E poi da decine di mercenari sudanesi, ciadiani, "carne da cannone" pronta ad essere utilizzata in nuove fasi della guerra. Nessuno, dalle milizie libiche ai mercenari, ha interesse a essere "smobilitato" Nessuno ha interesse a stabilizzare un sistema politico che cancellerà o assorbirà le milizie.
Turchia e Russia per ora non si spingono a ordinare ai loro protetti di sciogliere le milizie, di ritirare i mercenari per creare un nuovo Stato libico. La Libia si munge come una mucca senza chiedere permesso. Il ruolo della Turchia ha evitato il collasso del governo di Tripoli: per cui Ankara detta legge a Tripoli. Ankara si è fatta pagare ogni pezzo del suo intervento militare (dai droni ai proiettili) e sta entrando in ogni appalto pubblico. La Russia, col suo sostegno ad Haftar, ha permesso al generale di tenere sotto assedio Tripoli per mesi, e di rimanere comunque ancora oggi un interlocutore decisivo per il futuro del paese. Mosca di fatto si è schierata con la coalizione di paesi arabi sunniti che sono dietro Haftar, innanzitutto l'Egitto, ma poi gli Emirati, l'Arabia Saudita, la Giordania.
Gli obiettivi di Mosca sono 3: allargare la sua influenza su tutta la Libia, uno Stato petrolifero che è sicurezza di risorse. Ma usare anche il suo successo in Libia come monito ed esempio in tutto il Medio Oriente. Tenere sotto controllo la Turchia, un rivale "tattico", ma nei fatti un alleato strategico. Comunque un partner così aggressivo anche in Siria e Iraq che va marcato di continuo. E poi fare politica con gli altri grandi paesi arabi per frenare la Fratellanza Musulmana a Tripoli.
La Turchia invece in Libia ha giocato una partita con obiettivi più concreti rispetto a quelli russi, ma non meno ambiziosi. È entrata nel mercato politico ed economico libico. E in quello petrolifero. Banalmente (ma neppure tanto) ha conquistato una base aerea vicino al confine tunisino e due porti (Tripoli e Misurata) al centro del Mediterraneo. Con questo allargando il respiro della sua presenza nel Mediterraneo orientale in cui Erdogan si sente assediato. Per la Turchia la Libia è un successo più profittevole che per la Russia.
Anche perché un giorno forse gli Stati Uniti la presenza russa in Libia inizieranno a frenarla (se non sarà troppo tardi). Ecco, 10 anni dopo la rivolta che ha spodestato Gheddafi e la sua famiglia, la Libia si è invischiata in un Grande Gioco che nessuno ha il potere di governare da solo. Non ce la faranno i politici libici. Non parliamo poi del popolo libico che tante speranze aveva riposto in quella "Rivoluzione del 17 febbraio".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 17 dicembre 2020
Nella restaurazione guidata dal presidente egiziano sono stati soffocati anche i piccolissimi spazi di democrazia lasciati da Mubarak prima e Morsi poi. Ma il regime è abile nel cercare la sponda economica internazionale. Dieci anni dopo la rivolta di piazza Tahrir, sette anni dopo il colpo di Stato con cui i militari si ripresero il potere, l'Egitto ha finito di girare su stesso.
È stata una lunga rotazione, che lo ha riportato ad essere quello che era prima del gennaio 2011. Una dittatura militare in cui Abdel Fatah al Sisi ha sostituito Hosni Mubarak. Un regime in cui una classe, i militari, si è rimessa al centro del potere. Nella politica, nella sicurezza ma anche nell'economia.
Con una grande differenza: Mubarak e il suo regime tutto sommato avevano consolidato la presa sul paese adoperando la politica, sostenendola solo dopo con l'azione repressiva violenta degli apparati. Con Sisi, al contrario, è stata la violenza l'origine di tutto. Ha sostituito la politica per permettere ai militari di riprendere il controllo totale del paese. E anzi per allargare la loro sfera di potere anche a settori che Mubarak aveva avuto la saggezza di lasciare disponibili, a piccole dosi, a partiti politici e altri segmenti della vita civile.
Perfino nel periodo di Mohamed Morsi - il presidente della Fratellanza Musulmana che venne eletto nel 2012 e spodestato nel golpe del 2013 e che aveva imboccato un percorso in cui un solo partito (la sua Fratellanza Musulmana) si preparava a diventare egemone, utilizzando l'Islam come ideologia assoluta - alcuni spazi di democrazia erano stati preservati.
La giornata del 14 agosto 2013, quella dei massacri che i militari misero in atto contro i presìdi pubblici della Fratellanza, rimarrà nella storia dell'Egitto. Da quei corpi degli estremisti islamici uccisi in piazza Rabaa e Nahda, Sisi è ripartito per consolidare rapidamente il sistema. Innanzitutto, con un attacco ai partiti politici: mette infatti al bando i Fratelli Musulmani e gli altri gruppi d'opposizione più rilevanti (con Mubarak invece l'opposizione sopravviveva: non vinceva mai le elezioni, ma non era ridotta a zero).
Poi con gli arresti di singoli uomini politici, a partire dalla dirigenza della Fratellanza Musulmana. Il presidente Morsi è restato in carcere fino alla morte. Ancora: vietando ogni attività politica, ogni manifestazione pubblica, criminalizzando ogni forma di dissenso contro il governo. Le carceri sono state riempite di migliaia di prigionieri politici. Sarebbero almeno 70 mila, in balia di un sistema giudiziario che segue le direttive dei militari.
Parallelamente il governo Sisi ha messo in piedi regole e maccanismi per bloccare la stampa, per chiudere giornali, farli acquistare da gruppi fedeli al regime e bloccare siti internet. La nuova legge sulla stampa, il Codice penale, le leggi anti-terrorismo, tutto viene adoperato per cancellare le critiche. Ci sono alcuni temi che sulla stampa non possono essere trattati, se non con il controllo totale dei militari: l'azione politica del governo, la vita di Sisi e della sua famiglia, le azioni dei terroristi nel Sinai, la situazione in Libia, ma perfino lo scontro con l'Etiopia per la diga "Gerd" e i dati di diffusione del coronavirus nel paese.
In un campo Sisi ha dimostrato di sapersi muovere con incredibile capacità. Anche con opportunismo, ma con intuito: quello delle relazioni internazionali, del suo posizionamento globale. La mattina del 9 novembre 2016, dopo la giornata elettorale americana, Sisi fu il primo al mondo a complimentarsi con il neo-presidente Donald Trump.
Che mesi più tardi parlerà di lui come "il mio dittatore preferito". Giocando di sponda fra Trump e Putin, approfittando della necessità dei "fratelli" sauditi ed emiratini di avere a disposizione se non altro la forza demografica e i numeri militari dell'Egitto (soprattutto nel confronto con Turchia e Iran), Sisi ha avuto ossigeno per consolidare la sua presidenza.
E "ossigeno" significa dollari, prestiti economici. Dal 2014 il debito estero egiziano è triplicato, da 110 miliardi di dollari a circa 321. Quasi il 40% del budget egiziano è destinato al pagamento del debito estero, ma paesi come le monarchie arabe, la Cina, assieme alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario in cambio di riforme economiche ancora esili, continuano a fare credito all'Egitto.
È una conferma del fatto che in un Mediterraneo e in un Medio Oriente in continua, pericolosa ebollizione, l'Egitto è un partner di cui nessuno può fare a meno (a parte i turchi). Al Sisi non lo abbandonano gli americani, che lo utilizzano anche per proteggere Israele nel gioco con i vari movimenti estremisti che assediano Gerusalemme (l'Egitto a Gaza parla con Hamas e Jihad).
Non lo trascurano i russi di Vladimir Putin, che con l'Egitto per esempio giocano una partita raffinata in Libia e nel conflitto israelo-palestinese. E non lo trascurano i paesi europei, come Francia e Italia, che vendono armi, discutono di terrorismo e migrazioni. Rapporti che però vengono messi in crisi da casi come quello di Giulio Regeni, il ricercatore fatto sparire e ucciso proprio un 25 gennaio, nell'anniversario della inutile rivoluzione egiziana.
- Sud Sudan. Continuano gli abusi del Servizio di Sicurezza Nazionale
- Conte incontrerà Rita Bernardini e lei sospende lo sciopero della fame
- Dl Ristori: Mirabelli (Pd), "Sulle carceri si doveva fare di più, ma ci sono passi importanti"
- Flick: "L'Ue ci chiede diritti certi e processi veloci, non i bluff sulle riforme della giustizia"
- Emergenza Covid in carcere, nuove misure per migliaia di detenuti











