La Nazione, 21 marzo 2021
In una lettera il primo cittadino ringrazia la direzione carceraria e tutto il personale impegnato nella gestione del focolaio esploso nella struttura penitenziaria. Un ringraziamento che il sindaco Giacomo Santi invia alla direzione carceraria, ai detenuti, alla polizia penitenziaria, al personale sanitario e agli operatori del carcere dopo i giorni della grande paura per lo scoppio di un focolaio Covid nel Maschio di Volterra.
"Un grazie alla direzione, a tutto il corpo di polizia penitenziaria, al personale sanitario, all'area educativa, a tutto il personale, agli operatori e a tutta la popolazione reclusa del carcere di Volterra - scrive il sindaco - Sono state giornate molto dure, e fronteggiare l'emergenza dovuta al cluster di contagio scoppiato, in maniera così repentina e inattesa, nella casa di reclusione di Volterra non è stato assolutamente facile. Sento di dover ringraziare, anche a nome di tutta l'amministrazione comunale, la direzione, il personale e gli operatori, il personale sanitario, l'area educativa e tutto il corpo di polizia penitenziaria per l'abnegazione, la professionalità e la tempestività massima con le quali hanno saputo affrontare questa grave criticità, mostrando grande spirito di sacrificio e attaccamento alla missione del loro lavoro. Il mio pensiero va anche a tutte le persone contagiate, alle loro famiglie e a tutti i ristretti, che rappresentano la parte più fragile della nostra comunità. A tutti - conclude il sindaco - faccio gli auguri di una pronta guarigione".
di Alberto Vivarelli
reportpistoia.com, 21 marzo 2021
"Sarebbe opportuno che il Comune di Pistoia, quanto prima, nominasse il garante per i diritti dei detenuti e delle persone della libertà personale". È quanto ha detto la consigliera regionale del Partito Democratico, Federica Fratoni, durante l'ultima seduta della terza commissione, "Sanità", che prevedeva l'audizione del garante regionale Giuseppe Fanfani.
L'audizione è stata l'occasione giusta per fare il punto sull'affollamento delle carceri in Toscana in un momento storico particolare come quello che stiamo vivendo ed alla luce anche del moltiplicarsi, in tutta Italia, di casi di positività proprio negli istituti di pena. Nella Casa circondariale di Pistoia, secondo gli ultimi dati aggiornati a pochi giorni fa, sono presenti 64 persone (delle quali 42 di nazionalità straniera) a fronte di una capienza di 56 posti e sorvegliati da 68 addetti. Secondo il monitoraggio effettuato sui positivi al Covid-19, relativo allo scorso 8 marzo, fra i detenuti si registra un solo caso di contagio mentre ce ne sono ben 10 fra gli addetti che rappresenta, in proporzione alle presenze, la percentuale più alta di tutta la regione.
"Gli effetti della pandemia si vedono anche dentro le nostre carceri - ha aggiunto Fratoni - soprattutto perché con la limitazione degli ingressi e la sospensione delle attività di supporto da parte del volontariato sono aumentate anche le fragilità psichiche. Nell'attesa di ricevere il report annuale nel quale ci sarà una ricerca specifica delle problematiche per affrontare il tema in profondità, sarebbe opportuno quanto prima che il Comune di Pistoia nominasse il garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, figura tra l'altro prevista dallo specifico regolamento approvato dal consiglio comunale. A questo proposito, presenterò un atto in Consiglio regionale per sollecitare la copertura di questo ruolo delicato ed importantissimo in tutti quei comuni della Toscana nei quali è presente una Casa circondariale e che ne sono attualmente sprovvisti".
di Ambra Prati
Gazzetta di Reggio, 21 marzo 2021
Lo rivelano i sindacati Cgil e Cisl "In centinaia in quarantena". Malorni, segretario del Sappe fa un appello ai colleghi "Vaccinatevi appena si potrà". "Nell'istituto penitenziario di Reggio Emilia il Covid corre tra dipendenti e detenuti. Necessari esami e vaccinazioni per evitare disordini e il dilagare del virus".
A lanciare l'allarme sull'impennata di casi di positività all'interno del carcere della Pulce è il sindacato Fp-Cgil e Fns-Cisl, che rende noto un incremento dell'epidemia potenzialmente esplosivo nella struttura: una decina di positivi tra i detenuti e un numero imprecisato in quarantena, altrettanti positivi tra gli agenti (due i ricoverati) più 24 in quarantena fiduciaria. "Registriamo un numero di casi positivi che desta preoccupazione - dichiarano Fp-Cgil e Fns-Cisl - Ad oggi si contano dieci casi di positività tra il personale della polizia penitenziaria (di cui due ricoverati nel reparto Infettivi) e ventiquattro casi di quarantena fiduciaria, mentre sono duecento i detenuti, in ben quattro sezioni, chiusi nelle celle in quarantena per la presenza accertata di alcuni casi positivi".
Numeri che, secondo il sindacato, "rendono sempre più evidente come, alla luce del prolungarsi della situazione pandemica, nelle carceri ci sia terreno fertile per la diffusione del virus: sia per la promiscuità delle condizioni sia per gli spazi molti ristretti. Chiediamo si proceda speditamente al monitoraggio della popolazione detenuta ma anche di tutto il personale, e alla vaccinazione sia dei dipendenti sia dei detenuti. Siamo consapevoli della gravità della situazione generalizzata ma i rischi, anche di disordini come avvenuto in passato, richiedono un intervento immediato".
Concorda con i sindacati Federico Amico, consigliere regionale Emilia-Romagna Coraggiosa: "Tutta la popolazione carceraria e il personale deve essere sottoposto con urgenza a monitoraggio. Presenterò un'interrogazione in Regione nelle prossime ore".
Il carcere di via Settembrini è una città dentro la città che conta circa 200 agenti di polizia penitenziaria, 40 amministrativi e 378 detenuti, ai quali occorre aggiungere le figure che ogni giorno gravitano intorno alla struttura (volontari, fornitori, docenti, infermieri, medici, due sacerdoti, parenti). E, se finora la Pulce era stata graziata rispetto ad altre carceri, ora è allarme.
"È una situazione nota", sottolinea Michele Malorni, segretario del Sappe, il sindacato di polizia penitenziaria che come ricetta contro l'impennarsi della curva ha presentato precise richieste all'amministrazione penitenziaria: "Tampone molecolare ripetuto nel tempo per gli agenti e per tutte le persone che orbitano intorno al pianeta carcere nonché sospensione immediata e temporanea di tutte le attività, servizio mensa e servizio bar per il personale". Alla situazione attuale si aggiunge il caos vaccinazioni: per la polizia penitenziaria la vaccinazione, iniziata sabato 13 marzo, è stata interrotta dopo tre giorni a causa della sospensione nei confronti di AstraZeneca (poi revocata giovedì). Risultato: appena una ventina di agenti hanno ricevuto la prima dose e tra coloro che erano in lista le defezioni sono state numerose. "Io sono stato il primo a vaccinarmi - prosegue Malorni. Il mio personale appello va ai colleghi che hanno revocato l'assenso alla vaccinazione: oggi, a seguito delle delibere Ema (Agenzia europea dei medicinali) e Aifa (Agenzia italiana del farmaco), dovrebbero farsi avanti, a tutela della loro e dell'altrui salute. Sono convinto che in un ambiente particolare come il nostro, dove tra l'altro siamo chiamati a un servizio pubblico, il vaccino dovrebbe essere d'obbligo. Appena superata questa emergenza chiederò il vaccino per la totalità del personale e dei detenuti".
di Annamaria Peragine
Corriere Nazionale, 21 marzo 2021
A conclusione del corso di formazione "Tecniche di sartoria", svoltosi presso la sezione femminile della Casa Circondariale di Trieste "Ernesto Mari" dal 20.07.2020 al 19.11.2020, presso la Sala riunioni dell'istituto si è tenuta, nel pieno rispetto dei protocolli anti-covid, la presentazione dell'attività trattamentale con relativa consegna di circa 100 manufatti, creati da dieci detenute, impegnate nell'acquisizione di competenze tecnico professionali in ambito sartoriale.
Accolti dal Direttore Dr. Paolo Bernardo Ponzetta, Capo Area Trattamentale Anna Bonuomo e dalla Vice Comandante Annamaria Peragine, sono intervenuti all'incontro Francesco Russo- Vicepresidente del Consiglio Regionale FVG, Paola Stuparich e Carola Duranti, rispettivamente Direttrice Generale Enaip e Coordinatore Enaip Formazione Svantaggio-area detenuti Trieste, Viviana Taberni e Maria Stachel - operatrici della Fondazione Lucchetta Ota D'Angelo-Hrevatin, Rita Ceccherini e Carla Dellach, quali Responsabile e referente presso SC Centro Sociale Oncologico (CSO) - Oncologia Senologica e dell'Apparato riproduttivo Femminile (Ssd Osarf) ed Elisabetta Burla - Garante dei Detenuti per la Provincia di Trieste.
La consapevolezza del delicato momento storico, in uno con le vive emozioni che alimentano le giornate trascorse all'interno del carcere e la speranza, sempre più sentita, di un superamento definitivo dell'emergenza pandemica in atto, ha rappresentato per le detenute uno stimolo forte, cresciuto in modo spontaneo, di offrire un piccolo contributo solidaristico ad una parte fragile della società. È nata così l'idea di avviare un corso, durante il quale si potessero anche produrre di mascherine di protezione, in stoffa, da donare alla Fondazione Lucchetta Ota D'angelo Hrovatin e al SC Centro Sociale Oncologico (CSO) - Oncologia Senologica e dell'Apparato riproduttivo Femminile (Osarf) di Trieste.
Le allieve si sono dimostrate, da subito, interessate e pronte ad apprendere le tecniche di realizzazione delle mascherine e ad affiancare questa competenza a quelle già previste come obiettivi formativi del progetto, ovvero lo studio sulla creazione di copricapi, dedicati alle donne colpite da patologie oncologiche.
Il livello di interesse, partecipazione e coinvolgimento delle detenute è stato elevato, tanto che sono state le stesse corsiste ad individuare i destinatari della donazione ed a dotare ogni singola confezione di mascherine della loro dedica "Questo oggetto è stato pensato, progettato e realizzato con le nostre mani e vuole essere un modo per sentirci vicine senza toccarci.
Non sei sola". Con uno sguardo verso progettualità future, che promuovano competenze trasversali e percorsi orientati all'auto imprenditorialità, Paola Stuparich - Direttrice Generale Enaip - ha spiegato come questo corso sia la testimonianza della precisa richiesta di questo carcere ad avere una formazione di "qualità", ben lontana dall'idea di una formazione come "riempitivo", interna e chiusa all'interno del carcere stesso, ma finalizzata al reinserimento sociale, utile alla crescita personale e soprattutto professionale delle persone, con acquisizione di competenze spendibili durante e dopo il periodo di carcerazione, che fosse in grado di comunicare con la realtà esterna, con il mercato e che producesse risultati.
L'iniziativa riceve il plauso anche di Francesco Russo - Vicepresidente del Consiglio Regionale FVG - che formula apprezzamenti per la compiuta organizzazione, garantita dalla presenza attenta e costante della Polizia Penitenziaria e per il lavoro svolto dalle detenute, ribadendo il valore imprescindibile della formazione in un luogo che si va, pian piano e fortunatamente, affrancando dal ruolo di "istituzione totale" che l'ha connotato per troppo tempo, per trasformarsi in uno spazio aperto al dialogo con l'esterno.
Questo percorso è stato, sin dalle prime battute, abbracciato dalla Direzione della Casa Circondariale di Trieste che, a fine 2020, ha direttamente conosciuto l'estenuante lavoro di contrasto dell'emergenza sanitaria, a causa di un importante focolaio scoppiato al suo interno, che ha interessato 85 detenuti e 35 agenti di Pol. Pen. risultati positivi al Covid 19.
La criticità ha imposto un'urgente e precisa rimodulazione della gestione ordinaria del carcere, ben riuscita grazie alla sinergia profonda che si è mantenuta tra le professionalità operanti nell'istituto che, congiuntamente, hanno adottato misure volte al contenimento del contagio, a salvaguardia della salute di detenuti e di tutti gli operatori penitenziari.
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 21 marzo 2021
Nella Giornata contro le discriminazioni, "Repubblica" ha scelto di dare voce ai giovani di origine straniera, ma nati e cresciuti qui. Sono professori, ingegneri, sportivi, web influencer, studenti modello. Hanno lottato per anni contro razzismo e burocrazia per avere il diritto di chiamarsi cittadini a pieno titolo del Paese di cui si sentono figli. E ora dicono: "Siamo oltre un milione, vogliamo essere protagonisti".
Simohamed Kaabour: "Insegno al liceo educazione civica e cultura araba" - Simohamed Kaabour ha 39 anni e un leggero accento genovese. Insegna educazione civica e lingua araba al liceo Deledda. È arrivato da bimbo: "Ricordo il viaggio in treno. Un signore ci regalò dei disegni: sul mio c'era un pallone". Era il 1991. Suo padre Hassan lucidava l'acciaio. "I compagni erano simpatici, ma non sapevo l'italiano. Uno mi ripeteva: "Negro!", gli altri ridevano. Me lo spiegò il mio amico Idrissa, che aveva il padre del Burkina Faso: "Non farci caso, non sono cattivi". Ora ha un ristorante a Bergamo". Laurea in lingue, specializzazione in diritti umani. Nel 2006 supplente in una scuola media. "Scoprirono che non ero italiano, credevo bastasse il permesso di soggiorno. Mi cacciarono male". Tre anni di battaglie per riavere il posto e la cittadinanza. "Il futuro è certo: lo dicono i numeri. Il presente meno. Va ripensato, per dare anche a noi la possibilità di diventare protagonisti".
Hilda Ramirez: "Quando tornavo in Ecuador mi mancava casa" - Hilda Ramirez, figlia di due prof, da piccola soffriva di meningite: a 5 anni lasciò l'Ecuador per curarsi in Italia. Le cure andarono avanti fino ai 13, la sua famiglia vendette casa e si trasferì. Papà si arrangiava come muratore finché fu assunto dalle Ferrovie, mamma per un po' provò a farsi riconoscere la laurea, poi rinunciò e si mise ad assistere gli anziani. "Ho avuto la cittadinanza alla vigilia della laurea, dopo vent'anni. Poi l'ho fatta avere ai miei, che quasi si sentivano in debito con l'Italia, non volevano disturbare". Hilda oggi ha 30 anni, è una webmaster, vive nel Bergamasco, sposata a un altro ragazzo di seconda generazione: "Lui è ingegnere". Ricorda la prima vacanza nel Paese d'origine: "Piangevo sempre, mi mancava casa". Poi da adolescente, in questura: "Con i miei che ogni volta dovevano rinnovare i documenti capii che non ero italiana come gli altri: nessuno me lo aveva detto, prima".
Giorgia Cociorva: "Mi sono laureata con una tesi sullo ius soli" - Giorgia Cociorva è laureata in ius soli. "Dopo anni passati a lottare contro una vecchia legge da rottamare, sentendomi straniera in casa mia, ho dedicato la tesi a tutti gli italiani senza cittadinanza". Giorgia Cociorva, 22 anni, papà albanese, mamma moldava, studia e lavora come modella. Il padre non l'ha mai conosciuto, è stato rimpatriato poco dopo la sua nascita. "Sono nata e cresciuta a Bologna. Ho vissuto tutta la mia vita in affidamento presso una famiglia italiana. Solo dai 2 ai 5 anni mi sono trasferita in Moldavia, terra della mia madre biologica. Quando sono diventata maggiorenne ho chiesto la cittadinanza e me l'hanno negata: l'Italia non mi riconosceva perché avevo vissuto tre anni all'estero. Ma ero solo una bambina, come potevo capire allora cosa fosse meglio per me?". Poi, finalmente, i nodi burocratici si sono sciolti e l'8 giugno 2017 ha ottenuto il passaporto tricolore: "Un giorno indimenticabile".
Mihai Zugravel: "Ho la media del 9, ma il mio sogno è il passaporto" - Mihai Zugravel colleziona record. A scuola è un talento, media del 9,36, premi, borse di studio. Le sue materie preferite? Economia e matematica. Mihai Zugravel, 18 anni, è un "italiano al 100%", pur essendo nato in Romania. La sua casa è Ottone, in provincia di Piacenza. Appassionato di moto e ottimo calciatore, ha due sogni nel cassetto: laurearsi in economia "per poi fare carriera in una grande azienda" e il passaporto tricolore. Arrivato in Italia nel 2006 quando aveva appena tre anni, frequenta oggi il quarto anno dell'istituto tecnico San Colombano di Bobbio. Il razzismo? "Quello vero, qui a Ottone non l'ho mai vissuto". Presto avvierà le lunghe pratiche per ottenere la cittadinanza. "In verità chi nasce qui o ci arriva da piccolino dovrebbe avere un canale più veloce per diventare italiano. Nella mia classe ci sono altri due studenti di origine straniera: è questa la normalità, questo il futuro dell'Italia".
Filippo Hu: "Parlo male cinese, mangio e penso solo in italiano" - È stato in dubbio, quando, a 18 anni, ha dovuto scegliere fra la cittadinanza cinese e quella italiana, il torinese Filippo Hu. Ma oggi, che di anni ne ha 25 e sta facendo un dottorato in informatica, non è pentito della decisione presa fra mille perplessità: "I miei genitori hanno mantenuto il passaporto cinese e un legame forte col Paese d'origine". Lui, che studia recommender system ma è nato in una famiglia di imprenditori tessili stabilitasi trent'anni fa a Moncalieri, ha capito presto che il suo futuro non sarà in Cina. "Vivo in Italia, questa è la mia lingua madre, non so parlare bene in cinese, mangio e penso in italiano, i miei amici sono tutti italiani, come Eleonora, la mia ragazza, che mi ha fatto sempre sentire a casa. Prendere la cittadinanza era la scelta più naturale. Sulla carta di identità sono Zhongli Filippo Hu. Un nome italiano e uno cinese composto da due ideogrammi: significano Italia e Cina".
Gaia Cavina: "Gioco a rugby e sfido i pregiudizi anche nello sport" - Nel rugby, il mediano di mischia è il più sveglio: il regista. Gaia Cavina è la più giovane di 4 sorelle, tutte rugbiste. Due, Giulia e Micol, giocano in Nazionale. Ma gli esperti dicono che la più forte è lei, anche se ha solo 16 anni. Il padre, Stefano, è di Cogoleto. La mamma, Nkem, di origine nigeriana. "L'altro giorno un compagno mi ha mostrato la chat dei maschi: ho scoperto che mi prendono in giro. "Negra di m...", scrivono. E dei disegni che mi vergogno a raccontarli. Io sorrido sempre e vorrei essere amica di tutti. Così ne ho parlato con le compagne: forse andremo a dirlo alla psicologa della scuola". Ne ha parlato anche a papà. "Voleva andare dai professori, gli ho detto di aspettare. Sono solo ragazzini, forse capiranno". Dice che la discriminazione non è solo sulla pelle: "Malagò, presidente del Coni, ha detto che avrebbe voluto un figlio maschio, per farlo giocare a rugby. Da uno come lui non me lo aspettavo".
Tasnim Ali: "Grazie a TikTok aiuto chi mi segue a capire l'Islam" - Ha solo 21 anni, Tasnim Ali, ma già 307 mila follower su Tik Tok e altri 61 mila su Istagram. Nata ad Arezzo da genitori egiziani, cresciuta a Roma, ha da tre anni la cittadinanza italiana e un lavoro in tasca: influencer e content creator con un'agenzia alle spalle. "Da dicembre sono anche inviata di Sky per la trasmissione "Ogni Mattina"". Tasnim è un bellissimo vulcano, che con la sua immagine patinata ed affascinante promuove oggetti di moda assieme alla sua cultura d'origine, la sua religione, il suo essere a cavallo fra due mondi e starci molto comodamente. "I miei follower sono soprattutto 18-25 enni, ragazzi italiani come me, incuriositi dalle origini della mia famiglia e dalla mia cultura, dal mio modo di vivere. Mi fanno domande, vogliono capirmi, imitarmi. Qualcuno mi critica per il velo, ma io rispondo in modo ironico. E molti si ricredono nei loro pregiudizi verso l'Islam".
Gian Matteo Marie: "Nato a Palermo ma fino a 18 anni non avevo diritti" - Gian Matteo Marie è nato a Palermo da genitori mauriziani. La cittadinanza italiana l'ha conquistata a 18 anni, ma lui che adesso ne ha 21 si sente palermitano da sempre. "La cittadinanza mi ha permesso di dirlo ancora con più forza che sono italiano. È ingiusto, però, dovere aspettare fino ai 18 anni per ottenerla", dice Gian Matteo. Alle Mauritius è tornato una volta quando aveva otto anni. "Il mio futuro è in Italia, spero anche a Palermo, anche se è difficile trovare un lavoro", dice il ragazzo. È iscritto al primo anno del corso di laurea in Ingegneria elettrica. Vive a Ballarò, un quartiere multietnico del centro storico. Accanto allo studio coltiva la passione per il teatro. "A parte qualche episodio spiacevole all'oratorio, con il bullo di turno che mi chiamava "turco", qui sono cresciuto bene. Ho amici di tutte le nazionalità. Parlo il dialetto siciliano come il creolo. Palermo è casa mia".
Hasnain Abbas Bhatti: "Pachistano o italiano? Non voglio scegliere, ma rivendicare una doppia identità" - "Pachistano o italiano? Me lo sono chiesto più volte: la verità è che non voglio scegliere, ma rivendicare una doppia identità". Hasnain Abbas Bhatti, nato in Pakistan, è arrivato in Italia nel 2003. Da sempre vive a Carpi, in provincia di Modena. Oggi ha 24 anni, gli manca poco alla laurea in ingegneria gestionale, è titolare di due uffici Caf e Patronato, è impegnato nel volontariato e in politica, fa parte della Consulta per l'integrazione di Carpi ed è un musulmano praticante. Il 21 dicembre scorso è diventato italiano: "Ci sono voluti 4 anni e sette mesi di pratiche burocratiche". Spesso si è sentito straniero. "Alle elementari, mi sono presentato con una tuta rosa. Gli altri bambini si sono messi a ridere. Non capivo. In Pakistan il rosa non è associato alle ragazze. Poi ricordo una professoressa con cui discutevo che mi chiese: "Le donne le trattate così nel tuo Paese?". Ma il mio Paese è l'Italia!".
di Aboubakar Soumahoro
L'Espresso, 21 marzo 2021
Cambia il mercato, l'algoritmo genera profitti crescenti ma nessun diritto. E i legislatori sfuggono alla sfida di dare dignità a questi nuovi lavoratori. "Credo di scorgere due principi anteriori alla ragione, di cui l'uno interessa fortemente al nostro benessere e alla nostra conservazione, l'altro ci ispira una ripugnanza naturale a vedere perire o soffrire qualunque essere sensibile, e soprattutto i nostri simili", scrive Jean-Jacques Rousseau in "Origine della disuguaglianza".
Le trasformazioni in corso nel mondo del lavoro - con l'adozione di termini nuovi e processi sempre più disarticolati nella catena produttiva - portano con sé delle conseguenze sulla qualità di vita delle lavoratrici e dei lavoratori. La proclamazione dello sciopero contro Amazon di lunedì 22 marzo da parte dei sindacati Filt Cgil, Fit Cisl, Uil-trasporti che interesserà "tutto il personale dipendente di Amazon Logistica Italia e Amazon Transport Italia cui è applicato il Ccnl Logistica Trasporto Merci e Spedizione e di tutte le società di fornitura di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci che operano per Amazon Logistica e Amazon Transport", come si legge nel loro comunicato, s'inserisce all'interno di questo processo di trasformazione da tempo in corso.
Tuttavia, parlare della trasformazione del lavoro porta con sé la necessità di interrogarsi sulle condizioni e sulla qualità di vita delle lavoratrici e dei lavoratori lungo la filiera della catena di produzione del "valore". Ed è proprio dietro questo obiettivo di generare il valore che si materializzano modalità e fenomeni abbrutenti dal punto di vista umano soprattutto sul piano della precarizzazione del lavoro e dell'esistenza. Tuttavia, questo abbrutimento viene celato dietro terminologie nuove ed esteticamente attrattive sul piano linguistico, per renderlo più accettabile agli occhi dell'opinione pubblica. Questo maquillage linguistico illusorio è emblematico delle nostre società odierne.
Mentre da una parte alcuni principali player internazionali vedono il proprio valore di mercato crescere (ad esempio, come riporta la Commerce Connecté, Amazon ha raggiunto i 320 miliardi di euro di vendita netta nell'esercizio 2020 con una crescita di oltre 100 miliardi di dollari), dall'altra parte le ricadute e i benefici di questa crescita non trovano riscontro in termini di miglioramento delle condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori.
Perciò parlare della trasformazione del lavoro in corso lungo la catena di produzione, oramai disarticolata e frammentata, è un invito ineluttabile ad interrogarsi, in una prospettiva olistica, sui veri e reali detentori del "comando di potere" lungo il ciclo produttivo, caratterizzato da ritmi temporali frenetici e cadenze spaziali frammentate anche su scala globale, senza che tuttavia si abbiano dei diritti globali. I beneficiari dei profitti, al vertice di questo ciclo produttivo, hanno innumerevoli intermediari tra sé e l'ampia base di lavoratrici e lavoratori, che permettono l'accumulo di ingenti guadagni.
Per coloro che sono alla base, il vertice è evanescente, invisibile, spesso irraggiungibile, il che rende difficoltoso l'agire sindacale. Questa dinamica, che si inserisce nella corsa globale della competitività e della redditività, "vede la diffusione di processi con ritmi frenetici, disgregazione del lavoro, frammentazione del ciclo produttivo, ricorso al sistema degli appalti e subappalti con false cooperative, evasione fiscale e contributiva, padroni e padroncini senza scrupoli, sottrazione di diritti salariali e sindacali", come ho analizzato più ampiamente nel mio libro "Umanità in rivolta" (Feltrinelli).
Tuttavia, la necessità di costruire dei diritti globali non può prescindere dal chiedersi cosa sia oggi l'agire sindacale nell'era in cui "è in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo", come sostiene l'imprenditore ed economista statunitense Warren Buffett. Che ci sia in corso una lotta alla classe lavoratrice si spiega con il fatto che "nel mondo il numero dei paesi in cui ai lavoratori è impedito di esercitare il diritto di istituire un sindacato o di aderirvi è aumentato da 92 nel 2018 a 107 nel 2019; che l'aumento maggiore è stato registrato in Europa; che il 40 per cento dei paesi europei non permette ai lavoratori di aderire ai sindacati, il 68 per cento ha violato il diritto di sciopero e il 50 per cento ha violato il diritto alla contrattazione collettiva", come ricorda la risoluzione del Parlamento europeo del 10 febbraio 2021 in merito alla riduzione delle disuguaglianze, con particolare attenzione alla povertà lavorativa.
La recente indagine condotta dalla procura di Milano in merito alle condizioni dei riders, braccianti metropolitani, riporta sotto i riflettori ciò che la politica non si decide a fare. Ovvero fare in modo che l'attività lavorativa nel mondo della gig economy possa svolgersi considerando la persona del rider non uno schiavo da sfruttare, ma un cittadino-persona da tutelare perché è portatore di diritti e dignità indipendentemente dal genere, dal colore della pelle e/o dalla provenienza geografica. Una necessità di riconoscimento che la politica stenta ad assumere perché molto probabilmente il potere economico ha preso la supremazia sul potere politico. Questo sollecita nel contempo ad assumere in modo "décomplexé" una riflessione approfondita e sincera su cosa sia e debba essere l'agire sindacale in un simile contesto.
Intanto qualcosa si muove sul campo delle contraddizioni, con la nascita di processi da parte di lavoratrici e lavoratori che decidono di auto-organizzarsi collettivamente per rivendicare in prima persona i diritti negati. A questo riguardo, la rete "Rider x i Diritti" si mobiliterà a livello nazionale il prossimo 26 marzo, per chiedere "con urgenza la necessità di applicare un contratto collettivo nazionale di settore che regolamenti tutta la categoria riconoscendo a lavoratrici e a lavoratori tutti i diritti e piene tutele", come si legge nel comunicato della rete. Un appello al quale la Lega Braccianti ha deciso di aderire in segno di solidarietà e per una unione delle lotte al fine di assicurare un cibo eticamente sano alle persone, e di garantire uguale lavoro e uguale salario - in prospettiva del riconoscimento dei diritti salariali, previdenziali, di sicurezza sul lavoro, ecc. - alle lavoratrici e ai lavoratori.
La mobilitazione contro Amazon del 22 marzo e quella dei rider del 26 marzo esprimono una necessità di regolamentare il mondo del lavoro degli algoritmi in particolare e della gig economy in generale: perché "gli strumenti ci sono già, oppure si possono individuare tramite la discussione collettiva. L'importante è non dare l'innovazione per scontata né temere di contrastarla, quando necessario, per indirizzarla verso il progresso a beneficio di tutti. Non solo non è impossibile, non sarebbe neppure inedito", come sostengono Antonio Aloisi e Valerio De Stefano nel loro libro "Il tuo Capo è un algoritmo" (Laterza).
La sfida risiede proprio qui: ovvero come mettere l'innovazione al servizio dello sviluppo della persona in un sistema economico che deve essere al servizio dell'uomo entro una cornice di regole chiare in termini di doveri-responsabilità e di riconoscimento dei diritti. Riusciremo a vincere questa sfida se le lavoratrici e i lavoratori della gig economy e tutte le persone che usufruiscono di questi servizi digitali saranno uniti soprattutto in nome di quei "due principi anteriori alla ragione", di cui parlava Jean-Jacques Rousseau.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 21 marzo 2021
L'affermazione del professor Ainis (La Repubblica, 12 marzo) secondo cui la degenerazione correntizia della magistratura, al pari di quella che affligge i partiti, "non è figlia della Costituzione" appare così importante, nella discussione in corso in questi tempi così travagliati, da suggerire qualche ulteriore riflessione (v. Il Riformista 16 marzo). Se la tesi fosse corretta se ne dovrebbe ricavare la convinzione, che l'autorevole commentatore ha esplicitato, per cui basterebbe qualche aggiustamento alla legge elettorale che regola la composizione della parte togata del Csm (i 2/3 del tutto) per porre rimedio ai tanti mali della corporazione che, a occhio e croce, sono sopravvissuti ad almeno tre decenni di leggi, profluvi di circolari e, persino, modifiche costituzionali (l'articolo 111) volte a tentare un riequilibrio dei rapporti di forza processuali e ordinamentali dentro e fuori della magistratura.
Discorso complesso ovviamente e che purtroppo impone un certo schematismo e qualche inevitabile approssimazione. Che la Costituzione del 1948, secondo la retorica rinfocolata dal referendum costituzionale del 2016, sia la "più bella del mondo" è in verità largamente opinabile. A occhio e croce: 67 Governi in circa 70 anni, gli ultimi 3 in meno di 3 anni; un presidente della Repubblica che, ben oltre le funzioni previste, ha dovuto in almeno 3 occasioni (Ciampi, Monti, Draghi), costruire una maggioranza parlamentare e indicare il premier da votare con il relativo programma di governo; una Corte costituzionale che, ben oltre le funzioni previste, ha espanso il proprio intervento sino a imporre al Parlamento tempi e modi della legislazione e a esautorarlo su questioni cruciali per la società (eutanasia, fecondazione assistita, carceri e molto altro); una società malata di una denatalità cronica, malgrado la famiglia sia stata innalzata a "società naturale" che lo Stato "riconosce"; una "eguaglianza morale e giuridica dei coniugi" strangolata senza rimedi da una legislazione che penalizza il lavoro femminile e lo priva di assistenza pubblica; una scuola "aperta a tutti" e in cui ai "capaci e meritevoli" è riconosciuto "il diritto di accedere ai gradi più alti degli studi", sbeffeggiata dalla fuga all'estero dei migliori alla ricerca di opportunità di studio e di lavoro; l'autonomia universitaria tante volte trasformata in escamotage per assunzioni familistiche e per la moltiplicazione di cattedre in cui allocare congregati e affiliati; un sistema tributario, giustamente, "informato a criteri di progressività" che tuttavia - proprio a causa di questo suo connotato ideale - è divenuto la ragione prima dell'evasione e dell'elusione fiscale dei redditi più alti inevitabilmente inclini alla flat tax; un assetto regionalista che ha trasformato l'Italia in un caleidoscopio di inefficienze e sprechi; una pubblica amministrazione esautorata da commissari e generali persino per svolgere la più elementare delle funzioni in tempi di pandemia; un parlamento surrogato dai Dpcm per mancanza di una minima regola costituzionale sui poteri d'emergenza.
E si potrebbe proseguire a lungo, quasi articolo per articolo, per dimostrare che la Costituzione più bella del mondo ha finito per agevolare lo sviluppo di un modello di società consociativa, ipergarantita, corporativa, insofferente allo Stato, vocazionalmente anomica, esosa per le finanze pubbliche, riottosa ai propri doveri, rancorosa per i diritti negati. Sarà stata anche bella la Carta, ma appare oggi un compendio di troppe inefficienze che proprio il suo scudo rende quasi insormontabili e praticamente ineliminabili.
Poi, per carità, la parte dei diritti fondamentali e delle libertà è un inno alla gioia, ne possiamo andare fieri come una Venere di Milo, splendida, ma senza braccia per agire. Se le regole sugli apparati pubblici e sulle sue articolazioni sociali ne impediscono o ne ostacolano la piena attuazione, allora la beffa consumata dai costituenti appare ancora più grande.
Temevano, giustamente, uno Stato autoritario e hanno posto le radici per la nascita di uno Stato privo di autorevolezza, sfiduciato alla fine dai suoi stessi cittadini, tante volte indotti a costruire circuiti alternativi - vere e proprie corporazioni, spesso, se non lobby e cosche - attraverso cui esercitare le proprie pretese, tutelare i propri diritti, soddisfare le proprie aspettative; tutte cresciute e prosperate al riparo della tutela accordata alle "formazioni sociali" che costituiscono l'ossatura politica della Nazione (articolo 2) e ne sono divenute, una volta di troppo, la pietra d'inciampo.
Lunga, quanto sommaria, premessa per tornare al tema se la degenerazione correntizia della magistratura sia o meno "figlia della Costituzione", se si possa davvero ritenere che la sua bellezza sia stata sfigurata da figli degeneri e irriguardosi. Oppure se sia lecito dubitare che l'architettura costituzionale della giurisdizione, anche dopo la riforma del 1999, portasse con sé e in sé i germi di una inevitabile corrosione interna.
Si faccia il caso: affiancare al principio di obbligatorietà dell'azione penale il precetto della ragionevole durata del processo (1999-2001) è equivalso a innescare una miccia esplosiva che ha fatto definitivamente deragliare un treno già reso ondivago e traballante dalla previsione di un rito processuale di stampo accusatorio (1988).
È chiaro che la prescrizione sia uno scempio morale e costituzionale, ma è resa inevitabile dall'enormità del carico penale che è generato proprio dal principio di obbligatorietà dell'azione penale per giunta da attuare in un processo accusatorio. Una miscela talmente instabile da aver consentito a taluno di affermare che, purtroppo, le prove granitiche acquisite durante le indagini evaporano in dibattimento; quasi che, se non ci si mettessero di mezzo i difensori, avremmo il processo perfetto.
La Prima Repubblica mitigava il tutto grazie a un rito di stampo inquisitorio (1930) e, soprattutto, dispensando diffusamente amnistie e indulti. Poi il parlamento, sotto il cielo giustizialista (1992), si è privato anche di questo strumento di regolazione politica delle pendenze processuali e di depurazione delle aule di giustizia - prevedendo un'irraggiungibile maggioranza dei due terzi per approvarle - e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. L'ultimo provvedimento deflattivo è del 2006, mentre dal 1948 al 1992 erano stati adottati oltre 40 leggi clemenziali.
Donde l'ergersi di un pm che, senza prescrizione, può condannare l'imputato alla pena del processo eterno e senza che nessuno possa porvi rimedio. È chiaro, ancora, che prevedere un Csm elettivo esaltava l'autogoverno della magistratura (non la sua autonomia), svincolandola dal ministro della Giustizia, ma si doveva immaginare che - nella pressoché totale inerzia del legislatore, incapace di mettere mano in modo radicale a un ordinamento giudiziario del 1941 - Palazzo dei Marescialli avrebbe finito per svolgere un ruolo decisivo e attrattivo verso le toghe, totalmente soggette al potere dell'organo di autogoverno e sotto ogni profilo della loro carriera.
Tanto da costringere la Corte costituzionale a dover ricordare che "nel patrimonio di beni compresi" nello status professionale dei magistrati "vi è anche quello dell'indipendenza, la quale, se appartiene alla magistratura nel suo complesso, si puntualizza pure nel singolo magistrato, qualificandone la posizione sia all'interno che all'esterno: nei confronti degli altri magistrati, di ogni altro potere dello Stato e dello stesso Consiglio superiore della magistratura" (sentenza 497/2000); un argine alle stesse funzioni consiliari previste dalla Costituzione e da rendere ancor più insuperabile nella crisi clientelare con un'adeguata "rivoluzione costituzionale".
*Magistrato
di Gloria Riva
L'Espresso, 21 marzo 2021
Negli ultimi 5 anni è questa la cifra impiegata dal nostro Paese. Con i fondi per favorire lo sviluppo di Paesi africani impiegati per aerei, navi e droni. Al di là dell'Oceano la questione migranti è plasticamente rappresentata dal muro di Tijuana, che separa il Messico da San Diego. Il muro della Vergogna, lo chiamano i messicani. Una tangibile barriera di sicurezza incarna il gretto tentativo yankee di stoppare il flusso umano proveniente da Centro e Sud America.
In Europa, non essendo possibile costruire una muraglia in mezzo al Mar Mediterraneo, tantomeno sulle spiagge di Lampedusa, si è quindi lavorato a una cortina fatta di fondi, finanziamenti e progetti utili a materializzare armi, posti di blocco militari, droni, sistemi di sorveglianza e tanto altro ancora per stoppare gli sbarchi sulle coste italiane di chi proviene da Niger, Sudan, Libia, Tunisia, Etiopia.
Quell'immaginaria linea Maginot che separa i due continenti è composta da 317 linee di finanziamento, gestite dall'Italia con fondi propri e parzialmente cofinanziati dall'Unione Europea, costate ai contribuenti 1,33 miliardi di euro tra il 2015 e la fine del 2020. A calcolarlo è il dossier The Big Wall, Il Grande Muro, realizzato da ActionAid Italia, l'organizzazione internazionale impegnata nella lotta alle cause della povertà, che per la prima volta rivela quanti soldi il nostro paese ha investito nel contrasto all'immigrazione irregolare e come sono stati spesi.
Un lavoro complesso perché, come spiega Roberto Sensi, Policy Advisor Global Inequality di ActionAid, "non esistono dati ufficiali che raccolgono, organizzano e rendono accessibili le informazioni sulla distribuzione di queste risorse pubbliche. Sono serviti mesi di lavoro per ricostruire, attraverso numerose richieste di accesso effettuate dalla società civile, quanti e quali fondi sono stati utilizzati per contrastare il fenomeno dell'immigrazione". Risultato: la metà delle risorse - 666,3 milioni - è stata usata per il controllo dei confini, ovvero per l'acquisto di 16 imbarcazioni, due aerei, cinque elicotteri, sette droni, più svariati sistemi radar e di intercettazione da parte della Guardia di Finanza, della Marina Militare e della Polizia di Stato.
A vincere gli appalti sono quasi sempre Leonardo spa, il cui maggior azionista è il ministero dell'Economia e delle Finanze, e i Cantieri Navali Vittoria che, ironia della sorte, negli stabilimenti navali di Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia, impiegano soprattutto manodopera straniera: sono loro stessi a realizzare le unità marine che contribuiscono a respingere i migrati nel Mediterraneo.
"Il controllo dei confini, come rileva la nostra indagine, ha poco a che vedere con l'aiuto dei migranti, molto con la repressione dei flussi migratori. Un sostegno fondamentale è arrivato dalla stessa Unione europea, che ha finanziato per il 65 per cento la spesa italiana per il controllo delle frontiere", spiega Sensi. Mentre lo Stato italiano va all'incasso, perché i soldi stanziati per l'acquisto di nuovi equipaggiamenti finiscono nelle casse dell'ex Finmeccanica, e quindi del ministero dell'Economia. Sensi spiega inoltre che "quel contributo è destinato ad aumentare nei prossimi anni come prevede il nuovo quadro finanziario pluriennale europeo, in vigore da quest'anno e fino al 2027, che ha stabilito un capitolo specifico per le migrazioni, destinate per lo più al controllo dei confini e ai rimpatri".
Per un totale di 195,3 milioni di euro, la seconda voce di spesa è quella delle cause profonde: rappresenta il 14 per cento delle spese totali. Si tratta di 97 progetti di cooperazione allo sviluppo nei paesi di origine o di transito che puntano a migliorare le condizioni sociali ed economiche per evitare che la popolazione locale sia costretta a lasciare i propri territori: sostanzialmente risponde alla logica dell'"Aiutiamoli a casa loro". Il primo paese a beneficiarne l'Etiopia e molti dei fondi - 19,8 milioni - sono stati usati dal governo locale per realizzare il Youth Employability Center a Dahir Bar, per ovviare al problema dei giovani disoccupati e quindi potenziali migranti. "L'obiettivo primario del progetto, secondo il documento di finanziamento, è la "riduzione della migrazione irregolare, tramite un miglioramento delle condizioni di vita". Ma in quel documento non corrisponde alcun indicatore progettuale: di fatto il raggiungimento dell'obiettivo non è verificabile", si legge nel dossier The Big Wall. Detto altrimenti, non è possibile sapere se, dopo aver partecipato al progetto, i giovani hanno trovato un'occupazione o sono comunque saliti su un barcone alla volta di Lampedusa.
Infatti il meccanismo di ripartizione di quei fondi segue altre logiche: "Più uno Stato si impegna nella repressione della migrazione e nei rimpatri, più riceve finanziamenti per lo sviluppo locale. Il fine ultimo è sempre quello di ridurre gli sbarchi e poco interessa sapere se i finanziamenti siano serviti per migliorare le condizioni di vita di chi rimane in Africa", dice Sensi, che racconta come non a caso al ministero degli Esteri, per via di una norma contenuta nel Decreto Sicurezza bis voluto dall'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini, è stato istituto un Fondo Premialità per i Rimpatri, che ha una capienza di 50 milioni di euro, e sostiene quei paesi africani che più si impegnano ad ostacolare la dipartita dei loro connazionali, "anche se le azioni messe in atto sono di tipo repressivo", commenta Sensi. È un funzionario del ministero degli Affari Esteri, che chiede l'anonimato, a spiegare che quel denaro veniva elargito a piene mani, senza troppi vincoli: "Il mantra era che più sviluppo avrebbe fermato le migrazioni e in un certo momento ha funzionato per tutti. Ha funzionato per l'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ente che fa capo al ministero degli Esteri, e che giustificava i propri fondi di fronte a una politica spaventata dalla questione degli sbarchi; e ha funzionato per molte Ong, che hanno sfruttato le migrazioni, inserendo questa voce come il prezzemolo nella presentazione di richieste di finanziamento", spiega ad ActionAid un funzionario del ministero degli Affari Esteri. Eppure molti studiosi dei fenomeni migratori nutrono perplessità sulla strategia "aiutiamoli a casa loro".
Michael Clemens, economista dello sviluppo che lavora al Center for Global Development di Washington, sostiene infatti che proprio lo sviluppo locale creato su modello delle economie occidentali può far aumentare le migrazioni. E ancora, Bram Frouws, direttore del Mixed Migration Center, un think-tank che studia la mobilità internazionale, sottolinea come l'approccio delle "cause profonde" paradossalmente rimane sempre in superficie: "Non si parla mai di accordi internazionali per salvaguardare la pesca, che è una risorsa per le comunità locali, tantomeno di accaparramento di terre da parte di speculatori, di grandi opere o di corruzione e vendita di armi o di preservazione dell'ambiente, che è una delle prime cause di migrazione, ma di una generica vulnerabilità economica, della scarsa stabilità degli stati. Di un fenomeno quasi astratto, in cui gli attori europei si esentano da qualsiasi responsabilità".
Inoltre, in nome della lotta alla migrazione irregolare, l'intervento non avviene nei paesi più poveri, ma in quelli ad alta incidenza migratoria: ecco perché Etiopia e Sudan, che sono paesi in cui transita la tratta dei migranti, si spartiscono rispettivamente 47 e 32 milioni di euro. Recentemente anche il Niger è diventato un grande beneficiario di questi fondi. Non perché è uno dei paesi più poveri al mondo, ma perché da qui passa il flusso di persone che, dopo aver attraversato il paese fino alla città di Agadez, scompare nel Sahara per poi emergere, giorni dopo nel Sud libico.
Nel 2016 l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni registra quasi 300mila persone in transito lungo quella tratta e così, dall'anno successivo, l'Italia stanzia 50 milioni per lo sviluppo del Niger: "I documenti progettuali contengono una serie di condizioni per la prosecuzione al finanziamento, tra cui l'aumento dei controlli lungo le piste per la Libia e l'adozione di normative stringenti per il controllo delle frontiere", rivela l'indagine di ActionAid. L'effetto è il blocco della libera circolazione garantita all'interno della Comunità Economica degli stati Uniti dell'Africa Occidentale, una sorta di spazio Schengen tra 15 paesi della zona: "Sarebbe come immaginare che l'Unione Africana convincesse l'Italia a non far scendere i cittadini francesi al di sotto di Roma perché potrebbero imbarcarsi per l'Africa", commenta Sensi.
In nome dello stop alla tratta, l'allora ministero dell'Interno italiano, Angelino Alfano, appoggia anche l'Egitto e lo fa nel 2016, a ridosso dell'omicidio del ricercatore Giulio Regeni, in cui la complicità e la copertura da parte delle forze di sicurezza egiziane sembrano fin da subito evidenti: "È assurdo, ma l'Italia inizia a sostenere l'Egitto nei negoziati con l'Unione Europea proprio in quel periodo", spiega l'avvocato Muhammed Al-Kashef, membro della Egyptian Initiative for Personal Right e oggi rifugiato in Germania.
L'Italia finanzierà un software per la presa delle impronte digitali in uso alla polizia locale egiziana e la creazione di un'accademia di polizia al Cairo per formare agenti di frontiera: "Roma poteva giocare un ruolo in Egitto, sostenere il processo democratico dopo la rivoluzione del 2011, ma ha preferito cadere nella trappola della migrazione, temendo un'ondata migratoria che non ci sarebbe mai stata", sostiene Al-Kashef.
Anche il capitolo della governance, a cui sono dedicati 146,2 milioni di euro, ovvero l'11 per cento della spesa totale, si ricollega in modo significativo all'obiettivo di accrescere il controllo delle frontiere, dotandoli di apparati amministrativi, strutture di coordinamento e quadri normativi contro la tratta. Poco o nulla (14,7 milioni) resta per per i progetti di sensibilizzazione, ovvero per fornire informazioni sui rischi della migrazione irregolare, finanziati tramite i progetti di cooperazione internazionale del ministero degli Esteri e dell'Interno. Gli interventi di sensibilizzazione sono a loro volta sovrapposti, dentro lo stesso progetto, a interventi di contrasto alla tratta e al traffico di migranti (il cosiddetto antitraffiking) a cui sono stati destinati 142,5 milioni. Una parte significativa di questi interventi è rivolta alla lotta agli scafisti del Mediterraneo, che complessivamente è servita ad arrestare 143 scafisti e distruggere cinquecento imbarcazioni: "Ma questa attività non ha condotto a interventi giudiziari e di indagine in grado di risalire ai vertici delle organizzazioni criminali. Di più, ha contribuito a reimmettere le persone intercettate in circuiti di detenzione e partenza", si legge nel dossier di ActionAid. Una parte minoritaria di questa spesa è invece dedicata alla protezione delle vittime di tratta e alla cooperazione tra forze di polizie e apparati giudiziari per casi di tratta internazionale di persone a scopo di lavoro forzato o prostituzione.
Novantadue milioni di euro sono destinati alla protezione dei rifugiati, mentre un capitolo di spesa importante è destinato ai rimpatri forzati o volontari: sono 64 milioni di euro. "Anche qui, non si tiene traccia di quale strada prendano queste persone dopo essere tornate in Africa. È probabile che molte, non avendo alternativa, cerchino nuovamente di imbarcarsi alla volta dell'Italia", dice Sensi. Infine, appena 15,1 milioni di euro - ovvero il 1,1 per cento della spesa totale - sono stanziati, "per quella che potrebbe rappresentare una delle crepe più importanti, e finora quasi impercettibili, nel Grande Muro", dice Sensi, che aggiunge: "Il modo migliore per stoppare la tratta irregolare dei migranti è rendere legale la migrazione". Ma in questo grande piano di finanziamenti e convenzioni c'è una regola che non viene mai meno: dai 25 paesi africani nessuno deve arrivare in Italia. Unica eccezione ammessa è partire con un visto. I funzionari delle ambasciate, però, hanno istruzioni precise: chi non ha qualcosa a cui tornare non va accettato. E non valgono amori e affetti, ma solo rendite, proprietà, affari, posizioni.
di Andrew Stroehlein*
Il Domani, 21 marzo 2021
Ilham Tohti, Ahmed Mansoor, Sonia Guajajara, Bobi Wine: anche se meno noti, esprimono i loro ideali con la stessa forza Decine di attivisti decidono di sfidare il potere, consegnando le proprie vite a una causa, anche fino al sacrificio estremo. Vengono da parti diverse del mondo ma hanno in comune gli ideali e lo stato di dissidenti.
Quando l'attivista dell'opposizione Aleksej Navalny è tornato in Russia a gennaio, nonostante lì fosse stato avvelenato, in tanti si sono chiesti perché. Sapeva che sarebbe stato arrestato e presto è stato condannato a più di due anni di carcere. Perché mettersi in una posizione simile? Navalny ha dimostrato di avere un tipo raro di determinazione e coraggio. Raro, ma non unico. Se ci guardiamo intorno nel mondo, ci sono persone coraggiose in altri contesti che corrono rischi simili. Anche questi dissidenti, meno conosciuti a livello mondiale, meritano la nostra attenzione.
Ognuno di questi "altri Navalny" ha una storia particolare. Alcuni hanno ambizioni politiche. Altri si concentrano nell'offrire un aiuto alle vittime di oppressione oppure nel fare pressioni per riforme sui diritti umani. Qualcuno inizia con l'attivismo e finisce per cercare una carica politica. Eppure ciò che questi dissidenti hanno in comune è una singolare dedizione alle proprie cause, che ci lascia a bocca aperta.
Ilham Tohti - La Cina ha tanti eroi viventi. Tra questi c'è Tohti, un economista di etnia uigura critico del governo. Di fronte agli abusi e alla discriminazione delle autorità nei confronti della popolazione uigura nella regione dello Xinjiang, Tohti è stato la voce della ragione e del decoro. Ha proposto soluzioni pratiche alla discriminazione economica degli uiguri e ha parlato della necessità di un sistema legale indipendente per contrastare gli abusi dello stato. Tohti ha sollecitato un dibattito pacifico tra studenti, studiosi e la popolazione più in generale. Era il tipo di riformatore pacifico che le autorità avrebbero dovuto accogliere, visti i timori spesso dichiarati di disordini da parte dei radicali nella regione. Ma nel 2014 Tohti è stato condannato all'ergastolo con false accuse di "separatismo" dopo un processo ingiusto e assurdo. Tohti non ha taciuto nella miniera di carbone dello Xinjiang. Negli anni successivi alla sua condanna il governo cinese ha intensificato la repressione nella regione, detenendo arbitrariamente un milione di uiguri e di altri musulmani turchi in "campi di rieducazione" ed espandendo i suoi sistemi automatizzati di sorveglianza di massa a estremi oscuri. Il governo cinese vuole che il mondo dimentichi Tohti. Non è successo. Il Parlamento europeo gli ha conferito il prestigioso Premio Sacharov nel 2019 e la diaspora degli uiguri ha tenuto Tohti e gli abusi della Cina sotto gli occhi di tutto il mondo.
Ahmed Mansoor - Noto attivista per i diritti umani negli Emirati Arabi, Mansoor è stato condannato a 10 anni di carcere nel 2018 con accuse interamente legate alle sue dichiarazioni sui diritti fondamentali. Sì: un decennio in prigione per non aver detto nient'altro che la verità. Come se anche le autorità degli Emirati Arabi Uniti si rendessero conto di quanto fosse imbarazzante, il processo e l'appello di Mansoor si sono svolti a porte chiuse. Il governo si è rifiutato di rendere pubblici il documento di accusa e le sentenze del tribunale. Il caso ricorda una frase di 1984 di Orwell: "La libertà è libertà di dire che due più due fa quattro". L'insistenza sui semplici fatti richiede coraggio nei luoghi in cui le autorità repressive sembrano coscienti della frase successiva di Orwell: "Se questo è concesso, tutto il resto segue". Come ha detto Khalid Ibrahim, direttore esecutivo del Gulf centre for human rights, "Ahmed Mansoor sapeva di rischiare la prigione quando si è dato alla protesta contro le violazioni dei diritti umani nel suo paese e nella regione più ampia, eppure lo ha fatto con coraggio e dedizione. Ecco perché le autorità degli Emirati Arabi Uniti lo hanno punito così duramente".
Sônia Guajajara - L'attivista brasiliana è diventata una potenza nella causa dei diritti degli indigeni e dell'ambiente, in forte opposizione al governo populista di Jair Bolsonaro per le sue politiche disastrose che hanno contribuito alla rapida distruzione dell'Amazzonia. C'è chi potrebbe pensare che non sia corretto mettere a confronto un dissidente della Russia, della Cina o degli Emirati Arabi con uno di un paese più democratico come il Brasile. Ma l'attivismo ambientale, compreso quello relativo ai diritti delle terre indigene, lì è incredibilmente pericoloso. Secondo la Pastoral land commission, un'organizzazione non profit che aiuta le vittime, nel decennio scorso più di 300 persone sono state uccise in Brasile in conflitti legati all'uso della terra e delle risorse negli stati amazzonici. Molte di loro sono state assassinate per mano di chi è implicato nella deforestazione illegale. Nata in un villaggio della foresta pluviale del popolo Guajajara, Sônia è diventata la prima indigena in Brasile a candidarsi per un ufficio esecutivo federale, mirando alla posizione di vice presidente. Di certo conosce i gravi rischi che deve affrontare dopo l'uccisione di attivisti della sua stessa etnia. Eppure continua a far sentire la sua voce, in particolare contro le violente reti criminali che stanno dietro a questi omicidi.
Bobi Wine - Il musicista ugandese e leader dell'opposizione Robert Kyagulanyi, meglio conosciuto con il nome d'arte Bobi Wine, ha avuto l'ardire di sfidare il presidente da cinque mandati, Yoweri Museveni, per la carica più alta del paese (anche se Museveni detiene tutte le leve della violenza di stato e i suoi scagnozzi non hanno paura di usarle). La storia di Wine quasi implora di essere trasformata in film. Proviene da una baraccopoli di Kampala e ha saputo esprimere le frustrazioni di una nuova generazione, prima nella musica e poi nella politica. "Mi sono reso conto che non ci salverà nessuno", ha detto in un'intervista a Rolling Stone. "Dobbiamo farlo da soli". È diventato la voce dei giovani ugandesi stanchi della corruzione dilagante di pochi e del profondo impoverimento di molti. È stato arrestato innumerevoli volte e torturato per aver esercitato il suo diritto fondamentale alla libertà di parola. Il fatto che Wine abbia dovuto fare una campagna con addosso un giubbotto antiproiettile e un elmetto la dice lunga sulla politica dell'Uganda, e anche sulla dedizione di Wine. Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni di gennaio, Human rights watch ha documentato "uccisioni da parte delle forze di sicurezza, arresti e percosse di sostenitori e giornalisti dell'opposizione, l'interruzione di manifestazioni e la chiusura di Internet". Museveni è stato dichiarato vincitore e Wine è stato messo agli arresti domiciliari. Wine continuerà a combattere, questo è certo.
Cosa li accomuna - Questi dissidenti vengono tutti da contesti diversi e lavorano in contesti diversi. C'è un valore però nel mettere insieme esempi come questi, per aiutarci a capire meglio cosa rende tali leader eccezionali. Lavorando sui diritti umani e seguendo dissidenti come quelli presentati - a volte, anche avendo la fortuna di lavorare con loro - ho scoperto una caratteristica costante: la certezza di visione e di obiettivo. Vent'anni fa ho chiesto ad Anna Politkovskaya, giornalista investigativa russa e difensore dei diritti umani, come riusciva a continuare a fare quello che faceva. Per i suoi resoconti sugli abusi delle forze russe nella seconda guerra cecena i militari l'hanno arrestata, picchiata e sottoposta a una finta esecuzione. "Come fa a portare avanti le sue indagini?", le ho chiesto. "Sicuramente sa che le intimidazioni dei militari non sono solo una farsa, e che la prossima volta potrebbero effettivamente ucciderla, no?".
"Certo", ha risposto. Non poteva fare altrimenti: i crimini dovevano essere resi noti e lei era nella posizione per farlo. Conosceva i rischi. Politkovskaya è stata avvelenata su un aereo nel 2004, come è successo a Navalny l'anno scorso. È sopravvissuta all'avvelenamento, ma le hanno sparato mortalmente di fronte al suo appartamento nel 2006. Non credo che i difensori dei diritti umani come Politkovskaya abbiano alcun desiderio di diventare martiri. Sentono profondamente la gravità della questione e diventano posseduti dall'importanza storica di ciò che fanno.
Tutti questi dissidenti vedono ciò che è fondamentale in un modo diverso da chi li circonda, o in un modo in cui chi è loro intorno non riesce a esprimere a parole. Le loro società sono impantanate nella corruzione e nelle reti di potere, ma loro fanno breccia con richieste essenziali che risuonano: il diritto di dire ciò che si pensa; il diritto a un ambiente sano; il diritto di protestare pacificamente; il diritto di eleggere i propri rappresentanti e che il proprio voto sia considerato. Non chiedono il mondo, ma quello che centinaia di milioni di persone in tutto il mondo hanno già e spesso danno per scontato. È la semplicità del loro messaggio che rende questi dissidenti efficaci. Questa semplicità può catalizzare un sostegno diffuso, e le persone politicamente consapevoli lo sanno. Ma ciò che vale per tutti loro è che non possono fare altrimenti.
Le ragioni dell'anima - La maggior parte delle persone guarda il ritorno di Navalny in Russia e lo giudica irrazionale. Ma un dissidente vede l'irrazionale come una chiamata. Anzi, per i dissidenti, invece, sono le autorità a essere irrazionali. I dissidenti rimangono convinti delle loro idee, anno dopo anno. fino a quando, con un duro lavoro e con fortuna, un numero sempre maggiore di persone inizia a considerare razionale l'irrazionale. È allora che ottengono una vittoria in un'aula di tribunale, o a un risultato elettorale fondamentale, o forse anche a qualcosa di monumentale come la fine di un sistema oppressivo. Purtroppo più spesso accade che siano le autorità a schiacciarli. Il fatto è che la maggior parte dei dissidenti non finisce per persuadere le proprie società a cambiare. Molti dissidenti affrontano un destino orribile che forse vedono venirgli incontro. Non è che non abbiano a cuore la propria vita; è che vogliono che la propria vita sia importante.
Insieme ai miei colleghi ho avuto il privilegio lo scorso anno di intervistare a distanza un difensore dei diritti umani incarcerato in Kirghizistan, Azimjon Askarov, pochi mesi prima che morisse, in prigione, perché le autorità gli hanno negato cure mediche adeguate. Tra le tante cose profonde che ha detto, dopo dieci anni di ingiusta detenzione, ricorderò soprattutto questa: "Anche se sono in prigione, sento che la mia anima è libera". Molti penseranno che è una cosa irrazionale. Ma dentro a questa visione del mondo, che incomincio a capire e condividere, ha senso. Le autorità repressive continuano a cercare di farci impazzire. Ma ci aggrappiamo a ciò che è reale, almeno nell'unico luogo che controlliamo e che non possono raggiungere: l'anima.
*Questo articolo è stato pubblicato sulla testata online Persuasion
di Michele Farina
Corriere della Sera, 21 marzo 2021
Kyal Sin aveva 19 anni, era l'Angelo di Mandalay e li è morta mentre protestava contro il golpe dei militari: è diventata il volto simbolo di una generazione che in tanti Paesi, con innocenza e consapevolezza, ha scelto di sfidare il potere autoritario.
Una maglietta nera con la scritta bianca, "Everything will be Ok", una maschera da sub che anziché a guardare i pesci doveva servire a proteggerla dai lacrimogeni. Gli ultimi minuti della vita di Kyal Sin luccicano in un video che ha fatto il giro del mondo: una giovane donna di diciannove anni con i capelli raccolti che guida un gruppo di pacifici dimostranti lungo una strada di Mandalay, mercoledì 3 marzo 2021, un mese e due giorni dopo il golpe con il quale i militari hanno dato un calcio alla fragile, imperfetta democrazia birmana. Dal fondo della via le forze di sicurezza fanno partire i primi spari. Molti ragazzi appaiono disorientati, ed è Kyal Sin a rassicurarli con la sua voce decisa: "Siamo uniti?". La risposta è una canzone che rinsalda i cuori: "Uniti, uniti". Uno del gruppo, Myat Tu, poi racconterà di come la sua giovane amica con la maglietta nera l'avesse convinto ad abbassarsi: "Sta' giù, o i proiettili ti colpiranno".
In prima linea - Il giorno dopo erano migliaia al suo funerale. Kyal Sin, conosciuta come Angel, è una delle decine di vittime della repressione birmana 2021. Molti dei caduti di queste settimane sono ragazze e ragazzi. Volti incontaminati che agli occhi dell'opinione pubblica internazionale hanno preso il posto di un simbolo ingombrante e imbarazzante come quello di Aung San Suu Kyi, la storica Signora della speranza che per non inimicarsi i generali ha finito per rendersi corresponsabile dei loro crimini, per esempio nei confronti del popolo Rohingya e di altre minoranze. Ma la cosiddetta Generazione Z, nata a cavallo del milennio, è in prima linea non soltanto nel Paese che i generali amici della Cina e del Giappone hanno ribattezzato Myanmar. In diversi luoghi caldi del mondo dove è in gioco la libertà, dalla Russia al Sudamerica, dall'Africa a Hong Kong passando per l'Egitto, accade che a metterci la faccia e il petto siano anche - e talvolta soprattutto - i giovani e giovanissimi. Si potrebbe sostenere con più di una ragione che questa è una costante anagrafica di tante rivoluzioni e di mille resistenze umane. Eppure c'è qualcosa che unisce, rendendoli a loro modo unici nella storia, i ragazzi e le ragazze come Kyal Sin. Innocenza e consapevolezza, praticità e idealismo, fantasia e tecnologia. E una precocità disarmante, che li/le rende veterani/e (o martiri) mentre sulla carta non dovrebbero essere altro che teenager alle prime armi tutti/e Instagram e smartphone. Il loro tempo non è lineare, si muove a salti, fughe in avanti e scatti di lato: è la tensione tra un futuro che non è mai parso così smisurato e l'urgenza di un presente con il fiato corto. Un tempo di lungimirante impazienza.
La tenerezza - Così l'Angelo di Mandalay indossava una maglietta con quella scritta ottimista, da vecchio reggae caraibico o da inizio pandemia ("Tutto andrà bene"), ma intanto agli amici mandava messaggi indicando il suo gruppo sanguigno, nel caso fosse rimasta ferita. Ma non ha avuto bisogno di trasfusioni, Kyal Sin. È morta sul colpo, per un proiettile alla testa, nel giorno in cui molti teenager sono stati uccisi in tutta la Birmania. Su Facebook aveva chiesto per ogni evenienza che i suoi organi fossero donati. Al funerale, la zia ha trovato parole semplici e forti: "Sono triste, ma so che loro cadranno presto. La nostra lotta vincerà". Fa tenerezza, questa saldatura familiar/generazionale tra una nipote e una zia. Kyal Sin era una cultrice di taekwondo e amava ballare al DA-Star Dance Club di Mandalay, hanno raccontato gli amici. Aveva votato orgogliosamente per la prima volta l'8 novembre scorso, alle elezioni che avevano visto la sconfitta netta del partito dei generali. In una foto Angel bacia il dito con l'inchiostro viola, segno dell'avvenuta votazione: "Ho fatto il mio dovere per il mio Paese". Tra i suoi doveri non ci doveva essere quello di farsi ammazzare dai militari golpisti un mercoledì mattina. E certo nella rabbiosa naturalezza con cui i giovani come Kyal Sin mettono in conto l'eventualità della morte c'è il mucchio di aspettative che hanno alimentato le loro brevi vite. Ci sono le cose non vissute: i ragazzi birmani non hanno patito la paura e il terrore che hanno reso guardinghi i genitori. Sprigionano un'energia contagiosa che risale le generazioni e alla quale si aggrappa un'intera comunità come nella saga di Hunger Games, con quel saluto a tre dita incredibilmente diventato il segno onnipresente della resilienza dei birmani contro gli antichi potenti.
La rabbia - Aspettative mancate: nella rabbia dei giovani tunisini che in questo inizio 2021, lontano dai riflettori internazionali, hanno urlato la loro frustrazione (disoccupazione al 36%) c'è anche la delusione per le promesse dissolte di quella rivoluzione dei gelsomini che dieci anni fa era stata l'unica fioritura duratura delle "primavere arabe". Certo è indubbio che a Tunisi come a Mosca i giovani protestino perché tutto sommato gli è permesso farlo, non si spara sulla folla come si è pronti a fare altrove. In Siria non si mobilitano i figli dei ragazzi che nel marzo 2011 scesero in strada per chiedere riforme a Bashar Assad, perché o sono morti o sono profughi o sono nipotini del regime. In Egitto la repressione del governo Al Sisi impone il silenzio e colpisce capillarmente il dissenso prima che diventi massa critica. La violenza della repressione ha sempre le sue gradazioni territoriali, così come la forza delle proteste ha molte sfumature. Nella sfida giovanile ai niet delle autorità costituite ci può anche essere una certa dose di strafottenza, la curiosità di andare oltre il limite imposto, un impegno minimo o casuale che si focalizza strada facendo. "Voi ce lo proibite e proprio per questo noi lo facciamo". Tra le decine di migliaia di manifestanti scesi nelle strade gelate delle città russe alla fine di gennaio per chiedere la liberazione dell'oppositore Alexsej Navalny c'erano tanti giovani e una fetta mai vista di teenager. Kirill Prokofiev, studente di storia all'università di Kostroma, a nord di Mosca, ha raccontato al New York Times: "Conosco ragazzi che non avevano alcuna intenzione di manifestare in favore di Navalny. Ma quando hanno sentito di tutti quei divieti, hanno deciso di sfidarli". Nella città di Yekaterinburg, l'insegnante Irina Skachkova ha raccontato come hanno risposto gli studenti di una scuola superiore a una domanda sul presidente Vladimir Putin: "Putin ha un palazzo costruito con soldi rubati, Putin è un ladro".
Le accuse - Milioni di persone hanno visto il film-report di 113 minuti sulla reggia segreta di Putin che Navalny ha messo su YouTube prima di rientrare in Russia per farsi arrestare. La storia di quel palazzo ha colpito molto anche i giovani, sottolineano gli osservatori di cose russe, li ha colpiti probabilmente più delle rivelazioni sull'avvelenamento dell'oppositore da parte dei servizi di sicurezza legati al Cremlino. La povertà e la ricchezza, e la crescente forbice delle disuguaglianze, sono molle cruciali della Generazione Z: ma anche nel 2017, quando i ragazzi di Mosca bloccarono le strade della centralissima Tverskaya, il fattore scatenante era stata l'inchiesta del solito Navalny sulle finanze sospette dell'allora premier Medvedev. E rispetto a quattro anni fa, oggi i social network hanno una forza e una leggerezza che sfuggono alle maglie della censura (non solo) in Russia. I video con l'hashtag #Navalny alla vigilia delle grandi proteste di sabato 23 gennaio hanno raccolto 800 milioni di visualizzazioni. La mobilitazione dei ragazzi via TikTok si è rivelata imprendibile per la polizia. E anche molto divertente: in una clip che ha ottenuto mezzo milione di like una giovane donna impartisce lezioni di inglese ai manifestanti. Argomento: come passare per americani in caso di contatto ravvicinato con la polizia, come pronunciare la fatidica frase e farsi rilasciare sventolando la minaccia di chiamare un avvocato: "I'm gonna call my lawyer".
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