di Ivana Zuliani
Corriere Fiorentino, 16 dicembre 2020
Lo schermo diventa una finestra tra la realtà e la finzione drammaturgica, il teatro un ponte tra il carcere e la città. È così che un laboratorio teatrale all'interno dell'istituto penale minorile Meucci si trasforma in uno spettacolo aperto al pubblico (a distanza).
Streaming Theatre, un progetto della compagnia Interazioni Elementari, prevede due appuntamenti per l'Inverno Fiorentino. Il 19 dicembre (dalle 10 alle 12.30) andrà in scena un laboratorio integrato tra dentro e fuori: i giovani detenuti del Meucci reciteranno e dialogheranno con attori all'esterno, riuniti nello spazio del Murate Idea Park. La performance si può vedere online (https://interazionielementari.co m/). Il 23 dicembre (dalle 15.30 alle 17.30) invece ci sarà, sempre via web, la prova dello spettacolo "One man Jail- Le prigioni della mente", che utilizza alcuni testi sul tema del sogno associati a brani del Libro dell'inquietudine di Fernando Pessoa.
Il progetto risponde alla necessità di colmare due bisogni fondamentali nel processo rieducativo dei detenuti: il collegamento con la comunità esterna e la cultura del lavoro quotidiano, attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie applicate all'arte performativa. "Abbiamo iniziato a usare la diretta streaming nel 2019 per far vedere dentro cosa "One mail Jail-Le prigioni della mente" avveniva fuori e viceversa, ma con un'impostazione drammaturgica" spiegano gli attori di Interazioni Elementari, che da tre anni lavorano nel penitenziario minorile.
"Oggi, con la pandemia, questo esperimento torna utile". La compagnia è riuscita a riprendere i laboratori teatrali nel carcere a novembre, ma l'accesso al pubblico è ancora vietato. Da qui l'idea di proporre prove e spettacoli via Internet. Sul palco ci sono 10 ragazzi, tra i 14 e i 20 anni.
"E' un'emozione fortissima vederli recitare, aiutandosi a vicenda" raccontano i membri della compagnia. "All'inizio molti dicono "Del teatro non me ne frega niente", poi dopo un mese li trovi a lavorare sul palco a ridere, a divertirsi e a tirare fuori quello che hanno dentro. La magia del teatro è quella di trasformare i dolori, è catartico". In One man Jail, che dovrebbe debuttare a giugno 202, i giovani attori indossano mascherine chirurgiche artistiche e maschere in lattice con parrucche colorate.
corrierece.it, 16 dicembre 2020
Nuovo progetto per i detenuti del carcere di Carinola. Sabato 19 dicembre 2020, alle ore 10.00, presso la sede del Gran Priorato di Napoli e Sicilia del Sovrano Militare Ordine Di Malta, in Via del Priorato, 17, il Prof. Andrea Pisani Massamormile, Vice Cancelliere del Gran Priorato e Delegato di Napoli e il Dr. Carlo Brunetti, Direttore della Casa di Reclusione "G.B. Novelli" di Carinola sottoscriveranno il protocollo di intesa per la realizzazione del progetto denominato "Caregiver in carcere, avere cura di sé ... dentro".
Progetto, sperimentale e innovativo, prevede che la Delegazione di Napoli del Sovrano Militare Ordine Di Malta indirizzi, gratuitamente, alla struttura penitenziaria di Carinola dei volontari, con professionalità adeguate allo scopo, per favorire l'empowerment della persona attraverso un percorso informativo-formativo di responsabilizzazione rispetto al proprio e all'altrui stato di salute e stile di vita, favorendo la possibilità di prestare attività assistenziale a supporto di altre persone detenute in difficoltà.
di Carlo Crosato
Il Dubbio, 16 dicembre 2020
Pensavamo di averla scampata e per qualche mese ci siamo fatti prendere da una strana euforia. La seconda ondata della pandemia, tanto temuta e preannunciata, ci ha rigettati in una condizione di sospensione del normale corso degli eventi, la cui fine è tutt'ora costantemente rimandata. Comune a tutti è la sensazione di galleggiare, di non essere più in possesso del proprio tempo, e le reazioni sono variegate sia per colore, a seconda del prevalere di ottimismo o pessimismo, sia per la scala su cui si esprimono.
In "Vivere nell'insicurezza", edito da il Mulino, con il piglio dello storico Gian Enrico Rusconi collaziona e mette in prospettiva le fonti che compongono il racconto dei mesi in cui cercavamo di prendere confidenza con una situazione che confidente e prevedibile non è ancora oggi. Rileggere parole risalenti a uno "ieri" che sembra esser già molto lontano, fa riemergere in una inaspettata archeologia del presente le speranze, le illusioni, le attese, le previsioni, soprattutto le paure cui forse ora abbiamo già trovato un altro nome e una collocazione più rassicurante.
Sondando discorsi ufficiali e ricostruzioni giornalistiche, studiando le azioni intraprese dalle istituzioni politiche e mediche, questa archeologia riporta alla luce più domande che risposte, sintomo di quell'insicurezza che Rusconi caratterizza con lucidità filosofica. Se di guerra si vuol parlare, si dovrà ammettere che si tratta di una strana guerra, in cui la natura perpetua i suoi cicli mentre l'uomo, sempre più orientato alla riproduzione di interessi di brevissimo termine, ha deposto la consapevolezza della complessità viva e organica di cui è parte. Contro il virus non è possibile un combattimento frontale, ma solo un esercizio di comprensione e previsione. Ma come prevedere ciò che irrompe nella storia in maniera così brutale e fulminante? Di qui il generalizzato senso di precarietà.
Osservata nella sua declinazione individuale, in quella politica, economica e finanziaria, o su scala geopolitica, l'insicurezza è l'effetto di una novità inafferrabile, imprevedibile e soverchiante. La condizione storica che ci troviamo a vivere non offre che pochissimi appigli su cui far presa per esercitare la nostra urgenza di ordine e consequenzialità. Il disagio psichico, la reattività sconclusionata in ambito politico e sociale, le frizioni che inceppano i meccanismi geopolitici e il ridisegnarsi delle catene di valore sono altrettante sfide alla nostra intelligenza, perché il dramma non ci spinga verso rimedi peggiori del male che vogliono curare.
Reagendo a tale insicurezza, si dovrà affrontare con coraggio la questione del potenziale storico di questa fase critica: le cose cambieranno per sempre e nulla sarà come prima, oppure la pandemia si limiterà ad accelerare dinamiche già dominanti? Che ne sarà dell'ordine liberaldemocratico che pareva doversi imporre su scala globale senza alternative, con la sua tutela dei diritti civili e sociali e i suoi apparati diplomatici multilaterali? E che ne sarà della stessa globalizzazione? Si imporrà un nuovo ordine economico o la razionalità neoliberale approfondirà il proprio solco? E come si combina tale possibile approfondimento con l'allargarsi delle prerogative dello Stato per fronteggiare l'emergenza sanitaria?
Il controllo sull'individuo sarà sempre più stretto e le istituzioni che lo esercitano saranno sempre più funzionali al riprodursi delle condizioni della competizione neoliberale? Come ne uscirà il nostro rapporto con la scienza, così compromesso da dinamiche spettacolarizzanti? Ricostruendo la complessità del momento storico in cui ci troviamo, Rusconi consegna un quadro articolato e informato. La preoccupazione che guida questo libro non è quella della definitività, bensì quella di tracciare il campo interlocutorio per un confronto lungimirante in merito all'impatto della pandemia sugli individui e sulle collettività, sulle speranze di ritorno a una normalità che, forse, era essa stessa largamente problematica.
Rusconi non nutre illusioni quanto all'attivarsi di una razionalità sociale capace di combinare responsabilità personali e responsabilità pubbliche; tanto più assistendo al rafforzarsi del populismo e alla irragionevole strumentalizzazione delle incertezze che caratterizzano il progresso scientifico (su cui si segnala l'importante ultimo capitolo del libro). Eppure non ci si può arrendere a una reazione tanto spaventata quanto spaventosa, conferma del significato intimamente politico dell'assioma della (in) sicurezza.
blogsicilia.it, 16 dicembre 2020
Un carteggio dal sapore un po' rétro che confluirà in un nuovo spettacolo. Si chiama Corrispondenze la fase del progetto "Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" e vede protagonisti gli attori reclusi alla casa circondariale Pagliarelli - Lo Russo di Palermo impegnati in uno scambio epistolare con gli altri componenti della compagnia "Evasioni", diretta dalla regista Daniela Mangiacavallo, che nell'istituto penitenziario ha messo in piedi il progetto, ormai da quattro anni, trasformando i detenuti in attori della compagnia stabile, grazie al lavoro dell'associazione Baccanica da lei fondata. Un esperimento poetico per creare un dialogo tra il carcere, luogo apparentemente chiuso oltre le sbarre, e il mondo fuori.
Le prime lettere della cosidetta Fase 1 sono già partite: ogni ospite della sezione maschile, che partecipa all'avventura teatrale, ha già ricevuto il suo "dispaccio" con le indicazioni e l'invito per costruire insieme la drammaturgia del nuovo spettacolo, il quarto dopo gli applauditi Enigma, La Ballata dei Respiri e Transiti, che hanno debuttato dentro e fuori la casa circondariale.
Un gioco poetico attraverso la scrittura creativa in un momento in cui lavorare in presenza è difficile per il rispetto delle norme anti Covid. Ma l'amore e la passione per il teatro non si fermano, tanto che il motto della regista è per quest'anno "Avanti tutta".
Formatasi all'interno della Compagnia della Fortezza di Volterra, primo Centro Nazionale di teatro e carcere, fondato trent'anni fa dal regista e drammaturgo Armando Punzo, Daniela Mangiacavallo ha importato a Palermo il modello Punzo, creando un dialogo profondo tra istituzioni, pubblico e detenuti stessi. L'obiettivo è fare del lavoro di attore un'autentica professione per i carcerati e non semplicemente un'attività riabilitativa, tanto che in questi anni Baccanica ha avviato all'interno del "Pagliarelli - Lo Russo" corsi professionali per imparare i mestieri del teatro.
"Questo tempo se pur sospeso e incerto - spiega Daniela Mangiacavallo - ci sta dando la possibilità di sperimentare le più svariate sfumature dell'arte, dell'immaginazione e della creatività, andando oltre la forma. Andiamo avanti inventando innovative visioni dell'intimità".
Un carteggio, che è un po' gioco poetico, a cui si aggiungeranno testi, bozzetti, ipotesi di scenografie, per innescare un processo creativo attraverso l'uso della scrittura e che confluirà nel testo drammaturgico che sarà poi utilizzato nello spettacolo dal vivo. E mai come quest'anno l'aforisma scelto per il progetto "Per Aspera ad astra" (dal latino "Fino alle stelle superando le difficoltà") si è rivelato più calzante, proprio in questo tempo difficile fatto di distanza e solitudine, che in carcere si avvertono ancora di più. Adesso c'è un filo fatto di lettere, carta e profumo d'inchiostro a tenere accesa la speranza.
"Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" vede in rete dodici compagnie teatrali italiane che operano negli Istituti penitenziari, tra cui la Compagnia della Fortezza, che ne è partner capofila. Il progetto è promosso da Acri e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 16 dicembre 2020
Calderoli: "Faremo l'impossibile per impedirlo". Entro sabato serve il via libera del Senato. Ma la Lega annuncia ostruzionismo, presentandosi in massa a palazzo Madama. Entro la mezzanotte di sabato il decreto sicurezza, che archivia le norme di Matteo Salvini sull'immigrazione, deve avere il via libera definitivo del Senato, altrimenti decade. Dopo "stop and go", scontri nella stessa maggioranza tra Pd e 5Stelle, limature e infine l'approvazione della Camera, dove è stata messa la fiducia, l'ultimo miglio del nuovo decreto sicurezza è una corsa contro il tempo.
Oggi si entra nel vivo dell'esame del provvedimento nelle due commissioni congiunte a cui, a sorpresa, è stato assegnato: Affari costituzionali e Giustizia, quest'ultima presieduta dal legista Andrea Ostellari. La Lega e tutta la destra hanno promesso battaglia. Il leghista Roberto Calderoli annuncia: "Faremo tutto il verosimile e l'inverosimile per fermare questo provvedimento".
Ieri si è assistito all'"overbooking" nella sala capitolare in piazza della Minerva, dove si sono riunite le due commissioni alla ricerca di uno spazio abbastanza ampio da contenere una cinquantina di membri. Ma si sono presentati in massa i rappresentanti della Lega. Un eccesso di presenza, un "ostruzionismo autolesionista che ha ignorato ogni precauzione": l'ha definito Dario Parrini, il dem presidente della Affari costituzionali. Visto l'eccesso di presenze rispetto alla normativa anti Covid, Parrini ha chiamato i questori e sospeso la seduta. I leghisti a quel punto hanno chiesto di tenere la commissione nell'aula di Palazzo Madama, dove però si svolgeva la sanificazione prima della discussione del Decreto Ristori.
Oggi l'esame nelle commissioni prevede prima le audizioni, quindi la discussione generale e infine la presentazione degli emendamenti con votazioni: tutto in un giorno, in una manciata di ore. Domani infatti il decreto che cancella le regole sui migranti, il soccorso in mare e l'integrazione volute dall'ex ministro dell'Interno, va in aula per le pregiudiziali di costituzionalità.
Quindi spediti verso il voto finale, dove potrebbe essere messa la fiducia come a Montecitorio. Calderoli cavalca a sua volta la questione sanitaria per dire che l'eccesso di presenze di ieri non è dovuto all'opposizione, bensì a maggioranza e minoranza che insieme e inevitabilmente fanno assembramento. Chiede a Palazzo Madama di rispettare il regolamento. "D'altra parte questo è un provvedimento che fa entrare più immigrati, li tiene ammassati, crea più clandestini: potrebbe essere messa la maggioranza sul banco degli imputati per epidemia colposa o dolosa", attacca Calderoli. La destra alza le barricate.
"Vogliamo chiudere una stagione in cui si è giocato sulla pelle di tutti, degli italiani e dei migranti. Negare diritti, criminalizzare chi salva vite in mare o fa accoglienza, creare decine di migliaia di irregolari in più in poco tempo sono tutte cose che non sono state fatte certo nell'interesse degli italiani. Ma solo per speculare elettoralmente, sventolando la bandiera della sicurezza, ma creando in realtà più insicurezza", rimarca Matteo Mauri, il vice ministro all'Interno, del Pd, che ha seguito e in parte scritto il nuovo testo. Il provvedimento reintroduce la protezione umanitaria, che si chiamerà "speciale". Prevede un nuovo sistema di accoglienza. Molti permessi di soggiorno saranno convertibili in permessi di lavoro. Non possono essere rimpatriati i migranti in paesi dove siano violati i diritti civili e anche ci siano discriminazioni sessuali. Le mega multe alle Ong, che erano previste fino a un milione di euro e il sequestro delle imbarcazioni, scompaiono.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
La Ong Sos Mediterranee pubblica un report sul percorso di molti bambini e adolescenti che il lasciano il loro Paese d'origine da soli. La psicologa: "Per sopravvivere molti di loro devono rimuovere il dolore".
James, Esther, Sélim, Souleyman, Yasmine, Magdi, Youssouf, Abdo, Hamid e Yussif. Prima di essere "migranti", sono soprattutto adolescenti con storie particolari, spesso molto difficili. Sono esseri umani resi vulnerabili dall'età, dall'isolamento e dai pericoli del viaggio che li ha portati sulla rotta marittima migratoria più letale al mondo, il Mediterraneo centrale. Ed è alle loro storie e a quelle di tutti i giovani naufraghi che è dedicato il rapporto della Ong Sos Mediterranee pubblicato oggi in italiano con il titolo "Giovani Naufraghi, percorsi di minori salvati dalla Aquarius e dalla Ocean Viking", e che sarà presentato giovedì alle 18 sulla pagina Facebook della Ong, con Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranee Italia e Ivan Mei, Child Protection Specialist di Unicef.
Quasi un quarto dei sopravvissuti soccorsi dalla Aquarius e dalla Ocean Viking, le navi della Ong, sono minori, la maggior parte dei quali viaggia da sola. Molti dei giovani adulti a bordo - come James, Souleyman o Magdi - hanno iniziato il loro viaggio da soli prima dei 18 anni ed hanno raggiunto la maggiore età lungo la strada.
"Ho lasciato la mia famiglia in Ghana perché nella nostra tradizione una ragazza deve sposare il figlio dello zio paterno, ma io non volevo perché il mio desiderio è sempre stato di andare a scuola. Da noi, se ti sposi non puoi più studiare e nemmeno lavorare. Non è facile per una donna vivere in Ghana", racconta Esther, 17 anni. "Se non accetti le regole, la famiglia ti rigetta. Mia madre non voleva che fossi buttata per strada, ma mio padre mi diceva che se non avessi sposato l'uomo che aveva scelto per me, mi avrebbe uccisa.
Mi ha picchiata con una cinghia, mi ha minacciata. Anche mio fratello ha cercato di convincermi, anche con le botte, ma sapevo di volere un'altra vita. Ho finalmente lasciato il mio Paese alla fine di gennaio 2017. Il viaggio dal Ghana alla Libia è durato tre settimane. Non pensavo che sarebbe stato così difficile", continua ancora il racconto.
"Sono bambini e adolescenti che sono fuggiti dal loro Paese senza i genitori o gli anziani sono stati esposti, come gli adulti, a situazioni di violenza estremamente traumatiche nel loro Paese di origine e/o durante le traversate terrestri e marittime" spiega Marie Rajablat, infermiera nel settore psichiatrico e volontaria di Sos che ha partecipato a diverse missioni in mare a bordo dell'Aquarius nel 2017 e 2018 per raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti e accompagnarli.
"In prigione, le persone venivano picchiate ogni giorno.
Non è stato facile. Credo di aver passato quattro o cinque mesi lì. E un giorno, con alcuni amici, abbiamo deciso di scappare. Siamo fuggiti tutti in direzioni diverse. Non so dove siano ora. Ho corso, corso e corso, per molto tempo, finché non ce la facevo più. A un certo punto, non potevo più correre. Ero così stanco che sono crollato per terra e sono rimasto lì, in mezzo alla strada, per riposarmi. Non sapevo dove mi trovavo.
Un libico mi ha visto, è venuto a chiedermi cosa mi stava succedendo. Non ho risposto. Ho fatto finta di essere morto, perché avevo paura. Ma poi si è offerto di darmi da mangiare e aiutarmi. Siamo andati a casa sua e ci sono rimasto per circa un anno e mezzo. Facevo le pulizie per lui. Non avevo il diritto di uscire di casa. Non ho mai potuto uscire di casa. Non sono uscito di casa per tutto questo tempo, mai, nemmeno una volta.
Ero come uno schiavo per lui. Non so in quale città mi trovavo. Vedevo soltanto delle altre case attorno, fuori dalla finestra", è la testimonianza di Yussif, 17 anni dalla Somalia. Le persone tratte in salvo Sos, in generale, descrivono situazioni identiche: in Libia, i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati vengono arrestati dalle autorità o da uomini armati e poi rinchiusi in centri o luoghi di detenzione informali, dove sono costretti, sotto violenza, a pagare un riscatto in cambio del loro rilascio. Alcuni di questi campi sono centri gestiti dalle autorità governative, altri sono luoghi chiusi gestiti da milizie, gruppi armati o individui isolati. In molti di questi luoghi, la violenza fisica è un fatto quotidiano sia per i bambini che per gli adulti.
I sopravvissuti descrivono pasti inadeguati, cattive condizioni igieniche, regolari abusi fisici, sessuali e verbali - compresa la tortura a scopo di estorsione - e il sovraffollamento, che incide gravemente sulla salute dei prigionieri. Molti hanno persino riferito di essere stati testimoni di esecuzioni. "Per sopravvivere giorno per giorno durante questo viaggio infernale, non devono pensare alla famiglia che si sono lasciati alle spalle, che si sono indebitati o che potrebbero essere minacciati per la loro partenza. Non devono pensare ai morti che si sono lasciati alle spalle: quelli del paese che sono morti di malattia o sono stati assassinati; quelli abbandonati nel deserto; quelli che vedevano giustiziati nei campi; chi è annegato... Soprattutto non deve lasciar emergere il dolore, il dolore", sottolinea ancora Rajablat,
Una volta arrivati in Europa, le sofferenze dei giovani migranti non finiscono. "Per strada, rinchiusi in squat violenti o riparati in luoghi estremamente precari, questi giovani non possono mettere radici o semplicemente proiettarsi da nessuna parte.
Il loro ideale crolla insieme al loro essere. Poi inizia l'altro viaggio, questa volta una corsa tranquilla, quello del ricorso legale. Il tempo si allunga attorno all'unica attività: attendere la consegna della risposta istituzionale che riconosca - o meno - il diritto alla protezione. È uno stop forzato che favorisce l'emergere dei fantasmi del passato e dei sentimenti dolorosi: senso di colpa, abbandono, disprezzo di sé, solitudine, ecc.", continua Rajablat.
In questo quadro già complicato, la pandemia ha aggravato l'inerzia attraverso il contenimento, tempi di ascolto più lunghi o numerosi rinvii di date brevi. "Sono emerse idee inquietanti, disturbi d'ansia, concentrazione e disturbi del sonno, ritiro, isolamento relazionale e psicologico.
Alcuni sono sopraffatti da una disorganizzazione del loro rapporto con il mondo. Possono sperimentare spersonalizzazione e / o delusioni. Spesso transitori negli adulti, questi disturbi possono durare più a lungo nei giovani. Da quando sono usciti di casa, questi bambini e adolescenti hanno barattato le loro certezze per le incertezze, le loro illusioni per la disillusione. Ovunque si trovino, sono relegati alla rovina dell'umanità".
di Goffredo Buccini e Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
Il secondo piano di una palazzina della Marina militare di Haftar, a Bengasi, è il luogo dove sono chiusi i 18 membri dell'equipaggio di Mazara del Vallo. Gli uomini del generale: "Li libereremo in cambio dei calciatori". I due pescherecci italiani sequestrati sono ormeggiati alla banchina principale della zona militare costruita ai tempi di Gheddafi nel grande porto di Bengasi.
Ieri poco dopo mezzogiorno non erano visibili sentinelle attorno. Sono lì fermi e vuoti da dopo il sequestro da parte delle motovedette del maresciallo Khalifa Haftar la notte tra l'uno e due settembre. L'"Antartide" e il "Medinea" hanno le reti arrotolate sul ponte di poppa, vicino alle casse vuote, ben impilate, del pescato. I 18 membri dell'equipaggio (8 italiani, 6 tunisini, 2 indonesiani e 2 senegalesi) si trovano invece chiusi nella palazzina di quattro piani dell'amministrazione, sita a circa 500 metri dalle due barche.
Secondo un collaboratore locale delCorriere, che è stato al porto militare ieri, i prigionieri sono relegati in un grande stanzone al secondo piano. Il cibo viene servito regolarmente: una dieta a base di pasta, pesce e verdura. Trascorrono il tempo guardando la televisione, hanno servizi igienici sempre accessibili. Sin dall'inizio del sequestro, e come già nei numerosi casi simili nel passato, le autorità italiane hanno chiesto che i marinai non venissero chiusi in un carcere con altri prigionieri. Alcune settimane fa era girata la notizia che fossero stati spostati nel carcere civile di El Kuefia, una quindicina di chilometri da Bengasi. Ma dal campo testimoniano il contrario. Si tratta però di prigionia a pieno titolo. Non hanno alcuna libertà di movimento. L'intera area è circondata da un muro di cemento.
Vi si accede dal centro città soltanto da un posto di blocco controllato dalle teste di cuoio con l'uniforme blu dei commando della marina di Haftar, addestrati dai consiglieri militari russi ed egiziani. Quattro o cinque sentinelle stazionano notte e giorno all'entrata della palazzina. Ma l'intera area mostra ancora i danni dei conflitti che hanno interessato la Libia dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011 ad oggi. I più gravi sono quelli causati dai gravissimi combattimenti tra le truppe di Haftar e le milizie legate al fronte jihadista nel 2014. Allora l'intero centro storico di Bengasi venne ridotto in macerie. La stessa palazzina dell'amministrazione del porto fu colpita ripetutamente dai mortai e le mitragliatrici pesanti. Alcuni squarci sono tutt'ora aperti.
A sentire gli ufficiali di Haftar sul posto, sembra ci siano poche speranze che gli italiani possano venire liberati per Natale. "La prossima settimana inizierà il processo agli italiani qui nel tribunale di Bengasi. Attendiamo il verdetto. E dobbiamo valutare se il governo di Roma è disposto a scambiare i calciatori libici condannati a 30 anni di carcere dai tribunali italiani", spiega un alto graduato che comanda la difesa del porto, riferendosi al caso dei quattro giovani libici accusati nel 2015 dal tribunale di Catania di essere trafficanti di esseri umani e di aver causato la morte di 49 migranti. Fonti locali spiegano inoltre la differenza del caso italiano con quello dei 17 marinai turchi a bordo del mercantile "Mabruka" fermati dai guardiacoste di Haftar il 5 dicembre e liberati solo 5 giorni dopo su pagamento di una cauzione da parte di Ankara. Dicono: "La nave turca è stata ispezionata. Non trasportava armi o merce illegale. Gli italiani stavano invece gettando le reti nella zona esclusiva libica di pesca. Sapevano di contravvenire le nostre leggi e non era la prima volta".
di Marina Sereni*
Il Riformista, 16 dicembre 2020
Oggi l'Assemblea Generale dell'Onu sarà chiamata a esprimersi sulla risoluzione per la Moratoria universale della pena di morte. Nonostante la crisi pandemica il Governo italiano ha dedicato in questi mesi la massima attenzione all'iniziativa contro le esecuzioni capitali, tradizionalmente centrale nella nostra agenda politica estera da quando, nell'ormai lontano dicembre 2007, le Nazioni Unite approvarono la prima storica risoluzione in materia.
Anche quest'anno l'Italia è stata pienamente impegnata affinché, dopo il voto nella III Commissione di alcune settimane fa, anche l'Assemblea Generale si pronunci nuovamente chiedendo a tutti i Paesi - quali che siano gli ordinamenti vigenti - di aderire all'impegno per la moratoria. L'obiettivo che ci siamo posti è stato quello di consolidare e possibilmente allargare - lo straordinario risultato raggiunto lo scorso anno.
In questo sforzo merita ricordare l'evento di alto livello sulla pena di morte e la dimensione di genere che, a margine della Settimana Unga lo scorso settembre, è stato aperto dal Ministro Di Maio e al quale hanno partecipato, tra gli altri, l'Alta Commissaria per i Diritti Umani Bachelet e la Relatrice Speciale Onu per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie Callamard. Non ci siamo fermati a questo: l'Italia ha mobilitato la propria rete diplomatica, con lo scopo di sensibilizzare quanti più Governi e Paesi su questo tema fondamentale di civiltà.
Il contesto non è facile, con la già ricordata pandemia che ha reso difficile una piena mobilitazione, mentre la modalità di voto da remoto, unita all'impossibilità di svolgere in molti casi un'azione diplomatica vis à vis, possono far temere un aumento dell'astensionismo. Tuttavia abbiamo ricevuto dalle nostre sedi un numero consistente di riscontri sui propositi di voto di molti Stati che fanno ben sperare. Non sarà facile migliorare l'ottimo risultato del voto del dicembre 2018, che ha registrato il numero record di 121 voti a favore, 35 contrari e 32 astensioni. Abbiamo in queste settimane puntato a modificare la posizione di alcuni Stati cercando di cambiare la loro precedente posizione, da astenuto a favorevole e da contrario ad astenuto, e al contempo ad evitare arretramenti in senso opposto, oltre che a contrastare anche l'astensione.
La versione finale della risoluzione depositata presenta importanti novità rispetto al testo del 2018, in particolare, il riconoscimento del ruolo svolto della società civile nella lotta contro la pena di morte, un riferimento all'applicazione discriminatoria della pena di morte nei confronti delle donne e infine un nuovo paragrafo che invita gli Stati a garantire che i bambini, le famiglie e i rappresentanti legali delle persone condannate a morte ricevano informazioni adeguate sulle loro condizioni e abbiano anche la possibilità di poter fare un'ultima visita o una comunicazione con il condannato, nonché a assicurare il ritorno del corpo alla famiglia per la sua sepoltura.
Uccidere in nome della giustizia è una pratica non accettabile per la cultura giuridica di un Paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria. La pena capitale inoltre è una misura inefficace come deterrente e ha conseguenze irreparabili in caso di errori giudiziari. La Moratoria è la mitigazione, non la soluzione del problema. Ma è comunque un passo molto significativo e concreto ed è per questo che la Farnesina, insieme a Nessuno Tocchi Caino, ad Amnesty International e alla Comunità di Sant'Egidio, anche quest'anno non ha risparmiato nessuno sforzo per compiere un passo avanti nella giusta direzione.
*Vice Ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 16 dicembre 2020
L'emendamento alla legge di bilancio numero 168.03 sulla liberalizzazione "canapa senza efficacia drogante", volgarmente detta "Cannabis light" divide la maggioranza. Secondo il deputato del Movimento 5 Stelle Michele Sodano, primo firmatario della proposta, la nuova normativa sulla marijuana sprovvista di principio attivo e per questo da non considerare sostanza stupefacente, vale un gettito fiscale 950 milioni di euro.
Anche l'Organizzazione mondiale della sanità riconosce alla canapa senza Thc capacità rilassanti e antidolorifiche e non genera dipendenza. "Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia minacciano di fare saltare la manovra in caso di approvazione, confondendo la pianta della canapa industriale con la cannabis che gli Stati Uniti e il Canada hanno già liberalizzato, perché proibire aiuta solo le mafie", dice Sodano. A colpire il parlamentare grillino è soprattutto il veto del Pd. "Il Partito democratico sembra allinearsi sulle posizioni incomprensibili di Salvini e Meloni - afferma Sodano - Dodicimila famiglie ci chiedono di regolamentare un settore economico strategico".
Già due mesi fa la vicenda aveva generato un caso nel governo. Il ministero della salute aveva classificato tra i medicinali con sostanze stupefacenti "le composizioni per somministrazione ad uso orale di cannabidiolo ottenuto da estratti di cannabis".
Ciò, tra le altre cose, avrebbe impedito la vendita di pomate e balsami che rappresentano la metà degli introiti del settore. In seguito alle proteste era arrivata la sospensione del decreto e Liberi ed Uguali e M5S avevano preso l'impegno di regolamentare il mercato di questo tipo di sostanze. Ancora, risale alla metà dello scorso mese la sentenza della Corte di giustizia europea che sostiene che la cannabis light "non pare avere alcun effetto psicotropo o causare danni alla salute".
Da qui l'indicazione della necessità di consentire il commercio di cannabis priva di principio attivo o comunque con livelli molto bassi di Thc. "Quando parliamo di cannabis light parliamo di un settore già esistente e che vive però in una zona grigia normativa - rileva Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa, anche lui autore di un emendamento - Migliaia di aziende italiane e di lavoratori impiegati nel settore della canapa industriale non chiedono un sussidio ma un quadro normativo chiaro e certo: il Parlamento avrebbe l'occasione per regolamentare il settore. È di questo che parliamo, tutto il resto è il solito teatrino. Si fosse trattato di un altro settore che non porta lo stigma del nome 'cannabis', qualsiasi governo avrebbe già fatto un decreto ad hoc per queste migliaia di lavoratori". In bilico c'è anche l'emendamento alla manovra di bilancio che assegna risorse per la produzione nello stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze della cannabis terapeutica, assicurando la disponibilità del prodotto ai malati gravi che lo usano per lenire le loro sofferenze.
di Laura Zangarini
Corriere della Sera, 16 dicembre 2020
Lo stato del Minnesota ha formato una commissione indipendente di esperti legali per studiare il caso Myon Burrell. Un giovane uomo di colore, condannato all'ergastolo quando aveva solo 16 anni. È tornato in libertà Myon Burrell, condannato all'ergastolo quasi 20 anni fa, quando era ancora minorenne, per la morte di una bambina di 11 anni.
Il caso ha ricevuto molta attenzione da parte dei media quando la senatrice Amy Klobuchar si è vantata in un dibattito durante le primarie democratiche presidenziali di aver messo in prigione l'assassino della ragazza quando era procuratore a Minneapolis.
Dopo che un'indagine dell'agenzia Associated Press ha rivelato che Burrell, ora 33enne, era stato condannato all'ergastolo per omicidio di primo grado senza che ci fossero prove schiaccianti contro di lui, lo stato del Minnesota ha formato una commissione indipendente di esperti legali per studiare il caso che ha finito per raccomandare il rilascio immediato.
Il Minnesota Board of Pardons aveva approvato la commutazione dell'ergastolo di Burrell in una condanna a 20 anni di carcere, con due ancora da scontare in libertà vigilata, con il voto a favore del governatore del Minnesota Tim Walz e del procuratore generale Keith Ellison, entrambi democratici, ma contro la volontà della famiglia della vittima, Tyesha Edwards.
Nel novembre 2002, Tyesha, una studentessa nera di prima media, stava studiando nel soggiorno della sua casa a sud di Minneapolis quando fu colpita da un proiettile vagante durante una sparatoria tra bande rivali. Le autorità avevano immediatamente puntato i riflettori su Burrell dopo che un membro di una banda rivale lo aveva riconosciuto nonostante fosse notte e il tiratore si nascondesse dietro un muro a circa 40 metri di distanza.
Senza un'arma del delitto, DNA o impronte digitali, le autorità hanno fatto ricorso a spie all'interno delle carceri che in cambio di soffiate su Burrell hanno ottenuto riduzioni di pena. Alcuni di questi informatori hanno ritrattato le loro confessioni mentre uno dei complici di Burrell, Ike Tyson, che sta scontando 45 anni di carcere, ha ammesso di essere stato lui a sparare e uccidere Edwards. Nel frattempo, le prove che Burrell sostiene lo avrebbero liberato dalla condanna, come i filmati di sorveglianza di un supermercato, non sono mai state raccolte e non esistono più. Nella sua decisione il Minnesota Board of Pardons ha tenuto conto delle sentenze recentemente adottate dalla Corte Suprema che indicano che il cervello dei minori (Burrell aveva 16 anni al momento del crimine) e la loro capacità di prendere i decisori non sono completamente sviluppati.
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