di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 20 marzo 2021
Un progetto, quello dell'Alta velocità Torino-Lione, che ha avuto un sostegno bipartisan ma sonore bocciature tecniche. In quegli 80 chilometri, incastonati tra le montagne, che dividono l'area metropolitana di Torino dalla Francia c'è una storia di resistenza che va avanti da 30 anni. Ed è quella contro il controverso progetto di alta velocità ferroviaria tra Torino e Lione in Val di Susa. Ad opporvisi vi è un movimento popolare, i No Tav, sopravvissuti a governi, cambi di linea (la vecchia Lisbona-Kiev, per dirne uno, è tramontata da tempo) e repressione giudiziaria.
Nel mirino delle proteste, che si sono accese più volte dal 2005 in poi, vi è in particolare la sezione transfrontaliera, compresa tra le stazioni di Saint-Jean-de-Maurienne in Francia e di Susa-Bussoleno in Italia, con il tunnel di base del Moncenisio lungo 57,5 chilometri scavato in montagne amiantifere, nonostante, qui, ci sia già in funzione una linea ferroviaria internazionale sottoutilizzata.
Quello del Tav è un progetto che ha avuto un sostegno bipartisan ma sonore bocciature tecniche, basti pensare al documento della Corte dei Conti Ue di meno di un anno fa che ha sottolineato i benefici sovrastimati, le previsioni di traffico gonfiate, i costi lievitati (da 5,2 miliardi di euro a 9,6 per il mega tunnel), nonché i ritardi infiniti. Senza dimenticare l'impatto ambientale, che difficilmente può essere considerato coerente al Green deal europeo che, promosso dalla commissione von der Leyen, ha posto nel 2050 l'obiettivo della neutralità carbonica: lo scavo del tunnel internazionale comporterebbe, secondo i proponenti, un'emissione complessiva di 10 milioni di tonnellate di Co2.
Sono stati anni intensi, vissuti in prima linea, quelli dei No Tav. Un ostinato e tenace movimento che dopo lo sgombero delle forze dell'ordine riuscì a riprendersi, l'8 dicembre del 2005, il presidio di Venaus impendendo l'insediamento del cantiere del tunnel geognostico. Cinque anni e mezzo dopo ci furono i mesi della Libera Repubblica della Maddalena a Chiomonte nell'area dell'attuale cantiere Tav. Il presidio fu sgomberato il 27 giugno del 2011; ne seguirono scontri, soprattutto il 3 luglio dopo una partecipata manifestazione. Innumerevoli sono state le iniziative contro gli espropri, come nel 2012 o come le attuali contro l'allargamento del cantiere.
Sono stati anni segnati anche da arresti e processi. Da quello che il movimento e non solo considera un vero e proprio "accanimento giudiziario". Le storie di Nicoletta Dosio, già insegnante di liceo a Bussoleno nonché una delle fondatrici dei No Tav, e Dana Lauriola, tuttora in carcere, sono l'apice ma non le uniche. Dana deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un'azione dimostrativa sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato anche da Amnesty International.
di Roberto Di Biase
emiliaromagnanews24.it, 20 marzo 2021
L'assessora Susanna Zaccaria ha risposto, in seduta di Question Time, alle domande d'attualità delle consigliere Mirka Cocconcelli (Lega nord) e Addolorata Palumbo (gruppo misto-Nessuno resti indietro), sul sovraffollamento del carcere Dozza.
La domanda della consigliera Cocconcelli - "Dozza sovraffollata con 750 detenuti al posto di 492. Secondo i sindacati di Polizia Penitenziaria la situazione è al limite con una tensione che monta, con detenuti ubriachi che feriscono due agenti. Gli operatori sono preoccupati per i numerosi episodi di violenza all'interno della Casa Circondariale. Nicola D'amore del Sinappe chiede di predisporre una sezione per la gestione temporanea dei detenuti "difficili" garantendo percorsi adeguati rieducativi per i detenuti. Chiedo al Sindaco ed alla Giunta una valutazione politico-amministrativa nel merito e quali misure intendano adottare per contrastare questi episodi di violenza che quotidianamente colpiscono gli operatori che lavorano all'interno della Casa Circondariale".
La domanda della consigliera Palumbo - "Visti gli articoli di stampa apparsi in merito all'allarme lanciato dal Garante dei detenuti, Antonio Iannello, sul tasso di sovraffollamento del carcere Dozza che è nuovamente salito raggiungendo quota 750 presenze a fronte di una capienza regolamentare di 492 ospiti. Visto che durante la seduta di commissione consiliare del 27 gennaio u.s. sul sovraffollamento del carcere in relazione anche all'epidemia da Covid 19, la dott.ssa Claudia Clementi, Direttrice della Casa Circondariale di Bologna, ha dichiarato quanto segue: "Ad oggi non sussistono particolari criticità, e sono riprese alcune delle attività a carattere individuale per i detenuti, sempre nell'osservanza del triage all'ingresso e del monitoraggio", oltre al problema di sovraffollamento continuano ad emergere episodi di violenza e di autolesionismo è stato emanato un provvedimento di sospensione di nuovi ingressi al carcere della Dozza e i nuovi arresti verranno dirottati al carcere di Modena. Pone la seguente domanda di attualità per conoscere il pensiero del Sindaco e della Giunta sull'argomento. Per sapere dall'Amministrazione: se ritiene sufficiente il provvedimento preso dalla competenti autorità di sospendere gli ingressi alla Dozza; se ritiene necessario adottare altre misure per far fronte all'emergenza del sovraffollamento che va avanti da anni".
La risposta dell'assessora Zaccaria - "Gentili consigliere, grazie della domanda che ci permette di riportare l'attenzione su un tema di cui ci occupiamo spesso, il carcere, per i motivi che avete evidenziato, in particolare la difficoltà in questo momento di rispettare il distanziamento. L'elemento di novità è che per limitare il sovraffollamento dell'istituto, lo scorso 11 marzo il provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria Emilia-Romagna e Marche ha adottato un provvedimento orientato a sospendere i nuovi ingressi - i nuovi arresti vengono dirottati a Modena - in ragione della saturazione degli spazi detentivi, anche dovuta alla contemporanea chiusura in via precauzionale di diverse sezioni detentive, per i casi di positività riscontrati all'interno. Il numero delle persone detenute positive è al momento limitato, sono sei, ma le condizioni interne richiedono molta attenzione, vista la contagiosità delle nuove varianti del virus. Il provvedimento è sicuramente efficace, è analogo a quello che era già stato assunto nel mese di dicembre, in quel caso a seguito di numerosi casi positivi presenti, in una situazione emergenziale, mentre in questo caso il provvedimento è stato assunto anticipatamente, in via precauzionale, anche a fronte di un limitato numero di casi. Non è sufficiente non fare entrare nuove persone, è evidente, l'ideale sarebbe poter applicare quei provvedimenti che consentono l'esecuzione della pena con misure alternative, che come sapete non hanno avuto molto successo quando sono stati introdotti lo scorso anno, per i requisiti formali stringenti che si dovevano avere per avere accesso alle misure. Questa è la strada che come Comune abbiamo sollecitato.
Siamo a conoscenza anche degli episodi di violenza che aumentano molto la tensione e aggravano ulteriormente le condizioni del personale, perché noi quando parliamo di carcere teniamo sempre presente i detenuti e il personale che ci lavora. Per quanto riguarda il consumo di bevande alcoliche, che ovviamente è vietato dal regolamento, continuano a verificarsi episodi di produzione di distillati alcolici il cui consumo non responsabile ha comportato situazioni di tensione all'interno di questa sezione. Da tempo il nostro Garante comunale ha sollecitato l'Ausl ad attivare degli incontri sull'uso responsabile di sostanze alcoliche e un'attenzione specifica con percorsi dedicati a chi è in questa situazione che peggiora le condizioni per tutti.
Rispetto alla condizione sanitaria generale, sottolineo una cosa importante: è operativo il protocollo di gestione e prevenzione del contagio, sottoscritto dall'Ausl di Bologna e dalla direzione del carcere, che ha definito l'individuazione degli spazi detentivi da destinare all'isolamento sanitario, anche prevedendo più netti percorsi differenziati per la gestione dei soggetti portatori di infezioni da Covid-19. Questo ha portato a un contenimento dei casi, che come dicevo sono sei, potenzialmente pericolosi, ma contenuti rispetto al numero di persone presenti. L'applicazione del protocollo, il provvedimento che blocca nuovi ingressi sono utili, l'unico ulteriore tema su cui puntare è proprio il ricorso alle misure alternative. Non è a mia conoscenza l'intenzione di modificare i requisiti di quei provvedimenti, ma sicuramente noi lo facciamo presente il più possibile. Il nostro Garante comunale, lo vedete anche dai giornali, monitora quotidianamente la situazione, mi tiene aggiornata per avere sempre la massima attenzione su ogni situazione potenzialmente pericolosa".
lanuovaprovincia.it, 20 marzo 2021
Lo comunica la Camera Penale di Asti. Non è più possibile incontrare i reclusi da ieri, data in cui è emerso l'alto numero di contagiati. La diffusione rapidissima del Covid al carcere di Quarto ha portato ad una prima conseguenza riferita dal segretario della Camera Penale di Asti, avvocato Alberto Avidano: sono stati sospesi da ieri i colloqui con i detenuti.
"Questa mattina la Camera Penale di Asti ha immediatamente preso contatti con la direzione del carcere e con il Garante dei Detenuti del Piemonte, on. Bruno Mellano.
Le notizie fornite dalla casa di reclusione sono giunte in tarda mattinata, e sono le seguenti: effettivamente, all'interno di una delle sezioni, sono risultate positive 28 persone, tutte al momento asintomatiche. A causa di ciò la direttrice ha disposto che tutti i presenti - detenuti e personale - fossero sottoposti a tampone molecolare e ha precauzionalmente adottato misure restrittive per i movimenti all'interno del carcere e i collegamenti con l'esterno. Al momento non sono noti i risultati della tamponatura generale di cui si è detto. La situazione, assicura la direttrice, è sotto controllo ed è costantemente seguita dal Responsabile del Presidio Sanitario interno in sinergia con i referenti ASL; precisa che sono state adottate tutte le misure previste a livello ministeriale e con le circolari del D.A.P. (Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria) dell'ottobre scorso".
di Claudia Brunetto
La Repubblica, 20 marzo 2021
A gestire la struttura alberghiera saranno quattro ragazzi migranti e otto fra detenuti ed ex detenuti. Gli occhi di Ousmane Kante raccontano che anche un'impresa impossibile si può realizzare. Lui che ha 22 anni ed è arrivato dal Mali fino alla Sicilia a bordo di un barcone è uno dei ragazzi coinvolti nel progetto "Aiutiamoli a casa San Francesco" che ha l'ambizione di realizzare 16 alloggi turistici fra stanze singole e mini appartamenti nel cuore dell'itinerario arabo- normanno a un passo dalla Cattedrale. In tutto, a gestire la struttura alberghiera, saranno quattro ragazzi migranti e otto fra detenuti ed ex detenuti. Un'impresa non impossibile, ma di certo ambiziosa in un periodo segnato dalla pandemia che ha dato un duro colpo al settore turistico. "Può sembrare difficile - dice Kante che lavora come aiuto cuoco - Ma io invece dico che si può fare. Voglio lavorare sodo per dare il mio contributo. E sono felice di fare parte di questa squadra che guarda al futuro".
"Cotti in fragranza", impresa sociale della cooperativa Rigenerazioni, ha avviato il progetto grazie al supporto della fondazione San Zeno e fondazione con il Sud. Adesso si attende di potere cominciare i lavori a Casa San Francesco, edificio storico del 1600 che fu l'infermeria dei padri francescani, dove è già attivo il secondo nucleo operativo per la produzione di cibo fresco su commissione di "Cotti in fragranza" per i poli che accolgono i senza dimora in città e per il giardino bistrot "Al fresco". Il primo traguardo possibile è provare ad aprire i battenti almeno per la fine dell'estate. "Sappiamo bene che il periodo è davvero difficile per avviare un progetto turistico - dice Nadia Lodato, una delle socie fondatrici di " Cotti in Fragranza" insieme con Lucia Lauro - Ma non molliamo. Sarebbe bello riuscire già quest'estate ad accogliere persone in arrivo a Palermo dal resto della Sicilia ".
Casa San Francesco ha tutte le carte in regola per diventare un polo di attrazione. È in pieno centro storico con una terrazza panoramica sulla città e anche un grande giardino dove saranno servite le colazioni, i brunch e gli aperitivi per i clienti. Le stanze, poi, saranno dotate di tutto: impianto di climatizzazione, tv e bagno privato. Ma la cosa più importante è che "Aiutiamoli a casa San Francesco", come è nel Dna di "Cotti in fragranza", mette in circolo sostenibilità e impegno sociale. Il benessere dei turisti che arriveranno incontrerà il benessere dei ragazzi migranti e detenuti che si sono rimessi in gioco dopo percorsi difficili fatti di emarginazione.
"È una bella occasione - dice Jennifer, nigeriana di 32 anni che vive a Palermo da 3 anni che nella struttura si occuperà del settore delle pulizie insieme con un'altra ragazza nigeriana - Un modo per confrontarsi con il mondo del lavoro e costruire esperienze nel settore alberghiero e turistico ". L'associazione "Il pellegrino della terra" e "Clean Sicily" hanno collaborato al progetto per l'orientamento dei ragazzi da coinvolgere. "Abbiamo già avuto altre belle esperienza con le ragazze nigeriane del "Pellegrino della terra" - dice Giorgia Puleo di "Clean Sicily" - Il progetto di Casa San Francesco può permettere davvero di rimettersi in gioco".
Jennifer e un'altra ragazza sono già state assunte da Cotti in fragranza. "Lavorare nel settore turistico è un'opportunità molto importante - dice Graziella Scalzo, coordinatrice del "Pellegrino della terra" - Anche se adesso è tutto fermo, sono certa che il turismo ripartirà e le nostre ragazze potranno mettersi in gioco".
baritoday.it, 20 marzo 2021
Va avanti il progetto per l'apertura dello sportello per i servizi anagrafici nel carcere di Bari. In giornata la Giunta ha approvato lo schema di protocollo d'intesa tra Comune e la struttura in corso Alcide de Gasperi per l'avvio del servizio. Nello specifico il Comune, l'ufficio del Garante regionale e la Casa circondariale di Bari, nel corso dell'ultimo triennio, hanno intrapreso una serie di interlocuzioni finalizzate a favorire l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile delle persone private della libertà personale. Da una prima ricerca sulle esigenze della popolazione detenuta condotta nella struttura penitenziaria è emersa proprio la necessità di assicurare un'adeguata e tempestiva fruizione dei servizi comunali di anagrafe e di stato civile, con particolare riferimento ai servizi di emissione di certificati per i residenti, rilascio di autentiche e dichiarazioni sostitutive di atti di notorietà, rilascio di carte di identità in formato cartaceo per i residenti, ricezione delle istanze di iscrizione e di cancellazione anfagrafica, oltre che alla celebrazione di riti civili e alla redazione di atti di riconoscimento di paternità.
Per questo si è scelto di sottoscrivere un protocollo d'intesa che impegna i soggetti coinvolti nell'individuazione di un luogo fisico deputato ad accogliere lo sportello all'interno della struttura, in cui verranno resi tanto i servizi di stato civile quanto quelli di anagrafe. Lo sportello demografico sarà attivo con cadenza periodica grazie alla presenza di un ufficiale di anagrafe o di stato civile incaricato dalla direzione della ripartizione Servizi demografici, elettorali e statistici, che potrà accedere alla Casa circondariale munito di preventiva autorizzazione.
Tutti gli aspetti relativi alle modalità di erogazione del servizio saranno regolati con provvedimento dirigenziale in cui si definiranno le incombenze e l'autorizzazione ad operare all'interno della struttura. Nell'ambito del protocollo, quindi, l'allestimento dello sportello sarà curato dal Comune di Bari che metterà a disposizione una postazione di lavoro completa (pc, sistema di connessione, stampante laser e stampante ad aghi) collegata alla rete comunale per l'accesso ai Sistema informativo settoriale della popolazione e alla banca dati anagrafica. La Casa circondariale, invece, metterà a disposizione del Comune un ufficio da destinare in via esclusiva allo svolgimento delle funzioni istituzionali di anagrafe e stato civile designato quale sede comunale, facendosi carico delle spese relative alle utenze.
"Questo atto per noi è un passo importante nell'ambito di una politica che guarda ai diritti delle persone, tutte - spiega Eugenio Di Sciascio - Da tempo stiamo lavorando per avvicinare i servizi e le istituzioni ai cittadini cercando, ove possibile, di velocizzare e migliorare le procedure, pur tra molte difficoltà determinate dalla pandemia. questo ulteriore traguardo va ad aggiungersi a questo impegno. Crediamo che portare all'interno della Casa circondariale i servizi anagrafici, come pure i riti civili tra cui il matrimonio, sia un modo per agevolare la vita di tante famiglie che hanno un proprio congiunto in stato di detenzione e, così facendo, portare l'Istituzione in un luogo deputato, oltre che all'applicazione della pena, anche e soprattutto alla reintegrazione sociale dei detenuti".
"Sono molto contenta di questa opportunità, che rappresenta un'esperienza attualmente attiva solo in pochissimi altri istituti italiani - dichiara Valeria Pirè, direttrice della Casa circondariale -. Si tratta di un'iniziativa di grande valore anche a livello simbolico perché, riconoscendo la non extra-territorialità del carcere rispetto alla città, la comunità e le sue istituzioni si fanno carico dei detenuti e del loro diritto di cittadini. Spero questo segnale venga colto dagli stessi detenuti affinché possano intraprendere un percorso di consapevolezza".
"Penso che, nell'ottica esclusiva del benessere degli ospiti della casa circondariale, questa iniziativa sia davvero una buona notizia - osserva Piero Rossi, garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà -. Il fatto che l'amministrazione comunale abbia inteso dislocare nella struttura penitenziaria un importante servizio, quasi questa fosse una sorta di Municipio comunale, è un elemento di grande civiltà ma anche di dichiarata consapevolezza dell'amministrazione di voler prendersi cura, nell'ambito delle proprie competenze, delle persone detenute. Una scelta estremamente importante sia sul piano concreto che su quello simbolico. Da questo punto di vista, il garante non solo darà massimo risalto a questo progetto ma soprattutto si impegnerà affinché venga diffuso in altri luoghi di detenzione".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 20 marzo 2021
Il consigliere "colpevole" è salvo. Non ci sono i presupposti e gli estremi per configurare un reato. Questo l'esito del parere chiesto dall'amministrazione comunale all'avvocatura civica di Palazzo Moroni, che dopo aver valutato attentamente il caso, si è espressa così sulla vicenda del consigliere comunale che aveva scritto il nome del latitante Matteo Messina Denaro sulla propria scheda di voto durante lo scrutinio per nominare il garante dei detenuti.
Sia il sindaco Sergio Giordani che l'assessore alla legalità Diego Bonavina avevano minacciato di rivolgersi alla Procura qualora ci fossero i termini per una denuncia, pur non nascondendo mai troppo i loro dubbi che si potesse arrivare a procedere contro l'autore. Un modo forse per provare a stanare il consigliere misterioso, che il 3 marzo scorso invece di votare uno dei 7 candidati a ricoprire il ruolo all'interno del carcere Due Palazzi per conto dell'amministrazione, aveva scritto sulla propria scheda il nome del superboss ricercato dal 1993.
Una scelta non troppo opportuna (coperta dal segreto del voto) che ha scatenato le reazioni di mezzo consiglio comunale, e in pochi giorni è finito anche sui tavoli delle ministre di Giustizia e Interno, grazie ad una pioggia di interrogazioni portate a Roma dai parlamentari di Pd e Fratelli d'Italia. Lo stesso prefetto Renato Franceschelli aveva definito il gesto "indegno" prima del disprezzo espresso dal garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e della discesa in campo di Libera. L'associazione che da anni si occupa di lotta alla mafia aveva invocato le dimissioni del consigliere, così come aveva fatto il giorno prima anche il sindaco Giordani.
"Nell'immediato abbiamo espresso la volontà politica di presentare un esposto per la gravità dei fatti, ma poi è ovvio che il caso andava studiato dal punto di vista giuridico" spiega l'assessore (e avvocato) Bonavina "e quindi mi sono confrontato con molti miei colleghi e ho chiesto anche un parere alla nostra avvocatura per capire come procedere. Purtroppo, come avevo previsto, è emerso in maniera netta come non ci sia un reato sottostante, e per quanto il gesto sia assolutamente deprecabile ci manca lo strumento per presentare un esposto".
Sergio Giordani quindi non potrà presentarsi in tribunale con queste premesse per denunciare il consigliere, ma in realtà in Procura c'è già un esposto e lo ha depositato la scorsa settimana il Pd, attraverso il segretario cittadino, Davide Tramarin: "Da parte nostra la condanna totale del gesto vile rimane assolutamente" evidenzia Bonavina "ma se in base all'esposto del Pd la Procura dovesse ritenere di aprire un'inchiesta, noi siamo prontissimi anche a costituirci parte civile in un eventuale procedimento. Credo però che a questo punto nella coscienza di chi si è macchiato di tutto questo, dovrebbe emergere anche il coraggio di chiedere scusa alla città". Intanto domani è la giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Il premier, che è insieme il sintomo e la conseguenza del nuovo equilibrio, ha dato la sensazione di una persona sicura di sé e quindi in grado di trasmettere fiducia. Non si può dire che sia stato un esordio timido. La prima conferenza stampa di Mario Draghi, dopo settimane di silenzio apprezzato o criticato, ha mostrato un presidente del Consiglio sicuro, rassicurante e a tratti ironico. Molto più a suo agio di fronte alle domande, a tutte le domande, di quanto si potesse immaginare. Pronto a vaccinarsi con AstraZeneca, dopo che lo ha già fatto il figlio a Londra. Consapevole delle difficoltà e della parzialità nella distribuzione degli aiuti. E molto sintetico. Anche se le oltre tre ore di ritardo con le quali si è presentato hanno rischiato di proiettare sul suo esordio le ombre del passato: quelle di una coalizione litigiosa e patologicamente protesa a frenare l'azione del governo.
Il rinvio ripetuto dell'orario è dipeso da una lunga trattativa, soprattutto con la Lega, che voleva sottolineare la sua insistenza sul condono fiscale: un'impuntatura che alla fine si è rivelata un modo per marcare un fazzoletto di territorio elettorale; ma ha fatto pensare anche ad una certa incomprensione della fase nuova apertasi nel Paese. Nel lungo negoziato che ha preceduto la riunione del Consiglio dei ministri qualcuno ha visto la volontà dei partiti di non apparire irrilevanti. Da giorni, il mantra dello scontento contro Palazzo Chigi e alcuni ministri di Draghi è che farebbero tutto da soli.
Se era davvero questo l'obiettivo, in apparenza può avere avuto successo. Ma solo in apparenza. In realtà ha mostrato quanto sia miope la voglia di alcune forze di riproporre dinamiche che hanno umiliato la politica, invece di cogliere le opportunità di una stagione nuova: un'occasione per ricostruirsi e rilegittimarsi. Il premier ha liquidato le rivendicazioni della Lega concedendo la mole di "annunci passati" e di "bandiere identitarie" che "tutti i partiti" si portano dietro. Il problema, ha aggiunto, è chiedersi quali siano di buonsenso e quali dannosi. Insomma, li ha trattati come riflessi automatici di un'epoca finita, e che tuttavia tende a riaffiorare in alcuni comportamenti.
La conferenza stampa poteva finire per accreditare l'idea di continuità con un passato caotico. Le liti tra alleati prima del Consiglio dei ministri; il rinvio dell'inizio dell'incontro; le voci di un negoziato teso e forse inconcludente; e il primo impatto con i giornalisti. Ma questa immagine distorta è stata corretta in un'ora di risposte su tutto, dalle vaccinazioni al Quirinale, ai rapporti con le Regioni e con la Commissione europea. Risposte rapide, nette, a domande tutt'altro che addomesticate. E in qualche caso, repliche volutamente ipersintetiche: come quando è stato chiesto a Draghi se voglia succedere a Sergio Mattarella come capo dello Stato e quanto durerà il suo governo. Dipende dal Parlamento, si è limitato a dire.
La sensazione complessiva è stata quella di una persona molto sicura di sé e di quello che deve fare; e anche per questo in grado di trasmettere fiducia a un'Italia che la miscela di crisi economica e pandemia rende spaventata e disorientata. Le spiegazioni che ha dato sulla sospensione del vaccino di AstraZeneca; le proiezioni sulla campagna dei prossimi mesi; gli aiuti che il governo darà ai poveri; la tranquillità con cui ha spiegato l'esigenza di "dare soldi e non chiedere soldi" finché c'è la pandemia: sono tutti pezzi di una strategia che non contempla né annunci enfatici né allarmismi. Lascia intuire un percorso già tracciato, che prevede non scontri tra Stato e Regioni ma correzioni graduali e condivise dei comportamenti.
Draghi si è limitato a dire un "non va bene" quando a livello locale ci si muove "in ordine sparso". E in parallelo ha descritto un intero Paese pronto a mobilitarsi per fare meglio. È riuscito a inquadrare in una cornice di puro pragmatismo, senza veleni ideologici, anche un argomento divisivo come il prestito europeo del Mes sulla sanità. Quando ci sarà un piano ben definito, ha spiegato, deciderà il Parlamento se prendere o meno quei soldi. Il cambiamento di stile e di linguaggio è oggettivo. Ma va detto che Draghi è aiutato da una situazione così compromessa per il sistema politico, da consegnargli le chiavi del futuro del Paese.
Sa di avere creato molte, troppe aspettative. E sembra consapevole anche che possono trasformarsi in delusioni. Ma ormai governa, e vuole andare avanti facendo presto e nel modo migliore. Gli equilibri del passato sono già saltati, e il premier probabilmente è insieme il sintomo e la causa di questo cambiamento radicale. Ma l'accelerazione non è figlia della subdola volontà di qualche potere sovranazionale; semmai, dell'inadeguatezza di chi ha mostrato limiti di competenza e di strategia. Le resistenze riemerse ieri dall'interno della coalizione confermano che alcune logiche sono dure a morire. Gli stessi canoni del sovranismo populista sembrano arretrare tatticamente, ma sopravvivono, pronti a riaffacciarsi alla prima occasione; e la principale sarebbe un fallimento del tentativo di Draghi. Forse sarebbe bene che il "fronte conservatore" disseminato lungo l'intero arco parlamentare si rendesse conto della profondità dei cambiamenti in atto. E invece di vivere questo laboratorio unitario e inedito come una minaccia, si rivelerebbe lungimirante accettandolo non come una parentesi da chiudere presto, ma come un trauma salutare per reinventarsi e rimettersi in piedi.
di Vincenzo Rosati*
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
La proposta di un insegnante del progetto IoValgo che aiuta i "dispersi" a prendere il diploma: "Le scuole permettano a questi ragazzi di tornare in classe".
Ci si è interrogati spesso su come rendere al meglio le lezioni da remoto o quali strumenti di valutazione adoperare. Ma una domanda, a mio avviso, non è stata posta: possono usufruire tutti della Dad? Il diritto allo studio (per ora a distanza) è stato tutelato e garantito per le fasce più povere e deboli della popolazione? La risposta è negativa. Guardiamo nelle periferie, dove vive la maggior parte di questa popolazione che di anno in anno cresce considerevolmente. Se durante il periodo ante-Covid la situazione socio-culturale nelle periferie, dove vivono (o giacciono) i dimenticati, era grave, adesso è una tragedia in atto. A mo' d'esempio, nelle prossime righe racconterò di alcune esperienze raccolte in una delle tante borgate italiane: Napoli, quartiere Scampia. Attualmente vivo lì. E come educatore e insegnante faccio lezione di storia, italiano e musica per il progetto IoValgo presso la scuola CasArcobaleno. Nella sua missione il progetto IoValgo si propone, anzitutto, di combattere la profonda ferita del Sud: la dispersione scolastica; in secondo luogo, si prefigge di dare una seconda possibilità per una propria realizzazione agli adolescenti della periferia di Napoli che, essenzialmente, non hanno alcuna considerazione di sé(da qua il nome del progetto Io valgo). Nella pratica di tutti i giorni, la scuola offre ogni anno un percorso di studio ponderato per quei ragazzi e ragazze che, dopo esser stati bocciati ripetutamente, per motivazioni spesso legate anche a disagi familiari e sociali, vogliono prepararsi all'esame di terza media e, in alcuni casi, continuare un progetto di studio al liceo.
Nei soli 4 kmq di estensione del quartiere ci sono quasi 100.000 abitanti. La Dad non fa che amplificare i profondi disagi familiari con cui si è costretti a vivere come in un carcere. Seguire le lezioni da casa non è facile quando non si ha alcuno strumento elettronico né connessione alla rete né tantomeno una stanza propria per poter seguire le lezioni, ma solo uno smartphone e un divano letto o un tavolo della cucina da condividere con altri fratelli o sorelle, con la mamma o il papà, magari agli arresti domiciliari, o la compagna o il compagno di questi che non accetta i figli e in alcuni casi li maltratta. E' un fatto grave che le periferie vengano ancora una volta lasciate per ultime, ma è ancora più grave che la risposta educativa alla situazione emergenziale creata dal Covid-19 non sia partita anzitutto dalle fasce più deboli.
C'è ancora spazio, a mio parere, perché qualcosa venga fatto e almeno le sorti di quest'anno scolastico vengano tratte in salvo. Il ministero dell'Istruzione potrebbe provvedere al rilancio dell'educazione dei bambini e adolescenti più poveri attraverso una forma di Dad solidale. Ogni istituto scolastico avrà l'incarico di rintracciare gli alunni e le alunne che sono impossibilitati a poter proseguire la didattica a distanza e invitarli a venire nella struttura. Successivamente bisognerà distribuire, secondo i protocolli di sicurezza, i vari studenti nelle classi dove potranno seguire da banchi singoli. Preferibilmente i ragazzi seguiranno le lezioni direttamente in presenza con gli insegnanti, mentre gli altri studenti della classe saranno collegati in remoto. Nel caso in cui non si riuscisse ad ottenere una compresenza di alunni e professori, gli studenti saranno comunque invitati a seguire le lezioni a distanza usufruendo degli spazi e strumenti della scuola. Fornire strumentazioni, spesso peraltro non adeguate (ad esempio i tablet, ma non le sim necessarie alla connessione), non è assolutamente una soluzione per queste situazioni perché è proprio la famiglia spesso l'ambiente invalidante da cui i ragazzi dovrebbero affrancarsi, almeno durante la scuola. Il progetto di Dad solidale porterà non solo a disincentivare l'assenteismo ma trasmetterà un chiaro messaggio di solidarietà a quei ragazzi e ragazze che da sempre sentono di essere emarginati e del tutto inutili alla società. E concorrerà a un aumento del capitale umano, partendo proprio dagli ultimi, che da sempre hanno fame di riscatto, di un raggiungimento concreto, di un miglioramento della loro condizione e di quella dei loro cari.
*Educatore e insegnante per il progetto IoValgo
di Luigi Manconi e Federica Resta
La Repubblica, 20 marzo 2021
Dagli algoritmi che identificano i colpevoli al rischio di profilazione etnica Anche l'intelligenza artificiale ha bisogno di limiti. In gioco c'è la libertà. È difficile pensare a una scelta più autenticamente umana-e così intensamente percorsa dall'empatia - di quella dell'adozione. Da essa discende, infatti, la scommessa di una complessa genitorialità. Ovvero, la volontà di ricreare quanto di più inimitabile esista: il rapporto tra genitori e figli.
Ecco, quindi, l'esigenza di un vaglio quanto mai attento della personalità dei potenziali genitori, capace di rapportarne ogni parola, ogni gesto, persino ogni silenzio al ruolo di padre e madre che si candidano a svolgere. Ebbene, apprendere che in Florida persino quella scelta (sia pur nelle sole fasi preliminari) sia stata affidata da alcune associazioni agli algoritmi, rende meglio di ogni altro esempio l'idea della pervasività dell'intelligenza artificiale nelle nostre esistenze quotidiane e nelle nostre relazioni interpersonali.
In proposito, molte sono le letture possibili: suggeriamo in particolare "Intelligenza artificiale. L'impatto sulle nostre vite, diritti e libertà", di Alessandro Longo e Guido Scorza, pubblicato da Mondadori nel 2020. Se, infatti, è da promuovere il ricorso "benefico" all'intelligenza artificiale in ogni campo (ad esempio per migliorare la diagnosi o la terapia di determinate patologie) è essenziale, però, avere chiaro il limite oltre il quale non si può (e non si deve) "fare tutto ciò che si può fare". Un caso su cui riflettere è quello dell'uso dell'intelligenza artificiale a fini investigativi. Gli autori dell'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso verrebbero identificati, a quanto è dato sapere, grazie ai software di riconoscimento facciale forniti da Clear-view, società specializzata del settore, a partire da un database di 3 miliardi di immagini "rastrellate" tra le tracce disseminate in rete. E questo, nonostante le carenze di tali tecniche riscontrate già nel 2019 dal National Institute of Standards and Technologies, secondo cui il tasso di errore nell'identificazione biometrica è molto più elevato - da 10 a 100 volte - nel caso degli afroamericani e degli asiatici. In Italia, nel novembre scorso, è stato adottato un bando di gara per individuare il miglior sistema di riconoscimento facciale da utilizzare in tempo reale nell'identificazione di persone straniere.
Il Ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, in risposta a un'interrogazione parlamentare del deputato Filippo Sensi, ne ha escluso l'utilizzo nei confronti dei migranti. Per altro, le stesse tecniche erano state già utilizzate dalla Polizia di Stato nel 2018, in occasione dell'arresto di due cittadini georgiani, accusati di furto in appartamento. E sarebbe interessante capire se il successivo giudizio abbia confermato o meno il "sospetto" del software.
Le dichiarazioni, ormai così frequenti, sull'opportunità dell'estensione del riconoscimento facciale ad altri ambiti (dagli stadi agli aeroporti) ci proiettano in una dimensione dalla quale è facile precipitare, senza colpo ferire, in una società "biosorvegliata". Qualcosa di simile, potenzialmente, a quanto accade in Cina, dove telecamere installate ovunque registrano ogni più minuto movimento. Ne consegue una domanda: ci si può fidare degli algoritmi? Perché il pericolo connesso a questo tipo di tecniche è, innanzitutto, quello dei falsi positivi: e, quindi, dell'individuazione e stigmatizzazione di soggetti del tutto innocenti.
Come a Detroit, la scorsa estate, quando, per un furto di cinque orologi, venne arrestato un afroamericano del tutto estraneo ai fatti a causa di un errore dell'algoritmo di riconoscimento facciale utilizzato dalla polizia. "Spero che non siate convinti che tutti i neri si somiglino" è stato il commento dell'uomo. Commento che, per la verità, andrebbe rivolto, prima che alla polizia, a chi ha progettato quell'algoritmo maldestro. Insomma, il pericolo della profilazione etnica, sia pur solo preterintenzionale, è assai elevato: tanto più se tali tecniche sono correlate al potere coercitivo e alle diverse forme di privazione o limitazione della libertà. Più in generale, si avverte il rischio di cristallizzare negli algoritmi, persino amplificandoli, i pregiudizi che già ci condizionano, alimentando una vera e propria "tecnologia del sospetto", e del sospetto fisiognomico.
La tendenza oggi prevalente è quella a ritenere gli algoritmi come neutri, e per ciò virtualmente infallibili, imparziali e, in una parola, "giusti", molto più di quanto lo possa essere l'umana, troppo umana, razionalità "naturale". Accade così che, dagli stessi algoritmi, si facciano dipendere decisioni sempre più significative per la vita individuale e collettiva, smarrendo il senso del limite che invece va posto con risolutezza di fronte all'inarrestabile volontà di potenza della tecnica.
E il primo limite che l'intelligenza artificiale deve rispettare è quello della non discriminazione, per evitare di rendere talmente regressivo da apparire distopico ciò che invece può e deve rappresentare uno strumento di progresso sociale e persino, se ben utilizzato, di riduzione delle diseguaglianze. Si pensi alla condanna a sei anni inflitta in Wisconsin a un afroamericano per effetto, tra l'altro, della prognosi di recidiva, stilata da un algoritmo incline ad assegnare ai neri un tasso di pericolosità maggiore di quello attribuito ai bianchi. Presumibilmente, il giudizio umano sarebbe stato, in quel caso, assai meno "lombrosiano" di quanto sia stata, invece, la fredda razionalità artificiale.
Il problema, allora, non è tanto e non è solo se il diritto sia - come scriveva Francesco Carnelutti – "materia ribelle ai numeri", ma è che forse dobbiamo insegnare all'algoritmo a "pensare", liberando noi, assieme a lui, di tutte quelle forme di intolleranza che una democrazia matura non può tollerare. Dietro tutto ciò, emerge la domanda - tenace e molesta come un rovello - che accompagna le peripezie e i dilemmi delle democrazie mature: come conciliare l'innovazione e le sue mirabolanti potenzialità con la tutela rigorosa delle garanzie individuali e dei diritti sociali? È un interrogativo a cui è arduo rispondere, ma che è impossibile eludere.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 20 marzo 2021
Manca personale negli uffici, assunzioni a rilento. Solo il 5% delle domande sono arrivate in fondo. In Italia sono tra i 600 e i 650 mila gli irregolari, privi di diritti e di attenzione sanitaria.
Più che un flop, è una sconfitta per tutti. Più che motivo di ironia d'una fazione contro l'altra, dovrebbe essere ragione di preoccupazione collettiva, specie nell'Italia di oggi, attesa da stress test importanti per la macchina della sua pubblica amministrazione dopo la pandemia. Com'era prevedibile sin dall'inizio assai faticoso, ha suscitato scherno tra gli avversari politici, e soprattutto in quella destra sovranista che più l'aveva osteggiata, il fallimento della sanatoria per i lavoratori stranieri irregolari. Il provvedimento era stato fortemente voluto tra la primavera e l'estate 2020 dall'allora titolare dell'Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova. Alcuni hanno esultato come di fronte a una significativa vittoria della propria parte. Altri si sono spinti a dileggiare le lacrime di commozione sfuggite alla ministra, con un passato da bracciante, nel dare l'annuncio del "suo" provvedimento lo scorso maggio: "Da oggi gli invisibili saranno meno invisibili". Non è andata come sperava la Bellanova.
Nato da una logica di compromesso in una coalizione assai contraddittoria sul tema delle migrazioni, e dunque con l'avvertenza di non definirlo per ciò che era (una sanatoria), il provvedimento conteneva limiti troppo stretti ed escludeva categorie assai importanti, come gli edili. Pensato in buona parte per i lavoratori dei campi (e giustificato proprio dalla carenza di braccia causata dal Covid-19) ha finito per rivolgersi soprattutto a colf e badanti. E, anche in questo caso, non ha centrato l'obiettivo.
I dati sono impietosi. Fa testo un'interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Magi del 9 marzo, sulla base della campagna "Ero straniero", secondo cui il numero delle domande finalizzate a sei mesi dalla chiusura dei termini era inferiore all'1% di quelle presentate. Al 31 dicembre 2020, a fronte di 207 mila domande inoltrate dal datore di lavoro per fare emergere un rapporto irregolare o istaurarne uno nuovo con un cittadino straniero, erano stati rilasciati appena 1.480 permessi di soggiorno dalle questure in tutta Italia. Al 16 febbraio, il 5% delle domande era nella fase conclusiva della procedura e il 6% in quella precedente (convocazione in prefettura di datore di lavoro e lavoratore per la firma del contratto): in 40 prefetture le convocazioni non erano nemmeno iniziate. Non che mancasse, per carità, una previsione normativa di supporto: conoscendo le voragini di organico in questure e prefetture, e valutando il nuovo carico di lavoro, l'articolo 103 del decreto-legge 34 del 2020, indicava i fondi per assumere personale e adeguare gli strumenti informatici (fino a 30 milioni per il 2021).
All'interrogazione di Magi, che si concludeva con la canonica domanda "che fare?", il ministero dell'Interno ha dato una risposta su cui sarà opportuno meditare. In sintesi: si spiega che "rallentamenti nella trattazione delle istanze" sono dovuti "ad adempimenti procedurali, che investono le competenze intrecciate di più amministrazioni (prefettura, questura, ispettorato del lavoro, Inps), articolandosi in complesse fasi sub-procedimentali..." (sic) e, alla pandemia che tutto frena; per uscire dall'incastro, si è pensato di far ricorso a "lavoro a termine" tramite un'agenzia di somministrazione, sin dal 29 maggio 2020; naturalmente sono occorse un'indagine di mercato e una procedura negoziata via Consip; si aggiungano tre mesi (!) tra gara aggiudicata e firma del contratto, la selezione di 800 addetti su ventimila candidati, la necessità di stipularne i contratti individuali e di indirizzarli infine, quali assistenti amministrativi, agli Sportelli unici per l'Immigrazione, "in misura proporzionale alle istanze di emersione pervenute". Quindi, "si confida" che entro questo mese gli 800 assistenti comincino a dare una mano: in soldoni, si arriva ad aprile e sarà passato quasi un anno tra il decreto e l'inizio della sua attuazione.
Questa storia si può leggere in due modi. Dal punto di vista di chi si occupa di migrazioni, è una sconfitta perché in Italia sono tra i 600 e i 650 mila gli invisibili, privi di diritti e soprattutto di attenzione sanitaria in tempi di pandemia; è una consolazione parziale, perché comunque 207 mila invisibili sono emersi da questa platea e la ricevuta della domanda di emersione fa titolo per l'assunzione; ed è un suggerimento (magari anche al neosegretario del Pd) per superare la deriva delle sanatorie: tenere aperta su base individuale una procedura sempre accessibile di regolarizzazione per gli stranieri già radicati, senza precedenti penali e con lavoro disponibile sul nostro territorio.
Ma, da un punto di vista più generale, la vicenda ci rivela che non le (pur vistose) contraddizioni a monte hanno affossato il provvedimento, ma una malattia che corrode la cinghia di trasmissione di qualsiasi provvedimento all'interno della nostra vita pubblica. Negli uffici il personale o è mancante o è pletorico, chi va in pensione (anche a causa di quota 100) non viene sostituito (la filiera di regolarizzazioni dei migranti in una cittadina in provincia di Latina, ad esempio, è andata in tilt per il pensionamento dell'unico ispettore e da agosto tutto s'è fermato). La pubblica amministrazione è in ginocchio e il lavoro agile s'è tradotto in qualcosa di troppo vago per essere funzionale alle istanze del cittadino. Qualsiasi provvedimento del decisore politico sconta una distanza assai importante con la sua concreta attuazione: perché, a fronte di una società sempre più complessa e di palizzate corporative sempre più alte, si è inceppata la macchina che deve calarlo nella realtà, renderlo pulsante nel nostro quotidiano.
Andare dritti al punto con i sindacati per un patto sul lavoro pubblico è stata una prima buona mossa del premier Draghi e del ministro Brunetta. Ma la strada dell'inferno è lastricata di protocolli sul pubblico impiego: e la campana non suona per la sanatoria della Bellanova, ma per tutti noi.
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