di Simona Musco
Il Dubbio, 19 marzo 2021
A stabilirlo il tribunale di Ravenna: "Leso il diritto alla difesa". Il mancato deposito di atti dell'indagine preliminare rappresenta un danno per la difesa, motivo per cui può essere necessario dichiarare la nullità della richiesta di rinvio a giudizio. A stabilirlo è un'ordinanza del Tribunale di Ravenna, che in disaccordo con l'indirizzo che stabilisce l'inutilizzabilità degli atti mancanti ha optato per un'interpretazione più stringente, affermando la necessità di integrare il fascicolo con quanto omesso e, dunque, spostare indietro le pedine del procedimento.
Di fronte alla mancanza di elementi di prova che potrebbero risultare centrali nella fase processuale, il rischio, si legge nell'ordinanza, è che ciò si rifletta "direttamente in negativo sulle prerogative difensive. Difatti, l'impossibilità per le difese di accedere compiutamente e tempestivamente al materiale probatorio raccolto dal pm incide in modo sostanziale sulla stessa possibilità per gli imputati di organizzare la strategia difensiva, se del caso anche tramite la scelta di riti alternativi, sicuramente influenzata - tale scelta - anche dalla tipologia e qualità degli atti d'indagine compiuti dal pm".
Nel caso specifico le difese lamentavano l'assenza delle immagini delle telecamere piazzate sul luogo del presunto reato, ovvero quelle che ritrarrebbero l'allontanamento ingiustificato dal luogo di lavoro degli imputati. Immagini decisive e centrali, secondo la difesa, ma non depositate dal pm, "con conseguente lesione delle prerogative difensive, intaccate dalla indisponibilità di un atto d'indagine decisivo che potrebbe essere divenire - nella fase dibattimentale - altresì prova decisiva". Il giudice ha accolto l'eccezione, evidenziando come l'orientamento prevalente, che si limita a considerare inutilizzabili gli atti stessi, è "tutt'altro che pacifico" e addirittura "non condivisibile". Ciò sulla base di una recente pronuncia della Cassazione, che ha inquadrato il vizio "nella categoria della nullità generale a regime intermedio, siccome incidente sulle garanzie difensive dell'imputato".
Gli atti mancanti, infatti, potrebbero rappresentare prove decisive, così che l'unico risultato rischierebbe di essere "la violazione del diritto di difesa discendente dall'incisione delle prerogative difensive correlate ad una determinata fase processuale". Inoltre, tutti gli atti, dunque, devono essere presenti nel fascicolo al momento dell'avviso di conclusione indagini, proprio per garantire "che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico; [e] disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa".
Il giudice evidenzia come, da un lato, gli atti mancanti potrebbero risultare favorevoli all'imputato, "con serio pregiudizio nei suoi confronti", e dall'altro come "potrebbero essere sottratti al giudizio ed alla cognizione del giudice elementi di prova - finanche decisivi -, così ostacolando quell'attività di ricerca della verità, che è considerato il fine primario ed ineludibile del processo penale". Da qui la necessità di rinnovare la sequenza procedimentale, senza rischio di "seri effetti negativi sulla durata del processo", consentendo al pm di "utilizzare tutto il materiale investigativo raccolto e agli imputati di calibrare in modo pieno le proprie strategie difensive".
ilreggino.it, 19 marzo 2021
Il cordoglio della Garante dei detenuti Giovanna Russo. "La scomparsa del dottor Emilio Campolo, funzionario ed educatore presso la Casa circondariale "Panzera" di Reggio Calabria, provoca sincera emozione in quanti abbiamo avuto la fortuna di conoscerne l'umanità".
"Ho apprezzato il valore del dottore Emilio Campolo nel corso della mia esperienza istituzionale ed avverto sincero turbamento per la sua scomparsa dal profondo dell'animo. Nei lunghi anni della sua preziosa e delicata opera - sottolinea Giovanna Russo - Emilio Campolo ha lasciato grande impronta di sé, dedicandosi con grande sensibilità e onorabilità agli ultimi.
"Avvocato Russo le faccio i migliori auguri per questo incarico - così mi salutò al nostro primo incontro - l'ha preceduta una grande persona e mio amico, l'avv. Agostino Siviglia, e sono certo che lei saprà fare bene, e noi saremo qui a suo supporto". Ascolto e senso di equilibrio - prosegue la Garante Russo - trasparivano sempre dalle sue parole, convinto com'era della necessità della funzione risocializzante del reo, che aveva inverato nonostante il pericolo del Covid, continuando insieme ad un altro collega a garantire la possibilità ai detenuti di proseguire i programmi di studio.
Era fatto così Emilio Campolo, uomo di Fede, che viveva il suo lavoro come un grande dono di Dio al servizio del prossimo. Ecco perché sbigottisce la sua perdita e siamo certi che anche da lassù continuerà ad ispirare le nostre azioni umanitarie rendendo più ricche le nostre esperienze al servizio delle funzioni istituzionali affidateci".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 marzo 2021
Aveva subito torture nel carcere gambiano per farlo confessare, non è mai stato sottoposto a processo e non ha avuto assistenza legale. Nonostante ciò, la Commissione territoriale di Caserta aveva rigettato la richiesta di protezione internazionale nei suoi confronti. Ma il giudice del Tribunale di Napoli, anche alla luce di quanto emerge dalle fonti internazionali consultate di ufficio, ha ritenuto gli elementi forniti dal ricorrente credibili. Infatti, sostiene il giudice, contrariamente a quanto ritenuto dalla Commissione, in Gambia è frequente essere sottoposti a detenzione cautelare anche per anni in attesa di processo a causa dell'importante backlog e dell'inefficienza del sistema giudiziario.
Per più di un anno in carcere senza essere sottoposto a processo - Parliamo di un cittadino gambiano difeso dall'avvocata Amarilda Lici. Facendo ricorso al tribunale, il ricorrente ha lamentato che la Commissione territoriale di Caserta non avrebbe adeguatamente valutato la situazione di sicurezza del Gambia e non avrebbe considerato il pericolo concreto di danno grave che correrebbe in caso di rimpatrio, omettendo di tenere in conto che è stato già vittima di tortura durante il periodo di detenzione nel Paese di origine.
Ha chiesto, pertanto, l'annullamento del provvedimento di diniego e in ogni caso il riconoscimento di protezione sussidiaria o, in subordine, della protezione umanitaria. L'uomo, nel suo Paese di origine, svolse il ruolo di guardiano notturno presso un cantiere. Racconta che una notte dei ladri fecero irruzione nel luogo, e dopo averlo legato e picchiato, rubarono dei macchinari e altri materiali. Il mattino successivo il datore di lavoro giunse al cantiere e, dopo averlo accusato di essere complice dei ladri e che la sua fosse una messa in scena, chiamò la polizia che lo condusse presso la prigione. Ci rimase per più di un anno, senza essere sottoposto a processo. La polizia lo torturò al fine di estorcergli, senza successo, una confessione. Un giorno si ammalò e fu ricoverato in ospedale. Riuscì a fuggire.
Il giudice ha vagliato la posizione tenendo presente i report sulle carceri gambesi - Dopo viaggi tortuosi, passando per il Senegal fino ad arrivare in Libia, riuscì a raggiungere l'Italia. Se dovesse essere rimpatriato, rischierebbe indicibili torture in carcere. Soprattutto per vendetta. Il giudice ha vagliato attentamente la posizione, tanto che nella decisione vengono riportati diversi report sulle carceri ufficiali e non e sulle loro condizioni.
Dal report Coi Easo sul Gambia emerge che "le carceri erano sovraffollate e c'erano persone in carcere da molti anni senza processo per reati minori. I servizi igienici e l'assistenza medica erano inadeguati, il vitto era insufficiente e di scarsa qualità. I familiari potevano portare cibo ai detenuti in custodia preventiva (in attesa di giudizio), ma non ai detenuti condannati. Per i prigionieri politici o i condannati a lunghe pene detentive non era prevista la possibilità di lavorare.
Fondato pericolo di subire gravi ed inumani trattamenti in carcere - L'isolamento inflitto nella prigione di Mile Two ai detenuti condannati a morte e agli ergastolani rinchiusi nel braccio di sicurezza è stato considerato una forma di tortura dal relatore speciale delle Nazioni Unite. Secondo varie relazioni, molti detenuti nelle prigioni gambiane erano in carcere per reati di droga. Molti non erano gambiani ma cittadini di altri paesi".Per il giudice, alla luce delle dichiarazioni rese, ritenute internamente ed esternamente attendibili per i motivi esposti, si ritiene che il ricorrente in caso di rimpatrio correrebbe il fondato pericolo di subire gravi ed inumani trattamenti in carcere, come già avvenuto subito dopo l'arresto, il che accresce il rischio che le violenze possano ripetersi e pertanto ne consegue il parziale accoglimento del ricorso sotto il profilo della domanda di protezione sussidiaria.
di Antonio Sabbatino
comunicareilsociale.com, 19 marzo 2021
Screening con test naso-faringeo per gli agenti di Polizia penitenziaria questa mattina nel parcheggio esterno del carcere Giuseppe Salvia di Poggioreale. In accordo tra la Direzione sanitaria dell'Asl Napoli 1 Centro e la direzione sanitaria e amministrativa dell'istituto penitenziario, oltre 300 addetti alla sorveglianza si sono prenotati per essere sottoposti a tampone in attesa dell'intensificazione della campagna vaccinale, sospesa da alcuni giorni dopo le note vicende del ritiro dei lotti di AstraZeneca e il successivo stop alle somministrazioni a livello italiano ed europeo. La campagna di tamponi, agli agenti proseguirà sarà poi ripetuta.
La situazione a Poggioreale - Nel corso del tempo, a Poggioreale come altrove sono state allestite delle celle nei padiglioni Venezia e Firenze per accogliere sino a 60-70 detenuti eventualmente positivi o in isolamento precauzionale. Nel frattempo, in questo periodo, afferma con soddisfazione il dottore Vincenzo Irollo, direttore sanitario del Giuseppe Salvia, "tra detenuti, personale del carcere e agenti di Polizia penitenziaria di Poggioreale siamo al di sotto dell'1% di casi di positività. È un dato accettabile visto che siamo in un ambiente di comunità".
Sono soltanto 3 i detenuti positivi al Covid in questo momento; poche unità anche tra gli agenti di Polizia penitenziaria e comunque in isolamento domiciliare. Se nella prima ondata il Covid sembra soltanto aver sfiorato la platea carceraria, nella seconda ondata tra lo scorso inverno e lo scorso autunno i numeri sono stati ben superiori con decine e decine di contestuali casi, alcuni anche gravi che hanno costretto a ricoveri e che, come nel caso del responsabile sanitario del carcere di Secondigliano Raffaele De Iaso, ha portato alla morte (proprio a Secondigliano, lo scorso novembre, si registravano oltre 70 positivi).
"Noi - aggiunge Irollo - come operatori sanitari e agenti penitenziari possiamo essere veicolo di contagio e ovviamente anche i colloqui e i contatti con i familiari sono stati veicoli di contagio Ora con la zona rossa per decisione ragionali e questo ci ha consentito di tornare in numeri accettabili". Proprio per precauzione, da alcuni mesi i colloqui dal vivo tra detenuti e parenti sono sostanzialmente fermi, sostituiti da videochiamate a distanza.
In attesa della campagna vaccinale - Ma il vero ago della bilancia per detenuti e agenti penitenziari, come per tutti quelli all'esterno delle carceri, è rappresentato dalla prospettiva di immunizzazione grazie alla somministrazione delle dosi di vaccino. In proposito, il dottor Lorenzo Acampora, direttore dell'Unità Operativa Complessa-Tutela della salute competente per gli istituti penitenziari rientranti nel territorio di competenza dell'Asl Napoli 1 Centro e cioè Poggioreale, Secondigliano e il carcere minorile di Nisida, afferma: "Il 50% dei nostri operatori oggi sono immunizzati nell'ordine del 93-94% perché vaccinati nei tempi previsti. Si aspettava che andasse avanti la campagna vaccinale anche per gli agenti di Polizia penitenziaria, iniziata lunedì ma purtroppo interrotta dopo lo stop ad Astrazeneca. Aspettiamo con ansia l'apertura della campagna vaccinale anche negli istituti penitenziari. Ma nel frattempo, nonostante a Poggioreale i detenuti siano oltre 2000 rispetto al numero congruo di 1600-1700, il tasso di positività è ben inferiore a quello del 12-13% della città fuori. È un grosso successo, raggiunto per l'elevato numero di tamponi effettuato".
Rivedere i parametri - L'emergenza Covid e la necessità di ripensare ritmi e abitudini di vita, non può lasciare indifferente anche chi si occupa dell'organizzazione carceraria. Su scala regionale il ruolo di provveditore dell'amministrazione penitenziaria Campania è attualmente di Antonio Fullone il quale si esprime così sull'opportunità di ripensare gli spazi all'interno degli istituti penitenziari. "Le carceri sono luoghi della società in tutti i sensi e le ansie che si vivono fuori a causa della pandemia si vivono anche dentro. Anzi, a volte vivere dentro certe preoccupazioni amplifica perché ci possono essere delle comunicazioni con differimento di tempo perché le condizioni di restrizioni della libertà sono una cassa di risonanze delle paure".
Dunque la strada giusta è costruire nuove strutture dove ospitare i detenuti come in tanti chiedono? Il provveditore preferisce concentrarsi su un'altra prospettiva. "In questo momento dobbiamo soprattutto ripensare le carceri che abbiamo. Stiamo facendo i conti con un significato diverso dello spazio, delle distanze e questo potrebbe essere utile per rivedere i parametri non sono a livello nazionale ma anche della Corte Europea".
Fullone spiega: "Non c'è per la Campania una tipologia di carcere o di struttura o di camera detentiva. Ci sono quelle adattate a carcere tipo Eboli oppure costruite più recentemente come Secondigliano o che risale ai primi del '900 come Poggioreale. I nostri parametri europei parlano di 3 metri quadrati per ogni persona detenuta. Se si va sotto quel limite, si considera degradante e non dignitosa la detenzione. Però è un limite che non può essere calato in questa realtà, puoi avere anche una stanza con 10 o 12 persone ospitate nei limiti del parametro della dignità stabilita dalla Comunità Europea che è un limite aritmetico, ma rispetto a quanto sta succedendo oggi con questa situazione di emergenza il quadro va rivisto".
Soluzioni? "Stiamo cercando di ridurre, di trasformare le stanze più grandi in stanze di socialità in modo che questi picchi di presenza, in intesa con il Dipartimento, possano essere aggiornati. Le stanze di Poggioreale, sono spesso dei cameroni. È questo è lo stimolo di questa situazione. Ripensiamo i ritmi di vita di tutta la società esterna, che pensa sia giusto fare lo stesso all'interno" conclude il provveditore Antonio Fullone.
di Federica Cravero
La Repubblica, 19 marzo 2021
La procura apre un'inchiesta, l'episodio nella camera di sicurezza del palagiustizia. La procura di Torino ha aperto un fascicolo d'inchiesta su quanto accaduto nelle scorse settimane in una camera di sicurezza del tribunale di Torino, dove un giovane detenuto in attesa dell'udienza ha raccontato di essere stato malmenato da un agente della polizia penitenziaria dopo aver acceso una sigaretta.
L'udienza era alle 11. Il trentenne, che è in carcere al Lorusso e Cutugno per altre vicende da ottobre 2019 e nel processo che doveva affrontare era accusato di truffa, era assieme ad altri detenuti nella cella di sicurezza. "Qui non si fuma", gli avrebbe detto l'agente togliendogli la sigaretta dalle labbra e di fronte al rifiuto del detenuto di consegnare l'accendino lo avrebbe colpito violentemente al volto, facendogli sbattere la testa contro il muro e facendogli cadere gli occhiali a terra. E sarebbero stati gli altri agenti a intervenire separando i due. Una scena che aveva impressionato molto sia gli altri detenuti, che avevano iniziato a urlare e a inveire, sia un paio di operatori sanitari che accompagnavano la scorta del gruppo di detenuti.
Stordito dal colpo e dolorante, con un filo di sangue che usciva da una ferita al naso, sarebbe stato richiamato dall'agente, che ha una lunga esperienza alle spalle, che assieme alle scuse e all'offerta di ripagare gli occhiali rotti gli avrebbe chiesto, con velate minacce, di non riferire nulla dell'accaduto all'udienza. E in effetti l'imputato era riuscito a mascherare la ferita e il dolore sia davanti al pm Paolo Scafi che al giudice Giorgia De Palma e nulla aveva detto nemmeno al suo difensore, l'avvocato Andrea Stocco. Anche perché - ha raccontato in seguito il giovane - gli agenti erano in aula, a pochi passi da lui.
Solo nel pomeriggio, quando il detenuto ha avuto un malore e un fortissimo mal di testa, ha raccontato dell'aggressione subita. Inizialmente aveva detto di essere caduto dalle scale la mattina in tribunale, avendo perso l'equilibrio a causa delle manette. Poi però, portato in ospedale, ha cambiato versione. Del caso si è subito interessata la direttrice della casa circondariale, Rosalia Marino, che ha avviato un'indagine interna. "Da quel momento ho paura di essere punito, vivo nel terrore", ha detto al suo avvocato, che ha raccolto la sua testimonianza e ha presentato in procura una denuncia per lesioni. Il fascicolo è stato assegnato al pm Giovanni Caspani.
di Francesco Casula
Il Fatto Quotidiano, 19 marzo 2021
La denuncia di un parente. Un familiare ha scritto al direttore del carcere, al procuratore capo di Lecce e al ministro della Giustizia per denunciare la situazione in cui si trova il proprio congiunto e un'altra decina di detenuti. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la responsabile del penitenziario salentino ha preferito non fornire chiarimenti. La procura sta seguendo la vicenda: non ci sarebbero ancora fascicoli aperti, ma fonti giudiziarie fanno sapere che se dovessero emergere notizie di reato sarà chiaramente avviata un'azione penale
"Nemmeno l'acqua ci hanno fatto prendere. Io non mangio da 4 giorni". È il racconto di uno dei detenuti del carcere di Lecce che da giorni, secondo quanto svelato al Fatto dai familiari, sarebbe stato trasferito in isolamento dopo aver scoperto di essere positivo al Covid. Non un caso isolato, però: il trasferimento avrebbe infatti riguardato complessivamente una decina di carcerati in particolare della sezione "C2" e sarebbe avvenuto nel corso della notte soprattutto senza che né i parenti né gli avvocati difensori dei detenuti fossero stati informati.
E quando la notizia è arrivata ai familiari è scoppiata la rabbia. I parenti lamentano condizioni in cui da giorni si trovano i loro congiunti: "Letteralmente deportati, privi di effetti personali, cibo e acqua, in isolamento" scrive Francesca, sorella di un ospite dell'istituto penitenziario salentino. In una pec inviata alla direttrice del carcere Rita Monica Russo, al procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone De Castris e al ministro della Giustizia Marta Cartabia, la donna ha denunciato che di aver ricevuto "la disperata telefonata" del fratello con la quale oltre a informarla di aver contratto il Covid come altri detenuti della sua sezione, ha raccontato che "ai detenuti risultati positivi al Covid e spostati in isolamento non sarebbe stata fornita nemmeno una bottiglietta d'acqua e per questo sarebbero costretti a bere da rubinetti acqua sporca e maleodorante, decisamente non potabile".
Da alcuni audio in possesso de ilfattoquotidiano.it è emerso inoltre che nelle scorse ore i detenuti avrebbero dato vita a uno sciopero: si sarebbero rifiutati di sottoporsi al rilevamento della temperatura svolta da un infermiere richiedendo la presenza di un medico che sostengono di non aver mai incontrato dal momento del loro collocamento in zona isolata.
Contattata per fornire una chiarimento sulla vicenda, la direttrice della Casa circondariale leccese ha preferito non rispondere alle domande. E in risposta alla sorella del detenuto ha replicato che l'amministrazione "ha attivato il protocollo sanitario condiviso con il medico competente della Asl di Lecce ed il dirigente Sanitario" e "ha adottato tutte le cure prescritte per i casi di positività asintomatica". La direttrice ha fatto sapere anche che "i detenuti positivi da Covid-19 sono rutti monitorati e assistititi presso il reparto Covid-19 allestito dalla Asl di Lecce e non presentano sintomi", per poi aggiungere che rispetto "alle ulteriori doglianze" della donna, "fornirà ogni informazione alla Sig.ra Ministra della Giustizia Marta Cartabia e al Sig. Procuratore della Repubblica di Lecce Leonardo Leone Dc Castris".
E la procura, intanto, sta seguendo la vicenda: non ci sarebbero ancora fascicoli aperti, ma fonti giudiziarie fanno sapere che se dovessero emergere notizie di reato sarà chiaramente avviata un'azione penale. Intanto tra i parenti serpeggiano timori: ai detenuti positivi, infatti, sarebbe stato vietato di presentare le "domandine", cioè le richieste da sottoporre alla direzione. Anche le video chiamate che in questo periodo hanno sostituito le visite familiari sono state vietate. Il telefono è l'unico mezzo con il quale i carcerati possono comunicare con i familiari.
Ed è da queste telefonate, alcune delle quali registrate dai familiari, sarebbero emerse le notizie che stanno preoccupando le famiglie. "In questo momento di grande fragilità" si legge ancora nella lettera inviata alle istituzioni "si stanno calpestando non uno ma due diritti fondamentali degli esseri umani: quello all'acqua e alla salute. Mi chiedo se si stiano monitorando le condizioni di salute dei detenuti dal momento che non verrebbe fornita loro nemmeno l'acqua.
E poi - chiede ancora la sorella di un detenuto - perché nessun legale è stato tempestivamente avvisato delle condizioni di salute dei rispettivi clienti? Si sarà ritenuto forse trascurabile il non comunicare ai famigliari che i propri cari hanno contratto il virus? È evidente come non esistano cittadini di serie A e serie B e anche se questi hanno commesso dei reati per i quali stanno pagando (altrimenti non sarebbero detenuti) non deve essere negato loro - ha aggiunto la donna - il diritto alla dignità". La richiesta, quindi, è quella di fare luce sulla situazione che per i familiari non è degna "di un Paese civile quale si presume sia l'Italia".
di Luana Costa
lacnews24.it, 19 marzo 2021
Si registrano nuovi casi tra il personale della polizia penitenziaria e i detenuti. Ma il virus circola anche negli altri istituti penitenziari della Calabria. Si estende il focolaio epidemico accertato nella giornata di ieri all'interno della casa circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro. All'esito degli screening effettuato sul personale della polizia penitenziaria e tra i detenuti, è stata registrata la presenza totale di 17 persone affette da Covid 19.
Il contagio - Nella giornata di ieri era stato accertato il contagio di quattro agenti della polizia penitenziaria e di tre detenuti di media sicurezza non reclusi, tuttavia, nelle stesse camere detentive. Da qui la necessità di effettuare una campagna di screening su tutta la popolazione carceraria che ha accertato la presenza di ulteriori 7 detenuti contagiati. Nella tarda serata di ieri si è avuto anche l'esito dei tamponi somministrati al personale della polizia penitenziaria che ha confermato la presenza di ulteriori tre agenti infettati.
Isolamento - Già nella giornata di ieri si era proceduto ad isolare i detenuti contagiati trasferendoli all'interno della sezione Covid, appositamente allestita fin dall'inizio della pandemia dell'istituto penitenziario. Gli agenti si trovano in isolamento domiciliare. Ma la presenza del virus nelle carceri calabresi non è così infrequente. Seppur in numeri decisamente ridotti si registrano casi di contagio anche all'interno degli altri istituti penitenziari.
La situazione in Calabria - Secondo un report aggiornato lo scorso 15 marzo un caso positivo tra gli agenti della polizia penitenziaria era stato registrato nella casa circondariale di Castrovillari, due a Crotone, uno a Palmi, due a Paola, due nell'istituto penitenziario di Arghillà a Reggio Calabria, uno nel carcere San Pietro, sempre a Reggio Calabria, uno a Rossano e uno a Vibo Valentia.
Corriere Fiorentino, 19 marzo 2021
Il 27 marzo un evento in diretta streaming con il ministro Franceschini. Volterra sarà protagonista di una delle tappe del progetto pilota nazionale "Per Aspera ad Astra", che nasce dall'esperienza della Compagnia della Fortezza guidata da Armando Punzo e che vede in rete 12 esperienze teatrali al lavoro in altrettante carceri italiane sostenute da 10 fondazioni bancarie tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra.
Coinvolti circa 250 detenuti in percorsi di formazione professionale ai mestieri del teatro. L'appuntamento si terrà in streaming il 26 marzo dalle 10.30 alle 12.30, con la conduzione dell'attrice Andrea Delogu. Si intitola "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" ed è stato scelto per celebrare la Giornata mondiale del teatro alla presenza del ministro della Cultura, Dario Franceschini.
catanzaroinforma.it, 19 marzo 2021
Lo ha annunciato il presidente Marco Polimeni. "Garantire ai detenuti uno strumento che ne tuteli i diritti è uno dei termometri più affidabili per misurare l'umanità di uno Stato, delle sue istituzioni, della sua società civile". Lo ha detto il presidente Marco Polimeni annunciando che è stato messo a punto il regolamento che istituisce il Garante comunale sui diritti dei detenuti. "È il prodotto della sinergia instaurata dall'amministrazione Abramo con il Consiglio dell'Ordine degli avvocati della provincia di Catanzaro". Il testo verrà inserito all'ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale.
"L'istituzione del Garante - ha aggiunto Polimeni - è un segno tangibile di attenzione nei confronti dei detenuti, minori e non, anche in tempi di pandemia, che sono ristretti nelle due strutture catanzaresi: la casa circondariale Ugo Caridi e l'Istituto penale per minorenni. Carceri in cui le persone vengono private della propria libertà, ma non possono per questo essere private dei propri diritti o della possibilità di avviare percorsi di reinserimento sociale".
Il regolamento disciplina le modalità di elezione, la durata del mandato (quattro anni) e le attività di questa autorità di garanzia, le cui funzioni principali saranno la ricezione di segnalazioni sul mancato rispetto delle normative di polizia penitenziaria e su eventuali violazioni dei diritti dei detenuti, ma anche la promozione di iniziative di sensibilizzazione pubblica sui temi dei diritti umani e dell'umanizzazione delle pene di quanti sono limitati nella propria libertà personale. "Sono sicuro che l'aula approverà all'unanimità il testo di un documento che non è un vuoto adeguamento a norme di legge - ha concluso Polimeni - ma rappresenta un grande atto di civiltà pensato per difendere l'umanità delle persone e i loro diritti garantiti a livello nazionale e internazionale".
di Silvia Bombino
vanityfair.it, 19 marzo 2021
Aprile 2020, Venerdì Santo, Città del Vaticano. Nelle immagini di piazza San Pietro deserta, che hanno fatto il giro del mondo, Papa Francesco celebra la via Crucis. Davanti a lui ci sono: un detenuto che porta la croce, un magistrato, un poliziotto, medici e infermieri in camice bianco, un prete. A lato, un uomo con le sneakers bianche. "C'è un attimo che non dimenticherò mai. Prima di iniziare, eravamo appoggiati al portone, chiuso, della basilica. Guardavamo la piazza davanti a noi, avvolta in un silenzio surreale.
A un certo punto lui mi dice: "chi lo avrebbe mai detto, un anno fa...". Chi ascolta l'umana incredulità di Bergoglio è Don Marco Pozza, ed è quel signore con le sneakers bianche. È lì perché è il cappellano del carcere di massima sicurezza Due Palazzi di Padova, colui che ha raccolto le meditazioni di detenuti, agenti, magistrati e familiari di vittime legati al penitenziario e che verranno lette in mondovisione. Ma è lì soprattutto perché è legato da qualche anno al Santo Padre, con cui ha fatto ben tre programmi trasmessi da TV2000, dedicati rispettivamente al Padre Nostro, all'Ave Maria e al Credo, e altrettanti libri editi da Rizzoli. E ora andrà in onda sul Nove la serie Vizi e Virtù - Conversazione con Francesco dal 20 marzo alle 21:25. Eppure la sua faccia è sconosciuta ai più.
Chi è Marco Pozza, e come è diventato prete?
"La mia è la storia semplice di un ragazzo del Nordest, nato sull'altopiano di Asiago, in un paese piccolo, che era rimasto affascinato dal parroco del posto, Don Beppe. Era un prete senza tonaca, ma con un gran sorriso e tanta voglia di fare del bene. Il mio sogno era diventare come lui, avere la mia chiesa, il mio oratorio. Se mi avessero detto scegli un posto dove non lo vuoi fare avrei detto senz'altro: il carcere".
Perché?
"Sono pur nato in Veneto, terra leghista, dove chi sbaglia deve marcire dentro le galere".
Dopo Don Beppe, che cosa è successo?
"Alla fine della quinta elementare, a 10 anni e mezzo, ho chiesto ai miei genitori di poter entrare in seminario. Ero un bambino vivace e che difficilmente seguiva le regole, se non fossi diventato prete probabilmente sarei comunque finito in galera, ma dall'altra parte, quindi per loro era una proposta allettante. Mi hanno lasciato la libertà di provare, al massimo ne sarei uscito".
Che cosa ricorda del seminario?
"Ho avuto dei problemi, sono stato anche espulso, il mio carattere, dicono in Veneto, "non è farina da fare ostie". Però in quei 14 anni tanti piccoli dettagli mi hanno fatto capire che da prete sarei stato più felice. La chiamata insomma non è arrivata vedendo la Madonna o Gesù. E non so se morirò prete".
In che senso?
"Mi dispiacerebbe tantissimo essere certo di morire prete, perché vorrebbe dire che mi sono abituato a questa vita. Invece i motivi per cui questa mattina sono un sacerdote a mezzanotte scadono e domattina ne devo trovare altri, come in tutte le storie d'amore. Ho scelto di essere prete senza snaturare la mia persona: sono disposto a pagare tutto quel che c'è da pagare ma non voglio stravolgere il mio modo di ragionare, di vestire, di vivere le mie giornate. Se devo morire prete significa che nella vita, al primo tentativo, ho fatto gol, ma mi basta morire intellettualmente e spiritualmente onesto".
In seminario l'hanno riammessa.
"Hanno accettato i miei spigoli. Ho fatto la vita di un ragazzo semplice, normale, che si è innamorato, che ha pensato anche lui di mettere su famiglia, che aveva 7 in condotta, che ha fatto l'università, e a cui la vita ha sorriso finora. Sono andato avanti e ho studiato al liceo classico, poi mi sono laureato in Teologia. A 25 anni sono stato ordinato prete".
Dove ha iniziato a praticare?
"Io, uno di montagna, sono stato mandato in centro a Padova, a fare l'aiuto di un prete di 73 anni. Era un quartiere di gente benestante dove la formalità era importante: ricordo che mi presentai in canonica con i pantaloni corti, una maglietta e il cappellino girato all'indietro. Avevo voglia di fare, spaccare tutto. Quando chiesi che cosa dovevo fare, il parroco mi disse che avrei aiutato alla messa della domenica. E poi? Incalzai. "Vai a vendere le liquirizie al bar", mi disse. Ho capito subito che non avrebbe funzionato".
Come ha reagito?
"Ho fatto un calcolo: non veniva nessun giovane in chiesa, mentre c'erano 5 mila ragazzi in piazza a bere spritz. Quindi sono andato lì a evangelizzare all'ora dell'aperitivo. Io sono astemio, tra l'altro. Alla fine circa 400 ragazzi in chiesa sono riuscito a portarli. Gli adulti però me l'hanno fatta pagare, e dopo tre anni sono stato "invitato" a studiare a Roma, per il dottorato in Teologia".
Deluso?
"Sono un appassionato ciclista, per cui so che puoi perdere una tappa ma per vincere il Giro d'Italia è la classifica finale che conta".
Come è entrato al Due Palazzi di Padova?
"Mentre studiavo per il dottorato, una domenica mattina un mio caro amico mi ha chiesto di sostituirlo a una messa. Quando gli ho chiesto dove dovevo andare, mi ha detto: Regina Coeli. Lì è successo che celebrando la messa, quelle centinaia di volti che mi ascoltavano da dietro le sbarre mi hanno chiamato. Era come se mi dicessero: ci hai sempre giudicato, siamo dei pezzi di merda, siamo falliti, dobbiamo morire, ma ci hai mai incontrato veramente? A me, che sono uno che si incazza tremendamente quando la gente mi giudica senza conoscermi. Me lo ricordo come se fosse ieri: camminavo sul ponte di Castel Sant'Angelo e ho capito che dovevo accettare la sfida di amare quello che avevo sempre odiato. Così sono andato dal vescovo per chiedergli di mandarmi al carcere di Padova dove sapevo che mancava il prete. All'inizio era sorpreso, ma gli toglievo anche un problema".
Che cosa le ha insegnato il carcere?
"Tre cose, finora: primo, che in carcere non esistono le persone cattive, ma persone che nella vita hanno sbagliato. Secondo, niente panico, devo avere misericordia nei miei confronti, io che tutto sommato riesco a perdonare gli altri, ma quasi mai me stesso. Terzo, che la vita reale ha molta fantasia: al netto delle responsabilità che hanno per le azioni atroci che hanno commesso, non pensavo ci fosse tanta vita in un luogo che ho sempre collegato alla morte. Nessuno è perduto se trova qualcuno che gli si siede vicino e scommette su di lui".
Partecipa a conferenze in tutt'Italia, in particolar modo presso scuole. Va sempre in borghese?
"Mai avuta la divisa da prete, un po' perché il famoso Don Beppe che mi affascinava da piccolo non ce l'aveva. Un po' perché ho sempre avuto problemi con l'autorità e le divise, che segnalano l'importanza di un ruolo ma anche allontanano: a me piace giocarmela alla pari".
Come ha conosciuto Papa Francesco?
"Il 6 novembre 2016 era la domenica del Giubileo dei carcerati, perciò avevo portato a Roma una cinquantina di detenuti. A un certo punto, per strada, mi suona il cellulare. Rispondo e sento una voce che dice: "Ciao, sono Papa Francesco". Ovviamente ho pensato subito che fosse lo scherzo di qualche mio amico e ho buttato giù".
Ha buttato giù il telefono al Papa?
"Esatto, dopo poco però per fortuna ha richiamato: "Deve essere caduta la linea", ha detto. Mi ha chiesto di incontrare i detenuti a Casa Santa Marta. Questo mi ha fatto capire che mentre sono molto preparato al tragico della vita, non sono pronto alla bellezza. Quel giorno il Papa mi ha dato una grande lezione: il modo più bello che Dio ha, per farti capire che ti ama, è farsi trovare sotto casa. Gesù non aveva il cellulare, ma trovava le persone per strada. Lì è nata la nostra storia, che mi ha fatto sapere che dentro la Chiesa c'è qualcuno che mi vuole bene. Mi ha salutato mettendomi una mano sulla spalla: "Ricordati che non sei più solo, hai trovato un papà"".
Avete iniziato a collaborare subito?
"No. Io dovevo fare dei programmi sulla preghiera su TV2000 e avrei voluto chiedere al Papa di cosa sentiva quando recitava il Padre Nostro, ma non sapevo come avvicinarlo. Così gli ho scritto una lettera e l'ho spedita per posta, pensando: se mi risponde significa che deve succedere. Imbuco la lettera la domenica, martedì mentre ero in strada, ancora, mi chiama Papa Francesco. Mi dice che gli piaceva l'idea, io pensavo mi benedisse - che già era tantissimo - e basta. Invece mi ha detto che voleva fare l'intero programma con me. Incredibile".
Come è salvato il suo numero sul cellulare?
"È memorizzato in modo preciso, perché io non cada in scherzi. Ma non con il suo vero nome, ovviamente. Non dirò mai come".
Può raccontare qualcosa del set del nuovo programma?
"Eravamo in Vaticano, Papa Francesco è un atleta da combattimento: era a suo agio. Io ero sicuramente più emozionato".
Il dialogo con lui, nel programma, parte da come Giotto illustra i vizi e le virtù nella Cappella degli Scrovegni di Padova. Che cosa le ha detto il Papa che l'ha sorpresa, da teologo?
"Mi stupisce la sua freschezza, atteggiamento tipico delle persone intelligenti. È capace di parlarti in modo semplicissimo di cose difficilissime. Quando lui spiega la prudenza, che è la virtù che mi manca di più perché per me è sempre stata un freno che tarpava le ali, dice che in realtà la prudenza è saper capire che per essere creativi è necessario sbagliare. Non è il freno, ma le marce".
La cosa più sconvolgente che le ha detto?
"Gli ho confidato un problema: a volte, quando vado in chiesa a pregare la sera, e sono molto stanco, capita di addormentarmi. Lui mi ha sorriso: "Anche io, ogni tanto, prendo sonno mentre prego. Ma il problema", mi ha spiegato, "non è che tu prenda sonno, il problema è quando ti addormenti e sei fuori dallo sguardo di Dio". L'umanità della sua teologia è disarmante".
Per girare si è presentato sempre in jeans e sneakers.
"Non volevo mancare di rispetto, perciò ho detto al Papa: un conto è il rapporto tra me e te, un conto è davanti alle telecamere. Avevo portato la tonaca, gliela ho mostrata, se voleva me la sarei messa. Lui mi ha detto subito di no, che la gente mi conosceva così com'ero. Ho anche chiesto se dovevo dargli del "lei", così lui ha detto di esordire con "Santità", e poi passare al tu, come facciamo di solito".
Lei che è un prete anticonformista, viene criticato per il piumino o il cellulare?
"C'è un contributo che ogni sacerdote prende che gli permette di vivere, si tratta di circa mille euro al mese. A casa mi hanno insegnato a risparmiare".
Come vive gli impulsi sessuali?
"Da ragazzo ho avuto una fidanzata, ma poi ho scelto la strada che pensavo più felice. Come dicevo prima, può essere che mi innamori ancora, al cuore non si comanda. Credo che il Signore voglia la felicità delle persone, e, come dice Papa Francesco, prima delle regole, che ci devono essere, c'è la persona. L'ho capito stando in carcere, anche: avendo a che fare ogni giorno con il male, e il bene, che a volte si sovrappongono, ho perso ogni moralismo, non so sempre che cosa è giusto e che cosa è sbagliato".
Che cosa pensa dell'omosessualità nella Chiesa?
"Che cosa penso dell'omosessualità in generale, piuttosto. La comunità del carcere è laica, ci sono persone che seguono varie religioni, induisti, buddisti, atei. Poi è variopinta: alcuni soffrono per la loro omosessualità, altri se ne vantano, altri hanno una sessualità confusa. Penso che la risposta più bella è sempre quella di Papa Francesco: chi sono io per giudicare? Bisogna amarsi per come si è, a prescindere dalle sue scelte, dalle tendenze sessuali e dalle passioni. Nel carcere c'è molta più libertà che nel mondo fuori, la gente non si vergogna di raccontarsi per quello che è".
Nel programma c'è anche Carlo Verdone che racconta il suo rapporto tormentato con la fede e di come monsignor Tonini gli abbia spiegato come "telefonare a Dio". A lei Dio come parla?
"Non mi telefona. E ho un rapporto conflittuale con Lui: tante sere dormiamo separati. Quello che so è che tutte le volte che ho chiesto qualcosa non mi ha mai accontentato, tutto è arrivato per caso da posti impensabili e quando meno me lo aspettavo. Quindi Dio ha deluso tutte le mie aspettative, ma ha sorpreso il mio cuore. Se si fossero realizzati i miei sogni di bambino sarei tristissimo. Ormai chiedo solo che mi tenga una mano sulla testa, come diceva mia nonna. E prego Dio che non renda mai tranquilla la mia vita, amo il tormento".
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