di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 dicembre 2020
Esposto alla procura di Ancona anche sulla morte di un loro compagno. I 5 prima trasferiti ad Ascoli e poi rimandati a Modena e messi in isolamento. Cinque detenuti del carcere di Modena, oltre a essere vittime di pestaggi nonostante si fossero consegnati senza nemmeno aver partecipato attivamente alla rivolta di marzo, testimoniano di aver visto caricare "detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta ad un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo, morti successivamente a causa delle lesioni e dei traumi subiti, ma le cui morti sono state attribuite dai mezzi di informazione all'abuso di metadone".
Ma c'è di più. Testimonianze che ricordano le torture stile cileno ai tempi di Pinochet, oppure, visto da più vicino, le violenze e abusi commessi nei confronti dei manifestanti del G8 di Genova, l'omicidio di Carlo Giuliani, la caserma Bolzaneto, ma con l'aggiunta che in questo caso parliamo di diversi detenuti morti che forse si sarebbero potuti salvare. Il forse è d'obbligo visto che dovrà essere la magistratura a vagliare, convocando magari i detenuti che pretendono di essere sentiti come testimoni.
Riportati nuovamente al carcere di Modena e messi in isolamento - I cinque detenuti hanno deciso di metterci la propria faccia tramite un esposto alla procura di Ancona. Trasferiti al carcere di Ascoli Piceno dopo la cosiddetta rivolta, il caso vuole che dopo la loro denuncia sono stati rimandati nel penitenziario di Modena, teatro delle rivolte e delle morti di marzo, ma in celle di isolamento senza permettere colloqui con gli avvocati e chiamate con i famigliari. Solo dopo la segnalazione alle autorità da parte dell'associazione Yairaiha Onlus, che si sta occupando del caso, sono state concesse le prime chiamate con i propri cari. Uno di loro ha raccontato al proprio famigliare che si troverebbe al freddo, senza coperte e al dire della sorella mostrerebbe sintomi di raffreddamento.
I familiari dei detenuti Claudio Cipriani, Bianco Ferrucci e Mattia Palloni - così si chiamano tre di coloro che hanno deciso di denunciare - si sono rivolti all'associazione Yairaiha Onlus esprimendo forte preoccupazione per la coincidenza del trasferimento avvenuto a seguito della presentazione del loro esposto. Non solo. Alcuni familiari hanno riferito all'associazione di minacce indirizzate da alcuni agenti del carcere di Ascoli Piceno ai propri cari a seguito della denuncia in procura. Tutto ciò ha messo in allarme i familiari. "È strano che dall'arrivo a Modena - segnala l'associazione al Dap e ministero della Giustizia - i detenuti in questione siano stati sottoposti a isolamento sanitario in quanto nella settimana precedente il trasferimento erano stati sottoposti a tampone ed erano risultati negativi".
Sottolinea sempre Yairaiha: "Anche l'isolamento disciplinare presenta non pochi elementi di dubbia legittimità, così come il trasferimento in sé lascia perplessi essendo stato depositato un esposto in cui si chiede di far luce su fatti gravissimi che mettono in discussione l'operato di alcuni agenti e la ricostruzione ufficiale degli eventi che hanno attraversato le carceri di Modena e Ascoli Piceno nei giorni dall'8 al 10 marzo e la morte del signor Salvatore Piscitelli Cuomo". Ma chi è quest'ultimo detenuto e cosa gli sarebbe accaduto secondo la versione fornita dai detenuti che ne sono stati testimoni? Per capire meglio, vale la pena riportare l'altra verità dei fatti sulle rivolte di marzo e le 13 morti, ufficialmente, per overdose.
Picchiati selvaggiamente dopo la rivolta - Nell'esposto i detenuti dichiarano di essersi trovati coinvolti seppure in maniera passiva nella rivolta scoppiata l'8 marzo presso il carcere di Modena. Dicono di aver assistito ai metodi coercitivi messi in atto non solo da parte di alcuni agenti penitenziari di Modena, ma anche da quelli provenienti dalle carceri di Bologna e Reggio Emilia. Oltre ad aver sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo, avrebbero caricato dei detenuti in palese stato di alterazione psichica dovuta da abusi di farmaci a colpi di manganellate al volto e al corpo. Secondo l'esposto, sarebbero coloro che poi sono morti.
"Noi stessi - si legge sempre nell'esposto - siamo stati picchiati selvaggiamente e ripetutamente dopo esserci consegnati spontaneamente agli agenti, dopo essere stati ammanettati e private delle scarpe, senza e sottolineiamo senza, aver posto resistenza alcuna".
Gli agenti - a forza di manganellate - li avrebbero fatti salire sui mezzi per condurli al carcere di Ascoli dove sarebbero stati nuovamente picchiati anche da alcuni agenti del carcere di Bologna. Alla classica visita medica, a molti di loro non gli avrebbero neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessero lesioni corporee. Denunciano che la mattina seguente al loro arrivo, e nei giorni seguenti, sarebbero stati picchiati con calci, pugni e manganellate all'interno delle celle per opera "di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria".
Il calvario di Salvatore, ritrovato morto nel carcere di Ascoli - La parte più tragica del loro racconto riguarda la vicenda di Salvatore Piscitelli, per gli amici Sasà. Parliamo di uno dei 4 detenuti morti dopo o durante i trasferimenti. Ricordiamo che in tutto sono nove i morti del carcere di Modena. Nelle celle ne sono stati ritrovati cinque senza vita: si chiamavano Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi e Slim Agrebi.
Mentre i rimanenti 4, trasportati in altre carceri quando erano ancora in vita, si chiamavano Abdellah Rouan, Ghazi Hadidi, Arthur Isuzu e Salvatore Piscitelli. Quest'ultimo, secondo i detenuti testimoni dell'accaduto, sarebbe deceduto nel carcere di Ascoli senza essere trasferito subito in ospedale nonostante presentasse sintomi e urlasse dal dolore.
Ma come sarebbero andati i fatti? "Già brutalmente picchiato presso la C.C di Modena e durante la traduzione - si legge nell'esposto in procura - arrivò presso la C.C di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti". I testimoni sottolineano di aver fatto presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e che necessitava di cure immediate. Ma non vi sarebbe stata risposta alcuna. La mattina seguente, il nove marzo, sarebbe stato fatto nuovamente presente che Sasà non stava bene e che emetteva dei versi lancinanti. "Verso le 9 del mattino - si legge nell'esposto - furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico. Qualcuno sentì un agente dire "fatelo morire", verso le 10:00 - 10:20 dopo molteplici solleciti furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo".
Testimoniano che fu sdraiato sul pavimento, l'infermiera avrebbe provato a fargli una iniezione "ma fu fermata dal commissario che gli fece notare che il ragazzo era ormai morto". Messo in un lenzuolo, viene successivamente portato via. "È inopinabile che vi siano stati dei disordini - denunciano nell'esposto - ma nessuno di noi è stato interrogato o sentito come persona informata sui fatti". I detenuti traggono anche una riflessione.
"Il sistema carcere è in evidente stato di crisi vivendo condizioni di sovraffollamento e degrado. In maniera tacita e accondiscendente tende a sminuire e tollerare atteggiamenti violenti e repressivi ad opera di chi indossando una divisa dovrebbe rappresentare lo stato". Concludono amaramente: "È chiaro che si tratta di una minoranza, ma non vi sarà mai una riformabilità efficace".
Ricordiamo ancora una volta, che dopo l'esposto sono stati traferiti nuovamente al carcere di Modena, in isolamento. I famigliari si sono allarmati, per questo l'associazione Yairaiha ha subito segnalato la questione al Dap, al ministero della giustizia e al garante regionale e nazionale. Quest'ultimo si è subito attivato per verificare il loro effettivo stato di detenzione.
di Lorenza Pleuteri
dirittiglobali.it, 15 dicembre 2020
Cinque detenuti-testimoni della fine tragica di Salvatore "Sasà" Piscitelli (uno dei tredici uomini deceduti durante e dopo le rivolte carcerarie di inizio marzo 2020) hanno deciso di metterci il nome e la faccia e di inviare un esposto in procura fornendo particolari inediti e dettagli riscontrabili.
"Pestaggi. Torture. Accanimento contro un ragazzo in fin di vita. Soccorsi negati. Una morte che poteva e doveva essere evitata", se non addirittura "un omicidio doloso", richiamato dalla citazione dell'articolo del codice penale che punisce il più grave dei reati.
L'esposto firmato a fine novembre da cinque detenuti conferma e appesantisce le denunce contenute nelle lettere raccolte e rilanciate nei mesi scorsi da giustiziami.it, agenzia di stampa AGI, Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, bollettino anarchico Olga, associazioni di base, antagonisti, volontari.
I testimoni della fine tragica di Salvatore "Sasà" Piscitelli (uno dei tredici uomini deceduti durante e dopo le rivolte carcerarie di inizio marzo 2020) hanno deciso di metterci il nome e la faccia e di scrivere quello che hanno visto e sanno. La verità, tutta la verità? O esagerazioni e calunnie? La realtà nuda e cruda o invenzioni? Si vedrà, sempre che le inchieste in corso vadano in profondità e scandaglino anche queste nuove dichiarazioni, cercando riscontri o smentite.
L'atto d'accusa di chi c'era, sette drammatiche pagine scritte in stampatello, è stato indirizzato alla procura generale di Ancona. I firmatari hanno consegnato all'Ufficio matricola del carcere di Ascoli per il recapito all'Ufficio giudiziario. Tre giorni dopo ai mittenti non era ancora stata data la prova dell'avvenuta consegna. Copia dell'esposto è uscita comunque. Con un risvolto, reso noto da familiari e avvocati: i cinque detenuti-testimoni non si trovano più nell'istituto marchigiano. Sono stati riportati alla Casa di reclusione di Modena, là dove l'8 marzo tutto è cominciato, in un ambiente che amichevole e conciliante non può essere e che si trova ancora in condizioni strutturali pessime: finestre rotte e freddo, a disposizione solo l'acqua giallastra che scende dai rubinetti delle celle, appena una coperta a testa.
Le 13 morti - Il carcere emiliano, sotto pressione per le restrizioni imposte per l'emergenza Covid-19, alla vigilia del lockdown totale fu devastato e incendiato dalle azioni di protesta e distruzione. I ribelli riuscirono a impossessarsi di metadone e psicofarmaci, presenti in gran quantità e finiti nelle mani di un numero imprecisato di compagni e in particolare dei più fragili. Cinque stranieri furono trovati senza vita all'interno della struttura, gli scampati vennero trasferiti a decine in altri istituti, forse senza nemmeno essere visitati o visitati in modo veloce e superficiale (ulteriore questione da accertare, a fronte di dichiarazioni contrastanti). Altri tre immigrati e Sasà Piscitelli non ebbero scampo (e si dovrà capire perché). Morirono prima di arrivare a destinazione o qualche ora dopo (e sul luogo non c'è concordanza, almeno per il recluso italiano: la direzione e il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria sostengono che sia spirato in ospedale, dopo essere stato soccorso in cella; in una relazione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e in una comunicazione del ministro di Giustizia si dice che è deceduto "presso il carcere").
La procura di Modena - titolare delle inchieste sui nove decessi legati al carcere cittadino e alle persone poi trasferite - ipotizza che i detenuti siano stati stroncati da overdosi delle sostanze razziate. Le relazioni delle autopsie e i risultati degli esami tossicologici (non resi noti, se non al Garante nazionale dei detenuti, dichiaratosi come persona offesa nei procedimenti in corso) pare lo confermino. Però nulla di preciso è dato sapere, né dai magistrati né dallo stesso Garante e dalla sua consulente (la anatomopatologa che partecipò alla contestata autopsia sulla salma di Stefano Cucchi).
Le nuove testimonianze - I cinque detenuti-testimoni ora riempiono parte dei vuoti, aggiungono particolari inediti, forniscono dettagli riscontrabili. Non sono reclusi modello, sanno che cercheranno di screditarli, dovranno a loro volta difendersi e contrastare accuse e contestazioni. Ma chiedono di essere convocati da magistrati e investigatori e contribuire a fare giustizia. Non usano giri di parole, nell'esposto. "Il detenuto Piscitelli Salvatore, già brutalmente picchiato presso la casa circondariale di Modena e durante la traduzione, arrivò presso la casa circondariale di Ascoli Piceno in evidente stato di alterazione da farmaci tanto da non riuscire a camminare e da dover essere sorretto da altri detenuti. Una volta giunto alla sezione posta al secondo piano lato sinistro gli fu fatto il letto dal detenuto F. (uno dei firmatari dell'esposto) poiché era visibile a chiunque la sua condizione di overdose da farmaci. Appoggiato sul letto della cella numero 52 gli fu messo come cellante (il compagno di cella, ndr) il detenuto M. (anche lui tra i denuncianti). Tutti ci chiedemmo come mai il dirigente sanitario o il medico che ci aveva visitato all'ingresso non ne avesse disposto l'immediato ricovero in ospedale. Tutti facemmo presente al commissario in sezione e agli agenti che il ragazzo non stava bene e necessitava di cure immediate. Non vi fu risposta alcuna. La mattina seguente fu fatto nuovamente presente (da C., altro firmatario dell'esposto) che Piscitelli non stava bene, emetteva dei versi lancinanti e doveva essere visitato nuovamente, ma nulla fu fatto.
Verso le 09:00 del mattino furono nuovamente sollecitati gli agenti affinché chiamassero un medico, qualcuno sentì un agente dire "fatelo morire", verso le 10:00-10:20, dopo molteplici solleciti, furono avvisati gli agenti che Piscitelli Salvatore era nel letto freddo. Piscitelli era morto. Il suo "cellante" fu fatto uscire dalla cella e ubicato nella cella numero 49 insieme al F. (il compagno che gli aveva fatto il letto, ndr). Piscitelli fu sdraiato sul pavimento (cosa che si fa per praticare manovre rianimatorie, ndr); giunta l'infermiera, la stessa voleva provare a fare un'iniezione al Piscitelli, ma fu fermata dal commissario che le fece notare che il ragazzo era ormai morto. Messo in un lenzuolo fu successivamente portato via. Successivamente abbiamo notato che molti agenti e il garante stesso dei detenuti asserivano che il Piscitelli fosse morto in ospedale".
I pestaggi e gli spari - Un passaggio è dedicato alle visite mediche effettuate all'arrivo ad Ascoli, perlopiù non approfondite, mentre non si fa cenno ad accertamenti sanitari alla partenza (quelli per legge obbligatori, in teoria). A destinazione, raccontano sempre i cinque detenuti, "uno alla volta e quasi tutti senza scarpe fummo accompagnati prima in una stanza ove venimmo perquisiti e successivamente sottoposti alla classica visita medica, dove a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee".
E, ancora: "La mattina seguente al nostro arrivo e nei giorni seguenti molti di noi furono picchiati con calci, pugni e manganellate, all'interno delle celle a opera di un vero e proprio commando di agenti della penitenziaria" E pestaggi ci sarebbero stati prima della partenza carcere di Modena (gli agenti avrebbero "caricato detenuti in palese stato di alterazione psicofisica dovuta a un presumibile abuso di farmaci, a colpi di manganellate al volto e al corpo") e durante il viaggio, assieme a sputi, insulti, minacce.
Non solo. A Modena, denunciano sempre i firmatari dell'esposto, i poliziotti penitenziari avrebbero "sparato ripetutamente con le armi in dotazione anche ad altezza uomo". Di questo (e dei presunti pestaggi, denunciati da altri carcerati) non c'è traccia nelle relazioni del Dap venute a galla nei mesi scorsi e neppure nelle risposte date al question time e alle prime interrogazioni parlamentari presentate (le ultime sono in sospeso da tempo, non ancora trattate dal ministro di Giustizia). Una detenuta interpellata dal giornale del carcere di Bollate ha riferito di aver sentito due spari. Un colpo si sentirebbe nei video girati l'8 marzo fuori dal carcere emiliano. E si trovano conferme, se si cercano. Ma si stanno cercando?
Le domande sull'inchiesta - Pm e squadra Mobile di Modena quante e quali persone hanno convocato e ascoltato in nove mesi e passa di investigazioni? Che aspetti sono in corso di approfondimento? E da che punto di vista? Perché il fascicolo sulla morte di Sasà Piscitelli è passato dalla procura di Ascoli a quella di Modena? Informalmente si sa che sono stati sentiti i medici del carcere emiliano (quelli su cui ricadeva l'obbligo di visitare tutti i reclusi da trasferire, compresi Piscitelli e i tre compagni morti durante il viaggio) e un paio di detenuti (dovrebbe essere gli autori di esposti precedenti a quello dei cinque compagni), oltre a due giornaliste. Niente altro.
Il procuratore pro tempore Giuseppe Di Giorgio non si espone. "I procedimenti relativi ai singoli decessi - si limita a ricordare - sono assegnati a due colleghe, le medesime contitolari delle indagini sui disordini di quel giorno. Per il momento l'assegnazione è formalmente disgiunta, ma stanno lavorando in maniera coordinata, condividendo i risultati in vista di un'azione comune.
I procedimenti (per omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto, ndr) sono tutti a carico di ignoti". Dopo le autopsie, il suo predecessore, Paolo Giovagnoli, aveva confermato l'ipotesi di decessi in serie per overdose, garantendo che sui corpi (alcuni cremati, se non tutti) non erano stati trovati segni di lesioni o ferite.
"Si è parlato molto della rivolta di Modena, ma nessuno si è interrogato su cosa fosse realmente accaduto. È inopinabile che vi siano stati dei disordini ma - evidenziano i cinque firmatari dell'esposto - nessuno di noi è stato interrogato o sentito come persona informata sui fatti, partecipe o altro. Tutto si è basato sulle sole dichiarazioni delle direzioni che nulla hanno fatto per fare vera chiarezza. Le nostre dichiarazioni non sono state raccolte sminuendo di fatto la nostra persona. Il sistema carcere (...) in maniera tacita e accondiscendente tende a sminuire e tollerare atteggiamenti violenti e repressivi a opera di chi indossando una divisa dovrebbe rappresentare lo Stato.
È chiaro che si tratta di una minoranza, non vi sarà mai una riformabilità efficace. Le direzioni a nostro parere sono responsabili dell'accaduto, non potendo non sapere". Alcuni dei cinque denuncianti, se non tutti, dopo i fatti di inizio marzo sarebbero stati indagati per la partecipazione alla rivolta (dalla quale nell'esposto si chiamano fuori) e sottoposti a procedimenti disciplinari (contestati). Il collocamento a Modena potrebbe essere legato ad adempimenti istruttori ed essere provvisorio e reversibile.
*Giornalista
di Laura Tedesco
Corriere Veneto, 15 dicembre 2020
Quattro dipendenti positivi al Covid: ordinanza urgente della presidente Magaraggia. Tribunale semiparalizzato causa Coronavirus. Stop di un giorno alle udienze penali e sanificazione urgente di aule e cancellerie. Alla sezione penale dibattimentale, accertati quattro casi di positività tra il personale amministrativo.
Allarme Covid-19 ieri all'ex Mastino dove, alla sezione penale dibattimentale, sono stati accertati quattro casi di positività al virus tra il personale amministrativo: una situazione di emergenza tale da indurre la presidente Antonella Magaraggia a firmare durante il weekend scorso un'ordinanza urgente in base a cui, per l'intera giornata di ieri, non sono state celebrate "le previste udienze nella sezione penale dibattimentale ad eccezione dei procedimenti con rito direttissimo e di quelli con detenuti".
Ieri lunedì di chiusura, inoltre, per "lo sportello della sezione penale con indicazioni sia per depositi degli atti, documenti e istanze, sia per il deposito degli atti d'impugnazione". Il tutto, per consentire l'immediata "sanificazione dei locali della sezione dibattimento penale e delle aule d'udienza con prescrizioni circa gli accessi consentiti".
Di tale provvedimento, è stata raccomandata la trasmissione urgente nel corso del fine settimana appena concluso a giudici, personale amministrativo, Procura della Repubblica e Consiglio dell'Ordine degli avvocati: quest'ultimo, con la firma della presidente Barbara Bissoli, nel proprio sito oltre alla circolare della Magaraggia ha pubblicato l'"invito agli iscritti alla scrupolosa osservanza del provvedimento".
Già da oggi, comunque, la situazione dovrebbe rientrare nei binari della normalità e anche le udienze penali - ieri quelle civili e della sezione Gip hanno avuto luogo regolarmente - dovrebbero celebrarsi seguendo la precedente programmazione in calendario. Resta ovviamente, a maggior ragione, confermato quanto stabilito con la circolare del 1° settembre scorso, in base a cui, dal 7 settembre, "l'accesso agli Uffici giudiziari di Verona (compreso il Giudice di Pace) può avvenire solo previo rilevamento della temperatura corporea a mezzo di termometri a infrarossi, secondo le disposizioni del protocollo del 28 agosto".
Così come chiarito nel corso delle numerose riunioni dell'Osservatorio sulla giustizia penale per la prosecuzione dell'attività durante l'emergenza sanitaria, "la rilevazione della temperatura a quanti accedono al tribunale viene effettuata ai tornelli e all'ingresso carraio": il 21 ottobre 2020, inoltre, è stato precisato che "la rilevazione della temperatura ai varchi d'ingresso deve avvenire esclusivamente con i termometri a infrarossi in dotazione al personale addetto alla vigilanza e solamente sulla fronte (ad una distanza di circa 3/5 cm.); tale modalità di misurazione risulta infatti essere l'unica affidabile per il dispositivo in uso agli addetti alla vigilanza, che è incluso nell'elenco dei modelli validati dal Ministero della Salute". Il protocollo in vigore dispone che "l'accesso agli Uffici giudiziari verrà senza eccezioni interdetto a chiunque non permetta la rilevazione della temperatura" e "prescrive il divieto di sostare negli atri, nelle zone di passaggio e nei corridoi".
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 15 dicembre 2020
Nessuno ha avanzato una proposta concreta per reagire al comportamento oltraggioso del Cairo. "Uno Stato serio non si lascia trattare così": sono stato immediatamente d'accordo quando qualche giorno fa ho letto queste parole scritte da Giuliano Ferrara a proposito dell'omicidio di Giulio Regeni. E infatti alla notizia dell'ennesimo rifiuto del governo egiziano di far luce sul delitto di cui è certamente responsabile la mia fantasia nazional-patriottica si è immediatamente scatenata a immaginare adeguate azioni di rappresaglia.
Mi sono figurato, ad esempio, un gruppo di incursori del "Col Moschin" che dopo essere scesi da un elicottero sul tetto della sede dei servizi di sicurezza egiziani, al Cairo, si precipitavano al suo interno, mettevano le mani sui quattro ceffi rinviati a giudizio per il caso Regeni, li impacchettavano e li riportavano a Roma per rispondere delle loro malefatte. Troppo difficile da eseguirsi per ragioni tecniche? Va bene. Allora ho immaginato in alternativa, che so, un provvedimento come il prelievo del 15 per cento su tutte le rimesse di denaro eseguite ogni giorno dalle molte migliaia di cittadini egiziani che lavorano in Italia e che mandano soldi a casa. O forse meglio, invece, la loro espulsione dall'Italia? Magari il sequestro dei loro beni?
Mi sono reso conto ben presto, però, che si trattava di esercizi di fantasia. Di pura fantasia. Per le più svariate ragioni. Perché in Italia c'è lo Stato di diritto, c'è l'articolo 11 della Costituzione, c'è l'Eni, ci sono la Destra e la Sinistra, e poi perché c'è l'Europa la quale mette limiti e vincoli e pur vantandosi di rappresentare "uno spazio di libertà, di giustizia e di legalità", se per una volta però si tratta di fare sul serio, di agire, allora c'è sempre l'interesse nazionale di qualcuno (assai raramente quello italiano mi pare...) che si mette in mezzo. C'è sempre un Macron pronto a svendere i "valori repubblicani" pur di vendere armi e navi agli egiziani al posto nostro.
"Uno Stato serio non si lascia trattare così". È vero. E per una volta tutti i commenti, tutti i giornali, tutti i partiti, sono stati d'accordo. L'indignazione è stata generale e così pure l'invocazione ad adeguate rappresaglie. Peccato però che non si sia sentita una voce, dico una, che abbia provato a rispondere alla domanda: e allora? Che cosa deve fare allora l'Italia per reagire al comportamento oltraggioso del Cairo? Che cosa in concreto, quale misura? In una versione aggiornata per l'occasione del solito "Armiamoci e partite" tutti a gran voce hanno intimato al governo di fare qualcosa ma nessuno ha saputo dire che cosa. Nessuno, mi pare, ha avanzato la minima proposta se non quella, in buona misura simbolica, di congelare le relazioni diplomatiche con il Cairo ritirando il nostro ambasciatore e dichiarando persona non grata l'ambasciatore egiziano. Immagino lo spavento di al Sisi quando lo hanno informato della minaccia.
La verità è che lo Stato italiano è quello che è, e al di là di mille proclami e mille solenni dichiarazioni sempre possibili (ma che lasciano il tempo che trovano) non ha in mano alcuna arma efficace né per avere giustizia né per far pagare al Cairo il prezzo del suo delitto. E proprio la serietà che in tanti esigono dal suddetto Stato richiederebbe, mi pare, che lo si riconoscesse apertamente. Solo i singoli cittadini italiani, forse, possono fare qualcosa. Anche se non è davvero molto: possono rinunciare, ad esempio, a comprare quelle poche, pochissime cose che importiamo dall'Egitto, o evitare di andare in vacanza a Sharm el Sheikh o comunque non visitare quel Paese governato da assassini. Ma questo è tutto, ahimè.
ansa.it, 15 dicembre 2020
Palma: "Covid da controllare ma gestione è accurata". "Il Cpr di Gradisca d'Isonzo mostra i limiti di tutti i Cpr: quello di essere un tempo vuoto in cui si attende a lungo un rimpatrio che a volte avviene e a volte no, e ciò può anche determinare frustrazione e violenza".
Lo ha detto oggi il presidente del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma, al termine della visita al Cpr di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), che al momento ospita 88 persone di diversa provenienza, alcune stabili e alcune di passaggio in attesa di trasferimento al vicino aeroporto di Ronchi dei Legionari.
"Un tempo vuoto che speriamo venga ridotto grazie alle modifiche introdotte al Decreto Sicurezza già approvato dalla Camera dei deputati e ora all'esame del Senato", ha aggiunto Palma, alla guida di una delegazione in visita a diverse strutture nella regione Friuli Venezia Giulia, tra carceri, Cpr e residenze sanitarie assistenziali, divenute in tempo di Covid a tutti gli effetti strutture dalle quali le persone non si possono liberamente allontanare.
"Va dato atto che la gestione del Cpr di Gradisca è più accurata rispetto a quella di altri centri analoghi in Italia", ha poi aggiunto Palma. "Dal punto di vista dell'emergenza Covid - ha proseguito il presidente del Garante - da un lato anche il Cpr di Gradisca soffre di una carenza di spazi che sarebbero necessari per contenere i contagi, dall'altro la situazione non appare al momento preoccupante, perché solo il 10% dei positivi presenta sintomi. Certo - ha concluso - la situazione epidemiologica deve essere costantemente monitorata dal personale medico per evitare peggioramenti".
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 15 dicembre 2020
Uno spazio aperto in cui ascoltare esperienze di vita: questo lo scopo di Voci recluse, all'interno del Parco della legalità di Terni. Attraverso i Qr Code distribuiti nell'area, i cittadini potranno, utilizzando i loro smartphone, entrare in contatto virtuale con detenuti ed ex detenuti degli istituti di pena di Terni ed Orvieto. Il progetto rientra nella più ampia iniziativa "Communitas: un orto, un sentiero, un giardino" realizzato dall'Associazione Demetra e promosso dall'Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) di Terni.
"In epoca di pandemia e trattandosi in parte di soggetti reclusi - commenta la project manager Caterina Moroni - non era facile portare fisicamente le persone all'interno del parco e far ascoltare ai cittadini la loro viva voce. Il vantaggio del sistema del Qr Code sta nel fatto che le testimonianze sono udibili sempre e quindi potranno conservarsi nel lungo periodo. Inoltre, chiunque si rechi al Parco della legalità e attivi la funzione di ascolto, finirà per vivere una sorta di rapporto diretto con il narratore".
Moroni illustra i criteri di realizzazione e le finalità del progetto: "All'interno dell'area sono state disseminate 25 stazioni audio, prevedendo un percorso. Tuttavia, anche chi non seguisse la numerazione progressiva non perderebbe il significato ultimo dell'iniziativa. L'idea è quella di portare le persone nel parco, trasformandolo in una sorta di libreria umana a cielo aperto, ancor di più in questo momento dove è necessario fruire diversamente degli spazi all'aperto.
I protagonisti raccontano storie intime del proprio vissuto e anche esperienze fra le mura del carcere. L'intento è avvicinare la comunità esterna, con il mondo dei reclusi". "Sono stati fondamentali - conclude la project manager - per la buona riuscita del progetto l'artista Anna Sobczak (alias Pola Polanski), il sound designer Marco Testa e il sostegno di C.U.R.A. (Centro Umbro di Residenze Artistiche)".
di Andrea Camurani
Corriere della Sera, 15 dicembre 2020
La mazzetta in cambio della libertà o per far avere manodopera a basso costo alla cooperativa collusa. Lui, guardia carceraria, è accusato di essere l'artefice di un meccanismo escogitato per guadagnare soldi da detenuti o ex detenuti che oliando gli ingranaggi si assicuravano la libertà o la chiedevano per il parente ancora in cella.
Un gioco che si è interrotto ieri con le manette a Dino Lo Presti, cinquantunenne di origini siciliane, assistente capo della polizia penitenziaria a cui sono contestati corruzione, rivelazione di segreto d'ufficio, abuso d'ufficio, detenzione di armi da guerra e ricettazione. Oltre al pubblico ufficiale sono finite in carcere quattro persone, mentre altre due sono ai domiciliari.
Le indagini sono partite dopo il ritrovamento, nel 2019, di alcuni cellulari in una cella del penitenziario di Busto Arsizio. Gli agenti carcerari si erano accorti che proprio quei detenuti godevano di frequenti permessi e hanno così segnalato la coincidenza alla Procura che ha cominciato a indagare attraverso la Finanza di Varese.
Il malaffare è venuto a galla partendo dalle intercettazioni sul telefono dell'assistente capo: "...se vuole andare a Bollate io non ho problemi, chiamo alla tipa e ti faccio fare una bella relazione...", diceva al telefono parlando con un ex detenuto. A questo si sono aggiunte le indagini patrimoniali sui conti del Lo Presti (sequestrati 3o mila euro), che ha lavorato a lungo in "area trattamentale" e secondo l'accusa avrebbe qui trovato terreno fertile per interferire, grazie anche alla sua esperienza sulle "relazioni di sintesi", documenti stilati da un'équipe di osservazione che costituisce la base per i benefici concessi dal magistrato di sorveglianza: permessi premio, lavori all'esterno dell'istituto penitenziario o periodi da trascorrere in famiglia e comunque "fuori".
Gli episodi contestati nell'operazione non a caso battezzata "Freedom", sono in tutto quattro: tre corruzioni consumate e una tentata con mazzette che potevano arrivare fino a 3 mila euro per ognuno dei servizi concessi. Per il momento non vi sono altri indagati, in particolare fra i funzionari pedagogici del carcere.
Sono invece finiti nei guai marito e moglie ai vertici di una cooperativa che collabora al reinserimento lavorativo perché accusati di pagare per avere detenuti addetti a ristrutturazioni e manutenzioni: in questo modo avrebbero comunque risparmiato sul costo del lavoro limitato al solo stipendio, in quanto la contribuzione previdenziale è a carico dello Stato.
Durante le indagini - svolte con gps e captatori nei telefoni cellulari - la guardia avrebbe fatto riferimento a caricatori di un'arma da guerra e a beni frutto di alcuni furti, oltre a rivelazioni circa il trasferimento di un detenuto. Ancor prima delle indagini delle fiamme gialle è stato determinante il contributo degli ex colleghi di Lo Presti che non hanno esitato a segnalare le anomalie. "Si avvarrà della facoltà di non rispondere", spiega Francesca Cramis il legale del principale indiziato, "e chiederò la sostituzione della misura per motivi di salute".
di Marco Preve
La Repubblica, 15 dicembre 2020
Emanuel Scalabrin era stato arrestato per droga, il suo decesso scoperto solo alle 11.40 di mattina. Il sistema di video sorveglianza non aveva hard disk. Indagine della procura, l'autopsia non avrebbe riscontrato segni di pestaggi. Un ragazzo di 33 anni, Emanuel Scalabrin, con precedenti per spaccio e tossicodipendente, dopo un arresto contrastato avvenuto il pomeriggio del 4 dicembre, nella tarda mattinata del 5 dicembre viene trovato morto nella cella di sicurezza dei carabinieri di Albenga.
La procura di Savona che ha aperto un'inchiesta dovrà stabilire se si sia trattato di una triste vicenda o di una brutta vicenda. La prima ipotesi è la tragedia di una famiglia (aveva una moglie un figlio di 9 anni) senza responsabilità di altre persone. La seconda ipotesi è assai più complicata perché potrebbe portare a contestare responsabilità ai carabinieri che lo avevano arrestato e che ne dovevano garantire l'integrità fisica. Gli scenari eventuali in questo secondo caso si biforcano: percosse o pressioni su organi vitali, oppure omissione di soccorso.
Ubaldo Pelosi procuratore capo di Savona spiega: "Stiamo aspettando il responso dell'autopsia ma il medico legale ci ha informati che almeno a prima vista non ci sarebbero segni sospetti". Emanuel presentava un labbro gonfio e un'ecchimosi ma, almeno a quanto trapela al momento, non ci sarebbero elementi che facciano pensare a un pestaggio. Meno limpida appare invece la tempistica relativa all'allarme delle sue condizioni e ai soccorsi.
Sul fronte dei famigliari - che si sono affidati allo studio dell'avvocato Maria Gabriella Branca e agli avvocati Lucrezia Novaro e Giovanni Sanna -alla prudenza e alle prime evidenze degli investigatori vengono opposte una serie di obiezioni fondate su alcuni elementi che appaiono perlomeno degni di approfondimento.
Vediamoli, ricostruendo le ultime 24 ore di vita di Emanuele. Emanuele e Giulia sono nel loro appartamento quando poco dopo l'ora di pranzo si spegne la luce. Emanuel apre la porta d'ingresso e in casa irrompono quattro carabinieri in borghese. Stanno chiudendo un'indagine su una rete di spaccio. In casa di Manuel troveranno cocaina, hashish e un fucile. Le fasi dell'arresto durano mezz'ora. Nel verbale i carabinieri raccontano che Scalabrin ha opposto resistenza e un militare si fa refertare all'ospedale per un calcio alla gamba: 5 giorni di prognosi.
Giulia, la compagna di Emanuel dice che i carabinieri sono stati molto duri. Spiega che lo hanno buttato sul letto e ce lo hanno tenuto per molto per ammanettarlo. Quando lo rimettono in piedi per portarlo via si è defecato e urinato addosso. Gli consentono di cambiarsi e quando esce di casa "era pallido, stava male" dice Giulia.
In caserma si lamenta e viene chiamata la guardia medica. Ha la pressione alta 175 su 95 e la frequenza cardiaca a 107. Viene portato al pronto soccorso di Pietra Ligure. Ingresso ore 22.59, uscita 23.02. Neppure cinque minuti, dicono i famigliari, per triage e visita. Gli viene somministrato del metadone e torna in cella verso le 23.30. Ne uscirà cadavere. Sul verbale è scritto che viene trovato cadavere alle 11.40 del mattino. Un'ora che appare sospetta considerate le abitudini di una caserma e di un carcere, dove i detenuti vengono svegliati alle 7. I militari nel loro rapporto spiegano di averlo controllato con i monitor del sistema di video sorveglianza. Quando però una ditta specializzata è incaricata di recuperare le immagini della notte si scopre che l'hard disk non c'è.
In caserma per un sopralluogo c'è andata anche la pm titolare del fascicolo Chiara Venturi. Sono stati acquisiti i verbali e i referti della guardia medica e dell'ospedale. Sulla vicenda di Emanuel c'è da registrare la presa di posizione della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova: "Le circostanze della morte di Emanuel devono essere chiarite e non può lasciar cadere il silenzio su questo susseguirsi di violazioni di diritti e incongruenze... Per questo motivo abbiamo chiesto che venga sottoposta un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese" si legge su un lungo post della pagina Facebook della Comunità.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 15 dicembre 2020
Stupisce lo stupore dei nostri governanti, nazionali e regionali: se hanno aperto i negozi nella penultima domenica prima di Natale, è abbastanza scontato che la gente vada a fare shopping; se i bar e i ristoranti possono servire aperitivi e pasti, non sorprende che gli avventori li consumino. Soprattutto se si è appena varato un molto pubblicizzato incentivo allo shopping "fisico", quel "cashback" studiato apposta per spingere i consumatori a uscire di casa invece di comprare online.
Sembra un deja-vu: anche in estate, subito dopo aver distribuito bonus-vacanze e riaperto le discoteche, si levò un coro di indignazione verso chi era andato in vacanze o in discoteca. Indignarsi non costa nulla. Oggi per esempio ci indigniamo perché abbiamo il più alto numero di morti d'Europa.
Si dice: ma esiste anche una cosa chiamata "responsabilità individuale", non è detto che soltanto perché una cosa è lecita la si debba pure fare. Giusto. Se ci si trova nel bel mezzo di un assembramento "immondo" (la definizione è di Zaia), buon senso e civismo impongono di allontanarsene. Molti l'avranno anche fatto. In quelle folle di domenica c'era di sicuro tanta gente timorata delle leggi, che indossava con scrupolo la mascherina, si è messa in fila prima di entrare in un negozio, e magari è corsa a riprendere la metropolitana o l'auto per tornare a casa quando ha visto dov'era finita. Ma intanto era già diventata folla.
Non dovrebbe sfuggire a chi governa ciò che la sociologia ha accertato da tempo: gli esseri umani tendono sì a comportarsi razionalmente, ma sulla base delle informazioni di cui dispongono al momento. C'è una profonda differenza fra comportamenti individuali e comportamenti collettivi: la psicologia della "folla" è cosa ben diversa dalla psicologia del "pubblico".
Perciò nelle società complesse ci siamo dotati di autorità di governo che, disponendo di dati, flussi e previsioni, possono orientare meglio i comportamenti collettivi. È come con il traffico: se si sbaglia a organizzare il giro dei sensi unici o si creano delle strettoie, l'ingorgo ci sarà anche se tutti gli automobilisti seguono alla lettera le norme del codice: è una questione di idraulica, non di etica.
La tendenza di dare la colpa al comportamento degli individui di ciò che non funziona nel distanziamento sociale, e di chiudere i recinti solo quando i presunti buoi sono scappati, è l'altra faccia del populismo. Laddove quello idolatra un "popolo" indistinto e unico che avrebbe sempre ragione, questo se la prende con un "popolo" invariabilmente indisciplinato che rovina tutto.
Gli italiani hanno invece dimostrato di essere capaci di rigore e abnegazione se le norme sono chiare. Contemperare le tante diverse esigenze, dei commercianti e degli infermieri, dei consumatori e dei malati, dei giovani e degli anziani, non è esercizio facile per nessun potere pubblico, e comprendiamo le incertezze del nostro.
Ma una linea va scelta e tenuta. Ieri il commissario europeo Paolo Gentiloni ha scritto in un tweet: "La Germania ha avuto finora 1,3 milioni di casi e 21mila morti. Noi 1,8 milioni di casi e 64mila morti. In Germania nuove misure restrittive fino al 10 gennaio". In Italia ce la prendiamo con la gente.
di Maria Pagliaro
Ristretti Orizzonti, 15 dicembre 2020
Lo scambio epistolare confluirà nella drammaturgia del nuovo spettacolo della compagnia "Evasioni" diretta dalla regista Daniela Mangiacavallo.
Un carteggio dal sapore un po' rétro che confluirà in un nuovo spettacolo. Si chiama Corrispondenze la fase del progetto "Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" e vede protagonisti gli attori reclusi alla casa circondariale Pagliarelli - Lo Russo impegnati in uno scambio epistolare con gli altri componenti della compagnia "Evasioni", diretta dalla regista Daniela Mangiacavallo, che nell'istituto penitenziario ha messo in piedi il progetto, ormai da quattro anni, trasformando i detenuti in attori della compagnia stabile, grazie al lavoro dell'associazione Baccanica da lei fondata. Un esperimento poetico per creare un dialogo tra il carcere, luogo apparentemente chiuso oltre le sbarre, e il mondo fuori.
Le prime lettere della cosiddetta Fase 1 sono già partite: ogni ospite della sezione maschile, che partecipa all'avventura teatrale, ha già ricevuto il suo "dispaccio" con le indicazioni e l'invito per costruire insieme la drammaturgia del nuovo spettacolo, il quarto dopo gli applauditi Enigma, La Ballata dei Respiri e Transiti, che hanno debuttato dentro e fuori la casa circondariale.
Un gioco poetico attraverso la scrittura creativa in un momento in cui lavorare in presenza è difficile per il rispetto delle norme anti Covid. Ma l'amore e la passione per il teatro non si fermano, tanto che il motto della regista è per quest'anno "Avanti tutta". Formatasi all'interno della Compagnia della Fortezza di Volterra, primo Centro Nazionale di teatro e carcere, fondato trent'anni fa dal regista e drammaturgo Armando Punzo, Daniela Mangiacavallo ha importato a Palermo il modello Punzo, creando un dialogo profondo tra istituzioni, pubblico e detenuti stessi. L'obiettivo è fare del lavoro di attore un'autentica professione per i carcerati e non semplicemente un'attività riabilitativa, tanto che in questi anni Baccanica ha avviato all'interno del "Pagliarelli - Lo Russo" corsi professionali per imparare i mestieri del teatro.
"Questo tempo se pur sospeso e incerto - spiega Daniela Mangiacavallo - ci sta dando la possibilità di sperimentare le più svariate sfumature dell'arte, dell'immaginazione e della creatività, andando oltre la forma. Andiamo avanti inventando innovative visioni dell'intimità".
Un carteggio, che è un po' gioco poetico, a cui si aggiungeranno testi, bozzetti, ipotesi di scenografie, per innescare un processo creativo attraverso l'uso della scrittura e che confluirà nel testo drammaturgico che sarà poi utilizzato nello spettacolo dal vivo. E mai come quest'anno l'aforisma scelto per il progetto "Per Aspera ad astra" (dal latino "Fino alle stelle superando le difficoltà") si è rivelato più calzante, proprio in questo tempo difficile fatto di distanza e solitudine, che in carcere si avvertono ancora di più. Adesso c'è un filo fatto di lettere, carta e profumo d'inchiostro a tenere accesa la speranza.
"Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" vede in rete dodici compagnie teatrali italiane che operano negli Istituti penitenziari, tra cui la Compagnia della Fortezza, che ne è partner capofila. Il progetto è promosso da Acri e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione Carispezia, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, Fondazione Con il Sud, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Fondazione di Sardegna.
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