di Elisabetta Panico
Il Riformista, 18 marzo 2021
Da ormai un anno, la maggior parte dei lavoratori è costretto a riunirsi sulle piattaforme di conference call che hanno sostituito le sale riunioni degli uffici. Una delle app che è 'cresciuta' di più è Zoom. Infatti in 365 giorni ha avuto un boom di utilizzatori fiano al 470% in più di utenti. Infatti è ormai diventata quasi una cosa del tutto naturale vedere i colleghi sulla una griglia che appare sullo schermo del computer o del proprio smartphone. Ogni persona è visibile in un quadratino che si illumina una volta che si inizia a parlare. Uno studio condotto l'università americana di Stanford ha elencato quattro problemi psicologici che sono una conseguenza del passare la maggior parte del tempo a lavorare su Zoom.
Il primo è stato definito "fight or flight survival" in italiano la sopravvivenza combatti o fuggi e il professore di comunicazione dell'università Jeremy Bailenson spiega: "nessuno si aspetta che gli istinti primordiali entrino in azione durante la tua riunione delle 9 del mattino. Ma è esattamente quello che succede. Quella griglia di facce simula un incontro in cui ci si trova di fronte a un confronto in uno spazio ridotto".
Per rendere più reale la sensazione, basti pensare all'atmosfera che si crea in ascensore dove le persone che non si conoscono di solito tendono ad abbassare lo sguardo ed evitare ogni tipo di contatto, su Zoom questo non è possibile. La piattaforma "soffoca tutti con lo sguardo". Tutti pensano che stiano solo fissando una telecamera ma secondo il professore, al di fuori sembra una simulazione di un confronto e si innesca cosi l'istinto di lotta o di fuga.
La seconda è il Non-verbal internet cues, ovvero spunti non verbali su internet. Secondo il professore, l'essere umano non è abituato a socializzare in un ambiente virtuale anche perché non è in grado di cogliere i segnali non verbali di chi si ha dall'altra parte dello schermo. Da casa c'è anche la sensazione di lontananza. Infatti è dimostrato che il 15% delle persone parlano a voce più alta su Zoom.
Il terzo problema riguarda il Constant mirror and self-evaluation che significa specchio costante e autovalutazione. La maggior parte degli utenti tende a guardare sempre e solo il suo riquadro ed è una cosa normalissima. Per immaginare anche questa sensazione basta pensare ad un assistente che segue qualcuno con uno specchio in modo da poter permettergli di vedere costantemente la propria faccia. Su Zoom si fa una costante autovalutazione che può portare ad un aumento dello stress. Il Constant mirror and self-evaluation è un problema che riguarda maggiormente il lato femminile degli utenti di Zoom. A convalidare questa tesi è lo stesso professore Bailenson che cita uno studio separato concludendo che lunghi periodi di auto-focalizzazione possono "preparare le donne a sperimentare la depressione".
L'ultimo nella lista ma non il meno importante è il Stuck in the box ovvero la sensazione degli utenti di essere bloccati in una scatola. Questa percezione può limitare le capacità mentali di chi ad esempio fa un lavoro creativo. Il restare fermi davanti alla telecamera per non uscire dall'inquadratura significa limitare i movimenti naturali che sono diversi da persona a persona. Ad esempio c'è chi per pensare o esprimere un concetto ha bisogno di camminare o muoversi.
Bailenson a tutti questi problemi ha anche elencato delle soluzioni che ognuno può mettere in atto. Infatti, consiglia a chi ancora oggi è costretto a riunioni di lavoro telematiche di nascondere dal proprio schermo il proprio quadrante della grigia dove si vede la propria faccia, oppure si può optare per le riunioni telefoniche o usare addirittura una telecamera esterna così da poter permettere di muoversi e non sentirsi giudicati ed uscire "fuori dalla scatola di Zoom".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 marzo 2021
Ricorre domani il quinto anniversario della firma della Dichiarazione (conosciuta come "accordo") tra Unione europea e Turchia. Sono stati cinque anni di politiche contrarie ai diritti umani, che hanno obbligato decine di migliaia di persone a vivere in condizioni disumane sulle isole greche e hanno messo in pericolo i rifugiati, costringendoli a stare in Turchia sotto la costante minaccia (più volte attuata) di rimpatrio in zone di guerra. Nell'ambito dell'accordo, la Turchia si è impegnata a evitare che le persone lasciassero il suo territorio per raggiungere l'Europa. In cambio, l'Ue ha dato alla Turchia sei miliardi di euro, di cui centinaia di milioni a settembre del 2020 a sostegno dei circa quattro milioni di rifugiati (di cui 3.600.000 siriani) che vivono nel paese.
L'accordo prevede il rimpatrio di tutte le persone che giungono irregolarmente sulle isole egee in Turchia. Per questo, da cinque anni la Grecia obbliga le persone che entrano nel paese attraverso le isole a restare nei campi in attesa dell'esito delle domande di asilo. In questi campi attualmente si trovano circa 15.000 persone. La grande maggioranza proviene da classici paesi d'origine dei rifugiati (l'86 per cento viene da Afghanistan, Siria, Somalia, Repubblica democratica del Congo e Palestina), mentre una persona su quattro è minorenne.
di Gaetano De Monte
Il Domani, 18 marzo 2021
Diallo è un ragazzo di 20 anni che è fuggito dalla Guinea Conakry, paese dell'Africa occidentale dove negli ultimi cinque anni la diffusione delle epidemie di ebola, prima, e di morbillo, poi, hanno inferto un duro colpo al già fragile sistema sanitario locale, caratterizzato, peraltro, dalla penuria di vaccini.
Diallo è uno dei 70mila minori stranieri non accompagnati che dal 2014 al 2018 hanno raggiunto le coste italiane attraversando il mar Mediterraneo, come ha stimato l'Unicef. E al giovane proveniente dalla Guinea Konacry è andata sicuramente meglio che ai tanti altri minori che si sono persi tra le maglie del sistema d'accoglienza italiano che, troppo spesso, li fa scivolare sulla strada dello sfruttamento lavorativo. Diallo è stato, inizialmente, ospite in un centro di seconda accoglienza e, dopo aver ottenuto lo status di rifugiato, è stato accolto temporaneamente da una famiglia italiana.
"Sono figlio unico e ho perso entrambi i miei genitori, sentivo il bisogno di ritrovare un'atmosfera famigliare attorno a me. Così, quando mi è stato proposto dall'operatore del centro dove vivevo di essere ospitato da una famiglia, ho subito accettato", racconta Diallo, che oggi fa l'operaio e vive in provincia di Mantova, in un nucleo famigliare che è composto da Marco e Annalisa e dai loro quattro figli: Elia, Giacomo, Linda e Francesco, che ha 18 anni e frequenta l'ultimo anno di un istituto superiore. "Nonostante entrambi abbiamo quasi la stessa età, la mia vita e quella di Diallo sono state profondamente diverse. Mentre io andavo a scuola, lui era detenuto in Libia. Ora, invece, facciamo più o meno le stesse cose: condividiamo la camera, prendiamo il bus insieme, giochiamo a calcio, guardiamo le partite in Tv. Avergli dato la possibilità di avere finalmente una vita normale, è la cosa più bella di questa esperienza", dice il ragazzo. I primi incontri tra loro sono avvenuti in un posto pubblico e, spiega Diallo: "Sono stato colpito dalla loro allegria, trattandosi di una famiglia dove regna l'armonia e in cui ci si sostiene a vicenda. E per me la cosa importante era sapere che tutti i figli fossero d'accordo col mio arrivo in casa". Le loro vite, però, non si sono incontrate per caso.
Il loro incontro, infatti, è stato il frutto di un progetto portato avanti da qualche anno a questa parte da una onlus, Refugees Welcome Italia, che fa parte del network europeo Refugees Welcome International. L'associazione è nata nel 2015 grazie all'impegno di un gruppo di professionisti con una solida esperienza nel campo delle politiche dell'accoglienza e dell'inclusione sociale. Da Refugees Welcome spiegano: "Siamo presenti in diverse regioni italiane, dove lavoriamo con il supporto di gruppi territoriali multidisciplinari, aiutando le famiglie e i rifugiati a incontrarsi, conoscersi e avviare la convivenza, sostenendoli e seguendoli durante tutto il percorso". Secondo una filosofia chiara: "Chi ospita in casa un rifugiato ha l'opportunità di conoscere una nuova cultura, aiutare una persona a costruire un progetto di vita nel nostro paese e di diventare un cittadino più consapevole e attivo creando nuovi legami". Attualmente, sono già trecento le convivenze attivate attraverso un metodo di accoglienza portato avanti in trenta città italiane che ha coinvolto, finora, duecento attivisti in diciassette regioni italiane. Chiunque ha una camera libera ed è interessato a ospitare, può iscriversi sul sito dell'associazione.
Diabo, che ha 22 anni e viene dal Burkina Faso e racconta gli ultimi mesi vissuti con Raniero, Alessandra e la figlia Serena, la famiglia che lo accolto in provincia di Torino, così: "C'eravamo conosciuti poco prima della pandemia e, quando è stato possibile, ci siamo incontrati durante i week-end per passare del tempo insieme. A settembre dello scorso anno, dopo aver terminato il periodo di accoglienza nel centro dove vivevo, mi sono trasferito a casa Tomei, dove la convivenza procede a gonfie vele". E la convivenza gli ha anche portato nuove occasioni: "Grazie alla rete di conoscenze della famiglia Tomei, ora, ho trovato anche un lavoro come apprendista elettricista". Un'esperienza apprezzata anche dalla famiglia: "Questa è una esperienza che consigliamo a tutti, uno scambio reciproco di modi di vivere, di culture, di esperienze che troviamo molto stimolante, che aiuta a eliminare i pregiudizi", dicono.
Ma non ci sono solo le famiglie cosiddette tradizionali ad accogliere i rifugiati nelle proprie abitazioni. Anche Enzo, che ha 82 anni, è un ex geometra ora in pensione nella sua casa di Roma ospita Ebou, un giovane rifugiato di 22 anni, che ha alle spalle un lungo viaggio migratorio che lo ha portato dal Gambia all'Italia attraversando il Senegal, il Mali, la Libia. "Non ricordo dove sono sbarcato, perché in quei momenti ho pensato solo che mi ero salvato", dice oggi Ebou, anche lui giunto in Italia da minore straniero non accompagnato. Enzo, da parte sua, racconta: "Ospitare un rifugiato è per me un modo di tradurre in gesti concreti le cose in cui credo. Così desideravo offrire a Ebou la possibilità di trovare la sua strada e costruirsi un futuro. Ed è anche un modo di restituire ciò che ho ricevuto nella vita. Dopo il diploma sono venuto a Roma dalla Puglia per trovare un lavoro e sono stato accolto da alcuni parenti finché non l'ho trovato, un impiego. E poi, anche mio padre è stato un immigrato, andò in America con un bastimento carico di italiani in cerca di fortuna".
"L'arrivo di Tsering è stata all'inizio una sorpresa", raccontano Fabio e Samuele, "perché gli operatori di Refugees Welcome ci avevano anticipato che probabilmente avremmo ospitato un ragazzo più giovane di noi, proveniente dall'Africa Subsahariana o dal medio oriente".
E invece, proseguono i due uomini che hanno aperto le porte della propria abitazione a Tsering, giovane donna fuggita dal Tibet e arrivata a Milano quattro anni fa in seguito a un viaggio difficile e pericoloso lungo l'Himalaya. "Alla fine, ci hanno presentato una giovane donna della nostra stessa età che viene dall'Asia", ricordano sorridendo i due ragazzi, "volevamo rendere una testimonianza, stare, concretamente, dalla parte dei rifugiati. In un paese in cui le persone straniere sempre più spesso sono circondate da un clima di ostilità, ospitare qualcuno di loro a casa nostra, per noi, è stato un modo per mostrare che esiste un'altra Italia". Quell'Italia dei cittadini che accolgono nelle proprie case, mentre una grossa parte del mondo politico italiano vorrebbe "aiutarli a casa loro", gli stessi posti da cui fuggono, da guerre, povertà e persecuzioni.
di Federico Mereta
La Repubblica, 18 marzo 2021
Una rara anomalia genetica che provoca una tempesta elettrica del cuore e la morte. Così, secondo il cardiogenetista Peter Schwartz, sarebbero morti i due figli più piccoli di Kathleen Folbigg, reclusa da 17 anni. E si pensa ad un riesame. Kathleen Folbigg è una donna australiana, condannata a trent'anni di carcere - ne ha già scontati 17 - con l'accusa di aver soffocato i suoi quattro figli. Condannata e additata come la peggiore serial killer del paese down under. Ma una dottoressa australiana ha un dubbio sulle strane coincidenze dei particolari delle morti raccontate dalla madre e chiede un parere al cardiogenetista Peter Schwartz, direttore del Centro per lo Studio e la Cura delle Aritmie Cardiache di Origine Genetica e del Laboratorio di Genetica Cardiovascolare dell'Istituto Auxologico Italiano IRCCS di Milano. Uno dei maggiori esperti al mondo.
Studiando i casi di due dei bimbi uccisi (negli altri due bambini si parla di una mutazione associata, in studi sperimentali, a forme mortali di epilessia già in tenera età ma le ricerche sono in corso) si è individuata una mutazione sul gene della Calmodulina. Quando sono presenti queste alterazioni del DNA, è pratica corrente considerarle causa del decesso.
Schwartz rimette quindi i due casi sotto la lente d'ingrandimento della giustizia: insieme ad altri ha visto che nel corredo genetico di due bambini era infatti presente una mutazione particolare, rarissima, sul gene della Calmodulina. Da questa osservazione almeno per due casi di decesso si "riparte" anche sul fronte giuridico nella valutazione di quanto avvenuto, dopo che la Folbigg è stata definita una delle più efferate serial killer della storia. Proprio questa alterazione genetica, presente su uno dei tre geni che regolano appunto la Calmodulina, si associa ad aritmie cardiache estremamente gravi, capaci di scatenare una "tempesta" elettrica nel cuore e portare a morte improvvisa chi ne soffre già in età infantile o pediatrica.
"Le nostre conclusioni - racconta Schwartz a Salute dal Sudafrica - sono state che la presenza in due dei quattro bambini morti (entrambi deceduti nel sonno) di una mutazione ereditata dalla madre sul gene della Calmodulina, fa ragionevolmente pensare che questa sia stata la causa della loro morte improvvisa: quando si trova una mutazione sul gene della Calmodulina è pratica corrente considerare questa la causa della morte. Insomma: un "Cold Case" diventa lo strumento per ragionare nuovamente su una sindrome rarissima, che entra in gioco come possibile fattore causale delle Sids, la morte in culla. A volte questi fenomeni drammatici possono infatti trarre origine proprio da invisibili modificazioni nel DNA.
La scoperta del ruolo delle mutazioni su uno dei tre geni della Calmodulina nella genesi della morte improvvisa del neonato è recentissima. Nel 2013 lo stesso Schwartz insieme a Lia Crotti ha scoperto la correlazione di queste mutazioni, rare. "La loro prevalenza è ignota - spiega Schwartz - e nel Registro Internazionale di queste mutazioni, coordinato da noi, sono stati arruolati 104 pazienti di tutto il mondo".
Fondamentale, pur se è davvero difficile pensare di "svelare" i segreti nascosti nel DNA di ogni neonato, sarebbe riconoscere queste modificazioni genetiche precocemente. "L'importanza del riconoscimento precoce dipende dal fatto che con adeguate terapie molti di questi pazienti possono avere una vita essenzialmente normale - segnala l'esperto - nella maggior parte dei casi queste forme possono essere identificate con un elettrocardiogramma nelle prime settimane di vita. A volte le aritmie avvengono già nel periodo fetale e possono mettere sull'avviso anche prima del parto".
Va detto che, a sorpresa, le prime ricerche sulla presenza di queste mutazioni in vittime di SIDS hanno dato esito negativo. Ma il consiglio dell'esperto è chiaro. "Se vi sono casi noti nelle famiglie, lo screening neonatale è imperativo così come l'attento monitoraggio delle gravidanze; più spesso però questi casi, proprio per la loro gravità, sono delle mutazioni de novo, cioè comparse durante la gravidanza e quindi assenti in entrambi i genitori", ricorda Schwartz, che da 50 anni si occupa di SIDS e da quasi 20 anni con altri ricercatori ha dimostrato che circa il 10% di questi casi è dovuto alla sindrome del QT lungo. In questi casi, va detto, un semplice elettrocardiogramma può rivelare questa anomalia del tracciato e quindi consentire un monitoraggio più attento della situazione
La sindrome da morte improvvisa del neonato o SIDS rappresenta un evento drammatico, anche perché non è preceduta da alcun segnale d'allarme, può colpire sia di giorno che di notte, in culla o nel passeggino o ancora nel seggiolino dell'auto. Colpisce il bambino nel primo anno di vita con particolare incidenza fra i 2 e i 4 mesi di vita e rappresenta circa il 40 per cento delle morti del periodo post-natale. A rendere ancor più drammatica la situazione concorrono anche le scarse conoscenze sull'origine del quadro. Alcuni studiosi sostengono che la causa principale della morte in culla sarebbe da ricercare in specifiche anomalie del cervello, con mancato controllo dei ritmi del sonno e della veglia. Più probabilmente, tuttavia, a determinare il decesso dei piccoli sarebbe una combinazione di eventi e in alcuni casi potrebbe essere coinvolto il cuore. A questo punto entra in gioco come possibile causa di una percentuale di casi di "morte in culla" l'allungamento patologico di un intervallo elettrico del cuore, chiamato tratto QT. Se questo spazio sul tracciato elettrocardiografico è allungato oltre i valori di normalità è aumentato il rischio di un'aritmia grave. Infine sono stati chiamati in causa anche modificazioni dei sistemi di controllo della pressione e della respirazione, oltre che situazioni ambientali come la posizione assunta nel sonno, le ripetute infezioni delle vie respiratorie o anche meccanismi ormonali ancora da definire con precisione.
Il Domani, 18 marzo 2021
Sanaa Seif è stata condannata dal tribunale del Cairo dopo essere stata arrestata a giugno 2019, mentre si trovava insieme ai suoi familiari fuori dal carcere di Tora in attesa di ricevere una lettera del fratello, già dietro le sbarre da oltre un anno. La giovane ha rifiutato ogni accusa.
Ancora una condanna in Egitto. L'attivista per i diritti umani Sanaa Seif dovrà trascorrere 18 mesi dietro le sbarre, con l'accusa di aver diffuso fake news sulle condizioni di salute del paese e sulla diffusione del Covid-19 nelle carceri, oltre ad aver insultato un agente di polizia su Facebook. La giovane, in custodia da giugno 2020, ha negato ogni accusa, riferiscono i familiari e il suo avvocato, Hesham Ramada, il quale ha aggiunto che presenterà ricorso contro la sentenza del tribunale penale del Cairo.
Seif è stata arrestata mesi fa mentre lei e altri membri della sua famiglia si trovavano presso l'ufficio del pubblico ministero per presentare una denuncia per un attacco nei loro confronti, avvenuto ieri fuori dal carcere di Tora, al Cairo. A riferirlo, la sorella di Sanaa, Mona, anche lei attivista. La famiglia Seif, infatti, si recava lì ogni giorno in attesa di ricevere una lettera del figlio, Alaa Abdel-Fattah, già in carcere da un anno e mezzo, promessa loro dai funzionari della prigione. Dopo il verdetto, si attendono proteste da parte dei gruppi internazionali per i diritti umani, che accusano le autorità egiziane di avere intrapreso un'ampia repressione del dissenso, imprigionando migliaia di attivisti, principalmente islamisti, ma anche laici.
Una famiglia di attivisti - Il padre di Seif, Ahmed Seif al-Islam, morto nel 2014, era un rinomato avvocato per i diritti umani. Sua madre, Leila Soueif, una matematica, è un'importante sostenitrice dell'indipendenza accademica, mentre la zia è la pluripremiata scrittrice Ahdaf Soueif. Il fratello, Alaa Abdel-Fattah, è salito alla ribalta delle cronache con la rivolta egiziana del 2011 ed è stato arrestato a seguito di una protesta antigovernativa il 29 settembre del 2019.
di Sergio Segio
dirittiglobali.it, 17 marzo 2021
Tra il 7 e il 10 marzo 2020 numerose proteste - alcune violente, ma altre pacifiche - hanno scosso decine e decine di carceri italiane. Il bilancio è tragico e senza precedenti: 13 persone detenute hanno perso la vita. La sommossa è dilagata nel momento in cui veniva disposto il blocco dei colloqui con i parenti e mentre appariva crescente il rischio del contagio, in una informazione ancora caotica e approssimativa. Tanto più che le indicazioni date per ridurre il pericolo di contagio (distanziamento, lavaggio delle mani, mascherine e guanti) risultano impossibili da attuare nelle celle sovraffollate.
Salute mentale in carcere e lalternativa: lurgenza della riforma penitenziaria di Damiano Aliprand
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2021
L'attuale regolamento prevede per la salute mentale la possibilità di assegnare detenuti affetti da patologie psichiatriche in sezioni speciali. Il tema dell'assistenza psichiatrica nelle carceri è stato del tutto omesso dalla semi-riforma dell'ordinamento penitenziario.
redattoresociale.it, 17 marzo 2021
Una raccolta fondi per continuare a raccontare la vita nelle carceri italiane. Al progetto, promosso dall'associazione Antigone, si può contribuire tramite una donazione su Produzioni dal Basso
di David Allegranti
La Nazione, 17 marzo 2021
Così la ministra cambia passo: "Detenzione ultima soluzione". Superato il "manettarismo facile" del M5S. Ci eravamo ormai abituati al populismo giudiziario di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, che non ci pare il vero adesso di ascoltare le parole della nuova ministra Marta Cartabia. La quale non solo, come primo atto appena entrata nel governo Draghi, è andata a trovare il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ma ieri, in audizione, ha anche assestato un colpo al manettarismo facile del M5s sul carcere.
di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 17 marzo 2021
Il nuovo Guardasigilli è una delle testimonianze della discontinuità con il governo Conte. L'approccio diplomatico, il nodo prescrizione affrontato senza soluzioni di forza, il rispetto della presunzione di non colpevolezza sono segni inequivocabili di separazione rispetto al populismo giudiziario del suo predecessore Bonafede.
- La Giustizia adotta la Scuola: progetto del Ministero dell'Istruzione sugli "anni di piombo"
- Occasione-Cartabia. Riforma giustizia, ora o mai più
- Intercettazioni e ruolo dei pm. LUe contro la prassi italiana di Giulia Merlo Il Domani, 17 marzo
- I processi, l'equivoco e un'amara verità
- Il prof che riforma i processi. "Ridurre i tempi è la priorità"










