di Pasquale Almirante
tecnicadellascuola.it, 17 marzo 2021
Coinvolti 40 Istituti scolastici con l'adozione di una classe da parte di un magistrato che illustrerà agli alunni gli anni Settanta, quelli che furono contrassegnati da episodi gravissimi di terrorismo. Ogni scuola insieme col magistrato sceglierà una vicenda di quegli anni e su quella si aprirà lo studio, insieme dunque con la memoria di quel tempo. Gli studenti saranno seguiti anche da un gruppo di giovani storici, che potranno fornire loro materiale (grazie pure alla partecipazione delle Teche Rai) e supporto scientifico. Agli incontri dei magistrati tutor si affiancheranno anche incontri con testimonial.
Il Ministro Bianchi, riferendosi all'iniziativa, ha spiegato che la storia degli anni Settanta "per molti di noi è una memoria dolorosa. Ma va raccontata come la storia di un Paese che è riuscito a reagire, è riuscito a trasformare il sacrificio di molti uomini dello Stato in una lezione di vita collettiva, in una straordinaria lezione di Educazione civica. Il rischio più grosso che noi abbiamo è che ci siano dei lutti, ma noi non siamo capaci di elaborarli e trasformarli in memoria viva. Questo è il lavoro grandissimo e difficilissimo che sta facendo la Fondazione".
Per il Procuratore Generale della Corte di Cassazione e Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio, "Si potrà in tal modo arrivare a una conoscenza più approfondita di quanto non sia consentito da un semplice incontro isolato. Una vera adozione nello studio di argomenti che sono stati sinora al di fuori dei programmi scolastici. Questa prima fase è sperimentale e auspico che dagli studenti arrivino spunti per migliorarci, dato che dall'anno prossimo il progetto sarà proposto a tutte le scuole italiane".
di Giuliano Pisapia
Il Riformista, 17 marzo 2021
Mi occupo di giustizia da tutta la vita, ho visto troppe occasioni mancate e troppe promesse non mantenute per non temere che la storia si possa ripetere. Oggi però ci troviamo davanti a una situazione unica nella storia recente per poter vedere finalmente realizzati i passi avanti necessari all'adeguamento del nostro sistema giudiziario agli standard europei.
Le parole della ministra Marta Cartabia alla Commissione Giustizia della Camera, il luogo in cui si dovranno fare riforme, sono certamente incoraggianti e la congiuntura politica può essere favorevole a differenza del passato. Il governo 'di tutti' può limitare l'uso strumentale e polemico delle vicende legate alla giustizia, in particolare quella penale, per concentrarsi sulla risoluzione dei problemi concreti. Il tema più spinoso è quello della prescrizione.
Non ho condiviso l'impianto della riforma Bonafede, attuata nel governo M5S-Lega, che ha cancellato la riforma Orlando che rappresentava un positivo punto di equilibrio tra il dovere dello Stato di perseguire l'azione penale e la ragionevole durata del processo. La ministra della Giustizia si è impegnata a trovare una soluzione per "adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le opportune misure organizzative volte a migliorare l'efficienza della giustizia penale assicurando al procedimento una durata media in linea con quella europea".
Questa è la strada! Solo con la durata ragionevole dei processi la prescrizione può essere e deve diventare un evento eccezionale. Un problema che peraltro non riguarda solo la fase dibattimentale, ma anche, se non soprattutto, quella delle indagini preliminari visto che moltissimi procedimenti si prescrivono prima dell'inizio dei processi. È del tutto apprezzabile il riferimento della ministra al potenziamento dei riti alternativi e al "superamento dell'idea del carcere come unica effettiva risposta al reato".
"La certezza della pena - ha spiegato Cartabia - non è la za del carcere, che per gli effetti desocializzanti che comporta dev'essere invocato quale extrema ratio". Si tratta di una svolta importante accompagnata dalla volontà di introdurre sempre più meccanismi di giustizia riparativa. Nulla di nuovo rispetto al pensiero di Marta Cartabia da Presidente della Consulta impegnata nelle visite nelle carceri italiane e espresso nel corso di un recente dibattito promosso dalla Fondazione intitolata a Carlo Maria Martini.
Tutte le statistiche infatti confermano che i detenuti che hanno scontato la pena con misure alternative (ad esempio affidamento in prova e lavori socialmente utili) hanno una percentuale di recidiva molto inferiore a chi sconta tutto il periodo in carcere. In pratica chi ha la possibilità di un reinserimento sociale, familiare e lavorativo molto raramente commette nuovi reati con il risultato di rendere la società più sicura.
Va poi sottolineato che Marta Cartabia, accogliendo anche un appello di Liliana Segre, appena insediata ha insistito perché il piano vaccinazioni comprendesse anche le carceri, dagli operatori penitenziari ai detenuti la cui salute è affidata allo Stato. Gli ultimi due temi toccati dalla ministra riguardano la riforma del Csm e la necessità del "massimo riserbo" nel corso delle indagini. Tema del tutto condivisibile anche perché legato al principio di non colpevolezza.
È evidente che si crea una sorta di giudizio anticipato, una 'condanna alla gogna' prima del dibattimento, spesso con gravi conseguenze personali, lavorative, familiari da cui è difficile riprendersi anche se poi si viene assolti alla fine del processo. Questo si aggiunge al fatto che ovviamente le fughe di notizie danneggiano le indagini, permettendo a eventuali complici di darsi alla fuga o di inquinare le prove.
C'è poi un tema molto rilevante, quello della riforma del Csm che è unanimemente considerata necessaria e urgente. Non può però essere sufficiente il cambio del sistema elettorale del Csm per risolvere tutti i problemi se le logiche interne alla magistratura, e anche alla politica, rimangono identiche. L'ex presidente della Corte Costituzionale non ha voluto quindi presentare un catalogo di promesse difficili da mantenere e attuare.
Ha invece indicato una via stretta che può essere percorsa solo eliminando le punte polemiche e ideologiche. Non è un caso che al termine del suo intervento Cartabia abbia registrato un consenso molto vasto da parte delle forze parlamentari. Tutti i componenti della Commissione Giustizia hanno manifestato la loro approvazione.
Questi applausi però dovranno trasformarsi in atti concreti. Abbiamo davanti un'occasione da non perdere non solo perché abbiamo bisogno di una giustizia più giusta e celere, ma anche perché, non va dimenticato, se non si produrranno riforme vere ed efficaci si mettono anche a rischio gli stessi fondi del Recovery Fund.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 marzo 2021
Le intercettazioni devono essere utilizzate in caso di reati "gravi" e il pubblico ministero non può operare sui dati personali dei cittadini, perché rappresenta l'accusa e quindi non è imparziale rispetto all'imputato. Questi sono solo due dei profili più clamorosi di una sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea depositata il 2 marzo, che rischia di terremotare la prassi italiana in materia di privacy e provocare conseguenze anche sul caso Palamara.
La sentenza numero C-746/18 della Corte è vincolante per la decisione del giudice estone che ha sollevato la questione, ma anche per i casi in altri stati europei in cui si applicano le medesime norme. Dunque ha un peso giurisprudenziale determinante anche nei processi italiani che riguardano l'utilizzo di dati elettronici personali, come intercettazioni e chat. Il giudice estone ha posto due questioni con riferimento alla direttiva Ue del 2002 sul trattamento dei dati personali. La prima: se il trattamento di questi dati possa essere fatto dal pubblico ministero. La seconda: se questo utilizzo possa riguardare anche finalità estranee ai gravi reati di criminalità.
A entrambe le domande la risposta è stata negativa. Secondo la Corte, infatti, le norme europee in materia di privacy devono essere interpretate nel senso che solo un'autorità terza e imparziale può autorizzare l'accesso ai dati elettronici e il limite del loro utilizzo è la prevenzione di gravi forme di criminalità o di gravi minacce alla sicurezza pubblica. Nel nostro paese, questa sentenza ha effetti dirompenti perché mette in discussione il ruolo del pm. La sentenza stabilisce che la direttiva Ue in materia di privacy, letta alla luce della Carta dei diritti fondamentali, "deve essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, la quale renda il pubblico ministero, il cui compito è di dirigere il procedimento istruttorio penale e di esercitare, eventualmente, l'azione penale in un successivo procedimento, competente ad autorizzare l'accesso di un'autorità pubblica ai dati relativi al traffico e all'ubicazione ai fini di un'istruttoria penale".
Questo per una ragione precisa: è necessario un bilanciamento tra i poteri di chi accusa e la tutela della privacy dei cittadini, dunque l'autorizzazione all'accesso ai dati personali deve essere disposta da un soggetto che sia imparziale. Tradotto: ai giudici europei non interessa che in Italia non ci sia separazione formale tra le carriere di pm e di giudice, ma stabiliscono che chi può incidere sulla privacy dei cittadini sia solo un soggetto che nel processo sia in posizione di terzietà.
Il caso Palamara - Inoltre la pronuncia mette in discussione anche la legge Spazzacorrotti, che allarga l'utilizzo dei trojan ai reati contro la pubblica amministrazione e permette l'utilizzo delle intercettazioni anche per reati che non le prevedono, se questi reati vengono "scoperti" ascoltandole. I giudici europei invece stabiliscono che la privacy dei cittadini può essere violata solo per reati "particolarmente gravi" ed esemplifica quelli di "terrorismo".
Inoltre fissano un principio: prima il reato deve essere identificato e solo poi si può procedere ad acquisire i tabulati. Esattamente ciò che non accade con la norma sulle cosiddette intercettazioni "a strascico". Questo rischia di riaprire il caso Palamara, perché i giudici europei scrivono che i dati elettronici personali possano venire acquisiti solo per reati gravi il che potrebbe escludere il loro utilizzo nel procedimento disciplinare dove sono state usate anche le chat che di per sé non avevano rilevanza penale.
I presupposti per una rivoluzione dell'intera normativa sull'utilizzo delle intercettazioni in senso restrittivo ci sono tutte, come anche il rischio che questa sentenza europea diventi il grimaldello per sostenere l'inutilizzabilità delle captazioni informatiche in moltissimi procedimenti. Di fronte alla necessità di mettere ordine, l'ipotesi è quella che intervenga la Cassazione a sezioni unite, che in una prossima sentenza faccia propria la pronuncia europea e fissi nuovi paletti alla prassi italiana.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 17 marzo 2021
Struttura della norma e stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l'asticella delle prove richieste. Siccome "dopo" saranno capaci tutti - di incensare le condanne ottenute dai pm o di saltare sul carro dei vincitori assolti - serietà vorrebbe che sui processi per corruzione internazionale si facessero invece i conti con una verità, e con un fraintendimento, "prima" dell'odierna sentenza del processo milanese Eni/Shell-Nigeria, riguardante quella che l'accusa asserisce essere la più grande tangente di sempre, 1 miliardo e 92 milioni pagati come prezzo al governo nigeriano nel 2011 per la licenza petrolifera Opl 245.
Il fraintendimento è di chi manifesta insofferenza già solo per la celebrazione di processi tacciati di frenare l'export italiano in Paesi dove senza ungere i politici non ci si aggiudicherebbe le commesse, e quindi di penalizzare gli interessi nazionali a beneficio di concorrenti esteri più spregiudicati ma meno tarpati dalle rispettive magistrature.
È un'insofferenza malriposta, perché è la Convenzione Ocse del dicembre 1997 - a tutela della concorrenza internazionale, e a contrasto dei cleptocrati affamatori di nazioni saccheggiate nelle proprie materie prime - che impone agli Stati aderenti di perseguire le tangenti a politici stranieri: se poi l'applicazione di questi trattati appare più "interventista" in Italia, ciò dipende dal fatto che la magistratura non è sottoposta all'esecutivo e agisce in regime di obbligatorietà dell'azione penale, mentre in altri Paesi (ad azione penale discrezionale e controllo più o meno diretto dell'esecutivo) sono le contingenti opportunità politiche a stoppare o aizzare i magistrati. E persino questi Paesi, quando ritengono, non lesinano mano pesante anche verso i propri campioni nazionali: l'anno scorso il colosso aerospaziale francese Airbus ha accettato di pagare 2,1 miliardi di euro alla Francia, 984 milioni alla Gran Bretagna e 526 milioni agli Stati Uniti che indagavano congiuntamente su 13 anni di commesse militari a Malesia, Russia, Cina e Ghana.
Tuttavia il rosario di processi in Italia conclusi da ricorrenti assoluzioni di tutti i vertici imputati (come nei casi Saipem-Algeria e Agusta/Finmeccanica-India) contiene invece un nucleo di verità, pur al netto dell'amnesia su parziali risultati di segno contrario, quali il patteggiamento (7,5 milioni nel 2014) di Agusta Westland prima del processo ai poi assolti amministratori Finmeccanica, o il pagamento nel 2010 di 365 milioni da Eni agli Stati Uniti propiziato a cascata della prima indagine milanese in Nigeria, o l'intenzione adesso proprio di Eni di patteggiare (anche se non per corruzione ma per induzione indebita) un'altra indagine a Milano sul Congo.
La pioggia di assoluzioni segnala che struttura della norma e stratificarsi della giurisprudenza hanno molto alzato l'asticella delle prove richieste. Non basta l'enormità magari delle commissioni pagate dalle aziende italiane al mediatore di turno, non potendo valere l'assunto (sensato storicamente ma non giudiziariamente) che pagare il mediatore intimo di un ministro equivalga di per sé a pagare il ministro; a volte neppure il passaggio di denaro dal mediatore al ministro è stato ritenuto prova sufficiente della destinazione al ministro proprio di "quelle" somme stanziate dall'azienda al mediatore; e indispensabile - in multinazionali i cui grandi capitani d'azienda si rimpiccioliscono di colpo fin quasi a semplici passanti tutte le volte che i controlli interni appaiono degni di una bocciofila - resta dare la prova dell'accordo corruttivo stretto dall'azienda con il mediatore nell'interesse del pubblico ufficiale straniero, nonché individuare lo specifico atto d'ufficio compravenduto. Tutte tessere di un puzzle che, già non semplici da ricostruire in Italia, spesso diventano ardue da recuperare con rogatorie in Paesi tutt'altro che collaborativi.
È forse in questa frustrazione che va rintracciata la molla psicologica dei magistrati milanesi a ipervalutare taluni controversi testimoni (come nel processo odierno il coimputato ex manager Eni Vincenzo Armanna o l'ex avvocato esterno Eni Piero Amara), in apparenza in grado di colmare i tasselli mancanti a provare (non più solo per via logica o di indirette mail) un ruolo diretto dei vertici aziendali nella destinazione corruttiva dei soldi finiti ai potentati locali.
Quando fuori piove, piove anche se lo dice Armanna, hanno argomentato in requisitoria i pm, convinti che sbagli chi, osservando questi tre anni di udienze, ha invece ricavato l'impressione di testimoni specializzati nel dire, su 10 cose, una riscontrata vera ma non importante, una riscontrata falsa ma non decisiva, e otto in teoria cruciali ma dette apposta in un modo che ne renda inverificabile la verità o falsità. Una scommessa ad alto azzardo, quindi. Che la Procura di Milano ha giocato confidando le valga da asso pigliatutto. Ma che può viceversa trasformarsi in un boomerang, finendo per indebolire anche lo sforzo investigativo profuso sulle anomalie dell'iter contrattuale e sui rivoli dei 500 milioni di dollari prelevati in contanti negli uffici di cambio nigeriani.
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 17 marzo 2021
Dice di essere onorato di far parte della commissione per la riforma della giustizia penale voluta dal nuovo ministro della giustizia Marta Cartabia ma dimostra anche di avere le idee chiarissime su quelli che saranno gli obiettivi del gruppo di lavoro. "Abbiamo tempi stretti, cominciamo giovedì prossimo. Opereremo un po' da remoto e un po' in presenza".
Mitja Gialuz, triestino, 46 anni, professore ordinario di Diritto processuale penale della facoltà di giurisprudenza di Genova, è stato scelto dal neo Guardasigilli tra i dodici esperti che dovranno studiare un pacchetto di proposte per il ministero, in relazione al disegno di legge delega sul processo penale in discussione alla Camera.
Per Gialuz l'obiettivo primario è proprio la "ragionevole durata del processo". "Su questo tema - spiega il professore - siamo stati condannati più volte dalla Corte europea, senza dimenticare le ripetute raccomandazioni dell'Unione europea per la riduzione dei tempi. A oggi il processo penale non rende giustizia a nessuno. Alla vittima del reato, alla comunità ma anche allo stesso imputato che subisce una pendenza processuale infinita ed è sottoposto a tempi inaccettabili che stravolgono la vita delle persone. Servono tempi congrui".
Tra gli aspetti che la commissione intende valutare c'è senza dubbio anche la durata delle indagini: "Che non devono essere una duplicazione del processo ma devono essere svolte in un tempo efficace e tempestivo", aggiunge il docente. Così come non si può pensare di chiamare a testimoniare persone in aula su fatti avvenuti cinque o sei anni prima. "Il dibattimento - dice Gialuz - è spesso troppo lontano nel tempo e questo comporta difficoltà anche per chi si deve presentare a testimoniare come persona informata sui fatti".
L'altro punto fondamentale del lavoro della commissione sarà la prescrizione. "Un nodo politicamente sensibile", lo definisce il professore universitario, che da un anno è diventato ordinario nel capoluogo ligure e si dichiara legato profondamente a Genova.
"Sulla prescrizione - aggiunge Gialuz - ci sono varie possibilità che vanno approfondite, bilanciando le garanzie individuali con quelle della collettività. Si deve raggiungere un ragionevole equilibrio secondo quando indicato dalla Costituzione e questo approfondimento può essere agevolato dalla presenza di un ministro come Marta Cartabia, che è stata presidente della Corte costituzionale, ma anche dal coinvolgimento di altri giuristi di fama come appunto Giorgio Lattanzi, Ernesto Lupo e Gian Luigi Gatta".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Parla Giancarlo Bramante, procuratore capo di Bolzano che si è occupato del caso di Benno Neumair. Il magistrato è stato condannato dai "soliti" media perché ha osato preservare il segreto istruttorio dal voyerismo della stampa. "Come spesso cerco di spiegare ai colleghi dell'ufficio, il pubblico ministero deve vivere nel costante dubbio, inteso come verifica continua dei fatti e delle circostanze su cui sta indagando, anche a favore della persona sottoposta ad indagine preliminare, come previsto dall'articolo 358 ccp": a dirlo al Dubbio è il dottor Giancarlo Bramante, Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Bolzano.
Lo intervistiamo perché ha suscitato delle critiche in Alto Adige e in qualche salotto televisivo nazionale la scelta della Procura di secretare per un mese la confessione di Benno Neumair, reo confesso dell'omicidio dei genitori Peter Neumair e Laura Perselli, scomparsi a Bolzano il 4 gennaio di quest'anno. Il 29 gennaio il figlio era stato arrestato e il 6 febbraio il corpo della madre era stato trovato nell'Adige. La confessione sarebbe arrivata poco dopo, in due successivi interrogatori che la Procura ha secretato fino al lunedì della scorsa settimana, quando, tramite un comunicato stampa, ha reso noto che l'indagato aveva ammesso le sue responsabilità. Il fascicolo è stato desecretato contestualmente alla richiesta di incidente probatorio finalizzato ad accertare le condizioni mentali del ragazzo.
La Procura, in base agli atti processuali, ha ritenuto doveroso stabilire se il ragazzo fosse capace di intendere e volere al momento dei tragici fatti e se sia dunque imputabile. Il presidente dell'Ordine dei giornalisti del Trentino Alto Adige, Mauro Keller, aveva criticato la decisione di mantenere il segreto istruttorio perché il fatto è di "evidente interesse pubblico e rilevanza sociale". Anche la sorella dell'indagato si era detta dispiaciuta di aver appreso della confessione da parte della stampa. Su questo la giunta dell'Anm del Trentino-Alto Adige ha invece difeso la scelta della Procura pur "nel massimo rispetto per la sofferenza dei familiari della coppia Neumair".
Altresì "Quarto Grado" nella trasmissione di venerdì scorso ha stigmatizzato il silenzio della Procura insieme alla disposizione della perizia psichiatrica. Questo giornale difende la scelta della Procura: da tempo denunciamo le storture del processo mediatico parallelo ma potremmo sembrare di parte. Invece, proprio due giorni, fa è stata la Ministra Cartabia a dire: "A proposito della presunzione di innocenza, permettetemi di sottolineare la necessità che l'avvio delle indagini sia sempre condotto con il dovuto riserbo, lontano dagli strumenti mediatici per un'effettiva tutela della presunzione di non colpevolezza, uno dei cardini del nostro sistema costituzionale".
Procuratore da dove nasce la scelta di secretare l'ammissione di responsabilità?
Il primo interrogatorio dell'indagato ad un certo punto è stato sospeso per volontà dei difensori, che hanno fatto richiesta di 'riserva di prosecuzione'. A quel punto è stato doveroso da parte dei colleghi sostituti, in accordo con i difensori, procedere alla secretazione. Si è trattato di una scelta dettata dal fatto che l'atto non era compiuto e le dichiarazioni non erano assolutamente complete. La scelta dei pubblici ministeri rientra tra le facoltà previste dal codice di procedura penale, sussistendone tutti i presupposti procedurali. Tenga presente poi un aspetto importante.
Prego...
L'interrogatorio, per come lo interpreto io, è un atto di difesa dell'indagato. Non è uno strumento di imposizione. Per esempio, l'indagato può chiedere di avvalersi della facoltà di non rispondere oppure decidere di non prendere posizione in merito ad una precisa questione. In astratto, il substrato probatorio può acquisire una tale valenza che si può giungere anche alla richiesta di archiviazione. Si tratta di concetti che dovrebbero essere conosciuti da chi vuole discutere di fatti di cronaca.
Cosa ne pensa di quanto detto due giorni fa dalla ministra Cartabia in merito alla fase delle indagini?
Nel rispondere al direttore dell'Adige, Alberto Faustini, esprimo proprio questo concetto: sono fermamente convinto che la prova si forma in dibattimento, nel contraddittorio con la difesa e le altre parti processuali, dinanzi ad un giudice terzo e super partes che valuta i fatti. Il concetto di verità è molto articolato soprattutto in un processo penale garantisticamente concepito sul concetto del ragionevole dubbio.
Anche la vostra scelta di optare per la perizia psichiatrica dell'indagato ha suscitato polemiche. Eppure, come prevede il codice, il ruolo di un pm è anche questo...
Come spesso cerco di spiegare ai colleghi dell'ufficio, il pubblico ministero deve vivere nel costante dubbio, inteso come verifica continua dei fatti e delle circostanze su cui sta indagando, anche a favore della persona sottoposta ad indagine preliminare, come previsto dall'articolo 358 ccp. Ogni dato acquisito nel corso delle indagini, ogni dichiarazione delle persone informate sui fatti e dell'indagato devono trovare un riscontro oggettivo per poi essere presentato al giudice che lo valuterà. La verità del pubblico ministero non esiste ontologicamente, esiste la conclusione delle indagini preliminari che ha la sua sintesi della richiesta di rinvio a giudizio con la formulazione del capo di imputazione in forma chiara e precisa. Si tratta quindi di una tesi su un fatto penale che deve passare al vaglio di più giudici, prima di poter divenire pronuncia definitiva che rappresenterà la verità processuale dei fatti, e che non necessariamente rappresenterà la verità assoluta. L'accertamento della verità trova quindi la propria sintesi nelle sentenze definitive, nel pieno rispetto del principio costituzionale di non colpevolezza di cui all'articolo 27 della Costituzione. Io credo profondamente in questo che le ho appena detto e cerco di trasmetterlo ai miei giovani procuratori.
Come abbiamo scritto in un recente articolo i primi ad essere attaccati sono stati gli avvocati che difendono i "mostri da prima pagina", poi i giudici che li assolvono, dopo i giornalisti che li intervistano e infine le Procure che rispettano semplicemente principi basilari. Come si affronta questa pericolosa deriva?
Secondo me il problema è complesso e articolato: da un lato c'è l'aspettativa della società di una decisione rispetto ad un determinato caso e dall'altro lato ci sono poi le garanzie di quel concreto caso. Avviene purtroppo una sovrapposizione tra il caso concreto che si erge a caso generale. Si perde di vista che dietro ogni singolo caso ci sono delle forme processuali. È chiaro che se si eliminano i principi del giusto processo, il diritto alla difesa, e tutte le garanzie costituzionali la questione diviene prettamente culturale. Essa riguarda tutti i soggetti dello svolgimento del processo: magistratura, avvocatura, giornalisti, società civile. Ci deve essere sempre un controllo dell'opinione pubblica sulle notizie ma il controllo vero deve essere svolto nel rispetto dei principi processuali.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 marzo 2021
Sirene spiegate e arresti in presa diretta. La Camera penale di Vicenza segnala l'ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza: un blitz antidroga filmato e ripreso sulla stampa locale. "La giustizia non è una serie tv": si intitola così la nota del direttivo della Camera Penale di Vicenza che ha voluto censurare l'ennesima operazione a favore di telecamera da parte della Guardia di Finanza. Il copione è simile a quello di tanti altri video delle forze dell'ordine che vanno ad arrestare qualcuno: primo piano sulla caserma, poi sirene spiegate in strada, arrivo sul posto con dispiegamento di forze, e infine riprese degli arrestati.
In particolare, nel caso in questione, si è trattato di una operazione antidroga, al termine della quale sono stati arrestati tre richiedenti asilo nigeriani e sequestrati ingenti dosi di droga pronte per lo spaccio. Immagini e video del blitz sono stati riportati sulla stampa locale. A tal proposito hanno scritto i penalisti vicentini: quelle immagini "ci hanno lasciato senza parole". Immagini in "presa diretta" mentre gli operanti entrano nell'abitazione ed eseguono la perquisizione, all'interno di un'abitazione - come se si trattasse di uno di quei docu-film che vanno tanto di moda.
La ripresa del momento in cui vengono (apparentemente!) scoperte somme di denaro in contante all'interno di alcuni cassetti - quasi a creare un elemento di sorpresa, come nelle migliori serie televisive; la meticolosa preparazione di quanto oggetto di sequestro in bella mostra e su un tavolo in cui esibire l'esito della perquisizione, come un trofeo, a favore di telecamera".
Gli avvocati, giustamente, si interrogano "sull'utilità - prim'ancora che sulla legittimità - di questo video: a chi e che cosa serve? Risponde a un pubblico interesse occupare personale di polizia e pubbliche risorse per realizzare queste immagini, che non hanno alcuna utilità processuale?". Come se non bastasse, conclude il direttivo, "vengono esibite le immagini degli arrestati mentre vengono raccolte le impronte digitali e addirittura con le manette ai polsi, in violazione di quella norma del codice di procedura penale che, sancendo un elementare principio di civiltà giuridica, vieta espressamente "la pubblicazione dell'immagine di persona privata della libertà personale mentre la stessa si trova sottoposta all'uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica" (art. 114 c.p.p.).
Né varrebbe rispondere che il volto della persona è stato "oscurato", perché contestualmente - sulla base di una prassi tanto diffusa quanto da noi contestata - sono state diffuse le foto segnaletiche degli arrestati". Si tratta del secondo episodio nel giro di poche settimane, in cui i penalisti italiani sono stati costretti a stigmatizzare pratiche (probabilmente) lesive della dignità degli indagati. Qualche giorno fa l'avvocato Giuseppe Belcastro dell'Osservatorio Informazione Giudiziaria dell'Ucpi aveva scritto proprio su questo giornale un duro commento contro le video riprese degli arresti degli indagati per l'omicidio di Ilenia Fabbri, chiedendo un intervento della Ministra Cartabia per "porre fine a questo scempio; ché il paese di Beccaria non lo merita".
di Ilario Ammendolia
Il Dubbio, 17 marzo 2021
La trasmissione Presa diretta ha dedicato l'intera puntata di lunedì sera alla lotta alla ndrangheta per come declinata nell'inchiesta ' Rinascita Scott'. Chiariamo subito una cosa: la ndrangheta in Calabria c'è ed è una cosa drammaticamente seria dal momento che, come sempre ed ovunque, tende ad accompagnarsi con il traffico di droga, l'uso della violenza, la pratica dell'usura ed il costante tentativo di intimidire i cittadini e corrompere funzionari pubblici, politici e appartenenti alle forze dell'ordine. Focalizzare, così come hanno fatto le telecamere di Presa diretta, queste cose in terra di ndrangheta ci è sembrato persino banale. Farcele vedere di nuovo è come fare un servizio sull'acqua alta a Venezia o sulla nebbia in Val Padana pretendendo di rivelarci chissà quale novità.
A meno che non si voglia 'impressionare' e portare fuori strada l'opinione pubblica e dare una lettura distorta sul perché, nonostante le centinaia di ' retate', la ndrangheta sia riuscita a fare un salto di 'qualità' trasformandosi nel giro di qualche decennio, da una modesta e, a volte, pittoresca associazione di uomini di malavita, in una delle più terribili organizzazioni criminali dell'Europa occidentale. Se il dottor Iacona, conduttore di Presa Diretta, ci avesse aiutato a comprendere come tutto ciò è stato possibile, avrebbe dato un importante contributo alla verità. Invece ha puntato alla lettura della realtà calabrese utilizzando solo la ' filigrana' di Rinascita Scott, pur essendo questo un processo alle prime battute. Per farlo è stato necessario presentare come credibili pentiti e collaboratori di giustizia che potrebbero non esser ritenuti tali dai giudici e come sicuri colpevoli imputati (anche incensurati) che potrebbero essere assolti da ogni accusa. Mortificando così la presunzione di innocenza ed il ruolo stesso degli avvocati impegnati nella difesa.
Iacona, per esigenze estranee alla trasmissione, ha voluto presentare Rinascita Scott come la 'madre' di tutte le inchieste quando invece è in assoluta e perfetta continuità con le cento inchieste precedenti che hanno avuto tutte le stesse caratteristiche: l'altissimo numero di arrestati, un impiego massiccio di militari, le prime pagine sui giornali, l'inclusione di qualche personaggio noto, le luci della ribalta sul pm. Finora però quasi tutte le 'grandi inchieste' precedenti che hanno ritmato la storia della Calabria, da 'Stilaro' a 'Marine', a 'Circolo formato' (che si appena conclusa), a ' Lande desolate' sono state dei grandi flop che hanno portato alla assoluzione di quasi tutti gli imputati e prodotto dubbi, scetticismo e rassegnazione nell'opinione pubblica calabrese, stretta tra una mafia aggressiva da un lato e la giustizia sommaria dall'altro. Oltre che ad un grande spreco di risorse pubbliche ed umane.
Come abbiamo detto sabato scorso, la trasmissione Presa Diretta, nel febbraio del 2014, aveva usato la stessa tecnica, la stessa regia e lo stesso Pm come protagonisti nell'inchiesta ' New Bridge'. Senza però trarre le necessarie conseguenze sul fatto che, su decine di imputati per mafia coinvolti in quella inchiesta, uno solo (dico1) è stato condannato con il 416 bis. Nella trasmissione di lunedì sera, volendo far apparire il dottor Gratteri come l'alfa e l'omega della lotta alla ndrangheta, Iacona ha molto insistito sul fatto che, prima del suo arrivo, la procura di Catanzaro fosse una specie di porto di mare per tutti i mafiosi.
Ma se così è, non si capisce proprio perché non abbiano fatto parlare il suo predecessore, un anziano procuratore della Repubblica, rispettato da tutti? Perché non si è fatto parlare l'ex procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini, trasferito ad altra sede perché ha osato avanzare qualche, pur correttissima, critica verso i metodi usati in Rinascita Scott?
Così come è stata concepita la trasmissione Presa Diretta non aiuta a capire la realtà, anzi ci porta su un binario morto. Quello che è più inquietante è la sensazione (ma è qualcosa in più) che alcuni magistrati cerchino legittimazione e successo non ricercando la giustizia e la verità ma stabilendo rapporti forti con la stampa e soprattutto con giornalisti affermati e trasmissioni famose. Una cosa è certa: il successo così strappato (ma non meritato) può essere giocato nell'immediato su tutti i tavoli che contano.
Ed infatti l'inchiesta 'New Bridge' è stata utilizzata come possibile lasciapassare per far transitare il dottor Gratteri da un ufficio della Procura di Reggio Calabria a quello di ministro della Giustizia. Non saprei dire oggi a cosa si tende! Se veramente lo volesse, il conduttore di Presa Diretta sarebbe ancora in tempo ed avrebbe mille modi, tutti onorevoli, per riparare gli errori fatti finora e contribuire a sconfiggere la ndrangheta con una sana informazione di cui si sente un gran bisogno. Perché tanto Iacona che Gratteri dovrebbero capire che proprio la verità è il necessario antidoto per sconfiggere la ndrangheta
di Liana Milella
La Repubblica, 17 marzo 2021
Novanta minuti di confronto in via Arenula. Il primo per la Guardasigilli con un leader di partito.
Netta contrapposizione sul carcere. Convergenti sulla giustizia tributaria, ma divise sul Csm. L'una davanti all'altra, per più di un'ora e mezza. Nella grande stanza in via Arenula che fu di Togliatti, stavolta si confrontano due donne. Entrambe decisamente di successo.
Anche se i percorsi sono del tutto diversi. La ministra della Giustizia Marta Cartabia, che fa della Costituzione il suo scudo, incontra la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, il cui vessillo è garantire a tutti i costi la sicurezza dei cittadini. Il suo è l'unico partito fuori dal governo. Di certo la pensano in modo diametralmente opposto sul carcere. Per la ministra vale il principio che "la certezza della pena non è la certezza del carcere". Mentre il quasi 18% degli italiani che sta con Meloni vuole una politica della giustizia che "sia molto garantista sull'accertamento del reato, ma sia giustizialista sul carcere".
Potrebbero litigare queste due donne che s'incontrano a tu per tu per la prima volta. Ed è - per Cartabia - il primo faccia a faccia con una leader di partito, donna certo, ma avversaria del governo Draghi. Eppure il confronto parte ugualmente, "senza pregiudizi" come alla fine dicono entrambe, quel colloquio che il responsabile Giustizia di FdI Andrea Delmastro definisce "franco e cordiale, e soprattutto tenuto su un registro alto". Un mood "istituzionale", come ci tengono a sottolineare le fonti di via Arenula. Dove Cartabia, proprio per questa ragione, non chiosa l'incontro. Che pure ha seguito minuziosamente, prendendo appunti con carta e penna, interrompendo più volte Meloni per capire meglio il suo pensiero e le sue proposte. Alla fine, sono almeno cinque o sei le pagine riempite. Le serviranno mentre si prepara, giovedì, ad incontrare i senatori della commissione Giustizia di palazzo Madama.
Meloni, appena uscita, affida a una conferenza stampa le sue impressioni. L'incontro le è piaciuto, si capisce dalle sue parole, ma certo lei non molla sulle sue idee perché "sulla giustizia servono discontinuità e coraggio, e c'è ben poco da salvare del lavoro di Bonafede". Per chi non avesse capito ripete di nuovo che "serve una forte discontinuità". Mentre Cartabia, da quando è diventata ministra, ha messo sul tavolo una linea ben diversa, partire dalle riforme del suo predecessore Bonafede, emendarle sì, ma non buttarle alle ortiche. Anche se è chiaro che proprio Cartabia probabilmente considera costituzionalmente a rischio una prescrizione che distingue tra condannati e assolti. E Meloni è certa, a sua volta, che Cartabia sulla prescrizione "non intende scappare".
Ma le strade di Meloni e Cartabia si dividono proprio sul metodo. Come emerge man mano che la Guardasigilli e la leader politica si confrontano. Due esempi fanno testo. La prescrizione appunto. E la galera (termine che Cartabia non userebbe mai). Perché sulla prescrizione Meloni è netta: "La legge immaginata da Bonafede introduce la possibilità del processo a vita: va abolita, o quantomeno vanno sospesi i suoi effetti. Vedremo come procederà il governo, ma così non si può andare avanti". E ancora: "Mi è dispiaciuto che il governo non abbia votato con noi l'emendamento nel Milleproroghe presentato per sospendere la prescrizione, Renzi compreso".
È un punto nodale dell'incontro. Perché Meloni e i suoi non fanno sconti. Come spiega Delmastro sulla prescrizione di Bonafede "bisogna invertire l'ordine dei fattori, prima si ripristina la prescrizione originaria, poi si fa la riforma della giustizia penale". Meloni e i suoi bocciano il ben noto lodo Conte-bis, il compromesso raggiunto da Bonafede con Renzi per salvare la sua legge con il diverso cursus della prescrizione per i condannati (cammina) e per gli assolti (si ferma), perché "va contro la Costituzione". E qui, le fonti di Fdl dicono, dopo l'incontro, che anche Cartabia avrebbe storto il naso su questo doppio binario.
Se la Costituzione è un faro sulla prescrizione, altrettanto lo è sul carcere. Ma qui le strade di Cartabia e Meloni si separano nettamente. Se la ministra, come ha appena fatto in commissione Giustizia, dice che "la certezza della pena non si risolve nella certezza del carcere", e quindi ben vengano misure alternative e una detenzione umana, Meloni mostra la faccia feroce dell'impostazione securitaria. Eccola dire dentro e fuori via Arenula: "Può essere vero che la certezza della pena non significhi necessariamente certezza del carcere, ma la certezza che non c'è il carcere è la certezza di nuovi reati".
Per questo Meloni chiede "un investimento importante per l'edilizia carceraria e per chi lavora nelle carceri". Vuole "l'aumento degli organici per la polizia penitenziaria". Pronuncia un netto no per "nuovi decreti svuota carceri". Cartabia prende appunti certo, ma la sua Bibbia è l'articolo 27 della Costituzione quando dice che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Queste due donne sul carcere sono divise, eppure si confrontano. È anche questo il "metodo" Cartabia. Tant'è che la Guardasigilli vuole capire bene, e chiede e domanda prendendo poi appunti, cosa propone Meloni sulla soluzione di far scontare la pena ai detenuti stranieri nei paesi di origine. Né, certo, si scontra con la leader di Fratelli d'Italia che pretende pene più severe ed efficaci, ed è pronta ad accettare anche un'alternativa al carcere, a patto però che si tratti comunque di una misura efficace.
Sono consapevoli di essere su posizioni opposte, ma riescono a dialogare. E almeno su un punto, la giustizia tributaria, sono proprio d'accordo. Perché l'idea di Cartabia, visti i clamorosi annullamenti in Cassazione, di nominare giudici terzi e non scelti dal Mef, trova d'accordo Meloni. Mentre è sul Csm dopo il caso Palamara che le strade si dividono ancora. Netta la richiesta di scegliere i futuri componenti togati con il sorteggio, tant'è che Meloni lo considera "l'unico modo serio per eliminare la deriva correntizia".
Già scontata la bocciatura di Cartabia per gli inevitabili risvolti di costituzionalità. Mentre, sul filo della Costituzione, le posizioni sembrano riavvicinarsi sulla magistratura onoraria, che trova in FdI un pieno sponsor, e vede Cartabia convinta di poter risolvere la questione una volta per tutte rispettando la Carta, tant'è che è in attesa di una prossima sentenza della Consulta. Alla fine si salutano soddisfatte. Hanno dialogato civilmente. E Meloni può rendere pubblica una sua impressione, che sulla prescrizione Cartabia "non intende scappare". E questo già le piace. Poi, certo, "vedremo come procederà".
di Daniela Dioguardi*
Il Manifesto, 17 marzo 2021
L'evidente e smisurata sproporzione tra i reati commessi e le pene comminate attenta alla libertà del dissenso ed evidenzia il cattivo funzionamento della giustizia nel nostro paese.
A Torino ogni giovedì pomeriggio "Mamme in piazza per la libertà di dissenso" organizza un presidio di fronte al carcere Lorusso Cotugno dove è rinchiusa Dana Lauriola. Dana, sebbene incensurata, è stata condannata con il massimo della pena prevista per il reato di violenza privata, due anni di reclusione, perché nel 2012 insieme a altre/i in una manifestazione No Tav ha bloccato per circa 15 minuti l'autostrada, facendo passare le macchine senza pagare il pedaggio e informando con il megafono del motivo della protesta.
È stata inoltre respinta la richiesta di pene alternative, malgrado le condizioni favorevoli. Da poco ha finito di scontare la pena, per gli stessi motivi, a un anno di reclusione, Nicoletta Dosio, insegnante settantenne in pensione, anche lei incensurata. Gli arresti domiciliari per due anni sono stati dati a Stella Gentile che nella stessa manifestazione distribuiva volantini.
L'evidente e smisurata sproporzione tra i reati commessi e le pene comminate attenta alla libertà del dissenso ed evidenzia il cattivo funzionamento della giustizia nel nostro paese. Inquieta inoltre l'uso strumentale delle donne per criminalizzare lo scontro sociale. Di fronte alla grave e ingiustificata limitazione della libertà e offesa alla dignità umana da parte di chi avrebbe il compito di preservarle, la madre di Dana e altre madri, alcune di giovani ancora in attesa di giudizio, hanno deciso di trasformare la comprensibile rabbia e l'ansia individuale per la sorte dei/lle figli/ie in una protesta collettiva. Dall'8 ottobre denunciano e si adoperano perché non passi sotto silenzio la deriva securitaria in atto e tessono reti di solidarietà.
È anche un'accusa ai mass media che ne hanno parlato pochissimo per colpevole sottovalutazione o, più realisticamente, per non nuocere agli interessi forti che stanno dietro alle grandi opere. In Sardegna le madri di 45 giovani, attivisti del movimento contro la presenza di basi militari, rinviati a giudizio con l'accusa gravissima di associazione a delinquere con finalità terroristiche, si sono organizzate in "Madri contro l'operazione Lince. Contro la repressione".
Non le spinge solo l'amore per i/le figli/ie, rivendicano orgogliosamente il ruolo di madri-educatrici ai valori della libertà, solidarietà e giustizia sociale. In una lettera alle madri di Torino scrivono: "Siamo state noi a crescerli con le idee e i sogni di un mondo senza lo stupro delle guerre, di un mondo senza l'orrore delle armi. Noi abbiamo trasmesso l'amore e il rispetto della terra
Noi li abbiamo
nutriti di pane e pensiero libero e critico
". Hanno messo al mondo cittadini e cittadine consapevoli, in grado di difendere i propri convincimenti e dire no al potere, se va in direzione opposta al bene del mondo.
È ciò di cui un paese democratico dovrebbe andare fiero e favorire, invece di contrastare e reprimere. Le madri di Plaza de Mayo hanno fatto storia e l'autorità materna mostra in tanti modi la necessità di un altro ordine! A Napoli, "le forti guerriere" del rione Sanità chiedono giustizia dinanzi al tribunale per Fortuna Bellisario, uccisa selvaggiamente dal marito, che, condannato a dieci anni, è già agli arresti domiciliari. Un'altra evidente sproporzione tra reato commesso e pena comminata, con l'aggravante della concessione della pena alternativa dopo appena due anni di reclusione.
Sopravvive nella mentalità di alcuni giudici il famigerato delitto d'onore, quando impunemente gli uomini potevano liberarsi di una moglie o di una donna scomoda della propria famiglia. Madri e guerriere di Napoli sono un forte campanello di allarme sul malessere sociale causato da un potere patriarcale e liberista, votato al profitto, che moltiplica vergognosamente ingiustizie e privilegi. Che non rimangano Cassandre inascoltate!
*L'autrice fa parte di Udipalermo
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