di Piero Sansonetti
Il Riformista, 13 dicembre 2020
La Corte di Cassazione è stata molto chiara, anzi, aspra, con la Procura generale di Palermo che aveva presentato un ricorso contro Mannino senza capo né coda. Ha chiesto: ma se non avete in mano niente, perché avete fatto ricorso? Mannino è stato perseguitato dai Pm siciliani per circa 25 anni. Accusato di aver trescato con la mafia. Indizi zero, prove sottozero, fatti nessuno. Ora finalmente è fuori. Altri sono ancora dentro, perché c'è un gruppetto di Pm ossessionato dal sospetto che ci fu una trattativa fra stato e mafia, e che non molla.
Sebbene ormai siano una decina le Corti che, in svariati processi, hanno detto che questa trattativa non ci fu, che Mannino è innocente, che è innocente il generale Mori, che è innocente Nicola Mancino, che è innocente il professor Conso che la congettura di Ingroia e Di Matteo è nient'altro che pura e inconsistente congettura. Nulla da fare, loro insistono. E fanno strame della verità storica, dei fatti, e soprattutto delle persone. Purtroppo non c'è nessuno in grado di fermarli. L'indipendenza della magistratura è diventata un "Moloch" che non ha più niente a che fare con i valori legati all'idea dell'indipendenza di giudizio: si è trasformata in un privilegio degenerato, che produce una somma inaudita di potere incontrollato e del tutto incontrollabile.
Pura sopraffazione. Che corrompe lo stato di diritto. Un gruppo di Pm può tenere in pugno la vita delle persone - e anche dello Stato - per anni e anni, senza che nessuno possa muovere un dito per ristabilire la giustizia. E se poi viene sconfitto, comunque non avrà una frenata di carriera, ma probabilmente nuove promozioni. Oggi festeggiamo l'assoluzione di un servitore dello Stato e di un politico che ha sempre combattuto la mafia, come Calogero Mannino. Però ci chiediamo: usque tandem? Fino a quando la magistratura terrà in ostaggio e torturerà la giustizia?
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 dicembre 2020
Intervista al nuovo presidente dell'Ann, Giuseppe Santalucia: "Siamo nella società dominata dai media, la spettacolarizzazione dell'evento giudiziario. Ma noi magistrati siamo forti dello spessore culturale di ciò che produciamo".
Non sarà un cliente facile. Giuseppe Santalucia, neoeletto presidente dell'Anm, è un magistrato che conosce le istituzioni ma anche la puntualità delle parole. "C'è una richiesta di acquisizione degli atti da parte del ministro sulla sentenza di Brescia, sull'uxoricida assolto per infermità mentale? Se il ministro vuole approfondire lo faccia.
Poi c'è una sfera di insindacabilità del giudice che involge persino gli errori, e peraltro non c'è motivo di ritenere, in quel caso, che di errore si possa parlare. Ma noi magistrati non ci lasciamo turbare. Andiamo avanti fiduciosi nella qualità intellettuale del nostro lavoro". Ecco, è solo un esempio. Ma Santalucia, consigliere della prima sezione penale della Cassazione, non sarà un presidente dell'Anm che invocherà indignato violazioni dei principi a ogni riforma iperbolica. Dirà quanto va detto. E magari porterà il cosiddetto "sindacato dei giudici" a posizioni anche dure. Ma
senza stare troppo ad annunciarle prima.
Presidente Santalucia, ripartiamo dalla sua elezione, dopo un mese e mezzo tormentato: vi siete guardati negli occhi, tra le correnti, e vi siete detti che è un momento troppo difficile per coltivare rancori?
Non parlerei di rancori, ma di differenze, di vedute distanti, anche su quanto avvenuto nell'ultimo anno e mezzo. Si è convenuto di ricomporle in una direzione il più possibile unitaria. Non del tutto unitaria, visto che una componente, Articolo 101 è rimasta fuori dalla giunta.
E già che lei riconosca il vulnus è un atto di realismo...
Pero è giusto ricordare che nel programma si è deliberatamente voluta acquisire una loro precisa richiesta, la valutazione del sorteggio nel sistema di elezione dei togati al Csm. Al più presto, entro i primi dell'anno, istituiremo una commissione di studio sul sistema elettorale e certamente si approfondirà anche l'ipotesi del sorteggio. Dopodiché si deve scegliere, fare sintesi, com'è ovvio, sulla base dei necessari approfondimenti all'esito dei quali, magari, anche i fautori del sorteggio potrebbero rivedere qualche loro radicata convinzione.
Se restano le sanzioni ai giudici che sforano i tempi, l'Anm può arrivare allo sciopero?
Ancora non le so rispondere. Ma ho chiaro cosa siano le sanzioni come rimedio alle situazioni complesse: una via inefficace. Mi spiego: da capo del Legislativo al ministero della Giustizia mi sono impegnato per allontanare il più possibile i rischi di una medicina difensiva, che sarebbe stata conseguenza di norme troppo punitive. Alla stessa maniera giudici e pm troverebbero il modo di mettersi al riparo dalle sanzioni attraverso un approccio burocratico.
La giustizia difensiva?
Sì, la conseguenza sarebbe analoga a quanto poteva avvenire in campo sanitario. In ogni caso io non rifiuto alcuna ipotesi a priori. Credo solo che il nostro sistema sia incompatibile con le sanzioni legate ai tempi. Abbiamo norme, garanzie e contrappesi tali da impedire al giudice l'effettivo e costante controllo del gioco, come forse si vede nei film sulla giustizia americana. Ci sono facoltà attribuite alle parti che possono sottrarre del tutto al giudice la gestione dei tempi di un processo. Quindi sanzionare un magistrato per il mancato rispetto delle scadenze è semplicemente una previsione fuori sistema.
Urla a ogni sentenza meno dura di quanto atteso dall'opinione pubblica. Linciaggio dei gip che negano misure cautelari. Come se ne esce?
Intanto siamo nella società dominata dai media, immersi in un contesto che assegna all'informazione un ruolo enorme, mai visto in passato. C'è la spettacolarizzazione dell'evento, anche di quello giudiziario, e i giornali, per esempio, la assecondano in virtù della logica di mercato. Ciò detto, noi magistrati siamo forti dello spessore culturale di ciò che produciamo. Dobbiamo affidarci alla nostra coscienza e un po' infischiarcene delle urla.
La cosa vi accomuna agli avvocati minacciati di morte se difendono chi è accusato dei reati più odiosi...
Situazioni assurde, ma tutti gli attori del processo, magistrati e avvocati, sanno certamente essere più forti delle intimidazioni. Grazie alla consapevolezza del ruolo. Facciamo un mestiere appassionante e difficile, a volte molto difficile.
Il ministro Bonafede acquisirà gli atti del processo di Brescia in cui un uxoricida 80enne è stato assolto per infermità: rischia di diventare una dissuasione per i magistrati che si trovassero a giudicare casi simili in futuro?
Guardi, il ministro della Giustizia è titolare dell'azione disciplinare. Può decidere di acquisire gli atti. Quando si prospettano ispezioni, può darsi che si generi ansia. Ma sa, se il ministro vuole approfondire lo faccia pure. Credo di poter fare affidamento sui limiti, anche costituzionali, dell'azione disciplinare più che essere preoccupato per l'acquisizione di informazioni. Anche perché quei limiti implicano l'insindacabilità persino degli errori, se si è nello spazio di autonomia valutativa del giudice.
Anche in questi casi, insomma, non ci si lascia troppo turbare, giusto?
Siamo forti della consapevolezza del ruolo: le critiche sono inevitabili, i controlli pure. La sola cosa da cui ci guardiamo sono le azioni avventurose, e ovviamente non è questo il caso.
A proposito: la cosiddetta degenerazione del Csm a nominificio dipende anche dalla caduta di tensione morale seguita alla fine del berlusconismo? Svanito il grande nemico, i magistrati hanno ripiegato sulle ambizioni private?
È un'analisi che in parte condivido. Nel senso che certamente gli anni del berlusconismo sono stati segnati da una tensione ideale legata proprio ai tentativi più o meno maldestri di invadere l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati. Ma adesso il carrierismo è conseguenza non tanto di un contesto politico differente, quanto della frustrazione per un lavoro che si è burocratizzato.
A cosa si riferisce?
A un quadro che annovera leggi sbagliate, carichi di lavoro non calibrati, risposte di giustizia che arrivano tardi, strutture amministrative non adeguate al lavoro da assolvere: il tutto genera nei magistrati un senso di ineffettività, di dispersione. Da qui la perdita di tensione sul lavoro e il tentativo di compensarla con altro, con le promozioni, con quella competizione anomala per ottenere gratificazioni di carriera. E pensare che negli anni Ottanta tutti avevamo il mito di certi sostituti procuratori che sfidavano il pericolo per la vita pur di indagare sul terrorismo. I procuratori capo erano invisibili.
Palamara rischia di essere il capro espiatorio di una prassi diffusa?
La risposta è complessa perché ci sono due tenenze da cui mi sento distante. L'eccesso di ansia punitiva da cui si è partiti e una certa inclinazione alla pietà, a considerare il collega come una vittima, che si è imposta, di contro, dopo la sentenza. Conosco Luca Palamara, e certamente si difenderà, deve vedersi riconosciute tutte le garanzie, i diritti e gli stadi di accertamento. Un esame equo. Ma il "così facevan tutti" non può essere invocata quale scusante. Non si tratta né di infierire né di perdonare, ma di misura. Quella cosa che si chiama, appunto, giustizia.
Il Giorno, 13 dicembre 2020
L'Associazione nazionale magistrati lamenta un contesto di incertezza di tutele e di precarietà sul piano previdenziale e retributivo. Flash mob dei magistrati onorari del distretto toscano oggi davanti al palazzo di giustizia di Firenze per esprimere solidarietà ai colleghi in sciopero della fame e per protestare contro le inique condizioni economiche e ordinamentali della categoria. I magistrati onorari, spiega una nota, hanno scelto le rose rosse come simbolo di questa protesta, ispirandosi allo "sciopero del pane e delle rose" tenutosi a Lawrence (Kansas) nel 1912, quando i lavoratori di un'industria tessile, dopo la riduzione del salario e il peggioramento delle loro condizioni lavorative, avviarono una forma di protesta per chiedere maggiori diritti. Le toghe vogliono manifestare "tutto il loro disagio per la situazione in cui sono costretti a lavorare e che è divenuta oltremodo intollerabile a causa della pandemia da Covid. Molti colleghi in questi mesi si sono ammalati anche a causa delle funzioni svolte, alcuni purtroppo ci hanno lasciati, a nessuno di loro è stata riconosciuta una seria e congrua indennità economica per tutto il periodo di malattia che è durato molte settimane". In una nota la giunta Anm Toscana, presieduta da Christine von Borries, "esprime solidarietà allo stato di agitazione della magistratura onoraria. I magistrati onorari, i vice procuratori onorari oltre che i giudici di pace lavorano quotidianamente accanto a noi magistrati fornendo un contributo essenziale al funzionamento della giustizia. Altrettanto essenziale è quindi che a tali lavoratori vengano riconosciuti i diritti fondamentali da loro richiesti".
lametino.it, 13 dicembre 2020
Prima il reperimento dei finanziamenti, adesso la pubblicazione del bando. Va avanti il lavoro della Regione Calabria per contrastare l'avanzata del Coronavirus all'interno delle carceri calabresi. Lo rende noto un comunicato diffuso dall'ufficio stampa della Giunta regionale. L'iniziativa, promossa dall'assessorato regionale al Welfare, vede impegnato il dipartimento Tutela della Salute, diretto da Francesco Bevere, attraverso il Settore politiche sociali guidato da Saveria Cristiano.
"L'avanzata del Covid-19 - sottolinea l'assessore Gianluca Gallo - non ha risparmiato nessuno, specie negli ultimi mesi. Il virus, nonostante le precauzioni, è entrato anche negli istituti di pena, ponendo in serio pericolo l'incolumità dei detenuti come degli operatori carcerari, esposti al rischio del contagio. Da qui la necessità di misure di contrasto alla pandemia". Un impegno che si snoda attraverso una serie di passaggi, a iniziare dall'interlocuzione avviata con la Cassa delle ammende (l'ente istituito al ministero della Giustizia e finanziato con le somme percepite attraverso sanzioni disciplinari, pecuniarie o cauzioni), che ha portato a ottenere, per la Calabria, un finanziamento di 100mila euro.
Quindi, dopo la sottoscrizione della convenzione, il via alla fase di programmazione, culminata adesso nell'avviso pubblico con il quale si sollecita la presentazione di progetti finalizzati a fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 in ambito penitenziario.
Tra le azioni previste figurano la collaborazione con gli istituti penitenziari e gli Uffici di esecuzione penale esterna per l'individuazione e la presa in carico dei destinatari che non dispongano di un domicilio idoneo; il raccordo con i servizi territoriali, pubblici e privati, sociali, sanitari e per il lavoro; la collocazione in soluzioni abitative indipendenti o di accoglienza; aiuti per il soddisfacimento dei bisogni primari, in collaborazione con i Servizi sociali territoriali.
Il Mattino, 13 dicembre 2020
"Un Assistente Capo Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria, in servizio nel carcere di S. Maria Capua Vetere, 57 anni, originario di S. Andrea al Pizzone nel Casertano, è deceduto per Covid-19, contratto in servizio circa un mese fa". Lo rende noto Emilio Fattorello, segretario nazionale per la Campania del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Siamo tutti sgomenti. Il collega lascia la moglie e tre figli, uno dei quali è anch'egli appartenente alla Polizia Penitenziaria, in servizio nel carcere S. Vittore di Milano. Probabilmente, se fossero stati raccolte le grida di allarme lanciate dal Sappe lo scorso gennaio si sarebbe potuto fronteggiare l'emergenza con i quantitativi necessari di Dpi", spiega.
"Questo nuovo morto tra le nostre fila fa comprendere quale grande tributo stanno pagando anche la Polizia Penitenziaria e l'Amministrazione della Giustizia alla terribile pandemia- aggiunge Donato Capece, segretario generale - Qualche giorno fa era purtroppo deceduto il Sostituto Commissario Coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria Mario De Michele. E sale dunque a cinque il numero dei deceduti per Covid-19 nelle file dell'Amministrazione Penitenziaria, quattro i poliziotti penitenziari e il responsabile sanitario del carcere di Secondigliano"
Il Giorno, 13 dicembre 2020
È morto per Covid all'età di 71 anni Mario Trovato, fratello minore di 2 anni del boss della 'ndrangheta Franco Coco Trovato di cui era diventato l'erede dopo la sua cattura e la sua condanna all'ergastolo. Era ricoverato da un paio di settimane nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Triste dove era stato trasferito per un tracollo delle sue condizioni di salute dal carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, in provincia di Udine. Doveva scontare una pena a definitiva a 15 anni di reclusione anche lui per resti di associazione e di stampo mafiosi dopo essere stato arrestato nell'aprile 2014 nella maxi inchiesta Metastasi con cui sono state evidenziate "zone grigie" di contatto con politici e locali.
Le indagini hanno anche permesso di accertare che il reggente della locale di Lecco era diventato proprio Mario Trovato dopo l'uscita di scena del capostipite confinato al 41 bis di cui aveva raccolto il testimone. Sebbene secondo in comando per linea dinastica rispetto al capo dei capi durante il suo "mandato" non si è rivelato da meno, organizzando estorsioni e spedizioni punitive, intessendo alleanze con altri esponenti della criminalità organizzata, se necessario impugnando armi, ma soprattutto compiendo il grande salto per infiltrarsi tramite suoi uomini di fiducia direttamente nel palazzo comunale di Lecco.
Il giorno di San Valentino a febbraio era morto all'età di 66 anni anche Pino Trovato, altro fratello della famiglia Trovato che non era mai rimasto coinvolto in guai e procedimenti giudiziari.
La scomparsa di Mario Trovato potrebbe rappresentare un ulteriore colpo al clan già decimato da retate, condanne, lutti, interdittive e nel contempo lasciare spazio o ad eventuali altri rampolli se mai ci sono oppure ad eventuali altri esponenti della 'ndrangheta di famiglie diverse e magari nuove sul territorio con quanto potrebbe conseguirne in termini di lotte per la conquista del posto di potere rimasto al momento vacante.
di Giampaolo Mannu
milanotoday.it, 13 dicembre 2020
"Non vediamo i mariti da mesi, alcuni non hanno nemmeno le videochiamate". Tornano a protestare i parenti dei detenuti nelle carceri milanesi, con una manifestazione organizzata sabato 12 dicembre sotto al muro di cinta di San Vittore. Un sit-in lontano dai toni delle rivolte dello scorso marzo, che avevano interessato numerose case circondariali in tutta Italia, ma identico nella sostanza delle richieste: riaprire i colloqui tra detenuti e parenti.
"Non vedo mio marito da ottobre - spiega la moglie di un detenuto - I miei figli chiedono continuamente quando lo rivedranno. Quella del Covid è solo una scusa, perché i colloqui si potrebbero fare in sicurezza. La verità è che dentro le carceri mancano mascherine e disinfettanti, e quindi non si autorizzano nemmeno i colloqui. I nostri parenti vivono in condizioni pessime da quando è iniziata la pandemia, ma nessuno ne parla".
"Mio marito non può videochiamare il padre a causa di un cavillo burocratico - spiega un'altra coniuge. Per motivi di età non può accedere alle visite di persona, perché è un soggetto a rischio. Questo tuttavia gli impedisce di fare anche i video colloqui. È una situazione paradossale. L'altro giorno ero in collegamento con mio marito e quando ho fatto subentrare il padre hanno interrotto la video chiamata, perché lui non è autorizzato".
di Roberto Canali
Il Giorno, 13 dicembre 2020
Finalmente anche Como avrà un garante dei diritti delle persone detenute, una figura di riferimento che dovrà vigilare sulle condizioni del Bassone tristemente noto per le condizioni di detenzione, con diversi suicidi. Oggi risultano detenute 373 persone a fronte di 240 posti disponibili con un indice di sovraffollamento del 155%, ma nel febbraio scorso le persone dietro le sbarre erano addirittura 442.
A questo va aggiunta la mancanza di organico: a fronte di 236 agenti ritenuti necessari dal Ministero della Giustizia per mandare avanti la struttura, ne risultano assegnati al Bassone solo 174. "Ho perso il conto dei giorni che sono passati dalla presentazione di questa mozione, era il 20 febbraio del 2020, avevo quasi perso le speranze - ha ricordato il consigliere Fulvio Anzaldo. Ho perso il conto dei detenuti che si sono tolti la vita in carcere sia a livello nazionale sia locale. Questo capita anche agli agenti della polizia penitenziaria.
Stiamo parlando di una comunità e quindi il miglioramento delle condizioni di vita per i detenuti non può che creare delle condizioni di vita migliori anche per chi lavora in carcere. Lo scopo di questa mozione è una sensibilizzazione verso le condizioni carcerarie che sono parecchio allarmanti".
Favorevole alla costituzione del garante dei detenuti la maggior parte dei consiglieri di Palazzo Cernezzi, a eccezione della Lega che ha votato contro. Soddisfatto anche il sindaco, Mario Landriscina, che ribadisce l'impegno del Comune a sostegno del Bassone. "La nostra amministrazione sta portando avanti alcuni progetti con la dirigenza carceraria".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 13 dicembre 2020
La Camera penale: "Le poche misure del governo per ridurre il sovraffollamento non vengono adottate dai giudici". Il Covid dilaga dentro le celle della Dozza e questa volta in modo ancor "più allarmante" della prima ondata, scrive la Camera penale in un comunicato. Dai penalisti bolognesi e dal garante delle persone private della libertà personale si alza l'appello a non dimenticare che in carcere si affronta l'emergenza sanitaria in spazi ristretti e sovraffollati in cui il distanziamento è impossibile.
Ieri il Garante comunale dei detenuti Antonio Iannello ha spiegato che alla Dozza sono almeno 60 i positivi al coronavirus, di cui 3 ricoverati in ospedale, più 15 agenti di polizia penitenziaria. E il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria ha dovuto bloccare i nuovi ingressi nell'istituto di Bologna. Neanche a marzo si erano verificati così tanti contagi contemporaneamente. "Questa seconda ondata - scrive il garante - sta avendo un impatto decisamente più grave sul carcere rispetto alla prima e l'ulteriore rischio che può profilarsi nei mesi a venire, per una non improbabile terza ondata, merita una scrupolosa valutazione. Resta ferma - l'appello di Ianniello - la necessità di deflazionare la popolazione detenuta".
Alla Dozza, anche dopo i trasferimenti di marzo, il sovraffollamento permane: su una capienza di 500 posti si contano 750 detenuti, di cui quasi il 10% oggi è positivo al Covid. Rispetto alla prima ondata, spiega il garante, è stato adottato il protocollo sanitario che prevede l'isolamento in sezioni differenziate dei contagiati e delle persone in quarantena, ma il reparto destinato agli isolamenti è già saturo. "I provvedimenti adottati dal governo per affrontare l'emergenza sanitaria - scrive la Camera penale di Bologna - sono inidonei ed insufficienti. La situazione cronica di sovraffollamento è rimasta di fatto irrisolta. Attualmente il quadro è davvero preoccupante".
Per il presidente dei penalisti bolognesi Roberto D'Errico "le misure straordinarie, seppure modeste, previste dal governo per ridurre il sovraffollamento non vengono applicate dai magistrati. Si continua ad adottare sempre la misura cautelare più grave e non si concedono i domiciliari, il problema è culturale e politico: i giudici non se la sentono, temono che la comunità non capisca ma devono avere il coraggio di misurarsi con questa tragedia che è il virus dietro le sbarre, senza farsi influenzare dal giustizialismo".
Durante la prima ondata erano stati due i morti per coronavirus alla Dozza, entrambi in attesa di giudizio. La Camera penale e l'Osservatorio carcere si appellano ai magistrati di Sorveglianza e ai giudici del distretto di Bologna: "adottino provvedimenti di scarcerazione e misure alternative, affinché sia tutelato il diritto alla salute di tutti, cittadini liberi e detenuti".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 13 dicembre 2020
"Dove mangiare, dormire, lavarsi". aumenta la distribuzione di cibo. La Comunità di Sant'Egidio offre un #natalepertutti e chiede l'impegno delle istituzioni: "Ripensiamo la società a partire dai più fragili", dice Marco Impagliazzo, presidente dell'associazione.
La Comunità di Sant'Egidio presenta la nuova edizione di quella che viene definita "la guida Michelin dei poveri": decine di indirizzi utili per le persone che si trovano a vivere in strada a Roma. Mense, centri di accoglienza diurni e notturni ma anche ambulatori, servizi comunali, centri di ascolto, centri di informazione. Il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo, ha fatto il punto sulla situazione di grave emergenza affrontata a causa del Covid-19, sulle risorse messe in gioco e sulla risposta solidale della società civile.
La guida. "Dove mangiare, dormire, lavarsi": è pubblicata e distribuita ogni anno da Sant'Egidio rappresenta uno strumento fondamentale per chi è costretto a vivere in strada. L'edizione attuale copre la città di Roma ma, spiega Impagliazzo, "prossimamente verrà pubblicata anche in altre città italiane". Tra gli indirizzi utili, quelli di 43 associazioni che distribuiscono pasti e generi alimentari.
Sant'Egidio, distribuiti 150.000 pacchi alimentari e 25 nuovi centri. La crisi economico-sanitaria ha colpito con estrema durezza la fascia di popolazione già fragile. I dati più aggiornati del Censis parlano di un milione e 700.000 famiglie italiane in povertà assoluta e di mezzo milione di posti di lavoro persi. La Comunità di Sant'Egidio, una delle realtà di accoglienza e assistenza più radicate sul territorio, conferma l'aumento vertiginoso dei bisognosi: "Prima della pandemia a Roma avevamo tre centri di distribuzione: oggi sono 28, in Italia 50. Abbiamo raggiunto più del doppio delle persone rispetto allo scorso anno, con 150.000 pacchi alimentari distribuiti da marzo ad ottobre".
La solidarietà parte dai giovani. Un risultato simile è stato raggiunto grazie ad una grande risposta solidale: "Ci fa molto piacere questa moltiplicazione di forze della società civile. Molti dei nuovi volontari sono giovani e giovanissimi che mettono a disposizione tempo e creatività".
C'è tanto da fare: oltre alla distribuzione di cibo, nel rispetto delle norme anti Covid-19, sono molti i punti di raccolta attivi nei supermercati, anche loro disposti ad aiutare. "Grazie a queste sinergie, i nostri centri hanno sempre molto da offrire".
Appello alla prefettura di Roma: servono più posti letto. I dati sulla gestione dell'accoglienza sono meno confortanti. Come ogni anno, l'arrivo di freddo e maltempo rappresenta una sorpresa per il Comune di Roma, che non riesce a trovare un numero adeguato di posti letto per le persone fragili. Il piano per l'emergenza freddo non è ancora partito e il distanziamento sociale ha dimezzato i posti a disposizione. "Il confronto con la città di Milano è preoccupante: lì sono stati creati 790 posti letto in più oltre ai 1000 già offerti dal Comune, mentre a Roma sono poco più di 300, con 800 già disponibili". Le associazioni provvedono in parte alla mancanza e garantiscono un letto a 1700 persone. Ma non basta: è richiesto un impegno politico. "Lanciamo un appello alla prefettura affinché trovi rapidamente immobili di pronto utilizzo. Serve una cabina di regia efficace."
Garantire l'accesso ai servizi sanitari, semplificare la burocrazia. Un altro nodo riguarda l'accesso alla sanità per gli stranieri irregolari. "Non riescono ad accedere ai tamponi perché non hanno medico di base. La regione sta cercando di semplificare il sistema, occorre superare l'eccessiva burocrazia delle procedure." Per Sant'Egidio la risposta è la rete: "collaboriamo con alcuni ospedali che garantiscono una quota di appuntamenti dedicati a stranieri e persone fragili: il San Giovanni Addolorata, il Bambin Gesù, lo Spallanzani".
"Un Natale diverso ma con gli amici di sempre". Per rimarcare l'inclusione dei più fragili anche nel periodo natalizio, Sant'Egidio si impegna a garantire un #natalepertutti: questo il nome della raccolta e del progetto di solidarietà di dicembre. "Per la Vigilia ci sarà una sorpresa a Santa Maria in Trastevere. Distribuiremo cibo e regali e laddove possibile porteremo il pranzo di Natale a domicilio. Visiteremo carceri, lungodegenze, RSA, perché sia Natale per tutti". Il numero per donare, con chiamata da telefono fisso o con un SMS, è 45586. Il numero sarà attivo fino al 28 dicembre.
- Emergenza psichiatrica tra gli adolescenti, boom di tentativi di suicidio
- "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", saggio di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna
- Le carceri diventino un luogo più umano
- Egitto. I 750 Patrick Zaki e i mille Giulio Regeni del regime
- Migranti. Caso Gregoretti, Salvini: "Contrastavo gli scafisti e il governo era d'accordo"











