di Diego Andreatta
Avvenire, 17 marzo 2021
Numerosi i detenuti hanno aderito all'iniziativa di pregare per le intenzioni indicate dal cappellano don Angeli che arrivano da "fuori". Un carcere non può essere percepito come un luogo oscuro e spento. È un ambiente di vita - seppure ristretta e inevitabilmente sofferta - dove possono accendersi nuove prospettive personali, piccoli focolai di fiducia, di cambiamento e anche di preghiera. È scaturita da questa consapevolezza, ben presente da chi offre un servizio pastorale in tanti istituti di pena, l'originale iniziativa lanciata dall'arcidiocesi di Trento sotto il titolo "Scintille di preghiera dal carcere".
Dove le scintille - l'immagine ben si presta a indicare qualcosa di vivace, che sa superare le barriere dello spazio nel salire in alto - non sono altro che le intenzioni di preghiera che la gente mette per iscritto e fa arrivare, attraverso il cappellano, dentro il carcere dove alcuni detenuti e operatori si impegnano ogni settimana a farle proprie e a rivolgere al cielo, appunto.
Il focolaio è acceso, visto che a tutt'oggi sono quasi 35 i carcerati che si sono resi disponibili a dedicare un po' del loro tempo alla preghiera per quest'intenzione "commissionata" dall'esterno.
Ma accanto a loro ci sono anche cinque operatori carcerari, appartenenti al personale di servizio e alla polizia penitenziaria, che pure aderiscono a quest'impegno portato avanti durante il momento comune della Messa settimanale. Spiega don Mauro Angeli, il prete destinato alla "parrocchia" di Spini di Gardolo, oltre 300 detenuti: "Già da qualche mese la nostra équipe pastorale aveva trovato disponibilità attorno a questa proposta, assunta ora dalla diocesi. Si dà l'occasione a persone che si trovano in condizione di mancanza di libertà di fare qualcosa di utile per gli altri. E che cosa, per noi, non è utile come la preghiera?".
Non è solo la novità a stupire, ma anche l'effetto capovolgimento visto che si è sempre portati a considerare i detenuti come oggetto o destinatari della preghiera ("Ero carcerato e mi avete visitato"), non come protagonisti attivi, in grado di ricevere in consegna dall'esterno del penitenziario un compito che ha spesso anche un nome e un volto ben preciso da affidare al Signore.
Ma nel metodo c'è un altro aspetto che estende la validità di quest'iniziativa. A coordinare e "filtrare" le richieste di preghiera - indirizzate a
Dopo la pubblicità sui media locali e durante il programma diocesano mensile dal titolo "Vulnerabili", l'iniziativa sta prendendo piede. "È interessante constatare che sono quasi sempre richieste di preghiera molto dirette, legate a singole situazioni o persone - spiegano le sorelle della Piccola Fraternità - più che a problematiche generali. Finora vengono quasi tutte dalla zona della città di Trento, vicina al carcere. Ci sembra di sentire un cuore molto aperto in chi le ha scritte e anche la fiducia di affidarle alla preghiera e alla condivisione di altri".
vita.it, 17 marzo 2021
L'iniziativa si chiama "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere" nell'ambito del progetto "Per Aspera ad Astra" che coinvolge dieci fondazioni, 250 detenuti e 12 carceri italiane. Sarà possibile seguire l'evento in streaming venerdì 26 febbraio.
Venerdì 26 marzo, alla vigilia della Giornata Mondiale del Teatro, Acri organizza l'evento "Rigenerazione. Nuove sperimentazioni teatrali dentro e fuori il carcere". L'iniziativa rientra in "Per Aspera ad Astra", progetto promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni associate, che da 3 anni coinvolge circa 250 detenuti, di 12 carceri italiane, in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
All'evento, che si terrà in diretta streaming, dalle ore 10,30 alle ore 12,30, con la conduzione di Andrea Delogu, interverranno i testimoni dell'iniziativa: Enrico Casale, Associazione culturale Scarti; Ibrahima Kandji, attore Compagnia della Fortezza; Micaela Casalboni, Teatro dell'Argine. A seguire, Francesco Profumo, presidente di Acri; Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria; Aniello Arena, attore; Giorgia Cardaci, attrice, vicepresidente Associazione Unita - Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. Concluderà il Ministro della Cultura, Dario Franceschini.
Per l'occasione verrà proiettato il video di azione collettiva "Uscite dal mondo", diretto da Armando Punzo, Compagnia della Fortezza, con la drammaturgia musicale di Andrea Salvadori e la partecipazione di: Ivana Trettel - Opera Liquida, Enrico Casale - Compagnia Scarti, Daniela Mangiacavallo - Associazione Baccanica, Franco Carapelle ed Elisabetta Baro - Teatro e Società, Micaela Casalboni - Teatro dell'Argine, Vittoria Corallo - Teatro Stabile dell'Umbria, Alessandro Mascia - Cada Die Teatro, Sandro Baldacci - Teatro Necessario, Marco Mucaria e Grazia Isoardi - Voci Erranti Onlus, Alessia Gennari - FormAttArt, Leonardo Tosini e Marco Mattiazzo - Teatro Stabile del Veneto.
"Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza" è un progetto che, dal 2018, sta realizzando in 12 carceri italiane innovativi e duraturi percorsi di formazione professionale nei mestieri del teatro, che riguardano non solo attori e drammaturghi, ma anche scenografi, costumisti, truccatori, fonici, addetti alle luci, ecc. Coinvolge circa 250 detenuti, che hanno partecipato a più di 300 ore di formazione ciascuno. Il progetto, promosso da Acri e sostenuto da 10 Fondazioni di origine bancaria, è nato dall'esperienza ultra trentennale della Compagnia della Fortezza di Volterra, guidata dal drammaturgo e regista Armando Punzo che, nel corso della sua lunga attività, ha costruito un patrimonio consolidato di buone pratiche, e che ora si estende in altre carceri d'Italia.
Ad alimentare e rendere fattibile questo progetto c'è un'inedita comunità, composta da diversi soggetti, coinvolti ciascuno con ruoli diversi: Fondazioni di origine bancaria, compagnie teatrali che curano la formazione, direttori e personale degli istituti di pena, detenuti. Per Aspera ad Astra ha, infatti, dato vita a una rete nazionale di compagnie teatrali che operano nelle carceri e che condividono l'approccio e la metodologia di intervento. L'esperienza condivisa testimonia come sia possibile lavorare nelle carceri mettendo al centro l'arte e la cultura, lasciando che essa possa esprimersi a pieno e compiere una rigenerazione degli individui, che possa quindi favorire il riscatto personale e avviare percorsi per il pieno reinserimento del detenuto nel mondo esterno. Altro obiettivo di questo tipo di intervento è che esso possa contribuire alla riflessione sulla piena applicazione dell'art. 27 della Costituzione italiana, innescando un processo di ripensamento del carcere, delle sue funzioni e del rapporto tra il personale che vi opera e le persone detenute.
Neanche la pandemia ha interrotto l'esperienza: le limitazioni alle attività imposte dalle misure di contenimento della diffusione del contagio hanno spronato le compagnie partecipanti ad attivare formule alternative per proseguire le attività. Le lezioni si sono trasferite in modalità telematica: i detenuti, in piccoli gruppi, si collegano in videochat, i docenti utilizzano diversi supporti multimediali per sopperire alla lontananza. Insieme alla formazione, i partecipanti stanno lavorando alla redazione di un testo drammaturgico, attraverso scambi epistolari che stanno innescando veri processi creativi condividendo testi, immagini bozzetti, ipotesi di scenografie. Per partecipare all'evento è richiesta la registrazione, entro il 23 marzo, a questo link:
acri.it/peraspera21 (per informazioni 0668184.286/330
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 17 marzo 2021
Il virus sta mettendo a nudo i vecchi peccati della comunicazione, esacerbandoli e svelandone così le aporie. Vaccino sì, vaccino no: canterebbero Elio e le Storie Tese. Purtroppo, l'informazione italiana - con le debite, ma poche eccezioni - sembra piegata, china davanti al potere reale che cerca di destreggiarsi dentro la trama del Covid-19. Anzi. Proprio mentre emergono tutte le crepe nella gestione della vicenda, a partire dalla ritirata europea di fronte alle case farmaceutiche e ai loro brevetti, sarebbe indispensabile avere almeno la garanzia di sapere e di approfondire. Se facciamo eccezione per programmi coraggiosi come Report o Presa diretta, e non molto di più, siamo sommersi da un'ondata di news spesso subalterna alle ondivaghe e contraddittorie scelte dei decisori.
Ottimisti e pessimisti ad ore alterne, in particolare i telegiornali si stanno segnalando per dosi di insopportabile piaggeria. Simile tendenza, sempre immanente nel sistema mediale, con l'avvento della presidenza del consiglio di Mario Draghi ha raggiunto la sua epifania. I dati forniti dall'osservatorio tg Eurispes-CoRiS Sapienza sulle edizioni dall'8 al 12 marzo scorsi ci dicono che la cronaca del contagio ha conquistato ben 32 aperture. Eppure, eravamo a ridosso dell'importante viaggio in Iraq del Papa di Roma e delle discussioni sul nuovo segretario del partito democratico. L'annuncio del ritiro di un lotto del vaccino AstraZeneca, ovviamente, ha cannibalizzato i titoli di Tg3, Tg4, Tg5, Tg La7, per diventare il leitmotiv delle ultime ore.
Alla prevedibile quantità del minutaggio non corrisponde un'adeguata qualità. L'omologazione cresce sovrana e il doveroso atteggiamento di un avvertito watchdog journalism pare svanire. I numerosi invitati dei talk parlano in tanti casi senza un vero contraddittorio, rilasciando di volta in volta dichiarazioni rassicuranti o di cupo fatalismo. E, proprio a proposito della storia di AstraZeneca, non si può che concordare con l'analisi critica svolta da Franco Bechis, direttore di un quotidiano pur assai lontano politicamente come Il Tempo. La richiesta di precisione e di trasparenza nella divulgazione delle notizie è giusta e condivisibile.
Un caso di scuola amaro, eccentrico persino nell'ambiente buonista e accomodante di Fabio Fazio, è quello della puntata di domenica 14 marzo di Che tempo che fa. Le interviste-chiacchierate con il generale-commissario straordinario Figliuolo e il virologo Burioni (ospite abituale) sembravano delle elegie, dei peana con il sottotesto del supereroe Draghi. Già. L'informazione è a sovranità limitata. Ci sono fili invisibili e taciturni che non si possono toccare. Basti pensare alla differenza abnorme con la critica costante e talvolta del tutto strumentale rispetto al governo Conte bis e alle sue azioni. In verità, al di là della propaganda da regime, che c'è di nuovo davvero nella gestione della pandemia o nel piano vaccinale?
Insomma, il virus sta mettendo a nudo i vecchi peccati della comunicazione, esacerbandoli e svelandone così le aporie. Purtroppo, però, non se ne discute. Come se un passa parola capillare avesse caldamente invitato ad abbassare lo sguardo e a limitare ogni velleità critica. Eppure, l'urgenza di rendere consapevoli le persone dovrebbe prevalere sulla comoda tentazione di trasformare cittadine e cittadini in meri sudditi. Manipolabili a piacere.
Perché le istituzioni preposte, dalla commissione parlamentare di vigilanza all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non pensano ad uno specifico indirizzo sul racconto della pandemia, per riaffermare i punti essenziali della correttezza e dell'equilibrio nel fornire le informazioni? Il pluralismo non è solo la sua versione politica. Il tema assume, poi, un valore cruciale, che non attiene semplicemente alla correttezza deontologica.
In verità, il corpo ancora prevalente dell'universo dei media avrebbe l'obbligo di fare fronte comune contro la dilagante patologia delle fake news, che sta invadendo le architetture a maglie larghissime dei social. La dialettica tra vero e falso diventa un obbligo civile, necessario per tutelare democrazia e civiltà. E non è neppure sufficiente ancorarsi al pressapochismo o al verosimile. La verità, per una volta, è assolutamente rivoluzionaria. Anche senza rivoluzione.
di Silvia Avallone
Corriere della Sera, 17 marzo 2021
Mentre lo mancavamo di una decina di centimetri, io mi promettevo in silenzio che non avrei più permesso a mia figlia di vivere un'esperienza simile: non poter giocare all'aperto, non poter vedere altri bambini, non poter andare a scuola. Non l'ho mantenuta. Sono tornata a svegliarmi all'alba per poter scrivere qualche pagina. Poi mia figlia si sveglia, e mio marito e io cominciamo a fronteggiare il lungo giorno. Non è affatto come l'anno scorso: anche in zona rossa si lavora. Il mondo non si è fermato di nuovo: si sono fermate le scuole, per l'ennesima volta.
Cominciamo con il puzzle dei francobolli da 1.000 pezzi. Proseguiamo con il gioco dell'oca. Nel frattempo i telefoni squillano, le mail arrivano, mio marito deve uscire. Mia figlia scoppia a piangere: Perché papà va al lavoro e io non vado a scuola? Mi sento impotente, in una misura che mi sovrasta.
Come posso riuscire, da sola, tra le mura di una casa deserta, senza mondo, a far crescere mia figlia? - L'Italia ha sempre dato un ruolo troppo vasto alla famiglia, come se questa potesse sostituirsi alla scuola, alle amicizie, alla cultura, alla società intera, come se contenesse un orizzonte a cui tendere. Ma è vero il contrario: una famiglia è solo l'inizio di una storia, e nessun figlio, nessun genitore, può vivere la propria e diventare se stesso senza allontanarsene.
"Mamma, perché papà va al lavoro e io non vado a scuola? - La mattina trascorre rinunciando: faccio saltare impegni o li schivo. Se una telefonata è troppo urgente, accendo la televisione e dico a mia figlia di guardarla. Ieri, nella chat dei genitori, una madre ha scritto che, a causa di una serie di riunioni su Zoom, ha dovuto sistemare il bambino davanti ai cartoni animati per 5 ore e si è sentita uno schifo. "Che alternative avevo?" ha chiesto disperata. Qualche giorno prima il video di Davide Conte, assessore del Comune di Bologna interrotto più volte dal figlio durante una seduta comunale, è diventato virale. Qualcuno lo ha definito divertente. Altri hanno consigliato, di nuovo, di ricorrere alla tv per tenerlo buono. Ma i bambini non vanno sedati: vanno aiutati a fiorire. Tutto ciò che capita loro durante l'età evolutiva ha un impatto indelebile sulla geografia delle cognizioni, dell'emotività e dell'affetto. La pandemia dura da un anno e i bambini e gli adolescenti sono stati l'ultimo argomento. Non parlo solo di scuola e di istruzione, ma anche del loro diritto a essere quello che sono: non adulti, non autonomi. Con necessità specifiche: crescere sani nell'anima e nel corpo, con relazioni e stimoli, luce e spazio. Il rischio è che quando lo diventeranno sul serio, adulti, il vuoto di esperienza, di cultura, di affettività che si porteranno dentro sarà insormontabile. E non si tratta di un problema individuale, ma collettivo.
"A casa finiscono per rimanere le madri. Vedere i propri bambini annichiliti genera un senso di colpa insostenibile" - L'ipoteca della pandemia sul futuro si decide oggi. Annientare bambini e adolescenti davanti agli schermi, chiusi tra quattro pareti, perché il mondo degli adulti deve riuscire a barcamenarsi in ufficio, in fabbrica, nelle riunioni su Zoom è un'ingiustizia senza senso. Il mondo degli adulti non sta affatto procedendo in avanti. Sta tornando indietro: lavorando senza preoccuparsi delle persone a cui lascerà il testimone, senza costruire un sistema alternativo che ci metta al riparo da nuove ondate, accrescendo a dismisura le diseguaglianze tra chi ha mezzi e wi-fi e chi non li ha.
Non in ultimo, sta ribadendo che quella famiglia a cui riconosce un ruolo così vasto, che tanto magnifica a parole, in fondo coincide con un unico membro lasciato solo: a casa, a prendersi cura dei figli, devono rimanere le madri. Che possono "scegliere" se continuare a lavorare in presenza, senza sapere a chi lasciare i figli, o in smartworking al prezzo di riunioni interrotte di continuo, oppure abdicare a loro stesse. Perché vedere i propri bambini annichiliti genera un senso di colpa insostenibile. E perché, concretamente, non ci sono alternative. Però i figli non appartengono ai genitori. Sono cittadini, hanno nomi e cognomi: se non votano, non protestano, non producono ricchezza oggi, è perché devono imparare a farlo domani. Sono il motivo per cui una società progetta e cerca di migliorarsi.
"È inutile arrabattarsi nell'economia del presente. È l'istruzione l'economia di domani. Serve un orizzonte" - Nel dramma totale di questa pandemia, è urgente un piano che riguardi i bambini e gli adolescenti. Dopo più di un anno, è inutile arrabattarsi nell'economia del presente come in un vicolo cieco: è la scuola l'economia del domani.
Cosa siamo senza un orizzonte? Lo chiamano inverno demografico: la rinuncia a mettere al mondo dei figli. È diventato impossibile progettare un viaggio, un calendario che vada oltre la settimana, oltre la sopravvivenza. Pianificare e immaginare una nuova vita sarebbe una follia, no? In questa quasi primavera, insolitamente assolata come lo fu quella del 2020, vedo chiaramente nel deserto delle strade là fuori il perché di questo inverno: non si sentono le voci dei bambini. Non sono previste le loro corse, non è loro consentito abitare a cielo aperto. Osservo anziani che portano a spasso il cane, signori che fanno jogging. È come se i bambini fossero stati tutti ricacciati indietro, nelle placente delle loro stanze, nel ronzio monotono delle connessioni. È come se fosse stato loro precluso il venire al mondo.
La vita si differenzia dalla sopravvivenza perché contiene un sogno. L'intelligenza di guardare oltre l'immediatezza e costruire un cammino in cui realizzarsi: non solo per se stessi, ma per continuare e cambiare negli altri. E, in questo modo, non morire mai.
openmigration.org, 17 marzo 2021
L'intervento del nuovo segretario del Pd Letta, con cui si è dichiarato pronto a rilanciare la discussione sullo ius soli, ha fatto sì che dopo anni di stallo politico si sia tornato a discutere di riforma della cittadinanza.
1. Cittadinanza, si torna a parlare di ius soli. "Io sarei molto felice se il governo di Mario Draghi, tutti insieme, senza polemiche, fosse quello in cui dar vita alla normativa dello Ius Soli che voglio qui rilanciare", sono bastate queste parole del nuovo segretario del PD, Enrico Letta, all'Assemblea nazionale del suo partito, per far tornare il tema al centro del dibattito politico.
Le reazioni delle forze politiche di centrodestra che sostiene il governo Draghi - come racconta Giuseppe Manzo per il giornale radio sociale - sono state veementi. Per Salvini "solo un marziano, solo uno che arriva da Parigi o da Marte, si occupa di regalare cittadinanza agli immigrati". "Non so se è più ridicolo o più offensivo per milioni di cittadini italiani in difficoltà sentir parlare di Ius soli, in questo momento ci sono ben altre difficoltà", ha detto il capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida.
"Un'uscita infelice e irresponsabile". Per il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga "lo ius soli non è un tema all'ordine del giorno, io sono profondamente contrario". Ma è davvero un tema trascurabile? Come raccontavamo in questo articolo di Serena Chiodo, per oltre 1 milione di persone nate nel nostro paese, o arrivate da piccole, aver frequentato in Italia dall'asilo fino all'università non basta e sono considerate dallo Stato straniere.
L'assenza di una legge sullo ius soli "è una ferita che non riguarda soltanto le seconde generazioni, ma è un vulnus di civiltà che rende più debole e povero il Paese", scrivono gli autori di una pubblicazione sul tema uscita in questi giorni e edita da Cild: "I profili di illegittimità costituzionale della legge sulla cittadinanza". La totale assenza di una normativa su ius soli e ius culturae - continuano gli autori - è prettamente italiana, così come l'abnormità e l'irragionevolezza di tempistiche così lunghe. In attesa di capire se sul tema deciderà il Parlamento o se per l'ennesima volta la discussione resterà sulle pagine dei giornali, la cittadinanza resta un tema di diritti negati.
Un tema in cui anche i dati giocano un ruolo fondamentale: se infatti è vero che l'Italia è la seconda in Ue per numero di cittadinanze concesse, ciò è dovuto al fatto che fino a pochi anni fa l'Italia non l'ha concessa quasi a nessuno, mentre uno straniero residente in Italia prima di poter chiedere la cittadinanza italiana deve attendere anche 20 anni.
2. I porti sono ancora chiusi? Il Ministro degli Interni Lamorgese ha fermato più navi delle Ong con migranti a bordo rispetto al suo predecessore Salvini. "Stando ai dati del ricercatore Matteo Villa dell'Ispi, durante la permanenza al Viminale della ministra nel governo Conte 2, si è arrivati al blocco contemporaneo di sette battelli delle Organizzazioni non governative tra il 9 ottobre e il 21 dicembre 2020 (Jugend Rettet, Sea Watch3, Sea Watch4, Eleonore, Alan Kurdi, Ocean Viking e Louise Michel); mentre nell'estate 2019, periodo di massimo attivismo in materia del leader leghista all'Interno, non si è mai andati oltre le quattro navi Ong ferme." racconta Goffredo Buccini sul Corriere della Sera, utilizzando i dati del ricercatore Ispi Matteo Villa.
La ministra ha però preferito il fermo amministrativo al sequestro: meno mediatico, più efficace. Come spiega il Corriere, "fino a settembre 2019 (data di nascita del Conte 2 con l'avvicendamento tra Salvini e Lamorgese) contro le navi umanitarie si usava il sequestro penale, derivante dall'imputazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (vigente il decreto Sicurezza 2). Dalla primavera 2020 in poi questa misura viene sostituita dal fermo amministrativo della nave". "È come se si passasse da una repressione politico-giudiziaria con Salvini a una dissuasione burocratica più serrata con Lamorgese".
3. Le Ong sono ancora sotto attacco (ma continuano a salvare vite) - "A Sascha Girke la notizia arriva sul ponte della Sea-Watch 3, poco dopo la fine dei soccorsi di 363 migranti: le indagini su di lui e altre 20 persone impegnate nel Mediterraneo tra il 2016 e il 2017 con le Ong Jugend Rettet, Medici Senza Frontiere e Save The Children si sono chiuse il 3 marzo. È accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina in concorso e rischia fino a 20 anni di carcere. Probabile il rinvio a giudizio. Girke è un paramedico, nato in Germania 42 anni fa. Negli ultimi cinque ha partecipato a molte missioni umanitarie.
"Vogliono farci fuori, ma non ci faremo intimidire", racconta a Giansandro Merli che lo intervista per il Manifesto. Se la lotta al soccorso ha vissuto il suo apice mediatico durante il primo governo Conte, per Michela Murgia il governo Draghi ci sta offrendo indizi di nuova spietatezza politica: "l segnale della valanga imminente non è però caduto in mare, ma a terra, e precisamente sulla testa di un uomo anziano di Trieste, Gian Andrea Franchi, e di sua moglie Lorena Fornasir.
I due, 84 anni lui e 67 lei, sono noti da anni nel mondo del soccorso umanitario per essere i samaritani che prestano aiuto ai migranti che arrivano dal confine sloveno dopo essere sopravvissuti alla via gelida della rotta di terra. I due vecchi avrebbero la colpa di aver ospitato "a scopo di lucro" per una notte una famiglia iraniana con due bambini. Come è già accaduto ogni volta che la loro associazione negli anni si è vista rivolgere dalla procura la stessa accusa, è facile prevedere che anche stavolta non ci sarà niente da rimandare a giudizio, ma non è questo il punto. C'è una nuova spietatezza politica nell'aria e qualcuno spera forse che l'emergenza pandemica ci distragga dal vederla".
4. 10 anni fa iniziava la guerra in Siria - A 10 anni dall'inizio della crisi in Siria, milioni di rifugiati affrontano difficoltà senza precedenti a causa della crescente povertà, della mancanza di opportunità e dell'impatto del Covid-19. Tra loro una intera generazione di bambini il cui futuro, come scrive Andrea Iacomini sull'Huffington Post, è appeso a un filo: "Secondo dati verificati - tra il 2011 e il 2020 - circa 12.000 bambini sono stati uccisi o feriti. In 10 anni di conflitto più di 5.700 bambini - alcuni anche di 7 anni - sono stati reclutati nei combattimenti e oltre 1.300 strutture sanitarie e scolastiche e relativo personale sono stati attaccati. Oggi, 6 milioni di bambini in Siria e 2,5 milioni di bambini che vivono come rifugiati nei paesi vicini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Questi bambini sono segnati da stress psicofisico perché esposti continuamente a violenza, shock e traumi".
5. E cinque anni dall'accordo tra UE e Turchia - Il 18 marzo sarà anche il quinto anniversario dell'accordo Ue-Turchia in materia d'immigrazione. Cinque anni di politiche fallimentari che hanno costretto decine di migliaia di persone a vivere in condizioni disumane sulle isole greche (ve lo raccontiamo qui) e hanno messo in pericolo i rifugiati, costringendoli a stare in Turchia. Mentre ministri dell'Interno e degli Esteri dell'Ue si preparano a discutere sull'ulteriore ampliamento della cooperazione in tema di migrazioni con paesi esterni all'Unione è dura la presa di posizione di Amnesty International. Eve Geddie, direttrice dell'Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee ha dichiarato: "L'accordo Ue-Turchia è stato un misero fallimento. L'Ue e gli stati membri non sono riusciti a farsi carico delle persone in cerca di salvezza in Europa. Non sono riusciti a rispettare i diritti di rifugiati e migranti e non sono riusciti a offrire alle persone in cerca di protezione un percorso alternativo sicuro per raggiungere l'Europa. I ministri devono dare priorità a soluzioni fattibili che potrebbero salvare vite umane. Le scandalose politiche come l'accordo Ue-Turchia e la sciagurata cooperazione dell'Ue con la Libia non può rappresentare un modello da seguire per accordi futuri con altri paesi in materia d'immigrazione".
6. Carceri: l'aggravante di essere straniero - "A dare un'occhiata dentro le carceri italiane si ha l'impressione che sia passata un'intera era geologica da quando "l'identità nazionale rumena veniva considerata un'aggravante", per usare le parole di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. [...] "Mentre la popolazione carceraria è aumentata - ha spiegato ieri Gonnella - negli ultimi anni la componente rumena è diminuita di un terzo, passando da quasi 3 mila del 2009 a circa 2 mila del febbraio 2021". L'integrazione ha viaggiato più velocemente del populismo penale". Su il Manifesto Eleonora Martini analizza i dati del XVII rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione dal titolo "Oltre il virus". Dati interessanti per fugare dubbi relativi alla sicurezza, ma anche per proteggere i diritti di tutti: "Se nell'ultimo anno la popolazione carceraria è diminuita del 12,3% (53.697 detenuti attuali) - continua l'articolo - il numero di stranieri detenuti rimane invece stabile al 32,5%. Succede però che "il 16,1% degli stranieri si trova in carcere con una condanna non ancora definitiva", mentre "gli italiani nella stessa condizione sono il 14,7%". E che i detenuti stranieri, "confinati" in massa in Sardegna, finiscano per scontare l'intera pena in carcere, usufruendo delle pene alternative molto meno degli italiani. Senza parlare del fatto che dei 67 mediatori culturali previsti in pianta organica, in servizio in tutta Italia ce ne sono solo 3 (tre)".
7. Accoglienza: ecco i "danni" prodotti dal Decreto Salvini - "Ora c'è la controprova. I cosiddetti Decreti sicurezza del primo governo Conte hanno penalizzato l'integrazione, colpito i modelli di accoglienza virtuosi, scaraventato nell'irregolarità decine di migliaia di richiedenti asilo. Nel 2019 infatti sono stati oltre 46 mila i posti cancellati nel circuito dell'accoglienza. Di questi, 15 mila nelle strutture piccole diffuse sul territorio. Se nel 2018 più di un terzo dei comuni ospitava centri, l'anno dopo la percentuale era calata a meno di un quarto. Il taglio della quota per ospite, poi, da 35 a 27 euro, ha ridotto l'investimento sull'integrazione, a partire dalla lingua. È il quadro che emerge dal rapporto Una mappa dell'accoglienza - Centri d'Italia 2021, realizzato da Openpolis e ActionAid".
di Silvia Nucini
Vanity Fair, 17 marzo 2021
Da 30 anni Lucia Pompigna si batte per sottrarre il lavoro nei campi al giogo del caporalato. E ha capito che la soluzione non sta nelle leggi, ma nel coraggio. E nelle reti lunghissime che possono unire la gente perbene. C'è un'idea di giustizia che, come una corda tesa, attraversa la vita di Lucia Pompigna e che le tiene la testa alta e le gambe dritte.
Lucia è una bracciante, da 30 anni "va in campagna", come si dice dove vive lei, a San Marzano, in provincia di Taranto, dove è cresciuta anche sua madre: una contadina che la sognava sarta e invece si è ritrovata per casa una ragioniera piena di ambizioni. Il lavoro lo aveva trovato subito, proprio nella piccola azienda che vedeva ogni giorno andando a scuola, ma presto si era accorta che, di quel posto, lei conosceva bene soltanto la facciata.
"Dentro assistevo a una quotidiana commistione tra intrigo, politica e malaffare. Quando ho visto il titolare vendere finte azioni a persone che gli consegnavano i risparmi di una vita di lavoro, mi sono licenziata". Intanto Lucia si sposa, ha il primo figlio, Andrea, e si trasferisce a Taranto di cui non ricorda il mare ma solo i muri dei palazzi. Per ritrovare un po' di natura compra così tante piante che suo marito ha paura che i balconi possano crollare sotto il peso di quella nostalgia. "Gli dissi: voglio fare qualcosa, contribuire alla nostra vita, fosse anche andare a giornata nei campi. Sapevo che quel lavoro era gestito dai caporali, ma avevo anche già frequentato l'ambiente sindacale. Non avevo paura, non l'ho mai avuta".
Che cosa ha raccolto la prima volta?
"Albicocche. C'erano alberi alti, scale di ferro pesantissime. Mi svegliavo prima delle 4: viaggiavo per chilometri sui pullman del caporale. Ogni giorno finivo in un'azienda diversa: albicocche, fragole, acinellatura dell'uva da tavola, per dare ai grappoli un aspetto più armonioso. Cinquantacinque giorni così. Nemmeno la paga minima sindacale. Quella, che adesso è 45 euro per 6 ore e mezzo di lavoro, l'ho presa solo l'anno scorso: ci ho messo 30 anni ad averla".
Ha avuto problemi per il fatto di essere istruita, sindacalizzata?
"All'inizio ero l'unica che non parlava in dialetto, faceva delle domande, aveva un diploma. Negli anni, poi, sono venuti a fare la raccolta anche i laureati. Ho saputo sempre farmi rispettare e non ho avuto problemi. L'unica volta che ho avuto paura è stata quando un caporale ha fatto in modo di rimanere in macchina con me e ha imboccato una viuzza di campagna. "Dove vai?", ho chiesto gelida. Lui ha detto di avere sbagliato strada: non è successo niente, ma ci ho messo anni a raccontarlo".
Non le pesava lavorare sotto il caporalato?
"Quando ho visto che anche in campagna non si rispettavano i diritti e c'erano situazioni strane, mi sono detta: stavolta non vado via. Rimango, ma non subisco. Infatti l'anno dopo, grazie al sindacato, abbiamo organizzato noi le squadre, garantito le assunzioni, preso i pullman: la gente saliva e sapeva a quali aziende era destinata. Tante donne che prima non potevano lavorare coi caporali perché padri e mariti vedevano male la cosa, con la nostra autogestione hanno cominciato a farlo e ad avere una loro piccola indipendenza economica. Avevamo costruito una realtà pulita e luminosa che è durata 9 anni, fino al 2000".
Sono tante le donne braccianti?
"Più degli uomini e sono molto deboli perché per lo più sono separate, ragazze madri, vedove o donne i cui mariti hanno perso il lavoro, i cui figli studiano lontano e hanno bisogno di essere aiutati. Su di loro ricade il peso di mantenere loro stesse, o la famiglia. Accettare e subire è quasi automatico. A me dicono: ti permetti di fare e dire perché tanto tuo marito lavora. Può darsi che abbiano ragione, io ho le spalle coperte e posso mandare a quel paese. Anche se io credo che, per carattere, sarei così lo stesso".
Dopo la fine dell'esperienza di autogestione è tornata a lavorare sotto i caporali?
"Sì, e per me è stata una grande sconfitta. Perché quel ritorno significava che loro erano forti e io debole. Ma intanto ho continuato a lottare e denunciare, e la situazione dei braccianti della zona è comunque migliorata. Adesso, per esempio, si può scegliere di essere destinati in squadre che non fanno gli straordinari. Quando esci di casa alle 3.30 del mattino, lavori le 7 ore regolari e in più ti toccano gli straordinari torni a casa che non riesci nemmeno a parlare. Figuriamoci occuparti della famiglia e dei figli. Finisce che vivi per lavorare. Io non voglio essere un attrezzo di lavoro che viene preso, usato e riposto. Io sono una persona".
Che impatto ha avuto questo tipo di lavoro sulla sua vita?
"Ho lasciato il mio secondo figlio con mia madre quando aveva 5 mesi. Uscivo nel cuore della notte e mi sentivo male. Quando tornavo a casa mi facevo una doccia e mi sdraiavo nel letto con lui, cercando di riposarmi e di allattarlo. In quei mesi raccoglievo fragole e se ci ripenso sento il loro odore. Non mi sono ancora perdonata di non esserci stata quando ha fatto i primi passi o ha tolto le rotelline alla bici".
Nel 2016 è stata approvata la legge 199 per contrastare il caporalato. Che cosa è cambiato?
"Aspettavo quella legge come una manna, perché introduce per la prima volta la responsabilità dell'azienda che si avvale dei caporali, ma la verità è che non è cambiato nulla. Pochissimi braccianti hanno sporto denuncia e l'hanno fatta applicare, soprattutto immigrati, va detto. Se non c'è consapevolezza in chi lavora, anche le migliori leggi del mondo sono lettera morta".
Continua ad andare nei campi?
"Quattro anni fa avevo smesso perché mi sembrava di portare avanti una lotta solitaria e controcorrente. E che la vita di noi braccianti non avesse nessun valore. Poi ho ricevuto la chiamata di Yvan Sagnet che mi ha parlato dell'associazione internazionale NoCap che mira a costruire filiere etiche dall'azienda ortofrutticola alla grande e piccola distribuzione. Ho aderito subito: adesso con la mia squadra stiamo lavorando in una piccola azienda che produce arance bio, siamo lavoratori italiani e stranieri; il lavoro può anche essere un meraviglioso strumento di integrazione".
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 17 marzo 2021
Ogni volta che il pericolo è letale e imminente, una comunità sa che combattere comporta pericoli, che vanno ridotti al minimo ma devono essere accettati. "L'inglese ama immaginarsi sul mare, il tedesco in una foresta", diceva Elias Canetti. Dunque il primo sa che il rischio è la sola via al successo, il secondo cerca innanzitutto la sicurezza, e le subordina tutto il resto. Le due polarità europee sono davanti ai nostri occhi in queste ore. La Gran Bretagna ha scelto un approccio utilitaristico al tema dei vaccini, fondato sul calcolo costi-benefici; la Germania ha sospeso la distribuzione di AstraZeneca, sulla base del principio di precauzione. Nel mondo anglosassone, di solito, un comportamento è consentito fino a che non sia stato provato che è dannoso; sul continente è vietato finché non sia stato provato che non fa danni.
Sul piano dell'etica è estremamente difficile, se non impossibile, assegnare torti e ragioni, scegliere la cosa giusta, quando si tratta della vita umana, anche di una sola vita umana. Tra chi dice che bisogna agire contro la pandemia "a ogni costo" e chi pretende che l'intervento sia "a nessun costo" ci deve per forza essere una via di mezzo.
Oggi parliamo del rischio (eventuale e non provato) che poche persone abbiano ricevuto un danno da un vaccino che evidentemente arreca un vantaggio a milioni di essere umani. Ma è un dilemma che in altri termini si propone quotidianamente nelle nostre società. Pensiamo agli incidenti stradali. Nessuno proporrebbe di fermare il traffico autostradale a causa delle vittime. Allo stesso tempo nessuno negherebbe la necessità di rivedere le condizioni di sicurezza di un tratto di strada dove si ripetano degli incidenti. Un mero calcolo costi-benefici può portare a conclusioni crudeli, come nei protocolli sanitari che all'inizio della pandemia stabilivano a chi fornire le cure ospedaliere in condizioni di emergenza, quando non c'erano abbastanza letti di rianimazione per tutti. Ma ogni volta che il pericolo è letale e imminente, e si agisce in stato di necessità, una comunità sa che combattere comporta rischi, che vanno ridotti al minimo, certo, ma accettati.
Quando gli scienziati ci dicevano che la campagna vaccinale contro il coronavirus sarebbe stata una "prima volta" nella storia dell'umanità, non abbiamo prestato loro abbastanza attenzione. Stiamo facendo un esperimento su una scala e con modalità mai viste, grazie a vaccini scoperti e prodotti con una rapidità mai conosciuta. Siamo più fortunati degli esseri umani di tutte le epoche precedenti. Ma era perciò scontato che intoppi, ritardi e problemi sarebbero insorti. Guai a quei Paesi che sono partiti più tardi nel valutarli, noi tra loro.
Nei confronti della scienza oscilliamo tra lo scetticismo e il fideismo. La ricerca è il progresso, soprattutto in medicina; ma non può produrre verità assolute, valide per sempre, bensì "solo" leggi probabilistiche, basate sul metodo sperimentale del "trial and error", tentativi ed errori. Quello scientifico è un sapere fondato su un processo continuo e ininterrotto di verifica, mai accertato una volta per tutte.
Che fare dunque, noi italiani, sospesi tra il mare e la foresta, tra il bisogno di rischiare e la voglia di sicurezza? Non credo che se ne esca impostando il problema su base etica. Personalmente invidio, e anche un po' temo, i tanti che in queste ore mostrano di sapere con assoluta sicurezza, molto spesso senza presentare dati, quale sia la cosa giusta. Noto solo che proprio per risolvere questi dilemmi apparentemente irrisolvibili esiste la politica democratica, che decide nell'interesse comune, sulla base di un dibattito informato, e sotto il velo dell'imparzialità.
È purtroppo evidente che questo sistema non sta funzionando bene nell'ambito europeo. Lo dimostra il fatto che la scelta di sospendere il vaccino AstraZeneca sia stata fatta dai governi, riportata dentro i confini nazionali; che i consessi tecnocratici, come la Commissione o l'Ente regolatore, cui in tempi normali si delega l'iniziativa e il controllo, siano stati smentiti e scavalcati dalle decisioni di Berlino e Parigi, cui inevitabilmente si sono uniformati gli altri Paesi. Ciò solleva dubbi anche sull'imparzialità delle decisioni, che potrebbero essere condizionate sia dal clima politico (in Germania siamo in piena stagione elettorale), sia da interessi commerciali (concorrenti di AstraZeneca sono in Germania in Francia).
Allo stesso tempo sono mancate le condizioni per un dibattito informato, perché la trasparenza, la rapidità nel fornire i dati, anche quelli sulle reazioni avverse, la prontezza nello spiegare all'opinione pubblica con onestà che cosa sta accadendo, non si sono davvero dimostrate sufficienti a creare un clima di fiducia tra cittadini e autorità. Senza il quale, è bene dirlo, si danneggia proprio la campagna vaccinale. Ogni volta che lo Stato, come è nel caso dei trattamenti sanitari, non ha a disposizione il potere coercitivo, non può raggiungere i propri fini se non con gli strumenti della credibilità, della comunicazione e della persuasione.
di Dimitri Deliolanes
Il Manifesto, 17 marzo 2021
All'ora di pranzo un laconico comunicato della polizia smentiva la testimonianza ma la sua credibilità inciampava sul fatto che sbagliava perfino il nome del denunciante. "Stupreremo anche il tuo cucciolo, mi gridavano mentre mi pestavano a manganellate, calci e pugni nel seminterrato della questura di Atene". Un pestaggio senza fine, interrotto solo per trasferire la vittima, legata con le mani dietro la schiena e incappucciata, in un piano alto per mostrargli la finestra: "Se vuoi dare fine al tuo calvario, nessuno ti fermerà. Tanto tra pochi giorni andrai in galera per tentato omicidio". E poi subito altre botte, chiedendo nomi e informazioni, con la vittima stesa sul pavimento, sempre legata e incappucciata.
Il pestaggio è stato interrotto solo a tarda notte per rinchiudere la vittima in cella dove ha incontrato un amico e compagno, anche lui pesto. I due detenuti sono rimasti là due giorni in pieno isolamento senza toilette e senza acqua. Per fortuna qualche bottiglietta sono riusciti a passargliela altri manifestanti detenuti nelle celle vicine.
La prima del giornale Efimerida ton Syntakton - Nessuna comunicazione permessa, né con la famiglia né con l'avvocato. La madre del torturato aveva telefonato in questura, ma i poliziotti mentirono, dicendo che non ne sapevano nulla. È il racconto fatto al quotidiano ateniese Efimerida ton Syntakton da Aris Papazacharoudakis, 21 anni, militante del collettivo anarchico Masowka di Nea Smyrni. Proprio nei pressi della sede del collettivo la settimana scorsa Aris è stato rapito dai poliziotti. Era il giorno dopo la grandiosa manifestazione con cui Nea Smyrini ha protestato con forza contro la brutalità poliziesca. Un rapimento in pieno stile sudamericano: incappucciato per strada, ammanettato e gettato dentro una macchina senza targa. L'imputazione sarà comunicata solo alla fine del suo martirio in questura, quando, pesto in ogni parte del corpo, comparve di fronte al pubblico ministero. La quale lo ha lasciato libero senza mostrare particolare interesse per le sue condizioni. Il suo compagno invece è stato condotto in carcere, in base a "indizi" derivanti dalle registrazioni delle telefonate. Registrazioni effettuate senza mandato, così come nessun magistrato ha mai autorizzato la schedatura dell'attività politica dei due giovani.
Ieri Efimerida ton Syntakton ha pubblicato la sconvolgente testimonianza di Aris in prima pagina. All'ora di pranzo un laconico comunicato della polizia smentiva la testimonianza ma la sua credibilità inciampava sul fatto che sbagliava perfino il nome del denunciante. Aris non è il primo a denunciare torture e maltrattamenti nelle mani della polizia. Il 7 marzo, la sera stessa della manifestazione a Nea Smyrni, la diciottenne Efi è caduta nelle mani dei poliziotti che non hanno mai smesso di picchiarla, di palpeggiarla e di minacciarla di stupro. Il pestaggio e le minacce sono continuate fino a domenica, quando è stata liberata con obbligo di dimora e con pesantissime accuse. Anche nel suo caso nessuna comunicazione permessa e totale disinteresse da parte del pubblico ministero. Ma la giovane ha avuto il coraggio di non limitarsi alle denunce nei mezzi di informazione ma ha coinvolto anche l'autorità giudiziaria.
di Omar Alshogre*
Internazionale, 17 marzo 2021
Sono passati dieci anni da quando ho assaporato per la prima volta la libertà. Il 18 marzo 2011 ricevetti una telefonata da mio cugino Bashir, allora ventenne. Con voce tremante mi chiedeva di raggiungerlo nel centro di Baniyas, una città a dieci minuti dal mio villaggio, Al Bayda. "Gli uccelli si stanno radunando, devi venire", mi disse.
Avevo quindici anni ma compresi il significato delle parole in codice. Avevo visto in tv le proteste scoppiate in Tunisia ed Egitto. Il 6 marzo erano arrivate in Siria, dove gli abitanti di Daraa avevano protestato contro l'arresto e la tortura di quindici studenti che avevano realizzato dei graffiti contro il governo. Il 15 marzo c'erano stati altri disordini a Damasco. Avevo capito che era arrivato il turno della mia città.
Mio padre, un militare in pensione, aveva intercettato la nostra conversazione. "Resta a casa", mi disse, "sta' al sicuro". Conosceva fin troppo bene la corruzione e la violenza del regime visto che, alcuni decenni prima, i suoi cugini erano stati imprigionati per dodici anni. In quel momento cercava di proteggere me e i miei fratelli.
Ma io volevo disperatamente partecipare a qualcosa di così importante. Non tanto per la corruzione del regime - ormai talmente normalizzata che quasi non la si notava più - ma perché tutti i miei compagni di classe e amici partecipavano, e io volevo unirmi a loro. Mio padre credeva nella necessità di una rivoluzione, ma aveva paura per me. Tutta l'eccitazione che provavo in quel momento la incanalai nello sforzo di convincerlo a lasciarmi andare. Forse fu la speranza che vide nei miei occhi a fargli cambiare idea. Alla fine accettò di accompagnarmi in moto.
Per strada pensavo che si sarebbe unito a noi ma, una volta arrivati, si limitò a farmi scendere dicendo: "Nasconditi il viso, potrebbe morire un milione di persone". Lo guardai allontanarsi in moto.
Una rosa bianca e il sentimento di libertà - Mentre mi avvicinavo ai manifestanti, qualcuno mi mise in mano una rosa bianca. Ne ricordo nitidamente l'odore, che si confondeva con la brezza del mare. Mi sembrava che aggiungesse bellezza alla protesta e alle nostre richieste di libertà. Quando intonavo la parola "libertà" in arabo e in inglese, sentivo in me una forza incrollabile. Ma nella folla serpeggiava anche la paura. Mi rendevo conto che i manifestanti si guardavano nervosamente intorno, da un lato all'altro, come se stessero aspettando qualcosa.
Poi quel qualcosa è arrivato: migliaia di soldati dell'esercito e agenti dei servizi segreti, tutti armati. Ero confuso. Nonostante tutte le storie che avevo sentito, non avevo mai assistito in prima persona alla violenza del regime. I manifestanti mantennero un atteggiamento pacifico, scandendo lo slogan: "L'esercito e il popolo sono fratelli". Ma quel giorno i "fratelli" aprirono il fuoco, uccidendo alcune persone e ferendone molte di più. Tra le vittime c'era il mio amico di scuola, Alaa, 16 anni.
I manifestanti furono dispersi. Alcune donne ci aprirono le porte per farci nascondere nelle loro case. Ricordo la sensazione di gratitudine provata nel trovare rifugio a casa di estranei. Dopo, quando i soldati se ne andarono, tornammo in centro per continuare la nostra manifestazione. A maggio Baniyas fu assediata per sette giorni dai soldati, che uccisero altre persone. Il regime disse che erano dei "terroristi" ma l'opposizione sapeva che erano manifestanti per la democrazia.
Ma prima che succedesse tutto ciò, fui arrestato la prima volta. Il 12 aprile la mia famiglia, non sapendo che le forze governative erano arrivate nel nostro villaggio, mi mandò a comprare il pane. I soldati mi legarono le mani dietro la schiena e fui gettato per terra insieme a più di cinquecento uomini, catturati nella stessa circostanza.
Alcuni soldati mi sferravano calci sul capo e saltavano sulla mia testa e sul mio corpo, obbligandomi a gridare la mia "lealtà" al presidente: "Dio, Siria e Bashar!". Avevo scandito quelle parole nei precedenti cinque anni, all'inizio di ogni giorno di scuola. Solo quella volta capii la profonda brutalità che nascondevano. Fui rinchiuso in un centro di detenzione e torturato per due giorni. Fui liberato solo dopo aver rilasciato una confessione falsa.
Nel corso dell'anno successivo fui arrestato altre cinque volte e trattenuto per giorni o settimane, finché i miei genitori riuscivano a corrompere alcuni ex colleghi di mio padre, che mi lasciavano andare. Fui obbligato a firmare delle carte in cui dicevo che non avrei più manifestato. Ma non smisi di farlo.
Nel braccio della morte lenta - Nel novembre del 2012 fui arrestato per l'ultima volta, insieme ai miei cugini Bashir, 22 anni, Rashad, 19, e Noor, 17. Fummo trasferiti da un carcere all'altro, fermandoci alla fine nel famigerato braccio 215 di Damasco, che avevamo soprannominato il "braccio della morte lenta".
Vidi Rashad e Bashir morire in prigione, e ho sentito che anche Noor è stato ucciso. Mentre ero in carcere, il regime uccise mio padre e i miei due fratelli, il quindicenne Osman e il diciannovenne Mohammed, e diede fuoco alla nostra abitazione. Bombardò la mia scuola, arrestò i miei amici d'infanzia e massacrò la gente nel mio villaggio. Mia madre e le mie sorelle riuscirono a fuggire in Turchia.
In prigione ho imparato più cose sulla realtà della dittatura di quante ne avrei potute imparare da fuori. Le guardie avevano creato un ambiente nel quale dovevi accanirti sugli altri se volevi sopravvivere. I miei cugini e i miei compagni di cella erano costretti a colpirmi più forte che potevano. Chi voleva mangiare doveva rubare il pasto a qualcun altro. Lo stesso valeva per bere. Da bambino avevo imparato che i padri erano disposti a sacrificare la vita per i figli. Ma in prigione ho visto un padre uccidere suo figlio per sopravvivere. Ho visto un ragazzo battersi con il gemello per uno spazio dove sedersi, perché le celle erano troppo piccole per accogliere tutti i prigionieri. In quelle carceri si muore nel dolore o si vive con il dolore e il senso di colpa.
Nel buio e nella sporcizia della mia cella feci molti incubi: guardie che mi mandavano a morte o mi costringevano a uccidere amici e familiari. Ma feci anche altri sogni. Certe notti vedevo il dittatore sotto processo, lo affrontavo in tribunale, e veniva condannato alla prigione.
L'11 giugno 2015, dopo tre anni di reclusione, fui liberato da alcune guardie che erano state corrotte da mia madre. Per farmi uscire misero in scena una falsa esecuzione. Dieci giorni dopo arrivai in Turchia, dove ritrovai mia madre. Ma per ricevere le cure mediche per la tubercolosi che avevo contratto in prigione dovetti raggiungere la Svezia, attraversando il Mediterraneo su un gommone.
In Europa mi sono costruito una nuova casa e una nuova vita. Ma quello che ho vissuto in prigione continua a ossessionarmi: negli incubi notturni senza fine e nella consapevolezza che devo sempre guardarmi le spalle. Uno dei miei ex carcerieri mi ha trovato sui social network. Mi ha chiamato, dicendomi di non aprire bocca e minacciandomi. In quel momento tutto il dolore è riaffiorato, ma in qualche modo ho avuto la lucidità di registrare la chiamata, sperando di usarla in futuro in tribunale.
Secondo la propaganda del regime, i siriani che hanno lasciato il loro paese l'hanno dimenticato, ma non è così. Lo ricordiamo ancora e lavoriamo duro per diventare le persone che ricostruiranno la Siria al momento dovuto.
Negli ultimi anni io e altri sopravvissuti abbiamo offerto varie testimonianze - alla polizia svedese, ai magistrati tedeschi e ai funzionari europei che indagano sui crimini di guerra - sulla brutalità del regime, affinché si possano aprire dei processi. Ne sono derivate una serie d'incriminazioni per crimini di guerra contro alcuni siriani residenti in Europa, come Eyad al Gharib, un ex agente dell'intelligence arrestato in Germania. A febbraio Al Gharib è stato condannato da un tribunale tedesco a quattro anni e mezzo di carcere.
Io e gli altri siriani abbiamo usato il trauma per farci forza. Ci siamo adattati ai nostri incubi trasformandoli in nuovi sogni. Abbiamo fatto in modo che la nostra paura ci spronasse. Ho visto mia madre che, nonostante i lutti, era riuscita a cominciare una nuova vita in due paesi diversi, la Turchia e la Svezia. È stata lei a farmi sentire al sicuro; era lei che potevo chiamare quando facevo gli incubi; è lei che mi ha detto: "Quello che hai vissuto, e quello che io ho vissuto, vale la pena ricordarlo".
*Traduzione di Federico Ferrone
di Giusy Baioni
Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2021
"Mio padre vivo solo grazie alle pressioni internazionali". È noto in tutto il mondo per il film di Terry George, che narra il coraggio con cui lui, direttore dell'Hotel des mille collines, aveva salvato 1.268 di persone dalla furia cieca dell'odio. Ventisette anni dopo, Paul Rusesabagina è in prigione e sotto processo. Ecco cosa dice la figlia.
Nel 1994, Carine Kanimba aveva un anno. I suoi genitori furono massacrati con altri 800mila tutsi e hutu moderati. Lei e sua sorella furono adottate dagli zii: Paul e Taciana Rusesabagina (insieme a Carine nella foto). Carine si batte ora per la liberazione dell'uomo, attualmente detenuto e sotto processo in Rwanda con l'accusa di terrorismo, che l'ha cresciuta insegnandole che che l'odio non porta a nulla, che tutti gli esseri umani sono uguali e che la parola è l'arma più efficace. Dal Belgio, racconta al fattoquotidiano.it: "Mio padre si è sempre opposto alle ingiustizie. Ne è prova che lui, hutu, ha sposato una donna tutsi e ha adottato me e mia sorella, tutsi".
Dopo il genocidio, sotto il tutsi Paul Kagame, la vita era diventata difficile: "Miravano soprattutto agli hutu influenti. Mio padre subì due tentativi d'omicidio". Così, nel '96, cercarono rifugio in Belgio, dove Paul ottenne la cittadinanza belga, perdendo automaticamente quella rwandese. Nel 2004 la svolta: il regista Terry George realizzò il film che rese famosa la storia dell'Hotel des mille collines. Paul Rusesabagina - che era direttore di quell'albergo e aveva salvato 1268 di persone dalla furia cieca dell'odio - iniziò a girare il mondo. Venne diverse volte anche in Italia. Non si limitò mai, però, alla narrazione "celebrativa" dei terribili cento giorni del '94. "I morti sono stati tantissimi da entrambe le parti. Non si può costruire una pace duratura se non si dice la verità" sottolinea Carine.
Suo padre denunciava anche le storture del nuovo regime. E così nel 2005, mentre George Bush lo insigniva della Medaglia della Libertà, il Rwanda lo accusava di negazionismo: "Non ha senso, mio padre parla sempre del genocidio! Volevano farlo tacere. Ma non ha funzionato - racconta Carine -. Allora hanno cominciato a dire che la sua storia era una menzogna. Ma nemmeno questo ha funzionato. E poi il fatto di aver adottato me e mia sorella, tutsi, smentiva coi fatti tutte le illazioni".
Insieme al discredito, le minacce. "Eravamo sotto pressione: ce li ritrovavamo sempre davanti, li vedevamo passare, ci guardavano dalla finestra. Un giorno abbiamo trovato la casa a soqquadro. Preoccupato, nel 2007 papà ci mandò a studiare negli Usa. Nel 2009 ci raggiunse, ottenendo poi la green card". Fino all'accusa di finanziare un gruppo armato. "Come prova, hanno esibito un versamento Western Union a favore delle Fdlr (lo stesso gruppo accusato all'inizio di aver ucciso Attanasio, Iacovacci e Milambo, ndr). Ma il documento era falso. Ed è dimostrabile perché in quei giorni mio padre era in Irlanda per delle conferenze".
Paul non si ferma: deposita una denuncia alla Corte Penale Internazionale chiedendo un'inchiesta sui crimini commessi da Kagame per i conflict minerals nell'est della Repubblica Democratica del Congo. "Ciò costò a mio padre altri tentativi di assassinio e un ulteriore aumento delle misure di sicurezza". L'attività di lobbying non basta: Rusesabagina fonda il Pdr, Partito per la Democrazia in Rwanda. "Il partito di papà nel 2018 entrò in una coalizione in cui si trovava anche un piccolo partito legato a una milizia: fu il pretesto per accusare mio padre".
Lo scorso agosto, Paul è invitato in Burundi da un reverendo: "Era una spia. Papà ha fatto scalo a Dubai e da lì è salito su un volo che doveva portarlo in Burundi. In aereo è stato drogato e bendato e si è svegliato a Kigali. Abbiamo perso i contatti dal 27 al 31 agosto. Una sparizione forzata, contraria al diritto internazionale".
Davanti alle affermazioni del governo rwandese, Belgio, Usa e Dubai hanno ufficialmente smentito ogni appoggio. Non esiste mandato internazionale, né collaborazione dell'Interpol. Il pool internazionale di avvocati che difende Paul non può vederlo. "Gli è stato imposto un avvocato d'ufficio. Mio padre probabilmente è in vita solo grazie alle pressioni internazionali. È stato ricoverato tre volte da quando è detenuto, ma rifiutano di dirci perché. Avevamo inviato le sue medicine per l'ipertensione, ma si rifiutano di dargliele. E senza, rischia un infarto o un ictus".
"Per la prima volta l'Unione Europea ha votato una risoluzione di condanna del Rwanda per violazione dei diritti umani e ha chiesto il rilascio immediato di mio padre". Lo stesso hanno fatto gli Usa. "La più forte condanna di sempre per Kagame".
Carine è convinta che la pressione diplomatica non basti: "Il Rwanda dipende dagli aiuti internazionali. Serve pressione economica, magari anche sanzioni mirate e blocco dei visti. Papà è un cittadino europeo ed è sotto processo in un paese in cui i diritti suoi e di molti altri non sono rispettati, dove gli oppositori spariscono. Nell'est del Congo la presenza delle forze armate rwandesi è documentata da tempo". E conclude: "Non è accettabile chiudere gli occhi, tutto ciò ha causato la morte di milioni di persone. Nel '94 la comunità internazionale ha perso tempo per decidere se chiamarlo genocidio. Ora succede lo stesso in Congo".
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