rainews.it, 16 marzo 2021
L'oppositore di Putin si fa un selfie su Instagram e scrive: "Zero violenze ma disumanizzazione, alla Orwell" Tweet Caso Navalny, gli Usa impongono sanzioni a 7 funzionari russi Usa: Mosca dietro avvelenamento Navalny sanzioni Navalny, Mosca conferma: trasferito in una colonia penale 15 marzo 2021 L'espressione appesantita e i capelli rasati quasi a zero. Appare così Alexei Navalny in un post su Instagram attraverso il quale lancia una denuncia dalla sua detenzione, considerandola simile a quella di un campo di concentramento.
"Devo ammettere - scrive con un pizzico di ironia - che il sistema carcerario russo è riuscito a sorprendermi. Non potevo immaginare che fosse possibile organizzare un vero campo di concentramento a 100 chilometri da Mosca". L'oppositore non ha denunciato maltrattamenti e anzi, dice che tutti sono "amichevoli e cordiali".
"La routine, il quotidiano, l'osservanza letterale di regole infinite. Telecamere ovunque, tutti sono monitorati e alla minima infrazione viene fatta una denuncia". Una cosa alla "1984 di Orwell, l'educazione attraverso la disumanizzazione", dice ancora. "Ci sono anche momenti colorati nel bianco e nero della vita quotidiana. Per esempio, ho una targhetta e una foto sul petto, ed è sottolineata da una bella striscia rossa. Dopo tutto, sono incline alla fuga, ricordate? Di notte mi sveglio ogni ora per trovare un uomo accanto al mio letto.
"Sono le 2 e 30, il detenuto Navalny è al suo posto", dice. Dopo mi addormento di nuovo con il pensiero che ci sono delle persone che si ricordano di me e non mi perderanno mai. È bello, vero?". Il post di conclude con un "abbracci a tutti".
di Claudio Madricardo
huffingtonpost.it, 16 marzo 2021
Con le accuse di terrorismo, sedizione e cospirazione è stata arrestata in un'operazione alla periferia della città di Trinidad, capoluogo del dipartimento del Beni in Bolivia, Jeanine Áñez Chávez, ex presidente ad interim del Paese andino, che aveva sostituito Evo Morales al Palacio Quemado di La Paz dopo la sua rinuncia e la fuga a Città del Messico.
Nel quadro della stessa inchiesta e con le stesse imputazioni sono parimenti finiti agli arresti l'ex ministro dell'Energia Álvaro Rodrigo Guzmán, quello della Giustizia Álvaro Coimbra, Arturo Murillo, ex ministro degli Interni già rifugiato negli Usa, e quello della Difesa Luis Fernando López.
Allo stesso tempo non sono stati risparmiati i vertici militari e della polizia al comando al tempo dei disordini che si scatenarono in tutto il Paese al seguito delle elezioni presidenziali del 20 ottobre 2019 che avevano dato vincitore Evo Morales con il suo Movimiento al Socialismo (Mas), accusati di aver truccato il risultato che avrebbe invece consentito a Carlos Mesa, suo avversario, di andare al ballottaggio con più di qualche possibilità di spuntarla sull'ex sindacalista cocalero.
La reazione della popolazione fu allora decisa, con migliaia di persone in piazza a protestare contro i brogli elettorali che avrebbero consentito a Morales, in carica dal gennaio 2006, di riperpetuarsi alla presidenza della Bolivia nonostante gli fosse impedito dall'esito del referendum costituzionale indetto il 21 febbraio 2016, con il quale i boliviani, pur di stretta misura, gli avevano negato la possibilità di correre nuovamente.
Una decisione in seguito bypassata grazie a una sentenza del Tribunale Costituzionale Plurinazionale (Tcp) con la quale venivano riconosciuti i diritti politici di Evo di ripresentarsi alle elezioni, a scapito degli articoli della Costituzione che limitavano a due la quantità di volte che una persona può essere eletta alla presidenza della Bolivia.
La decisione del Tcp aveva successivamente fatto nascere in tutto il Paese un forte movimento che chiedeva il rispetto del risultato del referendum del 2016, accusando il Tcp di essere un docile strumento in mano a Morales. La controversa vicenda delle elezioni del 2019, con il blocco per ore del flusso dei risultati quando già si prefigurava il ballottaggio e la successiva assegnazione della vittoria al primo turno di Evo, aveva scatenato la rivolta popolare, a tal punto che i vertici della polizia e dell'esercito si erano sentiti in dovere di consigliare a Morales di farsi da parte al fine di evitare un bagno di sangue.
Sentita anche l'Organizzazione degli Stati Americani, Morales decise allora di dimettersi, seguito da un'ondata di dimissioni di militanti del Mas che hanno lasciato scoperte le più alte cariche dello Stato, ivi compresa quella della vice presidenza della repubblica. Il seguito è conosciuto. Spinto dai consigli dei vertici militari e dal diffondersi a macchia d'olio della protesta, Morales decide di lasciare il Paese, trasferendosi prima in Messico, poi a Buenos Aires dove ottiene lo status di rifugiato politico. Nel frattempo, il vuoto politico lasciato dalle dimissioni delle alte cariche del Mas spiana la strada a Jeanine Áñez, seconda vice presidente del parlamento, personaggio di secondo piano e un po' scolorito della politica boliviana, messa lì dal suo partito nella consapevolezza che la carica era priva di reale potere, che in virtù della Costituzione boliviana prende l'interim della presidenza della repubblica.
Questi in breve i fatti, anche se dopo qualche tempo Morales comincerà ad abbracciare una narrazione che lo avrebbe visto vittima di un colpo di stato, come sempre architettato dalle forze dell'impero, tesi ripetuta anche in Volveremos, il libro in cui ricostruisce dal suo punto di vista quanto successo in Bolivia.
Ora però la tesi del colpo di stato che avrebbe disarcionato Morales riprende vigore in seguito agli arresti operati da quella stessa magistratura che, nel periodo in cui Evo era caduto in disgrazia ed era esule dal suo Paese, lo aveva messo sotto accusa per sedizione e perfino per stupro, per i suoi rapporti con una minorenne. Tutte accuse che sembrano cadute nell'oblio dopo la vittoria di Luis Arce e del MAS alle ultime elezioni presidenziali e da quando Evo ha potuto far ritorno in patria dove dirige le campagne politiche del suo partito.
Vicende, l'una e l'altra, che difficilmente depongono a favore dell'autonomia del potere giudiziario da quello politico in un Paese dalla fragile democrazia, come la Bolivia. Dove gli arresti sono stati letti come volontà di persecuzione nei confronti di esponenti del precedente governo, con condanne e denunce precise da parte di esponenti dell'opposizione, ma anche da parte di organismi internazionali come Human Right Watch, che ha giudicato l'accusa a Jeanine Áñez priva di ogni evidenza che abbia commesso il delitto di terrorismo, concludendo che si sarebbe in presenza di "un processo basato su motivi politici".
Una vicenda che comunque andrebbe anche valutata nel complesso di quanto sta accadendo nelle ultime settimane in Bolivia, dove le elezioni tenutesi lo scorso 7 marzo nelle principali città del Paese hanno segnato una sonora sconfitta del Mas, che ha perso importanti realtà e dove in altre è impegnato in un difficile ballottaggio. Più che un campanello di allarme che all'interno del Mas ha acuito le tensioni e le critiche nei confronti delle scelte di Evo Morales, e che ha provocato la crisi più importante da quando è tornato al potere, e rivelato un Movimiento che ha perso il voto cittadino e dove la componente campesina si sta rivelando, con tutte le conseguenze del caso, predominante.
Considerato poi che all'ex presidente, attualmente sempre più oggetto di critiche, la situazione potrebbe essere perfino utile a far distogliere l'attenzione della base dalle difficoltà vissute in questi giorni, facendo sperabilmente dimenticare i colpi avversi ricevuti da ex esponenti del Mas, scartati da Evo come propri candidati. Da Eva Copa eletta a El Alto, a Christian Càmara a Trinidad, a Ana Lucia Reis a Cobija, tutta gente che era nata col Mas e che da esso si è allontanata portandosi appresso quel voto cittadino che sembra aver abbandonato il partito di provenienza, mettendo in serio pericolo la sua prospettiva di riperpetuarsi al potere e soprattutto la leadership indiscussa esercitata fino a poco fa da Evo.
agenparl.eu, 15 marzo 2021
Negli istituti penitenziari della penisola ci sono 9 detenuti ogni 100 con problemi psichiatrici. La percentuale più alta soffre di disturbi nevrotici e di reazione alla detenzione. Il 30% di malattie psichiatriche collegate all'abuso di droghe e di alcool. Il 15% di psicosi.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 marzo 2021
Strutture stracolme, ben oltre le capacità previste, nonostante il calo dei detenuti. E polizia sotto organico, mentre un detenuto su sei non ha ancora ricevuto nessuna condanna. La fotografia, poco incoraggiante, arriva da Antigone, l'associazione che da 30 anni indaga il sistema carcerario italiano e con il XXVII rapporto pubblicato giovedì scorso, ne evidenzia le principali tendenze. E le criticità. Numeri di Ruggiero Montenegro.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2021
I penalisti italiani proclamano l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per i giorni 29, 30 e 31 marzo 2021, e fissano nel corso del primo giorno di sciopero una giornata di protesta nazionale, invitando tutte le Camere penali territoriali a partecipare, con modalità telematiche.
di Maren Marinaro
Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2021
Con l'avvio delle attività del nuovo Governo e nel solco dell'invito del presidente Mario Draghi ad avere il "coraggio delle visioni", ha ripreso la ribalta il tema della riforma della giustizia civile. Una riforma ritenuta da tutti necessaria essendo ampiamente diffusa la consapevolezza della grave quanto inaccettabile lentezza del percorso giurisdizionale: i ritardi registrati costantemente ormai da qualche lustro valgono quasi un punto di Pil all'anno, secondo quanto precisato da Draghi già nel 2011 quando era Governatore della Banca d'Italia e come oggi rilevato anche da uno studio comparativo condotto dall'Encj, la Rete europea dei Consigli della magistratura, tra Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Irlanda e Lituania.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 marzo 2021
"Il dottor Gratteri, padre dell'inchiesta, sarà ospite di Presa diretta, a quanto par di capire dai trailer, addirittura personalmente e probabilmente senza alcun contraddittore o, al più, col contributo registrato anzitempo di qualche difensore".
Il paradosso è servito: da un lato il Tribunale collegiale di Vibo Valentia ha autorizzato ieri le riprese audiovisive del maxiprocesso "Rinascita-Scott", maxi-inchiesta del procuratore della Dda di Catanzaro, dottor Nicola Gratteri, vietando però di poterle trasmettere prima della lettura del dispositivo della sentenza del maxiprocesso per "garantire l'assoluta genuinità della prova". Dall'altro lato c'è la decisione di "Presa diretta", la trasmissione di Rai3 condotta da Riccardo Iacona, di dedicare la puntata del 15 marzo proprio alla maxi-inchiesta.
Difficile spiegare questo corto circuito che comunque viene stigmatizzato da una nota dell'Osservatorio Informazione Giudiziaria dell'Unione delle Camere Penali Italiane che critica la messa in onda, innanzitutto nello sbilanciamento tra accusa e difesa: "Il dottor Gratteri, appunto padre dell'inchiesta, sarà ospite della trasmissione, a quanto par di capire dai trailer, addirittura personalmente e probabilmente senza alcun contraddittore o, al più, col contributo registrato anzitempo di qualche Difensore". E poi la risposta al tweet con cui il conduttore ha lanciato lo speciale: "Raccontarla - ha scritto Iacona - non è cronaca giudiziaria, ma una questione di libertà e democrazia che riguarda tutti". Ma, dicono i penalisti, "di libertà e democrazia" si può parlare "solo evitando di esporre il processo penale alle indebite influenze di narrazioni giornalistiche, tanto più se unilaterali, ma comunque in grado di condizionare, non solo l'opinione pubblica, ma anche l'esercizio stesso della giurisdizione".
Proprio l'obiettivo che si è prefissato il Tribunale con la nota divulgata ieri, ma che sarà evidentemente eluso. Poi l'Osservatorio ricorda che a fronte dell'interesse mediatico suscitato dall'inchiesta, vi è stato "un numero elevatissimo di annullamenti delle misure cautelari irrogate nel procedimento" che "testimoniano indiscutibilmente quanto il clamore che ha accompagnato l'inchiesta e gli arresti di molte persone sia stato e sia del tutto ingiustificato". Eppure vi ricordate che disse il dottor Gratteri a Sky Tg24? "I giornali nazionali hanno boicottato la notizia".
Scrivono i penalisti: "L'informazione è il sale della democrazia. Attenzione però: aprire i microfoni a una parte processuale (spesso la stessa e ancorché garantendo un contraddittorio solo apparente), ora per magnificarne l'importanza e l'impegno, ora per assicurarsi l'empatia del grande pubblico mentre il giudizio è in corso, offre una visione parziale e quindi potenzialmente distorta dei fatti oggetto dell'inchiesta medesima, non rappresentando affatto un esercizio democratico, men che mai liberale".
Per queste ragioni, fermo il sacrosanto diritto di cronaca, "non si può che stigmatizzare l'iniziativa del Giornalista nonché il fatto che il Procuratore della Repubblica abbia consentito a prender parte alla trasmissione nonostante il processo sia ancora in corso, con il conseguente rischio di compromettere il sereno esercizio della giurisdizione così esponendo tutte le parti processuali e gli stessi giudici a indebite pressioni mediatiche.
Al tempo stesso si auspica che nel corso del programma televisivo venga in ogni caso massimamente preservata la neutralità nell'esposizione dei fatti ed evitato ogni potenziale pregiudizio per il sereno svolgimento del processo pendente avanti l'Autorità Giudiziaria di Catanzaro". I processi si celebrano nelle aule giudiziarie, non in televisione con l'arbitro che tifa spudoratamente per una squadra.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 15 marzo 2021
Noi siamo sicuri che almeno ad alcuni magistrati ripugni di rovinare la vita delle persone. Siamo sicuri che almeno ad alcuni di loro faccia male sapere che per ogni detenuto c'è una moglie che vive senza il marito, un bambino che cresce senza il padre: e più terribilmente, quando in carcere è una donna, che a quel bambino sarà dato di vivere senza la madre oppure di condividerne la vita imprigionata.
Il magistrato che firma un ordine di cattura o una sentenza che spedisce qualcuno in galera non è l'autore della legge che gli assegna questo potere. Non è dunque immediatamente responsabile della tremenda ingiustizia che la sua decisione mette in atto: ma indiscutibilmente vi partecipa, e c'è il suo contributo nella tristezza di una donna che prepara la borsa per il compagno che va in prigione, c'è il suo apporto nella disperazione di un bambino che guarda il padre portato via dagli agenti. Tutto questo può non essere sufficiente per cambiare mestiere, ma dovrebbe almeno bastare per pretendere che cambino le leggi che lo governano: dovrebbe bastare al magistrato per richiedere alla società di smetterla di incaricarlo di produrre tanta ingiustizia.
E invece evidentemente non basta. I magistrati, che pure rivendicano il diritto di dire pubblicamente quello che gli pare su qualsiasi argomento, non hanno la forza di rivolgere alla società quel reclamo diverso: che essa revochi loro il potere di distruggere le persone, affinché il carcere sia l'estrema scelta nei pochissimi casi di effettiva e attuale pericolosità dell'accusato anziché la regola che tormenta inutilmente la vita di tanti.
Quando dalla magistratura si levasse questa richiesta, allora ne avremmo rispetto. Quando la denuncia dell'ingiustizia del potere giudiziario venisse da chi lo esercita, allora avremmo speranza che esso non sia soltanto prepotenza e impunità corporativa. Quando i magistrati sentiranno anche su sé stessi la colpa dell'ingiustizia, allora potrà forse cominciare a esserci giustizia.
a cura di Cristina Taglietti
Corriere della Sera, 15 marzo 2021
Conversazione tra Giorgio Bazzega e Giuseppe Culicchia. Sesto San Giovanni, Milano, 1976: all'alba del 15 dicembre gli agenti irrompono nella casa dove il ventenne Walter Alasia, membro delle Brigate rosse, vive con i genitori. Lui viene ucciso dopo aver colpito a morte un vicequestore e un maresciallo. Il terrorista era l'amato cugino dello scrittore Giuseppe Culicchia, allora bambino, che gli ha appena dedicato un libro. E che qui dialoga con Giorgio Bazzega, figlio di una delle due vittime.
È stato molti anni a macerarsi nell'odio. Ora quell'odio Giorgio Bazzega non lo prova più. Aveva 2 anni e mezzo, il 15 dicembre 1976, quando il padre Sergio, 32 anni, venne colpito a morte insieme al vicequestore Giovanni Vittorio Padovani. A sparargli il brigatista Walter Alasia, 20 anni, a sua volta ucciso nella casa dei genitori a Sesto San Giovanni durante il blitz della polizia. Alasia era cugino dello scrittore Giuseppe Culicchia che allora aveva 11 anni e un'adorazione per quel ragazzo più grande, generoso e allegro. A quarant'anni di distanza, Culicchia ha scritto un libro, Il tempo di vivere con te, che è insieme memoria, ricostruzione storica, elaborazione del lutto, lontano da ogni forma di giustificazione o indulgenza verso i crimini delle Brigate rosse.
Bazzega e Culicchia si sono incontrati per la prima volta al Parco Ravizza di Milano qualche settimana fa. Partiti dalla massima distanza possibile, ognuno con la sua memoria privata, si sono trovati incredibilmente vicini. Quel giorno hanno iniziato un dialogo che ha sorpreso entrambi, continuato con "la Lettura" in questa conversazione online. Il percorso di Bazzega per arrivare a quella che viene definita "riconciliazione", come nelle commissioni del Sudafrica volute da Nelson Mandela al termine dell'apartheid, è stato lungo e tormentato ma ora è anche il suo lavoro. "Dopo anni passati in un'agenzia di pubblicità, faccio il mediatore penale. Si ricollega alla concezione di giustizia riparativa che coinvolge la vittima, il colpevole e la comunità", spiega. Un percorso cominciato con l'Associazione vittime del terrorismo e poi proseguito al di fuori di questa, che per statuto non permette l'incontro con i rei. Anni fa Bazzega si è unito al "gruppo dell'incontro", composto da responsabili della lotta armata e da vittime di quegli anni di sangue. "È stata l'unica cosa che ha funzionato su di me - spiega Bazzega - grazie a Manlio Milani, presidente del comitato delle vittime della strage di Piazza della Loggia a Brescia che è il mio eroe, il mio punto di riferimento. Con Franco Bonisoli, Adriana Faranda e altri ex terroristi che si sono messi a disposizione ho passato molto tempo. Ora posso dire che sono gli amici a cui mi rivolgo ogni volta che ho bisogno".
Com'è stato il vostro incontro?
GIUSEPPE CULICCHIA - Ci siamo conosciuti grazie a un giornalista radiofonico che aveva intervistato Giorgio. Ho ascoltato quell'intervista e ho trovato parole di comprensione verso Walter che non mi aspettavo. Gli ho scritto e abbiamo deciso di vederci. È stato un momento molto doloroso e molto bello: eravamo lì noi due, con i nostri morti. Mi sembrava di conoscerlo da molto tempo.
GIORGIO BAZZEGA - Quando mi hanno segnalato il libro di Giuseppe mi ci sono immerso. Ho capito subito che mi permetteva di aggiungere il pezzo che mi mancava di questa storia, quello che nessuno aveva potuto raccontarmi fino a quel momento: non Walter il terrorista ma Walter il ragazzo, nella sua umanità.
Eppure una recensione apparsa online accusa Culicchia di aver fatto, con questo libro, apologia di reato.
GIORGIO BAZZEGA - Giuseppe lo ha scritto come andava scritto, con una sensibilità e un'onestà intellettuale inattaccabili. Non c'erano altri modi.
GIUSEPPE CULICCHIA - Non si trattava di farne un eroe ma di raccontare chi era, com'era. Ho profondo rispetto per il dolore delle famiglie Bazzega e Padovani, per quei ragazzi, gli altri poliziotti, anche loro giovani, che alle 5 di mattina vedono uccidere due colleghi. Non c'è niente di giusto in questa storia, però bisogna capirla. Finora erano usciti libri di memorialistica scritti da reduci di quell'epoca oppure dalle vittime. Il mio forse è il primo in cui si racconta il dolore dall'altra parte. Ho cercato di mostrare Walter nella sua complessità umana. Credo che in tanti, come lui, sia maturata quella scelta che io non cerco di giustificare ma di capire. Come può un ragazzo di vent'anni decidere di impugnare una pistola e uccidere? Io non andai al funerale perché avevo 11 anni ma mia sorella, che ne aveva 17, sì. Quando vide i calzini bianchi sporchi di sangue nella bara capì che era tutto vero. Fino a quel momento aveva pensato che potesse essere uno scherzo di Walter. Per anni è stato identificato con una fototessera, quasi una cupa foto segnaletica in cui noi non riconoscevamo il ragazzo affettuoso che amava scherzare e disegnare. Io non lo lasciavo in pace, gli ero sempre appiccicato e non mi sono mai sentito dire un no.
Walter Alasia diventa ancora di più un simbolo quando gli viene intitolata la colonna milanese delle Br.
GIUSEPPE CULICCHIA - Ogni volta che se ne parlava era un dolore tremendo. Mia zia, sua mamma, è morta a 52 anni di crepacuore. Tutto è successo davanti ai loro occhi, nella casa in cui è cresciuto e che lei non ha mai voluto lasciare.
GIORGIO BAZZEGA - Letto il libro, Giuseppe, mi sono reso conto delle ragioni per cui sentivo di capirlo. Non posso dire di non averlo odiato ma certo non è mai stata la persona che ho più odiato.
Chi è la persona che ha odiato di più?
GIORGIO BAZZEGA - Renato Curcio. È lui che ha spinto Walter a entrare nella lotta armata. Non è come certi irriducibili, come Barbara Balzerani per esempio, che sembra la caricatura di sé stessa. Lui lo trovo più subdolo, il campione dell'armiamoci e partite. In quello che chiamo il mio "periodo blu", quello della rabbia, io, che ho sempre odiato le armi, ho fatto molto pugilato e arti marziali. Fantasticavo di ucciderlo, mi preparavo per quello. Poi, un giorno, è venuto a fare un incontro al Barrios, il centro di aggregazione alla Barona, dove sono cresciuto. Mi sono presentato, con il mio cane, la cuffia sugli occhi, l'atteggiamento da guappo di periferia che avevo a quei tempi e gli ho detto: sono Giorgio Bazzega, ti dice niente questo nome? L'ho visto confuso, preoccupato. Indietreggiava. Da lì si vedeva la finestra di casa mia, dove abitava mio padre, gliel'ho mostrata, ho allungato la mano a toccargli la spalla e gli ho detto: adesso continua pure il tuo incontro. All'improvviso mi sono sentito liberato, come se papà mi avesse dato un coppino sul collo e mi avesse detto: non pensare più a questo, vai avanti. Ci ho messo una decina di passi per prendere coscienza di questa sensazione unica, di leggerezza. Era una vita che avvelenavo mamma e chi mi stava vicino con la rabbia.
Culicchia invece scrive di non avere mai voluto incontrare Renato Curcio, anche se, per esempio, bastava avvicinarlo al Salone del Libro di Torino.
GIUSEPPE CULICCHIA - Ho sempre avuto la curiosità di chiedergli di quel Walter fuori dalla famiglia che io non ho conosciuto. Però, al contrario di Giorgio, che è stato capace di perdonare, forse il mio percorso non è ancora finito perché penso che sia stato lui a mettergli quell'arma in mano e questo ha cambiato la vita di tre famiglie in maniera radicale.
Che ricordi ha Giorgio di suo padre?
GIORGIO BAZZEGA - Ho tre ricordi precisi, miei: una sculacciata, la prima e unica; io che gioco con il suo piede; noi allo zoo, davanti alla gabbia di un leone un po' male in arnese. Io sono uguale a lui, dieci centimetri più alto. Una volta portavo i capelli lunghi, le basette come lui, una specie di feticcio per sentirlo vicino. Ho lo stesso modo di muovermi e un suo collega, vedendomi, si è messo a piangere.
GIUSEPPE CULICCHIA - Io ho conosciuto Sergio Bazzega attraverso i racconti di Giorgio. Mi ha mostrato anche una lettera che suo padre aveva mandato all'"Unità", in cui si capiva di come si fosse battuto per una democratizzazione della polizia. I colleghi che gli volevano bene, scherzosamente in questura lo chiamavano "il comunista". Con Giorgio ho capito fino in fondo quanta assurdità c'era stata in quell'alba a Sesto San Giovanni, con Walter che uccideva un uomo molto diverso dallo stereotipo in voga del poliziotto.
GIORGIO BAZZEGA - Leggendo questa lettera si capisce molto di mio padre. Tira due o tre bordate, parla della necessità di addestrare i ragazzi al non uso delle armi. Cose impensabili per un poliziotto dell'epoca.
GIUSEPPE CULICCHIA - In fondo l'estrazione sociale delle due famiglie era simile. I miei zii erano operai nella Stalingrado d'Italia, Sesto San Giovanni, voi, Giorgio, vivevate alla Barona, un'altra periferia non facile. Di sicuro in Walter c'era una consapevolezza di classe, l'idea di un capitalismo che sfrutta gli operai e che aveva messo la madre in un reparto punitivo perché si era ribellata al cottimo. Da adolescente, vedere che lei faceva fatica a respirare per l'aria tossica della fabbrica, alimentava un senso di ingiustizia. Poi, erano gli anni dei processi per Piazza Fontana, della morte di Pinelli e anche i giornali più conservatori parlavano apertamente di depistaggi.
GIORGIO BAZZEGA - Sai, Giuseppe, che quando leggevo della mamma di Walter, mi sono ricordato di una situazione simile che era capitata a mia madre in ufficio, dove era segretaria, con una superiora che la trattava in modo indegno e lei tornava a casa e piangeva. In quel periodo c'erano ingiustizie sociali tangibili.
Com'è possibile una forma di riconciliazione se su molti fatti non è stata fatta chiarezza e non si è arrivati a una verità condivisa?
GIUSEPPE CULICCHIA - Bisogna imparare ad accettare il dolore e la verità dell'altra parte, partendo dal fatto che gli anni di piombo contengono verità ancora indicibili. Ripenso a quell'articolo di Pasolini sul "Corriere", quello famoso dell'"Io so" in cui chiamava in causa non soltanto la Dc, ma anche il Pci che stava all'opposizione. Lo scrive nel '74 e poi nel '78 il cadavere di Moro viene ritrovato in via Caetani, a metà strada tra la sede del Pci e quella della Dc. E Pasolini è l'unico intellettuale italiano a venire ucciso, una morte non legata direttamente agli anni di piombo, ma certo ancora non del tutto chiara. Tante mistificazioni, buchi neri, omissis, troppi pezzi di verità mancanti: Ustica, Bologna, Piazza della Loggia. Però l'innocenza il nostro Paese l'ha persa molto tempo prima, con la strage di Portella della Ginestra.
GIORGIO BAZZEGA - La prima volta che ho letto il libro ho avuto un sussulto quando riporta l'ipotesi che fossero stati i colleghi a uccidere mio padre con una sventagliata di mitra. Però poi mi sono reso conto che era qualcosa di cui si parlava, dalle parti di Lotta continua.
Non c'è nessun mistero sulla morte di suo padre?
GIORGIO BAZZEGA - No, ho parlato con tutti quelli che erano in quella stanza, abbiamo i vestiti, mia madre li lavava tutti i giorni e li conosceva bene. Nel gruppo dell'incontro ho avuto la fortuna di avere a che fare con tutti i protagonisti di quegli anni e penso che sulla lotta armata di sinistra sappiamo quasi tutto. Non credo che i brigatisti fossero guidati ma, piuttosto, che siano stati sfruttati. Sullo stragismo, grazie anche a Manlio Milani, cominciano a esserci anche verità giudiziarie. Chi veramente deve fare i conti con quello che sa è lo Stato, l'unico che non ha detto la verità. Noi vittime del terrorismo siamo rimasti in silenzio fino a 15 anni fa, quando è uscito il libro di Mario Calabresi su suo padre. Eravamo la polvere sotto il tappeto, la prova vivente di tutte le malefatte. Io sono molto disincantato. Per una vita sono dovuto andare in giro a dire che ero fascista, stavo con la destra milanese. Non ero d'accordo su niente ma ero ignorante e mi sentivo obbligato: papà l'avevano ucciso le Brigate rosse e dovevo stare dall'altra parte. Però sono stato bravo a sfruttare le occasioni che ho avuto, la fortuna di avere un amico come Manlio Milani, di fare un percorso con Valerio Onida e Gherardo Colombo. Ora mi sento finalmente sulle orme di papà, mi sembra di proseguire il suo lavoro, con altri strumenti.
Culicchia, scrivere questo libro è stata una liberazione?
GIUSEPPE CULICCHIA - No, non ci si libera da un dolore. Però ho mantenuto la promessa che avevo fatto a Walter nel momento in cui lo avevano raccontato secondo stereotipi. Se ho cominciato a scrivere è stato per scrivere di lui. Già il protagonista di Tutti giù per terra si chiamava Walter. Ora ho avuto il coraggio di aprire quel file vuoto sul computer, con soltanto le iniziali, W. A., e di riempirlo.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 15 marzo 2021
Per i magistrati onorari in carica sembra avvicinarsi la stabilizzazione. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, è consapevole che è urgente affrontare il dossier dei "non togati", reduci da proteste e scioperi contro l'entrata in vigore, i115 agosto, del cuore della riforma Orlando (Dlgs u6/2o17), che introduce il tetto di due giorni di attività settimanale e riduce i compensi anche per i magistrati già in servizio.
- Campania. Suicidi e affollamento, così le carceri sono tornate indietro di 20 anni
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