di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 10 dicembre 2020
"In Italia i detenuti per fatti di corruzione sono 300, di cui solo 228 condannati in via definitiva: gli altri sono in attesa di giudizio. Un numero esiguo, sono pochi". A riferire i dati è il capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Dino Petralia, intervenuto ieri con un videomessaggio alla maratona online "Il virus della legalità", organizzata dalla Fondazione De Sanctis in occasione della Giornata internazionale della lotta alla corruzione.
"La difficoltà di accertamento dei casi di malaffare ha reso urgente un nuovo intervento normativo, la riforma Bonafede, che è un intervento provvidenziale", ha detto Petralia in riferimento alla "spazza-corrotti". "La legge del 2019 ha inciso su vari campi, raffinando alcune fattispecie di reato, ma anche gli strumenti a disposizione delle Procure".
Strumenti, ha proseguito il capo del Dap, "che stanno dando un contributo notevolissimo". Quanto al numero basso di condannati, "non è corrispondente alla riforma: i tempi di accertamento sono più lunghi, e questi numeri si riferiscono ad accertamenti pregressi". Il contrasto alla corruzione, ha concluso Petralia, "sarà fatto sul fronte giudiziario con tutti gli strumenti a disposizione, ma occorre anche una diversa concezione culturale che porti soprattutto i giovani a comprendere la necessità di combattere il fenomeno".
Il portale sul whistleblowing. E a proposito di nuovi strumenti normativi, in occasione della Giornata contro la corruzione il ministero della Giustizia ha messo in funzione un proprio portale informatico per raccogliere le segnalazioni di whistleblowing. La piattaforma, un software open source protetto, permette la compilazione, l'invio e la ricezione delle segnalazioni di presunti fatti illeciti al Responsabile della prevenzione corruzione e della trasparenza (Rpct) "nel rispetto di tutte le tutele previste dalla legge".
Il portale, spiega via Arenula, "utilizza un protocollo di crittografia in grado di garantire la riservatezza dell'identità del segnalante, del contenuto della segnalazione e della documentazione allegata. Il whistleblower avrà inoltre la possibilità di accedere in ogni momento alla propria segnalazione tramite un codice identificativo univoco, dialogando in modo anonimo e spersonalizzato con il Rpct.
Potranno effettuare segnalazioni tutti coloro che, in ragione del loro rapporto di lavoro, siano venuti a conoscenza di condotte illecite", si legge ancora nella nota di via Arenula, "in primo luogo, dunque, i dipendenti del ministero, ma anche chi opera all'interno di imprese fornitrici di beni o servizi, oppure che realizzano opere in favore dell'amministrazione".
E per proteggere i segnalatori, il ministero ha anche costituito un apposito "Gruppo di lavoro a tutela del whistleblower", a supporto del Rpct. "La segnalazione delle condotte illecite di cui si è venuti a conoscenza svolgendo il proprio lavoro è fondamentale", dice il ministro Alfonso Bonafede, "chi non vuole voltare la testa dall'altra parte ma intende denunciare, da oggi ha uno strumento in più per farlo, contribuendo a rendere il ministero con le sue numerose articolazioni una amministrazione migliore e più integra".
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 dicembre 2020
Forzature normative per ragioni di consenso elettorale. Sono semplici e dirette le parole utilizzate dall'avvocato ed ex parlamentare Maurizio Paniz per descrivere quanto accaduto all'ex ministro ed ex governatore della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco.
Che nonostante gravemente malato si è visto revocare dall'Ufficio di presidenza del Senato il vitalizio a cui aveva diritto, a causa della condanna definitiva a 3 anni e 11 mesi pronunciata dalla Corte di Cassazione nell'ottobre 2018 per induzione indebita, nell'inchiesta sulla cosiddetta Sanitopoli abruzzese, che a luglio del 2008 gli costò anche l'arresto. Buona parte delle accuse allora mosse all'ex segretario del Psi si rivelarono infondate, su tutte la più infamante: associazione a delinquere.
Venuta meno quella, assieme alle accuse di corruzione e falso, anche l'accusa di induzione indebita, secondo i suoi legali, avrebbe dovuto sgretolarsi. Parere non condiviso dalla Cassazione, che due anni fa ha deciso di confermare la condanna. Del Turco avrebbe voluto affrontare una nuova sfida giudiziaria: la revisione del processo.
Ma le sue condizioni di salute, attualmente, non lo consentono. Malato di cancro, di Parkinson e Alzheimer, Del Turco, a 76 anni, si trova ora in condizioni definite disperate. Ma il Senato, applicando una delibera del 2015 voluta dall'allora presidente Pietro Grasso, che cancella i vitalizi per i parlamentari condannati per reati considerati particolarmente gravi, ha chiuso gli occhi sulla sua condizione, togliendogli l'unica fonte di sostentamento economico. La stessa che gli consente di curarsi.
"Si tratta di un provvedimento dal mio punto di vista palesemente illegittimo - spiega Paniz al Dubbio -. Stiamo discutendo dell'applicazione retroattiva di una norma". Già, perché i reati contestati all'ex governatore risalgono al 2006, ovvero ben nove anni prima rispetto all'introduzione di quel regolamento. Ma il suo caso non è l'unico, è, forse, solo il più eclatante. "Qui c'è anche l'aspetto emotivo - aggiunge il legale -. Del Turco è colpito da gravi malattie e in questo momento, soltanto per superare le necessità di cura, spende più di 3mila euro al mese". E si tratta dell'unico trattamento pensionistico dell'ex ministro, spiega Paniz, così come per gli altri ex parlamentari colpiti dal taglio dei vitalizi.
"Tutti citano alcuni casi emblematici, ma ce ne sono molti di più. Nella posizione del senatore Del Turco ci sono molti altri parlamentari - spiega -. Addirittura un 90enne messo fuori dalla casa di riposo perché non poteva più pagare la retta". Ma qualunque cittadino italiano, anche se condannato all'ergastolo, mantiene il diritto alla pensione, se ne ha maturato i requisiti. Essere ex parlamentari, dunque, "diventa causa di pena accessoria, un'aggravante per avere una sanzione in più. È giusto che i parlamentari diano l'esempio, ma ci sono principi costituzionali che vanno rispettati". Il tutto, aggiunge, solo a fini elettorali. "Anzi, una pseudo propaganda - sottolinea - perché più la gente si informa su questi provvedimenti, più si rende conto della vigliaccheria degli stessi".
La revoca del vitalizio, alla luce del regolamento, era inevitabile ma per Paniz sarebbe stato necessario valutare se le persone coinvolte fossero o meno in condizioni di salute tali da poter subire un trattamento del genere. Una valutazione che non è stata fatta: la norma è stata applicata de plano. "Quando i provvedimenti sono assunti non sulla base giuridica, ma sulla base del populismo, non si va da nessuna parte. Lo Stato di diritto presuppone delle regole - conclude - e queste regole vanno rispettate. Ma qui sono state buttate all'aria". Paniz sta ora aspettando che il provvedimento venga comunicato ufficialmente, per poter presentare ricorso alla Commissione contenzioso del Senato e chiedere in via d'urgenza la sospensiva, per poi recuperare il vitalizio precedente sulla base delle condizioni di salute.
Il caso ha intanto scatenato molte polemiche. E anche l'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, con un duro intervento sulla sua pagina Facebook, ha deciso di schierarsi dalla parte dell'ex compagno di partito, "condannato senza prove dopo mesi di carcere preventivo". "Essere puniti retroattivamente per reati che non esistevano al momento della presunta commissione dei fatti è già un'oscenità giuridica contro la Costituzione - sottolinea -. Infierire su un uomo già perseguitato da una condanna ingiusta, cui resta solo un fil di vita, è una barbarie immorale, incivile e disumana. Mentre invochiamo un atto di clemenza dal Presidente della Repubblica chiariremo chi - oltre i soliti noti giustizialisti 5 Stelle, leghisti e Coltelli d'Italia - si è reso responsabile di questa infamia". A chiedere di annullare il provvedimento sono anche i senatori del Pd, secondo cui è "indispensabile trovare modo di considerare l'esistenza di serissimi problemi di salute motivo sufficiente per la non applicazione della revoca del beneficio". Mentre sono dure le accuse di Riccardo Nencini, presidente del Psi. "E se fosse la viltà a guidare la mano di certa politica? Ottaviano Del Turco è ammalato, gravemente ammalato, e gli viene tolta la possibilità di curarsi - afferma. Nemmeno a un ergastolano. Aspetto che la presidente del Senato mi dica cosa ne pensa".
di Liana Milella
La Repubblica, 10 dicembre 2020
Oggi il Consiglio vara il decalogo di comportamento per i vertici delle procure. Ogni incarico dovrà essere documentato e soprattutto motivato. Decalogo (obbligatorio) del Csm per i procuratori della Repubblica. Sono i potenti titolari dell'azione penale a cui adesso l'organo di governo autonomo della magistratura toglie decisamente un po' di discrezionalità dettando rigide regole di comportamento su ogni aspetto dell'organizzazione dell'ufficio e la conduzione delle indagini. Ci ha lavorato tutta la settima commissione del Consiglio (Pepe, Donati, Basile, D'Amato, Suriano, Ciambellini) e tra gli estensori figurano anche Micciché e Dal Moro. Tutte le correnti insomma. E dovrebbe finire anche con un voto all'unanimità, anche se Nino Di Matteo propone delle modifiche che si riserva di illustrare e motivare durante la discussione.
Ma in cosa consiste la riforma? Detto in due parole, per capirci, potremmo chiamarla il vademecum di cosa può fare, e cosa non può fare, un procuratore della Repubblica nel suo ufficio. Più brutalmente: il Csm stabilisce come deve comportarsi il capo di una procura, automaticamente delimitando i suoi compiti, e quindi anche i suoi poteri. Sicuramente aggrava la sua rendicontazione burocratica. Ma lo obbliga anche, con i suoi vice, a fare indagini e non solo a guidare i colleghi. Perché, "seppure compatibilmente con le dimensioni dell'ufficio e dei compiti di direzione e coordinamento nonché dei carichi di lavoro", anche i capi e i vice capi non potranno essere sganciati dal lavoro ordinario. Per loro ci sarà "un'obbligatoria riserva di lavoro giudiziario".
Una mossa, quella del Csm, che anticipa sui tempi il Guardasigilli Alfonso Bonafede che, sullo stesso tema, ha scritto un capitolo nella sua legge sulla riforma del processo penale che marcia con tempi biblici alla Camera, i cui scopi però sono già sunteggiati, e quindi ritenuti strategici, nel piano dell'Italia per guadagnare e spendere i 196 miliardi di euro del recovery fund.
Ma partiamo da un parterre di giudizi. Ecco quello di Giuseppe Marra, il consigliere "davighiano" di Autonomia e indipendenza. "È un testo molto importante perché, in estrema sintesi, detta regole più stringenti per l'attività dirigenziale dei procuratori, che non potranno più fare, senza motivazione adeguate, il bello e il cattivo tempo nei loro uffici, anche se la legge gli riconosce la titolarità dell'azione penale".
Un parere che non è affatto diverso la quello di Antonio D'Amato, componente della settimana commissione, toga di Magistratura indipendente, componente della commissione, alle prese con piccoli aggiusti del testo: "Abbiamo voluto ancorare le scelte del procuratore a criteri di trasparenza e conseguente motivazione, allorquando individua i suoi collaboratori fra i sostituti per affidargli degli incarichi. In questo modo si è voluto scongiurare il rischio delle cosiddette medagliette costruite su sostituti 'vicini' allo stesso procuratore per favorirli nel percorso professionale, trattandosi di medagliette utili in sede di successiva valutazione per possibili incarichi direttivi o semi-direttivi".
Due giudizi che confermano quanto il decalogo sarà impegnativo e destinato a cambiare la vita degli uffici. Ma leggiamo cosa c'è scritto nella relazione che accompagna il testo, definito come una "rivisitazione e parziale riformulazione" di quello del novembre 2017 che, a sua volta, integrava i precedenti del 2007 e del 2009, tutti figli della riforma dell'ordinamento giudiziario del governo Berlusconi, allora Guardasigilli il leghista Roberto Castelli, poi diventato legge con il successore, l'ex Dc Clemente Mastella. Il Csm ci rimette mano perché "sono in gioco attribuzioni che concorrono ad assicurare il rispetto delle garanzie costituzionali".
Cosa cambia e cosa dovranno fare da domani i procuratori in base al vademecum che si risolve in oltre 60 pagine di nuove regole? La mossa del Csm impone ai capi degli uffici una totale e maggiore trasparenza in tutte le scelte, da quella dei procuratori aggiunti, a quella di indicare uno piuttosto che un altro pubblico ministero per seguire un'indagine, nonché anche per costituire i singoli gruppi di lavoro. Il capo dovrà ricorrere al cosiddetto "interpello", cioè sentire democraticamente tutti prima di costituire un gruppo. E qualora dovesse fare una scelta anomala, una deroga rispetto alle regole in vigore, dovrà motivarlo per iscritto e dettagliatamente al Csm. Dovrà spiegare, insomma, perché ha privilegiato un collega piuttosto che un altro. Una regola che, evidentemente, limita l'autonomia del procuratore in ogni sua mossa. Come non bastasse questo procuratore, nonché i suoi vice, dovranno anche lavorare alle indagini, cioè non basterà fare "il capo", bisognerò anche fare concretamente delle indagini.
Tutto questo perché, come scrive la settima commissione, "l'organizzazione degli uffici di Procura deve essere finalizzata a garantire l'esercizio imparziale dell'azione penale, la speditezza del procedimento e del processo, l'effettività? dell'azione penale, l'esplicazione piena dei diritti di difesa dell'indagato e la pari dignità? dei magistrati che cooperano all'esercizio della giurisdizione: beni giuridici costituzionalmente rilevanti la cui effettiva tutela si realizza immancabilmente attraverso un uso imparziale e consapevole della leva organizzativa che deve essere utilizzata secondo criteri trasparenti e verificabili".
Per essere espliciti, il Csm vuole vederci chiaro sul perché un procuratore si batte per un procuratore aggiunto - che comunque viene scelto dal Csm - o affida una certa indagine, perché se è vero che "la responsabilità? delle scelte organizzative compete al procuratore", è altrettanto vero che "la verifica della rispondenza delle opzioni in concreto adottate alle ragioni di quella attribuzione e? compito irrinunciabile del governo autonomo".
Per tutte queste ragioni il Csm chiede ai procuratori di presentare "documenti chiari, trasparenti, articolati" rispetto alle assemblee interne e soprattutto che le assemblee stesse si svolgano veramente, visto che da alcuni verbali mandati a Roma sembra trapelare invece che prese d'atto e accettazioni sarebbero giunte solo a cose fatte. La regola aurea per scegliere i magistrati sarò l'interpello, una sorta di consultazione interna su "chi vuole fare cosa".
Ugualmente il capo dell'ufficio non sarà più il sovrano unico delle assegnazioni dei singoli pm alle Direzioni antimafia, i gruppi che lavorano sulla criminalità organizzata. Anche in questo caso, scrive il Csm, il procuratore che "rinnova o non rinnova" un incarico dovrà "motivarlo espressamente" e "comunicarlo a tutti i magistrati dell'ufficio" che, se bocciati ed esclusi, potranno presentare le loro contro deduzioni.
Ovviamente di tutto questo dovrà essere informato il Consiglio giudiziario, la longa manus del Csm in sede locale, che potrà esprimere il proprio parere. Infine il procuratore, nell'organizzare l'ufficio, dovrà guardare anche oltre le sue stanze, verso quelle dei tribunali dove i suoi processi poi andranno in udienza.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 10 dicembre 2020
Non è un mistero che in Italia vinca chi sostiene che esistono solo colpevoli che l'hanno fatta franca. Ho ascoltato, dalla solita notturna Radio Radicale, la "Lettura Massimo Bordin" dedicata al Contesto di Leonardo Sciascia - si tratta di una serie di incontri nel centenario della nascita di Sciascia, questo si teneva, virtualmente, a Torino, con la promozione degli Amici di Sciascia e dell'Unione delle camere penali, e la partecipazione, per il Centro "Primo Levi", di Domenico Scarpa. Mi fermo, a titolo per così dire personale, sulle relazioni che hanno al centro lo stato della giustizia oggi: di uno studioso illustre di procedura penale, Paolo Ferrua, di un magistrato (già pubblico ministero e giudice) appena pensionato, Paolo Borgna, di un avvocato e docente penalista, Gaetano Insolera. Va da sé che incontri simili prevedano un consentimento dei partecipanti, confermato dalla gamma di citazioni chiamate a sostenerne le argomentazioni: nomi come Domenico Riccardo Peretti Griva, Luigi Ferrajoli, Salvatore Senese, Elena Paciotti, Salvatore Mannuzzu, e naturalmente Piero Calamandrei. (Borgna cita bensì Giovanni Colli, "molto conservatore e monarchico", ma per l'ammonimento che "indipendenza del magistrato non vuol dire arrivare in ritardo all'udienza".
Io ne ho un ricordo di sotto in su: dopo una mia assoluzione piena, nel 70, per una manifestazione di senza casa di cui non avevo nemmeno avuto notizia, quel Procuratore generale torinese vantò a Gabriele Invernizzi per l'Espresso di "avermi comunque messo in galera").
Premessa comune è che il magistrato sacerdote, inaccessibile, di Calamandrei non esista più da tanto tempo, ma che ormai non esista più nemmeno la riflessione sul cambiamento che animò gli anni 70-80. Dice Ferrua che l'esorbitanza del potere della magistratura ha due cause principali. La sua capacità di sostituirsi sia al potere legislativo che al potere esecutivo, mentre non vale il reciproco, salvo cadere in pieno stato di polizia.
(È quello che avviene in Ungheria o in Polonia, nota mia). E la debolezza della garanzia promessa dalla soggezione del magistrato alla legge, aggirata dall'"interpretazione creativa" della legge stessa. E poiché non ci sono efficaci sanzioni, la legalità dell'operato dei magistrati è affidata al loro buon volere, a loro discrezione. Ferrua si chiede che cosa attiri i giovani verso la magistratura: l'assoluta indipendenza, il rango, l'alto stipendio, un nobile impulso a rendere giustizia, ma anche la tentazione di un potere fine a sé stesso, e ancora più l'inclinazione a giudicare non "secondo lo spirito e la lettera della legge", ma con un'insofferenza per il metodo e le regole.
Ferrua argomenta la duplice agonia del processo accusatorio, in vigore dal 1989 (fino ad allora vigeva il codice Rocco): con la sentenza del 1992 della Corte suprema che arrivò a dichiarare la formazione della prova nel contraddittorio un ostacolo alla ricerca della verità, e poi, dopo la reazione legislativa che aveva introdotto in Costituzione il giusto processo, con la cascata delle sentenze "creative", l'inerzia o peggio la ratifica del legislatore, e l'intollerabile (tolleratissima) lunghezza dei processi, che annulla la tempestività delle testimonianze.
Ferrua si spinge a suggerire che la lentezza sia "astutamente funzionale a vanificare il processo accusatorio, come le liste di attesa ospedaliere tese a scoraggiare l'ingresso dei pazienti a vantaggio delle cliniche private". Risultato, la custodia che anticipa o usurpa la pena, l'indagine che prevale sul dibattimento. Due anni fa, dice, nel trentennale del nuovo codice, si celebrò un moribondo.
Paolo Borgna cita i moniti di Peretti Griva sul malinteso orgoglio della funzione che paralizza il timore di errare, nel compito quasi sovrumano di giudicare gli altri. È un luogo comune letterario (Sciascia, Camilleri, per esempio), tuttavia vero, quello del giudice che nella maturità è angosciato dal pensiero degli errori commessi. La storiella raccontata da Calamandrei sul vecchio giudice al cui capezzale accorrono gli allievi, e dice il tormento di andarsene con un fardello di sentenze arbitrarie, e loro lo rassicurano: "Stia sereno, Presidente, sono state tutte riformate".
Che forse era solo un witz, ma suggerisce a me una considerazione serissima: la battuta allude infatti, oltre che alla facilità con cui si incorre negli errori o negli arbitri giudiziari, alla fiducia di rattopparli nei gradi successivi. È piuttosto invalsa un'attitudine a definire errore giudiziario quello che una sentenza successiva e definitiva abbia corretto.
Non condivido questa fiducia, con tutto me stesso, per così dire. Certo, i nemici dell'appello e i fautori delle restrizioni all'ammissibilità in Cassazione hanno fretta di rendere irreparabile l'errore commesso in primo grado. Ma ci sono presidenti sul letto di morte che nessuno potrebbe confortare dicendogli: "Sono state tutte riformate". Voglio restare al punto dell'errore giudiziario - mescolo i miei argomenti a quelli autorevoli che riferisco.
I relatori si sono accorti come il personaggio del giudice di Sciascia, assimilando se stesso al sacerdote che dice messa, si fa tramite dello stesso processo di transustanziazione, per il quale non conta che il sacerdote, o il giudice, sia personalmente infedele o inetto: dunque l'errore giudiziario non esiste, non può esistere, e la sentenza è sacra. Una emulazione corporativa del dogma dell'infallibilità. E guardate che qui non c'è niente di paradossale. Senza questa spregiudicata pretesa sacrale quale pubblico accusatore, quale giudice preso con le mani nel sacco potrebbe aspettarsi che la moltitudine di anonimi passati per le sue mani e condannati si rassegnassero al proprio destino? E del resto, senza una tale investitura magica, come si spiegherebbe l'immunità dei magistrati alle sanzioni - l'autoimmunità?
Si è chiesto Borgna, un membro autorevole della categoria, come sia possibile che Antonio Bassolino sia uscito assolto 19 (diciannove) volte da processi durati 17 (diciassette) anni senza che la magistratura nel suo complesso e i singoli magistrati abbiano battuto ciglio, lungi dal farne un tema di confronto decisivo?
Domanda ripetuta da Gaetano Insolera, che le ha accostato il principio esposto tante volte e in tante sedi da Piercamillo Davigo che è diventato uno slogan: non esistono innocenti, esistono solo colpevoli che l'hanno fatta franca. Bassolino l'ha fatta franca 19 volte - tutte. E il portatore di questa concezione del mondo, aggiunge Insolera, ha ricevuto 1.600 voti per il Consiglio superiore della magistratura, e non se ne voleva andare nemmeno dopo la pensione.
di Giuliano Cazzola
Il Riformista, 10 dicembre 2020
Era il 14 luglio del 2008. Le agenzie, le radio e le tv diedero la notizia che, all'alba, era stato arrestato, insieme ad altri, il Governatore dell'Abruzzo Ottaviano Del Turco. Allora io ero un deputato, appartenente ad un partito diverso da quello di Del Turco.
Ma non esitai ad alzarmi in Aula - per anni nel più totale isolamento - per esprimergli tutta la mia solidarietà e la ferma convinzione della sua totale estraneità ai fatti di cui era accusato. Ottaviano ed io ci conoscevamo, allora, da 40 anni (oggi è trascorso mezzo secolo), durante i quali non c'era stata tra di noi soltanto una stretta collaborazione negli incarichi ricoperti all'interno della Cgil, ma anche un forte legame di amicizia, di frequentazione personale e familiare. Il procuratore che lo aveva incarcerato lo ricoprì, nella solita conferenza stampa, di accuse infamanti.
Affermò che della sua colpevolezza esistevano prove "schiaccianti". Ma io non fui mai sfiorato dal minimo dubbio (il cuore ha delle ragioni che i codici non conoscono) e, in tutti gli anni successivi, nella ricorrenza del 14 luglio, ho continuato a chiedere la parola in Aula e ad affidare agli atti le mie attestazioni di solidarietà. Ottaviano del Turco è stato un grande sindacalista, appartenuto a quell'Olimpo degli eroi di cui hanno fatto parte nomi indimenticabili come Luciano Lama, Bruno Trentin, Pierre Carniti, Giorgio Benvenuto e tanti altri che hanno fatto la storia del sindacato (e del Paese) nella seconda metà del secolo scorso. Probabilmente, questi nomi, che a me ricordano tanti anni di vita vissuta intensamente, non dicono quasi nulla oggi. Del Turco è soltanto un ex parlamentare, malato di cancro e di altre patologie invalidanti, a cui è stato congelato il vitalizio perché condannato in via definitiva da una Corte di Giustizia.
Ma chi è, che cosa è stato e ha fatto Ottaviano Del Turco? In una delle Lettere morali a Lucilio, Lucio Anneo Seneca così scriveva: "Tutti i momenti che appartengono al passato si trovano in un medesimo spazio: si vedono su di uno stesso piano, giacciono gli uni insieme con gli altri, tutti cadono nel medesimo abisso. E d'altra parte lunghi intervalli non possono sussistere in una realtà (la vita, ndr) che è breve nel suo insieme". È così anche per quanto riguarda il rapporto tra me ed Ottaviano: i ricordi si presentano tutti insieme e in una sola volta. Innanzi tutto, Del Turco è abruzzese. Il suo paese natale si chiama Collelongo. Ci si arriva per una strada che finisce lì. Eppure, per lui quella località sperduta è sempre stata molto importante. Colà aveva scelto il suo "buon ritiro" (una bella casa ristrutturata con cura), che si è trasformato nel suo carcere.
È nota la sua attività di pittore: una passione che ha retto persino alla prova degli anni difficili della politica. E, purtroppo, ad eventi dolorosi più recenti. Prima che la malattia prendesse il sopravvento anche sul pennello, la tela e la tavolozza. Più piccolo di una numerosa squadra di fratelli, Ottaviano (il nome è legato al posto occupato nella saga familiare) seguì i più grandi quando andarono a cercare lavoro a Roma. I maschi avevano preso dal padre Giovanni ed erano tutti socialisti. Ottaviano scoprì giovanissimo la politica, anche come mestiere, nella Federazione romana del Psi. Chiusa l'esperienza nel partito andò a lavorare al sindacato e, dopo una breve permanenza all'Inca (il patronato della Cgil) si trovò alla Fiom durante l'autunno caldo.
A suo onore va detto che non appartenne mai (chi scrive ne fu invece tentato) alla combriccola dei "giovani turchi", abbacinati dai fasti di quella stagione, che pensavano fosse venuta l'ora dell'assalto al Palazzo d'Inverno del potere. Fu sempre attento ai rapporti con la Confederazione.
Da moderato, non fu mai ben visto completamente nella Fiom, al punto di essere sostanzialmente emarginato (forse si fece estromettere volentieri) dalla gestione della vertenza Fiat del 1980, benché ricoprisse il ruolo di segretario generale aggiunto. Aveva delle intuizioni felici.
Fu il primo, nel sindacato, a sollevare il problema dei quadri e dei tecnici e ad individuare l'esigenza di soluzioni contrattuali specifiche per queste categorie. La cosa sollevò un mezzo scandalo, come sempre accadeva (e accade) in Cgil quando qualcuno inventava soluzioni nuove. Ma Del Turco non sarà ricordato per la sua particolare capacità di approfondire le questioni di merito, anche se la legge del contrappasso ha voluto che, alcuni decenni dopo, diventasse titolare del Dicastero più tecnico e complicato che esista (le Finanze). Del resto, da un vero leader nessuno pretende una conoscenza particolareggiata del sistema dei ticket sanitari. È stato, però, uno dei primi sindacalisti a capire l'importanza dei media.
E a comprendere, soprattutto, che una buona intervista (come aveva insegnato Luciano Lama), magari su La Repubblica, valeva di più (anche sul piano interno) di un articolato documento, scritto in sindacalese e votato da un organismo sindacale dopo ore di discussione. Durante gli incontri col Governo o qualche importante trattativa il suo vero pezzo di bravura si svolgeva quando l'incontro stava per concludersi. Riusciva sempre ad andarsene pochi minuti prima.
Scendeva in sala stampa - praticamente da solo - e veniva accerchiato da un nugolo di giornalisti brandenti microfoni, taccuini e telecamere (allora i sindacalisti erano ascoltati). E dava il suo giudizio sull'incontro. Poi, quando scendevano le delegazioni al gran completo, i colleghi tenevano lunghe conferenze stampa, nelle quali venivano illustrati meticolosamente tutti gli aspetti del negoziato. Ma l'incipit era il più delle volte suo, come sue erano le prime riprese che andavano in onda nei telegiornali e le classiche tre parole che, nella società della comunicazione, mandano al macero intere biblioteche.
Proveniente dalla Fiom, entrò nel 1983 in segreteria confederale e divenne subito "aggiunto" di Lama. La sorte volle che Del Turco si trovasse a gestire la "grande rissa" tra comunisti e socialisti del 1984 e 1985 sulla scala mobile, dopo il decreto di San Valentino. Lo fece con molta fermezza e tanto equilibrio, in tandem con Lama. E sempre con molta attenzione all'unità della Cgil. In quegli anni, circolarono addirittura alcune leggende metropolitane secondo le quali a Del Turco era stato offerto di diventare il segretario di un costituendo sindacato democratico (Cisl + Uil + socialisti Cgil), ma Ottaviano non prese mai in considerazione tale ipotesi (peraltro confermata in un libro di Pierre Carniti, pubblicato postumo). L'atteggiamento di lealtà tenuto in quel periodo gli valse un grande rispetto da parte dei comunisti (i quali erano molto meno settari, al dunque, dei loro eredi di oggi, finiti nella Legione straniera del Pd o sparpagliati in qualche gruppetto nostalgico di ex socialisti). Basti pensare che Del Turco divenne, negli anni successivi, uno degli oratori ufficiali ai funerali dei leader del Pci (a partire da quello - solenne e solennizzato - di Enrico Berlinguer).
Ottaviano, negli ultimi tempi trascorsi in Cgil, era sempre meno interessato all'attività sindacale. Da tanto attendeva che dal partito gli venisse fatta una proposta. La sua maggiore aspirazione sarebbe stata la presidenza della Rai. Ma Craxi taceva. La sua grande occasione si presentò tra il 1992 e il 1993, nel pieno di Tangentopoli. Craxi non era ancora inquisito, ma ormai si era capita l'antifona: sarebbe stato sufficiente attendere qualche settimana, poi la questione socialista si sarebbe trasformata in un problema giudiziario. Claudio Martelli faceva la fronda (il suo slogan, rivolto a Craxi, era: "Un segretario non può diventare il "problema" del suo partito"). Ottaviano si schierò con lui, sia pure su di una linea leggermente diversa.
Si mise ad andare il giro per l'Italia a riunire i sindacalisti socialisti all'insegna dell'appello al capo supremo: il partito è inquinato, Craxi faccia pulizia (e magari con l'aiuto di qualche sindacalista autorevole). Intanto, dopo i dissensi con Trentin in merito all'accordo triangolare del luglio 1992, per Del Turco l'aria si era fatta stretta in Cgil. Decise di forzare i tempi ed annunciò che se ne sarebbe andato, anche senza avere altri incarichi a disposizione. Era il marzo del 1993. La maggioranza del partito, poche settimane prima, gli aveva reso un grave affronto, scegliendo Giorgio Benvenuto, quale segretario al posto di re Bettino.
Come Cincinnato, Ottaviano si ritirò a Collelongo. Intanto la situazione si deteriorava. Dopo qualche mese Benvenuto passò la mano, in polemica col vecchio gruppo dirigente che, a suo dire, non voleva farsi da parte. Ma in verità non volle prendere a mano la situazione amministrativa che Giorgio considerava disperata. Venne così il momento di chiamare Del Turco alla segreteria. Ottaviano si accinse a guidare i resti del Psi con molta fiducia in se stesso e girando in lungo e in largo l'Italia. Ma ormai non c'era più nulla da fare.
L'anno dopo, toccò a lui condurre lo scontro decisivo con Craxi e vincerlo. Quando era già troppo tardi. Dopo aver lanciato Enrico Boselli alla guida di ciò che restava dello Sdi, Del Turco divenne parlamentare e ministro. Ritrovò posto sui media e la figlia gli regalò due bei nipotini. Soprattutto, svolse un ruolo assai positivo da presidente della Commissione antimafia, contro l'abuso dei pentiti ed una certa maniera disinvolta di amministrare la giustizia. Poi fu parlamentare europeo, e infine candidato vittorioso del centro sinistra alla presidenza della Regione Abruzzo.
In quel ruolo divenne vittima di un clamoroso errore giudiziario che ne ha provocato l'arresto, le dimissioni, l'ostracismo e una condanna passata in giudicato dopo una lunga trafila processuale. Dicono che un Paese è libero quando i cittadini onesti, sentendo suonare il mattino presto alla porta di casa, pensano che sia il lattaio. Probabilmente anche Ottaviano Del Turco, esattamente il 14 luglio del 2008, si chiese come mai il lattaio passasse ad un'ora antelucana in quel giorno destinato a diventare uno dei più drammatici della sua vita.
Invece, aprendo ancora assonnato il portone dell'abitazione di Collelongo, trovò i militari della Guardia di Finanza che gli intimarono di raccogliere un po' di biancheria e lo condussero nel carcere di Sulmona a rispondere di un'imputazione pesante e disonorevole per un uomo politico, come la corruzione. Chi scrive conferma la convinzione più volte manifestata in tante sedi che Del Turco fosse completamente estraneo alle accuse, tanto da ripetere, con la persecuzione giudiziaria subita, un nuovo "caso Tortora".
Da allora, Del Turco è divenuto un uomo isolato e ignorato dal suo partito, dimenticato da tutti tranne che dai familiari e dagli amici, ferito nei sentimenti più intimi, escluso da quella politica attiva che ha rappresentato per decenni la sua ragione di vita. Fino ad essere oggetto di un abuso: la privazione di quelle risorse (il vitalizio) che consentono ai suoi cari di curarlo e di assicurargli di sopravvivere con dignità. Ma le sue condizioni di salute non gli permettono neppure di dire ai Maramaldi che lo hanno pugnalato: "Vili! Uccidete un uomo morto".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 10 dicembre 2020
La vicenda giudiziaria che ha ingiustamente distrutto la vita pubblica e privata di Ottaviano Del Turco (e facilitato o comunque reso migliore, in varia misura, quella di molti dei suoi accusatori) provoca ancora oggi in me, suo avvocato difensore, un senso di nausea e di indignazione. Ottaviano Del Turco commise un solo - ma fatale - errore, nella sua esperienza di Governatore dell'Abruzzo: ritenersi più forte dell'immenso potere esercitato dalla sanità privata in quella Regione. Perseguì - starei per dire con sorprendente impudenza la priorità politica di ricondurre nella legalità il rapporto tra sanità pubblica e privata.
La vicenda giudiziaria che ha ingiustamente distrutto la vita pubblica e privata di Ottaviano Del Turco (e facilitato o comunque reso migliore, in varia misura, quella di molti dei suoi accusatori) provoca ancora oggi in me, suo avvocato difensore, un senso di nausea e di indignazione dal quale mi sento puntualmente sopraffatto.
Ma questa ultima infamia, del trattamento pensionistico revocato ad un uomo gravemente malato e reso del tutto inconsapevole dal morbo di Alzheimer all'ultimo stadio, mi costringe a rimettere mano a questa incredibile, invereconda vicenda. Ottaviano Del Turco commise un solo - ma fatale - errore, nella sua esperienza di Governatore dell'Abruzzo: ritenersi più forte dell'immenso potere esercitato dalla sanità privata in quella Regione. Prima in campagna elettorale, poi appena eletto, perseguì - starei per dire con sorprendente impudenza, ma questo era l'uomo - la priorità politica di ricondurre nella legalità il rapporto tra sanità pubblica e privata, istituendo finalmente un meccanismo di controllo serio e credibile sull'immenso flusso di denaro pubblico che confluiva senza freni nella sanità privata convenzionata.
In tre anni al governo della Regione - come alla fine hanno dovuto prendere atto, dalla Corte di Appello in avanti, gli stessi suoi giudici- la Giunta Del Turco, semplicemente accertando irregolarità ed illegittimità retributive del più vario genere, aveva revocato alle cliniche private abruzzesi qualcosa come un centinaio di milioni di euro. Per darvi una dimensione della enormità di quella scelta politica ed amministrativa, sappiate che la precedente Giunta aveva contestato e recuperato, allo stesso titolo, 200mila euro.
Cento milioni contro duecentomila euro. Quando, il 14 luglio 2008 la Polizia Giudiziaria venne a prenderlo a casa per portarlo in carcere (insieme a mezza sua Giunta regionale), l'ordinanza di custodia cautelare che Ottaviano, incredulo, poté leggere era scritta interamente recependo senza filtri le dichiarazioni di due signori: Vincenzo Maria Angelini, proprietario del più importante gruppo di cliniche private abruzzesi; e Luigi Pierangeli, presidente dell'Aiop, associazione di categoria che raggruppava tutte le restanti cliniche private diverse da quelle del gruppo Angelini. Il cento per cento della Sanità privata abruzzese dava il benservito alla Giunta che aveva osato tanto.
I due gruppi erano in realtà in forte competizione tra di loro; ma l'obiettivo fu infine convergente. Pierangeli era andato in Procura a Pescara non meno di una ventina di volte (ma forse di più, non ho voglia di andare a contarle), con altrettante denunce raccolte a verbale, nelle quali affermava (ed a suo dire documentava) che tutte le iniziative amministrative adottate dalla Giunta Del Turco in materia sanitaria erano illegittime, e tutte indebitamente favorevoli al gruppo Angelini.
Questa incredibile e quasi maniacale attività di denuncia fu recepita dalla Procura di Pescara senza una sola obiezione, ed infine trasfusa pari pari in un incredibile raffica di capi di imputazione per abuso in atti di ufficio, falsi ideologici e chi più ne ha più ne metta, dei quali - ascoltatemi bene - non uno solo, dico non uno solo, è sopravvissuto all'impietoso giudizio di inesistenza dei fatti, ovviamente solo dopo la incredibile sentenza di primo grado che, asseverando invece senza esitazioni la bontà di quelle denunce, condannò Del Turco a dieci anni di reclusione.
Nulla, una montagna di chiacchiere pretestuose, gratuite, infondate, grossolanamente speculative, odiosamente saccenti, desolatamente insensate dal punto di vista tecnico-giuridico, utilissime però a fare fuori quella Giunta, come puntualmente accadde. Angelini servì a chiudere il cerchio. Perché mai, d'altronde, la Giunta Del Turco avrebbe così impudentemente favorito le cliniche del suo gruppo, se non per il vile denaro?
Perciò Angelini viene convocato in Procura, ma cade dalle nuvole: mai dato una lira. Senonché viene contestualmente ad apprendere - sono atti del processo, a disposizione di chiunque vorrà consultarli - che la Procura sta mettendo da tempo il naso nelle sue attività di storno di immense quantità di denaro (già una sessantina di milioni di euro) che egli starebbe da tempo sottraendo alle sue aziende. Brutta storia. Ma forse, gli dice il Procuratore capo dott. Trifuoggi, questi soldi, o una importante parte di essi, Lei dott. Angelini li ha distratti dalle aziende perché costretto a pagare la politica? Ci pensi bene, perché in questo caso da potenziale indagato (di bancarotta per distrazione, per esempio, ma anche di corruzione), lei diventa persona offesa, vittima, concusso da Del Turco e sodali, sa quella storia della concussione ambientale, Mani Pulite eccetera. Insomma, ci pensi bene. Il verbale del primo approccio in Procura è testualmente in questi termini.
Ci penso su, dice Angelini, ingolosito. Dopo qualche giorno, ritorna, per dire: a ben riflettere, oltre sei milioni di quei soldi che ho ritirato in contanti dalle mie aziende li ho dovuti dare alla vorace banda Del Turco. D'altro canto, basta leggere l'incipit della sua "collaborazione", per capire di cosa stiamo parlando: "Sono qui questa sera perché mi è stato assicurato che sarei stato compreso per quello che più avanti dirò". Assicurato? E da chi? È la Giustizia, bellezza.
Qui inizia la grottesca, tragicomica sarabanda dei "riscontri oggettivi": l'imprenditore deposita, in tempi successivi, le ricevute telepass di una serie di autovetture delle sue aziende, e le ricevute bancarie dei prelievi in contanti di somme dai conti correnti delle sue società.
Attribuisce tutte le uscite autostradali al varco di Aielli-Celano, di qualsivoglia e non identificata autovettura delle sue Società, quale prova delle sue trasferte a casa di Del Turco. Che non abita, ovviamente, dentro il casello di Aielli Celano, ma a Collelongo, uno dei molti paesi (ad almeno 20 km di distanza dal casello) per raggiungere i quali chi viene da Chieti in autostrada può uscire a quel varco. Il quale ultimo torna però anche utilissimo per raggiungere una delle vicine cliniche di Angelini, impegnando anzi la via più breve. Nossignore, spiegherà Angelini quando finalmente noi potremo obiettarlo in dibattimento, non ho mai fatto utilizzare né al mio autista né ai miei dipendenti quella uscita, uso solo ed esclusivamente, senza una eccezione che sia una, quella successiva di Avezzano (percorso totale più lungo).
"Me possino cecamme", si direbbe a Roma (basterebbe infatti una qualsivoglia altra ragione di uscita a quel casello, per elidere ogni già flebile capacità indiziante rispetto alla casa di Del Turco). Mai uscito ad Aielli Celano in vita mia, né alcuno dei miei, se non per andare a casa di Del Turco carico di denari. Lui seleziona 26 uscite ad Aielli Celano, e tenta di incrociarle con i prelievi, ma è sfortunato e non ne trova nemmeno uno coincidente.
La cosa incredibile è che la Procura di Pescara non fa un plissè quando Angelini spiega a suo modo l'arcano: il Satrapo mi faceva avvertire dai suoi di preparare prima i soldi (ecco i ritiri al bancomat o in banca), e dopo alcuni giorni, a suo piacimento, giocando come il gatto con il topo, mi ordinava di portarglieli immediatamente. Ecco allora come si fanno coincidere - si fa per dire, naturalmente! - i prelievi (da lui scelti tra centinaia di altri identici, tramite i quali ha depredato le sue società) con i famosi Telepass, tutti relativi a date diverse.
Come fa, dott. Angelini, a ricordare quali fossero i 26 prelievi per Del Turco, tra centinaia di altri identici? Solo chi ha sofferto le indicibili umiliazioni che ho subito io da Del Turco potrebbe non ricordarli. E come mai le uscite ad Aielli Celano sono invece quasi una ottantina? Andavo a fargli visita spesso, per parlare di politica. Uno stalker, più che un concusso.
Siamo su Scherzi a Parte? Nossignori, siamo dentro il famoso processo Del Turco e la sua "montagna di prove" che la Procura di Pescara ebbe l'impudenza di preannunciare in una roboante conferenza stampa. Sto solo raccontando - per quanto incredibili siano - alcune delle più esilaranti (se non parlassimo di una tragedia) "prove" in base alle quali, come se niente fosse, è stato massacrato un galantuomo, un grande protagonista delle lotte sindacali ed operaie degli anni ruggenti, un socialista con la schiena diritta e le mani pulite.
Vuoi vedere che prima o poi qualcuno dei nostri famosi "giornalisti di inchiesta", gli eroici nostri cronisti giudiziari che scodinzolano ubbidienti nei corridoi degli Uffici di Procura, o ne attendono trepidanti i wapp, troverà un po' di coraggio e andrà finalmente a cercare di capire come, e soprattutto perché, sia potuto accadere tutto ciò? E non vi ho ancora raccontato niente: preparatevi, nella prossima puntata, a sentire il racconto delle foto delle mele, delle noci, e delle buste piene di soldi: Groucho Marx, al confronto, è un dilettante. Meno male che Tu, Ottaviano, amico mio, non riesci più a sentire nemmeno l'olezzo maleodorante che torna su da questi ricordi dolorosi. A volte la malattia sa essere pietosa.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2020
Il rischio di contrarre il virus deve essere "concreto" anche in presenza di patologie che aggravano la malattia fino alla morte. Il Covid 19 non spalanca le porte del carcere a chi sia portatore di una di quelle malattie che - è ormai acclarato - aggravano o conducono alla morte in caso si contragga il virus. L'altro elemento che, infatti, deve necessariamente sussistere per la conversione in detenzione domiciliare di chi è sottoposto al rigido regime carcerario, è quello della sussistenza di un rischio concreto legato alla situazione del singolo istituto penitenziario. Perciò la Cassazione - con la sentenza n. 35012/2020 - ha respinto il ricorso di un detenuto per associazione di stampo mafioso che pretendeva di avere diritto alla sostituzione del carcere con i domiciliari, a causa delle proprie patologie cardiovascolari.
I giudici di legittimità hanno affermato invece che, a fronte della generale invasività della pandemia, il carcere non è specifico elemento di rischio in sé, ma lo diventa solo a fronte della rilevata esistenza di casi positivi e dell'impossibilità di applicare le adeguate misure protettive anticontagio, nello specifico istituto di pena, da cui si chiede di uscire per ragioni di salute. La Cassazione risolve così la questione dei presupposti per la conversione della detenzione carceraria in quella domiciliare interpretando a contrario la norma "anticovid" dell'articolo 3 del Dl 29/2020, che disciplina l'attività costante di monitoraggio sui casi in cui sia stato riconosciuto il beneficio dei domiciliari. La disposizione specifica, infatti, che sarà onere del giudice accertare periodicamente la sussistenza o il venir meno dell'inadeguatezza "sanitaria" del carcere al fine della conferma o della revoca dei domiciliari eventualmente concessi. Da ciò deriva l'affermata insufficienza delle sole gravi patologie che pregiudicano il decorso nel caso di malattia da Covid 19.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2020
"Illegittimo escluderli dai rimborsi per la difesa in giudizio". "Considerata la sua primaria importanza costituzionale, anche al giudice di pace va garantita un'attività serena e imparziale, non condizionata dai rischi economici di pur infondate azioni di responsabilità". La sentenza n. 267 di oggi della Corte costituzionale costituisce un passaggio rilevante nella battaglia dei Giudici di pace (da una settimana in "agitazione permanente") per il riconoscimento del proprio status professionale.
Giudicando sulla legittimità di una norma che li escludeva dal rimborso delle spese di difesa in giudizio, la Consulta ha infatti affermato che nei giudizi sulla responsabilità civile, penale e amministrativa è irragionevole riconoscere il rimborso al solo giudice "togato", quale dipendente di un'amministrazione statale, e non anche al giudice di pace, in quanto funzionario onorario: considerata l'identità della funzione del giudicare - argomenta la Corte - e la sua primaria importanza costituzionale, anche al giudice di pace va garantita un'attività serena e imparziale, non condizionata dai rischi economici di pur infondate azioni di responsabilità.
È stato dunque dichiarato illegittimo l'articolo 18 del Dl n. 67 del 1997, convertito dalla legge n. 135 del 1997, là dove non prevede che il ministero della Giustizia rimborsi al giudice di pace le spese di difesa sostenute nei giudizi di responsabilità civile, penale e amministrativa, promossi per fatti di servizio e conclusisi con provvedimento di esclusione della responsabilità.
Le questioni erano state sollevate dal Tar del Lazio in un giudizio relativo alle spese di difesa sostenute da un giudice di pace in un procedimento penale nel quale egli era imputato di corruzione in atti giudiziari ma che era terminato con la sua assoluzione.
La Consulta richiama la decisione della Corte Ue (causa C-658/18, UX) secondo cui i Gdp "svolgono le loro funzioni nell'ambito di un rapporto giuridico di subordinazione sul piano amministrativo", riportandone la figura alla nozione di "lavoratore a tempo determinato", ragion per cui le differenze di trattamento rispetto al magistrato professionale non possono essere giustificate dalla sola temporaneità dell'incarico, ma unicamente "dalle diverse qualifiche richieste e dalla natura delle mansioni". Ed è nell'ambito di tale valutazione che, per la Cgue, assume rilievo la circostanza che per i soli magistrati ordinari la nomina debba avvenire per concorso e che ad essi siano riservati i casi di maggiore complessità.
"La differente modalità di nomina - prosegue la Corte costituzionale -, il carattere non esclusivo dell'attività giurisdizionale svolta e il livello di complessità degli affari trattati rendono conto dell'eterogeneità dello status del giudice di pace, dando fondamento alla qualifica "onoraria" del suo rapporto di servizio". "Questi tratti peculiari non incidono tuttavia sull'identità funzionale dei singoli atti che il giudice di pace compie nell'esercizio della funzione giurisdizionale, per quanto appunto rileva agli effetti del rimborso di cui alla norma censurata".
Del resto, continua la sentenza, la ratio dell'istituto, consistente nell'evitare che il pubblico dipendente possa subire condizionamenti in ragione delle conseguenze economiche di un procedimento giudiziario, "sussiste per l'attività giurisdizionale nel suo complesso, quale funzione essenziale dell'ordinamento giuridico, con pari intensità per il giudice professionale e per il giudice onorario".
In questo senso, il beneficio del rimborso delle spese di patrocinio "attiene non al rapporto di impiego [...] bensì al rapporto di servizio", trattandosi di un presidio della funzione, rispetto alla quale il profilo organico appare recessivo. Nè si può trascurare, prosegue la decisione, che la posizione del giudice di pace appare "particolarmente significativa nei giudizi di rivalsa dello Stato a titolo di responsabilità civile", in quanto, la norma "non distingue il giudice di pace da quello professionale, entrambi chiamati a rispondere anche per negligenza inescusabile".
"Attesa l'identità della funzione del giudicare, e la sua primaria importanza nel quadro costituzionale - conclude la Corte - è irragionevole che il rimborso delle spese di patrocinio sia dalla legge riconosciuto al solo giudice 'togato' e non anche al giudice di pace, mentre per entrambi ricorre, con eguale pregnanza, l'esigenza di garantire un'attività serena e imparziale, non condizionata dai rischi economici connessi ad eventuali e pur infondate azioni di responsabilità".
di Paola Marano
Il Mattino, 10 dicembre 2020
Sono 49 i detenuti positivi al coronavirus nelle carceri della Campania. Tra questi due ricoverati: uno al Cotugno, e un altro a Salerno. Il numero più alto di contagiati si registra a Secondigliano (29), seguito da Poggioreale con 15 casi.
Lo ha reso noto il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, durante la presentazione di "Quaderni di ricerca", report sullo stato dell'arte degli istituti penitenziari, realizzato insieme all' Osservatorio regionale sulla detenzione.
Uno scenario che ha spinto il garante a lanciare un nuovo appello al mondo della politica e delle istituzioni per la limitare il rischio di contagio nelle aree di reclusione. "Bisogna rivedere il decreto ristori che dà la possibilità soltanto a coloro che devono scontare un anno e sei mei di carcere di andare in detenzione domiciliare con il braccialetto - ha detto Ciambriello - Noi vorremmo che fosse possibile per più persone e che venga eliminata la clausola che permette al magistrato di sorveglianza di negare la misura qualora si ravvisino gravi motivi ostativi. Si tratta di una clausola ingiusta, ipocrita, incostituzionale, perché i detenuti di fronte alla legge sono tutti uguali".
Non solo Covid. Il rapporto illustrato nella sede del consiglio regionale al centro direzionale di Napoli accende i riflettori sulla condizione dei minori in area penale. Secondo lo studio, in Campania ogni anno 5.000 minori tra i 12 e i 18 anni vengono fermati, identificati, riaffidati ai genitori, denunciati, condotti in una comunità o sottoposti alla misura della messa alla prova.
Ad oggi, nell'istituto penale di Nisida, si registrano 42 ristretti, ad Airola 32. I minori presi in carico dagli uffici di servizio sociale nel 2020 sono 315, mentre quelli collocati nelle 72 comunità convenzionate sono invece 115 tra minori e giovani adulti. "La mia percezione è che dei minori non si occupa nessuno perché i minori non votano", ha rimarcato il garante.
Resta alta l'attenzione sul tema dei suicidi: nelle carceri campane durante il 2020 si contano 9 suicidi, a fronte di un dato nazionale di 55. Dalla salute mentale all'edilizia dei luoghi che ospitano i detenuti nel loro percorso di rieducazione: Ciambriello ha denunciato lo stallo di 12 milioni di euro stanziati per la ristrutturazione di alcuni padiglioni di Poggioreale e mai utilizzati. "Ci sono a disposizione fondi - ha ricordato Ciambriello - assegnati 3 anni fa al provveditorato campano delle opere pubbliche e mai stati spesi, non c'è stata ancora nessuna gara".
Un quadro sistemico di criticità quello tracciato dall'osservatorio regionale, in cui si inserisce la volontà del presidente del consiglio regionale della Campania Gennaro Oliviero di avviare l'iter per una nuova legge sulle carceri, che riveda anche i compiti del garante dei diritti dei detenuti. Formazione, istruzione e sanità i punti cardine della proposta di legge di cui Oliviero sarà primo firmatario. "Dobbiamo fare in modo che chi vive in una condizione di restrizione lo possa fare nel pieno rispetto della dignità umana" ha spiegato Oliviero, il cui auspicio è che la popolazione carceraria sia tra le prime ad essere vaccinata "perché' vivendo una condizione di restrizione può rientrare tra le categorie a rischio".
di Massimo Romano
napolitoday.it, 10 dicembre 2020
Il dato emerge dallo studio pubblicato dal Garante dei detenuti della Campania: "Bisogna educare i genitori ancora prima dei ragazzi". In Campania, ogni anno, ci sono 5mila minori tra i 12 e i 18 anni, che vengono fermati, identificati, riaffidati ai genitori, denunciati, condotti in una comunità o sottoposti alla misura della messa alla prova. L'allarme sociale è lanciato da Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, che ha presentato i "Quaderni di ricerca", studio sulle criticità del sistema detentivo regionale.
Numerosi sono i casi a rischio di devianza, di abbandono, di povertà, educativa, culturale, educativa. Sono 250 i minori impegnati in percorsi rieducativi, 125 sono destinati all'affidamento in comunità e 70 sono accolti nei centri di accoglienza. Tra Napoli e provincia, ci sono 593.036 minori, nello specifico nel Napoletano, si contano 172.304 minori cioè il 17,8% della popolazione.
Ad oggi, nell'Ipm di Nisida si registrano 42 ristretti, ad Airola 32 ristretti. Nell'approfondimento dedicato ai minori è presente anche il contributo di una voce autorevole come quella di Giuseppe Centomani, Dirigente del Centro di Giustizia Minorile della Regione Campania. I minori presi in carico dagli Uffici di Servizio Sociale per la prima volta nel 2020 sono 315, quelli collocati nelle 72 comunità convenzionate sono 115 tra minori e giovani adulti, infine frequentano il Centro Diurno Polifunzionale di Nisida e quello di Santa Maria Capua Vetere, 58 tra minori e giovani adulti.
- Trieste. Contagi al carcere Coroneo, stop all'ingresso di nuovi detenuti
- Padova. Donato Bilancia in ospedale per Covid
- Trapani. Il carcere di Favignana in pessime condizioni
- Padova. Per la pasticceria del carcere crescono gli acquisti on line
- Milano. La bellezza invade e trasforma il carcere di San Vittore











