di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 14 marzo 2021
1. Ricordiamo tutti il passaggio di consegne tra il governo Letta e il governo Renzi: una delle più sbrigative e gelide cerimonie della campanella che Palazzo Chigi rammenti. Era il 22 febbraio 2014: un tempo distante come il pleistocene, per la politica italiana ma ancor più per la biografia di Enrico Letta, ormai lontanissimo da quel "tengo il broncio, ergo sum". Non sarà, il suo, un ritorno all'insegna del risentimento: in politica come nella vita, il destino di chi si ostina a guardare indietro è quello della moglie di Lot, trasformata in un'immobile statua di sale.
casertanews.it, 14 marzo 2021
Le somministrazioni sono iniziate in mattinata, dopo che nelle settimane hanno perso la vita tre agenti. Parte la campagna di vaccinazione anti Covid per gli agenti della polizia penitenziaria del carcere di Carinola. Le somministrazioni sono iniziate questa mattina, dopo che nelle settimane hanno perso la vita tre agenti, contagiati a causa di un focolaio Covid che ha reso indisponibili al servizio una trentina di poliziotti penitenziari.
La campagna vaccinale ha preso il via venerdì presso il carcere di Benevento e via via sarà estesa a tutte le strutture carcerarie della Campania. Il personale può effettuare la registrazione al sito regionale della Campania. "Si è data priorità agli agenti - ha spiegato Antonio Fullone, responsabile regionale dell'amministrazione penitenziaria - perché entrano ed escono continuamente dagli istituti e, quindi, possono rappresentare un veicolo di contagio per i detenuti. A breve, la vaccinazione partirà, anche per questi ultimi, ovviamente per chi ne farà richiesta". Sono circa 4000 i poliziotti penitenziari che prestano servizio in Campania. Per il vice segretario regionale Osapp Campania Luigi Castaldo, con la vaccinazione degli agenti "si creerà uno scudo contro il Covid-19 per tutti i ristretti, che a breve, in funzione dei Dpcm, saranno vaccinati". L'Osapp auspica "un intervento mirato della politica in un piano di assunzioni straordinarie per contrastare la battaglia contro il virus".
di Roberta De Rossi
La Nuova Venezia, 14 marzo 2021
Ai detenuti che hanno scelto il rito abbreviato sconto di pena, per altri 16 il processo si aprirà nel mese di maggio. Nei giorni in cui, nel carcere di Santa Maria Maggiore (come in quello femminile della Giudecca) personale, agenti e detenuti vengono sottoposti al vaccino anti-Covid, arriva la prima sentenza per la violenta protesta di marzo 2020: iniziata con la tradizionale "battuta" delle stoviglie contro i ferri delle celle - contro il blocco delle visite causa lockdown e il sovraffollamento - la giornata era poi degenerata sulla scia dell'azione di una cinquantina di detenuti: videocamere di sorveglianza distrutte, suppellettili infrante, lenzuola date alle fiamme, con spirali di fumo che uscivano dalle finestre del carcere, creando grande allarme e squadre dei vigili del fuoco che avevano operato per ore, orientando i getti dell'acqua verso l'interno del carcere.
Ieri, la giudice per le udienze preliminari Marta Paccagnella ha accolto le richieste di condanna - da 6 a 18 mesi - avanzate dal pubblico ministero Giorgio Gava per i sette detenuti che avevano chiesto il rito abbreviato, ottenendo quindi uno sconto di un terzo della penna. L'udienza si è svolta in aula bunker a Mestre, per permettere i collegamenti con i 23 detenuti delle più diverse nazionalità (cittadini tunisini, marocchini, rumeni, nigeriani, senegalesi, bulgari e italiani), che sono stati accusati dal pubblico ministero Gava di danneggiamento aggravato e resistenza a pubblico ufficiale.
Per alti 16 imputati il processo avrà inizio davanti al Tribunale di Venezia il 17 maggio. Tra questi, anche il chioggiotto (con casa alla Giudecca) Manuel Fabris accusato di rapina, il veneziano Clyde Salvagno, il chioggiotto Lino Tiozzo Compini e Alberto Sarpato (residente a Piove di Sacco, anche lui detenuto per rapina). Hanno scelto di difendersi in aula. Tra gli avvocati che li rappresenteranno Mauro Serpico, Federico Tibaldo, Marco Zanchi, Elisabetta Costa, Giuseppe Vio, Claudia Vianello, Andrea Cerutti.
La protesta risale al 10 marzo 2020, nei primi giorni di lockdown totale ed era iniziata - come tante altre volte - con la battuta delle stoviglie. Poi era andata degenerando: chi aveva ricavato mazze dalle zampe dei tavoli, chi distrutto le videocamere di sorveglianza, chi bloccato con frigo e tavoli i cancelli per impedire l'arrivo della polizia, utilizzando anche gli idranti antincendio contro gli agenti, chi mandato in frantumi le finestre, chi tentato di sfondare i cancelli di sbarramento, chi dato fuoco a lenzuola legate alle inferiate delle finestre, chi è accusato di aver contribuito a mandare in frantumi ben 22 vetrate. In quest'ultimo anno, altre proteste si sono susseguite a Santa Maria Maggiore - troppo affollato, rispetto alla sua capienza - ma sempre nell'ambito della legittimità. Intanto, il garante per i diritti delle persone private della libertà, comunica che in questi giorni il personale, detenuti e detenute si stanno sottoponendo al vaccino AstraZeneca. Una cinquantina i detenuti che sono risultati positivi al virus negli ultimi mesi e che quindi non saranno vaccinati, mentre per ora hanno dato l'adesione in 70 sui circa 200 presenti a Santa Maria Maggiore. Al carcere femminile della Giudecca, 50 adesioni tra le 75 detenute.
unacittaincomune.it, 14 marzo 2021
Presentata una mozione in consiglio comunale. In questi giorni in cui la cittadinanza guarda ansiosa al piano vaccinale della Regione toscana in attesa del proprio turno, contando le dosi destinate a quella o questa categoria e connettendosi più volte al giorno al portale di prenotazione, ci chiediamo quando inizierà la vaccinazione delle persone private della libertà residenti al Carcere Don Bosco. È lo stesso carcere che il Garante dei diritti delle persone private di libertà nel suo ultimo rapporto (Ottobre 2020) descrive, tra le altre cose, come una casa circondariale "dove il numero dei presenti è di gran lunga superiore alla capienza massima in rapporto anche alle attuali situazioni di emergenza sanitaria".
Dal XVII rapporto di Antigone pubblicato lo scorso 11 Marzo emerge come durante la seconda ondata, nonostante alcune precauzioni, siano spesso scoppiati focolai nelle carceri italiane. È, ad esempio, di pochi giorni fa la notizia del focolaio scoppiato nel carcere di Volterra dove su 167 detenuti si sono riscontrati più di 60 positivi. Questi numeri sono agghiaccianti, solo se pensiamo che tra le persone detenute ci sono persone vulnerabili e persone anziane. Non solo: un istituto di pena è un luogo della comunità, dove ci lavorano educatori, ragionieri, amministrativi, assistenti sociali, agenti, insegnanti, maestri d'arte, registi, attori, volontari: gestire le misure di precauzione e di contenimento è terribilmente più complesso che negli altri luoghi di lavoro.
Per dare l'idea di quanto il carcere sia un luogo maggiormente a rischio di altri, l'Associazione Antigone, sempre nel suo ultimo rapporto, ha calcolato il tasso medio di positività su 10.000 persone nella popolazione carceraria e in quella libera: nel mese di Dicembre 2020 un tasso medio di positività nelle carceri era di 179,3, mentre nella popolazione libera in Italia era 110,5.
Nel mese di Febbraio 2021 il tasso vediamo che rimane sempre più elevato nelle carceri con 91.1 mentre nella popolazione libera è del 68.8. È di qualche giorno fa la notizia, diffusa dalla stessa Regione, che per la metà di marzo si sarebbe avviata la campagna di vaccinazione nelle carceri: ci attendiamo che questa data non subisca altri rinvii. Nel mondo della detenzione, i soli ad avere avuto la possibilità di accedere alle vaccinazioni sono gli agenti di polizia penitenziaria: una operazione che rischia di essere inutile se non si procede immediatamente alla profilassi vaccinale dei detenuti e dei lavoratori Per questo abbiamo presentato una mozione in consiglio comunale con cui chiediamo al Sindaco di intervenire e di informare la comunità: la salute dei detenuti e chi in carcere ci lavora è interesse di tutti e tutte.
Diritti in comune: Una città in comune - Rifondazione Comunista - Pisa Possibile
di Michele Andreucci
Il Giorno, 14 marzo 2021
La firma a Bergamo: le forze dell'ordine potranno valutare in tempo reale i rischi di recidiva. Avvertire, con congruo anticipo, l'Ufficio minori e vittime vulnerabili della Divisione Anticrimine della Questura di Bergamo della data di scarcerazione delle persone detenute per reati relativi alla violenza di genere (maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale, pedofilia), per consentire alle forze dell'ordine di valutare per tempo eventuali rischi di recidiva e tutelare al massimo le potenziali vittime.
È questo il senso del "Protocollo a tutela delle vittime della violenza di genere" siglato tra Questura e Casa Circondariale di Bergam. L'intesa è stata sottoscritto dal questore di Bergamo Maurizio Auriemma e dalla direttrice del carcere di via Gleno Teresa Mazzotta, nell'ambito della campagna di sensibilizzazione attivata su tutto il territorio nazionale dalla Direzione Centrale Anticrimine della polizia di Stato. Acquisita la notizia dell'imminente scarcerazione, viene svolta dalle forze dell'ordine un'accurata analisi del potenziale rischio di recidiva, ricostruendo la pericolosità del soggetto, le modalità di interazione con la vittima, gli eventuali pregressi interventi della polizia.
Si procede, infine, a localizzare la prossima residenza-domicilio della persona scarcerata e contestualmente di quelle potenzialmente in pericolo. Spiega il questore Maurizio Auriemma: "Attraverso una nota di allertamento indirizzata agli Uffici territoriali interessati (sia della Polizia di stato sia dei carabinieri) viene attivato un monitoraggio effettivo del soggetto scarcerato e delle potenziali vittime. Nell'ottica della prevenzione i soggetti scarcerati vengono inoltre valutati per l'eventuale proposizione della sorveglianza speciale".
"Il protocollo siglato - sottolinea invece la direttrice del carcere di Bergamo Teresa Mazzotta - rappresenta una forma di controllo e di monitoraggio importante, che si affianca ad un progetto rieducativo che stiamo avviando all'interno della casa circondariale, per i detenuti responsabili di maltrattamenti e stalking. L'intento è puntare al reinserimento sul territorio evitando che si ripetano situazioni di conflitto".
di Roberto Calpista
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 marzo 2021
Aspettando la "cittadella". Il commento di Raffaele Della Valle. Politico ed avvocato, è stato, tra gli altri, il legale di Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome. Avvocato e politico, Raffaele Della Valle è stato, tra gli altri, il legale di Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome. Ha fatto parte della Commissione Giustizia, nella quale ha svolto l'attività di relatore nel disegno di legge sulla custodia cautelare ed è stato membro della Commissione Stragi.
La questione Uffici giudiziari a Bari è ormai paradossale. Si discute da decenni di un Polo giudiziario, ma se tutto - difficilmente, sembra - andrà bene, occorrerà attendere ancora un bel po'. Che ne pensa?
"La civiltà di un Paese si misura dalla qualità e dall'efficienza degli ospedali, delle carceri e degli uffici giudiziari. E non mi riferisco solo alla qualità del capitale umano che ci lavora, ma anche all'aspetto prettamente edilizio. Una struttura gradevole, tecnologica, affidabile conquista la fiducia del cittadino e può essere anche da deterrente per chi delinque".
Poi però ci vuole anche il "materiale umano", non crede?
"Certo, e penso all'organico dei magistrati e forse ancor più dei cancellieri. Altrimenti è come saper fare il pane, ma poi non trovare nessuno che lo inforni. Oltretutto, la prenda come una provocazione, ma è una mia vecchia battaglia, se non si riesce a separare le carriere, separiamo almeno fisicamente gli uffici dei pm da quelli dei magistrati giudicanti. La giustizia ne guadagnerà in credibilità e il sistema capacità".
Una Cittadella della Giustizia per essere tale necessita anche di servizi di supporto adeguati. A Bari se n'è discusso per anni con il risultato di rinviare ancora. Meglio i centri storici delle città o le periferie?
"Sarebbe bello avere questi palazzi nelle aree centrali, ma conoscendo le nostre città, temo che i disagi sia per chi ci lavora che per gli utenti, sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a un "Polo" collocato in una zona periferica. Un Tribunale è anche parcheggi, viabilità, facilità di accesso. Oltretutto si liberano i quartieri centrali dal caos e dall'inquinamento migliorando notevomente la qualità della vita dei residenti".
Quindi non ritiene che la Cittadella della Giustizia possa svolgere una funzione sociale per il territorio?
"Sì, ma soprattutto se è funzionale e funzionante, non se congestiona il quartiere e rende più complicato viverci".
Avvocato ma perché in Italia ci sono sempre tempi biblici per realizzare queste opere?
"Per i soggetti che stanno a monte. Perché siamo ancora un po' terzo mondo. Per l'iter degli appalti, con l'immancabile passaggio al Tar, le sospensive, il "sottobosco" che si muove su scelte che hanno una forte valenza politica. Si chieda perché le Prefetture - e lo dico col massimo rispetto - spesso sono in edifici lussuosi e arredati lussuosamente. Perché questa disparità tra i luoghi delle autorità amministrative e quelle giudiziarie?"
I Tribunali devono insomma essere riformati e non solo sotto l'aspetto legislativo ma anche architettonico?
"Sì, devono essere avanti con i tempi, moderni. E soprattutto inseriti in un contesto di arredo urbano confortevole e adeguato. I progettisti, gli architetti che disegnano un ufficio giudiziario, devono avere la cultura dell'arredo urbano. Per non parlare della ricerca del particolare. In Svizzera, per esempio, anche la collocazione in aula di pm, difensore e giudice è frutto di un'attenta pianificazione. Ma quella, appunto, è la Svizzera".
di Valentina Evelli
La Repubblica, 14 marzo 2021
"Sono entrato in carcere con un cellulare Nokia, quando sono uscito tutti usavano l'Iphone. Il tempo in cella rischia di fermarsi mentre il mondo va avanti". Per Roland Barkaj, albanese di 36 anni, il tempo nel carcere di Marassi non si è mai fermato. Ha trascorso due anni tra lezioni ed esami e domani si laureerà in Relazioni Internazionali a Scienze Politiche.
Sarà la prima laurea magistrale, e a distanza, per il Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Genova dopo la prima laurea triennale di un detenuto in storia, nel 2019. Roland domani si collegherà da casa, ora è agli arresti domiciliari, in attesa della sentenza della Corte di Cassazione. "Ha saputo investire il tempo in carcere e mantenere il contatto con la società esterna che per un detenuto è fondamentale", spiega Massimo Roaro, dottore di ricerca in diritto e procedura penale, dal 2018 coordinatore dei tutor del Polo Universitario Penitenziario.
Domani mattina Roland presenterà la tesi "La rivoluzione digitale nell'amministrazione pubblica e nel sistema penitenziario" in cui analizza proprio il sistema obsoleto delle comunicazioni tra realtà carceraria e mondo esterno.
"Il Covid ha cambiato le regole dell'università anche dentro al carcere - continua il professor Roaro. Nell'aula di Marassi fino allo scorso anno i computer non erano collegati a internet per paura che i detenuti potessero riallacciare i contatti con l'esterno. Portavamo i materiali per lo studio su una chiavetta. Caricavamo anche Wikipedia da remoto".
Poi il lockdown ha sospeso tutto fino a giugno. Le lezioni non sono più riprese. Gli studenti seguono i corsi registrati ma ora nell'aula del carcere, possono connettersi su Google Meets per i ricevimenti anche in gruppi di cinque allievi, grazie a un poliziotto penitenziario che gestisce i collegamenti on line. E tra gli ultimi docenti a entrare in carcere lo scorso anno c'era anche Andrea Pirni, professore di Sociologia dello sviluppo che ha seguito Roland in questi mesi.
"Dietro questa tesi c'è un anno di lavoro. Ho rincontrato Roland qualche volta in carcere e poi abbiamo continuato a distanza, su Skype - ricorda il docente - Ho ritrovato uno studente che mi aveva già chiesto di portarlo alla laurea cinque anni prima con una tesi già pronta, lo ricordavo appena. Mi ha colpito molto rincontrarlo lì, è una persona vivace dal punto di vista intellettuale, ha investito il tempo che aveva in una nuova sfida. E se subito ognuno era fermo sul proprio ruolo con il tempo il rapporto è cambiato, si è ammorbidito".
La vecchia tesi di Roland è stata cambiata completamente con un nuovo elaborato partendo dalla sua esperienza personale. E la storia di Roland non è un caso isolato. I detenuti iscritti al Polo Universitario Penitenziario dell'Università di Genova, attivo dal 2016, attualmente sono 27 (venti a Marassi e sette a Pontedecimo) e un altro dottore è atteso per l'estate. Toccherà a Giacinto Pino, il boss di Soziglia, laurearsi in Scienze Politiche dell'Amministrazione.
di Sara Pasino
malpensa24.it, 14 marzo 2021
"Una cooperativa nata proprio in Valle Olona per dare una possibilità di rinascita a persone che sono arrivate al capolinea della propria vita". Così il cappellano del carcere di Busto Arsizio, don David Riboldi il prossimo mercoledì 17 marzo presenterà l'associazione La Valle di Ezechiele ai cittadini gorlesi per sensibilizzarli sul tema e intercettare aiuti in una serata dedicata al tema della "Carità all'opera".
"Siamo molto contenti di poter avere virtualmente con noi don David che ha fondato la Cooperativa La Valle di Ezechiele: una realtà da anni attiva sul territorio della Valle Olona, dove è appunto nata", ha annunciato sui social il sindaco di Gorla Maggiore, Pietro Zappamiglio. Un annuncio arrivato da Facebook, proprio perché su questa piattaforma si svolgerà l'incontro, rigorosamente online, dal momento che da domani, lunedì 15 marzo, la Lombardia sarà in zona rossa.
Una realtà a noi vicina - "Spesso pensiamo che i detenuti o le persone che hanno scontato delle pene in carcere siano una realtà molto lontana da noi. Ma non è così", ha esordito don David Riboldi. "Pensandoci bene potremmo accorgerci che anche nelle nostre vite, nei nostri quartieri e paesi ci sono persone che stanno affrontando periodi difficili. È proprio a loro che si rivolge la nostra cooperativa".
Aiutateci ad aiutare - La Valle di Ezechiele, infatti, nasce con l'intento di dare una seconda possibilità a tutti coloro che sono in uscita dalla detenzione, cercando e offrendo opportunità di lavoro. "Speriamo che questo incontro in diretta possa aiutarvi a capire il bene che cerchiamo di fare e chissà, magari qualcuno vorrà unirsi a noi", conclude il parroco, ringraziando l'amministrazione di Fare Comune per l'invito. La diretta si svolgerà mercoledì 17 marzo sulla pagina Facebook Pietro Zappamiglio Sindaco di Gorla Maggiore.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 14 marzo 2021
La ministra ha preferito il fermo amministrativo al sequestro: meno mediatico, più efficace. Durante il Conte 2 si è giunti allo stop in contemporanea di 7 battelli umanitari. L'ultimo rapporto dell'agenzia europea Frontex continua a stigmatizzarne il "ruolo vitale" nei flussi migratori del Mediterraneo centrale. E le Procure siciliane si sono rimesse in moto contro di loro. Di qua legalitarismo e realismo, di là umanitarismo e compassione, in mezzo accuse di interessi privati e speculazioni politiche: quella sulle navi Ong è una battaglia mai finita.
Il bilancio - Anzi, grafici alla mano, si scopre che è stata ingaggiata più da Luciana Lamorgese che da Matteo Salvini, sia pure con mezzi diversi. Stando ai dati del ricercatore Matteo Villa dell'Ispi, durante la permanenza al Viminale della ministra nel governo Conte 2, si è arrivati al blocco contemporaneo di sette battelli delle Organizzazioni non governative tra il 9 ottobre e il 21 dicembre 2020 (Jugend Rettet, Sea Watch3, Sea Watch4, Eleonore, Alan Kurdi, Ocean Viking e Louise Michel); mentre nell'estate 2019, periodo di massimo attivismo in materia del leader leghista all'Interno, non si è mai andati oltre le quattro navi Ong ferme. L'ammiraglio in congedo Vittorio Alessandro, portavoce della Guardia Costiera al tempo dell'operazione Mare Nostrum, sostiene che "la linea di Salvini, da lui soltanto declamata, è stata pressoché rispettata anche dopo la conclusione del suo mandato al ministero".
Fermo amministrativo - Giusto o sbagliato che sia, un elemento balza agli occhi. Fino a settembre 2019 (data di nascita del Conte 2 con l'avvicendamento tra Salvini e Lamorgese) contro le navi umanitarie si usava il sequestro penale, derivante dall'imputazione di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina (vigente il decreto Sicurezza 2). Dalla primavera 2020 in poi questa misura viene sostituita dal fermo amministrativo della nave, che tocca la Alan Kurdi e la Alta Mari a maggio-giugno, la Sea Watch3 e la Ocean Viking a luglio, la Sea Watch4 a settembre, di nuovo la Alan Kurdi e poi la Louise Michel a ottobre.
È come se si passasse da una repressione politico-giudiziaria con Salvini a una dissuasione burocratica più serrata con Lamorgese. Un mutamento che potrebbe spiegarsi anche con i diversi profili: tutto mediatico Salvini, portato a enfatizzare a uso tv i blocchi in mare; tutta tecnica Lamorgese, incline alla sordina delle prefetture e delle capitanerie di porto.
La ministra, rimasta al suo posto pure con Draghi anche grazie all'apprezzamento del Quirinale, da settembre 2019 si è trovata nella necessità di raffreddare un terreno arroventato. E, durante il Conte 2, di conciliare le istanze di una sinistra decisa a cancellare la policy leghista con quelle dei Cinque stelle assai riottosi a farlo, avendovi contribuito non poco da alleati. Con Salvini, inoltre, le Ong sono rimaste attive in mare 67 giorni e hanno atteso 263 giorni davanti alle coste italiane l'assegnazione di un Pos (un posto di sbarco sicuro); con Lamorgese sono state in mare 289 giorni e sono rimaste in attesa di Pos per 157 giorni. Non sarebbe onesto non marcare le differenze.
I diritti - Nonostante ciò, la ministra non è molto più amata del suo predecessore da chi si batte ogni giorno per strappare al mare i profughi. E l'uso del fermo amministrativo è molto controverso. Il provvedimento si regge di volta in volta sulla contestazione di irregolarità tecniche, trattando i battelli umanitari alla stregua di navi commerciali: "Come se il comandante di una nave impegnata in ricerca e soccorso potesse decidere a un certo punto di interrompere le attività di salvataggio perché a bordo non si trovano in misura adeguata giubbetti salvagente, servizi igienici con scarichi a norma o zattere preinstallate con gli attacchi omologati a un numero di persone corrispondente a quello dei naufraghi...", osserva l'avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, di Adif (Associazione diritti e frontiere).
Il Tar siciliano ha appena accolto l'istanza dei legali di un'altra associazione immigrazionista, l'Asgi, per la sospensiva cautelare del fermo amministrativo di Sea Watch4. Ma se vacilla la strategia burocratica, torna in auge quella giudiziaria. Le immagini allegate dalla Procura di Trapani al fascicolo di chiusura indagine sulla nave Vos Hestia, con scafisti che picchiano i migranti davanti ai volontari e poi se ne vanno tranquilli a spasso per il porto di Reggio Calabria, sembrano raccontare un rapporto di contiguità che può sconfinare nella sudditanza.
Ed è inquietante l'accusa della Procura di Ragusa contro Mare Jonio: avere incassato soldi per prendere a bordo profughi dalla petroliera Etienne. Teste a Catania per il caso Gregoretti che vede Salvini imputato, la ministra Lamorgese ha spiegato come le navi umanitarie in acque libiche non tornino subito indietro a ogni soccorso, "a volte si fermano anche tre o quattro giorni per recuperare il più possibile quelli che sono in difficoltà".
Le archiviazioni - Una dichiarazione neutra, che ha però ridato la stura alla narrazione dei "taxi del mare", nata con Luigi Di Maio quando il procuratore catanese Carmelo Zuccaro puntava l'indice contro i volontari nelle indagini e nei talk show. Attendendo i processi, va preso atto, per ora, delle professioni di innocenza delle Ong coinvolte, che parlano di "nuove campagne di fango": ricordando che, di una ventina di inchieste aperte negli anni, cinque sono state archiviate e nessuna ha mai prodotto finora una condanna. È anche vero, tuttavia, che il pull factor, il fattore di traino che le navi avrebbero sulle partenze dalla Libia, inesistente secondo l'Ispi tra gennaio 2019 e luglio 2020 (56 partenze al giorno con le Ong in mare e 55 senza), si è fatto sentire a gennaio e febbraio di quest'anno: con 150 partenze giornaliere contro 50, a seconda della presenza delle navi, benché sia presto per valutare il trend. Marco Minniti, che da ministro pd riuscì ad abbattere gli sbarchi quasi dell'80% tra giugno 2017 e giugno 2018 tramite i pur contestati accordi con le tribù libiche, ora si occupa di Mediterraneo, Africa e Medio Oriente dalla fondazione Med-or di Leonardo.
Sostiene che bisogna allargare lo sguardo, "l'immigrazione è un pezzo del piano di ricostruzione della Libia" per il quale l'Europa dovrebbe stanziare "due miliardi subito". In questo quadro, anche il ruolo delle Ong potrebbe tornare a ridursi: se Mare Nostrum salvò l'onore dell'Italia, navi Ue davanti alle coste libiche potrebbero almeno rammendare quello dell'Europa.
di Carlo Lucarelli
La Repubblica, 14 marzo 2021
La lotta contro questi reati ha fatto passi avanti. Ma manca ancora una rivoluzione culturale. "C.C., di anni 23, è vittima di stalking da quando aveva 15 anni. Il suo persecutore, G.S., di anni 27, l'ha adocchiata nel 2009 e, non essendo mai stato corrisposto nei suoi sentimenti, l'ha pedinata, tormentata tramite i social network, le ha inviato migliaia di messaggi e decine di video a contenuto pornografico, l'ha continuamente ed esplicitamente minacciata di violenza sessuale e in alcune occasioni l'ha anche avvicinata fisicamente, con poco successo perché la giovane, ormai da 8 anni, è sempre e necessariamente scortata dal padre nei suoi spostamenti".
Ho la fortuna di fare tante cose e anche molto belle, e una di quelle che più mi piacciono è lavorare per la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati. Stanziamo dei fondi, molto in fretta, per aiutare chi si trova in difficoltà, con la logica che i risarcimenti arriveranno dopo tanti anni e l'assassino, per esempio, finirà in galera; ma intanto la moglie del tabaccaio ucciso in una rapina la spesa la deve fare fin dal giorno dopo. O la moglie vittima di violenza con i figli pagare l'affitto di un posto in cui stare. O i bambini resi orfani da un omicidio-suicidio affidati alla nonna avere una terapia di sostegno che costa un po' di più. O, tutti, hanno bisogno anche solo di un segno di solidarietà. Così arrivano da parte dei sindaci richieste come quella di C.C., arrivataci nel 2017, che sto citando letteralmente.
"In questi lunghi anni C. ha querelato più e più volte lo stalker, il quale è stato ripetutamente condannato. I periodi di effettiva detenzione sono stati molto ridotti in quanto, trattandosi di reati fin troppo dimostrati, il difensore ha sempre chiesto il rito abbreviato e questo ha assicurato uno sconto di pena. Nessun provvedimento giudiziario è mai riuscito a fermarlo. I divieti di avvicinamento sono sempre stati ignorati, tanto che le sentenze di condanna constatano l'incapacità di G. a riconoscere la gravità delle sue azioni e la sua pericolosità sociale".
Abbiamo fatto grandi passi dal punto di vista giudiziario e anche da quello della preparazione professionale delle forze dell'ordine nel campo della violenza di genere da quando non esistevano parole come femminicidio, e quello che poi sarebbe diventatato il reato di stalking si rarefaceva in una nebulosa di mi telefona, mi segue, mi minaccia a cui corrispondeva spesso un rassicurante cosa vuole che sia, gli passerà. Succede ancora, certo, e lo abbiamo visto anche di recente. Ma anche quando le cose funzionano bene, evidentemente ancora non basta.
"Attualmente G.S. è detenuto in misura cautelare ma la sua scarcerazione è imminente. C.C. ha 23 anni e ha ancora paura".
Forse perché gli strumenti giudiziari e polizieschi, pur in una continua, necessaria e sempre più decisa evoluzione, non basteranno mai da soli se non esisterà anche una cultura della non-violenza di genere che parte prima di tutto dagli uomini. Forse.
Alla fine, esaminato il caso di C.C., abbiamo stanziato dei fondi per aiutarla, come richiesto nell'istanza, a ricostruire la sua vita. All'estero. Per mettere più distanza possibile tra lei e G.S., evitando così un sicuro, prossimo, ennesimo femminicidio. E questa è una sconfitta di tutta la società, che fa di questa vicenda, anche se un po' diversa da quelle che di solito narro qui, davvero una brutta storia.
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