di Andrea Ossino
Il Tempo, 9 dicembre 2020
I numeri delle Rems. Insufficienti le 28 residenze italiane che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari. Un ragazzo tedesco che ruba una borsa facendo cadere per terra la vittima. E un trentacinquenne libico che a Ostia minaccia e picchia le forze dell'ordine intervenute per calmarlo. Rapina e resistenza. Reati odiosi per cui i due protagonisti delle differenti vicende sarebbero stati condannati, se il Tribunale non li avesse assolti per "vizio totale di mente".
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
Applicazione del dispositivo di controllo sopra i 6 mesi di pena, anche residua, Cambia qualcosa. Non tutto quanto sarebbe stato auspicabile. In ogni caso i giochi sul Dl Ristori bis, in materia di giustizia e carcere, sembrano fatti. Si consumerà oggi e domani al Senato la maratona in commissione (nella "congiunta" Bilancio e Finanze, per l'esattezza) sugli emendamenti relativi al decreto più "in avanzamento", tra i vari emanati dal governo.
di Paolo Siani*
immagina.eu, 9 dicembre 2020
Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, aggiornati al 31 ottobre 2020, nel circuito penitenziario risultano presenti 31 detenute madri con 33 figli al seguito. Di questi, sono 16 le madri e 17 i bambini ristretti nelle sezioni nido delle case circondariali, mentre gli altri risultano collocati all'interno degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).
di Giulia Merlo
Il Domani, 9 dicembre 2020
La bozza di piano per le riforme da finanziare con il Recovery fund prevede anche un capitolo sulla giustizia. Considerata una "riforma di sistema" - come indicata anche tra le raccomandazioni specifiche per l'Italia dell'Unione europea, che vigilerà sui risultati - il piano prende in considerazione soprattutto la questione della tempestività delle decisioni.
Per tamponare il problema dell'eccessiva durata dei processi però, il governo ha scelto una strada tutt'altro che di sistema: puntare sui precari della giustizia. Secondo lo European judicial systems Cepej evaluation report, i tempi medi dei processi civili di primo grado in Italia sono di 527 giorni contro una media europea di 233; i tempi medi dei processi penali di primo grado sono di 361 giorni contro 144. Questo gap si traduce, secondo uno studio del Cer-Eures, in 2,5 punti di Pil: circa 40 miliardi di euro.
Per provare a colmarlo, vengono indicati i provvedimenti già in esame del parlamento e che secondo la bozza dovrebbero essere approvati entro giugno 2021 (con approvazione dei decreti delegati entro il 2022): riforma del processo civile e relativa semplificazione delle fasi del processo; riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm; riforma del processo penale con potenziamento dei filtri e nuova disciplina dei riti alternativi.
Nulla di nuovo, dunque. Il capitolo veramente nuovo riguarda le risorse umane e materiali per la giustizia, che dovrebbero servire ad azzerare le pendenze, che a dicembre 2019 erano di 2 milioni e 400 mila procedimenti civili e 1 milione e 400 mila procedimenti penali. Secondo il disegno del governo, per sgravare il carico dei magistrati ordinari dovranno intervenire le cosiddette "figure di supporto all'attività giurisdizionale".
Tradotto: "Addetti, tirocinanti e magistrati onorari aggregati all'ufficio del processo". A loro si aggiungerà un aumento del numero dei giudici ausiliari in appello, che potranno essere impiegati anche nei procedimenti penali. I precari della giustizia In sostanza, il personale che dovrebbe intervenire sulle pendenze sarà composto dai precari della giustizia e in particolare dai magistrati onorari, gli stessi che in questi giorni sono in stato di agitazione contro il ministero.
La bozza, infatti, parla di un "innesto straordinario" di mille magistrati onorari per la durata di tre anni, prorogabile per altri tre, che dovrebbero andare a lavorare nell'ufficio del processo dei soli uffici giudiziari maggiormente gravati da arretrati significativi nel settore civile. Il loro compito dovrebbe essere quello di collaborare con il magistrato togato nella adozione della decisione e nella stesura della sentenza.
I magistrati onorari, tuttavia, hanno proclamato uno sciopero ad oltranza sia a Milano che a Palermo, perché di fatto considerati lavoratori autonomi a cottimo: vengono pagati a sentenza e a udienza, senza alcuna garanzia previdenziale e pensionistica, nonostante sentenza della Corte di giustizia dell'unione europea gli riconosca lo status di giudici europei e quindi con il diritto ad essere considerati dipendenti.
Proprio a loro, precari da oltre vent'anni - quando la magistratura onoraria venne istituita proprio come strumento straordinario per smaltire l'arretrato e poi rinnovata di proroga in proroga - dovrebbero diventare ancora una volta l'innesto temporaneo per alleggerire il sistema. Accanto a loro, dovrebbe aumentare anche il numero di tirocinanti, ovvero laureati che affiancano i magistrati a fini formativi senza alcuna retribuzione (salvo, a determinate condizioni, un rimborso spese massimo di 400 euro).
Nel settore penale, invece, è previsto il reclutamento di altri giudici ausiliari in appello. Questa figura, individuata per concorso, è stata istituita nel 2013: si tratta di magistrati ordinari, contabili ed amministrativi e gli avvocati dello Stato, a riposo da non più di tre anni, i magistrati onorari che non esercitino più; professori di materie giuridiche, avvocati e notai anche se cancellati dall'albo da non più di tre anni. Anche l'istituzione di questa figura, tuttavia, ha mostrato lacune legislative e dubbi di legittimità, soprattutto relativi all'inquadramento contrattuale e al ruolo rispetto ai togati. Nonostante i fondi del Recovery, il governo punta a rimettere in sesto la giustizia con interventi di sistema come digitalizzazione e riforma del processo, ma sulle spalle soprattutto dei precari della giustizia assunti a tempo determinato.
Recovery Giustizia, scivolone sui processi: "Più riti alternativi, ciao furbetti della prescrizione"
di Simona Musco
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
Incredibile stoccata nel documento dell'esecutivo sull'uso delle risorse Ue: "Prima la rinuncia al dibattimento era scoraggiata dalla prospettiva dell'estinzione del reato". L'obiettivo è ambizioso: accorciare del 40 per cento la durata dei processi civili, del 26 per cento quella dei processi penali, con picchi, rispettivamente, del 49 e del 52 per cento in appello. Tutto con pochi semplici passaggi, contenuti in 11 pagine allegate al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ovvero la bozza dei progetti da presentare all'Europa per ottenere i fondi del Recovery Fund.
La giustizia costituisce un capitolo fondamentale. Perché è proprio a causa delle lentezze del sistema che gli investitori decidono di virare altrove. E, soprattutto, perché quello stesso sistema, più volte, è finito nel mirino dell'Europa per le sue storture. Dalla lentezza alla incapacità di rispettare principi che rappresentano un cardine per la nostra stessa giurisdizione, non solo a livello fattuale, ma anche a livello filosofico. Ma la teoria si discosta molto - troppo - dalla pratica.
E allora tocca mettere mano alle norme e rivederle. Leggendo il piano presentato dal governo italiano, ciò che emerge è la volontà di smaltire i processi penali non solo con una revisione del codice di procedura e dell'ordinamento, ma anche con un ricorso più efficace ai riti alternativi. Con un giudizio - implicito e molto tra le righe - agli avvocati: se in molti decidono di affrontare un processo e i tempi connessi all'onere della prova è perché hanno fatto affidamento - spessa a buona ragione - sulla prescrizione.
La cui cancellazione, dunque, viene rivendicata dal governo come un primo, importante, passo verso l'adeguamento agli standard europei. Il passaggio è delicato quanto chiaro: "Nel nostro sistema - si legge - la scelta di queste forme più rapide di definizione del processo era scoraggiata - soprattutto per i reati sanzionati con pene detentive meno gravi e perciò assoggettati a più brevi termini di prescrizione - dalla prospettiva concreta di fruire "gratuitamente" dell'estinzione del reato per effetto della prescrizione, una prospettiva evidentemente più appetibile degli "sconti di pena" collegati alla scelta dei riti alternativi".
Parole che non necessitano di ulteriori commenti. Partiamo dai dati: i tempi medi di un processo, in Italia, sono di 527 giorni per il civile e di 361 giorni per il penale, contro i rispettivi 233 e 144 giorni di media europea. Numeri che rendono l'idea delle caratteristiche elefantiache del sistema giustizia in Italia. Da qui la necessità di mettere mano alla macchina. Perché la tempestività delle decisioni giudiziarie, scrive il governo, "è elemento essenziale per le imprese, per gli investitori e per i consumatori". Servono informazioni certe sulle regole, sui rischi, sui tempi. Le cui dilatazioni, secondo uno studio condotto da Cer-Eures, costano all'Italia 2,5 punti Pil, pari a circa 40 miliardi di euro. Ridurre la durata dei processi civili del 50 per cento, dunque, porterebbe ad un accrescimento delle dimensioni medie delle imprese manifatturiere di circa il 10 per cento, 130mila posti di lavoro in più e circa mille euro all'anno di reddito pro- capite. Insomma, quanto una manovra finanziaria.
Il piano di riforma si articola in quattro linee, che prevedono una riduzione della durata del processo, la digitalizzazione del sistema, un potenziamento delle strutture materiali e della logistica e il favorimento del reinserimento sociale dei soggetti in esecuzione penale per il contrasto alla recidiva e la diffusione della cultura della legalità. Un punto, questo, fondamentale per l'effettiva coerenza del sistema penale con i dettami della Costituzione.
Riforma del processo civile - In campo civile, le parole d'ordine sono semplificazione e razionalizzazione, attraverso la riduzione dei riti e il potenziamento degli strumenti di risoluzione alternativa. Si prevede così il passaggio ad un unico rito, con discussione conclusiva orale e semplificazione anche dell'appello, riducendo i casi in cui la competenza è attribuita al tribunale collegiale. Si punta sull'implementazione del processo telematico, con la previsione che in tutti i procedimenti civili il deposito dei documenti e degli atti avvenga solo con modalità telematiche. Inoltre viene previsto il riconoscimento dell'amministrazione della giustizia quale soggetto danneggiato nei casi di responsabilità aggravata per lite temeraria. Per quanto riguarda la Cassazione, il piano prevede che possano essere assegnati fino a un massimo di 50 magistrati onorari ausiliari, in via temporanea e contingente, alle sezioni tributarie della Corte, "al fine di abbattere l'arretrato endemico".
Riforma dell'ordinamento giudiziario - Le modifiche prevedono l'obbligo di organizzare l'ufficio prevedendo "l'accurata programmazione della trattazione dei giudizi". Sarà il capo dell'ufficio a controllare il bilanciamento degli incarichi e a "punire" chi non segue le regole. Le Procure saranno organizzate sulla base di criteri di efficienza e di valorizzazione delle competenze, con un periodo minimo di cinque anni di permanenza del magistrato nel ruolo direttivo ricoperto, la razionalizzazione dei meccanismi di avanzamento nella carriera, la riduzione dei tempi di accesso alla professione di magistrato e la riforma del Csm.
Riforma del processo penale - Il disegno di legge prevede una progressiva digitalizzazione del processo penale, con il deposito telematico degli atti e dei documenti. Lo scopo della riforma è, però, ridurre il numero di dibattimenti, puntando sui riti alternativi e sul potenziamento dei filtri. Per quanto riguarda il patteggiamento, l'idea è di renderlo accessibile quando la pena detentiva non superi gli otto anni (attualmente sono cinque), mentre si pensa di estendere l'abbreviato a tutti i casi in cui, pur essendo necessaria un'attività di integrazione probatoria, il rito alternativo produce comunque effetti di economia processuale rispetto al giudizio dibattimentale. La riforma prevede anche un aumento dei giudici ausiliari in appello, consentendo il loro impiego anche nei procedimenti penali, l'introduzione di un giudizio monocratico d'appello, per i reati giudicati in primo grado dal giudice monocratico e l'estensione delle ipotesi di inappellabilità delle sentenze. Il difensore potrà appellare la sentenza di primo grado solo se munito di uno specifico mandato ad impugnare, mentre vengono introdotti termini di durata massima delle diverse fasi e dei diversi gradi del processo penale.
Risorse umane e materiali per il servizio giustizia - Il disegno di riforma prevede anche investimenti in risorse umane e materiali, con il reclutamento straordinario di personale per la gestione e lo smaltimento dell'arretrato. In campo civile, tra primo, secondo e terzo grado, le pendenze sono pari a 2.348.611 processi, 1.439.138 nel penale. L'idea è rafforzare l'ufficio del processo, con tirocinanti e magistrati onorari, l'innesto di 11mila addetti all'ufficio del processo negli uffici giudiziari, mille magistrati onorari aggregati, negli uffici più in difficoltà, l'assunzione a tempo pieno e per tre anni di personale amministrativo in grado di rispondere al considerevole (e straordinario) carico di lavoro che grava sugli uffici giudiziari. Ma non solo: è previsto anche "un importante consolidamento dell'infrastruttura informatica" e la digitalizzare tutti gli atti dei procedimenti civili e dei procedimenti per l'equa riparazione.
di Stefano Anastasia*
Il Riformista, 9 dicembre 2020
Anna ha 28 anni, due bambine di cui si prende cura nella Casa famiglia protetta. Il suo comportamento è ineccepibile. I suoi reati? Roba da poco. Ma il Tribunale le nega l'affidamento in prova ai servizi sociali. Che dire?
In fondo alle linee di azione sulla giustizia del Recovery Plan messo a punto dal Governo, buon ultimo (come si conviene al parente povero, che non si può fare a meno di invitare alla cerimonia familiare), compare il classico "favorire l'effettività del sistema penale attraverso il reinserimento sociale dei soggetti in esecuzione penale per il contrasto alla recidiva e la diffusione della cultura della legalità", espressione buona per tutte le stagioni, che un po' ammicca alla "buonista" finalità costituzionale della pena, un po' alla intangibile certezza della pena.
Noi che siamo buoni, oltre che "buonisti", la prendiamo dal verso che più ci aggrada e speriamo che sotto il titolo ci sia dell'altro, tipo progetti per l'adeguamento igienico-sanitario e la digitalizzazione degli istituti di pena o per la realizzazione di luoghi di dimora sociale necessari a ospitare imputati o condannati privi di un domicilio idoneo e solo per ciò costretti ad aspettare in carcere il giudizio o la fine della loro pena. Vedremo. Intanto il sistema penitenziario continua a non funzionare a modo suo. È del 23 ottobre l'ordinanza con cui il Tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato l'istanza di affidamento in prova al servizio sociale di una giovane donna di 28 anni (la chiameremo Anna per convenzione), da quasi tre anni in detenzione domiciliare presso la Casa famiglia protetta di Roma (con lei, sono ospiti di Casa di Leda le sue due figlie di 2 e 5 anni), a cui (al momento della decisione e sulla base della liberazione anticipata ancora da riconoscere) restavano da scontare poco più di quattro mesi.
Già queste sommarie informazioni dovrebbero scandalizzare chi abbia qualche cognizione del diritto penitenziario e dei principi costituzionali che lo governano. Dunque non è vero che il carcere è una extrema rado e che i condannati meritevoli possono accedere a misure alternative alla detenzione sempre maggiori fino alla definitiva libertà.
Se l'affidamento in prova al servizio sociale non si può avere neanche negli ultimi quattro mesi di detenzione dopo un ottimo percorso, è evidente che non si può avere mai. Non a caso l'avvocato che rappresenta Anna non farà ricorso in Cassazione: non ci sarebbe il tempo perché possa essere discusso, verrebbe prima la libertà.
I tenebrosi custodi della certezza della pena già staranno storcendo il naso, di fronte a questo mio argomentare chissà che reati ha commesso, questa criminale? Soccorre l'ordinanza di cui sopra: "varie condanne per furto", cumulate per un totale di anni 4, mesi 1, giorni 8 di reclusione. Non un reato di criminalità organizzata, dunque, né un reato violento: tanti piccoli reati da niente. Dunque l'inflessibilità dell'autorevole collegio non sembra determinata dalla gravità della condanna. C'è da chiedersi, allora, se in questi anni nella Casa famiglia questa donna non ne abbia combinate di tutti i colori, sì da non meritarsi un ulteriore beneficio.
Ma naturalmente no (anche perché, sia detto incidentalmente, le sarebbe costato la permanenza in detenzione domiciliare e l'immediato rientro in carcere). Già due anni fa il Commissariato di Polizia competente riferiva "il buon andamento della misura, la positiva partecipazione alle attività all'interno della struttura e la prestazione di adeguate cure materne" alle figlie.
Due armi dopo, non ne parliamo: è la stessa ordinanza del Tribunale di sorveglianza a riconoscere che Anna "durante il periodo trascorso in comunità ha avuto un ottimo comportamento, occupandosi assiduamente delle due figlie piccole, rispettando le prescrizioni comunitarie e delle misure alternative concesse". Non solo: "il suo comportamento è stato vagliato anche durante i numerosi permessi di uscita concessi per poter accompagnare e riprendere le figlie da scuola, nonché per svolgere saltuariamente il lavoro di cameriera" presso un ristorante cittadino.
Dunque siamo in presenza di una giovane donna, condannata per reati minori, ospite di una casa famiglia protetta da più di due anni insieme alle sue bambine, con un comportamento encomiabile e una, seppur saltuaria, attività lavorativa, a cui mancano pochi mesi di pena. Ma tutto questo non basta all'inflessibile Tribunale.
Tanto per cominciare, l'istanza "non è minimamente supportata da una proposta lavorativa stabile, avendo il titolare del ristorante riferito di aver intenzione di continuare a valersi solo occasionalmente delle prestazioni lavorative" della donna, "e di potersi attivare a farle ottenere in futuro una borsa di lavoro" (che non si capisce se, nell'argomentazione del giudice, questa sia un'aggravante o meno).
Non staremo qui a citare la giurisprudenza della Cassazione che considera anche l'impegno nel volontariato sufficiente a supportare un'istanza di affidamento in prova al servizio sociale, ma vien da chiedersi: il giudice relatore ha qualche cognizione di come funzioni il mercato del lavoro nel mondo contemporaneo? Con quante probabilità una "proposta lavorativa stabile" può aspettare una donna in esecuzione penale e con due figlie piccole a carico?
Ma nonostante quel denigratorio "minimamente" (l'istanza non è "minimamente supportata da una proposta lavorativa stabile"), il giudice sentiva la gracilità della motivazione perfezionista (ah, se tutti i carcerati avessero una casa dignitosa, una famiglia affettuosa, un lavoro stabile, che bel mondo sarebbe, il nostro!) e non poteva non far ricorso al knock down argument del giudizio prognostico sull'autore di reato: "per quanto evidenziato in merito ai precedenti, tra cui spiccano due condanne per evasione, e alle pendenze, la prevenuta (scrivono cosi, scusate, non è colpa mia, ndr) non appare meritevole della misura dell'affidamento in prova, non potendosi dirsi completamente neutralizzata la sua pericolosità", invece la detenzione domiciliare "nell'apprezzamento comparativo delle esigenze di retribuzione e risocializzazione" può costituire "misura proporzionata all'entità dell'occorso (sic!) e capace di prevenire i pericoli di recidiva e di fuga".
Che dire? Se la situazione è questa, se l'argomentare è questo, se la migliore esecuzione penale della persona più meritevole (una giovane madre di due bambine) non può dar luogo a un affidamento in prova al servizio sociale per gli ultimi mesi di pena non vi stupite se le timide misure deflattive del Governo per fronteggiare la pandemia in carcere non producono sostanzialmente nulla: 500 detenuti in meno nel primo di due mesi di vigenza; 500 detenuti sui 54mila presenti, sui 50mila posti regolamentari sulla carta, sui 46-47mila posti effettivamente disponibili. "Io speriamo che me la cavo", come scriveva - tanti anni fa - un alunno del maestro D'Orta, sembra essere la stella polare del sistema penitenziario italiano, e dei malcapitati a cui tocca viverci o lavorarci.
*Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria
di Maurizio Tortorella
Panorama, 9 dicembre 2020
Dalle cifre sospette sui contagi da Covid ai silenzi sulle tragiche rivolte di marzo. Così il ministro Giustizia Alfonso Bonafede (non) affronta il problema carceri. Se il titolo non fosse già stato gloriosamente usato 184 anni fa da Silvio Pellico, prima o poi anche il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, dovrebbe scrivere un libro intitolato "Le mie prigioni".
di Liana Milella
La Repubblica, 9 dicembre 2020
Mentre il governo è nella tempesta sulla governance per l'uso dei soldi in arrivo dall'Europa, il ministro della Giustizia lancia una maxi commissione che battezza "Alleanza contro la corruzione" in cui figurano nomi noti come Visco, Davigo, Cafiero De Raho, Patroni Griffi, i vertici della Cassazione Curzio e Savi, Ermini, l'ex ministro Severino.
Lui, il Guardasigilli Alfonso Bonafede, la battezza "Alleanza contro la corruzione". Una mega commissione di esperti al lavoro sui fondi del Recovery fund. Ma la sola idea fa protestare subito Italia viva che con Gennaro Migliore boccia l'iniziativa e dice: "C'è già l'Anac, non serve altro". Anche se proprio il presidente dell'Anac Giuseppe Busia fa parte del gruppo.
Sale sulle ferite, insomma. Nel governo c'è il terremoto sui 196 miliardi di euro del Recovery al punto da far saltare il consiglio dei ministri previsto per oggi e Bonafede già si preoccupa dei possibili utilizzi distorti e soprattutto delle mafie in agguato. Tant'è che "per impedire la dispersione e l'accaparramento criminale" già firma un decreto per lanciare quella che battezza come "una grande consultazione pubblica di esperti di diversa provenienza professionale e di varia estrazione disciplinare, con l'intento di fare il punto sull'assetto messo in campo dal nostro Paese nei settori della prevenzione e del contrasto alla corruzione".
Insomma, Bonafede vuole verificare se, rispetto all'iniezione di fondi così cospicui nella nostra economia, ai quali si potrebbero aggiungere anche quelli del Mes, ci sono già gli strumenti legislativi adeguati per individuare e colpire le eventuali e future distorsioni.
Bonafede è sempre il ministro della legge Spazza-corrotti che, nel dicembre del 2018, ha introdotto il Daspo, cioè il divieto a vita di contrattare con la pubblica amministrazione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici per chi si macchia dei reati di peculato, concussione, corruzione propria e impropria, l'induzione indebita a dare o promettere utilità, corruzione degli incaricati di pubblico servizio. Ma con la Spazza-corrotti entrano in vigore anche le intercettazioni tramite la microspia Trojan inoculata nei cellulari, gli agenti sotto copertura, nonché le norme sulla trasparenza dei fondi ai partiti. Quindi parliamo di un ministro che ha una particolare sensibilità sul tema. Per cui se arrivano molti soldi pubblici le sue antenne si drizzano e vede subito la necessità di alzare la guardia dei controlli preventivi. Ma la sua maggioranza, evidentemente, non ha la sua stessa sensibilità o non condivide i suoi metodi.
Tant'è che Migliore di Iv, appena esce la notizia, entra subito in polemica e dice che è sufficiente l'azione dell'Anac, l'Autorità Anticorruzione rilanciata nel 2014 dall'ex premier Matteo Renzi, per 5 anni presieduta da Raffaele Cantone con indubbi risultati positivi e di immagine anche all'estero, dove si diffonde il "modello Italia", oggi presieduta, con molte polemiche al momento della scelta, da Giuseppe Busia, ex direttore del Garante della privacy. E tuttora con un componente in meno perché il Csm non ha ancora dato il via libera al fuori ruolo di Luca Forteleoni, ex componente dello stesso Csm, finito nel mirino delle polemiche perché al momento dell'elezione al Consiglio nel 2014 fu sponsorizzato con degli sms da Cosimo Maria Ferri, guru di Magistratura indipendente che era ed è la sua corrente. Nei fatti oggi l'Anac gode complessivamente di un minore appeal, quantomeno mediatico.
E comunque, secondo Bonafede, quella struttura evidentemente non basta. Nel momento in cui si immettono nell'economia italiana fondi così consistenti, serve un parterre di pareri e di sensibilità più ampio. Tant'è che al tavolo di questa nuova "Alleanza contro la corruzione" si dovranno raccogliere figure note del mondo politico, accademico, della magistratura, dell'Avvocatura, dell'economia. Ecco il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, il vice presidente del Csm David Ermini, lo stesso Busia dell'Anac, il presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, che proprio da ministro della Pubblica amministrazione nel 2012, con l'ex Guardasigilli Paola Severino, anche lei nell'elenco di Bonafede, ha lavorato al varo della legge Severino contro la corruzione.
Ma l'elenco di Bonafede è molto lungo. Al primo posto figura l'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, oggi presidente della Scuola superiore della magistratura, ma soprattutto fine giurista ed ex presidente della prima sezione penale della Cassazione, al vertice delle Sezioni unite, da cui arrivano le più importanti pronunce che orientano il diritto italiano soprattutto nell'applicazione delle nuove leggi. Sempre dalla Suprema corte vengono coinvolti l'attuale presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi.
Poi il presidente della Corte dei Conti Guido Carlino, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Raho, l'ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, il capo di gabinetto di via Arenula Raffaele Piccirillo, che per anni è stato il capo della delegazione italiana presso il Greco, il Gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d'Europa. Nell'elenco di Bonafede figurano anche Maria Masi, la presidente in carica del Consiglio Nazionale Forense, Marco D'Alberti, professore ordinario di diritto amministrativo alla Sapienza, Francesco Palazzo e Gabrio Forti, docenti rispettivamente a Firenze e Milano.
L'obiettivo è nelle parole stesse di Bonafede quando dice che vuole lanciare "una grande consultazione per fare il punto sull'assetto messo in campo dal nostro Paese nei settori della prevenzione e del contrasto alla corruzione dalla legge Severino in poi, nella consapevolezza che partiamo da una normativa validissima riconosciuta anche a livello internazionale". Aggiunge che nessuno sarà pagato per questo, ma la consultazione è del tutto gratuita.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
"L'emergenza della pandemia sarà accompagnata da un ingente sostegno finanziario dello Stato e delle istituzioni dell'Unione europea" e va perciò impedita "la dispersione e l'accaparramento criminale di queste risorse". È l'obiettivo con cui il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha presentato ieri in un video postato su Facebook la "Alleanza contro la corruzione".
Il guardasigilli la propone come "una grande consultazione pubblica di esperti di diversa provenienza" istituita per "fare il punto sull'assetto messo in campo dal nostro Paese nella prevenzione e nel contrasto alla corruzione".
L'iniziativa è assunta in coincidenza con la "Giornata per la lotta alla corruzione" proclamata per oggi a livello internazionale. A far parte dell'"Alleanza" ci sono alcuni tra i nomi di più alto rilievo della giustizia, tutti coinvolti nel Comitato scientifico dell'iniziativa: dai massimi vertici della Cassazione Pietro Curzio e Giovanni Salvi al presidente della Scuola superiore della magistratura Giorgio Lattanzi, dal vicepresidente del Csm David Ermini al capo di Gabinetto del ministero di via Arenula Raffaele Piccirillo, dalla presidente del Cnf Maria Masi fino a figure dal grande impatto simbolico, quando si parla di contrasto della corruzione, come Piercamillo Davigo, oltre al procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero de Raho e naturalmente al nuovo capo dell'Anac Giuseppe Busia.
Bonafede ha firmato lunedì il decreto costitutivo della Alleanza. Peraltro non mancano obiezioni dall'interno della stessa coalizione di governo. "Anche il ministro Bonafede crea una task force" ma "il compito che dovrebbe assolvere è già svolto dall'Autorità nazionale anticorruzione creata da Renzi", dicono la capogruppo di Italia viva nella commissione Giustizia di Montecitorio Lucia Annibali e il vicepresidente dei senatori renziani Giuseppe Cucca.
È evidente che sono giorni in cui la sintonia nella maggioranza latita alquanto e non può certo fare eccezione una materia sensibile qual è la giustizia. Nella "Giornata internazionale contro la corruzione", peraltro, molte delle figure coinvolte nella task force di Bonafede interverranno al convegno intitolato "Il virus della legalità", organizzato dalla Fondazione De Sanctis e in programma via streaming dalle 11 alle 15 di oggi, con l'introduzione affidata al presidente dell'Autorità garante dei detenuti Mauro Palma.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 dicembre 2020
È l'unico positivo al Covid 19 nel carcere di Caltanissetta, classificato dal recente report del Dap come asintomatico, mentre in realtà - secondo la testimonianza dei familiari che l'hanno visto in videochiamata - presenterebbe problemi respiratori e sputerebbe addirittura sangue. È in isolamento sanitario dentro una cella che presenta scarse condizioni igieniche, un vero e proprio tugurio come Il Dubbio ha potuto visionare tramite gli screenshot allegati alla denuncia che i familiari hanno presentato ai carabinieri.
Si chiama Francesco Faranda, 41enne, in attesa di giudizio definitivo. È risultato affetto da covid 19 dal 2 dicembre scorso e, da allora - come si legge nell'istanza per i domiciliari ospedalieri presentata dal suo avvocato Ernesto Pino - "posto in isolamento in cella igienicamente inadeguata e - a detta dei familiari che lo sentono quasi giornalmente in video chiamata - non munito dei necessari conforti sanitari". Non solo. Come detto, dopo averlo visto tramite un video colloquio svolto lunedì scorso, i familiari riferiscono - si legge sempre nell'istanza - "che presentava manifesti problemi respiratori e che perdeva sangue".
L'avvocato Ernesto Pino, contattato da Il Dubbio, denuncia di aver inviato ben due pec alla direzione del carcere nisseno per essere notiziato in maniera particolareggiata sulle condizioni di salute del recluso, una il 3 e l'altra il 4 dicembre. Ma senza alcuna risposta. La moglie di Faranda, a quel punto, si è recata al comando locale dei carabinieri e ha fatto denuncia, evidenziando il fatto che, nonostante i sintomi, il comandante della struttura penitenziaria le avrebbe detto che il marito, a suo parere, poteva permanere all'interno della cella di isolamento sanitario.
Tutto tace, nessuna risposta alle pec dell'avvocato. "A quel punto - spiega il legale a Il Dubbio -, si è recato in carcere un mio collega assieme ai parenti del detenuto. Dopo una ritrosia iniziale e solo dopo aver fatto il nome del detenuto e detto che le pec sono rimaste inevase, è uscito fuori un agente penitenziario, spiegando che il medico ha fatto da poco una visita constatando che il detenuto sta bene". L'avvocato prosegue nel racconto: "L'agente ha mostrato una certificazione medica, senza però rilasciare una copia, facendo vedere nero su bianco che non ha febbre e che ha la saturazione del 95%. Ma tale valore - sottolinea sempre l'avvocato - indica comunque una condizione di parziale assenza di ossigeno, quindi è al limite".
Da una parte c'è la testimonianza dei familiari che in videochiamata hanno visto il proprio caro apparire sofferente e con grossa difficoltà a respirare, tanto da sputare sangue; mentre dall'altra c'è un certificato medico che attesterebbe che il recluso si trova in discrete condizioni. Resta sullo sfondo una cella di isolamento con un evidente degrado igienico, dove secondo i familiari sarebbe tenuto al freddo e senza i suoi effetti personali.
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