di Adriano Sofri
Il Foglio, 8 dicembre 2020
Queste poche righe per dire che partecipo al digiuno promosso da Rita Bernardini e seguito da tante e tanti, detenuti e liberi. Partecipo perché so immaginare, e lo immagino tutti i santi giorni, tutte le chiare notti, che cosa sia stare in galera sempre e in un tempo come questo. Anche starci da guardiani. Si muoiono dirimpetto, guardiani e guardati.
di Saverio Francesco Regasto*
Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2020
Quel che sembrava impossibile un anno e mezzo fa oggi è triste realtà ed è avvenuto utilizzando, come intelligente grimaldello, la pandemia e la necessità di procedere speditamente (e anche "arbitrariamente") nella cantierizzazione dei lavori pubblici. Tuonava, nel maggio del 2019, il ministro dell'Interno: "Io abolirei l'abuso d'ufficio" - il reato previsto e punito dall'art. 323 del codice penale, ndr - "Lo abolirei perché non posso bloccare 8.000 sindaci per la paura di essere indagati. Ci sono sindaci che non firmano niente per paura di essere indagati".
Allora, nonostante le pressioni dal basso di amministratori locali e regionali, spesso indagati e talvolta condannati proprio per l'abuso d'ufficio (che si sostanzia nel procurare a sé o ad altri un vantaggio o un danno in violazione di una legge o di un regolamento), ci fu una levata di scudi tanto per l'ipotesi di una sua abrogazione, quanto per prendere in considerazione proposte di modifica che, di fatto, ne svuotassero la portata. Disse il partito alleato di governo per bocca di Luigi Di Maio: "Chi vuole proporre l'abolizione dell'abuso d'ufficio troverà un muro nel M5S...
Io non voglio tornare indietro ai podestà che facevano quello che volevano". Come talvolta capita a questo Paese, applicando la legge del contrappasso, quel che era impossibile e indicibile per un governo gialloverde è diventato realtà per l'esecutivo giallorosa: l'abolizione, di fatto, del reato, avvenuta, come vuole tradizione, in una calda giornata estiva, con il dl cosiddetto "Semplificazioni".
Non si è trattato di una mera "svista", ma di una scelta volontaria volta a rendere impuniti i comportamenti di decine e decine di amministratori locali che potranno violare i Regolamenti comunali (basti pensare a quelli edilizie urbanistici), rispettando ogni disposizione di legge. È infine giunta, benvenuta da coloro i quali erano imputati, una sentenza della Cassazione che ha messo una pietra tombale in senso tecnico sulla vicenda, statuendo che la modifica apportata al codice ha efficacia retroattiva.
Mi domando, francamente, se in nome di una presunta semplificazione e, soprattutto, dell'esigenza di "accelerare" i procedimenti amministrativi giacenti, valesse la pena di creare una sorta di "impunità di gregge" per l'unica fattispecie che consentiva ai pubblici ministeri di aprire un fascicolo d'indagini.
C'è, infine, il capitolo relativo alla portata devastante della norma sul sistema universitario, questione sollevata da Giambattista Scirè, dell'Associazione Trasparenza e Merito. Come è noto, alle Università è riconosciuta una particolare forma di autonomia in virtù della quale le norme di organizzazione e di funzionamento, le procedure per l'assunzione di docenti e ricercatori, i concorsi per gli assegni di ricerca, per il dottorato, ecc. sono riservati allo Statuto di ciascuna università e ai regolamenti d'Ateneo, fonti che sfuggono dalla novella dell'art. 323 del codice penale.
In buona sostanza, nel reclutamento del personale docente e ricercatore e in ogni altra procedura, non è più contestabile l'abuso d'ufficio. Certo è che la Pubblica amministrazione si ritrova oggi in una diarchia: quella "governata" esclusivamente dalla legge e quella, al contrario, in cui la normazione regolamentare prevale sulle fonti primarie.
Per i funzionari della prima è ipotizzabile il reato di abuso d'ufficio, per quelli della seconda è del tutto escluso. Si impone, credo, una riflessione anche in termini di violazione del principio d'uguaglianza e di compatibilità del nuovo abuso d'ufficio con la Costituzione. Si deve dunque sperare, ancora una volta, in un intervento demolitorio della Corte.
*Ordinario di Diritto pubblico comparato, Università degli Studi di Brescia
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 dicembre 2020
"Non siamo volontari, né stampelle. Vogliamo solo ciò che ci spetta". La protesta della magistratura onoraria continua. Con flash mob da Palermo a Milano e lo sciopero della fame, da otto giorni, di Vincenza Gagliardotto e Sabrina Argiolas, giudici del capoluogo siciliano. Gagliardotto pesa ormai 45 kg. Ma nonostante questo, assieme ad Argiolas, ogni giorno va in Tribunale, come i circa 5mila colleghi sparsi in tutta Italia. La pretesa è una sola: "il riconoscimento di elementari diritti", tuona la Consulta della magistratura onoraria rivolgendosi direttamente al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Martedì lo sciopero della fame si allargherà: alle due colleghe si unirà Giulia Bentley, vice procuratore a Palermo, "con un'esperienza oncologica non ancora terminata". Un gesto estremo, con il solo scopo di rivendicare un trattamento equo e dignitoso.
Sabato una delegazione di toghe ha deciso di sospendersi dalla funzione per protestare contro "il totale abbandono" in cui si sono ritrovati in periodo Covid. "Senza tutela alcuna per la salute, senza supporto alcuno dal punto di vista economico per chi si trovi, per malattia o quarantena, a non poter prestare servizio e dunque non percepisca il già misero gettone di udienza", denuncia in una lettera Assogot
I magistrati onorari si sono presentati vestiti di nero, con in mano una rosa rossa, ispirandosi allo sciopero del pane e delle rose del primo '900. "Retribuzione e tutele, questo chiediamo - scrivono. Le richieste non vengono prese in considerazione, le minacce di procedura di infrazione da parte della Commissione Europea vengono ignorate, le sentenze a noi favorevoli vengono interpretate in senso contrario dal Governo".
Basti pensare a quella pronunciata il 26 novembre dalla Sezione lavoro del Tribunale di Napoli, che accogliendo i ricorsi dei Giudici di Pace li ha ricondotti sotto la nozione di "lavoratori", riconoscendo loro il diritto ad un "trattamento economico e normativo equivalente a quello assicurato ai lavoratori comparabili che svolgono funzioni analoghe alle dipendenze del ministero", con condanna di via Arenula al pagamento delle differenze retributive. La Corte di Giustizia Ue, invece, a luglio aveva sancito il carattere di "lavoratore a tempo determinato" per i magistrati onorari, riconoscendo così il diritto a ferie retribuite come i colleghi togati. Ai quali sabato è stato chiesto di unirsi alla protesta.
Nei giorni scorsi Bonafede aveva ribadito la sua attenzione alla causa, sottolineando la propria consapevolezza "del fondamentale contributo fornito dalla magistratura onoraria", dopo essere stato pesantemente criticato per aver detto, nel corso di un'interrogazione, che l'esistenza della stessa "è legata alla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione della retribuzione della magistratura professionale".
Il ddl presentato dal Guardasigilli per riformare la legge Orlando è attualmente fermo. Quella norma, che entrerà in vigore ad agosto 2021, prevede un tetto massimo di due giorni di attività a settimana e una riduzione dei compensi, mentre le tutele previdenziali e assistenziali rimangono una chimera. La proposta di Bonafede prevede "un miglioramento" di tali condizioni, con un meccanismo retributivo commisurato all'attività svolta.
L'indennità non si comporrà più delle due parti (fissa e variabile), ma verrà rideterminata in misura globale, comprensiva degli oneri previdenziali ed assistenziali, e sarà pari a 31.473 euro per i magistrati onorari che esercitano funzioni giudiziarie e inseriti nell'ufficio del processo, e 25.178 euro per quelli nell'ufficio di collaborazione del procuratore della Repubblica. Nel caso in cui il magistrato onorario opti per l'indennità fissa resta fermo il limite dei tre impegni settimanali. Per la relatrice Valeria Valente, del Pd, "va preservata l'impostazione della
Orlando che prevede incarichi temporanei", ma per salvaguardare la professionalità acquisita della magistratura onoraria "si è previsto che i giudici di pace possano mantenere cottimo e fisso", con un raddoppio delle cifre a cottimo che consente di arrivare a 38mila euro l'anno. Rimane il nodo di previdenza e maternità, "temi da affrontare, ma nella prossima legge di Bilancio".
L'atteggiamento, sul punto, al momento è cauto. Ma allo studio ci sono dei testi migliorativi per andare incontro alle esigenze della magistratura onoraria. Al momento, l'ufficio di presidenza del Senato ha bloccato ogni provvedimento che non riguardi l'emergenza Covid, creando, dunque, uno stallo. L'intenzione di via Arenula, in primis del sottosegretario Vittorio Ferraresi, che segue in prima persona il dossier, è quello di velocizzare l'iter. Per tale motivo, dunque, il ministero sta sollecitando la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati affinché ci sia una deroga che consenta di lavorarci a gennaio.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 8 dicembre 2020
Dopo giorni di forte tensione, in cui non era del tutto esclusa la possibilità di un ritorno alle urne, i magistrati hanno dunque eletto i nuovi vertici dell'Anm. Il presidente è Giuseppe Santalucia, Salvatore Casciaro il segretario generale. Il primo esponente di Area, il cartello progressista, il secondo invece di Magistratura indipendente, il gruppo moderato delle toghe. La votazione è avvenuta con il sistema telematico. Dopo anni di pm a capo dell'Anm, due giudici: Santalucia è alla prima sezione penale della Cassazione, Casciaro è alla sezione Lavoro della Corte d'appello di Roma.
Per superare l'impasse è stata determinante, prima del voto finale, la ventilata astensione di Unicost, la corrente di centro, sul nome di Luca Poniz, il presidente uscente che aveva deciso di ricandidarsi. Il nome del pm milanese era "indigeribile" per le toghe di "Mi" e di Movimento per la Costituzione, che avevano chiesto "discontinuità": avevano indicato come criticabili alcuni atteggiamenti assunti da Poniz dopo lo scoppio dell'affaire Palamara, quando lo scorso anno vi erano rimasti coinvolti tre esponenti del gruppo moderato al Csm.
Senza i voti di Unicost, per le toghe di Area la strada si era fatta in salita e sarebbe diventata inevitabile una nuova fumata nera. Da qui la scelta di puntare su Santalucia e dar così vita a una giunta largamente condivisa con i rappresentanti di quattro gruppi associativi: vale a dire tutti quelli rappresentati nel "parlamentino" tranne Articolo 101. Di Unicost sono la nuova vicepresidente Alessandra Maddalena e il segretario Italo Federici.
Aldo Morgigni (Autonomia & indipendenza), ex togato del Csm, sarà il coordinatore dell'ufficio sindacale. Della nuova giunta fanno parte anche Lilli Arbore ed Elisabetta Canevini di Area, Emilia Di Palma di "A& I" e Maria Cristina Ribera di "Mi", oltre a Cecilia Bernardo, anche lei del gruppo moderato, che dirigerò la rivista dell'Anm. A differenza della volta scorsa, il mandato sarà quadriennale, senza rotazione dei vertici fra i gruppi. Santalucia, nato 56 anni fa a Catania, è in magistratura dal 1989: è stato pm a Patti e a Messina, poi gip a Reggio Calabria.
Ha trascorso anche dei periodi fuori ruolo, prima come magistrato dell'Ufficio studi del Csm e, dall'agosto 2013 al febbraio 2018, come vice capo e poi come capo dell'Ufficio legislativo di via Arenula. Nella sua prima dichiarazione ha detto di sentire "il peso della responsabilità, assumendo la presidenza in un momento difficile per la magistratura per le recenti vicende e per la pandemia in atto". Ha ribadito la necessità del "pluralismo" e della "unità di intenti". Il programma che intende seguire, ha spiegato, è quello messo a punto due settimane fa nel tavolo tecnico costituito appositamente. "Non è un programma al ribasso - ha ricordato - ma di mediazione. Termine che non ha un'accezione negativa: mediazione e compromesso sono ciò che consente di camminare insieme".
Forti critiche sulla nuova giunta e sul nuovo presidente da parte, invece, delle toghe di Articolo 101, il gruppo nato per essere "contro le correnti" e che ha eletto quattro rappresentanti al comitato direttivo centrale. "Tanto tuonò che piovve - ha affermato Andrea Mirenda, giudice a Verona e tra i fondatori della nuova compagine - la restaurazione si è completata: dopo due mesi trascorsi a cercare disperati equilibri spartitori, a suggello della pax correntizia giunge a capo del sindacato delle toghe un magistrato già capo dell'Ufficio legislativo del ministero della Giustizia ai tempi del ministro Andrea Orlando".
Il primo atto della rinnovata giunta, dal punto di vista della comunicazione, è stato ieri pomeriggio un comunicato sulla decisione del Tribunale di Francoforte di respingere il ricorso volto ad inibire l'uso del nome "Falcone& Borsellino" nell'insegna di un ristorante, ritenendo che la tutela della reputazione di Giovanni Falcone "a causa del passare del tempo e dello sbiadimento della memoria del defunto (...) non può più essere garantita", dovendosi "anche tener conto del fatto che l'opera di Giovanni Falcone si svolse principalmente in Italia".
Ebbene, per l'Anm si tratta di "affermazioni che disorientano e offendono la memoria di Giovanni Falcone, svilendo il senso esemplare di un impegno impareggiabile per l'affermazione dei valori fondamentali di ogni società democratica. Falcone e Borsellino", ricorda la nota dell'Anm, "sono un capitolo della storia comune del nostro tempo, che oltrepassa i confini nazionali e che non tollera considerazioni, specie di organi giudiziari, non sostenute da questa necessaria consapevolezza: la memoria è dovere civico e impegno culturale di tutte le Istituzioni dell'Unione", fa notare l'associazione magistrati, "per l'affermazione, senza cedimenti, dei valori comuni in cui crediamo".
La Repubblica, 8 dicembre 2020
L'evento con magistrati, prefetti, personalità della politica. In diretta streaming mercoledì 9 dicembre, alle 11, sul sito dedicato, su quello della Corte dei Conti, The Post Internazionale e Rai Cultura. Moderatori Pietro Del Soldà, Marco Filoni e Giulio Gambino.
In occasione della Giornata Internazionale contro la Corruzione promossa dall'Unesco, venti tra magistrati, prefetti, personalità del mondo della politica e dalla giustizia parteciperanno a Il virus della legalità, evento online ideato dalla Fondazione De Sanctis e moderato da tre firme del giornalismo italiano: Pietro Del Soldà, Marco Filoni e Giulio Gambino. La maratona verrà trasmessa in diretta streaming mercoledì 9 dicembre, alle 11, sul sito dedicato, su quello della Corte dei Conti, The Post Internazionale e Rai Cultura.
"La corruzione - scrive l'Unesco, che patrocina l'iniziativa - prospera in tempi di crisi e la pandemia globale in corso non fa eccezione. Durante la crisi sanitaria, combattere la corruzione può fare la differenza tra la vita e la morte".
Le collaborazioni. L'iniziativa è ideata in collaborazione con Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che dichiara: "La tutela dei diritti delle persone private della libertà è un compito innanzitutto preventivo: occorre prevenire qualsiasi diminuzione dei diritti delle persone, in particolare di quelle più vulnerabili.
In questa prospettiva la prima prevenzione riguarda la lotta a ogni forma di corruzione: quella che porta le persone socialmente fragili a divenire vittima di chi falsamente si presenta come possibile risolutore di problemi, quella che porta alle discriminazioni anche in quei luoghi dove l'uguaglianza dovrebbe essere elemento costitutivo, quella che porta a defraudare le risorse delle istituzioni riducendo la loro capacità di rispondere ai bisogni della collettività, a totale vantaggio di quelle realtà criminali che nella corruzione trovano il proprio terreno di espansione".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 8 dicembre 2020
Per il magistrato che guida la Procura di Trieste si tratta di una norma del tutto inutile. "Io non ho ancora capito perché, se non per questioni di bandiera politica, non riusciamo a liberarci del reato di clandestinità e cioè di dire che ogni persona che troviamo in Italia, per il solo fatto di esserci entrata, commette reato". Stanno facendo discutere le parole del Procuratore Capo di Trieste, Antonio De Nicolo, pronunciate durante un'intervista nel salotto della trasmissione Ring sull'emittente locale Telequattro.
È una delle rare volte in cui un esponente della magistratura si schiera così apertamente contro una norma che è stata introdotta nel 2009 con la legge 94 che istituiva appunto il reato di clandestinità. Ben presto gli esperti delle tematiche legate all'immigrazione denotarono l'inefficacia e l'inapplicabilità di tale legislazione. Sebbene fin dall'inizio l'illecito avesse natura penale, non era previsto l'arresto o il fermo di polizia, misure ammesse nell'ordinamento italiano solo in caso di reati che abbiano come conseguenza la detenzione. La pena dunque consiste in una sanzione pecuniaria per ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato con multe da 5 a 10mila euro.
Nel frattempo la persona raggiunta da questo provvedimento viene denunciata a piede libero e nell'intervallo di tempo che intercorre fra l'avvio dell'iter giuridico e la sua conclusione può muoversi tranquillamente senza restrizioni. Per questo il Procuratore De Nicolo fa presente che si tratta di una condanna che è "platonica, non verrà mai eseguita perché (gli incriminati ndr.) non sarebbero mai in grado di pagare e, nel contempo, si tratta di procedimenti che intasano gli uffici dei tribunali.
È una norma penale totalmente inutile, se la cancellassero farei un brindisi" "Già quando dirigevo Udine me ne rendevo conto - ha spiegato il Procuratore triestino ora che sono a Trieste dove il numero di denunce è molto più elevato ci troviamo subissati da queste denunce di reato per un sacco di persone pakistani, afghani, siriani che vengono portati a giudizio per un reato che prevede la sola pena pecuniaria, perciò anche quando la condanna verrà emessa non verrà mai eseguita perché non li troviamo più sul territorio".
A tutto ciò si aggiunge il fatto che anche la possibilità di convertire l'ammenda in un provvedimento di espulsione è puramente teorica. Il costo elevato dell'esecuzione e i pochi patti bilaterali con i paesi di provenienza chiudono infatti la strada ai rimpatri. Anche i tentativi di depenalizzazione che nel 2016 sembravano indirizzati su una strada favorevole sono caduti nel vuoto. Già all'epoca l'allora procuratore nazionale antimafia Franco Roberti definì il reato di clandestinità un "ostacolo per le indagini sui trafficanti di esseri umani".
Un aspetto sul quale si è soffermato anche De Nicolo durante l'intervista rilevando l'impossibilità per "l'immigrato illegale" di testimoniare contro il trafficante a "cui ha pagato il viaggio per farlo giungere fin qui". Infatti - ha spiegato il Procuratore - "quando riusciamo a far dire chi è il destinatario delle somme pagate non possiamo usare questa testimonianza perché lo stesso testimone è indagato del suo reato di clandestinità e il difensore dell'indagato può tranquillamente dire che questa audizione non è utilizzabile".
di Vincenzo Maria Siniscalchi
Il Mattino, 8 dicembre 2020
Il processo penale ad onta delle regole fissate in Costituzione con la introduzione dell'art. 111, soffre una sorta di paradossale contrappasso. La anomalia può così riassumersi: le norme scritte dal legislatore costituzionale hanno il pregio indiscutibile della chiarezza sulla terzietà del giudice, sulla formazione della prova nel contraddittorio tra le parti, sulla ragionevole durata, e tuttavia non riescono ad ottenere il risultato sperato per realizzare il processo "celere e giusto".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 8 dicembre 2020
È un provvedimento illegale, perché attua retroattivamente una norma che molto probabilmente è comunque anticostituzionale. Ed è una decisione ispirata a due sole tendenze: quella al sadismo e quella all'ignoranza. L'ufficio di presidenza del Senato ha tolto la pensione da parlamentare a Ottaviano Del Turco. Perché? Perché ha una condanna a tre anni per "induzione indebita". La condanna si riferisce a un fatto del 2006. La legge che toglie la pensione ai condannati è del 2015. La decisione del Senato viola in modo clamoroso la Costituzione che esclude la retroattività delle pene.
Del Turco è stata una delle figure più importanti del sindacalismo italiano dalla fine degli anni Sessanta fino al 1992. Protagonista dell'autunno caldo, delle grandi lotte degli anni 70, della battaglia contro il terrorismo, poi della stagione del taglio alla scala mobile e della divisione e poi della ricucitura dei sindacati. È un personaggio molto importante della prima Repubblica. Un socialista. L'Italia gli deve molto. Del Turco è una bravissima persona, la condanna che ha subìto è ingiusta e senza prove. Pende in Cassazione la richiesta di revisione del processo. Del Turco dopo la persecuzione giudiziaria si è ammalato molto seriamente. Prima il tumore, poi l'Alzheimer ora anche il Parkinson. È chiuso in casa. Non parla, non riconosce neanche i parenti stretti. La decisione contro di lui è illegale e sadica. L'unica possibilità di ristabilire il diritto è che intervenga Mattarella concedendo la grazia.
L'ufficio di presidenza del Senato ha tolto la pensione ad Ottaviano Del Turco. Quello che chiamano il vitalizio. Credo che abbia votato all'unanimità questo provvedimento indecente. Come hanno potuto, mi chiedo. Molti senatori si saranno semplicemente accodati, a capo chino, alla morale prevalente nella politica italiana degli anni venti: il più rozzo grillismo. Qualcuno lo avrà fatto per paura di essere poi indicato dai giornali reazionari come l'amico dei corrotti. Il terrore degli anatemi del "Fatto". Qualcun altro, magari, per semplice ignoranza. Probabilmente solo pochi tra i senatori che hanno deciso questa misura odiosa sanno chi è Del Turco, e cioè conoscono nel dettaglio la sua biografia. Del Turco è stato uno degli esponenti di maggior valore della prima repubblica, uno di quelli che hanno portato l'Italia ad un grado molto alto di civiltà e di giustizia sociale, e poi l'hanno sistemata al quarto posto tra le potenze mondiali. Prima del crollo politico, e del crollo morale, e del crollo economico che sono venuti dopo il '92.
Immagino anche che pochi, in quel gruppetto di senatori che si sono macchiati di questo atto vile, sappiano che Del Turco oggi è gravemente malato. E suppongo che molti, tra loro, invece, ignorino - per distrazione, per mancanza di studi, per giovinezza politica che l'articolo 25 della Costituzione (secondo comma) recita così: "Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso."
Fu scritto, questo articolo della Costituzione, da esponenti della politica e della cultura italiana di livello molto alto, e che avevano speso un pezzo importante della propria vita nella battaglia contro la dittatura, il fascismo, e l'invasione militare nazista. Molti tra loro avevano trascorso anni e anni in prigione, o al confino. Se chiedi i loro nomi al drappello di coraggiosi che ha avuto l'animo di sottoscrivere questo provvedimento di condanna per Del Turco, probabilmente solo qualcuno di loro saprà balbettare due o tre di questi nomi. Chissà chi conosce Fausto Gullo, o Tristano Codignola, o Teresa Mattei, o Costantino Mortati, o Giuseppe Romita... Questi uomini e queste donne della Costituente, tennero fermo un punto comune a tutti: ripristinare lo Stato di diritto.
Quello che è successo l'altro giorno all'ufficio di Presidenza del Senato è una cosa indegna. Che getta vergogna sulle istituzioni del nostro paese. È un atto vigliacco, feroce e illegale. Illegale perché il presunto reato del quale è ingiustamente accusato del Turco risale comunque al 2006 e la norma sul ritiro della pensione è del 2015. Non esiste nessun costituzionalista al mondo che potrà sostenere che restare senza pensione non sia una pena accessoria, per qualunque cittadino, parlamentare o no che sia. E non esiste nessun costituzionalista che potrà mai spiegare a qualcuno che conosce l'italiano, e che ha letto la Costituzione (che è scritta in semplice italiano) che una pena retroattiva è legittima. La punizione decretata dal Senato per Del Turco è infame ma anche illegale. Spero che molti di quelli che l'hanno sottoscritta lo abbiano fatto inconsapevolmente, per distrazione.
Ora c'è un solo modo per riparare. Cioè, c'è una sola persona che può intervenire per sanare questo orrore. È il Presidente della Repubblica. Che per fortuna appartiene ad un'altra generazione politica, rispetto a quella dei fucilieri di Del Turco. Sergio Mattarella conosce la storia della politica italiana, conosce i princìpi della Costituzione (e in generale quelli del diritto), conosce le debolezze della magistratura da prima ancora che ce le descrivesse Luca Palamara. Solo lui può intervenire e risolvere questo problema concedendo la grazia a Ottaviano Del Turco.
Del Turco è un ragazzo abruzzese, nato negli ultimi giorni dell'occupazione tedesca, nel 44: credo che fosse un ragazzo povero, da adolescente scappò a Roma e si mise a fare il sindacalista. A venticinque anni era già un dirigente nazionale della Fiom. Del Turco era socialista ed era impegnato nella Cgil dei metallurgici, insieme ai comunisti.
Ha avuto un ruolo di grande rilievo nel sindacato e nelle battaglie furiose di quegli anni: con Trentin, Carniti, Benvenuto, Marianetti, Macario, Marini, Bertinotti, Storti e col suo grande amico che fu Luciano Lama. Ha partecipato all'autunno caldo, era sul palco di Piazza del Popolo nel dicembre del 1969, quando una marea di metalmeccanici invase Roma e cambiò la stagione politica, e anche la stagione sociale, avviando la riconquista di diritti e salari da parte della classe operaia.
E poi è restato al vertice del sindacato in quegli anni di grande riforme, di lotte, di paura, e anche di divisioni. Allora fare politica non era un grande affare: guadagnavi due lire e rischiavi pure di beccarti una pallottola dai brigatisti o dai terroristi neri. Nel 1984, quando Craxi decise di tagliare la scala mobile, il sindacato si spaccò in due: Del Turco stava con Carniti e con Craxi, contro Lama e Trentin. Vinse quella battaglia, e poi si diede da fare per ricucire, per evitare una disfatta sindacale.
Nel 92, quando scoppiò Tangentopoli, entrò in politica, fece il parlamentare, il ministro, il Presidente dell'antimafia, aderì al Pd. Fino al giorno nel quale cadde in una piccola congiura abruzzese della quale fecero parte imprenditori della sanità e qualche magistrato. Del Turco fu messo in trappola, accusato addirittura di associazione a delinquere. Gettato in carcere per mesi. Le prove non c'erano, per questo lo tenevano in cella.
Speravano che confessasse. ma non aveva niente da confessare. Le poche prove sbandierate dagli accusatori si rivelarono false. Alla fine le accuse caddero quasi tutte, la Cassazione le cancellò, la teoria del grande imbroglio si sbriciolò, e Del Turco, che era stato abbandonato da quasi tutti, soprattutto - come succede spesso - dal suo partito, e cioè dal Pd, finì condannato solo per il reato di induzione indebita. È stata una condanna ingiusta, fondata su un teorema, non sulle prove. Ora pende in Cassazione una richiesta di revisione del processo.
Del Turco però non saprà mai se il nuovo processo ci sarà davvero e se finalmente potrà ottenere l'assoluzione. Perché la lunga vicenda giudiziaria lo ha logorato, ha annientato il suo fisico. Oggi è chiuso in casa, è malato di cancro, di parkinson e di alzheimer. Non ragiona più. Non riconosce nemmeno i suoi familiari. Ha pagato in modo terrificante una colpa che non ha commesso.
È contro quest'uomo, cioè contro uno dei protagonisti della storia della repubblica e contro una persona malatissima, che si sono accaniti i senatori che hanno deciso di togliergli la pensione. Ci sarà una rivolta di politici, di intellettuali, di giornalisti, di persone normali, di fronte a questo atto di puro sadismo? Temo di no.
Confido molto invece in Mattarella. Lui ha conosciuto la prima repubblica. Sa chi erano i politici allora, e soprattutto i sindacalisti. Sa anche che se l'Italia oggi è un paese civile grande parte del merito va proprio a quella generazione di sindacalisti che hanno combattuto per anni, e rischiando molto, sulle barricate. Mattarella conosce la questione morale, quella vera: sa che nel più corrotto esponente della prima repubblica c'era molta più moralità che in un politico dilettante di oggi. Ha il potere di sanare questa ingiustizia e io penso che lo farà.
Il Centro, 8 dicembre 2020
Scatta l'inchiesta sulla morte di un detenuto avvenuta nel carcere di Torre Sinello. Il sostituto procuratore della Repubblica di Vasto, Michele Pecoraro, ha aperto un fascicolo a carico di ignoti. Il pubblico ministero ritiene necessario a questo punto disporre accertamenti medico legali sulla salma dell'uomo per stabilire le cause del cesso. Per questo motivo il 9 dicembre, negli uffici della procura, il pm Pecoraro conferirà l'incarico al professor Cristian D'Ovidio.
A richiedere l'autopsia è stata anche la compagna del detenuto milanese di 39 anni, protagonista della triste vicenda. La donna è assistita dall'avvocato Raffaele Giacomucci, che ha presentato in procura un'istanza in cui chiede di accertare le modalità della morte del suo cliente, dove sarebbe avvenuta e cosa avrebbe spinto il detenuto a compiere il presunto gesto estremo.
"Il mio cliente potrebbe anche essere morto d'infarto", ipotizza l'avvocato Giacomucci. Il corpo dell'uomo è stato trovato nella tarda mattinata di martedì dagli agenti della polizia penitenziaria. Il 39enne era nella sua cella da solo. Pare che avesse accanto un sacchetto di plastica e una bomboletta di gas. È probabile che l'autopsia legale venga eseguita giovedì a Chieti. L'avvocato Giacomucci si era occupato del trasferimento del detenuto in una comunità. "Presto ci sarebbe stata l'udienza e, subito dopo, il mio cliente sarebbe uscito da Torre Sinello", ricorda il legale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 dicembre 2020
La denuncia del Garante nazionale Mauro Palma: "Serve maggiore attenzione". Il carcere di Parma ci sono più di cento detenuti bisognosi di cure, ma sono in attesa di entrare nel centro clinico interno (Sai) perché tutti i posti sono occupati.
Parliamo di una delle tante criticità che il Garante nazionale delle persone private della libertà ha riscontrato durante la visita negli istituti dell'Emilia- Romagna. La delegazione - composta dall'intero collegio del Garante (Mauro Palma, presidente, e Daniela de Robert ed Emilia Rossi, componenti) e da sei membri dell'Ufficio - ha visitato diversi luoghi di privazione della libertà: dagli Istituti penitenziari, alla Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), alle camere di sicurezza delle varie forze di Polizia, inclusi i cosiddetti "locali idonei" introdotti dal "Decreto Sicurezza 2018" delle Questure, alle Residenze sanitarie assistenziali per persone anziane o con disabilità (Rsa e Rsd). Parliamo di una prima visita che ha riguardato la parte occidentale della regione.
Per quanto riguarda l'area penale, il Garante nazionale ha osservato che nei due Istituti la diffusione del Covid-19 in questa fase è estremamente limitata, con uno e due casi tra i detenuti e altrettanto ridotta tra gli operatori. In entrambi, al momento della visita, sia il personale che le persone detenute dotati di mascherine e i tamponi vengono effettuati in maniera sistematica a chi entra in carcere. Questo elemento, secondo il Garante, va valutato positivamente anche se l'alto numero di persone detenute anziane o con più patologie presenti nell'Istituto di Parma induce a molta attenzione e cautela.
"L'Istituto di Parma - rende noto il Garante - ha, infatti, una sua evidente complessità non solo perché comprende una Casa di reclusione e una circondariale, ma anche perché la stessa reclusione si articola in una pluralità di circuiti diversi, con spesso situazioni di incompatibilità tra di loro".
Particolarmente critica è la presenza di un gran numero di persone assegnate all'Istituto da altre regioni per motivi di salute in vista del ricovero nel Servizio di assistenza intensiva (Sai) e in quello per disabili, sezione paraplegici (Crupi); persone che frequentemente vengono assegnate all'Istituto indipendentemente dall'effettiva disponibilità di posti nei rispettivi reparti sanitari.
Il risultato, denuncia il Garante, è che attualmente più di cento persone bisognose di specifiche cure attendono nei reparti comuni senza quell'assistenza sanitaria di cui necessitano; oltretutto, ingolfando l'Istituto. "Si tratta di una situazione che richiede una diversa attenzione da parte dell'Amministrazione, ribadendo che ogni ipotesi di assegnazione richiesta dalla Magistratura di sorveglianza di altri distretti, spesso in risposta a richieste di sospensione facoltativa della pena o di detenzione domiciliare per motivi di salute, deve essere valutata sulla base della effettiva possibilità di presa in carico sanitario della persona una volta giunta a Parma", osserva sempre il Garante Nazionale.
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