di Matteo De Luca
Il Riformista, 7 dicembre 2020
In questo tempo di grande incertezza e fragilità, in una società civile esasperata e destabilizzata dal protrarsi dello stato di emergenza correlato alla diffusione della pandemia da Covid-19, la giustizia italiana, chiamata a infondere fiducia al cittadino comune dentro e fuori dalle aule dei tribunali, si presenta incapace di rispondere alle aspettative di tutela, evidenziando tutte le sue debolezze ormai da decenni denunciate con rassegnazione e sconforto dal mondo giuridico.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 7 dicembre 2020
Un altro detenuto deceduto nel carcere di Poggioreale: si tratta di Amodio Di Donato, 53 anni, napoletano, finito nel reparto di Medicina d'urgenza dell'ospedale Cardarelli per arresto cardiocircolatorio. Il suo fine pena era il 2024. Ne dà notizia il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello.
"Oltre al cancro del sovraffollamento - spiega - nelle carceri, suicidi, atti di lesionismo, morti per malattie, sono segnali e sintomi che dovrebbero mettere in allarme sia chi si occupa di carcere, sia la magistratura, sia la politica che l'opinione pubblica e il sistema dei mass-media".
"Le condizioni strutturali di non pochi Istituti penitenziari, in primis Poggioreale - sottolinea - non consentono una efficace attività di prevenzione. I detenuti con malattie croniche, quali i cardiopatici, diabetici, i malati oncologici, quelli che patiscono malattie respiratorie, coloro ai quali è stato diagnosticato l'Hiv o l'epatite C, necessitano con urgenza di misure alternative al carcere. La Cassazione è stata chiara: ogni detenuto ha diritto a morire con dignità, in particolare se anziano o malato. Perché molti magistrati non considerano il complessivo stato morboso del detenuto e le sue precarie condizioni di salute e di afflizione in pochi metri quadrati?".
Infine, il Garante su Poggioreale si rivolge al Provveditore campano delle opere pubbliche Giuseppe D'Addato: "Quando partirà la gara di 12 milioni di euro per ristrutturare i padiglioni fatiscenti di Poggioreale, nei quali vi sono stanze con pareti piene di muffa e umidità, fili elettrici scoperti, servizi igienici senza porte e senza docce? Quando questi fondi saranno usati per rendere vivibili spazi di socialità, di trattamento, di attività di recupero? Le omissioni e la noncuranza, in questo caso, sono reati gravi. Quanti altri decessi devono verificarsi tra i detenuti per far indignare anche l'opinione pubblica?".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 7 dicembre 2020
Slitta al 9 dicembre l'esame degli emendamenti, in programma nel fine settimana, da parte delle Commissioni congiunte Bilancio e Finanze del Senato, il testo dunque potrebbe andare in Aula il 14 o il 15 dicembre. Dopo la lettera di qualche giorno con cui le Camere penali invitavano il Ministro della giustizia, Alfonso Bonafede, ad emendare "l'insensata e pericolosa norma" del Dl Ristori bis che, per il periodo di emergenza Covid-19, ha previsto come modalità ordinaria l'appello penale da remoto, arrivano gli emendamenti della Lega, prime firme Pillon e Ostellari, volti a ripristinare le udienze in presenza. Anche Forza Italia è sulla medesima linea. Una sponda nel corso dell'esame congiunto da parte delle Commissioni Bilancio e Finanze del Senato potrebbe trovare da Italia Viva. La seduta inizialmente in programma per questo fine settimana è però slittata al 9 dicembre, il testo dunque potrebbe andare in Aula il 14 o il 15 dicembre.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 7 dicembre 2020
Mario De Michele aveva 59 anni: era a un mese dalla pensione. A San Vittore, dove per un periodo era anche stato di fatto il numero due della polizia penitenziaria, era una specie di "istituzione", per i detenuti come per gli avvocati: uno di quegli agenti ai quali si deve (senza peraltro che venga loro riconosciuto pubblicamente) che le sovraffollate carceri italiane non esplodano, tanto più in epoca di Covid.
E proprio il virus si è portato via Mario De Michele, viceispettore di appena 59 anni, ad un passo dalla pensione che avrebbe raggiunto tra un mese. Come in tutti i contagi è impossibile sapere se abbia contratto il virus dentro o fuori San Vittore, fatto sta che dopo alcuni giorni di infezione la situazione è precipitata per complicazioni cardiache innescate dal virus. E anche un altro detenuto è morto per Covid, dopo che pochi giorni fa era scomparso S.G. recluso in regime di 41bis a Opera.
Della nuova vittima se ne è potuto conoscere solo l'identità, M.P., e il fatto che scontasse la propria pena nel carcere di Bollate. Da una settimana era ricoverato in ospedale, formalmente non più in detenzione appunto per motivi di salute, e forse per questo inizialmente la sua scomparsa è rimasta in un limbo di mancate conferme. È dunque il terzo detenuto morto in due settimane in Lombardia, dopo che già il 24 novembre era scomparso F.C., in carcere a Busto Arsizio. In questo istituto adesso è stato contenuto e posto sotto controllo un focolaio Covid che è arrivato a coinvolgere 60 reclusi, per fortuna (come nella grande maggioranza dei casi in Italia) per lo più asintomatici.
La Lombardia, che è la regione maggiormente colpita dal virus, non fa eccezione nelle carceri regionali, dove già normalmente è arduo distribuire i 6.156 posti ufficialmente disponibili in sole 4.324 celle, e dove la quota lombarda è maggioritaria nel totale nazionale di 975 positivi tra i detenuti e 920 tra gli agenti penitenziari. I legali della Camera Penale di Milano si sono aggiunti allo sciopero della fame "di proposta" avviato da Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale e presidente di "Nessuno tocchi Caino", e al quale hanno sinora aderito oltre 2.800 detenuti in Italia, per chiedere a governo e Parlamento di ridurre drasticamente il numero di detenuti.
di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2020
Che Dio le benedica. E il popolo italiano pure. Ecco qui i nomi: Teresa Cermiglia, Maddalena Cucchiara e Francesca Vitale. Sono le tre donne che accettarono di fare i giurati popolari al maxiprocesso di Palermo e che il bellissimo docu-film della Rai di giovedì scorso ci ha consentito di conoscere dal vivo. Con altre donne e altri uomini fecero una scelta di civiltà, intrisa di orgoglio e di coraggio, che consentì di giungere a una sentenza storica.
Il docu-film ce ne ha raccontato i dubbi, gli stupori e poi la crescente determinazione a proseguire fino in fondo. La scoperta del pianeta mafioso attraverso le testimonianze giunte dall'interno, fino a inorridirne. Il duro confronto, fuori dalla famosa aula bunker, con un ambiente che si era abituato nei secoli a consegnare ai boss anima e cervello. E la vita sotto scorta, le tensioni familiari. Personalmente ho sempre sostenuto che il maxiprocesso sia stato prima ancora che un grandioso evento giudiziario un grandioso evento culturale.
Un duro rovesciamento delle coscienze. E/o, una giudice popolare al maxiprocesso lo ha confermato. In fondo la storia del nostro Paese è passata ripetutamente per piccoli gruppi di giurati popolari. Non solo contro la mafia ma anche contro il terrorismo, quando al celebre processo alle Brigate rosse di Torino non si trovavano abbastanza cittadini disposti ad accettare e si fece avanti, volontaria, l'esponente del partito radicale Adelaide Aglietta.
Donne e uomini anonimi che siamo abituati a vedere sedere accanto ai giudici di carriera come statuine, la fascia tricolore indossata con modestia e un accenno di fierezza. Abbiamo potuto capire meglio, la scorsa sera, che non sono statuine affatto, bensì cittadini che si caricano sulle spalle il peso della Storia nazionale e le consentono di andare avanti. E che quei giurati popolari palermitani fossero protagonisti, insieme con alcuni magistrati, di una rivoluzione culturale, lo abbiamo ben potuto misurare vedendo la scena reale in cui, con vibrante voce baritonale, un avvocato dei boss, giustamente voglioso di ben meritare davanti ai facoltosissimi clienti, prese a contestare il presidente della corte, Alfonso Giordano, indignato per le "vergogne" che costui stava perpetrando. Che spettacolo, quegli avvocati, che personaggi da trattato e da romanzo insieme. Con quel loro documento che chiedeva la ricusazione del presidente.
Arie del ventesimo secolo ormai dimenticate e che per fortuna ci sono state restituite proprio a ricordare la grandiosità del passaggio che si consumò. E che divise la stessa magistratura, se è vero che prima della accettazione della presidenza da parte del giudice Giordano (il quale, non dimentichiamolo, veniva dal civile) vi furono almeno cinque magistrati che rifiutarono il peso della storia.
Loro, prestigiosi rappresentanti di un potere della Repubblica; mentre semplici cittadini decidevano di rappresentare e di far vincere, come ha detto uno di loro, "la Sicilia degli onesti". Ci riuscirono. Poi, arrivò la Corte d'appello a smontare tutto. Una beffa per quei pezzi di vita generosa. Ma fu fortunatamente sconfessata dalla Cassazione, liberata della "dottrina Carnevale" grazie a Giovanni Falcone nel frattempo arrivato ai vertici del ministero della Giustizia.
Ebbene, fui chiamato a testimoniare a quel processo. Una testimonianza difficile ("non stiamo processando il generale dalla Chiesa" dovette urlare Giordano verso gli avvocati difensori) e ricordo bene quei giurati popolari, la loro attenzione rispettosa, che mi arrivava addosso muta, mentre sedevo davanti cloro cercando la giustizia che in buona parte mi sarebbe stata data. Non ho mai fissato i loro volti nella memoria, non ho mai chiesto i loro nomi nè li ho mai incontrati. Oggi, dopo 34 anni, voglio da questo giornale ringraziarli per quel che fecero.
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 7 dicembre 2020
Un migrante ha cercato di impiccarsi e subito dopo si sono verificati incidenti nel centro per il rimpatrio. Materassi dati alle fiamme, intervenuti decine di agenti di polizia e carabinieri. Il bilancio è di due feriti lievi. Ma è l'ennesimo disordine nella struttura.
A innescare i disordini stavolta è stato il tentativo di suicidio di un migrante di 36 anni. L'uomo, poco prima delle 22 di domenica 6 dicembre, ha cercato di impiccarsi ma è stato subito soccorso. Nel Cpr, Centro di permanenza per il rimpatrio, di via Corelli sono arrivate un'ambulanza e un'automedica in codice rosso. Durante le operazioni di soccorso, però, sono esplose le prime proteste da parte di un gruppo di ospiti. I migranti hanno dato fuoco ad alcuni materassi - come testimoniato da una densa nube di fumo che dalla struttura si è alzata verso il cielo - e si sono barricati nei settori del Cpr. Per questo è stato necessario l'intervento di diversi mezzi dei vigili del fuoco e l'arrivo in via Corelli di una decina di blindati di polizia e carabinieri. Il 36enne che ha tentato il suicidio è stato trasportato in codice giallo al Niguarda e non è in pericolo di vita. Un altro ospite, 22enne, è stato invece portato per un controllo al Fatebenefratelli dopo aver inalato molto fumo. Per riportare la calma è stato necessario l'intervento di poliziotti e carabinieri in tenuta anti sommossa.
Non è la prima volta che gli ospiti del centro inscenano proteste e rivolte. O che si verificano tentativi di autolesionismo. I casi più gravi lo scorso 12 ottobre, con una cinquantina di coinvolti, perlopiù tunisini, e a fine novembre. In quel caso a provocare gli incidenti era stato l'imminente volo di rimpatrio organizzato dal Viminale. Quando si è sparsa la voce un gruppo di giovani tunisini ha cercato di fuggire dal centro dopo aver sfasciato vetri, porte, finestre e rubinetti.
Anche in quella circostanza per riportare la calma era stato necessario l'intervento di diversi blindati. In questi tre mesi dopo la riapertura, la vita del Cpr è stata piuttosto turbolenta. Tanto che anche alcuni sindacati di polizia hanno chiesto al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, al prefetto Renato Saccone e al questore Sergio Bracco interventi per garantire la sicurezza del personale. A peggiorare la situazione anche l'emergenza Covid e la necessità di mantenere separati i casi sospetti.
Sul fronte antagonista, invece, continuano iniziative e manifestazioni. Nei giorni scorsi la rete "No Cpr" ha denunciato che "otto minori sono stati illegittimamente trattenuti per tre settimane all'interno del centro": "Il freddo si fa sentire e le coperte in dotazione sono troppo poche ed alcuni lamentano di essere rimasti senza; altri di dormire direttamente sulle brande senza neppure il materasso. Come se non bastasse - hanno scritto nella loro denuncia via social - è stato servito cibo scaduto. L'alternativa sono gli snack a peso d'oro nello spaccio della stessa cooperativa di gestione, che trattiene il corrispettivo sulla paga giornaliera di 2,5 euro con la quale i trattenuti devono scegliere se comprare da mangiare, da fumare o da telefonare".
di Corrado Ricci
La Nazione, 7 dicembre 2020
Felici dell'esperienza: "Sto ritrovando la mia dignità di uomo". "Una grande gioia sentirsi apprezzare dalla gente per l'impegno profuso". Un'esperienza educativa per i detenuti, sulla via della libertà da ritrovare, di cui intanto riassaporano il piacere. Un'occasione di recupero di decoro, a costo zero, di spazi verdi della città. Valori e opportunità di saldano nel programma di lavoro extra-murario di alcuni carcerati della casa circondariale spezzina.
Ciò avviene sull'onda di un protocollo di intesa fra il sindaco del Comune Pierluigi Peracchini, la direttrice di Villa Andreino Anna Rita Gentile e il legale rappresentante dell'Ats (Isforcoop capofila) Sergio Pinazzi. La Stella polare è l'articolo 27 della Costituzione che fissa il principio della finalità educativa della pena per favorire il reinserimento dei detenuti nella comunità.
Gli effetti indotti sono il prodigarsi per essa dei detenuti e la restituzione alla decenza e alla fruibilità di spicchi di territorio trascurati. Abbiamo incontrato in carcere i primi tre reclusi impegnati nel progetto, dal ritorno dal lavoro. Erano stanchi ma felici. Parole importanti, le loro. "Sto ritrovando la mia dignità di uomo. È un'esperienza molto bella, arricchente, soprattutto per la considerazione che percepiamo: da parte degli operatori che ci seguono e da parte della gente comune che ci ringrazia per quello che facciamo" dice Marco, un passato da contrabbandiere di sigarette.
"Non ho mai visto così pulito il parco della Maggiola. Mi ha detto una signora apprezzando il mio lavoro. Beh, una bella soddisfazione. Ci sentiamo i cavalieri della città" dice Ettore finito in carcere per le gravi ferite arrecate ad un poliziotto spinto giù dalla tromba delle scale durante il suo intervento per sedare una rissa. "Fu un errore, nel parapiglia lo scambiai per un contenente. Mi piacerebbe, una volta uscito dal carcere, incontrarlo, stringergli la mano e raccontagli che sono migliorato.
Mai reagire alla cieca, questo l'insegnamento maturato..." racconta, ravveduto e felice di aver concorso a tirare a lucido anche l'area di Pagliari, vicino ai Cantieri Sanlorenzo. A far parte del team dei cavalieri, anche un straniero, Kasemi, origini albanese. Lo Stato, al suo ritorno, gli ha presentato il conto di una vecchia condanna per immigrazione clandestina. "Mi sto impegnando molto sperando di tornare a fare il muratore" dice tesaurizzando la sua buona manualità di cui ha dato prova nel rimettere in sesto l'area di via Prosperi.
Storie diverse, volontà comune: tornare a godere della libertà con ritrovata coscienza. Quella oggetto delle cure dei percorsi educativi interni che, coordinati dalla direttrice Gentile, vedono impegnate in prima linea Licia Vanni (capoarea Trattamento) e Simona Gallo (funzionario giuridico pedagogico).
Entusiasta il sindaco Pierluigi Peracchini: "È un progetto che ci rende molto orgogliosi perché dà speranza e dignità a persone invisibili e che, come dice la nostra Costituzione, vanno reinserite gradualmente nella comunità con un percorso riabilitativo. Inoltre, è importante inserirle in un percorso che le aiuti a non ricadere più negli stessi errori, trovando una prospettiva nuova e diversa con un'occupazione che sia significativa per la collettività. Non è il primo progetto che stringeremo con la Casa Circondariale spezzina, che ringrazio per l'opportunità di realizzare concretamente il bene comune".
Quello dei lavori esterni è uno dei tasselli del mosaico creato per preparare i detenuti al ritorno in società, anche nell'auspicata prospettiva di poter trovare un lavoro", dice la direttrice Gentile. Una 'palestra' è rappresentata dall'officina di carpenteria nella quale vari detenuti partecipano alla costruzione di manufatti, di pezzi di design 'ordinati' da committenti aziendali. "Come le sedie esposte anni fa alle Fiera di Milano: un orgoglio vederle e pensare che erano state realizzare dai nostri ragazzi" dice Licia Vanni che segue anche gli altri laboratori, di teatro e di musica.
siracusapress.it, 7 dicembre 2020
Il lavoro come seconda opportunità di vita dentro e fuori il carcere. Favorire il reinserimento sociale del detenuto attraverso il lavoro e l'acquisizione di una specializzazione, tenendo conto dei bisogni individuali e del suo sistema di relazioni e familiare, e nel contempo contribuire a strutturare un modello di welfare comunitario capace di garantire quei servizi, attualmente assenti o poco diffusi in Sicilia, necessari all'abbattimento di tutte le barriere che si presentano di fronte al detenuto che desidera reintegrarsi nella società.
Questo l'obiettivo del progetto "Fuori - La vita oltre il carcere", sostenuto dalla Fondazione con il Sud e avviato, insieme ad altri partner, dalla cooperativa sociale L'arcolaio, che da anni opera all'interno della Casa circondariale "Cavadonna" di Siracusa per il recupero e l'inserimento lavorativo dei detenuti. Il progetto, della durata di 24 mesi, prevede, oltre al inserimento nella filiera lavorativa del biscottificio, attiva ormai da anni, un nuovo impianto di pelatura della mandorla, che garantirà nuova occupazione e la formazione di 12 detenuti per l'acquisizione della qualifica di "Addetto panificatore pasticciere". Tre di questi, infatti, verranno inseriti nell'attività produttiva del biscottificio, mentre per gli altri nove, con i requisiti della semi libertà, è previsto un percorso di inserimento lavorativo nel laboratorio esterno de L'Arcolaio a Canicattini Bagni e, attraverso appositi tirocini, all'interno di pasticcerie del territorio. Partner nel progetto sono: la casa circondariale di Siracusa; l'Ufficio locale di esecuzione penale esterna; la cooperativa sociale Passwork di Canicattini Bagni; il Gal Val d'Anapo - Agenzia di Sviluppo degli Iblei di Canicattini Bagni, a cui fanno capo 8 Comuni (Buccheri, Buscemi, Canicattini Bagni, Cassaro, Ferla, Palazzolo Acreide, Solarino, Sortino); il consorzio siciliano "Legallinefelici" di Camporotondo Etneo (CT); la fondazione di Comunità Val di Noto. Il progetto sarà presentato in videoconferenza oggi, lunedì 7 dicembre alle 16, sulla piattaforma Zoom con diretta sulla pagina Facebook della Coop. L'Arcolaio https://www.facebook.com/arcolaiocoop.
di Giacomo Barelli*
tusciaweb.eu, 7 dicembre 2020
Ma è una battaglia di civiltà. Dopo la battaglia consiliare di questi giorni apprendo da Tusciaweb due notizie arrivate quasi in contemporanea: una tragica, l'altra tragicomica. Le dichiarazioni del capogruppo di FdI sull'istituzione del garante comunale dei detenuti e il cavillo dell'annullamento della delibera comunale che lo aveva istituito sono le due facce di una politica che nella città di Viterbo, sede di un importante e discusso carcere di massima sicurezza, assume contorni a dir poco inquietanti. Per la seconda, di cui non parlerò, poiché non provo alcun interesse, posso solo dire che il cavillo è da sempre lo strumento utilizzato dal sistema per coprire le manchevolezze della politica.
Sconcertante e grave è invece la "presa di distanze" "da questa figura dai contorni poco chiari", per dirla con le sue stesse parole, è la posizione sull'istituzione del garante contenuta nella dichiarazione del capo gruppo di FdI al comune di Viterbo Luigi Buzzi. Infatti la "soluzione finale" affidata alla burocrazia per "salvare" la faccia di una certa destra viterbese altro non è che la "naturale "conseguenza di un'aberrante quand'anche" eversiva" concezione dello stato di diritto che sta alla base delle inaccettabili parole contenute in quel comunicato da cui sarebbe bene che tutte le forze politiche cittadine prendessero le distanze.
L'istituzione di un garante comunale dei detenuti non è certo infatti uno "schiaffo alla polizia penitenziaria" come afferma Buzzi, ma bensì l'attuazione di uno strumento normativo previsto dalla legge ed è innanzitutto una battaglia di civiltà giuridica per l'affermazione dello stato di diritto che assicura la salvaguardia ed il rispetto dei diritti e delle libertà dell'uomo.
È certamente anche una battaglia politica patrimonio di tutte le forze democratiche per il rispetto e l'applicazione di alcuni dei principi fondamentali che costituiscono l'essenza del nostro ordinamento costituzionale e per i quali un imputato, e perfino solo un indagato (che tuttavia ben può essere privato della libertà personale in via preventiva... e cautelare) non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, con la conseguenza che le pene, tra cui non è ammessa la pena di morte, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Con la frase "Fratelli d'Italia è da sempre contraria alla figura del garante dei detenuti" il leader comunale di FdI dimostra di non conoscere o forse di non ricordare la propria storia o meglio la "nostra" storia di italiani e viterbesi, quando a un certo punto strade così distanti come quella dell'estrema destra e quella dei radicali si sono incrociate.
Per uno strano scherzo del destino questo dibattito cittadino cade proprio pochi giorni dopo il decennale della morte di Paolo Signorelli, la cui storia giudiziaria e carceraria sembra non aver insegnato nulla a coloro i quali invece vorrebbero essere i custodi di certi valori e certe tradizioni di destra le cui radici affondano anche in quel periodo buio della storia repubblicana quando, per dirla con le parole del "loro" Secolo d'Italia, "per un fascista non c'era garantismo".
Con Signorelli che si trovava in galera a Parma in un carcere di massima sicurezza senza una condanna definitiva e che in seguito venne assolto da tutte le accuse, morì a casa propria da libero e da innocente il primo dicembre del 2010, ci fu Marco Pannella con il Partito radicale di quei tempi, con Laura Terni ed Enzo Tortora, che con una battaglia durissima fatta di scioperi della fame e fiaccolate sotto il carcere di Parma riuscì a mettere fine a un isolamento carcerario che durava da sette anni. In quell'estate 1987 il guardasigilli era un certo Giuliano Vassalli, partigiano e socialista.
L'Italia infatti non è sempre stata una nazione a vocazione forcaiola e manettara come oggi vorrebbero far credere Meloni e Salvini e in questo un ruolo fondamentale lo ha avuto proprio Forza Italia. Come non ricordare il compianto Alfredo Biondi e soprattutto la sua opera in qualità di ministro della Giustizia legata soprattutto alla cancellazione della custodia cautelare in carcere, il cosiddetto decreto Biondi, ruolo nel quale svolse coraggiose battaglie di matrice garantista.
Biondi e quella Forza Italia sono stati un esempio unico di attaccamento ai valori della civiltà giuridica. Un insegnamento, quello, che ha superato anche le barriere politiche e che resta un'eredità preziosa per tutti, specie in questi tempi di giustizialismo senza controllo dove la politica deve riscoprire la difesa delle istituzioni e della democrazia. È grazie a queste storie e a persone come Marco Pannella, Alfredo Biondi e tanti altri che l'impegno per i diritti di tutti, in qualsiasi condizione si trovino, è divenuto oggi un patrimonio culturale del nostro Paese. Patrimonio nel quale si inserisce anche il lavoro dei garanti dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La politica deve avere il coraggio di togliere dall'oblio la questione carceraria e le vite dei detenuti con l'obiettivo di assicurare dignità e diritti umani nei luoghi di privazione della libertà. Per questo oggi più di ieri nella nostra città di Viterbo l'istituzione del garante comunale dei detenuti non è più rinviabile poiché rappresenta un presidio di civiltà contro la barbarie di cui ancora sentiamo parlare.
*Consigliere comunale
leccoonline.com, 7 dicembre 2020
Buon Natale ai reclusi, quelli veri. Quelli che contano i giorni della pena senza vederne la fine e davvero non possono uscire. Quelli soli tutti i giorni e non solo quest'anno a Natale perché fuori c'è il Covid. Don Marco Tenderini, cappellano della Casa Circondariale di Lecco racconta cosa si prova a vedere il giorno della venuta di Nostro Signore da dietro le sbarre.
L'occasione è quella di un'iniziativa della Comunità Pastorale di Lecco Centro, "Uno sguardo verso chi ha sbagliato", che invita per Natale a offrire un pensiero a chi è privo della libertà e soffre. La proposta rivolta a bambini e ragazzi è quella di "creare un semplice biglietto d'auguri", usando la fantasia. I biglietti verranno raccolti insieme a dei biglietti in bianco e a dei francobolli, da dare ai detenuti che desiderano inviare un pensiero alle famiglie, magari molto lontane. La raccomandazione è quella di usare dei messaggi generici, per la diversa provenienza e appartenenza religiosa di chi vive nelle carceri.
"Visitare i carcerati è un'opera di misericordia concreta - racconta don Marco. Ora le visite non sono possibili, ma questo gesto può essere un modo per manifestare la propria vicinanza a chi soffre la reclusione, perché si senta meno solo: Il Natale è un periodo molto critico in questo senso. Anche per chi non è cristiano è il momento dell'anno in cui più si sente la mancanza della famiglia. Mi rattristano molto i paragoni con la prigionia o la guerra di quelli che si lamentano delle restrizioni sanitarie: chi sta fuori ed è comunque libero di uscire quando vuole, di andare a lavorare, di stare con i propri cari, non può conoscere il reale significato della parola "galera".
La gente che arriva qui spesso ha addosso solo i vestiti che aveva al momento dell'arresto e nient'altro". Quando si parla di "missione" si immaginano sempre posti lontanissimi, ai confini del mondo: il carcere invece è una terra di missione e di confine, ma è dietro l'angolo. I detenuti hanno bisogno più di tutte le cose di sapere che la comunità non li abbandona, anche se hanno sbagliato. "Di solito suggerisco a chi me lo chiede anche la raccolta di generi per l'igiene personale, perché tante volte chi viene qui non ha possibilità e risorse proprie per acquistarne. Anche per il vestiario ci appoggiamo alla Caritas.
In questo periodo chiediamo i biglietti di Natale in bianco proprio per questo motivo: spesso loro non possono acquistarne e serve qualcuno che li doni. Inoltre, abbiamo pensato che sarebbe stata una cosa bellissima per loro poter ricevere un biglietto di auguri da parte di un bambino. L'idea nasce da una richiesta del Prevosto per il programma d'Avvento, per delle proposte che stimolassero l'attenzione verso situazioni di disagio, sofferenza, esclusione. Quella dei biglietti mi è sembrata la più adatta al periodo: ogni detenuto avrà quindi il suo bustone con i cartoncini da spedire e un biglietto di auguri tutto per sé".
Don Marco è cappellano da febbraio di quest'anno, ma ha preso la carica ufficialmente in agosto: anche prima però, per molti anni ha fatto da spalla al suo predecessore don Mario Proserpio, che ora vive a Castello. "Purtroppo in questo momento non possiamo contare sulla presenza dei volontari, che di solito sono molto numerosi e impegnati, nell'ascolto, nell'animazione della Messa, al guardaroba".
La Casa circondariale di Pescarenico ha anche un'educatrice, del personale sanitario e dei medici presenti 12 ore al giorno, oltre naturalmente al personale penitenziario. Nel corso dei mesi della pandemia, si è cercato di ridurre le presenze nella struttura, per quanto possibile, trasferendo alcune persone o ai domiciliari o in altre comunità. Al momento a Pescarenico sono presenti circa 60 detenuti. Chi desidera donare i biglietti può farlo entro l'8 dicembre consegnandoli ai catechisti o in segreteria parrocchiale, per dare la possibilità a chi li riceve di poterli spedire in tempo per le festività.











