di Simona Musco
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Marta Cartabia interviene così al XIV Congresso delle Nazioni Unite su Prevenzione del crimine e giustizia penale che si è aperto a Kyoto, in Giappone. La ministra della Giustizia ha definito fondamentale, per prevenire i crimini, che il trattamento dei detenuti in carcere sia improntato sull'idea della giustizia come riconciliazione. Puntare solo sulla repressione, sulla separazione tra detenuti e società, dunque, non serve. Anzi, rischia di essere dannoso e controproducente. È necessario, dunque, puntare sulla "attività riabilitativa necessaria al loro reinserimento nella società".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
La psicosi del Covid e gli errori di comunicazione del ministero alla base della tragedia. Rivolte in decine carceri con 13 detenuti morti, 40 agenti feriti e presunti pestaggi come rappresaglia verso i rivoltosi. Sembra ieri, ma è passato un anno dagli eventi avvenuti tra il 7 e l'11 marzo del 2020. Fatti senza precedenti nella storia repubblicana che l'allora ministro della giustizia Bonafede aveva tentato, almeno inizialmente, di minimizzare.
camerepenali.it, 10 marzo 2021
L'Osservatorio carcere Ucpi interviene sui divieti imposti ai familiari dei detenuti nell'esercizio del diritto di visita. Un anno di convivenza con questo "maledetto" virus è passato ed il carcere resta uno dei settori tra i più colpiti. La "congiura del silenzio" ed il regime della disinformazione impongono - contro obblighi morali e normativi - di rivolgere altrove ogni più opportuna attenzione pubblica. Al sovraffollamento cronico, alle deficienze della sanità penitenziaria, alla cancellazione della già esigua attività trattamentale si è aggiunta, da subito, l'affievolimento dei rapporti tra i detenuti e i loro familiari. Le visite ai detenuti, parte insopprimibile di un più ampio diritto fondamentale all'affettività, hanno rappresentato la spia più evidente della virulenza pandemica.
di Denise Amerini
sinistrasindacale.it, 10 marzo 2021
Un webinar della Cgil a sostegno del disegno di legge dei Garanti per la tutela delle relazioni affettive intime delle persone detenute. In tempi di giustizialismo imperante, parlare di affettività in carcere rischia di apparire quantomeno velleitario: a nessuno sfugge lo stato in cui versano le carceri, anche dal punto di vista organizzativo e strutturale, i problemi legati al sovraffollamento, alle carenze di personale. È argomento che si presta a facili ironie da parte dei paladini della 'giustizia giusta', della certezza della pena. Ma è tema che, per umanità e civiltà, non può essere banalizzato e sottovalutato.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 marzo 2021
Primo vertice in via Arenula per la Guardasigilli: "Stop alle divisioni perché l'intransigenza finisce in tragedia". No alle fughe in avanti, ma migliorare le riforme dell'ex ministro Bonafede. Via ai concorsi per avvocati e magistrati. Dai partiti: "Coinvolgere subito il Parlamento".
"La giustizia è stata da sempre un tema divisivo. Non solo con il governo Conte uno e con il Conte due. Le più grandi rotture si sono consumate sulla giustizia. Ho imparato la lezione dalle tragedie dell'Antigone e delle Eumenidi: quando l'affermazione di principi pur giusti arriva alle forme dell'intransigenza, lì finisce in una tragedia per tutti". Esordisce così Marta Cartabia nel primo vertice sulla giustizia in via Arenula. Per fissare una "road map" e stabilire un "metodo". Parte da qui il suo invito ai partner della maggioranza a superare le questioni di principio e di bandiera rispetto alle singole battaglie, andare oltre l'intransigenza, oltre le questioni ideologiche e di principio, che alla fine rischiano solo di bloccare il compromesso necessario per tutti. Per questo, ai partiti, Cartabia rivolge un esplicito invito: "Veniamoci incontro tutti perché dobbiamo avere la disponibilità e l'umiltà per comprendere le ragioni dell'altro".
Partire dal "metodo". È questo il senso della riunione. Senza strappi tra il passato di Bonafede e il presente di Cartabia. Perché - come dice la Guardasigilli nel primo vertice in via Arenula con i protagonisti delle leggi sulla giustizia di Camera e Senato - la maggioranza precedente è dentro la nuova. Quindi sì alle novità, ma senza rotture, né strappi con il passato. A partire, immediatamente, dal Recovery plan dove la ministra vuole aumentare gli investimenti sul personale e sulla digitalizzazione, ma darne anche altri all'edilizia carceraria, vantando il lavoro della commissione Zevi sull'edilizia penitenziaria, un'invenzione dell'ex sottosegretario Pd alla Giustizia Andrea Giorgis.
E le riforme di Bonafede sul civile e sul penale, nonché sulla prescrizione e sul Csm? Su quelle Cartabia chiede tempo. Da qui a fine aprile. Per far partire al ministero gruppi di lavoro di tecnici che lavoreranno agli emendamenti. Ce ne saranno quattro, sul processo civile, su quello penale, sull'ordinamento giudiziario e il Csm, e in collaborazione con il Mef anche uno sulla gestione dell'arretrato tributario in Cassazione. Dai partiti - i Pd del Senato Franco Mirabelli e della Camera Alfredo Bazoli - le arriva la richiesta di coinvolgere subito anche il Parlamento, per lavorare insieme alle forze politiche e raggiungere subito un risultato condiviso. L'obiettivo di Cartabia, sui tempi, è di chiudere poi entro l'estate.
Il suo metodo passa e anche M5S, con il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni, è d'accordo. Insomma, si cambia, ma nella continuità. E la prescrizione? Enrico Costa di Azione chiede di modificarla prima di affrontare il processo penale, come vorrebbero anche Lucia Annibali di Italia viva e Pierantonio Zanettin di Forza Italia, ma Cartabia insiste sulla sua formula, la prescrizione fa parte del processo penale, e con questo va trattata. Nel suo insieme, senza strappi, né premesse e impuntature ideologiche.
Dura tre ore l'incontro tra la ministra della Giustizia, Federico D'Incà per i Rapporti col Parlamento (che invita all'unità e a far cadere gli steccati ideologici), i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, tutti i capigruppo. Una carrellata sui dossier aperti, a partire dal Recovery, ma soprattutto sul "metodo" che sarà seguito per aggiornarli e migliorarli. Alla fine non si registrano screzi. Addirittura un ormai ex falco come il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, avvocato di Berlusconi ed ex responsabile Giustizia di Forza Italia, fa un appello "all'unità e al lavoro comune".
Come sanno tutti la Guardasigilli ama la montagna. E utilizza questa metafora per dire che "chi sale in vetta fa gli ultimi 200 metri da solo, ma prima serve la collaborazione di tutti". Questo vale per il giudice che porta avanti il suo processo, ma va anche per la politica e per chi fa le riforme.
Sul tavolo della ministra il primo dossier aperto è quello del Recovery plan, i 2,7 miliardi di euro da spendere per la giustizia. Partendo dal piano di Bonafede, Cartabia sta lavorando per garantire più fondi alla digitalizzazione e all'edilizia carceraria, ma anche all'ufficio del processo lanciato dal ministro di M5S di cui elogia la struttura e i dettagli. Tant'è che parla di "un enorme lavoro già fatto" e usa la metafora della montagna, perché per accelerare i tempi serve una squadra, anche se poi "gli ultimi 200 metri per arrivare in vetta il giudice li fa da solo". Spiega che i tempi del processo non possono essere ridotti solo con dei ritocchi ai codici, ma anche dal punto di vista organizzativo, recuperando le best practice.
La prescrizione resta sempre il nodo più caldo per "nemici storici" come Enrico Costa di Azione. Ma la sua richiesta - "La prescrizione così com'è crea confusione togliamola di mezzo subito" - non viene condivisa da Cartabia che invece parla della riforma del processo penale nel suo complesso, con la necessaria connessione con il tema della prescrizione. È la linea che aveva già annunciato nel primo incontro a Montecitorio con l'ordine del giorno sul Mille-proroghe.
La prescrizione sarà cambiata quando si definiranno le linee e soprattutto i tempi del processo. E proprio sui tempi Cartabia annuncia la sua intenzione di lavorare ai decreti attuativi delle leggi delega delle riforme del penale e del civile contemporaneamente all'analisi del Parlamento, in modo da chiudere poi rapidamente. Quanto al Csm, dice Cartabia, non ci si può permettere di perdere l'appuntamento con il prossimo voto per eleggere quello nuovo e questo lascia intendere che il capitolo della riforma della legge elettorale avrà una priorità, visto che si vota a settembre del 2022.
Cartabia conferma che per i futuri avvocati ci saranno due prove, entrambe orali. La prima sostituirà l'esame scritto, reso impossibile dal Covid. Quanto alla magistratura onoraria il dossier sarà aperto non appena la Consulta si pronuncerà su un'ordinanza di un giudice di pace di Lanciano che chiede sostanzialmente di parificare le figure dei giudici onorari a quelli ordinari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
"Nelle carceri italiane le persone trans detenute sono trattate ancora come un fenomeno clandestino, di fronte a cui il Dap non è riuscito a fornire risposte univoche". Queste le parole del garante campano delle persone private della libertà Samuele Ciambriello, dopo aver visitato le detenute trans ristrette nel piano terra del reparto "Roma" del carcere di Poggioreale.
Il Garante denuncia le forme di segregazione nei reparti precauzionali, insieme a sex offenders, collaboratori di giustizia o ex appartenenti delle Forze dell'ordine, con cui non condividono vissuto e bisogni. Solo nelle carceri di Napoli, Roma, Belluno, Firenze e Rimini sono previste sezioni dedicate alle persone transessuali detenute e solo nel carcere di Rimini queste sono sotto la vigilanza di personale femminile.
"Le condizioni critiche della detenzione - spiega il garante - sono esasperate dalla separazione cui tali persone sono sottoposte, non potendo partecipare ai percorsi trattamentali e alle attività rieducative previste dagli istituti. Da ciò consegue un disagio di tipo psichico, dovuto anche alla mancanza di relazioni familiari esterne, oltre che fisico per l'impossibilità di rivolgersi a medici specializzati". Infine lancia un allarme: "Nelle persone trans diviene ancora più impossibile declinare qualsiasi forma di affettività e sessualità. È una forte discriminazione, che viola il principio di uguaglianza previsto dalla Costituzione, oltre che l'imprescindibile obbligo rieducativo previsto dall'articolo 27. Occorre far di più, per evitare una doppia reclusione. Non per il futuro prossimo, ma per il nostro sobbollente presente".
Attualmente, secondo gli ultimi dati forniti dal Dap, risultano 58 persone transessuali detenute nelle nostro patrie galere. Fu a partire dagli anni 80, con il riconoscimento giuridico della persona transessuale e del diritto all'identità sessuale, che il penitenziario si trovò a fronteggiare una situazione "nuova". Ciò nonostante si assistette per quasi un ventennio ad una sostanziale indifferenza del legislatore per una disciplina normativa idonea a regolamentare l'identificazione e l'assegnazione dei reclusi transessuali, silenzio che confermava la sua predilezione verso la differenziazione binaria dello spazio sociale in relazione al sesso.
Solo nei primi anni del XXI secolo, a fronte della reiterata inerzia legislativa nel rispondere alle esigenze di tutela avanzate dai detenuti in argomento, si svilupparono prassi che tennero conto della specificità della condizione transessuale nel contesto carcerario: in particolare, vennero disposte all'interno di alcuni istituti penitenziari dei "circuiti riservati" con lo specifico scopo di garantire, come recita il Dpr 230/2000, art. 32 comma 3, "la collocazione più idonea per quei reclusi ed internati che per motivi oggettivamente esistenti ancorché talora connessi alle loro caratteristiche soggettive potevano temere aggressioni e sopraffazioni da parte dei compagni (ad esempio, perché transessuali)".
Dalla Relazione al Parlamento del 2018, il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, ha affermato come "sia più congruo ospitare tali sezioni specifiche in Istituti femminili, dando maggior rilevanza al genere, in quanto vissuto soggettivo, piuttosto che alla contingente situazione anatomica".
Lo stesso, nel 2017, aveva valutato "con soddisfazione la stesura di un decreto del ministro che, almeno in via sperimentale, andava in questa direzione e ridefiniva le sezioni destinare alle persone transessuali. Purtroppo il decreto non è stato più emanato e il tema sembra sparito dall'agenda delle urgenze. Per questo raccomanda che sia almeno riaperta la discussione, anche al fine di considerare le perplessità che possano aver frenato il percorso".
Vale la pena ricordare che la maggior parte della popolazione transessuale nei penitenziari proviene dal Sud America (Argentina, Brasile, Colombia, Perù), mentre la parte restante principalmente dal Sud Italia. Sono persone che si trovano in carcere quasi sempre per prostituzione, spaccio di droga e/ o reati contro il patrimonio, commessi a causa della discriminazione messa in atto dalle famiglie e dalla società, che portano all'isolamento sociale e al bisogno di reperire denaro necessario al proprio sostentamento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Nel vertice di ieri Marta Cartabia ha indicato anche la road map per superare la prescrizione di Bonafede. La road map sulla giustizia esposta ieri dalla ministra nel vertice di via Arenula: "Termine per gli emendamenti al ddl penale rinviato di un mese, nel frattempo gruppi di studio formati da tecnici valuteranno d'intesa coi partiti le modifiche, che entro fine aprile andranno presentate". In estate via libera in Parlamento anche alle riforme del civile e del Csm.
Finora c'era un solo baluardo: la Costituzione. Al vertice di ieri mattina fra Marta Cartabia e i partiti si sono rimaterializzati due protagonisti: la magistratura e l'avvocatura. Ebbene sì, la chiave è anche questa: la guardasigilli che viene dalla Consulta ridarà la parola ai tecnici del diritto. Lo farà per poche settimane, con "gruppi di studio" agili, ai quali chiederà di rivedere le tre riforme di Alfonso Bonafede: penale, Csm (alla Camera) e civile (al Senato).
Come chiesto da Alfredo Bazoli e Franco Mirabelli del Pd e da Federico Conte di Leu, i "tecnici" insediati al ministero (ma scelti all'esterno) dovranno essere in costante contatto con le commissioni Giustizia di Montecitorio e Palazzo Madama. Proprio nella sinergia fra esperti e Parlamento si dovrà individuare la correzione di rotta. Che non risparmierà la prescrizione di Bonafede.
Il tutto "per la fine di aprile". Entro quella data si dovrà trovare la sintesi, certamente sulla riforma del processo penale e sulla norma cara ai 5 stelle. Verrà dunque prorogato di un mese esatto il termine per gli emendamenti al ddl, ora fissato al 29 marzo. Le modifiche saranno fatte proprie dalla guardasigilli. Qualora sulla prescrizione non ci fosse completo accordo, com'è assai probabile, sarà lei a procedere in una chiave che sia coerente "con la Costituzione". L'auspicio è che "per l'estate vengano approvate tutte e tre le leggi delega". In prima lettura, quanto meno.
"Modifiche alla prescrizione in chiave costituzionale" - Nella partecipatissima riunione di via Arenula con presidenti e capigruppo di maggioranza delle due commissioni Giustizia non si è arrivati ai dettagli, anche se sono stati fissati gli obiettivi del Recovery: "Interventi migliorativi su edilizia carceraria, digitalizzazione e ufficio del processo". Ma sul capitolo più delicato, la prescrizione, la ministra è stata chiara.
Primo: "La durata deve essere ragionevole". Nessun processo potrà dunque avere durata potenzialmente infinita. Secondo: "Si deve rispettare l'articolo 111 anche riguardo al principio del giusto processo". Vuol dire che il giudizio non può celebrarsi a distanza eccessiva dal fatto altrimenti la difesa non trova neppure i testimoni a proprio favore. Terzo: "Va assicurata coerenza con il fine rieducativo della pena". Quindi nessuna condanna può essere eseguita quando il colpevole è una persona "ormai mutata". Tre mazzate alla prescrizione di Bonafede.
E va bene la "centralità del Parlamento". Ma gli emendamenti arriveranno anche se il Parlamento non si metterà d'accordo. Se i 5 stelle contesteranno le soluzioni altrui. In quel caso provvederà il governo. Punto e a capo.
Costa (Azione): "Intesa tra i partiti o nostra funzione sarà notarile" - Sono indicative le parole di Enrico Costa, deputato di Azione e anti Bonafede per eccellenza: "Ci sono norme approvate dal governo Conte, come la riforma della prescrizione, che rischiano di influenzare negativamente il processo legislativo sul penale". È vero per due motivi. Come dice Costa, la prescrizione di Bonafede è una di quelle "pericolose bandierine che, se non rimosse, ostacoleranno il lavoro parlamentare".
Ma è vero pure perché proprio per dimostrare che i processi sarebbero stati così fulminei da rendere irrilevante la forzatura sulla prescrizione, si era arrivati a prendersela con giudici (sanzionati per i processi lenti) e avvocati (ridotti a terminali di notifiche per indagati irreperibili o trattati come impostori che propongono appello anche se l'imputato non vuole). Ora invece saranno proprio magistrati e avvocati, insieme con l'accademia, a rivedere il ddl penale e la prescrizione di Bonafede.
È il contrappasso virtuoso della nuova giustizia targata Cartabia. Che in apparenza mette tutti d'accordo. Ma in pratica porterà, come dice Costa, a significativi interventi sui ddl del vecchio governo. "La maggioranza dovrà essere in grado di raggiungere una sintesi e discutere le proposte con l'esecutivo", avverte ancora l'ex viceministro, "altrimenti sarà relegata a un ruolo notarile". Chiarissimo.
Prime schermaglie fra 5 stelle e Italia viva - Al vertice di ieri, i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, in particolare la senatrice Grazia D'Angelo e il presidente della commissione di Montecitorio Mario Perantoni, hanno espresso il loro punto di vista: "La norma Bonafede non va eliminata". Hanno ribattuto di nuovo Costa e Lucia Annibali, la deputata di Italia viva che ha prestato il cognome al "lodo": "Invece va cambiata". Il punto di caduta è sempre lo stesso: se non si arriva alla sintesi, come pare già evidente, provvede Cartabia.
La guardasigilli naturalmente dedica una parte notevole dell'incontro mattutino ai capitoli del Recovery relativi alla giustizia e alle altre priorità imposte dall'emergenza, come il concorso per magistrati e l'esame da avvocato (di cui si riferisce in altro servizio, ndr). Accenna alla possibilità di un tavolo tecnico con il Mef per riformare anche il processo tributario e agli ultimi passi da compiere sulla Procura europea, prospettati nel recente incontro col vicepresidente del Csm David Ermini.
Il vertice della commissione Giustizia del Senato Andrea Ostellari assicura "la disponibilità della Lega e mia personale, a partire dal metodo basato sul dialogo". È il dem Mirabelli ad apprezzare "l'attenzione che la ministra ha dimostrato sulla necessità di migliorare la situazione nelle carceri, sulle pene alternative e sul trattamento esterno: obiettivi che condividiamo e su cui daremo il nostro contributo". L'ordinamento penitenziario non è imposto dall'Ue. Ma si può scommettere che, entro la fine della legislatura, Cartabia riporterà in vita anche quella riforma.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 10 marzo 2021
Primo vertice della nuova maggioranza in via Arenula. Cartabia non butta a mare i disegni di legge delega Bonafede ma su processo penale, civile e Csm avoca ai suoi tecnici la preparazione degli emendamenti correttivi. Ansia dei partiti: non sia un lavoro calato dall'alto. Intanto la ministra dà la priorità alle misure da inserire nel Recovery plan e parla anche di carcere.
Il "metodo Cartabia" regge anche alla seconda prova. Dopo il primo incontro con i delegatiti dei partiti nelle commissioni giustizia che servì a sminare l'ostacolo prescrizione, la ministra Guardasigilli ha riunito nuovamente i rappresentanti della vasta maggioranza ieri mattina, questa volta in via Arenula. Tavolo largo, anche con i sottosegretari e i presidenti delle commissioni, esito positivo anche perché del merito delle questioni si è parlato pochissimo. Avanti il metodo, appunto: dialogo, confronto e rispetto del parlamento. Le promesse sono state benaugurati. Ma sul tema più delicato, quello della riforma del processo penale, che comprende anche la prescrizione, Marta Cartabia ha chiesto tempo. Molto tempo, visto che ha annunciato la presentazione di emendamenti del governo per la fine di aprile. Nel frattempo la camera, e il senato dov'è in discussione la riforma del processo civile, si fermano e aspettano.
La ex maggioranza giallo-rossa, renziani ovviamente esclusi, ha incassato il fatto che i disegni di legge Bonafede - ce n'è un terzo, di riforma del Csm - non saranno buttati a mare. Anzi la ministra ha espresso l'auspicio che possano essere approvati entro l'estate. Anche perché si tratta di disegni di legge delega e dunque la maggioranza delle riforme avrà bisogno poi di essere portata a compimento con i decreti legislativi. Forza Italia, la Lega, Italia viva e Azione +Europa (che con la sponda esterna di Fratelli d'Italia potrebbero su molti temi della giustizia costituire una maggioranza alternativa) hanno portato a casa l'impegno per cambiamenti profondi. "Sui testi di Bonafede noi conserviamo tutte le perplessità", dice al termine Lucia Annibali, responsabile giustizia del partito di Renzi. E dietro le generali lodi alle doti di ascolto della ministra si nasconde la preoccupazione dei partiti per la decisione di Cartabia di costituire tre "gruppi di lavoro" - "non chiamiamole commissioni" - che studieranno gli emendamenti che dovranno segnare la discontinuità tra il Conte 2 e il governo Draghi in tema di giustizia. Gruppi tecnici, composti dai consiglieri della ministra, "sarà una squadra ristretta ma saranno ascoltati tutte le parti in causa", spiegano in via Arenula. Quindi certamente saranno interpellati magistrati e avvocati. Un lavoro non breve che alla fine "non deve essere calato dall'alto", aggiunge Annibali. "È bene che i tecnici si interfaccino con i relatori dei disegni di legge e con i gruppi parlamentari altrimenti si rischia di innescare un'attività emendativa fuori controllo", dice il capogruppo del Pd in commissione alla camera, Alfredo Bazoli.
Sulla prescrizione, ad esempio, c'è chi spinge per conservare il compromesso raggiunto dai giallo-rossi un anno fa (semplificando: prescrizione cancellata dopo la sentenza di primo grado, ma rispristinata in caso di assoluzione in secondo), e sono Pd, M5S e Leu. E c'è chi punta ad abolire per intero la "riforma Bonafede", come fanno Iv e il centrodestra. Ma tutti temono di vedersi sottratta la gestione della mediazione a vantaggio dei "tecnici" di via Arenula. E più di tutti lo teme il Pd che nel giro dei sottosegretari è rimasto completamente escluso dalla giustizia: sacrificato Giorgis, ora con Cartabia ci sono solo Fi (Sisto) e M5S (Macina).
"Serve una camera di compensazione preventiva per evitare uno scontro tra il lavoro dei gruppi parlamentari e quello di questi tavoli tecnici", avverte anche Federico Conte di Leu. Le caselle con i nomi dei componenti di questi gruppi - che saranno tre, processo penale, processo civile e Csm, possibile anche un quarto sulla giustizia tributaria - si stanno sistemando in queste ore. Intanto la ministra ha dichiarato che darà priorità agli interventi per la giustizia nel Recovery plan. Soprattutto due, in attesa delle riforme: la digitalizzazione, Cartabia ha detto che sta lavorando con il ministro Colao, e il finanziamento per far partire il più volte citato "ufficio per il processo" che dovrebbe abbreviare i tempi della giustizia. Nel vecchio piano si parlava dell'assunzione di 16mila addetti per questi uffici, con contratti a termine.
Cartabia non ha dimenticato il tema carcere, facendo un accenno alla necessità di lavorare sull'esecuzione penale esterna e sulle misure alternative. E intanto ha annunciato la ripartenza della Commissione per l'edilizia penitenziaria, varata a gennaio ma mai veramente partita (la presiede l'architetto Luca Zevi). L'obiettivo è riuscire a inserire nel Recovery plan anche qualche progetto per rendere meno invivibili le carceri italiane.
di Giulia Merlo
Il Domani, 10 marzo 2021
Dei 180 responsabili degli uffici di Via Arenula, 90 appartengono all'ordine giudiziario e ricoprono incarichi di vertice. La scorsa settimana la ministra Cartabia ha nominato un magistrato, un professore e un avvocato. Il ministero della Giustizia conta 180 tra dirigenti e responsabili degli uffici dell'amministrazione centrale e decentrata. Di questi, esattamente la metà sono magistrati fuori ruolo, secondo le delibere del Consiglio superiore della magistratura.
Magistrati sono i vertici degli uffici principali e in particolare dell'ufficio legislativo del ministero, ma anche del gabinetto ministeriale, dell'ispettorato generale, e soprattutto di tutti e quattro i dipartimenti: l'amministrazione penitenziaria, gli affari di giustizia, l'organizzazione giudiziaria e la giustizia minorile e di comunità, per citare solo i principali e non anche i sotto-uffici.
Vista da fuori, appare come una sorta di silenziosa occupazione da parte del potere giudiziario della sede più contigua all'interno del potere esecutivo. Vista da dentro, invece, viene letta come un riconoscimento dell'altissima competenza di singoli magistrati non solo nel garantire giustizia quotidiana, ma anche nella gestione della macchina giurisdizionale.
Nelle nomine interne che le sono spettate, la neo-ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha scelto la strada del bilanciamento tra passato e presente. Da un lato ha portato al ministero qualche volto nuovo (anche tra non togati), dall'altro ha mantenuto, in una logica di continuità, alcuni nomi scelti dai suoi predecessori.
Cominciando dall'ufficio legislativo, che è uno dei posti chiave al ministero nella predisposizione dei progetti di riforma perché si occupa di redigere gli schemi dei disegni di legge e degli emendamenti del governo, di dare pareri sui testi, analizza le leggi e fornisce consigli al ministero sulla loro interpretazione: al vertice lascia il magistrato Mauro Vitiello, ma per fare posto sempre a una collega togata, Franca Mangano, che lascia la presidenza della sezione famiglia della Corte d'Appello di Roma e appartiene alla corrente di Magistratura democratica.
Rimane al suo posto, invece, la vice capo e magistrata milanese Concetta Locurto, nominata dall'ex ministro Alfonso Bonafede. A lei però Cartabia ha affiancato un altro vice capo, proveniente dall'accademia e in particolare dallo stesso ateneo dove la ministra ha insegnato: Filippo Danovi, avvocato e professore di diritto processuale civile all'università Bicocca di Milano.
Capo di gabinetto invece resta Raffaele Piccirillo, magistrato che è al ministero della Giustizia dal 2014, nominato da Andrea Orlando prima alla giustizia penale e poi al vertice del dipartimento per gli affari di giustizia. Dovrebbero rimanere al loro posto anche i due vice, i magistrati Leonardo Pucci e Gianluca Massaro. Nell'ufficio di gabinetto, però, la ministra ha inserito anche Nicola Selvaggi, docente di diritto penale.
In mano a magistrati rimane anche il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, i cui vertici sono stati recentemente rinominati da Bonafede in seguito al cosiddetto scandalo scarcerazioni: il direttore Dino Petralia e il vice Roberto Tartaglia. All'ispettorato generale invece il vertice non è ancora stato rinominato, mentre dovrebbe rimanere al suo posto il vice capo, il magistrato Liborio Fazzi. Per ora, dunque, le tre nomine fatte dalla ministra si ripartiscono equamente: un professore, una magistrata e un avvocato. Tuttavia, l'unica nomina di vertice è quella della togata.
Chi sono, però - e quanti - i magistrati che svolgono funzioni alternative a quelle nei tribunali e nelle corti? In Italia, vengono considerati "fuori ruolo" i magistrati che chiedono e ottengono dal Csm l'autorizzazione a svolgere un incarico non giudiziario. Secondo una legge del 2008, il numero massimo è di 200 magistrati e attualmente, secondo un elenco aggiornato a febbraio 2021, sono 162. Uno dei vincoli al via libera dell'incarico fuori ruolo è che l'ufficio che si lascia non abbia una scopertura di organico superiore al 20 per cento.
Proprio questa clausola, tuttavia, si è dimostrata "interpretabile" in molte situazioni, (anche per Piccirillo, attualmente al gabinetto della Giustizia). L'ultima, che ha fatto sorgere un caso al Csm, ha riguardato l'assegnazione fuori ruolo della magistrata Elisabetta Cesqui, stimata sostituto procuratore presso la procura generale di Cassazione ed esponente di Magistratura democratica.
Cesqui era stata capo di gabinetto al ministero della Giustizia con Andrea Orlando, che la scorsa settimana l'ha scelta per lo stesso ruolo fiduciario al ministero del Lavoro. La sua assegnazione fuori ruolo, pur approvata dal Consiglio - con 12 voti a favore, 7 contro e 3 astenuti - è stata però al centro di un acceso dibattito (tra i più contrari c'era il consigliere togato Nino Di Matteo), perché nell'ufficio da cui proviene l'organico è scoperto è scoperto oltre il 20 per cento.
Ai fuori ruolo secondo la legge del 2008, tuttavia, si aggiungono i 42 magistrati di fatto fuori dalla giurisdizione perché svolgono incarichi presso gli organi di rilevanza costituzionale: Csm, presidenza della Repubblica e Corte costituzionale e i 19 eletti al Csm. In tutto, dunque, non esercitano funzioni giudiziarie 223 magistrati: numeri non altissimi, ma pur sempre significativi se si considera la carenza di organico della magistratura ordinaria, che sta lentamente iniziando a venire colmata con le nuove assunzioni promosse dal precedente governo: il dato più aggiornato è di dicembre 2018 e, rispetto ad un organico che prevede 10.413 magistrati, risultano vacanti 1.383 posti, pari al 13 per cento.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 marzo 2021
Intervista a Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera: "Nessun processo potrà durare all'infinito". "È una finestra di opportunità che non si può lasciar andare. Tutti i partiti sembrano aver capito che, tra le condizioni indicate da Cartabia e l'urgenza del Recovery, persino la prescrizione è un nodo superabile".
Alfredo Bazoli è capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera. È appena reduce primo vertice di maggioranza tenuto da Marta Cartabia a via Arenula. Ed è convinto che una giornata come quella di ieri abbia cambiato tutto: "Il metodo, che prevede condivisione ma anche la necessità della sintesi. L'approccio dei partiti, che sembra costruttivo. E la possibilità di riformare la giustizia senza farne più un vessillo da sventolare".
Potenza della Costituzione e di una ministra che ne afferma il primato, onorevole?
C'è un combinato disposto irripetibile. Innanzitutto l'autorevolezza della ministra, che le deriva dal ruolo ricoperto in passato. Le condizioni poste sul Recovery dalla Ue, che nel caso della giustizia pretende riforme capaci di accelerare i processi. Infine, per il Csm, la scadenza della primavera 2022: per quell'epoca il ddl dovrà essere approvato, altrimenti il nuovo Consiglio superiore sarà eletto con le vecchie norme. E a chiedere di scongiurare una simile eventualità è stato il presidente della Repubblica.
La necessità di far presto scoraggerà anche le resistenze del 5 stelle sulla prescrizione?
Sinceramente tra i segnali incoraggianti offerti dalla riunione ci sono le parole del ministro ai Rapporti col Parlamento Federico d'Incà, del Movimento 5 Stelle, che ha testualmente invitato tutti a "lavorare nell'interesse comune", a "superare le divisioni" e "trovare un terreno condiviso anche sulla giustizia". Se le premesse sono queste, si può ben sperare.
Intanto il metodo: la ministra ha proposto gruppi di lavoro sulle riforme del processo. Saranno
formate da parlamentari?
No. Probabilmente ne faranno parte figure esterne al Parlamento ma anche al ministero: dovrebbero provenire dall'accademia, dalla magistratura e dall'avvocatura. Non si tratterà di commissioni ministeriali ma di gruppi agili, composti da poche persone. Insieme con il collega del Senato Franco Mirabelli ho chiesto che vi sia un costante rapporto fra questi gruppi, i relatori dei ddl (Bazoli lo è per la riforma del Csm, nda) e in generale le commissioni Giustizia del Parlamento. Altrimenti le soluzioni trovate a tavolino rischierebbero di infrangersi sul dissenso politico. È un'accortezza tanto più necessaria se, di fronte a margini di disaccordo, l'ultima parola dovrà spettare alla ministra.
Ottimo, ma allora vuol dire che secondo lei sarà difficile trovare un accordo su tutto, prescrizione inclusa?
Potrebbero restare dissensi formali, dalle conseguenze non nefaste, su alcune specifiche soluzioni tecniche. Non credo ci saranno divergenze sulla sostanza dell'approccio. La riforma penale già all'esame della commissione Giustizia sarà emendata, non riscritta da capo. Se restassero margini di divergenza su come emendarla, è giusto che la ministra metta il punto.
A fine aprile gli emendamenti dovranno essere pronti. I 5 stelle potrebbero uscire dalla maggioranza, secondo lei, se la ministra indicasse una soluzione a loro sgradita sulla prescrizione?
Ma no, direi proprio di no. La norma Bonafede, che elimina la possibilità di veder estinto il reato dopo il primo grado, potrebbe anche essere mantenuta. Ma andranno previsti dei tempi limite per tutte le fasi del procedimento.
La "prescrizione per fasi" ipotizzata proprio da Walter Verini, giusto?
Sì, ma in un caso simile il dissenso potrebbe esserci sulle conseguenze del mancato rispetto di quei tempi limite. Non credo che potrà trattarsi di un dissenso dagli effetti irreparabili, da rottura della coalizione da parte dei 5 Stelle. Anche perché si potrebbe comunque prevedere, solo per fare un esempio, una sanzione endoprocessuale diversa per i processi conclusi in primo grado con una condanna rispetto quelli in cui c'è stata assoluzione. La conseguenza sul processo potrebbe cambiare anche in base alla gravità del reato.
D'accordo: ma lei ritiene si debba arrivare o no a evitare, per qualsiasi processo, una durata potenzialmente infinita, fatti salvi i reati che già prima della norma Bonafede erano imprescrivibili?
Assolutamente, per qualsiasi processo, andrà evitata una durata potenzialmente infinita. Sono convinto che da tale obiettivo non si possa prescindere. Dico di più: nei processi per reati come l'omicidio, che non si prescrivono mai, l'assenza della prescrizione va intesa nel senso che anche se il delitto viene scoperto dopo trent'anni, la persona va processata lo stesso. Questo però non significa che quel processo, una volta iniziato, possa prolungarsi vita natural durante. Anche in quel caso si dovrà arrivare a sentenza definitiva entro un termine ragionevole.
E la ministra Cartabia la pensa come lei?
Non ne ho il benché minimo dubbio. Innanzitutto perché una prospettiva del genere corrisponde perfettamente ai principi incardinati nella nostra Costituzione, dei quali la ministra è stata interprete come giudice e presidente della Consulta.
L'avvocatura, il Cnf in particolare, chiede di smaltire l'arretrato con la giustizia alternativa e complementare, più che con i giudici ausiliari a tempo: ne avete parlato?
Non siamo entrati nel dettaglio degli aspetti organizzativi, che sono determinanti innanzitutto per la giustizia civile. Ma posso dire di aver registrato piena sintonia fra l'ottica del Pd e le idee di Cartabia anche sull'idea di privilegiare, nel civile, l'organizzazione rispetto alla procedura.
Quindi anche il ddl civile sarà rivisto?
Andranno cambiate poche norme mirate: siamo d'accordo sulla priorità da riservare all'organizzazione della giustizia. Cartabia si è specificamente soffermata sulle best practices, sul fatto che in alcuni tribunali, magari con un organico meno completo di altri, si raggiunge un'efficienza superiore grazie a un metodo di lavoro efficace. Aveva provato a introdurre un'impostazione simile già Andrea Orlando, quando propose di estendere a tutti gli uffici la logica seguita dall'ex presidente del Tribunale di Torino Mario Barbuto. Credo che quel discorso sarà ripreso.
Davvero l'efficienza avrà la meglio sulla propaganda?
Ripeto, è una finestra di opportunità irripetibile. Va colta. E forse anche in Italia smetteremo di considerare la giustizia come una perenne ordalia.
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