di Luigi Manconi
La Repubblica, 6 dicembre 2020
Questa è una storia italiana, italianissima, ma così profondamente calata nella contemporaneità del mondo da far provare le vertigini. Ed è una storia, quella di Giulio Regeni, dai tratti tradizionali e talvolta remoti, che pure precipita in un cupo scenario post-moderno: quello delle infinite guerre regionali. Una storia che muovendo da un paese da presepe fin nel nome, Fiumicello, e dalle sue 4.715 anime, vola verso gli Usa poi in Inghilterra e infine in Nord Africa, senza mai staccarsi da quel "piccolo mondo antico".
Quel mondo è una sorta di "distretto del pattinaggio a rotelle": e cosa c'è di più italiano? Arrivate in un borgo dell'Umbria o in una cittadina pugliese, o in un comune piemontese e scoprite che lì si producono i ricami più contesi dalle maison parigine; o "le castagne più buone del mondo", ed è vero! O ancora le componenti dell'auto, destinate all'industria giapponese.
A Fiumicello, per chissà quale vocazione antropologica o retaggio genetico, si trovano i campioni e le campionesse del pattinaggio a rotelle: il gruppo Diamante nel 2019 è stato campione nazionale. E in passato, per due volte, medaglia di bronzo ai Mondiali. Irene Regeni, sorella di Giulio, è campionessa di pattinaggio artistico e ora segue un brillante corso di studi all'estero. Chissà se quella disciplina sportiva, che unisce all'agilità e alla rapidità del corpo l'uso della prima tecnologia, la ruota, può dirci qualcosa di un paese e di una famiglia, quella di Paola Deffendi e Claudio Regeni, che sanno muoversi così intelligentemente tra comunità locale e dimensione globale. La comunità, l'ho vista più volte in questi anni, e sembrava che la retorica di circostanza ("tutto il paese è con loro"), per una volta fosse una realtà autentica, in quelle notti di fine gennaio trapuntate di fiaccole e la cittadinanza intorno ai familiari.
Questa, infatti, è anche una storia dai contorni, oso dire, positivi, pur in un quadro di mero orrore. E con tante persone belle. Lo dico subito, è possibile che a me appaiano tali perché ne ho condiviso da non troppo lontano lo strazio. E perché anch'io ho visto in loro la possibilità di riscattare un oltraggio così ignominioso, al punto da farmele immaginare come tutori di un onore perduto davanti alla sopraffazione di un regime dispotico.
Qui sta l'errore: loro sono e chiedono di essere semplicemente la madre, il padre, la sorella di Giulio e non i sostituti di una politica pusillanime. Tuttavia, continuiamo ad attribuire al loro dolore il senso generale di una lotta per la verità e la giustizia. È inevitabile per certi versi che sia così, perché quei familiari, come altri familiari di altre vittime, hanno rinunciato a vivere il lutto nell'intimità più profonda, affinché esso diventasse patrimonio collettivo e questione pubblica.
Tra quelle persone l'avvocato genovese, Alessandra Ballerini, specializzata in diritti umani. È una di quelle figure di legali ricorrenti nella letteratura e nella filmografia statunitensi prima dei legai thriller di Turow e Grisham. Qui siamo in un'ambientazione anni 50 in uno stato del Sud, dove gli avvocati sono tanto in apparenza disordinati, quanto nei fatti meticolosi e acuti; e tanto sembrano identificare il proprio ruolo con l'emotività delle vicende criminali, quanto poi si dimostrano capaci nel districarne il groviglio e rintracciare la soluzione.
Ballerini si è immedesimata nella sofferenza dei Regeni, al punto da intercambiare continuamente - e teneramente - un ruolo di figlia con quello di difensore dall'ostilità e dall'invadenza: oltre che da parte degli assassini di Giulio, da parte di quel mondo esterno che non conosce il rispetto perché non conosce il dolore. Poi ci sono altri, i cui nomi non compaiono nelle cronache: Beppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa, che in una delle sue "reincarnazioni" si è fatto instancabile megafono di tutte le vicende in cui la questione dell'informazione si intreccia a quella della violazione dei diritti umani.
E, infine, Riccardo Noury, appassionato cultore del cinema di Rainer, Fassbinder, da vent'anni portavoce di Amnesty International. È stato lui, con Ballerini, ad avere l'idea degli striscioni gialli "verità per Giulio" che hanno comunicato attraverso il più antico dei media, la scritta sul muro, la domanda di giustizia di una parte significativa degli italiani. Tutte queste persone, come si dice nel pattinaggio a rotelle, hanno fatto "carrello", ovvero, secondo la lezione delle discipline orientali, si sono piegate non per cedere, ma per raccogliere le energie e rafforzare lo slancio. Ora siamo a un passaggio decisivo, quello della conclusione delle indagini. Nella Procura di Roma, c'è un'altra bella persona: il sostituto procuratore Sergio Colaiocco (non l'ho mai visto in vita mia, ma ho buone ragioni per crederlo). Il mio irreparabile pessimismo si prende una pausa. Spes contra spem, come diceva Marco Pannella sulla traccia di Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani.
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 6 dicembre 2020
Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni che si occupano di diritti umani hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti. Confermate da chi è potuto uscire-"High security prison 992": benvenuti all'inferno del rettangolo della morte. I blocchi a forma di H del carcere di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, rimandano alla famigerata prigione di Maze, più comunemente denominata Long Kesh, nella cittadina nordirlandese di Lisburn, dove tra il 1971 e il 2000 morirono decine di detenuti, tra cui Bobby Sands, leader dell'Ira stroncato dopo 64 giorni di sciopero della fame e della sete. I livelli di crudeltà non sono dissimili, tra condizioni generali pessime, violenze e torture, con una differenza: la struttura alle porte di Belfast è stata chiusa dopo gli Accordi di Pace del 1998 (Good Friday Agreement) e una serie di spettacolari evasioni, mentre l'inferno di Tora è attivo e non sembra per nulla destinato ad abdicare. Proprio nel settembre scorso il tentativo di fuga da parte di un gruppo di reclusi nel braccio 'reati comuni' è stato represso nel sangue dall'apparato di sicurezza: 8 i morti, di cui 4 poliziotti. Nel corso degli anni, con un crescendo esponenziale, le organizzazioni internazionali che si occupano di diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno denunciato le terribili condizioni in cui versano i detenuti di Tora. Al resto hanno pensato i racconti dei testimoni oculari, vittime loro stessi di abusi e di pratiche di tortura, una volta fuori da quell'incubo.
Dalle origini ai cambiamenti per i Fratelli Musulmani - Inizialmente costruita nel lontano 1908 come 'prigione agricola', Tora ha subìto una serie di interventi di maquillage. Il primo nel 1928 quando l'allora Ministro dell'Interno, Mustafa al-Nahhas, sollecitò il suo potenziamento per alleviare il sovraffollamento dell'allora prigione principale di Abu Zaabal. Saltando in avanti di qualche decennio, nel 1993 la direzione del penitenziario decise di elevare le mura di cinta di quasi tre metri, modificando di fatto il volto dell'intero plesso. In realtà ognuno dei presidenti o dittatori, a seconda di come li si debba considerare, a modo suo ha messo le mani sulla prigione di Stato capace di risolvere tutti i problemi della rete carceraria maschile (a Tora non esiste un braccio femminile, per quel settore è in funzione da anni il penitenziario di al-Qanater, dalla parte opposta della capitale) dell'Egitto. Ad Anwar Sadat capitò di dover incidere dopo i Bread Riots, la Protesta del Pane del 1977, realizzando uno dei H blocks.
Al massimo della sua capienza ufficiale la '992' dovrebbe ospitare 1500 detenuti, in realtà, a seconda dei periodi, la popolazione supera le 2mila unità. Per aumentare la portata della struttura, una volta esaurita l'area di espansione esterna, Tora ha iniziato a svilupparsi verso l'alto. La conseguenza è stata un peggioramento della vita carceraria vissuta dalla maggior parte dei detenuti in condizioni davvero disumane e le cronache dei racconti in arrivo dall'interno confermano l'interfaccia repressiva di un regime spietato contro i suoi oppositori.
Nel 1991 è toccato ad Hosni Mubarak (lui stesso ospite, oltre ai suoi due figli Gamal e Alaa, della prigione di Tora dal 2012 al 2013 e poi liberato da al-Sisi nonostante su di lui pendesse la condanna all'ergastolo) dare il via libera ai lavori, terminati due anni dopo, per arginare i rischi di evasioni 'eccellenti'. Tre anni prima era successo qualcosa di eclatante: a darsi alla macchia erano stati i due membri della jihad islamica responsabili dello spettacolare assassinio dell'ex presidente Sadat il 6 ottobre del 1981 (data simbolica molto importante in Egitto che segna l'inizio della guerra del Kippur, il 6 ottobre del 1973).
L'ultimo ritocco all'immagine della prigione in ordine di tempo è stato portato a termine nel 2014 su ordine dell'attuale presidente, Abdel Fattah al-Sisi: la realizzazione di una sezione speciale di massima sicurezza per i prigionieri politici, cioè per gli esponenti dei Fratelli Musulmani. In quella sezione, tra gli altri, hanno trascorso un periodo di detenzione il capo della Fratellanza, Mohamed Morsi, e il numero due, Essam el-Erian, morti in circostanze mai chiarite nel 2019 e nel 2020.
I reclusi: da Zaki ai leader della Rivoluzione di Piazza Tahrir - Fino all'altra sera all'interno della sezione Liman Tora erano reclusi i vertici dell'Eipr, Gasser Abdel Razek, Karim Ennarah e Mohamed Bashir, rilasciati su cauzione e tornati a casa dalle rispettive famiglie dopo alcune settimane di detenzione. Nella vicina sezione Scorpion II, al contrario, Patrick Zaki è appena entrato nel decimo mese di reclusione. Con lui decine e decine di attivisti, tra cui Alaa Abdel Fattah, uno dei leader della Rivoluzione di piazza Tahrir del gennaio 2011.
A causa dell'emergenza Coronavirus, le autorità egiziane da marzo hanno bloccato le visite dei familiari. Nel suo caso sono andate oltre. Il 21 giugno scorso la madre e le due sorelle di Alaa Abdel Fattah, dopo aver atteso per giorni davanti al cancello di Tora quanto meno per consegnare dei generi di prima necessità al loro caro, sono state aggredite all'esterno del carcere. È successo all'alba, quando un gruppo di donne le ha brutalmente assalite nella totale inerzia del personale penitenziario. Due giorni dopo, le tre donne hanno tentato di denunciare l'aggressione alla Procura generale, col risultato che la sorella minore, Sana, è finita ad al-Qanater dove si trova tuttora reclusa.
Per raggiungere la prigione di Tora è sufficiente salire a bordo della linea 1 della metro dalla stazione di 'Sadat' a piazza Tahrir e dopo dieci fermate scendere a Tora el-Balad. Attraverso un sottopasso e un vivace mercato rionale, in pochi minuti a piedi si arriva davanti al cancello d'ingresso principale del penitenziario. Fuori alcuni bar a cui siedono esclusivamente agenti penitenziari, della polizia territoriale e agenti in borghese della State Security. Restare troppo a lungo in quella zona può essere pericoloso. Il muro di cinta perimetrale, rialzato fino a sfiorare i 10 metri, è puntellato dalle altane attraverso cui le guardie tengono sotto stretta sorveglianza l'interno e soprattutto l'esterno del carcere.
Da fuori è impossibile immaginare la grandezza di una struttura edilizia andata lievitando col passare dei decenni. Ogni blocco a forma di H ospita una delle sezioni del carcere: quella di massima sicurezza, Tora Liman (dove sono stati reclusi Abdel Razek, Ennarah e Bashir), Tora Istiqbal, Tora el-Makhoum e la sezione di Tora Supermax, meglio conosciuta come Scorpion II (Aqrab). All'interno di questa sezione stanno cercando di sopravvivere tutti i cosiddetti prigionieri di coscienza, attivisti per i diritti umani, giornalisti, avvocati, personaggi dello spettacolo.
Le celle e la luce regolata in una sala di controllo - Complessivamente il penitenziario più grande e temuto dell'Egitto è composto da 320 celle, equamente divise per i quattro blocchi ad H. La maggioranza di esse misura 2,5 metri per 3 e sono alte dai 3,5 metri a salire, ma ce ne sono anche di più grandi capaci di ospitare oltre 10 persone alla volta. Ogni cella ordinaria ha una finestra 90 per 80 centimetri e si affaccia o su altri edifici carcerari o sulle mura principali.
Oltre alle brande, spesso senza materasso, e al gabinetto la cella dispone di una lampadina la cui accensione è regolata da una sala di controllo. Originariamente quelle più grandi erano state realizzate per ospitare due detenuti, ma l'aumento della popolazione carceraria ha costretto la dirigenza ad inserire più brande a castello. Ogni sezione dispone del suo refettorio e dello spazio esterno e i detenuti di un'area non si mescolano mai con quelli di un'altra.
Nell'enorme città penitenziaria ci sono anche un campo da calcio e uno più piccolo multiuso nato originariamente come campo da tennis. Sulla parte retrostante dell'area di Tora è stata posta l'appendice per le celle di isolamento. Il cosiddetto "blocco disciplinare" ne comprende sette, tutte senza finestre, dunque senza luce naturale e ventilazione.
Non manca certo una sezione medica, una sorta di punto di primo soccorso, in grado di risolvere diagnosi elementari. I detenuti vengono trasferiti in uno degli ospedali cittadini solo quando non è possibile fare altrimenti. Spesso le richieste d'aiuto rimangono inascoltate. È successo nel maggio scorso al giovane regista Shady Habash, morto dopo aver ingerito del detersivo, non curato adeguatamente e lasciato in agonia dentro la sua cella.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 6 dicembre 2020
Un rapporto di Defence for Children International denuncia le condizioni in cui i minori palestinesi arrestati da Israele sono tenuti in detenzione e sotto interrogatorio. Ieri i funerali di Ali Abu Aliya, il 14enne ucciso venerdì dall'esercito israeliano. Un compleanno si è trasformato in un funerale. "Ali è sceso in strada con me. I soldati israeliani sparavano con i fucili e lanciavano lacrimogeni ma noi due pensavamo alla torta di compleanno che stava preparando sua madre. Poi Ali è crollato a terra tenendosi l'addome e ha perso conoscenza". Muhammad Abu Aliya, 16 anni, raccontava ieri ai giornalisti gli ultimi istanti di vita di suo cugino e amico Ali Abu Aliya. Ucciso nel giorno del 14esimo compleanno da un proiettile sparato dai soldati che gli ha spappolato l'intestino. "Non ha avuto scampo, l'emorragia interna è stata devastante", spiegano i medici dell'ospedale di Ramallah che hanno tentato senza successo di rianimare il ragazzo. Proiettile che l'esercito israeliano smentisce di aver sparato contro i manifestanti del villaggio palestinese di Al Maghayer, ad est di Ramallah, che da tempo si battono contro un avamposto coloniale ebraico. Il portavoce militare afferma che i dimostranti sono stati dispersi con lacrimogeni, proiettili rivestiti di gomma e usando fucili Ruger che non sarebbero letali per il piccolo calibro. Certo non sparano confetti, soprattutto se esplosi da distanza ravvicinata. Dal 2015, spiega l'ong per i diritti umani B'Tselem, i fucili Ruger hanno ucciso almeno sette dimostranti. In ogni caso i palestinesi smentiscono seccamente la versione israeliana secondo la quale i soldati avrebbero risposto a un intenso lancio di pietre. I militari, denunciano gli abitanti del villaggio, hanno fatto fuoco subito ad altezza d'uomo e lanciato dozzine di candelotti lacrimogeni.
Ad Al Maghayer ieri, incuranti della seconda ondata coronavirus che sta mietendo tante vittime in Cisgiordania, erano in centinaia a seguire la salma di Ali, avvolta nella bandiera nazionale, ricoperta di fiori, portata in spalla da amici e familiari. Di lato, a distanza, assieme ad altre donne, c'era la madre Rawan, sciolta in un pianto infinito. "Ali amava il calcio, a casa trovi ovunque palloni e magliette dei club internazionali. Sognava di diventare un campione", ha raccontato Ayman, il padre del ragazzo. Due anni fa Ali era già stato ferito, in modo lieve, da un proiettile rivestito di gomma durante gli scontri con l'esercito seguiti all'uccisione di un altro ragazzino del villaggio, Laith Abu Ali.
Dolore ma anche rabbia. Parla di "crimine di guerra" l'Autorità nazionale di Abu Mazen. Il portavoce del movimento Fatah, Osama al-Qawasmi, ha esortato i palestinesi a rispondere a queste uccisioni rafforzando l'unità nazionale. Stessa l'esortazione del movimento islamico Hamas che chiede "il ritorno al consenso nazionale per resistere all'occupazione". Ed è scesa in campo anche l'Unione europea che attraverso il suo rappresentante locale ha chiesto un'indagine sull'incidente. "I bambini godono di una protezione speciale ai sensi del diritto internazionale" - sottolinea la delegazione dell'Ue - "Quanti altri bambini palestinesi saranno soggetti a un uso eccessivo della forza letale da parte delle forze di sicurezza israeliane? Questo incidente scioccante deve essere rapidamente indagato subito".
L'uccisione di Ali Abu Aliya giunge mentre l'attenzione dei centri per i diritti umani e la difesa dell'infanzia si concentra di nuovo su bambini e ragazzi palestinesi sotto occupazione militare. In un rapporto di 73 pagine - "Isolated and Alone: Palestinian children held in solitary confinement by Israeli authorities for interrogation - l'ong Defence for Children International-Palestine, denuncia che le autorità israeliane detengono i minori palestinesi in isolamento durante l'interrogatorio, che può durare anche alcuni giorni, ed esorta a considerare questa pratica una forma di tortura: "si tratta di una punizione crudele, inumana e degradante". Il diritto internazionale - ricorda Khaled Quzmar, direttore di Dcip - "proibisce l'uso dell'isolamento e misure simili. Questa pratica causa danni psicologici sia immediati che a lungo termine".
Mentre sono in isolamento, scrive Dcip, i ragazzi detenuti non hanno contatti umani significativi, poiché le interazioni con gli altri sono spesso esclusivamente con chi li interroga. I pasti vengono passati attraverso uno sportello nella porta della cella. Alcuni dei minori detenuti riferiscono le celle di isolamento sono poco ventilate, l'illuminazione resta accesa 24 ore su 24 e mancano le finestre. Durante l'interrogatorio, aggiunge Dcip, la legge militare israeliana non assicura ai minori palestinesi il diritto alla presenza di un genitore o di un avvocato.
Le tecniche, prosegue l'ong, sono coercitive, una combinazione di intimidazioni, minacce, abusi verbali e violenza fisica con un chiaro scopo di strappare una confessione. Dal primo gennaio 2016 al 31 dicembre 2019, 108 minori sono stati tenuti in isolamento, in qualche caso per due settimane. Stando all'inchiesta svolta dall'ong, Israele ogni anno persegue tra i 500 e i 700 minori nei tribunali militari. Si stima che dal 2000 le autorità israeliane abbiano detenuto, interrogato, perseguito e imprigionato circa 13.000 ragazzi palestinesi. Al momento 15 minori palestinesi sono in isolamento e 168 sono incarcerati per ragioni di sicurezza.
Di questi abusi si è occupato nei giorni scorsi anche il quotidiano israeliano Yediot Ahronot. Tra il 2017 e il 2019, ha scritto, le forze militari in Cisgiordania e a Gerusalemme Est hanno arrestato 5.000 minori palestinesi di età compresa tra 12 e 18 anni, applicando metodi di detenzione simili a quelli utilizzati per l'arresto di sospetti adulti. Sono stati bendati e ammanettati e molti di essi riferiscono di colpi alla schiena con il calcio dei fucili. Altri raccontano di essere stati interrogati per tutta la notte, senza sosta. La legge civile israeliana protegge i minori arrestati. Tuttavia, a differenza degli israeliani, i ragazzi palestinesi in Cisgiordania sono processati dai militari e godono di poche tutele.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 6 dicembre 2020
Via libera dalla Camera dei Rappresentanti di Washington alla depenalizzazione della marijuana a livello federale. Dopo i referendum e anche se il Senato non farà lo stesso, svolta di enorme valore simbolico. Il 2020 ha fatto anche cose buone, almeno per quanto riguarda la cannabis. Dai primi di novembre è stato un susseguirsi di decisioni politiche, giurisdizionali e istituzionali che hanno posto la pianta proibita al centro di provvedimenti di normalizzazione che lasciano ben sperare per il futuro. L'ultimo il 4 dicembre, quando la Camera dei Rappresentanti di Washington ha approvato - 228 favorevoli e 164 contrari - il More Act che depenalizza la cannabis a livello federale. Il provvedimento ne prevede la tassazione e abbatte le proibizioni che oggi complicano la vita ai 15 Stati Usa che l'hanno legalizzata e all'imprenditoria del settore. Anche se il Senato a maggioranza repubblicana non farà altrettanto, si tratta di un voto storico - per la prima volta una riforma del genere arrivava al voto in plenaria nella patria della "War On Drugs".
Solo un mese prima l'elezione di Joe Biden è stata accompagnata da vittorie referendarie che hanno legalizzato per tutti i fini la produzione, il consumo e commercio di cannabis in New Jersey, Arizona, Montana e South Dakota, mentre il Mississippi è diventato il 35esimo che che ne consente l'uso terapeutico. Il More act, che è stato proposto alla Camera da Jerry Nadler e al Senato dalla vice presidente eletta Kamala Harris, elimina la cannabis dall'elenco del Controlled Substances Act del 1971. Il provvedimento permetterebbe di rivedere le condanne pregresse e impone una tassa federale sulla vendita dei prodotti legati alla cannabis al fine di risarcire comunità e individui colpiti dalla War On Drugs, incentivando la nuova imprenditoria legale.
Anche se questi ultimi obiettivi sono stati depotenziati durante il percorso parlamentare si tratta di un voto di valore simbolico enorme per tutto il movimento antiproibizionista mondiale. E in particolare per quello nordamericano che infatti ha accolto l'approvazione con grande soddisfazione, in particolare per le sue implicazioni sull'oppressione delle minoranze. L'applicazione delle leggi proibizioniste sulla marijuana è responsabile di oltre mezzo milione di arresti negli Stati uniti ogni anno. Le persone afroamericane e di origine asiatica o latina sono colpite in modo sproporzionato: i non bianchi hanno quattro volte più probabilità di essere arrestati per possesso di marijuana rispetto ai bianchi nonostante tassi di consumo uguali.
Per Maritza Perez della Drug Policy Alliance, "la criminalizzazione della marijuana è una pietra angolare della guerra razzista alla droga. Anche dopo un decennio di vittorie nelle riforme, l'anno scorso una persona è stata arrestata quasi ogni minuto per il semplice possesso di marijuana". Secondo il più recente sondaggio di opinione pubblica, il 68% degli americani sostiene la legalizzazione della marijuana. L'amministrazione Biden, pur timida sul tema, dovrà tenerne conto.
Il 2 dicembre la Commissione droghe delle Nazioni unite ha votato per riconoscere il potere terapeutico della cannabis. Nel pomeriggio dello stesso giorno la Commissione europea, forte della sentenza della Corte del Lussemburgo del 19 novembre, ha chiarito che prodotti contenenti CBD frutto dall'intera pianta della cannabis, infiorescenze comprese, possono essere inseriti nella lista dei nuovi alimenti (novel food) su cui l'Ue sta lavorando, non essendo considerabili stupefacenti. Nel frattempo Messico, Macedonia e Israele stanno discutendo di legalizzazione tout court della cannabis, mentre in Africa e America latina aumentano i paesi che ne consentono la produzione per fini terapeutici. A casa nostra, invece la politica sembra impantanata, incapace di trovare una via che altrove sembra ormai segnata.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 6 dicembre 2020
A distanza di un anno dal giudizio vincolante della Corte europea dei diritti umani, che aveva ritenuto politicamente motivata la detenzione di Osman Kavala, il 3 dicembre il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa ha sollecitato la Turchia a rimettere immediatamente in libertà l'attivista della società civile. Nella sua risoluzione, il Comitato dei ministri ha sottolineato che la Turchia non ha mai replicato al fatto che l'attuale detenzione di Kavala sia in continuità con le violazioni dei diritti umani menzionate nel dicembre 2019 dalla Corte europea dei diritti umani e ha criticato il silenzio della Corte costituzionale di Ankara sul caso. Nato a Parigi nel 1957, Kavala è il co-fondatore di Iletisim Yayinlari, una delle più grandi case editrici turche e presiede l'istituto Anadolu Kültür, da lui fondato e divenuto un punto di riferimento prezioso per comprendere la società civile turca.
Arrestato nel 2017 e inizialmente sotto inchiesta per tre accuse infondate relative al "tentativo di rovesciare il governo o l'ordine costituzionale con la violenza o con la forza" riguardo all'organizzazione delle manifestazioni al Gezi Park di Istanbul del 2013 e persino al suo coinvolgimento nel tentato colpo di stato del luglio 2016, nel febbraio 2020 Kavala è stato prosciolto da una di esse per essere accusato di "spionaggio" appena un mese dopo, con l'evidente scopo di aggirare la sentenza della Corte europea sull'illegalità della sua detenzione. La prima udienza per quest'ultima accusa è prevista il 18 dicembre.
di Francesco Semprini
La Stampa, 6 dicembre 2020
Le truppe che contrastano gli jihadisti saranno spostate in Kenya. La decisione del Pentagono spiazza il Congresso: a rischio sicurezza e stabilità. Donald Trump ordina il ritiro di quasi tutti i militari di stanza in Somalia, dove gli Stati Uniti sono impegnati da 13 anni a combattere una guerra a bassa intensità contro i terroristi al-Shabaab. La manovra, esecutiva già all'inizio del 2021, trova l'appoggio di Chris Miller, segretario ad interim della Difesa, e rappresenta un cambio di passo rispetto al predecessore Mark Esper.
Il quale aveva optato per un alleggerimento dell'impegno americano nella regione del Sahel pur di mantenere invariati gli sforzi operativi in Somalia. I circa 700 militari presenti nel Paese del Corno d'Africa, per lo più appartenenti alle forze speciali "Delta Mogadiscio", sono impiegati in attività di addestramento, ma soprattutto in missioni antiterroristiche contro il braccio qaedista somalo e le centinaia di jihadisti dell'Isis arroccati sulle montagne di Possasso, nel Puntland.
Operazioni che continueranno a svolgere, spiega Africom (il comando militare Usa in Africa) ma partendo da Kenya e soprattutto a Gibuti dove si trova Camp Lemon, la grande base dove saranno riposizionate le forze. "Gli Usa manterranno la capacità di condurre operazioni mirate e di raccogliere informazioni riguardanti minacce alla patria", riferisce il Pentagono, secondo cui se "da un lato si tratta di un cambio nell'impostazione tattica della forza, dall'altro non rappresenta un cambio nella politica Usa". Eppure la direttiva riflette il forte desiderio di Trump di ridurre l'impegno militare Usa di lungo periodo nella lotta contro il terrorismo in Stati fragili o falliti di Asia, Medio Oriente e Africa iniziato dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001. Impegno che secondo il 45° presidente Usa è costato troppe perdite di soldi e soldati. La direttiva sulla Somalia arriva dopo ulteriori alleggerimenti in Afghanistan e in Iraq, oltre all'uccisione di un veterano della Cia avvenuto in combattimento proprio nel Paese africano.
La decisione incontra l'opposizione di un nutrito gruppo bipartisan al Congresso, secondo cui così facendo si mettono a rischio la vita dei soldati, la sicurezza nazionale e la stabilità dei partner africani. Anche il presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed, ha espresso preoccupazione per il rito Usa, specie per la sicurezza delle imminenti elezioni parlamentari a cui seguiranno le presidenziali. Oltre alla crisi che interessa la vicina Etiopia.
Fattori cruciali per quello che è considerato da tempo uno Stato fallito, disintegrato da guerre e conflitti interni di cui si ricorda Black Hawk Down, l'abbattimento dell'elicottero americano, e l'attacco ai militari italiani del Check Point Pasta entrambi impegnati nel 1993 nella missione "Restore Hope" per fermare le violenze del signore della guerra Mohammed Farah Aidid. Lo Stato non Stato dove la logica dei clan prevale sul principio nazionale e istituzionale, mettendo il Paese alla mercé di trafficanti e terroristi. Come Al Shabaab, appunto, eredi delle Corti islamiche che parlano il linguaggio delle bombe e della mafia. E a contrastare i quali c'è anche l'Italia nell'ambito della missione europea Eutm-S, volta a fornire capacità ai somali e un sistema di addestramento che diventi il loro modello di riferimento per il futuro.
di Valter Vecellio
Il Riformista, 5 dicembre 2020
Il capo dello Stato è già a conoscenza della situazione negli istituti di pena e anche del digiuno intrapreso da Bernardini, Testa e tante altre persone. Non c'è bisogno di ricordarglielo, c'è solo da chiedere: quando un messaggio? Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella oltre che politico prudente, accorto, di esperienza, è giurista: quella speciale branca che è il Diritto costituzionale. Della Costituzione è, come s'usa dire, "geloso" custode e difensore.
ansa.it, 5 dicembre 2020
Si inverte il flusso del contagio da Covid-19 nelle carceri. Se sino a pochi giorni fa erano di più gli operatori positivi rispetto ai detenuti, adesso il rapporto si è invertito. I detenuti che hanno contratto il virus sono ancora aumentati e sono arrivati a quota 975, secondo gli ultimi dati del Dap aggiornati alle 20 del 3 dicembre scorso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 dicembre 2020
Secondo il guardasigilli, nelle carceri è tutto sotto controllo per quanto riguarda l'emergenza Covid-19. Non ha nemmeno dimostrato alcun interesse nei confronti di Rita Bernardini del Partito Radicale, stremata da quasi un mese di sciopero della fame. Eppure, nella sola seconda ondata siamo arrivati a sette detenuti morti per Covid.
di Franco Dal Mas*
Il Foglio, 5 dicembre 2020
Troppo e purtroppo abituati a dare per scontato ciò che scontato non è, con le restrizioni conosciute causa Covid-19 abbiamo riscoperto il valore della libertà nei suoi aspetti minimali. Se riteniamo già un'ingerenza il divieto di uscire dal comune di residenza, il confinamento domestico è un'imposizione insopportabile. "Ci hanno messi ai domiciliari", si sente dire. E per di più senza condanna.
- Se il Dpcm vi fa sentire in prigione, forse non siete mai stati in un carcere ai tempi del Covid
- “Una nuova idea di carcere, l’Europa insegna che si può”, parla l’architetto Burdese
- Mamme e bambini in carcere: il cuore oltre le sbarre
- Troppa rabbia. Metà degli italiani vuole la pena di morte
- Pena di morte, il 43% degli italiani è a favore: l'odio è diventato quotidiano











