di Roberta Rampini
Il Giorno, 8 marzo 2021
Giorgio Leggieri, neodirettore del carcere modello di Bollate: qui c'è molto da imparare e sperimentare. È arrivato nel "carcere modello" d'Italia ai tempi del Covid-19 Giorgio Leggieri, 54 anni, nuovo direttore della casa di reclusione di Milano-Bollate.
Lo scorso 12 gennaio ha preso il posto di Cosima Buccoliero, direttrice reggente dal 2019, trasferita al carcere di Opera. Di origini pugliesi, come chi lo ha preceduto, con molte reggenze in istituti di pena del Nord, negli ultimi due anni è stato direttore del carcere di Cuneo. "Qui a Bollate ho trovato grande energia: nonostante la situazione di emergenza sanitaria abbia modificato ritmi e abitudini, qui le relazioni non sono state frantumate.
Malgrado le limitazioni imposte, ho colto in tutti la consapevolezza che si debba andare avanti e non perdere mai di vista la prospettiva - dichiara Leggieri. Lo scopo riabilitativo della pena sancito dalla Costituzione italiana qui è declinato nel modo più innovativo possibile". Da giorni sta "misurando il passo dell'istituto", un'espressione che racchiude gli incontri con gli operatori, educatori, volontari, agenti della polizia penitenziaria e detenuti. Ma anche passi concreti: dalle eccellenze dell'area industriale al reparto degenza Covid, aperto a novembre, che attualmente ospita 82 detenuti risultati positivi al coronavirus provenienti dagli istituti penitenziari della Lombardia, di cui solo due di Bollate.
"Sicuramente sono rimasto colpito dalla professionalità del laboratorio dove si producono le mascherine chirurgiche distribuite ai Provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria in tutta Italia, attualmente sono impiegati 22 detenuti ma è un impianto in espansione - racconta. Quando sono entrato nell'area industriale mi sembrava di essere al Lingotto di Torino per l'organizzazione, la capacità produttiva e lo spirito imprenditoriale.
E il mio non è buonismo, ma il riconoscimento di un lavoro rieducativo con detenuti che a Bollate è diventato cultura e si respira ovunque". Conoscenza e graduale ripresa della normalità scandiscono le giornate del nuovo direttore, con un grande sforzo per garantire a tutti i detenuti le videochiamate con i familiari e in attesa della ripresa dei colloqui in presenza.
"Mi hanno colpito anche l'inclusione sociale, la capacità di osmosi tra dentro e fuori - aggiunge il direttore -: credo che qui ci sia molto da imparare e sperimentare, chi c'è stato prima di me ha sicuramente fatto un ottimo lavoro". Direttore ha un po' di ansia da prestazione? "Sicuramente si, le aspettative sono alte. Ma io sono molto pragmatico, rappresento lo Stato, non sono qui per dimostrare qualcosa, entro in un sistema di relazioni dove le persone sanno quello che rappresento".
di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 marzo 2021
Il prezioso lavoro delle donne alla guida del carcere. Il vertice del carcere barese è donna. Si chiamano Valeria Piré e Francesca De Musso e sono, rispettivamente, direttore della Casa circondariale e Comandante capo della polizia penitenziaria. Equilibrio, determinazione, forza e il valore aggiunto dell'essere donne in un mondo per anni indiscusso "regno" maschile. Nella giornata della festa della donna, in un momento di stereotipi dilaganti sui media, le due dirigenti si raccontano alla Gazzetta.
"Nel mio concorso, 24 anni fa, gli uomini erano in numero assolutamente residuale: oggi i direttori donna e i dirigenti generali donna sono una realtà consolidata, non necessariamente digerita, ma inesorabile" commenta caustica Pirè.
"L'essere un comandante, così come un direttore donna, desta curiosità e talvolta sorpresa - le fa eco il comandante De Musso - Il carcere di Bari, poi, istituto penitenziario di particolare complessità gestionale, non aveva mai avuto un comandante donna prima di me, ma questo non mi impedito di assicurare il mio mandato istituzionale con la necessaria passione, serenità d'animo e consapevolezza del ruolo. Anzi, capacità empatica e comunicativa tipica delle donne mi hanno spesso agevolata nell'attività di garanzia della sicurezza, mediante la parola, supportando me e il nostro staff nel compito ambiziosissimo di custodire per rieducare, per far sì che l'uomo di azione a noi affidato diventi uomo di riflessione".
"Niente ostruzionismo, ad onore del vero - sottolinea il direttore Pirè Il nostro è un ruolo in cui il potere è dato da un'investitura formale. La differenza la fa la dimostrazione di "esserci" nella sostanza e non solo nella forma". Per entrambe, entra da sempre in gioco la parola "passione" a muovere ogni scelta. Valeria Pirè è entrata nell'amministrazione penitenziaria 1'8 settembre 1997. "Primo concorso dopo la laurea in Giurisprudenza e una passione che non mi ha mai abbandonata. E che, con l'età, comincio a considerare un limite".
Francesca De Musso ha cominciato ad occuparsi di carcere dopo l'abilitazione alla professione forense, quando, "da aspirante giurista innamorata della legalità, con il sogno di lavorare per la giustizia, incontrando le persone. L'idea nel mio immaginario era, all'epoca, quella del carcere quale luogo di espiazione ma, soprattutto, di rieducazione e reinserimento. Vinto il concorso da funzionario di polizia penitenziaria, nel 2010, ho potuto cominciare, non più e non soltanto a preoccuparmi ma ad occuparmi di carcere, un mondo spesso avvertito dalla società civile come un muro di cinta da additare e da cui tenersi lontani fisicamente, con il pensiero e con le emozioni.
Il carcere può sospendere unicamente il diritto alla libertà, mai annullare gli altri diritti fondamentali, come quello alla salute e alla risocializzazione. Si sconta una pena che non deve mortificare la dignità umana. Sono stata designata comandante del carcere di Bari nell'aprile del 2013. Il carcere è una istituzione totale, impossibile da conoscere alla maggior parte delle persone, impenetrabile a chi non abbia motivi personali per entrarvi.
Eppure di una realtà così sconosciuta la gente parla, come se la conoscesse. Il senso sociale si è creato convinzioni, dettagli, una rappresentazione fisica dei luoghi e dei tempi: ma questa è la rappresentazione dell'immaginario sociale, non della realtà del tempo e del luogo del detenuto, né, tantomeno, degli operatori penitenziari". Quella degli operatori, invece, è una vita ad "occuparsi di persone - come ribadisce Valeria Pirè - un universo variegato e complesso di visi, problemi, emozioni che attendono risposte, risposte che talvolta non sei in grado di dare".
Ma alle quali consenti di attraversarti. "E la giornata che ti prefiguri non corrisponde MAI alla giornata effettiva - continua - perché emergenze e urgenze sono determinate da questioni giuridiche, sanitarie, scadenze sopraggiunte, problemi improvvisi". Come la rivolta dell'8 marzo 2020: la protesta dei detenuti nacque dalla sospensione dei colloqui "a vista" con i familiari, introdotta con il decreto anti-contagio varato dal governo per fare pronte al diffondersi del Coronavirus.
"Un 8 marzo indimenticabile. E gli ultimi dodici mesi intensissimi, unici e terribili: nella mia carriera ho affrontato molte criticità, ma mai rivolte - ricorda il direttore Pirè. Ci hanno mosso spirito di squadra, disponibilità del personale, compattezza assoluta tra direzione e comando. E poi capacità di mediazione unita a fermezza e conoscenza profonda dei nostri interlocutori. I due mesi successivi sono stati tremendi: in istituto ininterrottamente dalle 7 del mattino alle 22, talvolta ben oltre e talvolta di notte, sempre accompagnata da questa sensazione di assoluta incertezza sul domani prossimo".
De Musso conferma: "Comandante e direttore restano sempre reperibili e raggiungibili. La vita privata? Tanta pazienza e comprensione dai nostri familiari". E il Covid? "Ha richiesto una capacità continua, incessante di flessibilità e rideterminazione e ricalendarizzazione dei processi e delle procedure, in un clima di indeterminatezza e precarietà - continua Pirè.
Grazie a dialogo e confronto serrato con la direzione sanitaria dell'Unità Operativa Complessa di assistenza sanitaria penitenziaria, alla collaborazione e interazione del nostro personale con il personale sanitario abbiamo attuato dei protocolli che fino ad oggi ci hanno consentito di avere un solo caso di Covid tra i detenuti presenti (a parte alcuni casi di detenuti appena arrestati).
I detenuti oscillano tra i 420 e i 435. Qui ci sono 5 reparti detentivi, suddivisi tra media e alta Sicurezza e Centro clinico. La sezione femminile è chiusa per ristrutturazione. La Casa circondariale di Bari ospita uno dei centri clinici dell'amministrazione penitenziaria, gestito dalla Asl, perché dal 2008 la medicina penitenziaria è passata al ministero della Salute. È presente un numero elevato di detenuti con patologie psichiatriche o borderline". Nei prossimi giorni partirà la vaccinazione di tutti i detenuti e di tutto il personale.
8 marzo, cosa dire da donne a donne? - "La capacità di reagire e di combattere per quello in cui si crede possono abbattere muri e produrre risultati inizialmente impensabili - dice Valeria Pirè -. Siamo creature complesse e quindi la complessità non ci deve spaventare".
"Alle donne voglio dire di avere sempre fiducia in se stesse e consapevolezza delle proprie potenzialità, passioni e risorse - commenta Francesca De Musso. E di essere "ala di riserva" per quelle donne che ne abbiano bisogno, nel loro processo di emancipazione totale e di libertà.
Voglio loro dire, con Clarissa Pinkola Estes: "andate e lasciate che le storie, ovvero la vita vi accadano, e lavorate queste storie dalla vostra vita, riversateci sopra il vostro sangue e le vostre lacrime e il vostro riso, finché non fioriranno, finché non fiorirete".
di Antonietta Nembri
vita.it, 8 marzo 2021
Grazie alla cooperativa sociale Bee.4 Altre Menti nel carcere di Bollate la connettività non è più un tabù, complice la pandemia da Covid-19. "Un'autentica rivoluzione per quelli che sono i canoni dell'universo penitenziario oltre ad essere una nuova chiave interpretativa per l'approccio al tema del lavoro in carcere", dice Pino Cantatore direttore della cooperativa
Per Marco Girardello, che si occupa della comunicazione per la cooperativa sociale bee.4 Altre Menti quella in corso è una vera "rivoluzione. Stiamo titillando un tabù del mondo carcerario".
Il tabù è la connettività, internet in cella. Ma per un'impresa sociale ("concepita dentro la galera" chiosa Girardello) fondata nel 2013 per avvicinare il percorso di detenzione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione e che lavora offrendo servizi alle imprese di Business process outsourcing (quali assistenza clienti, back office ecc.) dover fare a meno di 10 operatori su 50 in un colpo solo perché messi in isolamento a causa della pandemia significa "rischiare di perdere il cliente e di conseguenza buttare i posti di lavoro" scandisce Girardello. La soluzione in casi come questi è lo smartworking o l'home working che ci sta accompagnando da un anno.
Ma come fare smartworking considerando che la bee.4 però lavora all'interno della Casa di Reclusione di Milano Bollate? I dieci lavoratori sono persone detenute che, appunto, per un focolaio epidemico da Covid-19 si sono ritrovate in isolamento e nell'impossibilità di recarsi nella sede di lavoro che si trova nell'area industriale dello stesso carcere.
"I nostri clienti si attendono da noi continuità nell'operatività. La pandemia ci ha messi di fronte a diverse dinamiche, ma quest'ultimo avvenimento ci ha fatto fare un passo in più" continua Girardello. "Rinunciare voleva dire perdere di colpo tutti i posti di lavoro legati alla commessa. Per cui abbiamo "remotizzato" le postazioni di lavoro". La soluzione, non scontata, è stata quella di portare la connessione wifi direttamente nelle celle dei dieci lavoratori della cooperativa per permettere loro di continuare a operare per il call center.
Grazie alla lungimiranza della direzione dell'Istituto, infatti, è stato possibile elaborare un protocollo straordinario di intervento che sta consentendo in questi giorni di sperimentare questa nuova modalità di lavoro "a domicilio" fondato sull'accesso a forme di connettività alla rete internet, ovviamente, nel rispetto dei limiti di sicurezza previsti dall'Amministrazione Penitenziaria. A rendere possibile questa sperimentazione - precisano dalla cooperativa sociale - anche e soprattutto il supporto fornito da Fondazione Vismara nell'ambito del progetto "Lavorare ne vale la pena"
Osserva il direttore della cooperativa sociale bee.4, Pino Cantatore "la remotizzazione delle postazioni di lavoro in cella rappresenta un'autentica rivoluzione per quelli che sono i canoni dell'universo penitenziario oltre ad essere una nuova chiave interpretativa per l'approccio al tema del lavoro in carcere".
Dopo alcuni giorni (lo smartworking è partito il 17 febbraio) "possiamo dire che questa cosa funziona", osserva Girardello per il quale l'aspetto più importante è l'opportunità che questa sperimentazione offre in termini di lavoro e crescita personale. "Il carcere è il luogo della chiusura, del contenimento, ma è anche un contesto che deresponsabilizza. Con il lavoro invece rimettiamo tutto in gioco, la rieducazione è anche responsabilizzare le persone. La responsabilità è terapeutica e stiamo dimostrando che è praticabile" spiega. "Noi abbiamo portato i computer in cella, affidato strumenti che sono importanti non solo dal lato lavorativo, ma anche personale perché con la connettività cambia tutto. Anche se si tratta di una connettività protetta, filtrata e protocollata".
La scommessa dell'impresa sociale bee.4 è quella di sfruttare la tecnologia, "devi avere il know how giusto per vendere servizi di terziario avanzato e se spingi tutto questo le persone che lavorano con te a fine pena possono ancora giocarsi questa opportunità: a casa o in una sede esterna" precisa Girardello sottolineando come il lavoro in team, la presenza di team leader e l'attenzione alla formazione siano gli ingredienti fondamentali. "Concretamente metti le persone in un'ottica di possibilità che riesce a far immaginare una modalità di pena diversa che è rieducazione", conclude.
di Viviana De Vita
Il Mattino, 8 marzo 2021
La scritta rossa sulla stoffa nera: "Stop alla violenza sulle donne". È stato questo lo slogan scelto per decorare decine e decine di mascherine cucite a mano dalle detenute del carcere di Fuorni e presentate nel corso dell'iniziativa "Da donna a donna. Ricuciamo i legami".
La direttrice del carcere, Rita Romano, in occasione della festa della donna che sarà celebrata domani, ha infatti deciso di dare risalto al lavoro delle detenute attraverso un momento di svago, un flash mob organizzato dalla Fondazione della Comunità Salernitana presieduta da Antonia Autuori, insieme all'associazione musicale I Picarielli e all'associazione Campania Danza. L'evento, svoltosi ieri pomeriggio, nel cortile della casa circondariale, ha dato avvio a una raccolta fondi per potenziare il laboratorio di cucito presente all'interno del carcere. La manifestazione, che si è svolta nel pieno rispetto delle norme anticovid, è stata patrocinata dal Comune di Salerno, dal CIF - Comitato Imprenditoria Femminile della Cciaa di Salerno, dal Comitato Femminile Plurale di Confindustria e da FG - Industria Grafica.
ilpiacenza.it, 8 marzo 2021
Una delegazione regionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp ha incontrato il parlamentare piacentino Tommaso Foti (FdI) per fare il punto della situazione sul carcere piacentino. Il parlamentare piacentino Tommaso Foti (FdI) ha incontrato di recente una delegazione del sindacato Uspp Polizia Penitenziaria per fare il punto della situazione sulle criticità che il personale di polizia penitenziaria sta affrontando in questo difficile momento di Pandemia anche a Piacenza. Presenti all'incontro il coordinatore interregionale dell'Emilia-Romagna e Marche Gennaro Narducci, e il segretario provinciale Nicola Lucino. Presente anche il responsabile regionale enti locali Fabio Callori.
Nel suo intervento, il sindacato degli agenti ha sottolineato come quanto accaduto nella prima decade di marzo "abbia messo a nudo le criticità del sistema penitenziario che la nostra organizzazione sindacale ha sempre denunciato, ossia la carenza di organico del personale di polizia penitenziaria, il sovraffollamento dei detenuti e l'inadeguatezza delle strutture e delle strumentazioni in dotazione. Per questo motivo - hanno detto - c'è necessità di investire risorse, e i provvedimenti in discussione in Parlamento auspichiamo trovino finalmente il parere favorevole di tutte le forze politiche. Soprattutto riguardo all'invio urgente presso la struttura piacentina di almeno 30 nuovi agenti, anche se da ultimi dati sembrerebbe che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria sia intenzionato ad inviare solamente 10 neo-agenti. Il carcere delle Novate è carente di ben 40 unità nei vari ruoli".
Successivamente, durante l'incontro, si è discusso sull'acquisto di nuove strumentazioni "per potenziare l'esecuzione penale esterna, unico modo concreto per contrastare il fenomeno del sovraffollamento dei detenuti. Esistono, inoltre, priorità che si possono affrontare a costo zero e, tra queste, c'è senza dubbio la necessità di rivedere l'attuale organizzazione del lavoro della Polizia Penitenziaria, non solo con la finalità di prevenire il contagio da covid-19, ma anche per contrastare il continuo incremento delle aggressioni subite dal personale".
Foti ha chiesto anche quale fosse la situazione del contagio da Covid-19 all'interno della struttura penitenziaria di Piacenza, ed è stato risposto che "la direzione del carcere ha fatto una buona campagna di prevenzione verso gli agenti di polizia penitenziaria e verso l'utenza detenuta".
Il segretario provinciale Nicola Lucino ha ribadito la proposta inviata ai vertici del Dipartimento tramite la segreteria nazionale, proponendo "una nuova organizzazione del lavoro per affrontare l'emergenza dell'attuale sistema di vigilanza dinamica, che ha visto un'apertura indiscriminata delle celle senza prevedere criteri di premialità".
Foti ha concordato e ha assicurato che la porterà all'attenzione del parlamento. Narducci ha invece evidenziato il problema dello stress correlato al lavoro in un Corpo che effettua un servizio difficile e stressante già nell'ordinario e che, con l'emergenza epidemiologica, ha affrontato momenti drammatici. Al termine dell'incontro il parlamentare piacentino si è impegnato a visitare insieme alla delegazione sindacale il carcere delle Novate e di organizzare un incontro con il personale di polizia penitenziaria alla presenza del leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni.
Ristretti Orizzonti, 8 marzo 2021
Torna in presenza, anche se limitata a soltanto due rappresentanti dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", l'edizione 2021 di "Un sorriso oltre le sbarre" nel carcere di Cagliari-Uta. La manifestazione di solidarietà, promossa da Sdr in collaborazione con la sezione di Cagliari della Fidapa, è dedicata alle donne private della libertà nella Giornata Internazionale della Donna. L'appuntamento, organizzato grazie alla collaborazione dell'Area Educativa dell'Istituto e della Direzione della Casa Circondariale "Ettore Scalas", consente annualmente alle detenute di trascorrere una mattinata con iniziative che permettono di riflettere sulla realtà femminile dietro le sbarre. Non solo detenute, ma anche Agenti di Polizia Penitenziaria e Funzionarie Giuridico-Pedagogiche che quotidianamente svolgono l'attività di recupero e risocializzazione.
"Con l'auspicio che presto possa terminare questo momento di grande difficoltà e la partecipazione all'iniziativa possa essere una vera occasione di scambio di esperienze, l'appuntamento per noi - affermano Elisa Montanari (Sdr) e Silvia Trois (Fidapa Cagliari) - è molto importante. Appena possibile infatti organizzeremo una giornata speciale con le donne detenute. Desideriamo però rivolgere a loro e a tutte le operatrici dell'Istituto un particolare augurio in una Giornata che celebra l'impegno femminile in ogni settore".
Anche nella Giornata di lunedì, grazie alla generosità di Paola Melis e della stilista Emma Ibba nonché alla disponibilità del Direttore Marco Porcu, ciascuna detenuta riceverà una busta contenente dei prodotti per la cura della persona. Oltre a spazzolino, dentifricio, shampoo e crema nel sacchetto ci sarà anche una mascherina realizzata dalla stilista.
A consegnare i prodotti con la presidente Elisa Montanari ci sarà Katia Rivano. L'appuntamento di domani segna anche la ripresa della presenza delle volontarie in carcere. "Speriamo - ha sottolineato Maria Grazia Caligaris, già presidente di Sdr - di poter riattivare al più presto la Parruccheria, il Coro, il corso di ricamo e le attività di danza-terapia nonché i colloqui a tu per tu. La volontà e l'impegno dell'associazione non sono mai venuti meno".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 8 marzo 2021
Alle detenute donate anche due macchine da cucire per realizzare una tenda Le commissarie pari opportunità: "Determinante la generosità della gente". Quella che inizialmente era solo una richiesta piena di speranza rivolta dalle detenute di Bancali alle commissarie regionali delle Pari opportunità (che erano andate in visita nel carcere sassarese ai primi di gennaio), oggi è diventato un progetto vero e proprio che presto entrerà anche in altri istituti penitenziari dell'isola che ospitano detenute.
Venerdì mattina davanti a quelle donne commosse e con lo sguardo colmo di gioia le commissarie del Nord Sardegna Martina Pinna, Paoletta Zolo, Anna Cherchi e Zoraida Dolores De La Rosa, accompagnate dalla presidente Francesca Ruggiu e dal garante dei detenuti Antonello Unida hanno incontrato il direttore Graziano Pujia e il vicecomandante della polizia penitenziaria e hanno quindi consegnato i doni di Sassari alla sezione femminile del carcere di Bancali. Perché di questo si è trattato: del frutto della sensibilità mostrata da commercianti e artigiani della città.
Ai primi di gennaio, infatti, le detenute avevano espresso il desiderio di avere a disposizione dodici metri di stoffa per poter cucire una tenda e usarla per coprire le grate all'interno della cappella del carcere. Un piccolo sogno che da subito aveva svelato la grande dignità di queste donne: vivere la preghiera dimenticando almeno durante la celebrazione della messa di essere dentro un carcere.
E la risposta di Sassari è arrivata subito dopo: il negozio di tessuti "Diana" di via Brigata Sassari ha donato la stoffa, "Chicca Pe" (Costanza Pedoni) conosciuta a Sassari per i suoi bellissimi lavori di cucito ha voluto regalare dei pizzi e le macchine da cucire per realizzare la tenda. E, ancora, la sarta Silvia Franca si era proposta per insegnare alle detenute come si lavorano le stoffe. Un corso di cucito che deve ancora essere autorizzato. Anche un negozio di Ottica si era reso disponibile a donare alcune paia di occhiali alle detenute. Ora si è aggiunta anche una lavatrice che è stata messa a disposizione dalla famiglia Mura, titolare dei supermercati Crai ed Eurospin e che ieri è stata consegnata alle detenute insieme agli altri oggetti.
Un'iniziativa molto importante che, con l'approvazione della commissione, è partita da Sassari ma presto approderà anche in altri istituti penitenziari sardi. Un progetto portato avanti "in un periodo in cui l'epidemia sta allontanando le persone l'una dall'altra - avevano spiegato le commissarie del Nord Sardegna - privandole della motivazione primaria alla socialità". Per questo avevano voluto dimostrare la loro vicinanza "a chi è costretto ancora di più all'isolamento sociale, sia per via della misura detentiva che per ragioni di lavoro".
di Natalia Aspesi
La Repubblica, 8 marzo 2021
Cinquant'anni di battaglie contro le diseguaglianze. Una cavalcata gioiosa iniziata all'insegna del coraggio. I femminismi furono tanti, ognuno con i suoi testi.
Quando le ragazze si risvegliarono, ed erano i primi anni 70, il nemico da combattere era una potente astrazione, il capitalismo, di cui il patriarcato era una delle colonne indispensabili. O viceversa. Il nemico non era il maschio, lui stesso vittima delle costruzioni invincibili del potere, maschile o femminile che fosse. Anzi i giovani uomini erano gli alleati, quelli con cui insieme si doveva distruggere il mondo dei padri: era una rivoluzione che si accodava a quella grandiosa dei lavoratori contro i padroni, che nasceva soprattutto nel privilegio delle università, della consapevolezza culturale, era un movimento di élite quanto mai rumoroso iniziato insieme, ragazzi e ragazze, alla ricerca di quel famoso mondo migliore, la chimera che stiamo ancora cercando, per altre strade, con altre mete e per ora pessimi risultati.
Ma se sei un maschio, pur volonteroso di uguaglianza, e sei nato da una madre più patriarca del padre, sbagli inesorabilmente: avevano, i ragazzi di quegli anni luminosi, un bel riunirsi e fare autocoscienza, a dichiararsi colpevoli di maschilismo, a imparare a piangere, addirittura a sottomettersi alla pericolosa ingiunzione delle compagne di toglier loro la verginità, che era per le ragazze la prima liberazione indispensabile per sottrarsi alla legge della sudditanza. Era più forte di loro, dei ragazzi pur innocenti di maschilismo cosciente e, mentre scrivevano comunicati del tutto incomprensibili e purtroppo sempre più sanguinari, alle adorate compagne di lotta riservavano l'uso quasi domestico del ciclostile. Si scocciarono, le ragazze che ne sapevano più del diavolo e dei compagni barbuti e riccioloni, si ribellarono, se ne andarono, tutte femmine, a inventarsi il femminismo del momento, non certo il primo del secolo: ma non si è donne e intellettuali e di sinistra per niente, e infatti i femminismi furono subito tanti, ognuno con la sua idea di liberazione e i suoi testi e le sue leader. Del resto le catene davvero erano troppe, e ancora oggi non tutti i lucchetti sono saltati. Io ero già in là con gli anni per unirmi a loro, non mi avrebbero accettata, però le seguivo come cronista, talvolta con entusiasmo talvolta con ironia. Il bisogno di liberazione era immenso, ma non ancora rivolto ai singoli uomini. L'uomo non era il nemico, anzi far l'amore faceva parte della rivoluzione, dell'essere finalmente nuova e libera: via dalla famiglia (si leggeva molto "La morte della famiglia" di David Cooper), dalle vecchie regole punitive, persino via dai romanzi rosa che pur scritti esclusivamente da donne, erano di un maschilismo efferato.
Ci si impegnava sul serio, in modo radicale, a esplorare le ragioni del sesso, e se per esempio il corpo dei volonterosi compagni era tutto lì, esposto, e di meccanica primitiva, cosa nascondeva il corpo femminile, che aspetto aveva quella sua parte misteriosa, regno di ogni peccato e vergogna, che nessuno aveva osato ritrarre tranne, si diceva, un certo ottocentesco Courbet il cui quadro peccaminoso era però tenuto nascosto in qualche caveau? Una delle azioni liberatorie fu proprio quello delle giovani eroine che, sedute a terra in cerchio, si misero uno specchio tra le gambe per acculturarsi su cosa voleva dire essere femmina. Le più coraggiose, preso atto di questa origine del mondo, arrivarono a spiegarne i meccanismi ai compagni d'amore e no, che ne sapevano quasi niente. Spiace dirlo, ma quella solenne cerimonia oggi la si vede, ridicolizzata, su TikTok, con ragazzine che si fanno un selfie sotto la gonna e si spaventano. Le ragazze che amavano le ragazze ebbero il coraggio di baciarsi in pubblico, e a un certo punto si formò un gruppo di estremiste della politica femminista, che pur essendo placidamente etero, si imposero almeno per un po' la pratica lesbica, non sempre con grande profitto. In quegli anni meravigliosi di coraggio, davanti alle donne si estendeva una immensa prateria, una infinita foresta, inesplorata: prima di tutto la necessità di scoprire se stesse, le sconosciute che il patriarcato aveva travestito secondo le sue necessità, come in "La fabbrica delle mogli" di Ira Levin; e poi la loro storia taciuta lungo i secoli, il presente da ribaltare, il futuro da costruire. La passione aveva attraversato tutto il mondo occidentale, il femminismo non aveva una sola patria, era universale.
A Milano arrivavano dagli Stati Uniti l'arrabbiata Kate Millett per parlare del suo libro "La politica del sesso", dall'Inghilterra la fascinosa Germaine Greer con "L'eunuco femmina", in Francia Simone de Beauvoir che più di vent'anni prima aveva scritto "Il secondo sesso", il testo fondamentale del femminismo, firmava il "Manifesto delle 343", assieme a una folla di donne che dichiaravano di aver abortito e quindi commesso un crimine: in Italia la grandiosa Carla Lonzi scriveva "Sputiamo su Hegel" e io avendolo proposto al mio giornale di allora, Il Giorno, rischiai il licenziamento.
In California una mostra storica faceva scoprire l'esistenza delle grandi artiste sino ad allora ignorate in quanto donne, Artemisia Gentileschi, Elisabeth-Louise Vigée-Le Brun, Rosalba Carriera e le altre centinaia. A Verona nasceva Diotima, il gruppo di filosofe che, rivendicando una filosofia al femminile, mandarono in bestia le barbute celebrità del ramo; a Padova si combatteva per il salario al lavoro domestico e i comunisti si disperarono, decine di giovani donne scrivevano testi spesso meravigliosi, sempre colti, un patrimonio per chi avesse oggi la bizzarra idea di informarsi di cosa fosse il femminismo trionfante di allora: se non altro per confrontarlo a quello, pur rispettabile ovvio, di adesso, che ha scelto soprattutto il ruolo della vittima più che quello della combattente.
Eppure ci sarebbe ancora molto da conquistare, da pretendere, da ottenere, nel lavoro, nelle carriere, nel potere che sarà una brutta cosa ma è indispensabile, non tanto per la cosiddetta parità di genere che oggi è diventata troppo vasta, quanto per un autentico equilibrio del mondo. Prima che gli uomini si stanchino di sentirsi colpevoli di ogni maschilità e dicano basta cara ancelle, vi aspetta Gilead, la teocrazia totalitaria, ecco per voi la tonaca anche alta moda.
La Repubblica, 8 marzo 2021
Nel film con le attrici del reparto di alta sicurezza nel carcere di Vigevano. Dall'8 marzo su Prime Video, il documentario diretto da Bruno Oliviero, distribuito da 102 Distribution, dopo un'esperienza quadriennale di teatro. L'8 marzo esce su Prime Video - distribuito da 102 Distribution - "Cattività", documentario diretto da Bruno Oliviero e interpretato dalle attrici della Casa di Reclusione di Vigevano, recluse nel reparto di Alta Sicurezza.
Il documentario racconta il percorso di emancipazione che le detenute hanno avuto attraverso un'esperienza quadriennale di teatro, condotta da Mimmo Sorrentino, regista, drammaturgo e teorico del teatro partecipato, nell'ambito del progetto "Educarsi alla libertà". Come ha scritto il professor Nando Dalla Chiesa, uno dei testimoni importanti del film, non solo perché tra i maggiori esperti di criminalità organizzata al mondo, ma perché vittima di mafia, "il valore di questo progetto è incalcolabile perché queste donne, anche se non denunciano, non tradiscono, possono diventare un fatto esemplare per il Paese". E ha fatto dire al professor Massimo Recalcati "Io ho visto questo nello spettacolo. Ho visto quando eravate bambine rispetto al padre, figlie rispetto alle madri, poi madri rispetto alle figlie ed eravate una preghiera".
Il reinserimento nella società. Queste donne di mafia, 'ndrangheta e camorra hanno iniziato a raccontare a Mimmo Sorrentino la loro infanzia, poi i tragici episodi di sangue a cui hanno assistito e questi racconti sono diventati testi teatrali, dove ognuna recita la parte di un'altra, rappresentati in teatri stabili e nelle aule magne di molte universitarie italiane grazie a un'estensione del permesso di necessità con scorta previsto dal codice di procedura penale per motivi di salute o di lutto. I magistrati di sorveglianza hanno infatti stabilito, cosa unica nella giurisprudenza italiana, che per queste donne praticare cultura fosse necessario. Il risultato di questa esperienza è che la maggior parte di queste donne ha terminato di scontare la propria condanna e oggi si sono ricostruite una vita lontana dai contesti dove avevano commesso i reati e si sono inserite nella società come operaie, badanti, donne delle pulizie.
Il desiderio di una vita altra e migliore. "La regia - sottolinea Bruno Oliviero - è il risultato della scelta di filmare nella loro interezza le 'giornate particolari' che queste donne hanno vissuto ogni volta che sono uscite dal carcere. Non solo gli spettacoli quindi, ma ciò che accade sui loro volti nelle pause, negli interstizi delle incombenze carcerarie, nei momenti di incontro tra le loro storie e il pubblico. Nei loro occhi abbiamo colto il processo di cambiamento che stavano vivendo: il dolore prima della gioia. La costruzione e l'accettazione di una della loro intrinseca bellezza, il desiderio di una vita altra e migliore generava in loro dubbi, paura, pietà e infine amore - ha aggiunto Oliviero - una condizione comune a tutti noi, di fronte al passato che non ci lascia evolvere e al futuro che ci sembra faticoso. Le protagoniste di Cattività urlano un doloroso inno alla gioia del cambiamento".
Il film è la descrizione della condizione umana. Quella delle detenute che urla e la nostra, spettatori protagonisti del nostro tempo, troppo spesso sopita". Film riconosciuto di interesse culturale, è stato realizzato con il contributo economico del Mibact - Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo - Direzione generale cinema, con il contributo di: Regione Lazio - Fondo regionale per il cinema e l'audiovisivo e con il patrocinio del Ministero della Giustizia e del Mibact.
Le interpreti. Teresa, Michela, Rosaria, Margherita, Marina, Maria A., Maria D., Federica, Maria C. Graziella, Magda, Carla, Diana, Sonia e Assunta. Il film è prodotto da Quality Film e Flat Parioli con Rai Cinema e la Cooperativa Sociale Teatro Incontro come produttore associato. La sceneggiatura è scritta dallo stesso regista con Mimmo Sorrentino e Luca Mosso, la direzione della fotografia affidata ad Alessandro Abate, il montaggio a Carlotta Cristiani.
di Christine Lagarde*
Corriere della Sera, 8 marzo 2021
Con il dilagare della pandemia di Covid-19 il mondo intero ha dovuto affrontare un anno di sacrifici. Troppi hanno perso la vita, o i propri cari. Altri hanno dovuto lottare duramente per sopravvivere, a livello fisico, emotivo e finanziario. L'anno appena trascorso ha reso evidente che l'impatto sociale ed economico della pandemia sulla vita delle donne è particolarmente pesante. Un numero sproporzionato di donne lavora nei settori più colpiti dalla pandemia. Svolgono, con maggiori probabilità, attività informali non tutelate dai programmi di sostegno pubblico. Molte hanno dovuto prendersi cura da sole dei familiari più giovani e anziani, mentre cercavano di tenere testa agli impegni lavorativi.
È preoccupante che queste circostanze rischino di annullare i progressi conquistati a caro prezzo sul fronte della parità di genere. Non dobbiamo permettere che ciò accada. Ma c'è anche speranza di cambiamento. Le crisi esistenziali sconvolgono il nostro modo di vivere quotidiano e ci spingono a rifondare alcuni dei nostri valori. La pandemia non ha soltanto alzato il velo sulle gravi carenze della nostra società, ci ha anche costretto ad agire in modo diverso. Ed è proprio qui che vedo la possibilità di un cambiamento per il meglio. Per questo oggi, Giornata internazionale della donna, invito tutti, donne e uomini, a rompere insieme gli schemi e abbracciarne di nuovi, più consoni alle necessità del presente. La famiglia, il lavoro e il nostro ruolo di guida sono compiti che richiedono molto impegno.
Il lavoro comincia in famiglia, cuore e centro della nostra vita durante il confinamento. La pandemia ha messo chiaramente in luce lo squilibrio fra uomini e donne in termini di lavoro non retribuito. Ma ci ha anche dimostrato che i nostri compagni possono farsene carico. In alcuni casi i padri, impegnati a lavorare da casa o costretti a un orario di lavoro ridotto, hanno preso in mano le redini della famiglia, mentre le madri svolgevano mansioni essenziali al di fuori delle mura domestiche.
Una simile rottura dei canoni, se durerà, potrà portare alle donne la libertà di realizzarsi altrove, sul lavoro o nella comunità. Una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro, con adeguati servizi per l'assistenza all'infanzia e un'organizzazione flessibile dell'orario di lavoro a favore di donne e uomini, permetterebbe di compiere un grande passo avanti nel colmare il divario retributivo di genere. Nell'UE le donne guadagnano in media all'ora il 14,1% in meno degli uomini. Se i compiti domestici sono ripartiti in modo più equo all'interno della famiglia, i figli crescono con un'idea dei ruoli più paritaria rispetto alle generazioni precedenti.
A questo si aggiungono gli impegni sul posto di lavoro. La pandemia ha posto in risalto il ruolo professionale imprescindibile che le donne svolgono nella società. Rappresentano i tre quarti dei circa 18 milioni di operatori sociosanitari nell'area dell'euro e contribuiscono in misura simile al mondo dell'istruzione. Entrambi i settori si sono rivelati indispensabili durante la pandemia. Ora che abbiamo visto qual è il vero valore di queste figure per la società, è importante che esso sia riconosciuto e retribuito adeguatamente.
C'è bisogno di più donne anche nel campo della scienza, della tecnologia, dell'ingegneria e della matematica. In questi settori caratterizzati da un migliore trattamento economico, una maggiore presenza femminile contribuirà infatti a ridurre il divario retributivo di genere. Inoltre, le professioni scientifiche costituiscono un fattore determinante per l'innovazione e per la transizione verso un'economia più digitale e più sostenibile.
Bisogna quindi guardare oltre le carriere tradizionali: incoraggiamo le donne e le ragazze ad affermarsi in quegli ambiti in cui solo poche di loro si sono ancora spinte. Oggi la BCE dà il via alla nuova edizione del programma di borse di studio per studentesse di economia, finalizzato a colmare la limitata presenza delle donne in questo settore.
Il lavoro impegna anche nella leadership. La pandemia ha dimostrato il valore della leadership femminile, soprattutto in tempi di crisi. Le ricerche condotte durante la pandemia hanno rilevato che le donne sono considerate dai loro collaboratori leader più efficaci rispetto agli uomini. Sono in grado di dialogare e interagire meglio con i dipendenti.
Eppure è donna soltanto il 18,5% dei capi di governo dei paesi dell'UE. Sebbene rappresentino più della metà della popolazione dell'UE (51%), la loro presenza nei parlamenti nazionali non supera un terzo dei membri. Nessuna delle banche centrali dell'area dell'euro, i cui governatori sono nominati dai governi nazionali, è guidata da una donna. La percentuale della rappresentanza femminile è altrettanto bassa negli organi di amministrazione delle imprese. Nelle maggiori società quotate europee le donne occupano soltanto il 7,5% delle posizioni dirigenziali. Alla Bce, tra il 2013 e il 2019, abbiamo più che raddoppiato la presenza femminile nell'alta dirigenza e il nostro obiettivo è ora raggiungere una quota del 40% entro il 2026.
È il momento di ripensare la leadership e apportare maggiore diversità negli organi di amministrazione, nei parlamenti e nelle amministrazioni pubbliche. Una più equa ripartizione dei compiti domestici e maggiori opportunità di carriera permetteranno alle donne di contribuire ancor di più alla società, partecipare attivamente alla vita politica e dare voce alle tante istanze ancora inascoltate. Procediamo con ambizione verso questa meta affinché la nostra società riemerga più forte, più equa e più sostenibile dalla pandemia.
*Presidente della Banca centrale europea
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