di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 5 dicembre 2020
Dopo le scarcerazioni, giovedì sera, di tre dirigenti dell'organizzazione, oggi si attende l'udienza (anticipata) per lo studente dell'università di Bologna. Ma per l'ong i rischi non sono finiti: domani una corte decide sul congelamento dei conti. Intanto Eni sigla un altro accordo al Cairo.
Sono giorni intensi per l'Egyptian Initiative for Personal Rights, anche se non è una novità: nei suoi 18 anni di storia l'ong egiziana ha vissuto più di un periodo buio. A volte squarciato da un po' di luce: giovedì sera sono stati rilasciati i suoi tre dirigenti arrestati uno dopo l'altro a metà novembre, a pochi giorni dall'incontro che avevano avuto con 14 rappresentanti diplomatici europei.
Dopo 15 giorni di cella, l'accusa di terrorismo e diffusione di notizie false e la mobilitazione diplomatica italiana ed europea e pure di Hollywood con il videomessaggio di Scarlett Johansson, sono tornati liberi il direttore esecutivo Gasser Abdel Razek, il responsabile amministrativo Mohamed Basheer e quello per la giustizia penale Karim Ennarah.
Gli arresti erano stati solo l'ultimo atto in ordine di tempo contro l'organizzazione, impegnata dal 2002 a proteggere le libertà fondamentali attraverso ricerche e cause legali. Il primo dicembre era toccato ai suoi asset: come riportato martedì nel sito, la Corte d'appello di Tora sta valutando la richiesta della procura di congelare i conti di Eipr come "misura precauzionale" nell'ambito del caso n. 885/2020, una delle più recenti maxi inchieste per terrorismo aperte con il solo fine - denunciano gli attivisti - di colpire le organizzazioni per i diritti umani attive nel paese. Sui conti di Eipr la corte si esprimerà domani.
È prevista invece per oggi una nuova udienza - a sorpresa - per la scarcerazione di Patrick Zaki, ricercatore dell'ong, in carcere dal 7 febbraio scorso. Per il giovane studente dell'Università di Bologna l'ultimo rinnovo della detenzione preventiva era stato emesso il 22 novembre scorso, per 45 giorni: la successiva udienza era attesa per il prossimo gennaio.
Eipr non si sbilancia, non è chiaro perché sia stata anticipata né se si tratti di un buon segno, alla luce del rilascio dei dirigenti dell'ong: "Si spera di completare la scarcerazione dei nostri colleghi con la sua rimessa in libertà", si limita a scrivere in un post su Facebook.
Una speranza che si riaccende a ogni udienza e che si tinge di rinnovata urgenza dopo la visita in cella della sua legale Huda Nasrallah, lo scorso mercoledì. Era la prima volta. Hanno parlato e Patrick le ha chiesto di poter ricevere una pomata per la schiena e una cintura di sostegno: dall'arresto dorme a terra e i dolori sono diventati insopportabili.
Una denuncia che lo studente non aveva mai mosso e che ha preoccupato la famiglia, soprattutto in vista dell'inverno e delle temperature delle carceri egiziane, in cui i detenuti sono costretti in condizioni igieniche pessime, tra sovraffollamento e scarso ricircolo d'aria.
Nelle stesse ore di mercoledì, 2 dicembre, l'Eni firmava nuovi accordi con l'Egitto, la società spagnola Naturgy e due compagnie petrolifere e di gas naturale egiziane (la Egpc e la Egas): al centro dell'intesa sta il riavvio dell'impianto di liquefazione di Damietta entro marzo 2021.
L'impianto di Damietta - fermo dal 2012 - ha una capacità di 7,56 miliardi di metri cubi l'anno: "Gli accordi di oggi - si legge nel comunicato stampa della compagnia italiana - consentono di rafforzare gli obiettivi strategici di Eni in termini di crescita del portafoglio Gnl, in particolare in Egitto dove Eni è il principale produttore di gas".
Gli accordi tra Italia ed Egitto, dunque, non si fermano come non si sono fermati in passato, mentre ieri si concludevano i due anni di indagini preliminari della Procura di Roma sull'omicidio di Giulio Regeni. Come già annunciato, Piazzale Clodio chiederà il rinvio a giudizio di cinque membri dei servizi segreti egiziani.
Nei giorni scorsi il procuratore capo Prestipino ne ha discusso in videoconferenza con il procuratore generale egiziano al-Sawi. Il Cairo non si muove e "avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio", definendo le prove "insufficienti" a individuare l'autore materiale dell'omicidio, si legge nella nota congiunta emessa al termine del vertice. E insiste con la stessa bugia di quattro anni fa, che costò la vita a quattro egiziani innocenti: per al-Sawi ci sono "prove sufficienti nei confronti di una banda criminale accusata di furto aggravato degli effetti di Regeni".
La Repubblica, 5 dicembre 2020
La proposta di legge che eliminerebbe le sanzioni penali per la produzione, distribuzione e possesso della droga è passata con una larga maggioranza democratica ma ci sono scarsissime possibilità che sia votata al Senato a maggioranza repubblicana. La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un testo che decriminalizzerebbe la marijuana in tutta la nazione allo scopo di "affrontare le devastanti ingiustizie causate dalla Guerra alla Droga. La proposta di legge è passata con il sì di 222 Democratici, 5 Repubblicani e un indipendente mentre hanno votato contro 158 Repubblicani e 6 Democratici. Non sembrano però esserci molte possibilità che il testo passi l'esame del Senato, controllato dai Repubblicani.
"Le vite di milioni di americani sono state stravolte in seguito a condanne per il possesso di piccoli quantitativi di marijuana e le disparità razziali nei tassi di condanna per questi reati sono scioccanti quanto ingiusti", ha dichiarato Steny Hoyer, leader della maggioranza democratica alla Camera, "per questo abbiamo approvato oggi il Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (More) Act". Il testo rimuoverebbe la marijuana dal Controlled Substances Act ed eliminerebbe le sanzioni penali per la produzione, distribuzione e possesso della sostanza. Le condanne inflitte in precedenza per questi reati verrebbero annullate.
Al momento in 15 Stati degli Usa la marijuana è legale a scopo ricreativo e ciò costituisce sulla carta un conflitto con la normativa federale, sebbene il governo centrale abbia lasciato correre. Il 'Morè Act consentirebbe però di armonizzare gli ordinamenti statali con quello federale. Il presidente eletto, Joe Biden, non intende legalizzare la marijuana in tutto il Paese ma punta sulla decriminalizzazione per poi lasciare che ogni Stato faccia le sue scelte. I Repubblicani del Senato non sembrano però disposti a discutere il testo. Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell ha ironizzato sul fatto che la Camera abbia investito tempo su questo provvedimento invece che sul piano di aiuti per la pandemia.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 5 dicembre 2020
Una donna molto potente e tre grandi nazioni. Conviene usare parole semplici per descrivere una vicenda che coinvolge Usa, Canada, Cina e il gigante delle telecomunicazioni Huawei. La donna è in realtà una dei massimi dirigenti (chief financial officer) dell'azienda, si chiama Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei, Ren Zhengfei. Nel 2018 è stata arrestata in seguito a un mandato di estradizione statunitense mentre faceva scalo aereo in Canada.
La signora Meng si trova attualmente agli arresti domiciliari a Vancouver, in un'abitazione di sua proprietà. La dirigente di Huawei è accusata dagli Stati Uniti di aver violato le sanzioni americane nei confronti dell'Iran per conto della multinazionale cinese. Come? Frodando la banca HSBC e altri istituti tramite una società di copertura, la Skycom, che operava in Iran. Il fine di questa operazione illecita sarebbe stato quello di acquisire beni, tecnologia e servizi statunitensi soggetti a embargo. Ora però il Dipartimento di Giustizia Usa starebbe negoziando un accordo che permetterebbe alla signora Meng di tornare in Cina. L'intesa sarebbe la stessa che di solito viene usata dalle aziende ma raramente è applicata ai singoli individui. In base all'accordo la dirigente ammetterebbe le sue colpe ma i pubblici ministeri accetterebbero potenzialmente di differire il procedimento e in seguito ritirare le accuse.
Fino ad ora la Meng ha rifiutato questa soluzione ribadendo la sua estraneità. Né il Dipartimento di Giustizia, né l'azienda e neanche le autorità canadesi hanno commentato la notizia. Ottawa è stata coinvolta suo malgrado nell'intrigo: alcuni giorni dopo l'arresto della Meng, due cittadini canadesi, l'uomo d'affari Michael Spavor e Michael Kovrig, analista senior dell'International Crisis Group, sono stati arrestati in Cina. Detenuti senza accesso ad avvocati o familiari, la Cina ha confermato formalmente il loro arresto solo nel maggio 2019. L'accusa è di spionaggio. In ogni caso le fonti che hanno rivelato la trattativa non parlano di un accordo globale che riguarda altri punti. Huawei infatti è accusata da Washington anche di tramare per per rubare segreti commerciali da sei società tecnologiche statunitensi. L'amministrazione Trump ha preso di mira le attività della multinazionale in tutto il mondo nel tentativo di contrastare le sue ambizioni di fornire reti 5G di prossima generazione.
Sembra essere questa la vera posta in palio nell'ambito di un confronto planetario giocato proprio sul predominio riguardo la tecnologia delle comunicazioni. Secondo gli Usa, Pechino userebbe le sue conoscenze per spiare l'America, per questo si tenta di impedire, facendo pressione anche su altri paesi, che Huawei possa avere accesso alle reti telefoniche. Il possibile accordo però potrebbe essere il segno di una nuova politica da parte della Casa Bianca, le trattative sono riprese proprio in concomitanza con l'elezione di Biden che in programma ha la distensione dei rapporti con l'avversario cinese.
di Emilio di Somma*
Ristretti Orizzonti, 4 dicembre 2020
La pandemia da Covid-19 ha colpito anche il carcere, e come non avrebbe potuto! Luogo affollato per eccellenza, sovraffollato per definizione. Per far diminuire le presenze che al momento della prima ondata erano superiori alle 60.000 persone, e dopo le prime scarcerazioni che, accolte con grande scandalo, avevano prodotto un inizio di deflazione, sono stati adottati dal Governo altri provvedimenti che hanno consentito una riduzione un po' più consistente.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 dicembre 2020
Il professore di diritto penale e Garante dei detenuti in Sicilia ha promosso un appello,
sottoscritto fino a ora da 180 colleghi, per aderire allo sciopero della fame di Bernardini, Manconi, Veronesi.
di Sergio Moccia
Il Manifesto, 4 dicembre 2020
Uno Stato civile deve favorire l'idea del minor numero possibile di persone penalmente perseguite che debba essere carcerizzato. Al contrario assistiamo a un'esaltazione repressiva, tanto irrazionale sul piano degli effetti, quanto deleteria sul piano dei diritti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 dicembre 2020
In carcere si continua a morire di Covid. Mercoledì è stata la volta il 78enne Salvatore Genovese, detenuto al 41bis a Opera e ricoverato in ospedale. Ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli è morto un detenuto di Poggioreale, anche lui malato di Covid.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 dicembre 2020
Venerdì 11 dicembre il governo dovrà chiarire dopo l'interpellanza urgente presentata da Roberto Giachetti sulla fornitura di braccialetti elettronici. Ma che fine hanno fatto le migliaia di braccialetti elettronici che dovevano essere stati già in circolazione? Questo è il giallo tuttora irrisolto e che venerdì prossimo 11 dicembre, il governo dovrà finalmente chiarire grazie a una interpellanza urgente presentata dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti e sottoscritta dalle parlamentari Lucia Annibale, Maria Elena Boschi e l'ex M5s Catello Vitiello.
di Irene Famà
La Stampa, 4 dicembre 2020
Intervista a Davide Mosso, avvocato penalista.
Come si può conciliare la funzione riabilitativa con il controllo dei detenuti?
"Meglio ragionare non in termini di "detenuti" bensì di persone che hanno subito una condanna, alle quali si applica quella che fortunatamente è ormai l'extrema ratio e dunque il carcere, ognuna delle quali ha una sua storia di vita. E che se la funzione riabilitativa si è realizzata non occorrerà naturalmente più il controllo. Per raggiungere questo obbiettivo è necessario un percorso, può accadere vi siano incidenti lungo il cammino. Anche gravi. Un controllo totale certamente non è possibile e sovente fa molto più rumore l'albero che cade piuttosto che quello che cresce".
Quanti detenuti, dopo il carcere, riescono a rimettere in carreggiata la loro vita?
"L'ultimo studio che è stato compiuto al proposito dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dava una media statistica di tre persone ogni dieci. Significa dunque che sette dopo un tempo più o meno breve, fanno ritorno in carcere. Prova evidente, mi pare, che il sistema ha fallito ed è fallito".
Cosa manca al sistema carcerario per migliorarsi?
"D'istinto la risposta che mi viene è tutto. Ragionandoci credo che il vero miglioramento passi per una società civile che si fa comunità, che prediliga la giustizia che ripara a quella che punisce quando non addirittura si vendica. Se esco di strada perché i freni dell'auto si sono rotti è ben difficile che l'incidente non si ripeta se anziché portarla dall'elettrauto la chiuderò in garage per un certo tempo perché così impari. O che guarisca la pianta che ha perso le foglie se la metto nello sgabuzzino o in cantina. Una cosa ancora. Ritengo che l'informazione possa svolgere un ruolo assai importante nella sensibilizzazione delle coscienze".
di Rita Bernardini
Il Riformista, 4 dicembre 2020
C'è un detenuto nel carcere di Busto Arsizio che staziona in una cella dell'infermeria perché gravemente malato, invalido al cento per cento e non in grado di compiere gli atti quotidiani della vita. Ha 42 anni ed è affetto dall'infanzia da una patologia degenerativa in forma grave, nota come sindrome di Charcot-Marie-Tooth.
È in carrozzina con gli arti inferiori e superiori gravemente compromessi, sa che non potrà mai guarire ma sa (e lo sanno anche giudici e pm) che ha bisogno di riabilitazione continua per non peggiorare la sua condizione. Gli hanno messo un piantone, cioè un altro detenuto che lo aiuta (non un infermiere); da settembre non è in grado di farsi una doccia completa e si lava come può con la doccetta vicina al wc; in tutta la sua detenzione, che è iniziata il 4 luglio 2019, cioè 16 mesi fa, non ha mai potuto fare la fisioterapia che gli è indispensabile.
La presa delle mani, già debolissima, si è ulteriormente deteriorata e le gambe, più piccole del normale, sono gelide. A Busto Arsizio, ove è allocato dal 25 settembre, i medici fanno il possibile per aiutarlo - afferma sua sorella - ma non hanno personale e strutture sanitarie adeguati per alleviare le sue sofferenze. Fatto sta che ho in mano la relazione della ASL regionale dell'Emilia Romagna, redatta quando il detenuto si trovava nel centro clinico del carcere di Parma quindi, non come accade oggi, nella cella dell'infermeria dell'istituto penitenziario di Busto Arsizio. Ebbene, in quella relazione medico legale, datata 4 aprile 2020, si certificava l'importanza per il paziente di una terapia che sia intensa e soprattutto continuativa, "condizione non applicabile nel carcere di Parma", così come "non è eseguibile l'idro-chinesiterapia di grande utilità nella malattia da cui è affetto il paziente-detenuto".
Il detenuto in questione si chiama Enzo Misiano, un nome che brucia perché è stato consigliere comunale per Fratelli d'Italia a Ferno in provincia di Varese ed è coinvolto, assieme ad altri 33, nell'indagine della DDA di Milano "Krimisa", accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Misiano ha ricevuto una condanna a 8 anni in primo grado ed è in attesa dell'appello, quindi è un detenuto in attesa della sentenza definitiva, quindi ancora "non colpevole" secondo l'art. 27 della Costituzione.
Prima di quel 4 luglio 2019 Enzo Misiano era un cittadino incensurato. Da quel 4 luglio se lo sono rimpallato carcere dopo carcere perché nessun istituto era in grado di affrontare la sua patologia: prima Asti, poi Voghera e poi Parma. A Parma - a seguito della relazione medico legale di cui abbiamo sopra riferito succede il miracolo, il 28 aprile 2020 il Gip con il parere contrario del Pm gli concede la detenzione domiciliare, ma il tutto finisce il 25 settembre quando il Pm ottiene ragione in Cassazione e Misiano ritorna in galera a... Busto Arsizio.
Ma non finisce qui. Lo stesso Gip il 27 novembre scorso respinge la richiesta di detenzione domiciliare con motivazioni che lasciano a dir poco perplessi. "Vero è - si legge - che all'interno della casa circondariale di Busto Arsizio non sono disponibili né le attrezzature né il personale specializzato per far fronte alle necessità di cura dettate dalle condizioni di Misiano Enzo, la cui patologia, stante la complessità del caso, non risulterebbe adeguatamente gestita all'interno della predetta struttura detentiva".
Le condizioni di salute del paziente-detenuto sono però incompatibili con la casa circondariale di Busto "non già con il regime detentivo in sé"; "È pertanto indicato il trasferimento dello stesso presso una struttura dell'amministrazione penitenziaria che preveda un centro clinico provvisto di palestra e soprattutto di personale dedicato o di strutture convenzionate specializzate". Successivamente, nell'ordinanza che respinge l'istanza, si individua la Casa di Reclusione di Opera, "dotata di centro clinico e legata da apposita convenzione alla struttura esterna di cura Centro Don Gnocchi".
Non sono in grado di dirvi ora cosa risponderà - o abbia già risposto - il carcere di Opera in piena pandemia da coronavirus, quel che mi chiedo è: se esiste questa struttura così adeguata (lo vedremo), perché hanno fatto tribolare Enzo Misiano per più di un anno?
Per lui - come purtroppo per migliaia di detenuti - sono sospesi gli articoli 27 e 32 della Costituzione? La giornata mondiale della disabilità (ricorreva ieri, con tanto di messaggio solenne del Presidente della Repubblica) vale anche per coloro che sono detenuti?
Infine, una provocazione. Mi immedesimo, oggi mi viene più facile forse perché sono al 24° giorno di sciopero della fame. Mi immedesimo in un atto quotidiano della vita al quale sicuramente non pensano (pur compiendolo come tutti) i magistrati che hanno sballottato Enzo Misiano da un carcere all'altro. Come si pulisce il culo questo detenuto dopo aver defecato visto che è privo della funzionalità delle mani? Chiama il piantone-detenuto che è un estraneo e non è certo un operatore sanitario?
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