di Giovanna Casadio
La Repubblica, 8 marzo 2021
La vicepresidente di Montecitorio Maria Edera Spadoni spiega il nuovo servizio, già attivo al Parlamento europeo, che entrerà in funzione a breve. Inoltre le commissioni parlamentari che esamineranno il Recovery plan inseriranno nei loro pareri una parte specifica relativa alla parità di genere.
"La scommessa è quella di avere norme che aiutino le donne". Maria Edera Spadoni, grillina, vice presidente della Camera, l'ha spuntata: le commissioni parlamentari che esamineranno il Piano Nazionale di ripresa e resilienza dei fondi europei inseriranno nei loro pareri, ognuno per la sua competenza, una parte specifica relativa alla parità di genere. Non solo. Dalla prossima settimana il servizio studi della Camera dei Deputati predisporrà, all'interno di ogni dossier di approfondimento, una parte specifica relativa alla valutazione dell'impatto di genere della legge in esame. Sembra una questione tecnica, lo è assai poco: significa infatti indicare una rotta e colmare le disparità.
Spadoni, un suo ordine del giorno e il pressing sui capigruppo di una settantina di deputate di ogni partito su donne e parità, cosa ha ottenuto alla fine?
"Spesso si fanno tante parole e pochi fatti sulla parità di genere. Alla Camera abbiamo messo in cantiere alcuni progetti. Sul Piano di ripresa e resilienza, ad esempio. Verrà vagliato dalle commissioni parlamentari, i cui rilievi andranno poi inviati alla commissione Bilancio, a cui spetta di dare il parere al governo. Ebbene l'intergruppo donne, diritti e pari opportunità, composto da circa 70 deputate di diversi gruppi politici, ha spinto affinché all'intento dei rilievi di ogni commissione ci sia una parte specifica relativa alla parità di genere. Ciascuna commissione dovrà avere una attenzione particolare a questo".
Cosa cambia?
"Innanzitutto che la parità di genere non deve essere relegata ad alcuni settori, come il sociale o la giustizia. Per raggiungere una vera parità di genere, tutti i settori economici e sociali devono essere coinvolti".
Riguarda solo il Piano di resilienza?
"No. Io ho lanciato una proposta affinché nei report del servizio studi della Camera dei Deputati che accompagnano tutti i progetti di legge, ci sia un paragrafo dedicato alla valutazione dell'impatto di genere. Già esiste questo metodo nell'Europarlamento e in alcuni Paesi come il Portogallo".
In concreto?
"Se il legislatore decide di fare norme per migliorare il trasporto pubblico e i dati Istat ci dicono che sono le donne ad usarlo di più, è chiaro che la valutazione d'impatto di genere sarebbe dirimente. Il potenziamento agevolerà le donne".
Altri esempi?
"Nel piano Colao, sul welfare si raccomandava la copertura di asili nido al 60% dei bambini. Quindi teniamone conto. Per le donne il problema è la gestione della cura dei figli, degli anziani, delle persone con disabilità. Le donne se ne fanno carico. Quindi se fai politiche che incrementino i servizi, allora agevoli le donne che non si dovranno licenziare quando hanno un figlio. 37000 neo-mamme nel 2019 si sono licenziate. Questo trend deve finire. Aggiungo che nei nidi il personale è soprattutto femminile, quindi si incrementerebbero anche posti di lavoro".
Il Parlamento Ue ha già introdotto questo sistema?
"Sì, ora noi ci adeguiamo".
L'aspetto negativo in fatto parità di genere nel Piano di rilancio e resilienza quale è?
"Un dato elaborato da Linda Laura Sabbadini dell'Istat dice che il 57% del Pnrr andrà a settori prevalentemente maschili. E non perché i progetti siano stati fatti per non agevolare le donne, ma perché hanno un impatto, una incisività profonda in settori in cui ci sono poche donne. L'Italia ha un problema culturale profondo, per cui le donne non si sentono adeguate per fare determinati mestieri. Solo una rivoluzione culturale può abbattere gli stereotipi".
Ma quale è la priorità delle priorità?
"L'occupazione femminile. È fondamentale. Non puoi lasciare a casa il 50% della popolazione italiana. La presenza delle donne lavoratrici fa crescere l'economia. E se sei indipendente a livello economico riesci anche più facilmente a uscire da una spirale di violenza".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 8 marzo 2021
Silenzio, signori. L'ordine di scuderia è quello lì: silenzio assoluto, si fa finta che non sia successo niente. "Non rispondete alle provocazioni, compagni": mi ricordo che una volta si diceva così. La scuderia di cui parliamo è quella della premiata ditta Pm & Giornali.
Che più che una scuderia è un robusto partito politico e qui da noi in Italia fa il bello e il cattivo tempo. Dispone di armi di offesa molto affilate e di armi di difesa efficientissime. Le armi di difesa consistono nel seppellire qualunque magagna. C'è qualcuno che dice che sia un sistema sostanzialmente molto simile alla vecchia "omertà".
Un po' più di un mese fa l'ex Pm Luca Palamara (che per anni è stato il capo del partito dei Pm) ha pubblicato un libro nel quale ha raccontato decine di episodi dai quali si deduce che i vertici della magistratura italiana non sono liberi ma vengono scelti e costruiti sulla base di puri e semplici giochi di potere, sono scelti dalle correnti al di fuori di ogni criterio di indipendenza, e si è scoperto che questi giochi di potere producono clamorose deviazioni nella giurisdizione, condizionano indagini, sentenze, uso del carcere. Uno scandalo che non ha precedenti, direi dai tempi del delitto Matteotti. È quella l'ultima volta che il potere ha dichiarato formalmente la sua intoccabilità: "Se il fascismo è una associazione a delinquere - disse Mussolini - io ne sono il capo".
Nei giorni scorsi questo giornale ha denunciato altri due episodi clamorosi delle vicende di magistratopoli. Uno è stato raccontato anche in Tv, e riguarda il più importante giornalista giudiziario italiano (Bianconi, del Corriere della Sera) che - senza neppure scriverlo sul giornale - avvisò riservatamente Luca Palamara che a Perugia era in corso una inchiesta giudiziaria su di lui. Palamara non ne sapeva niente. Fuga di notizie. Reato. Colpevoli presunti i Pm di Perugia dell'epoca. Indagini? A noi non risulta. Risalto sui giornali? Zero. Proprio zero virgola zero.
Il secondo episodio l'abbiamo denunciato due giorni fa con un articolo di Paolo Comi. Ci era stato detto che per un errore (o forse per una maliziosa intenzionalità) il trojan di Palamara si era spento proprio la sera del suo incontro a cena con Giuseppe Pignatone, nel quale si parlò della nomina del nuovo procuratore di Roma e di altre scelte di potere. Era una cosa molto grave. Ma abbiamo scoperto una cosa più grave ancora: non è vero che si era spento. Il trojan ha funzionato. Il file con l'intercettazione esiste, però è sparito. Chi l'ha fatto sparire? Dove è finito? Perché ci hanno mentito e su ordine di chi?
Queste denunce sono cadute nel nulla. Sono fatti clamorosi ma i giornali non ne hanno neanche parlato. Perché? Ordini superiori? Del partito dei Pm, evidentemente, al quale i giornali aderiscono. Le cose, nel campo dell'informazione giudiziaria, da noi funzionano più o meno come a Cuba. Forse però la censura è anche più efficiente, da quando è morto Castro. L'unico che non è scappato via di fronte alla notizia, lo dico con stupore, è stato Massimo Giletti.
E le procure? Le Procure tacciono. E i politici? Si sono nascosti sotto i tavolini dei loro banchi alla Camera, credo. Non se ne trova nessuno che abbia voglia di occuparsi del Palamaragate. Scotta. Per quel che ne so l'unica parlamentare che si è esposta e ha denunciato lo scandalo del trojan sparito è una parlamentare europea che si chiama Sabrina Pignedoli.
Di che partito è? Dei 5 Stelle. E qui il mio stupore ha superato lo stupore per Giletti. È proprio così, spesso in politica succede quello che mai prevedresti. Grazie, onorevole Pignedoli, ci fai sentire un po' meno soli. Noi comunque non ci adeguiamo all'ordine del silenzio. Continueremo a bussare alla porta delle Procure e a quella dell'opinione pubblica: C'è nessuno? Chissà, prima o poi magari qualcuno ci risponderà.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 8 marzo 2021
Il reato viene derubricato da volontario a preterintenzionale e l'uomo, accusato di aver ucciso la moglie, viene messo agli arresti domiciliari dopo due anni trascorsi in un carcere. La storia diventa quindi un caso per la stampa cittadina e per l'opinione pubblica.
Ci sono proteste e un sit-in davanti al tribunale. Si grida al mostro scarcerato senza fermarsi a riflettere su norme, diritti, garantismo. Certo, il reato è grave, la storia molto triste e il femminicidio è un fenomeno odioso e preoccupante, ma ogni caso merita di essere valutato singolarmente e la giustizia non deve mirare alla vendetta. Ma la situazione in città diventa tale da far intervenire una parte della magistratura che pubblicamente chiede di evitare pressioni mediatiche sui giudici.
Cosa succede? Viene da chiederselo ricordando gli anni delle inchieste mediatiche, delle sentenze emesse su giornali e tv prima ancora di arrivare davanti ai giudici, di indagini che si sono concluse con un nulla di fatto dopo essere state inizialmente sbandierate come se contenessero verità assolute e ignorando le conseguenze, spesso devastanti, sulle vite di chi ne veniva travolto.
Cosa succede? L'interrogativo ritorna. Forse ci si sta rendendo conto che è il garantismo il principio da seguire, che gridare subito al mostro o al colpevole è sbagliato, che magistratura e stampa dovrebbero rimanere ciascuna nei propri ambiti senza cercare l'una la complicità dell'altra, che i giudici dovrebbero essere liberi e autonomi tanto rispetto a logiche di corrente e di potere quanto a pressioni mediatiche.
Dopo la notizia di Repubblica sulla scarcerazione dell'uomo accusato di omicidio e l'onda mediatica che ne è scaturita, i magistrati di AreaDg, la corrente di sinistra della magistratura, hanno preso posizione: "Fuori alle porte del Tribunale di Napoli è in atto un sit-in di protesta per una decisione cautelare, assunta nel processo per l'omicidio di Fortuna Bellisario, che ha fatto discutere. Crediamo che, in un momento come questo, siano necessari tutto il rispetto e la considerazione possibili per le ragioni delle persone che manifestano ma anche una ferma richiesta di rispetto per le decisioni dei giudici, sia di chi si è già pronunciato, sia di coloro che saranno chiamati a esprimersi nelle successive fasi del giudizio cautelare e di merito".
"Ogni spiegazione istituzionale del senso e del significato dei provvedimenti giudiziari - prosegue la nota - va incoraggiata, per garantire trasparenza e comprensibilità dell'azione giudiziaria ma, come anche il Capo dello Stato ha avuto modo di precisare nella comunicazione al Csm del 25 settembre 2018, ciò non significa che le decisioni giudiziarie debbano orientarsi secondo le pressioni mediatiche né che si debba intervenire per difendere pubblicamente le decisioni assunte. Mentre è opportuna una adeguata comunicazione istituzionale, scevra da commenti e valutazioni. La "serenità" delle decisioni è e deve restare un valore nell'ambito di un sistema garantito da più fasi e gradi di giudizio. Siamo certi che tutti, anche i titolari del diritto di cronaca e di informazione, concorderanno su questo".
Ma qual è il caso che ha ispirato questa presa di posizione? Vincenzo Lo Presto ha 43 anni, nessun precedente penale ma una gravissima accusa per la quale è stato di recente condannato in primo grado, con rito abbreviato, a dieci anni di reclusione: è accusato di aver aggredito la moglie con la stampella con cui si aiutava a camminare avendo seri problemi di deambulazione e di averne causato la morte. La donna, Fortuna Bellisario, morì il 7 marzo 2019. Lo Presto ha ammesso di averla picchiata in passato ma sulla responsabilità per la morte della moglie il processo, secondo il suo difensore (avvocato Sergio Simpatico), è tutt'altro che chiuso.
Confrontando i risultati della perizia autoptica sul corpo della donna e dati di studi scientifici di livello internazionale, la difesa è pronta a sostenere il processo in appello. Intanto la scarcerazione di Lo Presto ha sollevato un caso mediatico al punto che la Procura si è attivata per chiedere che l'uomo torni in cella, nonostante sia costretto su una sedia a rotelle e per il giudice che lo ha condannato non sia da considerarsi un soggetto pericoloso né in grado di fuggire o reiterare il reato.
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2021
Il Presidente Koen Lenaerts, "i piani di crisi hanno consentito di garantire il funzionamento degli organi giurisdizionali e la continuità dell'attività". Nel 2020 la Corte di giustizia dell'Unione europea è riuscita a mantenere un livello di attività elevato in un contesto caratterizzato dal lavoro a domicilio e dai limiti agli spostamenti che hanno comportato l'impossibilità di tenere udienze tra il 16 marzo e il 25 maggio 2020.
E quanto si legge in una nota ufficiale. Come sottolinea il Presidente della Corte, Koen Lenaerts, "i piani di crisi predisposti dall'inizio del confinamento, in stretta collaborazione con i gabinetti e gli uffici dell'istituzione, hanno consentito di garantire il funzionamento più normale possibile degli organi giurisdizionali e la continuità dell'attività al servizio della giustizia europea". L'Istituzione ha concepito un sistema specifico di videoconferenza che consente l'interpretazione simultanea da e verso le 24 lingue ufficiali. Nel 2020, 40 udienze sono state quindi organizzate in videoconferenza dinanzi alla Corte di giustizia e 37 dinanzi al Tribunale.
Le misure di confinamento e le restrizioni hanno tuttavia avuto un impatto in termini di minor numero di cause promosse: 1.582 sono state le cause in totale erano, 1.905 l'anno precedente, ma soltanto 1.683 nel 2018 e 1.656 nel 2017. Sono diminuite dell'11% anche le cause definite: 1.540, erano 1.739 nel 2019, ma il livello di attività è rimasto simile a quello del 2017 (1.594) e addirittura superiore a quello del 2016 (1.459). La durata dei procedimenti raggiunge invece un minimo storico con una media di 15,4 mesi.
Corte di giustizia - Dal punto di vista delle cause promosse (735), come per i due anni precedenti, sono sostanzialmente le domande di pronuncia pregiudiziale a costituire la parte più importante delle nuove cause, dato che queste sono 556 (contro le 641 del 2019). La Germania rimane lo Stato membro che invia il maggior numero di rinvii pregiudiziali (139 cause) davanti all'Austria (50), all'Italia (44) e alla Polonia (41). Dal punto di vista delle cause definite, il loro numero, pari a 792, è eccezionale pur essendo inferiore alla cifra record del 2019 (865), dal momento che, nonostante i limiti connessi alla pandemia, è nettamente superiore a quello del 2018 (760) e del 2017 (699). Il numero di cause pendenti è peraltro molto diminuito, essendo pari a 1.045 alla fine del 2020 contro 1.102 alla fine del 2019.
Tribunale - Si è registrata una diminuzione del numero di cause promosse nel 2020, essendo queste pari a 847 contro le 939 del 2019. Il numero di cause relative ai diritti di proprietà intellettuale resta il più elevato (282) e la maggior parte delle rimanenti cause rientra nell'ambito dell'applicazione dello Statuto dei funzionari (120), del diritto istituzionale (65) e degli aiuti di Stato (42). In termini di cause definite (748), 237 riguardano la proprietà intellettuale, 127 cause riguardano il diritto istituzionale e 79 la funzione pubblica europea.
Da sottolineare che il numero di cause giudicate da sezioni a cinque giudici è quasi raddoppiato tra il 2019 e il 2020 (59 contro 111), circostanza che contribuisce a una giustizia di qualità e a una maggiore autorevolezza delle sentenze pronunciate da tale organo giurisdizionale. La durata media del grado di giudizio ha continuato a ridursi per raggiungere una durata record di 15,4 mesi per tutte le categorie di cause. Il numero di cause discusse nel 2020 ha raggiunto il numero di 335 (di cui 275 tra maggio e dicembre 2020) contro le 315 del 2019, nonostante diverse settimane di sospensione delle udienze.
affaritaliani.it, 8 marzo 2021
Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma esprime sconcerto per quanto avvenuto a Padova, dove nel segreto dell'urna un consigliere comunale ha espresso un voto per il boss Matteo Messina Denaro, durante l'elezione dei Garante dei detenuti a livello cittadino. Un atto condannato subito in modo bipartisan dall'assemblea municipale, e che potrebbe portare ad una segnalazione in Procura.
"Indipendentemente dall'esito della votazione su cui, come è ovvio, non spetta al Garante nazionale esprimersi - si legge in una nota - l'indicazione da parte di un consigliere del nome di un noto boss mafioso costituisce una grave offesa non soltanto al Consiglio, ma anche al lavoro di tutti i Garanti che operano per la tutela dei diritti di ogni persona nel fermo vincolo della lotta a ogni forma di criminalità e del sostegno a chi nel nostro Paese opera per estirpare la dura realtà delle organizzazioni criminali". "Una indicazione di un nome - aggiunge - che rappresenta un'inaccettabile offesa a tutte le Istituzioni della nostra democrazia.
Il discredito che l'autore del gesto, nel segreto del voto, ha voluto gettare su un organismo di tutela dei diritti dovrà rafforzare l'impegno alla rigorosa azione per una esecuzione penale pienamente in linea con il dettato costituzionale a cui contribuirà, auspicabilmente a breve, il Garante dei diritti delle persone private o limitate della libertà di cui la città di Padova si doterà". Messina Denaro, condannato a più ergastoli, è ricercato dai primi anni 90. Il voto che, nel segreto dell'urna, è stato dato in favore del boss ha peraltro impedito l'elezione del Garante dei detenuti di Padova, saltata proprio per mancanza di una sola preferenza.
pisatoday.it, 8 marzo 2021
La casa di reclusione è una struttura di tipo "aperto", da qui la decisione di fermare l'attività didattica in presenza per ricostruire i contatti dei positivi e bloccare il più possibile i contagi.
Un cluster individuato all'interno del carcere di Volterra con 15 nuovi casi di persone positive al Covid-19 che sono state messe in isolamento.
"Insieme alla ASL e alla dirigente della casa di reclusione abbiamo concordato e deciso di attuare una serie di operazioni per mettere in sicurezza gli ospiti della stessa casa di reclusione, il personale di Polizia penitenziaria in modo da limitare il contagio - afferma il sindaco volterrano Giacomo Santi - per questo motivo, ho disposto un'ordinanza per la didattica a distanza per tutte le scuole di ogni ordine e grado per la settimana dall'8 al 13 marzo compresi per prevenire ulteriori possibilità di contagio".
Uno stop alla scuola in presenza che sarà necessario per il completo tracciamento di possibili contatti. "Visti la particolarità della struttura di tipo 'aperto' e la frequentazione esterna ed interna del personale di Polizia penitenziaria, del corpo docente e di tutto il personale preposto alle attività che nella struttura sono svolte - prosegue il primo cittadino - è stata presa una misura cautelativa più stringente per evitare il più possibile eventuali contagi esterni e dare tempo al Dipartimento di igiene di attuare una campagna massiva di tracciamento e prevenzione". Una persona si è già negativizzata, mentre al momento in tutto le persone positive al Coronavirus nel Comune di Volterra sono 29.
di Riccardo Tripepi
lacnews24.it, 8 marzo 2021
Mentre l'ordinanza di Spirlì sulla chiusura scuole viene contestata dai sindaci e rischia di finire impugnata davanti al Tar, Siviglia sottolinea come nulla sia stato fatto per mettere in sicurezza la salute dei detenuti e degli operatori dei 12 istituti penitenziari calabresi. Continua a procedere a rilento e con un grande livello di confusione la campagna vaccinale in Calabria con il presidente della giunta facente funzioni Nino Spirlì che appare sempre più in difficoltà. La sua ordinanza di chiusura delle scuole, con tanto di refuso poi corretto per gli asili, è finita al centro delle polemiche.
I sindaci della provincia di Reggio hanno scritto una lettera al presidente per fare notare la contraddizione della misura rispetto all'indice di contagio che mantiene la Calabria in zona gialla e sarebbero pronti a fioccare i ricorsi al Tar contro la decisione assunta dal governo regionale. Ma i ritardi si registrano anche sul delicato fronte della vaccinazione all'interno degli istituti penitenziari. Il garante regionale dei diritti dei detenuti Agostino Siviglia ha più volte invocato pronti interventi per mettere in sicurezza le carceri, ma fin qui la Regione ha fatto finta di non sentire.
"Mi rendo conto che in Calabria ci sono tante priorità per quanto riguarda il piano vaccini, penso ai disabili o agli insegnanti, ma tra queste rientrano anche le persone detenute nei 12 istituti penitenziari calabresi. La messa in sicurezza delle carceri non solo era prevista nel piano vaccini nazionale - spiega il Garante - ma anche da ultimo la nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia si è recata dal Garante nazionale e dal Capo del Dipartimento Petralia per sollecitare e monitorare il piano vaccini negli istituti penitenziari perché bisogna immunizzare quel mondo chiuso rispetto a una possibile diffusione del contagio.
Come garante regionale ho già scritto alla fine del mese di febbraio al presidente Nino Spirlì e al Commissario Longo, ma la cosa più disarmante è che c'è una totale sordità parte di chi di dovere. Spiace davvero che non ci sia l'attenzione dovuta per le categorie più deboli. Una condizione politico istituzionale che vive la Calabria ultima se non penultima per quanto riguarda la somministrazione dei vaccini. Non c'è nessun tavolo di concertazione e non esiste nessuna risposta a questo problema".
All'interno delle carceri calabresi, però, fino al momento la situazione di diffusione del contagio da Coronavirus è sempre rimasta sotto controllo. "Per fortuna la Calabria è stata una delle poche Regioni dove c'è stata una minima diffusione di contagio - dice ancora Siviglia - ci sono state alcune situazioni di positività a Vibo, Cosenza e Reggio e anche per questo bisogna agire subito per evitare che adesso la terza ondata possa provocare situazioni a rischio".
di Carmen Autuori
La Città di Salerno, 8 marzo 2021
L'omaggio alle detenute della Casa circondariale impegnate nel progetto per la realizzazione di mascherine anti-Covid. "Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla": è questo il senso della manifestazione di ieri nella casa circondariale di Fuorni in occasione della giornata della Donna anticipata, per esigenze legate all'emergenza sanitaria. In un luogo di violenza, spesso alla ribalta della cronaca, caratterizzato da criticità notevoli, emerge un'altra realtà, quella dello stop alla violenza sulle donne portato avanti grazie alla produzione dei dispositivi anti covid realizzati all'interno del carcere.
"Da donna a donna. Ricuciamo i legami": questo il tema dell'evento organizzato dal Ministero della Giustizia, dalla Fondazione della Comunità Salernitana Onlus e dal Comitato femminile plurale di Confindustria Salerno, presieduto da Alessandra Puglisi, il cui scopo è quello di valorizzare la figura imprenditoriale femminile. "La produzione di mascherine all'interno del carcere ha portato le detenute ad entrare in una nuova dimensione, quella imprenditoriale - spiega Puglisi - ed è nostro dovere supportare questa attività attraverso la distribuzione del prodotto alle nostre associate".
Della raccolta fondi per finanziare, in parte, il progetto se ne occupa la Fondazione Comunità Salernitana Onlus, la cui socia fondatrice Antonia Autuori è da tempo attiva in molte iniziative all'interno della struttura penitenziaria attraverso il crowdfounding, il reperimento di materia prima quali scampoli di stoffe, ma anche di sarte che periodicamente offrono la loro esperienza alle detenute.
"Mai come in questo momento in cui è sospeso ogni legame con la famiglia, a parte le videochiamate, a causa dell'emergenza sanitaria, è importante che le detenute diano un senso concreto alle loro giornate, impegnandosi con la produzione delle mascherine- racconta Livia Bonfrisco educatrice della sezione femminile - in quanto il carcere assume una valenza ancora più punitiva, per le donne. Questo luogo è l'ultimo stadio di una violenza che le ha accompagnate per tutta la vita, soprattutto fuori da qui. Ma quando si vive in certi contesti, soprattutto metropolitani, è molto più difficile cambiare vita per una donna che per un uomo. Per fare ciò bisognerebbe innanzitutto allontanarsi materialmente dal contesto che ha portato a delinquere, e questo per una donna è quasi impossibile, soprattutto quando è madre".
Il momento artistico è stato affidato ai "Picarielli", band di musica popolare, il cui ritmo delle tammorre ha oltrepassato le mura e le sbarre. "Ricucire - spiega la direttrice del carcere, Rita Romano- è la parola chiave. Ricucire i legami con sé stessi e con l'esterno. Solo così si può tentare di sanare la piaga della recidiva. E grazie a questo gruppo di donne non solo imprenditrici ma anche vicine agli ultimi, l'iniziativa assume una valenza profonda: è un "filo" da donna a donna che lascia ben sperare per il futuro".
novaratoday.it, 8 marzo 2021
Il Garante dei detenuti Bruno Mellano a Novara per conoscere la neo direttrice Maria Vittoria Menenti, che ha sostituito la precedente direttrice Rosalia Marino, diventata direttrice del Carcere di Torino. Mellano, accompagnato dal Garante comunale di Novara, Dino Campiotti, ha dato il benvenuto alla dottoressa Menenti, che manterrà contemporaneamente la vice direzione del Carcere di San Vittore di Milano. Direttrice di grande esperienza, precedentemente direttrice a Pordenone e vicedirettrice a Venezia, trova una struttura con particolari esigenze dovuta alla presenza di 67 ristretti in regime di carcere duro "41 bis" che si aggiungono agli altri 101 detenuti comuni.
Dopo un approfondimento delle varie situazioni individuali di esecuzione penale, con un'attenzione particolare nei confronti dei progetti di reinserimento lavorativo, Mellano ha visitato la prima e la seconda sezione della parte detentiva comune, accompagnato dalla direttrice e del comandante Rocco Macrì e analizzando le situazioni più difficili con la capoarea educativa Patrizia Borgia.
I garanti, offrendo la massima collaborazione alla dottoressa Menenti hanno ricordato le problematiche già denunciate in precedenza, tra cui la necessità di urgente recupero e rifunzionalizzazione della palazzina interna alla cinta muraria un tempo destinata alla sezione femminile, struttura che risulta chiusa da oltre 10 anni: la collocazione nella suddetta palazzina di tutti i locali adibiti ai servizi medico-infermieristici valorizzerebbe il presidio sanitario regionale interno al carcere, consoliderebbe e razionalizzerebbe (accesso delle ambulanze) un servizio della Regione Piemonte erogato dall'Asl di Novara e potrebbe rispondere, con sempre maggior efficacia ed efficienza, ad una responsabilità propria del servizio sanitario, cogliendo anche la particolare esigenza della particolare popolazione carceraria del carcere novarese.
di Teresa Scarcella
La Nazione, 8 marzo 2021
Parla la garante dei detenuti di Ranza, Sofia Ciuffoletti. "Decisivo il protocollo firmato in Regione. È l'ora di stabilire davvero diritti e doveri". È stato firmato giovedì in consiglio regionale il protocollo tra il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, il garante regionale Giuseppe Fanfani e i garanti comunali. La firma pone il sigillo su un impegno delle parti al fine di tutelare i diritti dei detenuti e regolamentare l'attività dei garanti stessi. Un accordo standard, ma necessario per evitare una serie di problematiche.
"È capitato, in passato, che ci venisse fatto ostruzionismo all'ingresso - racconta Sofia Ciuffoletti, presidentessa dell'Altro diritto, garante di San Gimignano - questo perché una ex direttrice non riconosceva la possibilità di un'associazione non governativa, come la nostra, di svolgere la funzione di garante". Il protocollo, quindi, regola diritti e doveri reciproci. Tra i doveri ci sono: il miglioramento della qualità della vita nelle carceri e il potenziamento dei percorsi di reinserimento sociale dei detenuti. Due concetti che si fondano sul presupposto sottolineato da Fanfani: "Chi finisce in carcere è figlio di questa società".
"Parliamo giustamente di reinserimento e non di rieducazione, perché l'obiettivo è aiutare la persona a reinserirsi dandogli la possibilità di farlo - continua Ciuffoletti - nel rispetto del principio di autodeterminazione che deve valere anche in carcere". Possibilità che, a quanto pare, viene minata da un sistema ancora troppo lacunoso.
"Alla base c'è un deficit strutturale e noi dobbiamo lavorare per superarlo. Ad oggi ci sono ipoteche enormi sulla possibilità di accedere a un trattamento che dia una possibilità concreta di reinserimento alle persone detenute. Parlo di una formazione culturale, lavorativa, attività che non si limitino allo 'stare buttati' nelle celle o nelle sezioni. Oggi c'è l'ostacolo del Covid che però ha solo aggravato una situazione già compromessa. Per questo è molto importante che i detenuti vengano inseriti rapidamente nel piano regionale di vaccinazioni: è fondamentale che il carcere torni ad aprirsi".
Lo stesso presidente del consiglio regionale Antonio Mazzeo, su questo tema, si è speso molto sull'impegno della Toscana e infatti pare che le vaccinazioni per i detenuti partiranno da metà mese. Il reinserimento non è altro che la difesa della dignità. La stessa che rischia di essere minata dai luoghi comuni, come quello con cui il leader della Lega, Matteo Salvini - secondo chi lo accusa - in visita a Ranza pochi giorni fa, ha parlato del procedimento in atto ponendolo sul piano semplicistico di contrapposizione tra buoni e cattivi.
"La realtà è molto più complessa di quanto il luogo comune voglia farci credere - conclude Ciuffoletti - la nostra Costituzione ci dice che la dignità non si perde per demerito e non si acquista per merito, ma è riconosciuta a tutti. Questo dovrebbe essere un concetto banale. Fossi negli agenti coinvolti nel procedimento, mi sentirei più tutelata dal nostro patrimonio di garanzie penali e penitenziari, che dall'intervento politico di Salvini".
- Milano. "La pena deve riabilitare, sempre"
- Bari. Custodire e rieducare. "Decisivo il nostro ruolo"
- Milano. Abbiamo portato lo smartworking in cella
- Salerno. Stop alla violenza sulle donne, flash mob davanti al carcere di Fuorni
- Piacenza. Servono con urgenza almeno 30 nuovi agenti, ma ne arriveranno solo 10










