di Giusy Santella
linkabile.it, 5 dicembre 2020
Gli invisibili sono i non visti dalla maggior parte della società, coloro le cui grida d'aiuto rimangono inascoltate, coloro che abitano non luoghi. Ne "La voce degli invisibili", il fumetto che verrà presentato stasera, 4 dicembre, alle ore 18 e 30 dalla pagina fb dell'Ex Opg Occupato 'Je so pazz, essi sono i detenuti, gli uomini che entrando in carcere si trasformano in mostri, da un lato perché hanno bisogno di creare una corazza che li protegga da ciò che vivono ogni giorno, dall'altro perché è questo l'aspetto che essi assumono agli occhi della società, che li ripudia in qualsiasi modo.
La voce degli invisibili è lo strumento che le stesse persone recluse hanno scelto per raccontare la detenzione e i suoi effetti, per far sentire la propria voce fuori dalle mura del penitenziario. È il frutto del progetto di volontariato carcerario che la Rete di Solidarietà Popolare di Napoli - che nasce ed opera all'interno del centro sociale di Materdei sorto là dove funzionava un agghiacciante ospedale psichiatrico giudiziario - ha portato avanti all'interno della casa circondariale di Poggioreale dal marzo 2019. I volontari hanno incontrato un gruppo di detenuti una volta a settimana, fino allo scorso dicembre, e con essi hanno creato un gruppo che agisse in completa parità e fiducia reciproca, costruendo uno spazio di dibattito e confronto su tematiche di attualità e sociali.
Alla base di questo progetto di volontariato carcerario c'è infatti la convinzione che l'istituzione carceraria non raggiunga nessuno dei fini che il nostro ordinamento le attribuisce, anzi essa è oramai diventata esclusivamente luogo di afflizioni e sofferenze, che produce alienazione e disumanizzazione. Lo scopo non è stato quello di intervenire a supporto dell'istituzione, bensì di abbandonare le logiche assistenzialistiche tipiche del volontariato e provare a ribaltare anche l'idea che si ha all'esterno dell'uomo detenuto, vittima di pregiudizi e di un pesante stigma sociale, che porta con sé anche una volta fuori dal carcere, dopo aver scontato la propria pena.
Dunque, come conclusione della creazione di un ponte costante tra ciò che accade all'esterno e ciò che si cela all'interna delle mura penitenziarie, è nato La voce degli invisibili, disegnato da quattro artisti che hanno incontrato i detenuti e sono riusciti a mettere nero su bianco le emozioni di questi: Kevin Scauri, Maurizio Lacavalla, Gianluca (Jazz) Manciola, Nova. Ciascuno di loro ha disegnato un episodio del fumetto riguardante un momento e una particolare problematica della reclusione: l'ingresso in carcere, la sanità, l'affettività e il reinserimento post pena.
L'opera è poi completata dagli inserti informativi di realtà e persone che si occupano quotidianamente di carcere e diritti delle persone private della libertà personale: Don Franco esposito, cappellano della C.C. di Poggioreale e fondatore dell'Associazione Liberi di Volare Onlus - che offre un'alternativa al carcere e al modo tipico di scontare la pena - ha approfondito il tema del pregiudizio e dello stigma sociale. Daniela Lourdes Falanga, presidentessa di Arcigay Antinoo Napoli, ha invece affrontato il tema della tutela dell'affettività in carcere, lei che per prima visita i detenuti e lotta per i loro diritti. Infine, l'Associazione Antigone Campania, ha dato il suo punto di vista sul problema del reinserimento post pena e del tasso altissimo di recidiva-che dimostrano l'incapacità del sistema penitenziario nell'assolvere alla propria funzione - e sulla sanità in carcere, definito "fabbrica di malattie".
Interverranno nel collegamento online - in collaborazione con Comicon - i volontari e tutti coloro che hanno portato a compimento il fumetto, artisti e rappresentanti delle associazioni. Sarà un'occasione non solo per raccontare l'esperienza vissuta, ma per approfondire il tema del carcere, in un momento in cui è più che necessario parlarne, perché la pandemia ne ha esasperato tutte le criticità.
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 5 dicembre 2020
"Scekspir al Bekka" diventa anche libro: raccoglie l'esperienza teatrale realizzata all'Istituto minorile. È diventato anche un libro Scekspir al Bekka (Clichy Firenze), il progetto teatrale che ha coinvolto studenti universitari della Statale e giovani detenuti dell'istituto Penale Minorile Cesare Beccaria di Milano. Scekspir al Bekka è la messa in accusa, in un fantomatico processo, a Romeo Montecchi accusato di aver ucciso Tebaldo Capuleti. Si tratta di un Romeo adolescente dei giorni nostri, giudicato secondo il Codice del processo minorile.
gnewsonline.it, 5 dicembre 2020
Quando entra in carcere per incontrare un genitore detenuto un bambino ha bisogno di uno spazio in cui sentirsi accolto e dove poter trascorrere momenti adeguati alla sua età. Per questo sono ormai molti gli istituti penitenziari che dispongono di ludoteche, sale d'attesa attrezzate e altri spazi per minori in visita. Da qualche giorno anche i figli delle detenute nel carcere Antonio Lorusso di Palermo possono aspettare l'arrivo delle loro mamme giocando in un'area attrezzata appositamente per loro grazie a un'iniziativa benefica promossa dall'Inner Wheel Club di Palermo.
Il progetto, avviato lo scorso 5 marzo con un concerto di solidarietà dei maestri Giuseppe Milici e Antonio Zarcone nella Chiesa San Francesco di Paola, si è concluso mercoledì 2 dicembre con la consegna delle attrezzature ludiche alla casa circondariale.
La direttrice Francesca Vezzana ha ringraziato la presidente dell'Inner Wheel Club di Palermo Mariuccia Pecoraro Brandaleone e tutte le socie "per l'attenzione e la sensibilità che da sempre hanno manifestato nei confronti delle detenute di questo Istituto Penitenziario e delle persone più fragili della società in genere".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 5 dicembre 2020
Il convegno organizzato dalla cooperativa Be Free fa il punto sul fenomeno. Mancano strumenti di contrasto nazionali, politiche sociali adeguate e canali d'ingresso legali in Europa.
Le migranti rimaste senza protezione umanitaria a causa dei decreti Salvini, le ragazze in situazione di prostituzione forzata, le lavoratrici straniere sfruttate nel settore agricolo "sono particolarmente a rischio delle conseguenze più tragiche del Covid-19". A lanciare l'allarme è Maria Grazia Giammarinaro, magistrata e già relatrice speciale dell'Onu sulla tratta degli esseri umani. È intervenuta ieri al convegno organizzato dalla cooperativa sociale Be Free con il titolo: "Qual è la situazione della tratta degli esseri umani in Italia?". All'incontro, che si è svolto online al termine del progetto transnazionale Assist, hanno preso parte anche il pm Davide Mancini, impegnato nel contrasto del fenomeno sul piano giudiziario, l'assessora della regione Lazio Alessandra Troncarelli, Michele Lombardi dell'ufficio immigrazione della questura di Roma e diverse operatrici di Be Free.
Sul tema non sono mancati i segnali di allarme anche nei mesi scorsi: le ridotte possibilità di movimento, l'aumento di disoccupazione e povertà, la maggiore invisibilità delle vittime stanno facendo crescere le violenze subite e lo sfruttamento di chi è intrappolato nelle maglie della moderna schiavitù. I numeri riportati nel Rapporto Immigrazione 2020 pubblicato a ottobre dalla Caritas parlano di 40 milioni di vittime di tratta a livello globale: il 60% a scopo sessuale. Un terzo sono minori e sette su dieci donne o bambine. "Il dipartimento di stato Usa stima che in Italia il numero di vittime sia tra le 25 e le 30 mila, provenienti soprattutto da Nigeria, Russia, Ucraina, Albania, Romania, Bulgaria e Moldavia", si legge nel rapporto.
E proprio a partire da questo osservatorio privilegiato il convegno di ieri ha "acceso una luce" sul fenomeno, ponendo l'accento sulla sua dimensione di genere. "L'Italia è il primo paese di destinazione della tratta degli esseri umani, che parte dall'Africa e arriva qui attraverso la Libia", ha affermato la presidente di Be Free Oria Gargano. A fronte di questa collocazione strategica, però, mancano attenzione delle istituzioni e strategie di contrasto adeguate. "La lotta alla tratta non viene considerata una priorità", hanno lamentato diversi interventi. Per prima cosa il Piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento (Pna) è scaduto nel 2018 ed è ancora in fase di ridefinizione.
Scarseggia poi la formazione degli operatori che entrano in contatto con le potenziali vittime e senza gli strumenti necessari non sono in grado di identificarle. Può capitare così che una donna nigeriana sbarchi in Italia, attraversi un hotspot, un centro di detenzione per il rimpatrio (Cpr), incontri la commissione per l'asilo, sia accolta in un centro d'accoglienza e poi finisca nuovamente nelle mani dei suoi sfruttatori perché nel frattempo nessun soggetto istituzionale ha avuto la capacità di riconoscerla come vittima di tratta. "È necessario estendere a livello nazionale le buone pratiche sviluppate sui territori", ha affermato Carla Quinto (Be Free).
Attraverso il lavoro sul campo e l'ascolto delle testimonianze di decine di donne, poi, le operatrici hanno ricostruito le trasformazioni avvenute negli ultimi anni lungo la rotta migratoria. Il "sistema Libia" è sempre più al centro della compravendita di donne e i maggiori rischi di "perdere corpi" lungo il tragitto spinge le organizzazioni criminali ad aumentare il reclutamento di ragazze in difficoltà. Anche per questo sono sempre più necessari canali d'ingresso legali in Europa.
di Luigi Condorelli* e Nicoletta Maraschio**
La Stampa, 5 dicembre 2020
Molto si riflette e si discute sulle persone e sulle categorie più direttamente colpite dalla crisi economica e sociale generata dalla pandemia del coronavirus e sulle misure adottate per combatterla, arginarla, circoscriverla, bloccarla. Ne ha scritto l'altro ieri su questo giornale Massimo Cacciari. Certo, è l'intero Paese a soffrire dei sacrifici imposti, delle difficoltà quotidiane anche psicologiche (che riguardano soprattutto i più giovani e i più vecchi), dell'incertezza sui tempi che, tra un'ondata e l'altra della pandemia, si allungano sempre di più. Ma è innegabile che il prezzo, in termini strettamente economici, sta attualmente gravando soprattutto, e in modo crescente, sul mondo del lavoro non dipendente, specie quello che opera nei settori maggiormente colpiti, come la ristorazione e il piccolo commercio (tanto ambulante che stanziale), lo spettacolo e la cultura, il turismo e lo sport (e le mille attività connesse).
E come non pensare, più in particolare, a tutto l'universo del lavoro "fragile", composto di lavoratrici e lavoratori precari, occasionali, stagionali, temporanei, autonomi, il cui "posto" di lavoro è travolto dalla crisi? Senza dimenticare, tra i tantissimi "invisibili", quelli e quelle "in nero", che circolano nelle nostre città e campagne e non vengono più chiamati a svolgere questo o quel "lavoretto". Le misure di sostegno, che con lodevole sforzo si sono adottate o si stanno adottando a livello statale, regionale o comunale, appaiono in molti casi tardive e comunque insufficienti, perché incapaci di raggiungere davvero, capillarmente, l'intero mondo dei "nuovi poveri" da Covid-19.
Se tanto si parla attualmente delle "categorie" (ma sarebbe meglio dire delle "persone") direttamente colpite dalla crisi, l'attenzione viene meno centrata sulle "categorie non colpite". Nessuno, per quanto se ne sa, si è preoccupato fin qui di censire con precisione le persone - o se si preferisce le categorie di persone - "privilegiate", i cui redditi non sono in nessun modo toccati dalla crisi in corso: in altre parole, quelle i cui redditi sono costanti e per lo più garantiti, per così dire, vita natural durante. E viene fatto di pensare non solo all'impiego fisso, cioè ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, quelli dell'impiego pubblico e privato (dirigenti, funzionari, impiegati, professori, ingegneri, architetti, magistrati), ma anche a chi gode ad altro titolo di entrate consistenti e regolari.
Le diseguaglianze, che purtroppo caratterizzano da sempre il tessuto sociale del nostro Paese e alle quali i diversi governi che si sono succeduti dal dopoguerra in poi non sono riusciti finora a porre rimedi strutturali (ad esempio intervenendo in modo drastico sulla piaga dell'evasione fiscale), oggi appaiono drammaticamente in crescita. D'altro canto si sa che gli italiani sono grandi risparmiatori, e con la pandemia il risparmio di non pochi è addirittura aumentato proprio a causa del confinamento e quindi della drastica riduzione di ogni spesa per mobilità e attività sociali e culturali. Il tema di "garantiti e non garantiti" è ricorrente sui mezzi di comunicazione di massa e rischia di alimentare ulteriormente quella conflittualità sociale che riempie le strade e le piazze delle nostre città. Alcuni auspicano un intervento dall'alto. Noi ne proponiamo uno dal basso, volontario, individuale, come testimonianza di quella responsabilità civile diffusa e di quel sentimento di unità che il presidente Mattarella ancora di recente ha invocato.
Non sentono i più fortunati l'imperativo morale di reagire subito in chiave solidaristica a questa situazione di straordinaria gravità? Senza attendere che la politica rifletta e discuta e che il legislatore eventualmente imponga appositi ed eccezionali prelievi patrimoniali? Chi è convinto che la risposta a questa domanda debba essere positiva, chi pensa che occorra entrare al più presto in azione, chi (tra i più anziani) è intenzionato a estendere ad altri la consueta e diffusa solidarietà familiare (soprattutto verso figli e nipoti) potrebbe compiere un preciso gesto di solidarietà, particolarmente appropriato in questa fine d'anno. Tutti coloro che questo imperativo condividono potrebbero associarsi in un'iniziativa comune, politicamente significativa, devolvendo a favore dei "nuovi poveri" una parte delle proprie entrate annuali (la "tredicesima", o almeno una sua parte). Non è difficile compiere un gesto veloce, diretto e concreto: basta un bonifico destinato a una delle tante organizzazioni diffuse a livello nazionale o locale (oppure ai servizi sociali del proprio Comune di residenza) che garantiscono da sempre ascolto, vicinanza e assistenza quotidiana (cibo, casa, vestiti) agli emarginati e alle persone in difficoltà. Ciascuno potrà scegliere liberamente e indirizzare il proprio contributo all'ente che conosce meglio e del quale ha piena fiducia.
*Professore di Diritto Internazionale
**Professoressa di Storia della Lingua Italiana
di Luca Monticelli
La Stampa, 5 dicembre 2020
Crescono le diseguaglianze, uno su sei ha soldi solo per un mese ma ci sono 40 miliardari che si sono arricchiti. Sono 5 milioni gli italiani che per colpa della pandemia sono scomparsi dai radar del mondo del lavoro: precari, invisibili, sfruttati, addetti nel settore dei servizi. È l'area indefinita che ha pagato il conto della crisi ed è sparita senza far rumore.
Vite trasformate dalla débâcle economica che si è diffusa con il virus, causando uno tsunami occupazionale nonostante il blocco dei licenziamenti e i 26 miliardi stanziati dal governo per gli ammortizzatori. Il rapporto annuale del Censis descrive l'Italia come "una ruota quadrata che non gira e avanza a fatica", dove "la vera divisione sociale esistente tra i lavoratori è quella tra chi ha la sicurezza del reddito e chi no".
L'86% degli italiani pensa che il posto fisso degli statali sia la salvezza. Sono considerati garantiti anche i pensionati, impegnati in una sorta di "welfare informale" in aiuto di figli e nipoti. Giovani e donne i più vulnerabili: 457 mila tra aprile e giugno non hanno ottenuto il rinnovo del contratto a tempo determinato. Soffrono gli imprenditori dei settori schiantati dalla crisi, i commercianti, gli artigiani, i professionisti rimasti senza incassi e fatturati. Solo il 23% degli autonomi ha continuato a percepire gli stessi redditi di prima del Covid.
Il gap tra ricchi e poveri continua a crescere. L'epidemia ha infatti ampliato le disuguaglianze sociali: da una parte sempre più famiglie con un sussidio di cittadinanza (+22,8%), e dall'altra pochi miliardari (40) aumentati sia in numero che nel volume del patrimonio. Vola la liquidità: chi può mette da parte i soldi sui conti correnti (il cash supera i mille miliardi), disinvestendo azioni e obbligazioni. Soffre invece il 17% della popolazione che dispone di risorse finanziarie per meno di un mese. "La metà degli italiani - sottolinea il Censis - dichiara di avere sperimentato un'improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche". Con il Natale alle porte si riaccende lo shopping, ma prudenza e paura spengono il desiderio di fare acquisti. I consumi restano al palo: nel secondo trimestre la spesa media delle famiglie è stata del 19% in meno rispetto al 2019.
di Alberto Mingardi
Corriere della Sera, 5 dicembre 2020
Da uno Stato di diritto ci si aspetterebbe che provi a mitigare gli effetti della pandemia. L'impressione è che invece si consideri la vita delle persone come qualcosa nella piena disponibilità dei governanti. Nella pandemia, gli Stati godono di straordinaria legittimità: quella che conferisce loro l'eccezionalità delle circostanze. Le persone si aspettano che le autorità facciano "qualcosa" ed esse sono ben liete di farla. È in nome della necessità che si allarga il perimetro dei pubblici poteri.
In momenti come questo, nel cordoglio e nella rabbia per la conta quotidiana dei morti, è difficile chiedersi: cosa succederà dopo? Ogni scelta presenta dei costi. Le iniziative di contrasto alla pandemia hanno avuto e hanno un pesante costo in termini di libertà. Con diversa intensità a seconda dei Paesi, abbiamo perso la nostra libertà di movimento, abbiamo perso la piena disponibilità dei diritti di proprietà, abbiamo perso ogni idea di vincolo di bilancio, abbiamo sospeso, per un certo periodo, persino la libertà di culto. In Italia, a fronte di tutto ciò, abbiamo un tasso di letalità da Covid 19 fra i più elevati al mondo. Da marzo ad oggi, il peso dello Stato sulla vita dei cittadini è aumentato enormemente e già si proietta su quella dei loro figli. Il nuovo decreto introduce ulteriori limitazioni alla libertà di movimento all'interno del territorio nazionale. L'impressione è che quest'ultima sia considerata alla stregua di un capriccio: a dire il vero, sarebbe un diritto costituzionale.
Con sottile gusto del paradosso ci è stato detto che "in due settimane le regioni saranno tutte gialle", ma dovranno comportarsi come fossero tutte rosse. Si impedirà agli italiani di muoversi perché il ritorno a casa di molti che lavorano o studiano in altre città potrebbe produrre, con le feste, un aumento dei contagi. Il timore è comprensibile. Meno comprensibile è la giustificazione moralistica, che si ammonisca a "non fare come quest'estate" (come se i contagi di ottobre avessero qualche legame con le gite di agosto) e si indichi in tutto ciò che è "superfluo" (lo scambio di doni, fare compere, vedere i parenti) un agente corruttore della salute della società.
Sono norme che è difficile ricondurre a precise evidenze epidemiologiche. Per fare solo un esempio, a Natale e Santo Stefano saremo obbligati a non uscire dai confini municipali. Questo vuol dire che il 17% di italiani che vive in un piccolo comune non potrà festeggiare con la madre che magari abita nel borgo a cinque chilometri di distanza, mentre chi vive a Roma o Milano e ha lì i suoi parenti starà assieme senza problemi. Per capire quali siano le eccezioni ammesse dalla regola, dovremo leggere le faq, nuova fonte del diritto.
La cavalleria della scienza e dei vaccini sta arrivando e questa crisi passerà. Ma che ne sarà delle misure che sono state prese? Avremo sulle spalle 194 miliardi in più di debito pubblico e precedenti pesanti, ai quali i governi del futuro potranno rifarsi, in occasione di nuove emergenze, che non mancano mai. Qualsiasi vincolo di bilancio è saltato. Conta poco che arrivino risorse "a fondo perduto" da Bruxelles: non è che debito europeo, al quale saremo chiamati a contribuire. È stato ampliato il campo d'applicazione del "golden power": per "proteggere" le imprese italiane, si impedisce ai loro proprietari di disporne come desiderano.
Nel mentre, la Cassa Depositi e Prestiti è diventata "il più importante investitore in Borsa in Italia". Durante il primo lockdown, abbiamo sospeso il diritto di culto mentre ora diciamo ai preti qual è l'ora in cui possono dir messa.
Governare è sempre difficile, in momenti come questo lo è ancora di più. Però bisognerebbe intendersi almeno sugli obiettivi. Da uno Stato di diritto ci si aspetterebbe che provi a mitigare gli effetti della pandemia provando a lasciare quanta più "normalità" possibile ai cittadini. L'impressione è che invece si consideri la vita delle persone come qualcosa nella piena disponibilità dei governanti. Non a caso in molti hanno guardato, sin da principio, all'esempio cinese.
di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 5 dicembre 2020
False prove dell'accusa, falsi informatori, pregiudizi razziali. Data la fallibilità del giudizio umano, c'è sempre stato il pericolo di condanna ed esecuzione di una persona innocente. Non esiste un sistema di giustizia perfetto che possa scongiurare un tale pericolo.
Lo stesso sistema americano, forte di tutele, garanzie e ricorsi infiniti, non ha mai rappresentato l'antidoto agli errori giudiziari. La presunzione che quasi tutti nel braccio della morte fossero colpevoli è svanita quando agli imputati sono stati concessi avvocati più esperti, giurie non prevenute, test scientifici obbligatori. Da allora molti casi di innocenti sono emersi. Dal 1973, sono state liberate più di 170 persone ingiustamente condannate a morte, tra cui cinque nel 2020.
Il 24 gennaio del 2020, la Corte Suprema del Nevada ha confermato il proscioglimento di Paul Browning che era stato condannato nel 1986 per la rapina e l'omicidio di un gioielliere di Las Vegas. Nel processo era stato difeso da un avvocato che praticava da meno di un anno. Un'indagine difensiva un po' competente avrebbe rivelato i difetti nelle prove dell'accusa e la falsità di dichiarazioni di testimoni che l'accusa aveva presentato alla giuria. "Quando vedo una persona di colore penso che si assomiglino tutte", aveva detto uno di loro che poi al processo avrebbe testimoniato senza esitazione che Browning era l'uomo visto sulla scena del delitto.
Walter Ogrod è stato esonerato dal braccio della morte della Pennsylvania il 10 giugno 2020, ventotto anni dopo l'arresto per l'omicidio di una bambina di quattro anni. Il processo era viziato alla base da cattiva condotta della polizia e dell'accusa, da false prove forensi e testimonianze di informatori detenuti. Lo avevano "incastrato" due detective di Filadelfia con un curriculum di abusi e false confessioni. Privato del sonno nel corso di 14 ore di interrogatorio, Ogrod aveva alla fine confessato di aver picchiato la vittima con un bilanciere. La bimba invece era morta di asfissia e non era stata picchiata, ma i pubblici ministeri avevano nascosto alla giuria il referto del medico.
Kareem Johnson è stato prosciolto il 1° luglio 2020. Era stato condannato nel 2007 sulla base di false prove del DNA che lo avevano collegato all'omicidio. La Corte Suprema della Pennsylvania aveva stigmatizzato la cattiva condotta del pubblico ministero che aveva mostrato "un disprezzo consapevole e sconsiderato per il diritto dell'imputato a un processo equo".
Il 4 settembre 2020, dopo sei processi segnati da cattiva condotta dell'accusa e pregiudizio razziale, Curtis Flowers è stato prosciolto dagli omicidi avvenuti nel luglio 1996 di quattro dipendenti di un negozio di mobili di proprietà di bianchi a Winona, Mississippi. Per il combinato disposto di un informatore detenuto testimone principale dell'accusa e giurie di soli bianchi o a stragrande maggioranza composte da bianchi, accuratamente selezionate dall'ufficio del procuratore distrettuale, Flowers, un afroamericano, era stato ripetutamente condannato a morte.
Il 14 settembre 2020, un tribunale della contea di Hillsborough, in Florida, ha esonerato Robert DuBoise 37 anni dopo la condanna per stupro e omicidio di una ragazza di 19 anni basata su prove scientifiche spazzatura e false testimonianze di un informatore della prigione. DuBoise deve la vita agli avvocati dell'Innocence Project of Florida che hanno presentato al giudice le prove della sua innocenza. Sulla vittima non c'erano i segni di morsi evidenziati nelle perizie accusatorie, mentre le prove del DNA nascoste alla giuria scagionavano DuBoise e implicavano altri due uomini.
Con Robert DuBoise, a oggi, sono 172 i detenuti del braccio della morte prosciolti da condanne ingiuste che li hanno portati a un passo dalla sedia elettrica, dalla camera a gas, dal plotone di esecuzione o dal lettino dell'iniezione letale, l'ultima invenzione, più "umana e civile", di supplizio capitale.
Il rischio di condannare un innocente è insito nel giudicare ma, a ben vedere, l'errore giudiziario di fondo sta nel peccato d'origine di una giustizia concepita come una catena di causa ed effetto, perpetua e indiscutibile, che va dal giudizio alla condanna e, quindi, alla pena. Da un tale pericolo, letteralmente mortale in caso di una pena capitale ma non meno letale in caso di "fine pena mai" o di pena carceraria, ci si può liberare una volta per tutte solo se si coltiva la visione di Aldo Moro, la sua invocazione non tanto di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale. La riforma radicale della giustizia è nella abolizione degli istituti di pena, nella conversione strutturale degli apparati di giudizio e punizione in forme più ecologiche, sociali e civili di riparazione e riconciliazione, in sistemi non di pene alternative ma di alternative alla pena.
*Segretario di Nessuno tocchi Caino
di Alessia Candito
La Repubblica, 5 dicembre 2020
Viaggio nella tendopoli di Polistena fra i migranti costretti a vivere assembrati. Adesso accanto alle tende del ministero dell'Interno ci sono le baracche. Sono identiche a quelle del vecchio ghetto, distrutto in fretta e furia per ordine dell'allora ministro dell'Interno Matteo Salvini nel marzo del 2019, a stagione degli agrumi finita, popolazione dei braccianti dimezzata e senza un tetto alternativo neanche per i pochi che restavano. Da allora è passato più di un anno.
È arrivata una pandemia che ha chiuso l'Italia per mesi dentro casa ma non i braccianti, costretti a vivere senz'acqua, né servizi, né possibilità di distanziamento sociale, ma "essenziali" perché tutti continuassero a mangiare. C'è stata una regolarizzazione monca, che ha lasciato senza diritti, né tutele un esercito di lavoratori. E ci sono ancora, nascosti fra l'erba diventata alta, i detriti del vecchio ghetto. Nella fretta di buttare giù tutto, al Viminale all'epoca guidato da Salvini, hanno dimenticato di stanziare i soldi per la bonifica. Stracci, pezzi di alluminio e vecchie e arrugginite lamiere sono rimasti a deteriorarsi fra l'erba diventata alta. È da lì che arriva il materiale con cui le nuove baracche vengono tirate su.
Presente a Polistena, nella Piana di Gioia Tauro dal 2011, Emergency si è sempre occupata di dare assistenza a chi non ne ha. Per i braccianti africani, ancora costretti a vivere in tende, baracche o ripari di fortuna, per i lavoratori dell'Est Europa e per gli italiani indigenti spesso è l'unica speranza di cure mediche. Con la pandemia, le condizioni di vita e lavoro nell'area sono peggiorate. Nella tendopoli istituzionale, nata anni fa come soluzione "temporanea" allo sgombero della baraccopoli, ci sono ormai più di 600 braccianti africani. Alle tende istituzionali si stanno aggiungendo capanne realizzate con materiali di scarto. Chi ci vive è costretto a condividere tende e servizi igienici, in condizioni di promiscuità tali da rendere impossibile l'isolamento per i positivi. E solo organizzazioni umanitarie Emergency, Medu, Mediterranean hope e sindacati come Usb stanno fornendo assistenza, anche alimentare, agli abitanti del campo
Sono blu, come le tende istituzionali su cui campeggia il logo "Ministero dell'Interno", nate in file ordinate, oggi ridotte a cumulo di stracci rattoppati. È in una di queste che è tornato a vivere Foday dopo essere stato dimesso dagli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Gambiano, 39 anni, cardiopatico, è stato ricoverato d'urgenza dopo l'ennesimo infarto. Lì si è scoperto che era anche positivo al Covid19, anche se paucisintomatico. Ma questo non è bastato ad evitargli il ritorno in tendopoli dopo la dimissione dal reparto.
Senza Covid hotel e con i posti letto ridotti all'osso negli ospedali, chi sta bene deve tornare a casa. Anche se la casa è una tenda, piantata insieme ad altre decine in un recinto in cui vivono centinaia di persone, costrette ad usare gli stessi dieci bagni. Anche se la promiscuità non è un'eccezione, ma la regola. Anche se l'isolamento è impossibile e per chi ci è costretto non c'è assistenza alcuna. Per cibo, medicine e beni di prima necessità, i positivi possono contare solo su organizzazioni come Medu e Mediterranean hope e sindacati come Usb. E per Foday, che da quarantenato non ha potuto neanche rinnovare le pratiche necessarie per il permesso di soggiorno e si è improvvisamente ritrovato senza tessera sanitaria, si tratta di farmaci salvavita.
"Facciamo riunioni in Prefettura da mesi, nessuno - né la Regione, né i Comuni dell'area, né l'Asp competente - possono dire di non essere informati. Adesso informeremo anche la magistratura" dice Ruggero Marra di Usb, che con gli altri attivisti e i legali del sindacato sta lavorando ad un esposto. "E la storia di Foday è solo un esempio. Una campagna di informazione e prevenzione nella zona della tendopoli non c'è mai stata, controlli e screening zero, tracciamento dei contatti altrettanto. Centinaia di lavoratori sono costretti da mesi in assembramenti necessari perché non sono messi nelle condizioni di andare altrove. E della cosa - denunciano - si discute dal marzo scorso". Ma sono rimaste parole vuote le promesse di alloggi per i braccianti che si sapeva sarebbero arrivati a migliaia per la stagione degli agrumi. Sulle carte dei protocolli e dei comunicati stampa con cui sono state annunciate, le campagne di controllo e prevenzione.
Quando sono stati accertati i primi casi di positività al Covid alla tendopoli e nel ghetto poco distante di Contrada Russo, ci si è limitati a dichiararli zona rossa. Per chi è rimasto chiuso dentro un recinto senza alcun tipo di servizio, non è stata prevista alcuna tutela. Anche l'assistenza sanitaria per i positivi, "isolati" in una tenda o un container per nulla distante dagli altri, è stata praticamente nulla. Ed è scoppiata la protesta. Dura, arrabbiata, di chi diceva "meglio morire di Covid che di fame". Sempre che all'esistenza dell'epidemia ci credano. Ignorati dalle campagne governative di informazione e prevenzione, in molti fra i braccianti hanno ceduto alla retorica - e alle velate minacce - di padroncini e caporali pronti a giurare che il coronavirus sia "malattia da bianchi" pur di avere braccia da mandare nei campi. Inutilmente sindacati e associazioni hanno provato a distribuire volantini, mascherine, guanti, igienizzante, a convincere tutti della necessità di sottoporsi a tampone. La fame, la necessità di lavorare morde di più.
Nonostante la campagna di screening sia stata un fallimento, dopo qualche settimana tendopoli e campo container non erano più zona rossa. Da allora, nessuno ha più controllato. I pochi positivi accertati vengono individuati solo perché sintomatici o perché si rivolgono per altre forme di malessere ai medici volontari. Fra loro ci sono anche gli operatori di Emergency.
Nella Piana ci stanno dal 2011. Prima con un ambulatorio mobile, dal 2013 con una vera e propria struttura nel centro di Polistena. È stata realizzata in un bene confiscato ai clan della zona e da allora è diventata un punto di riferimento per i lavoratori stranieri, ma anche per qualche italiano che non ha accesso alla medicina di base. C'è un servizio di assistenza medica e infermieristica e una navetta che consente a chi non ha mezzi per spostarsi di accedervi, uno sportello di supporto psicologico, ma anche operatori pronti a dare una mano a districarsi nella giungla burocratica che deve affrontare chi da straniero ha bisogno di cure.
Sulle pareti azzurre dell'ambulatorio c'è l'articolo 12 della Costituzione. Afferma che la salute è un diritto per tutti e non una concessione fatta ai nativi di un determinato Stato. E poi il numero 11 che ricorda che l'Italia ripudia la guerra. In due librerie ordinate ci sono testi in tutte le lingue, ma adesso non si possono toccare. "Questione di igiene e prevenzione" spiegano. Negli ambulatori bianchi, ordinatissimi, l'odore di disinfettante la fa da padrone. Le procedure di sanificazione sono scrupolose, i controlli forse ancor di più. Ma comunque di fronte alla dottoressa Alessia Perrotti, cinque anni fa arrivata da L'Aquila alla Piana di Gioia Tauro, passano quotidianamente decine di pazienti.
Per lo più, sono affetti da malattie da fatica, da sforzo sovrumano - lombosciatalgie, strappi, fratture, danni oculari - o da indigenza, mancanza di prevenzione e cure tardive. E sono loro oggi i più esposti al contagio e quelli che meno possono proteggersi. "Questa è una sindemia - dice il coordinatore del progetto, Mauro Destefano - Il termine, usato dalla rivista scientifica Lancet, significa che questa epidemia colpisce soprattutto le fasce più vulnerabili. Nei luoghi di precarietà socio-abitativa le persone si ammalano più facilmente e le loro condizioni si aggravano più facilmente". E basta pensare alla tendopoli o ai ghetti per capire il perché. "Banalmente - dice Destefano - non ci sono le condizioni per stare isolati. I braccianti sono costretti a vivere in sei o otto nella stessa tenda, in un luogo in cui nessun isolamento è possibile".
Emergency potrebbe fare qualcosa? Certo, rispondano dall'ambulatorio, sempre che mezzi e regole di ingaggio lo consentano. Ma gli interventi non si improvvisano, si pianificano. Pena, aggiungere caos al caos. Al momento, qualora uno dei pazienti che a Emergency si rivolgono dovesse presentare una sintomatologia compatibile con il Covid, gli operatori non possono far altro che segnalare il caso all'Azienda sanitaria competente perché venga sottoposto a tampone. Loro no, in ambulatorio non ne possono fare. Non sono autorizzati e nessuno all'Asp ha pensato di coinvolgersi in campagne di screening.
"Ma grazie al Comune di Polistena - spiega il coordinatore del progetto - stiamo fornendo assistenza logistica e medica ai controlli a tappeto e gratuiti della cittadinanza voluti dall'amministrazione". Questione di volontà, di programmazione. "Emergency si è resa disponibile a collaborare a proposte di intervento, anche noi già da marzo abbiamo fatto le nostre" dice Destefano. Il problema di base però è un altro. Il Covid - spiega - ha messo in luce le fragilità e i guasti di un sistema. Quelli di una sanità pubblica zoppa, con gli ospedali in affanno e la medicina territoriale desertificata. Quelli di un'area in cui la presenza ormai strutturale dei braccianti viene regolarmente derubricata a emergenza. Quelli di sistema di un Paese in cui centinaia di lavoratori sono costretti a vivere nell'irregolarità. "Questa emergenza avrebbe potuto essere l'occasione per superare questa condizione socio-abitativa di centinaia di persone, per costruire soluzioni strutturali". Ma non sono mai arrivate. E si continuano a rincorrere gli eventi. Emergency chiede di poter fare il suo, di dare un contributo. "Abbiamo fatto le nostre proposte. Rimaniamo in attesa di capire se potremo intervenire in qualche modo". Ancora.
di Alessandro Ursic
La Stampa, 5 dicembre 2020
Il governo avvia la deportazione dei profughi birmani nel Golfo del Bengala. A Bhasan Char, costruita sui detriti, vivranno in 100mila: "La nostra Alcatraz". Mille e seicento pionieri sono partiti ieri mattina, stipati su barconi sotto il sole cocente del Golfo del Bengala. Destinazione: l'isola che non c'è. O meglio, che non c'era fino a quattordici anni fa, ma che adesso il governo del Bangladesh vuole far diventare la cittadella modello per una parte dei 700mila Rohingya fuggiti dai massacri dell'esercito birmano nel 2017 e da allora bloccati in squallidi campi profughi. Bhasan Char è diversa, così come lo sono le idee che si son fatti i pochi che l'hanno vista. Un paradiso, per chi l'ha architettata. Una gabbia dorata, per un profugo mandato in avanscoperta. O "l'Alcatraz dei Rohingya", secondo Human Rights Watch.
Tutto a Bhasan Char è talmente recente che su Google Maps l'isola di 53 chilometri quadrati è una macchia verde con una sola struttura: una moschea. Ma su questo accumulo di sedimenti che arrivano fin dall'Himalaya, portati dal fiume Meghna, in pochi anni il governo di Dacca ha piantato alberi, creato barriere anti-allagamenti in collaborazione con gli olandesi, spianato 43 chilometri di strade, installato pannelli solari e costruito e una griglia ordinata di abitazioni, spendendo 350 milioni di dollari. L'ambiente è a dir poco sterile, una specie di caserma ai Tropici senza vita. Ma la vita verrà, e in fretta: il progetto è di portarci centomila Rohingya da qui a maggio, prima che la stagione dei monsoni renda il mare impraticabile, e l'isola chissà: con l'alta marea va sott'acqua un'ampia fascia di costa.
L'abitabilità se l'è data da solo il governo dell'autoritaria Sheikh Hasina, che si è felicemente appropriata del soprannome di "Madre dell'umanità" datole da un canale tv britannico per aver accolto i Rohingya in fuga dall'orrore. L'Onu non è stato consultato, e quindi non ha potuto fare nessun rilevamento sul campo. I giornalisti stranieri non sono ammessi, e i reporter locali portati sull'isola sono felici di compiacere il governo. Le Ong ci vedono una deportazione verso una prigione a cielo aperto camuffata da nobili intenti umanitari. E molti Rohingya lamentano di essere stati raggirati, se non proprio costretti al trasferimento.
"Ci hanno portato di forza. Quando ho saputo che la mia famiglia era sulla lista sono scappato, ma mi hanno preso", ha detto piangendo alla Reuters un profugo mentre montava sul bus che lo ha portato al barcone. Una giovane coppia ha messo la firma sulla lista del trasferimento pensando che fosse per le razioni di cibo, e da allora si è nascosta nel campo profughi. C'è chi ha ammesso di aver ricevuto incentivi in denaro. Ad altri è stato fatto credere che in futuro gli verrà data la precedenza per una nuova residenza in Birmania. La corruzione e le gang criminali nelle distese di baracche sulle colline attorno a Cox's Bazaar hanno convinto alcuni a ricominciare daccapo lontano dalla costa. E poi ci sono le famiglie divise da maggio, quando i primi 300 Rohingya - naufraghi per settimane nel tentativo fallito di raggiungere la Malesia - sono stati portati a Bhasan Char.
Ufficialmente era una quarantena di due settimane come precauzione contro il coronavirus: ma erano invece le cavie per il progetto di popolamento dell'isola. Ad Amnesty International hanno raccontato di essere stufi del solito cibo due volte al giorno e del vivere in mezzo al nulla, in abitazioni poco sicure. "È peggio che una prigione. Se arriva una macchina, le fondamenta tremano". Ci sono anche già state accuse di molestie sessuali da parte di ufficiali governativi e membri della Marina bengalese, che ha in mano la gestione dell'isola.
Il governo di Dacca si difende elencando la lista di strutture ben più moderne rispetto a quelle dei campi dove in tutto abitano un milione di profughi, alcuni fin dai primi anni Novanta. Una camera di 16 metri quadri per famiglia con letti a castello, acqua potabile, elettricità, due ospedali da venti letti, tre cliniche, parchi giochi, scuole, tre moschee, spazi per il mercato. Infrastrutture da pacifico sobborgo di periferia, se si trascurano le case costruite a quattro metri da terra in caso di allagamenti da ciclone, giusto a ricordare i rischi ambientali dell'abitare su un'isola piatta emersa dal nulla nel Golfo del Bengala.
Il dramma per i Rohingya è che, pur essendo un punto in mezzo al mare, uno sterile appartamento a Bashan Char potrebbe essere davvero meglio delle baracche di lamiera dei campi profughi di Kutupalong - il più affollato al mondo - e Nayapara. Ma è anche l'emblema di una condizione di emergenza che sta diventando normalità per una delle minoranze più discriminate al mondo: senza cittadinanza in una Birmania buddista che li vede come corpi estranei, senza possibilità di lavori legali in Bangladesh. Un popolo alla deriva, né sbocchi né speranza, su un'isola che ancora non esiste sulle mappe cartacee.
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