di Frank Cimini
Il Riformista, 4 dicembre 2020
Il Covid dovrebbe essere una ragione in più affinché i detenuti possano accedere ai benefici penitenziari e si riduca la popolazione carceraria. Il condizionale è d'obbligo perché esiste una norma simbolo che fa da ostacolo all'attenuazione della durezza delle condizioni di detenzione, il famoso articolo 4bis da non confondere con un altro articolo ancora più famoso, il 41bis. Il 41bis norma, si fa per dire, il cosiddetto "carcere duro" ed è di antica data perché nasce con l'emergenza antimafia all'inizio degli anni 90 ma agisce, in pratica, in continuità con l'articolo 90 del regolamento penitenziario che risale alla madre di tutte le emergenze, quella relativa alla repressione della sovversione interna degli anni 70 e 80.
Del tema si occupa il lavoro che ha per titolo "Regime ostativo ai benefici penitenziari. Evoluzione del doppio binario e prassi applicative". L'autrice è Veronica Manca, avvocato e membro dell'Osservatorio carcere della Camera penale di Trento. Sono 280 pagine, 29 euro, editore Giuffrè Francis Lefebvre.
Il cuore del problema sono tutte quelle norme che derogano alle regole generali in materia penitenziaria, ponendo in essere dei regimi applicativi "differenziati" della pena e ostativi della rieducazione e possibilità di risocializzazione. Prevalgono invece esigenze general-preventive di intimidazione, perché il condannato viene ritenuto socialmente pericoloso e quindi non meritevole di accedere ai benefici penitenziari. Secondo l'avvocato Manca, va verificato se con le discipline differenziate si garantisce comunque il rispetto dei diritti fondamentali che fanno capo alla dignità della persona umana anche se reclusa e anche se ritenuta dal legislatore pericolosa. La risposta è senza ombra di dubbio no. La Costituzione della Repubblica, o quello che ne rimane nel Paese dell'emergenza infinita ad avviso di chi scrive queste righe, fa fatica (eufemismo) a entrare nelle prigioni.
Secondo l'autrice del libro, l'articolo 4bis costituisce il modello per eccellenza di deroga all'accesso ai benefici penitenziari dando origine a un binario parallelo per cui la regola diventa l'eccezione. Perché solo a determinate condizioni è possibile infatti accedere ai benefici. Il doppio binario è parallelo fin dal processo e dal giudicato penale di condanna a causa dell'accesso diretto in carcere per gli autori di reati contenuti nell'articolo 4bis. E se, come si diceva all'inizio, al 4bis si somma il 41bis, il regime di sospensione delle regole ordinarie di trattamento, il binario parallelo può innestarsi anche prima della fase processuale quando l'autore del reato è solo un indagato o un imputato.
Il doppio binario esplica i propri effetti anche oltre l'esecuzione della pena detentiva, condiziona pesantemente la fase cautelare e influenza la strategia difensiva che deve essere necessariamente già proiettata in funzione dell'esecuzione della pena. La pena detentiva viene resa immutabile senza poter subire trasformazioni in sanzioni diverse dal carcere. C'è un iter trattamentale parallelo che si coglie già dalla collocazione dei condannati in sezioni separate, circuiti di alta sicurezza o in sezioni apposite per i detenuti in regime di 41bis. Ne consegue una forte compressione dei diritti soggettivi del detenuto, dalla corrispondenza ai contatti con esterni ai colloqui con i familiari.
I giudici inglesi, ricordiamo, avevano negato di concedere l'estradizione di un condannato in Italia a causa del sovraffollamento carcerario. Al contrario gli svizzeri avevano concesso l'estradizione di un condannato premiando le recenti riforme che testimoniano una seria presa in carico del problema da parte delle autorità italiane. Ma, per esempio, l'introduzione della legge cosiddetta "spazza-corrotti" rivela uno schema di politica criminale general-preventivo per i delitti commessi da pubblici ufficiali. È precluso l'accesso ai benefici se non per il tramite dell'avvenuta "collaborazione" con la giustizia. Tentativi di riforma si sono avuti di recente attribuendo alla magistratura di sorveglianza il potere di valutare la posizione del detenuto anche se "non collaborante" sulla scorta di tutti gli ulteriori elementi, come l'assenza di legami con la criminalità organizzata, le condotte riparative o manifestazioni di ravvedimento.
Nel libro si ricordano le rivolte carcerarie, con 13 morti, del marzo scorso con la presa d'atto che laddove l'epidemia dovesse raggiungere i detenuti - in realtà lo sta già facendo, come raccontano le cronache di questi giorni - non ci sarebbero strumenti, strutture adeguate né per fronteggiare le conseguenze né per prevenire ulteriori situazioni di rischio. Al fine di tutelare la salute dei detenuti, propone l'autrice, potrebbero essere estese le ipotesi di sospensione/differimento della pena per un arco di tempo limitato all'emergenza e/o anche un aumento di giorni da computare alla liberazione anticipata. Tenendo presente che, allo stato, la fine della pandemia appare abbastanza lontana e che le condizioni delle prigioni non consentono di utilizzare le precauzioni adottate all'esterno, a cominciare dal distanziamento tra una persona e l'altra.
di Ginevra Santini
Il Domani, 4 dicembre 2020
I prison drama stanno aumentando la loro popolarità. Anche l'Italia prova a seguire la moda americana ma con una sua peculiarità: la prigione può e deve essere uno strumento di recupero sociale. Per lungo tempo le serie televisive si sono fermate sulla soglia delle carceri, in un rassicurante happy end che consegnava il colpevole alla giustizia. Gli americani, con i prison drama, hanno superato quel confine. Da Prison Break a Orange is the new black gli spettatori sono stati portati all'interno del carcere. L'Italia ci ha messo un po' di tempo ma alla fine i nostri sceneggiatori si sono fatti coraggio e hanno cercato una via italiana al genere del prison drama. Il primo esperimento è stato fatto con "Boez". Poi è arrivato "Mare fuori".
Il rumore delle sbarre che si chiudono alle spalle. E poi l'oblio: narrativo, ma in fondo anche esistenziale. Per lungo tempo le serie crime si sono fermate qui: sulla soglia delle carceri, in un rassicurante happy end che consegnava il colpevole alla giustizia. Al suono delle manette, si andava tutti a letto sereni e fine. Poi però sono arrivati gli americani (già, ci sono sempre di mezzo loro) e quell'ideale confine tra noi, onesti cittadini, e loro, i cattivi assicurati alla giustizia, si è dissolto. I prison drama, ossia le serie tv ambientate in carcere, hanno scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora catapultandoci in un mondo fatto di guardie, secondini e galeotti. Un universo efferato e disperato, ma che allo stesso tempo ha tanti, troppi, punti di contatto con il nostro mondo. Il successo è stato immediato: da Prison Break in poi, abbiamo smesso di andare a letto sereni appassionandoci a cult tanto claustrofobici quanto geniali, come Orange is the new black.
"Dal punto di vista drammaturgico, i prison drama vantano una posta in gioco altissima: qui la dicotomia è tra vita e morte, libertà e detenzione", dice Armando Fumagalli, direttore del master in International screenwriting and production dell'Università Sacro Cuore di Milano. "Inoltre il carcere svolge sulle relazioni un effetto simile a quello di una pentola a pressione: intensifica tutti i conflitti, li fa esplodere. Se ben scritta, la storia riesce quindi a supplire alla scarsa varietà delle location: un limite comunque da non sottovalutare perché l'assenza di esterni aiuta il budget ma non la resa visiva".
Noi italiani, per la verità, ci abbiamo impiegato un po' prima di avventurarci tra secondini e detenuti. Alla fine però i nostri sceneggiatori si sono fatti coraggio e hanno cercato una via italiana al genere del prison drama. Il primo esperimento in questa direzione è stato fatto la scorsa estate dalla Rai con Boez. Una docu fiction, ancora disponibile sulla piattaforma RaiPlay, che segue il cammino di sei ragazzi, detenuti in un carcere minorile di Roma, che accettano di percorrere la via Franchigena insieme all'escursionista Marco Saverio Loperfido e all'educatrice Ilaria D'Appollonio. Novecento chilometri a piedi in 50 tappe, il tutto ovviamente ripreso dalle telecamere. Il pellegrinaggio altro non è che una delle modalità di recupero proposte come alternativa al carcere: in Belgio il cammino esiste da 40 anni, in Francia da 30. Il risultato è un racconto autentico, che ha il coraggio di chiamare il male con il proprio nome senza cedere a buonismi. Fin dalle prime scene appare infatti chiaro che i ragazzi non sono finiti per errore in carcere: i reati commessi sono i più disparati, dallo spaccio al concorso in omicidio, e molti di loro sono ancora impantanati nei propri errori. Eppure in Boez non v'è sdegno, né scandalo, ma un cammino, condiviso fianco a fianco, di andata e ritorno nell'inferno delle anime. "È solo quando, con Boez, qualcuno ha iniziato a credere in me e nelle mie potenzialità, che ho potuto accarezzare l'idea di essere una persona diversa, migliore", ha detto uno dei giovani protagonisti. Il gradimento della serie, peraltro realizzata in collaborazione con il Dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia, è stato tale che la Rai sarebbe al lavoro su un ideale sequel, dove si racconta il reinserimento di questi ragazzi nella società.
Nel frattempo Rai 2 ha rilanciato con Mare fuori: il primo teen drama italiano ambientato in carcere, di cui è già in scrittura la seconda stagione. Per la verità il progetto risale addirittura a 18 anni fa. Ideato da Cristiana Farina, era destinato a Rai 3 salvo poi essersi arenato in seguito alla decisione della Rai di non programmare più fiction sulla terza rete pubblica. Farina ha dovuto quindi attendere che i diritti tornassero suoi, trovare un produttore e poi, finalmente, rimettersi all'opera, stavolta insieme al cosceneggiatore Maurizio Careddu. Mare fuori ruota attorno a un gruppo di giovani detenuti: alcuni sono finiti in carcere ingiustamente (pochi), altri hanno commesso gravi reati. Pur essendo di finzione e al netto delle derive melò, la storia risulta realistica: l'idea di Farina era nata dopo aver tenuto dei seminari a Nisida, il carcere minorile di Napoli.
"Molti dei ragazzi che oggi finiscono in carcere sono persone che, a differenza della maggior parte di noi, affrontano e sfidano costantemente la paura più grande di tutte: la morte. Loro sanno perfettamente che non arriveranno a 30 anni. Lo hanno messo in conto perché è il prezzo da pagare se si vuole vivere al massimo", dice Farina. "Questo fa sì che le loro storie siano incredibilmente interessanti e, al contempo, drammatiche: adolescenti che non temono la morte ma si ritrovano persi nella loro stessa condizione.
Ragazzi pieni di rabbia e risentimento che rispettano solo chi temono". Di episodio in episodio la serie svela inoltre il background di ciascun detenuto: dietro ognuno di loro, o meglio dietro ogni loro delitto, c'è un dramma familiare, una solitudine, un punto di rottura. Esattamente come in Boez anche qui emerge il passato drammatico dei protagonisti, spesso figli di genitori violenti, disperati, anaffettivi. "Non definirei Mare fuori una serie di denuncia", precisa Farina, "però sicuramente vogliamo suggerire una riflessione sociale: negare la libertà a ragazzi dai 14 ai 18 anni è una sconfitta per tutti noi. Vuol dire che abbiamo sbagliato qualcosa: qualcosa nella società non funziona. Vorrei che, al termine della visione, gli spettatori si chiedessero: cosa possiamo fare per cambiare le cose? L'Ipm (Istituto penitenziario minorile) è un'istituzione con scopo rieducativo ma da solo non basta. Gli operatori dentro fanno un gran lavoro e i risultati migliori li ho visti quando si adottano stimoli positivi più che quelli punitivi. Sul campo della negazione e della coercizione tra l'altro i ragazzi che ho conosciuto sono molto più preparati di noi".
Gettare la chiave smette insomma di essere l'unica opzione. Il che rappresenta un passo avanti non solo in termini di dibattito sociale e politico, ma anche di approccio drammaturgico: con il prison drama la figura dell'anti-eroe evolve verso orizzonti più maturi. Negli ultimi anni i bad heroes hanno infatti preso sempre più piede, e spazio, nelle fiction. L'esempio più noto sono i protagonisti di Gomorra: irrecuperabili e oscuri, hanno abbracciato la loro malvagità in un viaggio di sola andata verso morte certa.
Con i prison drama si compie invece un ulteriore passo avanti. I protagonisti non sono certo meno inquietanti, anzi, ma non nascono già cattivi e, soprattutto, possono aspirare a un riscatto. "L'azione malvagia resta tale: non viene edulcorata. Però non definisce più la persona: non è l'ultima parola sulla sua vita", dice Fumagalli. "Nel raccontare questa nuova dimensione dell'anti-eroe, noi italiani dobbiamo stare attenti a non fare concessioni al melò: un ingrediente diffuso nelle nostre produzioni ma estraneo al prison drama che invece si caratterizza per essere prima di tutto una storia di fuga o di capacità di resistenza".
E proprio le derive melò sono state uno dei limiti di Mare fuori. "Più che a degli anti-eroi mi piace pensare ai protagonisti di Mare fuori come a dei bambini che sono entrati in un bosco e, lì dentro, si sono perduti. Proprio come nelle favole", dice Farina. "La domanda che Mare Fuori vuole sollevare è: cosa possiamo e dobbiamo fare per aiutare questi ragazzi a trovare il loro lieto fine?".
Il discorso si fa però ancora più interessante se si esce dal regno teen per entrare in quello adulto: quali sono qui i margini di redenzione? A questa domanda proverà probabilmente a rispondere Sky: suo è il primo prison drama italiano, dal titolo Il re. Il protagonista è nientemeno che Luca Zingaretti che abbandona temporaneamente i panni del commissario Montalbano per vestire quelli di Bruno Testori: il direttore di un carcere di frontiera. Come ha anticipato lo stesso Zingaretti, il ruolo è impegnativo. E la materia sicuramente incandescente.
L'adolescenza è infatti per definizione l'età del cambiamento, degli errori, degli eccessi. Dunque, un ottimo scudo contro i pregiudizi. Nel caso degli adulti è facile invece sposare posizioni più severe e assolutistiche. "Il tema è quanto mai attuale e decisivo, soprattutto negli Stati Uniti", osserva Fumagalli, "lì il numero dei detenuti è ampiamente superiore al nostro e la cultura è molto meno garantista". Le serie tv si apprestano dunque a diventare un nuovo punto di osservazione su questo universo finora trascurato, e chissà che la via italiana al prison drama non possa essere proprio all'insegna del recupero sociale.
ansa.it, 4 dicembre 2020
Nell'istituto di piazza Lanza, raccolta giunta a ottavo anno. Anche se la colletta del Banco alimentare quest'anno ha cambiato forma dematerializzandosi e puntando sulle gift card, nel carcere di piazza Lanza, a Catania, la raccolta, per l'ottavo anno consecutivo, è stata fatta in modo tradizionale raccogliendo più di 90 kg di generi alimentari. "Quest'anno la raccolta è stata fatta in modo diverso a causa del Covid - spiegano i volontari del Banco che hanno operato nel carcere - infatti rispetto agli altri anni abbiamo dovuto soltanto aspettare e portare fuori tutti i pacchi.
È stata la polizia penitenziaria a occuparsi di recuperare tutti i generi alimentari donati dai detenuti. Un bellissimo gesto per il quale li ringraziamo con tutto il cuore e sentiamo la necessità di sottolineare che anche gli agenti penitenziari e quelli della polizia amministrativa hanno contribuito donando generi alimentare per chi ha bisogno.
Grazie alla direttrice dell'istituto penitenziario, Elisabetta Zito. Tutto questo dimostra che quando c'è bisogno, il cuore dell'uomo risponde". La 24esima Colletta Alimentare non si ferma, ma continua fino a martedì 8 dicembre nei 354 supermercati siciliani che hanno le insegne di Eurospin, Lidl, Penny Market e Fratelli Arena. È possibile acquistare la card da 2, 5 o 10 euro anche online sul sito www.collettaalimentare.it oppure contribuire alla Colletta Alimentare - in questo caso si può fare fino al 10 dicembre - sul sito: www.amazon.it/bancoalimentare.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 4 dicembre 2020
Sono ripartite le attività sportive e didattiche. Insieme al corso di giornalismo anche il corso di cucina. Nella Casa circondariale ascolana di Marino del Tronto non si perde tempo, e si cerca di riattivare tutte le iniziative che erano state sospese nella prima fase dell'emergenza Coronavirus. L'articolo 27 della costituzione, prevede la rieducazione del condannato durante l'esecuzione della pena in carcere, riavvicinandolo ai valori e ai principi di legalità.
Sono ripresi gli allenamenti del progetto "Il mio campo libero", promosso dal presidente del Csi di Ascoli Antonio Benigni, la collaborazione della responsabile Eleonora Sacchini, e il giovanissimo preparatore atletico Valentino D'Isidoro. L'anno scorso, in occasione del Natale, i detenuti avevano incontrato calcisticamente, i commercialisti, la Confindustria, la Nazionale italiana sacerdoti, e la Sambenedettese. Ora, sono anche riprese le attività didattiche, il corso di giornalismo con la nuova rivista "L'eco del Marino", il corso di formazione per aspiranti cuochi, la raccolta dell'orto che viene coltivato dai detenuti, e un'attività cinofila portata avanti da due istruttori. Inoltre, si è formato un gruppo di lettura tra i reclusi dell'alta sicurezza (As3) con pene ostative, e il cineforum per la "media sicurezza".
Restano sospese le attività teatrali per il discorso del distanziamento sociale, e il catechismo. Grazie ai contributi della Carisap e della Caritas, è stata ristrutturata la cucina con nuove attrezzature all'avanguardia (leggi qui), e i colloqui familiari vengono effettuati soprattutto via Skype. Infine, sul fronte dell'emergenza sanitaria, i detenuti sottoposti al tampone, sono fortunatamente risultati tutti negativi al Covid, anche attraverso lo straordinario impegno di prevenzione da parte del personale penitenziario e sanitario.
quotidiano.net, 4 dicembre 2020
La libertà di Hong Kong ormai è un guscio vuoto. Chi si oppone alla Cina finisce in carcere. Joshua Wong Chi-fung, 24 anni, Il volto più conosciuto della protesta del 2019 e nel 2014 del movimento degli ombrelli a favore del suffragio universale, è stato condannato a tredici mesi e mezzo di galera per aver organizzato un assedio di 15 ore al quartier generale della polizia a Wan Chai il 21 giugno dell'anno scorso.
Subito dopo il verdetto ha gridato "continuate a resistere" rivolgendosi ai suoi fan assiepati nella galleria pubblica dell'aula nella quale si è celebrato il processo. "I giorni che verranno saranno duri, ma resteremo lì, non molleremo", ha ribadito uscendo dal tribunale (nella foto durante l'ora d'aria). Assieme a lui sono stati giudicati colpevoli altri due esponenti del gruppo "Demosisto" sciolto alla fine di Giustizia gno in vista della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale delle nuove norme sulla sicurezza nazionale.
Sono Agnes Chow Tim, 23 anni, che si è vista infliggere 10 mesi per lo stesso episodio del 21 giugno e Ivan Lam Long-ying, 23 anni, condannato a 7 mesi di cella per aver istigato a partecipare a una manifestazione non autorizzata. Al centro della protesta c'erano all'epoca una legge di estradizione in Cina presentata dal Governo di Hong Kong e l'uso eccessivo della forza che la la polizia ha messo in campo per contrastare la sollevazione del 2019.
Il giorno dopo, il 3 dicembre, è stato arrestato in aula anche Jimmy Lai, 73 anni, fondatore e proprietario del tabloid di orientamento democratico "Apple Daily" e dell'azienda "Next Digital". Assieme ad altri due dirigenti della società è accusato di frode. Ignorando le clausole del contratto fra il 2016 e il 2020 avrebbe subaffittato al suo tabloid una parte di un palazzo il cui proprietario è una società pubblica del governo di Hong Kong.
"Apple Daily" avrebbe goduto di un vantaggio indebito. Il tribunale gli ha negato la libertà su cauzione. Il processo sarà celebrato in aprile. Su Chow, ha precisato Nathan Law Kwun-chung, un ex dirigente di "Demosisto" fuggito a Londra, pende la spada di Damocle di un'altra indagine scaturita dalla legge sulla sicurezza nazionale cinese. La stessa imputazione potrebbe abbattersi, a suo parere, anche su Wong e Lam. "A essere onesto - riassume Law - non ho idea di quando il trio potrebbe uscire dalla prigione".
In questo cupo scenario la governatrice filo cinese Carrie Lam si è lamentata in un'intervista televisiva di essere costretta a tenere "mucchi di contanti" in casa. È l'effetto delle sanzioni americane. La numero uno dell'esecutivo guadagna 670 mila dollari all'anno, ma non ha più un conto corrente. L'11 novembre, applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese, ha dichiarato decaduti quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Gli estromessi sono Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. sono Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di "sostegno all'indipendenza della città, di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale".
A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina in seno al parlamento della megalopoli. Nel consiglio legislativo sono rimasti solo i 51 sostenitori di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di procedere nello stesso modo contro 400 consiglieri distrettuali "colpevoli" di battersi per la democrazia. L'ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che è stato ignorato l'articolo 79 della Basic Law, la Legge Fondamentale, una sorta di Costituzione della metropoli. La norma prevede infatti che l'espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi dei membri dell'assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.
L'ufficio della Cina per Macao e per Hong Kong si è scagliato contro le dimissioni di massa. Le ha definite "un atto di ostinata resistenza. Se i deputati puntano a usarle per un'opposizione radicale e per sollecitare un'influenza esterna, hanno fatto male i loro conti". A Pechino in giugno si era riunita la tredicesima sessione dell'Assemblea Nazionale. Avevano votato a favore dell'estensione all'ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza tutti i 162 componenti del Comitato Permanente Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.
La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell'articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all'ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l'anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell'ordine e una sua Costituzione, la Basic Law. Pechino ha calato il pugno ferro.
L'articolo 48 prevede l'apertura sull'isola di un'agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guiderà Zheng Yanxiong, 56 anni, un falco. Nel suo curriculum c'è la dura repressione della rivolta di Wukan. Nel 2011 la cittadina del Guangdong, la provincia che confina con la metropoli ex britannica, si era ribellata per contestare la confisca delle terre e lo strapotere di funzionari corrotti.
In agosto le elezioni dell'assemblea legislativa della metropoli, sono state rinviate di un anno. La governatrice, la filocinese Carrie Lam, ha comunicato di aver usato i poteri speciali previsti della legge coloniale perché per dieci giorni i contagi sono stati superiori a 100 casi (il primo agosto sono saliti a 121). Per Joshua Wong, il rinvio "è la più grande frode elettorale nella storia di Hong Kong". Wong, che aveva ottenuto 30 mila voti nelle primarie, è stato escluso dalla competizione assieme altri11 esponenti dell'opposizione alla maggioranza filocinese del Legislative Council.
Il dieci agosto la polizia ha arrestato Jimmy Lai per aver violato la famigerata legge cinese sulla sicurezza nazionale. Lai è stato prelevato nella sua casa e portato negli uffici della sua società con le manette che gli tenevano le braccia dietro la schiena. I 200 agenti mobilitati sono usciti dagli uffici con 25 scatoloni di materiali sottoposti a sequestro.
Pechino ha manifestato apprezzamento per il provvedimento che ha colpito un "agitatore anti Cina". In febbraio Jimmy Lai era finito già in cella per aver partecipato alle manifestazioni di protesta dell'anno scorso. L'imputazione era di "collusione con le forze straniere". In seguito era stato rilasciato su cauzione. Nella stessa giornata sono stati fermati "per aver caldeggiato sanzioni straniere" anche i suoi due figli, l'attivista Wilson Li, collaboratore del network inglese Itv, e Agnes Chow.
All'interno del Partito comunista cinese continuano a convivere due filoni in lotta fra loro. Il primo squarcio sulla contrapposizione fu aperto dai file di "Wikileaks". Si scoprì che l'ala dominante, i cosiddetti "principini", aveva affibbiato agli avversari interni l'etichetta di "Tuanpai", ossia "bottegai". Il capofila di questo schieramento, scaturito da una costola della gioventù comunista, è l'attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano "South China Morning Post" di Hong Kong, "Caixin" e "Global Times", Il sito "China Files" ricorda che il mese scorso il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.
Questo reticolo di economia minuta è il Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei "bottegai" che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, i migranti interni, i contadini, la popolazione urbana povera, gli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.
Nel 2017 la città di Pechino si è incamminata nella direzione opposta e ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all'esterno l'immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, (requisiti necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di "città civile").
La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che "eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull'ambiente, sull'igiene e sul traffico". Il giornale "Bejing Daily" ha garantito che la "capitale utilizzerà misure e metodi propri" per rilanciare l'occupazione. Da "Weibo", il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l'hashtag "Ditan Jingji", bandiera dei "bottegai in rete". Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.
L'ultima vittima del suo pugno di ferro sembra essere Jack Ma, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente dal 2002. All'epoca Xi Jinping era il segretario del partito nella provincia dello Zhejiang. Nel capoluogo Hangzhou si trovava il quartier generale di "Alibaba", il colosso del commercio in rete. Il partito ha bloccato lo sbarco in borsa di "Ant", il braccio finanziario di "Alibaba". Secondo gli analisti l'operazione vale 37 miliardi di dollari.
Fonti pechinesi hanno soffiato al "Wall Street Journal", che Jack Ma, al secolo Ma Yun, subisce lo stop perché ha criticato il sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre ha accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare "come banchi dei pegni". Non contento, aveva concluso: "La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto". "Ant", nata come un sistema di pagamento telefonico, è ora un colosso da 300 miliardi di dollari. Ma Jack è finito nel mirino del grande capo.
di Gabriele Lavagno
luinonotizie.it, 4 dicembre 2020
Il Consiglio federale interviene sull'efficacia delle pene detentive e sulle richieste di alcuni parlamentari di limitare la liberazione condizionale. "Non è un premio". Era il 12 maggio 2016 quando la polizia svizzera comunicava di aver individuato all'interno di un locale pubblico di Aarau, nel Canton Argovia, il responsabile - di lì a poco reo confesso - del fatto criminale più efferato che la storia recente della Confederazione elvetica ricordi.
Nonostante lo scalpore della vicenda, da quel giorno i motori di ricerca online hanno immagazzinato un numero esiguo di informazioni personali sull'uomo, all'epoca dei fatti trentatreenne: una diretta conseguenza delle regole ferree che disciplinano oltre confine l'approccio deontologico dei media ai casi di cronaca più sconvolgenti, secondo una prassi volta a prevenire la spettacolarizzazione delle indagini e dei processi.
Se da una parte l'identità dell'uomo è stata tutelata, dall'altra nulla ha impedito di ricorrere al diritto di cronaca per raccontare genesi e dinamiche del cosiddetto "massacro di Rupperswil", compiuto il 21 dicembre 2015 presso una privata abitazione dell'omonimo villaggio, situato a meno di dieci chilometri da Aarau (Svizzera settentrionale, al confine con Basilea e con la Germania), dove trovarono la morte per mezzo di una brutale esecuzione - giunta a seguito di indicibili aggressioni perpetrate al fine di soddisfare istinti sessuali e pedofili, e per estorcere denaro - una donna di quarantotto anni, i due figli di tredici e diciannove e l'amica ventunenne del primogenito.
Una strage premeditata nei minimi dettagli, a cui ne sarebbero seguite certamente altre, sulla base di quanto ricostruito dagli inquirenti. Ed è a partire dal riferimento a quei drammatici fatti che nei giorni scorsi si è riaperto un dibattito, a livello istituzionale, sui margini esistenti per giungere ad una revisione della pena detentiva a vita, allo scopo di rimarcarne i confini rispetto alle altre pene indicate dal Codice per i reati più gravi, ed evitare il ricorso ad altri istituti previsti dalla legge.
L'autore del quadruplice omicidio, in carcere dal 2016, è stato condannato alla pena detentiva a vita e all'internamento, misura quest'ultima che consente ai giudici di stabilire la permanenza dietro le sbarre anche una volta espiata la pena, qualora sussista la pericolosità del detenuto e dunque il rischio concreto di recidiva. L'internamento impone inoltre il divieto di poter richiedere la liberazione condizionale (della durata di cinque anni) dopo aver scontato una prima parte di condanna (solitamente dopo quindici anni). Liberazione condizionale che è invece prevista per reati comunque gravi, associati anche alla pena massima di vent'anni (la "pena privativa della libertà a vita" non corrisponde infatti necessariamente alla condanna a scontare il resto dei propri giorni in galera).
Ed è qui che si concentra il dibattito, alimentato da due richieste di revisione delle pene detentive a vita depositate in sede parlamentare e direttamente connesse all'intervento del Consiglio federale, pronunciatosi al riguardo alcuni giorni fa. C'è il rischio che l'omicida di Rupperswil possa ottenere a breve la parziale libertà? Il rischio non esiste, ma tra circa vent'anni le sue condizioni potranno essere rivalutate, anche e soprattutto in funzione di una importante riforma del codice penale sancita nei primi anni duemila, che ha tra i suoi concetti cardine il rafforzamento della funzione rieducativa del carcere, in opposizione all'annientamento totale della persona, indipendentemente da quanto i suoi reati siano umanamente difficili da perdonare.
Esiste la possibilità di valutare una rinuncia della liberazione condizionale in caso di pena detentiva a vita, e dunque per chi si macchia dei crimini più efferati? Il quesito ha goduto della più assoluta centralità all'interno della recente discussione, anche alla luce di alcuni tragici precedenti che risalgono agli anni novanta, e che hanno visto soggetti già condannati per reati quali stupri ed omicidi, violentare o uccidere nuovamente in occasione dei già citati congedi (forme di esecuzione della pena attraverso il progressivo reinserimento nella società).
Il caso più eclatante, quello di una ragazza ventenne uccisa nel 1993 in un bosco nei pressi di Zurigo, ha condotto ad una iniziativa popolare del 2004, profondamente sconsigliata dal Governo, per promuovere l'internamento a vita per i criminali più pericolosi: misura che, a differenza dell'internamento "ordinario" sopra descritto, prevede che la situazione di un condannato non venga più riesaminata in presenza di specifici parametri quali il rifiuto dei percorsi di terapia e il rischio di ricaduta.
Il tribunale federale, tuttavia, ricorre assai raramente all'internamento a vita (così come alla liberazione condizionale degli internati), tanto è vero che l'istanza è stata richiesta dalla pubblica accusa in Appello proprio per il pluriomicida di Rupperswil, ed è stata poi rigettata dai giudici: due perizie hanno dimostrato che l'uomo non si sottrae ai percorsi di riabilitazione. Un verdetto che rispecchia l'essenza e i principi del codice penale e della sua riforma, e che si lega in parte alla risposta fornita dal Consiglio federale sulla proposta di abrogare la liberazione condizionale per i casi più gravi.
"Non è necessario intervenire in questo senso - si legge in una nota dell'organo con sede a Berna - il sistema sanzionatorio svizzero consente già di punire in modo adeguato i reati particolarmente gravi, tenendo sufficientemente conto della necessità di proteggere la popolazione". Discorso chiuso? Non del tutto, data l'apertura del Consiglio federale ad una "posticipazione moderata" della liberazione condizionale, al fine di differenziarla da quella concessa per altre tipologie di condanna.
L'eliminazione totale, invece, è da considerare inammissibile. "La liberazione condizionale non costituisce una ricompensa per la buona condotta nella esecuzione della pena - viene sottolineato nelle righe conclusive della nota - bensì mira a reinserire l'autore nella società e quindi a ridurre il pericolo di recidiva. Se la sua pericolosità ne impedisce il reinserimento sociale, è già oggi possibile internare l'autore del reato".
quotidiano.net, 4 dicembre 2020
La libertà di Hong Kong ormai è un guscio vuoto. Chi si oppone alla Cina finisce in carcere. Joshua Wong Chi-fung, 24 anni, Il volto più conosciuto della protesta del 2019 e nel 2014 del movimento degli ombrelli a favore del suffragio universale, è stato condannato a tredici mesi e mezzo di galera per aver organizzato un assedio di 15 ore al quartier generale della polizia a Wan Chai il 21 giugno dell'anno scorso.
Subito dopo il verdetto ha gridato "continuate a resistere" rivolgendosi ai suoi fan assiepati nella galleria pubblica dell'aula nella quale si è celebrato il processo. "I giorni che verranno saranno duri, ma resteremo lì, non molleremo", ha ribadito uscendo dal tribunale (nella foto durante l'ora d'aria). Assieme a lui sono stati giudicati colpevoli altri due esponenti del gruppo "Demosisto" sciolto alla fine di giugno in vista della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale delle nuove norme sulla sicurezza nazionale.
Sono Agnes Chow Tim, 23 anni, che si è vista infliggere 10 mesi per lo stesso episodio del 21 giugno e Ivan Lam Long-ying, 23 anni, condannato a 7 mesi di cella per aver istigato a partecipare a una manifestazione non autorizzata. Al centro della protesta c'erano all'epoca una legge di estradizione in Cina presentata dal Governo di Hong Kong e l'uso eccessivo della forza che la la polizia ha messo in campo per contrastare la sollevazione del 2019.
Il giorno dopo, il 3 dicembre, è stato arrestato in aula anche Jimmy Lai, 73 anni, fondatore e proprietario del tabloid di orientamento democratico "Apple Daily" e dell'azienda "Next Digital". Assieme ad altri due dirigenti della società è accusato di frode. Ignorando le clausole del contratto fra il 2016 e il 2020 avrebbe subaffittato al suo tabloid una parte di un palazzo il cui proprietario è una società pubblica del governo di Hong Kong.
"Apple Daily" avrebbe goduto di un vantaggio indebito. Il tribunale gli ha negato la libertà su cauzione. Il processo sarà celebrato in aprile. Su Chow, ha precisato Nathan Law Kwun-chung, un ex dirigente di "Demosisto" fuggito a Londra, pende la spada di Damocle di un'altra indagine scaturita dalla legge sulla sicurezza nazionale cinese. La stessa imputazione potrebbe abbattersi, a suo parere, anche su Wong e Lam. "A essere onesto - riassume Law - non ho idea di quando il trio potrebbe uscire dalla prigione".
In questo cupo scenario la governatrice filo cinese Carrie Lam si è lamentata in un'intervista televisiva di essere costretta a tenere "mucchi di contanti" in casa. È l'effetto delle sanzioni americane. La numero uno dell'esecutivo guadagna 670 mila dollari all'anno, ma non ha più un conto corrente. L'11 novembre, applicando una risoluzione del Comitato permanente del Congresso del popolo cinese, ha dichiarato decaduti quattro deputati del fronte che si batte per la democrazia. Gli estromessi sono Alvin Yeung Ngok-Kiu, Kwok Ka-Ki e Dennis Kwok, del Partito Civico e Kenneth Leung della Gilda dei professionisti. sono Il documento del Comitato prevede che i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong debbono essere esautorati in caso di "sostegno all'indipendenza della città, di mancato riconoscimento della sovranità di Hong Kong, di richiesta alle forze straniere di interferire negli affari della metropoli o di minaccia in altri modi alla sicurezza nazionale".
A tamburo battente hanno annunciato le loro dimissioni gli altri quindici avversari della Cina in seno al parlamento della megalopoli. Nel consiglio legislativo sono rimasti solo i 51 sostenitori di Pechino che hanno addirittura suggerito a Carrie Lam di procedere nello stesso modo contro 400 consiglieri distrettuali "colpevoli" di battersi per la democrazia. L'ordine degli avvocati della metropoli ha rilevato che è stato ignorato l'articolo 79 della Basic Law, la Legge Fondamentale, una sorta di Costituzione della metropoli. La norma prevede infatti che l'espulsione di un parlamentare deve essere votata dai due terzi dei membri dell'assemblea e che il provvedimento non può essere retroattivo.
L'ufficio della Cina per Macao e per Hong Kong si è scagliato contro le dimissioni di massa. Le ha definite "un atto di ostinata resistenza. Se i deputati puntano a usarle per un'opposizione radicale e per sollecitare un'influenza esterna, hanno fatto male i loro conti". A Pechino in giugno si era riunita la tredicesima sessione dell'Assemblea Nazionale. Avevano votato a favore dell'estensione all'ex colonia britannica della legge cinese sulla sicurezza tutti i 162 componenti del Comitato Permanente Nella tarda serata del 30 giugno il testo è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.
La nuova norma imposta dalla Cina punisce, la secessione, il terrorismo, la sovversione e la collusione con forze straniere. La sezione III dell'articolo 20 prevede pene da 3 anni fino all'ergastolo. Dal primo luglio del 1997, l'anno del passaggio alla Cina, la metropoli aveva mantenuto un regime di autonomia dei giudici e delle forze dell'ordine e una sua Costituzione, la Basic Law. Pechino ha calato il pugno ferro.
L'articolo 48 prevede l'apertura sull'isola di un'agenzia di intelligence il cui personale non sarà sottoposto alla legge di Hong Kong. La guiderà Zheng Yanxiong, 56 anni, un falco. Nel suo curriculum c'è la dura repressione della rivolta di Wukan. Nel 2011 la cittadina del Guangdong, la provincia che confina con la metropoli ex britannica, si era ribellata per contestare la confisca delle terre e lo strapotere di funzionari corrotti.
In agosto le elezioni dell'assemblea legislativa della metropoli, sono state rinviate di un anno. La governatrice, la filocinese Carrie Lam, ha comunicato di aver usato i poteri speciali previsti della legge coloniale perché per dieci giorni i contagi sono stati superiori a 100 casi (il primo agosto sono saliti a 121). Per Joshua Wong, il rinvio "è la più grande frode elettorale nella storia di Hong Kong". Wong, che aveva ottenuto 30 mila voti nelle primarie, è stato escluso dalla competizione assieme altri11 esponenti dell'opposizione alla maggioranza filocinese del Legislative Council.
Il dieci agosto la polizia ha arrestato Jimmy Lai per aver violato la famigerata legge cinese sulla sicurezza nazionale. Lai è stato prelevato nella sua casa e portato negli uffici della sua società con le manette che gli tenevano le braccia dietro la schiena. I 200 agenti mobilitati sono usciti dagli uffici con 25 scatoloni di materiali sottoposti a sequestro.
Pechino ha manifestato apprezzamento per il provvedimento che ha colpito un "agitatore anti Cina". In febbraio Jimmy Lai era finito già in cella per aver partecipato alle manifestazioni di protesta dell'anno scorso. L'imputazione era di "collusione con le forze straniere". In seguito era stato rilasciato su cauzione. Nella stessa giornata sono stati fermati "per aver caldeggiato sanzioni straniere" anche i suoi due figli, l'attivista Wilson Li, collaboratore del network inglese Itv, e Agnes Chow.
All'interno del Partito comunista cinese continuano a convivere due filoni in lotta fra loro. Il primo squarcio sulla contrapposizione fu aperto dai file di "Wikileaks". Si scoprì che l'ala dominante, i cosiddetti "principini", aveva affibbiato agli avversari interni l'etichetta di "Tuanpai", ossia "bottegai". Il capofila di questo schieramento, scaturito da una costola della gioventù comunista, è l'attuale primo ministro Li Keqiang. Citando il quotidiano "South China Morning Post" di Hong Kong, "Caixin" e "Global Times", Il sito "China Files" ricorda che il mese scorso il premier, durante una visita nella provincia nordorientale dello Shandong, ha indicato come esempio la città di Chengdu, perché ha creato 100 mila posti di lavoro autorizzando 36 mila bancarelle.
Questo reticolo di economia minuta è il Ditan jingji. La vendita in strada è stata la prima esperienza di molti imprenditori di primo piano. Il più noto è il fondatore della fabbrica di computer Lenovo. Pochi giorni prima di una visita a Wuhan, epicentro della pandemia del Covid-19, il premier cinese aveva denunciato che 600 milioni di suoi concittadini sbarcano il lunario con meno di 140 dollari al mese. Era una dichiarazione perfettamente in linea con il retroterra sociale dei "bottegai" che vogliono dar voce ai gruppi sociali più deboli, i migranti interni, i contadini, la popolazione urbana povera, gli abitanti delle zone meno sviluppate del Paese.
Nel 2017 la città di Pechino si è incamminata nella direzione opposta e ha messo al bando le bancarelle. Xi Jinping vuole proiettare all'esterno l'immagine di metropoli che siano un modello di pulizia, di sicurezza e di ordine, (requisiti necessari per ottenere i vantaggi garantiti dallo status di "città civile").
La reazione dei vertici del partito agli strappi del primo ministro Li Keqiang è arrivata a tamburo battente. Le autorità di Pechino, di Shenzhen e di Guangzhou hanno tuonato contro le bancarelle, spiegando che "eserciteranno una pressione visibile sulla gestione urbana, sull'ambiente, sull'igiene e sul traffico". Il giornale "Bejing Daily" ha garantito che la "capitale utilizzerà misure e metodi propri" per rilanciare l'occupazione. Da "Weibo", il sito di microblogging cinese più cliccato, è sparito subito l'hashtag "Ditan Jingji", bandiera dei "bottegai in rete". Il presidente Xi Jinping non tollera devianze politiche.
L'ultima vittima del suo pugno di ferro sembra essere Jack Ma, il finanziere che si era gloriato di essere amico del presidente dal 2002. All'epoca Xi Jinping era il segretario del partito nella provincia dello Zhejiang. Nel capoluogo Hangzhou si trovava il quartier generale di "Alibaba", il colosso del commercio in rete. Il partito ha bloccato lo sbarco in borsa di "Ant", il braccio finanziario di "Alibaba". Secondo gli analisti l'operazione vale 37 miliardi di dollari.
Fonti pechinesi hanno soffiato al "Wall Street Journal", che Jack Ma, al secolo Ma Yun, subisce lo stop perché ha criticato il sistema finanziario del suo Paese. Il 24 ottobre ha accusato il partito di obbligare gli istituti di credito a funzionare "come banchi dei pegni". Non contento, aveva concluso: "La buona innovazione non ha paura delle regole, ha caso mai paura delle regole antiquate, non dovremmo usare metodi da stazione ferroviaria per far funzionare un aeroporto". "Ant", nata come un sistema di pagamento telefonico, è ora un colosso da 300 miliardi di dollari. Ma Jack è finito nel mirino del grande capo.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 3 dicembre 2020
Chiunque abbia a cuore la legalità costituzionale dovrebbe chiedere a gran voce che le carceri non si riempiano oltre la capienza regolamentare, a prescindere dall'emergenza sanitaria in corso. Ovviamente i rischi di diffusione del Covid, con il tasso di imprevedibilità che tale malattia porta con sé, rendono ancora più stringente l'esigenza di ridurre i numeri globali. Nessuno può negare che la parola pena sia sinonimo di sofferenza, ma da almeno la fine del diciottesimo secolo si afferma che il fine delle pene non debba essere tormento o afflizione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 dicembre 2020
Rita Bernardini è da 23 giorni in sciopero della fame e contesta le affermazioni al direttore del "Fatto Quotidiano" Marco Travaglio. "Ma come li ha fatti i conti Marco Travaglio?", si chiede Rita Bernardini del Partito Radicale a 23 giorni dallo sciopero della fame per sollecitare il governo ad attivarsi per varare misure deflattive più efficaci capaci di fronteggiare l'emergenza Covid in carcere.
Il riferimento è a ciò che ha scritto il direttore de Il Fatto Quotidiano in risposta alla lettera di Roberto Saviano che ha aderito, assieme a Luigi Manconi, Sandro Veronesi, molti giuristi, circa mille detenuti e tantissimi cittadini che ogni giorno si aggiungono per sostenere l'iniziativa radicale. Secondo Travaglio i dati dicono che in carcere si è più al sicuro rispetto a chi vive fuori.
di Medea Calzana
redattoresociale.it, 3 dicembre 2020
L'invito a un ripensamento dell'istituzione carceraria arriva da Antigone Emilia-Romagna, che sottolinea un dato: "Ci sono istituti in cui il 90 per cento delle persone detenute è in terapia psichiatrica. Carceri anche focolai Covid".
Suicidi, violenze, recidiva. È questo il profilo del carcere emerso in occasione del webinar "Carcere riforma o abolizione?" organizzato dall'associazione Antigone Emilia-Romagna insieme con Extrema Ratio. Per provare a rispondere alla domanda, due tesi contrapposte e un dubbio: giusto lavorare per la totale soppressione dell'istituzione carceraria o per il suo cambiamento? Alla base, alcune certezze comuni: l'afflizione come conseguenza della soppressione della libertà, la sofferenza dei detenuti e il mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dall'art.27 della Costituzione per cui "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".











