Ristretti Orizzonti, 7 marzo 2021
In occasione dell'8 marzo, Festa della donna, sulla pagina Facebook dell'associazione. Da donna a donna: un pensiero di gratitudine attraverso le sbarre. In occasione del prossimo 8 marzo, Festa della donna, Sesta Opera San Fedele, associazione di volontariato carcerario, ha raccolto le testimonianze di alcune volontarie in merito all'essere donna oggi in carcere. I contributi video sono pubblicati sulla pagina Facebook @sestaopera.
"Sono riflessioni che colpiscono per la loro profondità proprio perché si riferiscono a donne che sono tuttora in condizione di ristrettezza - ha commentato il Presidente di Sesta Opera, Guido Chiaretti - persone che, insieme alle nostre volontarie, hanno elaborato strategie di resilienza, riuscendo a trovare un nuovo equilibrio in un contesto fortemente complesso e aggravato dalle forti limitazioni imposte dalla pandemia".
Barbara Musso, volontaria che opera nella sezione femminile di Bollate, dove si occupa del progetto di mediazione tra pari dei conflitti, dedica il suo pensiero a "Laura" e a tutte le donne che sanno rimettersi in discussione e ripartire dalle piccole cose. La seconda testimonianza è di Marina Di Leo, operativa al servizio guardaroba - una delle poche attività rimaste aperte anche in periodo di lockdown - che racconta di una giovane detenuta che le ha espresso la propria gratitudine per il servizio svolto. Ed infine, Giovanna Musco, attiva nel carcere di Opera e Presidente di InOpera, associazione che coinvolge i detenuti in attività di volontariato, esprime la propria riconoscenza per le donne in divisa. "La nostra opera di sostegno a fianco delle persone ristrette non potrebbe essere efficace senza la collaborazione anche degli addetti alla sicurezza".
Il Roma, 7 marzo 2021
"Tipografia, sartoria, carrozzeria, officina meccanica e lavaggio, tenimento agricolo con produzione propria di vini, miele, pomodoro, marmellata, lavanderia esterna. Tutte attività poste in essere in questo carcere dal compianto direttore Massimiliano Forgione, così si sperimenta la funzione rieducativa - costituzionale della pena. Un carcere dove anche le relazioni tra personale penitenziario e detenuti, detenuti e area educative hanno un qualcosa di empatico", così il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello dopo la visita di ieri nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi nella quale sono presenti 134 detenuti di cui 45 nuovi giunti in questi giorni provenienti dal carcere di Poggioreale.
Il garante ha ritirato ieri le copie della sua relazione annuale composta da 287 pagine che ha fatto stampare nella tipografia presente nella struttura e che accoglie commesse da tutte le carceri d'Italia. Venerdì 12 marzo alle ore 10:30 nella Sala al piano terra dell'isola c3 al centro direzionale di Napoli il Garante presenterà alla stampa e agli operatori del settore la relazione annuale.
Ciambriello così conclude: "La mia relazione partirà dai punti di forza e di debolezza del carcere ai tempi del Covid, sia i progetti messi in campo negli istituti, sia dal mio ufficio che dal mondo del volontariato, che dalle istituzioni. Mi occuperò poi degli istituti minorili, Rems e Tso e Ufficio esecuzione penale esterna, infine del disagio psichico nelle carceri, in particolare delle articolazioni psichiatriche presenti nella Campania, tra le quali vi è quella di Sant'Angelo dei Lombardi che può ospitare 6 detenuti (oggi era presente solo 1 detenuto), nella quale sezione dal mese di giugno 2019 mancano lo psichiatra e il tecnico della riabilitazione".
di Roberto Di Caro
L'Espresso, 7 marzo 2021
Il 7 marzo 1991 venticinquemila profughi arrivano al porto su barche di fortuna. Le autorità sono impreparate ma tra la gente nasce una straordinaria mobilitazione. Un episodio indimenticabile. Anche perché è durato poco. "È buio quando alle 7 di sera la nostra nave finalmente getta l'ancora ma Brindisi è tutta illuminata, sembra New York: perché il paradiso, si sa, è inondato di luce, e le vetrine brillano, la tv è a colori, c'è un telefono in ogni casa, le donne ballano come Raffaella Carrà e ridono come Loretta Goggi.
Abbiamo freddo e fame, accovacciati da trenta ore in un angolo a poppa in mezzo ad altri ottomila come noi, uomini, donne, bambini, minori senza nessuno. Siamo gli ultimi, è dalle 10 di mattina che in porto attraccano navi come alveari galleggianti. Le banchine sono già invase da migliaia di profughi, gli elicotteri ci volteggiano sulla testa lanciandoci bottiglie d'acqua e sacchetti di zucchero. Qualche pazzo si tuffa in mare, gli altri spingono per scendere: una volta a terra, dicono, nessuno ci potrà più rimandare indietro...".
Sbarcheranno verso le 11 di notte, Astrit che racconta e i suoi due amici, Silvan e Roland. Il conto dell'esodo di quella sola giornata del 7 marzo 1991 arriverà a 25 mila profughi da 24 tra pescherecci di varia stazza e grandi mercantili come la Lirja, il Tirana, l'Apollonia, ultima la Legend, bandiera panamense e capitano greco: senza precise avvisaglie, solo radi segnali premonitori e senza che gli stessi protagonisti avessero deciso alcunché poche ore prima di gettarsi nell'avventura destinata a ribaltare le loro vite.
Il Governo italiano ci metterà un giorno e mezzo prima di riuscire a muovere un dito. Brindisi, con i suoi 80 mila abitanti, i suoi problemi di disoccupazione e Sacra corona unita, si ritrova a fronteggiare da sola una catabasi alla quale nulla e nessuno l'ha preparata. Può finire in un disastro, le premesse ci sono tutte: una massa di disperati, un'invasione, numeri incontenibili. Invece, accantonato in fretta l'iniziale stordimento, la città, le sue istituzioni e associazioni e corpi, e decine di migliaia di brindisini, prendono l'iniziativa, si mettono in gioco, ribaltano una tragedia annunciata in una delle pagine più encomiabili della recente storia patria.
Un passo indietro e 83 miglia nautiche a est, i 154 chilometri che in linea d'aria dividono Durazzo da Brindisi. L'Albania da cui chi può fugge appena s'apre uno spiraglio, senza un soldo in tasca e col vestito che ha addosso, è un paese al collasso. Morto nell'85 Enver Hoxha, il piccolo Stalin dei Balcani, paranoico dittatore dal '44 (vedere a Tirana il Museo dei Servizi segreti alla Casa delle foglie o le decine di migliaia di bunker costruiti in ogni dove in vista di un'invasione), fallite le riforme economiche e le timide aperture al pluralismo del suo delfino Ramiz Alia, il regime sopravvive come un cadavere al quale ancora non hanno detto che è già morto: con la sua nomenklatura, i suoi rituali, la sua polizia politica prima onnipotente ora inane e stracciona.
Tutt'intorno, caduto il muro di Berlino, la Ddr è uno scheletro vuoto, le rivoluzioni dell'89 nell'Est Europa hanno abbattuto come birilli gli altri regimi del "socialismo reale", l'arcinemica Jugoslavia in mano a Miloševic si dissolverà nel giro di quattro mesi dai fatti che qui si raccontano. Una fuga di massa dall'Albania c'è già stata: il 2 luglio del '90, mentre in Italia si gioca il Mondiale di calcio, in quasi cinquemila scavalcano le mura e i cancelli delle ambasciate occidentali a Tirana, dopo una difficile trattativa il 13 li imbarcano a Durazzo, da Brindisi li trasferiranno negli Stati disposti a dare asilo.
A ottobre, colpo durissimo per il regime che perde l'ultima sponda per trattare un cambiamento col contagocce, espatria e ottiene asilo politico in Francia Ismail Kadare, il più autorevole scrittore albanese. A dicembre scendono in piazza gli studenti dell'Università di Tirana. Ramiz Alia legalizza i partiti e concede elezioni per fine marzo, ma ormai l'argine è rotto, per il disperato come per l'intellettuale la speranza è l'espatrio, la fuga, l'Italia: Lamerica, come tre anni dopo racconterà il film di Gianni Amelio.
Astrit (di cognome fa Cela, oggi è funzionario Infocamere a Milano, sposato con un'italiana, due figli, fondatore dell'Associazione Albania e futuro) non è neppure tra i disperati. Ha 26 anni, insegna letteratura e francese in una scuola media di provincia a Skrapar, dalla tv ha una discreta conoscenza dell'italiano. Il più grande dei suoi cinque fratelli e sorelle è docente di filosofia alla Scuola centrale del Partito, funzionario di alto rango del regime: "Ci ritroviamo la mattina del 6 marzo in un bar di Tirana. Sa che me ne voglio andare, io temo rappresaglie contro di lui. "Ormai sei grande", mi dice, "devi pensare alla tua vita". Ci abbracciamo. Le ambasciate però sono chiuse, i carri armati pattugliano le strade, la stazione è bloccata.
Silvan, insegnante di inglese e Roland, suo fratello, ingegnere civile, li incontro per caso, riferiscono voci di navi in partenza da Durazzo verso l'Italia. Un camion ci porta lì in un'ora, il soldato che ci dovrebbe fermare butta via il fucile e salta con noi sul cargo: nessuno chiede soldi, nessuno paga, è una fuga, non un traffico di esseri umani. Sono le 2 di pomeriggio. Ci spareranno, ci arresteranno? Qualcuno lascia, noi aspettiamo. Notte all'addiaccio, macchine spente. Solo alle 6 di mattina del giorno dopo, il fatidico 7 marzo, la Legend molla gli ormeggi e con una lentezza esasperante comincia il suo viaggio. Il mare è calmo, la giornata calda, a lungo ci accompagnano i delfini. Verso mezzogiorno uno scoppio di euforia, "libertà, libertà", le dita a V di vittoria: siamo entrati in acque internazionali". In tasca Astrid ha un oggetto proibito sotto il regime: mai sentito il nome di Madre Teresa di Calcutta, albanese e Nobel per la pace, ma tre giorni prima quello scricciolo di suora se n'era arrivata a Tirana e aveva aperto una casa di accoglienza: incuriosito, Astrit s'era unito alla folla che la applaudiva, lei dal balcone aveva gettato rosari per tutti. Il suo, lo terrà in tasca per tutta la traversata.
La Brindisi che trova, quando alle 11 di notte sbarca infine dalla Legend, è una città scossa, impreparata, disorientata. A capo della locale Caritas è Bruno Mitrugno, bancario di 47 anni, che per assistere i profughi si giocherà le ferie dell'intero anno: "I primi arrivati sciamano lungo i due corsi del centro, Garibaldi e Roma: senza controlli, ma senza incidenti, sul viso dei più giovani un misto di gioia e stupore. La maggior parte è però ancora accovacciata sulle banchine e lì resterà per la notte, i più anche quella successiva: al riparo di teli di plastica bianca messi a disposizione da un'industria locale, nutriti alla bell'e meglio da volontari e cittadini con pane, latte, biscotti, ciò che uno ha in casa, inclusi pannolini, coperte, vestiti. È una mobilitazione spontanea: a centinaia vengono subito ospitati in casa dai brindisini: impensabile, oggi. Tutti fanno la loro parte, persino i contrabbandieri di sigarette che da poco hanno strappato a Napoli la palma del malaffare.
C'è un solo grande assente, nei primi giorni: il Governo italiano". All'avvistamento delle navi, gli ordini impartiti alla Capitaneria di porto erano stati di impedire l'attracco e rispedire tutta quella gente a casa sua, se la passano liscia stavolta ne arriveranno altre decine o centinaia di migliaia. Fallito il tentativo, non c'è nessun piano di riserva: il Coordinamento della Protezione civile è un ministero senza portafoglio, titolare Vito Lattanzio, pugliese, la struttura un semplice dipartimento con duecento persone e mezzi inadeguati, che "di civile conserva solo il nome", riconoscerà lo stesso Claudio Martelli, vicepresidente del Consiglio nel sesto governo Andreotti allora in carica.
Mentre le immagini choc fanno il giro delle agenzie e arrivano inviati e tv di mezzo mondo è una telefonata a vincere la riluttanza degli apparati dello Stato. Monsignor Settimio Todisco, grande vescovo, girata la città fin dall'alba, chiama il prefetto Antonio Barrel e gli dice testualmente: "Eccellenza, se lei non apre subito le scuole all'accoglienza, io stasera aprirò ai profughi tutte le Chiese".
La sera dell'8 marzo la prefettura requisisce 34 elementari e medie. Il 9 mattina un lancio dell'Ansa riferisce che è in corso il trasferimento delle persone dal porto agli edifici scolastici. Si aprono le porte della stazione marittima, rifugio in cortile e sotto i portici, e di un deposito militare in disuso nella frazione di Restinco. Altri profughi vengono dislocati a Ostuni, Villa Speranza della Diocesi, e a Molfetta dall'anomalo vescovo don Tonino Bello, fondatore di Pax Christi, l'anno appresso in marcia fin dentro la Sarajevo accerchiata e in guerra, ora beato. Sono già passati due giorni dal primo sbarco.
Retto il violento impatto iniziale, tocca dare forma all'assistenza di fortuna di una massa gigantesca di sbandati. Racconta Mitrugno della Caritas: "Una vera cabina di regìa non c'è. Ci coordiniamo, noi, la Croce Rossa, i sindacati, le associazioni, gli ospedali, il sindaco: ma con il sistema del tam tam. Nutrire cento o duecento persone non è impresa impossibile, con grandi pentole e chili di fagioli ce la puoi fare: la gente regala il cibo, i volontari lo cucinano come possono. Più arduo è prendersi cura delle persone. Nelle scuole adibite a centro d'accoglienza mancano i letti, si dorme per terra, donne e bambini sui materassi portati da comuni cittadini.
Nel marasma, mariti, mogli, figli si perdono di vista: inventiamo allora un telefono per i ricongiungimenti familiari. I bagni sono un grave problema, tant'è che quando tutto finirà dovranno essere rifatti nuovi ovunque. Le prime cucine da campo le vedremo soltanto quando, il quarto giorno, arriverà l'esercito. E, assieme ai militari, i primi politici: scesi dalla macchina, la prima cosa che chiedono è "Dov'è la stampa?". Un'ultima notazione: si vociferava di una massa di delinquenti fuggita dalle carceri albanesi e confusa tra gli altri sulle navi. Bene, neanche una mela fu rubata in quei giorni".
Nelle settimane a seguire vengono requisiti campeggi e villaggi turistici lungo la costa salentina, ai migranti è concesso un permesso di soggiorno straordinario di un anno, Governo e Regioni trovano una quadra per ridistribuirli, c'è chi favoleggia di mandarli nel Kuwait da ricostruire dopo la guerra del Golfo. In realtà si disperdono presto in mille rivoli: storie diverse, chi avrà successo in Italia e resterà, chi vi imparerà un mestiere e tornerà a investire in Albania, anche chi si perderà, certo. Il racconto non può però tacere che il vento dell'opinione pubblica cambierà molto in fretta.
L'8 agosto la nave Vlora è respinta a Brindisi e rimorchiata a Bari, i suoi 20 mila fuggiaschi chiusi nello stadio in condizioni abnormi, la gran parte verrà rimpatriata. Cinque anni dell'iperliberista Sali Berisha al potere dal '92 e il paese è di nuovo allo sfascio, città intere in mano a bande criminali: gli sbarchi ricominciano, il Venerdì Santo del '97 la nave militare Sibilla sperona per errore la motovedetta Kater i Rades, muoiono in 108, il governo Prodi dispone un blocco navale. Nell'immaginario collettivo l'albanese non è più il fratello da aiutare, ma il criminale che ruba, spaccia e costringe le sue donne a prostituirsi. Oggi la comunità, quasi mezzo milione, è la meglio integrata in Italia. Ma ci sono voluti trent'anni. Quel 7 marzo 1991 è rimasto una strana, felice, imprevedibile eccezione.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 7 marzo 2021
Non esiste quartiere, non esiste periferia, non esiste barrio che non abbia murales dedicati ai caduti delle attività criminali. Morire uccisi dalle forze dell'ordine, morire in una faida tra opposte fazioni, morire accoltellati in una rissa rappresentano accadimenti tutt'altro che avulsi dalle vite quotidiane di gran parte dell'umanità. Da Soweto a Buenos Aires, da Lagos a Napoli, da Manila a Ciudad Juárez, la periferia è una; stesse regole, medesima cultura con molteplici sfumature, un'unica verità: si muore giovani. Se è vero che l'età media della nostra specie, negli ultimi anni, ha raggiunto soglie insperate per i nostri antenati - 72,6 anni, secondo lo United Nation World Population Prospect del 2019 -, si tratta pur sempre di un traguardo aleatorio e chiaramente falso, o meglio, terribilmente stridente con i dati relativi alla vita nelle periferie. Non solo perché la qualità della vita è nettamente inferiore, non solo perché chi abita le periferie è piegato dalla fatica di lavori più usuranti e da una maggiore instabilità - e quindi maggiore stress.
Ciò che conta nella valutazione è che l'età media dei giovani dediti al crimine è la stessa dei loro coetanei nel Medioevo. Prevengo i medievalisti: non intendo gettare discredito su un'epoca incredibilmente feconda quale fu, appunto, il Medioevo. Ma è un dato di fatto drammatico con cui la società civile deve fare i conti. Il murale nella foto ha generato a Napoli un grande dibattito: gli altari, le cappelle votive, i murales dedicati ai ragazzi morti in azioni criminali vanno smantellati perché considerati apologia del crimine? Beh certamente lo sono, apologia del crimine intendo, ma circoscrivere al crimine e interpretare a senso unico queste espressioni sarebbe un errore, e una grave miopia. Pensare che siamo apologia del crimine è riduttivo perché queste immagini raccontano di vite perennemente a rischio, di vite condotte tra furti, rapine, omicidi da chi non è in grado di scorgere alternative. Che fare dunque di quei murales, distruggerli o tenerli lì a perenne monito? Rispondere non è affatto semplice.
Se mi si chiedesse la mia opinione, forse direi che no, non li distruggerei perché sono tracce, tracce di un percorso, tracce di ciò che il territorio di cui sono espressione sta vivendo. L'altarino dedicato a Emanuele Sibillo (nella foto qui sopra), giovanissimo boss di camorra morto in un agguato, il più giovane di tutti, non un affiliato, non un moschillo, come sempre la criminalità organizzata ne ha avuti, ma un boss vero a 19 anni, con capacità di negoziare enormi quantità di droga e controllare il territorio, è un vero e proprio altare, l'altare dedicato a un santo laico, il protettore di chi condivide in sorte una vita disastrata. In Messico esiste Jesus Malverde, santo protettore di tutti i narcotrafficanti, ci sono persino chiese sul territorio messicano dedicate a lui. Impedire il culto di Jesus Malverde lo renderebbe un santo clandestino e il suo culto, paradossalmente, ancora più sentito perché da preservare, da sottrarre all'oblio. Allo stesso tempo, mi rendo conto che ignorare il proliferare di queste manifestazioni, di queste articolazioni di religiosità criminale crea una vera e propria contraddizione innanzitutto in termini di abuso, che si esplicita nella conquista di marciapiedi, di accaparramento di intere pareti di palazzi, di occupazione di quartieri.
Ma, al netto di tutto ciò, si deve essere consapevoli che si può cancellare un murale ma non si può cancellare ciò che ha determinato quelle manifestazioni: dispersione scolastica, disoccupazione cronica, lavoro nero, un tessuto produttivo che si basa su uno sfruttamento di cui lo Stato centrale non sembra avere contezza, che non crede di dover sanare, su cui nemmeno per sbaglio posa lo sguardo. L'altarino e i murales sono epifenomeni, bisognerebbe capirlo e utilizzare l'indignazione che la generano per raccontare un territorio disperato; disperato e abbandonato a sé stesso. Abbandonato ai propri santi criminali che cadono rubando, sparando, accoltellando.
di Maurizio Di Fazio
L'Espresso, 7 marzo 2021
Non basta un algoritmo per giudicare se i contenuti segnalati dagli utenti meritano davvero di essere eliminati. A farlo è un esercito di moderatori sparsi per il pianeta. Un lavoro essenziale, segreto e stressante, tra fake news, revenge porn e video raccapriccianti.
"Senza il nostro lavoro, Facebook sarebbe inutilizzabile. Il suo impero collasserebbe. I vostri algoritmi non sono in grado di distinguere tra giornalismo e disinformazione, violenza e satira. Solo noi possiamo": queste parole si leggono in una lettera inviata l'anno scorso a Mark Zuckerberg e firmata da oltre duecento persone. Persone che lavorano per il colosso di Menlo Park, ma anche per le altre principali piattaforme digitali di massa: da Instagram a Twitter, da TikTok a YouTube. Sono i moderatori dei contenuti dei social media, i guardiani clandestini degli avanposti della rete contemporanea: una professione poco conosciuta, ma nevralgica.
"Credo che l'aspetto più difficile sia la condizione di totale invisibilità in cui sono costretti a operare: per motivi di sicurezza, ma anche per minimizzare l'importanza del lavoro umano", spiega all'Espresso Jacopo Franchi, autore del libro "Obsoleti. Il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti" (AgenziaX). "Oggi è impossibile stabilire con certezza se una decisione di moderazione dipenda dall'intervento di un uomo o di una macchina. I moderatori sono le vittime sacrificali di un mondo che rincorre l'illusione della completa automazione editoriale".
Perché serve ancora come l'ossigeno qualcuno, in carne e ossa, che si prenda la briga di nascondere la spazzatura sotto il tappeto agli occhi dei miliardi di iscritti (e inserzionisti) connessi in quel preciso istante. Un attimo prima che infesti i nostri monitor e smartphone, o che faccia comunque troppi danni in giro. E anche certe sfumature di senso la tecnologia non riesce a coglierle e chissà se le capirà mai. I moderatori digitali sono uomini e donne senza competenze o specializzazioni specifiche, e di qualsiasi etnia ed estrazione: una manodopera assolutamente intercambiabile.
Per essere assunti, basta essere subito disponibili e "loggabili", avere una connessione stabile e pelo sullo stomaco. Il loro compito consiste, infatti, nel filtrare ed eventualmente cancellare l'oggetto dei milioni di quotidiane segnalazioni anonime che arrivano (a volte per fini opachi) dagli stessi utenti. Incentrate su post e stories, foto e video ributtanti. Immagini e clip pedopornografiche, messaggi d'odio e razzismo, account fake, bufale, revenge porn, cyberbullismo, torture, stupri, omicidi e suicidi, guerre locali e stragi in diretta. Fiumi di fango che sfuggono alla diga fallibile degli algoritmi, e che possono finire per rendere virale, inconsapevolmente, l'indicibile. Gli errori di selezione della macchina li risolvono gli uomini: dal di fuori tutto deve però sembrare una proiezione uniforme e indistinta dell'intelligenza artificiale.
Un lavoro essenziale e misconosciuto per un trattamento barbaro. "Ero pagato dieci centesimi a contenuto. Per questa cifra ho dovuto catalogare il video di un ragazzo a cui era stato dato fuoco, pubblicato dall'Isis", scrive Tarleton Gillespie nel suo "Custodians Of The Internet". I "custodians" lavorano a ritmi forsennati, cestinando fino a 1500 contenuti pro-capite a turno. Uno alla volta, seguendo le linee guida fornite dalle aziende, i mutevoli CommunityStandards (soprannominati, tra gli addetti ai lavori, la Bibbia). Se non conoscono la lingua interessata si affidano a un traduttore online. L'importante è correre: una manciata di secondi per stabilire cosa deve essere tolto di mezzo dai nostri newsfeed e timeline. Non c'è spazio per riflettere: un clic, elimina e avanti col prossimo.
Un'ex moderatrice, Valera Zaicev, tra le maggiori attiviste della battaglia per i diritti di questa categoria che è ancora alle primissime fasi, ha raccontato che Facebook conta persino i loro minuti di pausa in bagno. Lavorano giorno e notte, i moderatori digitali. "Il nostro team di revisione è strutturato in modo tale da fornire una copertura 24/7 in tutto il pianeta", ha dichiarato a The Atlantic Monika Bickert, responsabile globale delle policy di Facebook. Nessuno sa niente del loro mandato, obbligati come sono al silenzio da marziali accordi di riservatezza. Pure la loro qualifica ufficiale è camaleontica: community manager, contractor, legal removals associate...
"Quello del moderatore di contenuti è un esempio, forse il più estremo, delle nuove forme di lavoro precario generato ed eterodiretto dagli algoritmi", aggiunge Franchi. "Nessuno può dirci con precisione quanti siano: si parla di 100-150 mila moderatori, ma non è stato mai chiarito quanti di questi siano assunti a tempo pieno dalle aziende, quanti siano ingaggiati con contratti interinali da agenzie che lavorano in subappalto e quanti invece retribuiti a cottimo sulle piattaforme di "gig working", per "taggare" i contenuti segnalati dagli utenti e indirizzarli così verso le code di revisione dei moderatori "professionisti".
Restando a Facebook, si oscilla così dai moderatori più tutelati e con un contratto stabile negli Usa (15 dollari circa all'ora di salario) ai 1600 occupati dall'appaltatore Genpact negli uffici della città indiana di Hyderabad, che avrebbero una paga di 6 dollari al giorno stando a quanto rivelato, tra gli altri, dalla Reuters. Un esercito neo-industriale di riserva che si collega alla bisogna grazie a compagnie di outsourcing come TaskUs, persone in smart-work permanente da qualche angolo imprecisato del globo, per un pugno di spiccioli a chiamata. Il loro capo più autoritario e immediato, in ogni caso, è sempre l'algoritmo. Un'entità matematico-metafisica che non dorme, non si arresta mai.
Una forza bruta ma asettica, tirannica e prevedibile, fronteggiata dall'immensa fatica del corpo e della mente. "È un algoritmo a selezionarli su LinkedIn o Indeed attraverso offerte di lavoro volutamente generiche", ci dice ancora Iacopo Franchi, "è un algoritmo a organizzare i contenuti dei social che possono essere segnalati dagli utenti, è un algoritmo a pianificare le code di revisione ed è spesso un algoritmo a determinare il loro punteggio sulla base degli "errori" commessi e a decidere della loro eventuale disconnessione, cioè il licenziamento".
Già: se sbagliano in più del 5 per cento dei casi, se esorbitano da quei "livelli di accuratezza" monitorati a campione, può scattare per loro il cartellino rosso, l'espulsione. Per chi riesce a rimanere al proprio posto, è essenziale rigenerarsi nel tempo libero. Staccare completamente, cercare di recuperare un po' di serenità dopo avere introiettato tante nefandezze. "Ci sono migliaia di moderatori nell'Unione Europea e tutti stanno lavorando in condizioni critiche per la loro salute mentale", ha asserito Cori Crider, direttore di Foxglove, un gruppo di pressione che li assiste nelle cause legali. Sta di fatto che nel 2020 Facebook ha pagato 50 milioni di dollari a migliaia di moderatori che avevano sviluppato problemi psicologici a causa del loro lavoro.
È uno dei new jobs più logoranti. Pochi resistono più di qualche mese, prima di essere defenestrati per performance deludenti o andarsene con le proprie gambe per una sopravvenuta incapacità di osservare il male sotterraneo del mondo senza poter fare nulla oltre che occultarlo dalla superficie visibile dei social. Gli strascichi sono pesanti. Il contraccolpo a lungo andare è micidiale, insopportabile. L'accumulo di visioni cruente traccia un solco profondo. Quale altra persona si sarà mai immersa così a fondo negli abissi della natura umana?
"L'esposizione a contenuti complessi e potenzialmente traumatici, oltre che al sovraccarico informativo, è certamente un aspetto rilevante della loro esperienza professionale quotidiana, ma non bisogna dimenticare anche l'alta ripetitività delle mansioni", spiega all'Espresso Massimiliano Barattucci, psicologo del lavoro e docente di psicologia delle organizzazioni. "A differenza di un altro lavoro del futuro come quello dei rider, più che ai rischi e ai pericoli per l'incolumità fisica, i content moderator sono esposti a tutte le fonti di techno-stress delle professioni digitali. E questo ci consente di comprendere il loro elevato tasso di turnover e di burnout, e la loro generale insoddisfazione lavorativa".
L'alienazione, l'assuefazione emotiva al raccapriccio sono dietro l'angolo. "Può nascere un progressivo cinismo, una forma di abitudine che consente di mantenere il distacco dagli eventi scioccanti attinenti al loro lavoro", conclude Barattucci. "D'altro canto possono esserci ripercussioni e disturbi come l'insonnia, gli incubi notturni, i pensieri o i ricordi intrusivi, le reazioni di ansia e diversi casi riconosciuti di disturbo post-traumatico da stress (PTSD)".
Nella roccaforte Facebook di Phoenix, in Arizona, un giorno, ha raccontato un'ex moderatrice di contenuti al sito a stelle e strisce di informazione The Verge, l'attenzione di tutti è stata catturata da un uomo che minacciava di lanciarsi dal tetto di un edificio vicino. Alla fine hanno scoperto che era un loro collega: si era allontanato durante una delle due sole pause giornaliere concesse. Voleva mettersi così offline dall'orrore.
di Stefano Liberti
L'Espresso, 7 marzo 2021
Il minerale serve per smartphone, microchip, apparecchiature mediche. E troppo spesso la sua estrazione nelle miniere è controllata dagli squadroni della morte. L'assassinio dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo vicino a Goma, nell'est della Repubblica Democratica del Congo, ci riguarda molto più di quanto immaginiamo. È dalle miniere sparse per il Nord-Kivu, la provincia di cui Goma è capitale, che viene estratta una parte rilevante delle materie prime essenziali a molti strumenti del nostro vissuto quotidiano. È da qui che proviene il coltan, quella miscela di columbite e tantalite presente in cellulari, telecamere, micro-chip, oltre che in diverse apparecchiature mediche. È ancora qui che si ricava l'oro utilizzato nelle fedi nuziali, nei gioielli, ma anche come conduttore in vari dispositivi elettronici.
Secondo una mappatura dell'istituto di ricerca belga International Peace Information Service (Ipis), nell'est del Congo ci sono circa 2000 siti d'estrazione. Di questi, almeno un terzo è controllato da gruppi armati, siano essi ribelli o battaglioni dello stesso esercito congolese. La presenza di questi miliziani crea un clima di instabilità permanente e alimenta quegli scontri incrociati in cui è caduta vittima anche la missione guidata dal diplomatico italiano.
Sempre secondo l'Ipis, sono 200mila le persone impiegate in queste miniere informali. Fra queste, numerosi sono i bambini: particolarmente apprezzati per la loro capacità di infilarsi in cunicoli stretti, lavorano senza protezioni, scavando spesso a mani nude. Lo ha potuto constatare recentemente una missione della Fondazione Magis, l'ente della provincia euro-mediterranea della Compagnia di Gesù che sta conducendo un progetto volto a promuovere una filiera etica per l'oro esportato dal Congo in Italia.
Perché è bene allargare la visuale e capire qual è la destinazione finale di quelle tanto ambite risorse minerarie. Il terminale ultimo dei conflitti che da 25 anni sconvolgono la Repubblica Democratica del Congo sono appunto i nostri cellulari, i nostri computer, i nostri anelli. Esiste un filo rosso tra strumenti e oggetti per noi di uso comune e quello che accade nell'est del Congo. Se lo smartphone è oggi alla portata di tutti, è anche perché l'estrazione delle materie prime necessarie al suo funzionamento avviene in queste condizioni di sfruttamento, senza rispetto per la dignità dei lavoratori né per i più basilari standard ambientali. E senza che lo stato congolese incassi le giuste royalties: i miliziani o gli intermediari che controllano questo commercio contrabbandano le risorse minerarie nei paesi vicini, da dove sono vendute alle industrie produttrici o ai raffinatori. Particolarmente tortuoso è il percorso dell'oro: dopo essere portato illegalmente in Uganda o in Ruanda, viene esportato in Sudafrica o a Dubai, dove è raffinato e trasformato in lingotti. In questa forma raggiunge i mercati finali, l'Europa, gli Stati Uniti, la Cina e l'India.
La lunghezza della filiera rende complesso il processo di tracciabilità. Ma la buona notizia è che tale processo è oggi obbligatorio, almeno nell'Unione Europea: il 1° gennaio scorso è entrato in vigore il regolamento 821/2017, che obbliga gli importatori europei di stagno, tantalio, tungsteno, dei loro minerali, e di oro ad adempiere ai doveri di diligenza per impedire che i profitti provenienti da questo commercio vadano a finanziare conflitti. D'ora in poi, chi importa coltan e oro all'interno dell'Ue dovrà indicarne l'origine e gli spostamenti lungo la catena di approvvigionamento.
Il regolamento è appena entrato in vigore. Bisognerà vedere nei fatti come avverrà la sua applicazione. Ma è certo che si tratta di un primo importante passo per migliorare le condizioni di vita e lavoro nelle miniere congolesi. E per rendere più trasparente una filiera in cui siamo più coinvolti di quanto immaginiamo.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 7 marzo 2021
In missione di pace. È suo il vero patto di Abramo che ieri in Iraq ha stretto con Ali Sistani, con tutti gli iracheni e anche con noi: basta guerre, basta armi, basta intolleranza. In poche ore Bergoglio in Medio sta facendo più di chiunque altro in un secolo di guerre e massacri, di falsi accordi e di pacificazioni effimere.
Cosa sono la politica e la diplomazia? Eccole, nel segno di Abramo, e le porta un uomo testardo vestito di bianco. Cos'è il coraggio di cambiare il mondo? È quello di Bergoglio che in direzione ostinata e contraria, quando tutti lo sconsigliavano dall'andare in Iraq, ha sfidato i consigli più ipocriti, degli americani e dei venditori di morte occidentali. E lo ha detto anche nella biblica piana di Ur dove oltre a condannare il terrorismo in nome della religione si è scagliato contro ogni forma di oppressione e prevaricazione.
"Quante divisioni ha il papa?", si chiedeva ironicamente Stalin a Yalta a chi gli faceva presente le esigenze di Pio XII. La stessa domanda se la faranno adesso Biden, Macron, Netanyahu, magari pure il principe assassino, il mandante dell'omicidio di Jamal Khashoggi, il saudita Mohammed bin Salman - che in Yemen ha usato anche le bombe italiane - e molti altri dei cosiddetti potenti della terra. Perché il papa sta portando a casa un risultato straordinario che non si potevano neppure immaginare: hanno arsenali pieni ma poche idee che funzionano per una pace autentica.
È suo il vero patto di Abramo che ieri in Iraq ha stretto con Ali Sistani, con tutti gli iracheni e anche con noi: basta guerre, basta armi, basta intolleranza. In poche ore Bergoglio in Medio sta facendo più di chiunque altro in un secolo di guerre e massacri, di falsi accordi e di pacificazioni effimere. Si sbaglia chi pensa di misurare in un tempo breve quello che accade sotto i nostri occhi e che gran parte dei media, forse stupiti, stenta ad accettare: il peso specifico di questo viaggio lo soppeseremo nell'onda lunga della storia ma già nell'immediato Bergoglio ha instaurato un clima mai visto in questo Paese che ha vissuto 40 anni di guerre, di morte, di sopraffazione dei più deboli e vulnerabili.
Questa volta si sono dette cose completamente diverse da quelle che abbiamo dolorosamente conosciuto dell'Iraq. Nei cartelloni di benvenuto al papa lungo la strada maestra di Najaf campeggiava la scritta "Voi siete parte di noi e noi siamo parte di voi", con sotto raffigurati i volti di Bergoglio e di Alì Sistani. In una stanza spoglia, con due divanetti, un tavolino, una scatola di fazzoletti appoggiata e un vecchio condizionatore sulla parete intonacata, il papa e Sistani si sono guardati negli occhi. Nessuno dei capi occidentali lo aveva mai incontrato in questi decenni. Il senso del viaggio di Bergoglio tutto in questa immagine di Najaf dove nel mausoleo con la cupola d'oro è sepolto l'imam Ali, quarto califfo, cugino e genero di Maometto, il cuore dell'islam sciita. È qui che Sistani lanciò nel 2014 l'appello a tutti gli iracheni per ribellarsi dal Califfato che aveva conquistato Mosul.
Il papa ha ringraziato Sistani perché, assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza ha levato la sua voce in difesa dei perseguitati. Sistani ha affermato che le autorità religiose hanno un ruolo nella protezione dei cristiani iracheni che dovrebbero vivere in pace e godere degli stessi diritti degli altri iracheni. Un passo importante per il dialogo interreligioso ma soprattutto per la pacificazione tra tutte le componenti della società irachena, dalla maggioranza sciita irachena (60%) ai sunniti (35%), dai cristiani agli yazidi, dagli arabi ai curdi. L'incontro, lungamente preparato nei mesi scorsi dalla santa sede e dall'entourage di Sistani, con la mediazione di Louis Raphaël Sako, patriarca cattolico di Babilonia e dei caldei, ha infatti toccato tutte le questioni che affliggono le minoranze irachene, non solo quella cristiana. Francesco ha auspicato che sia proprio Sistani a guidare la difesa delle minoranze e il loro reintegro nella vita civile del Paese.
Il suo patto di Abramo vale, almeno moralmente, assai di più di quello tra Israele e le monarchie del Golfo voluto da Trump e ora caldeggiato da Biden: quello non è un accordo per la pace e la composizione dei conflitti ma contro l'Iran e tutti i popoli della regione che non si arrendono alla violenza e ai soprusi, alla legge del più forte, di chi ha più armi, più soldi, più tecnologia. Il patto di Abramo degli americani è un accordo che divide tra buoni e cattivi. I buoni sono gli alleati dell'Occidente e i maggiori clienti di armamenti degli Stati uniti, i cattivi coloro che non si arrendono all'ingiustizia e al doppio standard applicato da Washington e dall'occidente ai popoli della regione.
Forse non è del tutto casuale che, in coincidenza con il viaggio del papa in Iraq, l'ex capo dei pasdaran iraniani Mohsen Rezai abbia affermato, in un'intervista al Financial Times, che l'Iran è pronto a un nuovo negoziato sul nucleare se gli Usa si impegneranno a togliere le sanzioni a Teheran entro un anno. Il patto di Abramo, quello tra Bergoglio e Sistani, magari potrebbe anche funzionare.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 marzo 2021
Benyamin Netanyahu a inizio settimana aveva annunciato ogni sforzo diplomatico pur di bloccare l'indagine per crimini di guerra nei Territori palestinesi occupati aperta formalmente dalla Corte penale internazionale. Ed è stato di parola. L'Amministrazione Biden si è subito schierata dalla parte di Israele contro la procuratrice internazionale Fatou Bensouda, senza ripetere le minacce e le sanzioni di Donald Trump contro i giudici dell'Aia. Nella prima telefonata l'altra sera fra Kamala Harris e il primo ministro israeliano, la vice presidente oltre a ribadire "la partnership su questioni di sicurezza regionale, compreso il programma nucleare iraniano" e l'appoggio agli accordi di normalizzazione fra Israele e paesi arabi, ha espresso una netta opposizione al procedimento avviato dalla Cpi.
Il colloquio è servito a fugare i timori israeliani su relazioni più tiepide con la nuova Amministrazione dopo la luna di miele durata quattro anni con Trump e il suo entourage. Il mese scorso Joe Biden ha avuto una lunga conversazione telefonica con Netanyahu, primo leader in Medio Oriente sentito dal presidente Usa ma il 12esimo del mondo nonostante gli strettissimi rapporti fra i due paesi. Kamala Harris, sostenitrice entusiasta di Israele, con la sua telefonata ha confermato che è tutto ok tra i due alleati. Anche il segretario di Stato Tony Blinken ha fatto la sua parte. Deplorando l'indagine della Cpi, Blinken ha sostenuto che la Corte dell'Aia "non ha giurisdizione in materia perché non ne fa parte Israele, inoltre i palestinesi non hanno uno Stato sovrano e non possono essere un membro della Cpi". Gli Stati Uniti, aveva twittato in precedenza, "si oppongono fermamente a un'indagine @IntlCrimCourt sulla situazione palestinese. Continueremo a sostenere il nostro forte impegno nei confronti di Israele e della sua sicurezza anche opponendoci ad azioni che cercano di prenderlo di mira ingiustamente". Oltre agli Usa, Netanyahu conta di ottenere al più presto il sostegno di altri paesi, non solo occidentali.
La procuratrice Bensouda indagherà su possibili crimini di guerra commessi da Israele, e anche dal movimento islamico palestinese Hamas, dal 13 giugno 2014 in poi. Con un focus particolare sull'offensiva israeliana Margine Protettivo contro Gaza costata la vita a oltre duemila palestinesi (in buona parte civili secondo i dati delle organizzazioni internazionali) e la distruzione totale o parziale di decine di migliaia di abitazioni. Israele non coopererà in alcun modo con l'indagine e, secondo indiscrezioni riportate da media locali, avrebbe rivolto pesanti ammonimenti all'Autorità nazionale palestinese minacciando sanzioni, anche contro il suo presidente Abu Mazen, se collaborerà con Fatou Bensouda.
Nella prima fase delle indagini verranno raccolte le testimonianze delle vittime dei crimini. Successivamente la procuratrice chiederà pareri sulle regole di ingaggio e su come vengono attuate a organizzazioni per i diritti umani, esperti e forse anche a ex militari israeliani. Le indagini potrebbero richiedere anni prima che siano emessi eventuali mandati di arresto. In un'intervista il ministro della difesa Benny Gantz ha stimato in centinaia gli israeliani che potrebbero finire sotto inchiesta ma, ha aggiunto, "ci prenderemo cura di tutti", anche con comunicazioni tempestive sui rischi relativi ai loro viaggi all'estero. Lo stesso Gantz è indicato come uno degli indagati poiché era capo di stato maggiore durante Margine Protettivo. Due anni fa il ministro israeliano mise in rete un filmato che, mostrando le macerie di Gaza, accreditava il suo pugno di ferro contro i palestinesi.
di Sebastiano Diamante
La Repubblica, 7 marzo 2021
I giudici di Catania hanno detto di no all'estradizione di Maxim Bakhtin accusato di truffa: "Mai preso quei soldi". "Sono una vittima del sistema politico, in Russia marcirei in cella senza aver commesso alcun reato". I giudici della corte d'Appello di Catania hanno negato la richiesta di estradizione di Mosca nei confronti di Maxim Bakhtin, 46 anni, che potrà così rimanere in Italia grazie a una protezione sussidiaria internazionale e a un permesso di soggiorno di cinque anni.
Ci sono elementi da spy story in ciò che è accaduto al docente universitario russo, arrestato in Sicilia nel 2020: su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale, con le accuse di truffa e appropriazione indebita, per fatti che risalivano a sette anni prima. Ma la verità, stando al docente russo, è nascosta nella sua candidatura nel 2016 alla Duma di Mosca, il Parlamento della città, col partito "Russia giusta", in contrapposizione a "Russia unita", partito di maggioranza nel governo del Cremlino.
Ma andiamo con ordine. Nel 2013 Bakhtin insegnava Storia e Filosofia nella sede distaccata di una università privata di Mosca. Assieme ad altri docenti avrebbe dovuto tenere un corso per il quale gli studenti avevano pagato le quote d'iscrizione (in tutto 15mila euro) "direttamente all'università - sostiene - non a me". Ma il corso non si tenne. "Io non percepii denaro - racconta Bakhtin - né nessuno me ne chiese conto". La sede dell'ateneo, dopo qualche mese, chiuse e finì anche il suo rapporto di lavoro.
Nel 2016 Maxim Bakhtin, da sempre appassionato di politica, decise di candidarsi alla Duma di Mosca nelle file del partito anti-Putin. E lì cominciarono i guai. "Un mese prima delle elezioni - sostiene - ricevetti minacce telefoniche perché ritirassi la mia candidatura. Una settimana prima del voto, la polizia venne a casa mia con il pretesto di effettuare controlli". Bakhtin non fu eletto, piazzandosi terzo nella sua lista, ma capì che era meglio "cambiare aria": "Temevo il carcere, così andai via dalla Russia nel settembre 2017".
Ha lasciato tre figli e l'ex moglie, rimasti a Mosca, e ha girato per un po' l'Europa: Francia, Spagna, Germania. Poi è andato in Tunisia e successivamente è approdato in Italia. "Ero affascinato dalla Sicilia - dice - e ho scelto Siracusa, città in cui mi sono trasferito nel 2020". Ha partecipato a seminari di studio su storia e filosofia, collaborando con docenti italiani. A febbraio del 2020 il tribunale distrettuale di Kuzhminsk, a Mosca, ha emesso un mandato di arresto e la richiesta di estradizione nei suoi confronti. Il docente, che rischia sei anni di carcere, è stato arrestato dalla polizia ferroviaria nel maggio 2020, mentre andava da Siracusa a Taormina, e condotto in carcere a Catania. "Il nostro assistito - spiegano i suoi legali, Salvatore Di Fede e Paolo Occhipinti - è ancora in attesa di un processo. È stata chiesta una misura cautelare a sette anni di distanza dai fatti per i quali è accusato, eppure ha girato liberamente in Russia fino al 2017".
Dopo essere stato scarcerato, ha avuto l'obbligo di firma e si è spostato nel Ragusano: Donnalucata, Modica, Scicli e ora è a Ragusa Ibla. Ha il permesso di soggiorno ma ha chiesto asilo politico. "Cercavano una scusa - dice Bakhtin - per sbattermi in galera. I soldi non c'entravano nulla: sono perseguitato per motivi politici". Nel suo futuro c'è l'Italia. "Mi piacerebbe lavorare in una università - conclude - e continuare e dedicarmi ai miei studi".
di Mario Mancini (Mlal) e Nicola Morganti (Acra)
Corriere della Sera, 7 marzo 2021
Le ong dopo l'uccisione dell'ambasciatore italiano, La questione della sicurezza, l'incolumità fisica e la salvaguardia dei progetti e delle comunità. Necessari un lavoro di analisi, preparazione, pianificazione e monitoraggio. Di fronte a tragici fatti come la morte dell'ambasciatore Luca Attanasio in Nord Kivu, torna l'attenzione sul tema della sicurezza di operatori umanitari, cooperanti e volontari all'estero. Spesso il dibattito si focalizza sull'evento decontestualizzato, generando semplificazioni e strumentalizzazioni.
Le ong sono impegnate nelle aree di conflitto armato, più o meno dichiarato, dove ogni tipo di violenza, rischi e morte sono fattori costanti: rapimenti, potenziale coinvolgimento in azioni di protesta e blocchi, incidenti in strade dissestate e malattie. La "sicurezza" nelle ong non è solo questione d' incolumità fisica dei cooperanti, riguarda la salvaguardia dei progetti e delle comunità nei Paesi. È una preoccupazione costante, un lavoro di analisi, preparazione, pianificazione e monitoraggio, contestuale alla gestione dei programmi. Essenziale è la collaborazione tra soggetti della cooperazione non governativa per definire strategie condivise, costruire competenze e definire meccanismi di risposta più efficaci.
L'Aoi da tempo sta realizzando un lavoro di rete, accelerato ulteriormente con la pandemia iniziata lo scorso anno. Infatti, nel marzo 2020 Aoi ha rapidamente messo in piedi una task force per offrire supporto al rientro di volontari, cooperanti e loro familiari presenti in decine di Paesi che dovevano rientrare in Italia. Questo, segnalando alla Farnesina i casi che necessitavano un intervento delle rappresentanze diplomatiche. Il lavoro sta continuando su vari livelli, dalla formazione degli operatori al supporto agli associati sul tema Safety & Security. Pur nella consapevolezza di non poter risolvere qualsiasi situazione, abbiamo la certezza che servono un percorso di "sistema" tra organizzazioni, una preparazione adeguata e uno scambio attivo di informazioni per affrontare con autorevolezza la gestione dei rischi e realizzare.
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