agi.it, 3 dicembre 2020
Difensore delle donne in Iran, il suo rilascio temporaneo è durato meno di un mese. Deve scontare una pena di 12 anni. Come anticipato ieri dalle Ong, l'avvocatessa iraniana per i diritti umani Nasrin Sotoudeh è tornata in prigione meno di un mese dopo il suo rilascio temporaneo.
Deve scontare una pena di 12 anni di carcere. A confermarlo è stato suo marito Reza Khandan: "Nasrin è tornata in prigione", ha detto. Sotoudeh, 57 anni e vincitrice del premio Sakharov del Parlamento europeo, era stata rilasciata il 7 novembre dopo aver ottenuto un congedo temporaneo ed essere risultata positiva al Covid-19. L'avvocatessa e attivista è in carcere dal 2018 per aver difeso una donna arrestata per le proteste contro l'obbligo per le donne iraniane di indossare l'hijab.
All'epoca era stata condannata a cinque anni di carcere in contumacia per spionaggio, ma nel 2019 è stata le sono stati inflitti 12 anni di carcere "per aver incoraggiato la corruzione e la dissolutezza". Secondo suo marito, la salute di Sotoudeh si è gravemente compromessa durante la detenzione e a settembre l'attivista ha terminato uno sciopero della fame di 45 giorni che aveva cominciato per chiedere il rilascio dei prigionieri a causa della diffusione della pandemia di coronavirus nelle carceri.
Le "autorità giudiziarie hanno insistito perché tornasse oggi" in prigione, ha detto suo marito. L'avvocatessa è risultata positiva al Covid-19 pochi giorni dopo il suo rilascio temporaneo, ha detto Khandan. Il mese scorso, l'Iran ha registrato quasi 49 mila decessi per coronavirus e oltre 989 mila casi. La Repubblica islamica è il paese più colpito del Medio Oriente. Da marzo a più di 100 mila detenuti è stata concessa una liberazione temporanea per limitare la diffusione della malattia nelle carceri, molti però sono poi tornati in prigione.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 3 dicembre 2020
Le autorità iraniane hanno posticipato l'esecuzione di Ahmadreza Djalali, il medico e ricercatore con doppia nazionalità iraniana e svedese che aveva lavorato in Italia. Trattative e pressioni europee per la grazia. L'esecuzione di Ahmadreza Djalali, il ricercatore svedese-iraniano condannato a morte per spionaggio in Iran, è stata sospesa temporaneamente. Djalali avrebbe dovuto essere trasferito martedì sera dalla prigione di Evin, a nord di Teheran, dove è detenuto in isolamento da una settimana, al penitenziario Rajai Shahr di Karaj dove vengono eseguite le condanne a morte.
Così era stato comunicato alla moglie Vida Mehrannia, ma il trasferimento è stato bloccato. L'arrivo a Rajai Shahr è un punto di non ritorno, vuole dire che la finestra della diplomazia è chiusa. Fonti che seguono il caso da vicino confermano invece che ci sono ancora trattative in corso tra i governi svedese e belga - Djalali è professore associato anche alla Vrije Universiteit di Bruxelles - e quello iraniano per ottenere la clemenza. "L'ufficio per l'attuazione delle sentenze ha detto che è arrivato un ordine superiore secondo il quale per i prossimi giorni l'esecuzione è sospesa", riferisce Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International. Associazioni per i diritti umani, politici, attivisti in Italia e in Europa si stanno mobilitando in queste ore per chiedere la liberazione dello studioso.
Il Parlamento europeo ha chiesto tramite il suo presidente, David Sassoli, che le autorità iraniane facciano un gesto di clemenza, e secondo l'agenzia di stampa Agi anche l'ambasciata italiana a Teheran si è "unita all'iniziativa diplomatica guidata dalla Svezia per far pressioni sulle autorità iraniane".
"Nessuna ragione di Stato giustifica l'uccisione di un uomo. Si fermi il boia, si risparmi la vita dello scienziato Ahmad Reza Djalali padre di due figli. Alle autorità dell'Iran rivolgiamo l'appello accorato a un gesto di clemenza e di umanità. Anche il governo italiano agisca", ha scritto su Twitter il presidente della commissione Esteri della Camera, Piero Fassino.
Il deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin ha presentato una interpellanza al ministro degli Esteri, Luigi di Maio, "per sapere in che modo il governo intenda attivare i canali diplomatici per provare a salvare la vita dello scienziato iraniano".
Le trattative sul caso Djalali arrivano in un momento di forti tensioni dentro e intorno all'Iran. Venerdì scorso è stato ucciso in un'imboscata lo scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, un agguato che l'Iran denuncia come "atto terroristico", chiedendo la condanna dell'Europa e dell'Onu.
Mercoledì mattina l'ambasciata iraniana a Roma, in un tweet di risposta a un utente, ha scritto: "Chi ha martirizzato Fakhrizadeh, un grande scienziato, sicuramente si reputa innocente come Djalali, le cui mani sono macchiate del sangue dei suoi connazionali ed è stato condannato per spionaggio in tribunale, con prove sufficienti e quindi deve essere punito. Stop ai doppi standard".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 2 dicembre 2020
"Come studiosi e docenti universitari di discipline penalistiche, aderiamo in ideale staffetta allo sciopero della fame di Rita Bernardini, Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano e di oltre 500 detenuti, quale forma di mobilitazione per chiedere al governo e alle autorità competenti di adottare provvedimenti idonei a ridurre il più possibile il sovraffollamento delle carceri italiane, così da prevenire il rischio di un' ulteriore diffusione del contagio da Coronavirus al loro interno". È l'appello lanciato al governo firmato anche da otto professori palermitani, tra cui Giovanni Fiandaca, noto giurista nato a Palermo 73 anni fa, studioso di diritto penale e del fenomeno mafioso. Secondo i giuristi firmatari dell'appello, questa emergenza sanitaria, nel fare riaffiorare in maniera più amplificata la condizione molto problematica in cui non da ora versa il sistema penitenziario italiano, sotto il profilo delle condizioni di vita intramurarie, del livello di rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti e di una effettiva idoneità della pena a conseguire l'obiettivo costituzionale della rieducazione e del reinserimento sociale, "può rappresentare - osservano i docenti - un'importante occasione per riaccendere le luci sul pianeta-carcere e sollecitare il potere politico a riprendere il cammino delle riforme necessarie per ridare vitalità e concretezza ai principi enunciati nel terzo comma dell'art. 27 della Costituzione".
di Massimo Donini* e Giovanni Fiandaca**
questionegiustizia.it, 2 dicembre 2020
Un appello di studiosi di diritto e procedura penale per una rinnovata attenzione al carcere. Come studiosi e docenti universitari di discipline penalistiche, aderiamo in ideale staffetta allo sciopero della fame di Rita Bernardini, Irene Testa, Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano e di oltre 500 detenuti, quale forma di mobilitazione per chiedere al governo e alle autorità competenti di adottare provvedimenti idonei a ridurre il più possibile il sovraffollamento delle carceri italiane, così da prevenire il rischio di un'ulteriore diffusione del contagio da Coronavirus al loro interno.
rifondazione.it, 2 dicembre 2020
Aderiamo convintamente allo sciopero della fame indetto dal Partito Radicale - così dichiarano Giovanni Russo Spena e Gianluca Schiavon rispettivamente responsabili Democrazia istituzioni e Giustizia del Prc/Se - per la liberazione delle detenute e dei detenuti in tutti i penitenziari per la pandemia in corso.
di Beppe Battaglia
Ristretti Orizzonti, 2 dicembre 2020
Cara Rita, un amico torinese, ieri sera mi ha chiamato per dirmi una cosa...importante: a nome suo e di sua moglie ha chiesto a me e Laura se eravamo disposti a partecipare insieme, in modo simbolico, alla carovana di digiunatori a staffetta che ti accompagnano da venti giorni.
di Gino Rigoldi*
Corriere della Sera, 2 dicembre 2020
Mi sento anch'io solidale con Rita Bernardini per lo sciopero della fame che sta facendo per protestare contro la condizione di troppe carceri italiane, dove il sovraffollamento rende impossibile una vita accettabile. Se in una stanza di due letti stanno quattro o più detenuti, e ci stanno per 23 ore al giorno, non si può più parlare di espiazione della pena, si deve chiamare tortura. Incontrare un ragazzo conosciuto sano e forte e vederlo, dopo qualche mese in un carcere per adulti, dimagrito di una decina di chili e colmo di disperazione, è una grande pena che esige un cambiamento secondo me possibile.
di Federica Graziani
Il Riformista, 2 dicembre 2020
Con Luigi Manconi, anche lo scrittore Sandro Veronesi ha aderito allo sciopero della fame intrapreso da Rita Bernardini per sollevare la questione del sovraffollamento nelle carceri. "Abbiamo deciso - racconta al Riformista - di cercare di dare supporto a un'azione piuttosto decisa, che però fatica a trovare visibilità. Le carceri sono in una situazione di emergenza. Serve un atto di clemenza oppure applicare una serie di tecnicismi che svuotino le carceri. Subito".
Il carcere è il luogo più affollato d'Italia e una cella di prigione può essere lo spazio più congestionato e patogeno dell'intero sistema penitenziario: per chiunque vi si trovi, detenuto o membro del personale amministrativo e di polizia. Il contagio all'interno degli istituti di pena riproduce in maniera gravemente accentuata la crescita del Covid-19 registrata nell'intera popolazione: 874 i contagiati tra i detenuti e 1042 tra gli operatori. Da martedì 10 novembre la presidente dell'associazione Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, ha avviato un'azione non violenta per denunciare quanto poco il governo stia facendo al fine di ridurre in maniera significativa la popolazione detenuta. Perché innanzitutto hai deciso di aderire a quest'azione, quali sono le tue motivazioni?
Per cercare di dare supporto a un'azione piuttosto decisa, appunto quella di Rita Bernardini, che però fatica a trovare visibilità. Ho cercato allora, insieme a Luigi Manconi e ad altri, di dargliene un poco di più unendoci abbastanza simbolicamente perché i miei due giorni di digiuno non sono certamente un sacrificio come quello che sta affrontando lei. Peraltro, c'è stata un poco di visibilità ma anche quella non è ancora servita allo scopo perché quell'aspetto, strettamente legato alla pandemia, del sovraffollamento della popolazione carceraria continua a non essere affrontato dal governo e si rischia in breve tempo, se non ci si è già, di entrare in emergenza. Il carcere infatti non è un luogo come un altro, innanzitutto perché non vi si può praticare il distanziamento e, più in generale, perché non vi si può controllare nemmeno quel poco che si può controllare al di fuori. Siccome non ci sono altre armi, l'unica è quella di ridurre la popolazione carceraria, cioè di fronteggiare una volta per tutte il problema del sovraffollamento.
Sono passati 60 anni dal primo sciopero della fame di Marco Pannella - era il 1960, Pannella era corrispondente del "Giorno" a Parigi e seguì un vecchio anarchico, Louis Lecoin, che protestava contro la guerra d'Algeria - l'uomo politico italiano che più fece di sé e del suo corpo il suo stesso programma politico e grazie a cui ancora oggi ci sono radicali che continuano a entrare nelle carceri nella santa convinzione che il progresso di un popolo si misura dalle sue prigioni. Che senso ha oggi, che i corpi a furia di oversharing sui social di pose e selfie sembrano aver perso qualsiasi intimità e insieme qualsiasi incidenza nell'azione politica - e la pandemia ci s'è aggiunta a corredo imprevedibile eppure calzante, un'azione politica come lo sciopero della fame?
Io credo che non abbia importanza quanto cambiamento ci sia stato. L'azione è sempre la stessa e mette in diretto contatto il corpo di chi manifesta con i corpi delle persone per cui si manifesta perché c'è sempre di mezzo una moltitudine o alle volte una persona sola il cui corpo è in pericolo. Queste non sono forme, diciamo così, di lotta che si fanno per qualsiasi motivazione. Per altre ragioni, ci sono altre forme di lotta, i referendum ad esempio. Quando però c'è di mezzo il corpo, con il corpo si va a sollecitare un intervento e credo che, quali che siano i cambiamenti intervenuti nella nostra società e tanto più ora che ci troviamo in una situazione eccezionale, l'atteggiamento non deve cambiare, soprattutto per chi come la Bernardini ha preso sulle proprie spalle l'eredità di Marco Pannella. La solidarietà e quel poco di aiuto che cerchiamo di dare noi non hanno niente a che fare con quello che fa lei, però quello che fa lei mantiene secondo me una sua forza ed efficacia purché la gente lo sappia. Il problema è tutto qui. E quindi cerchiamo di far sapere al più largo numero di persone possibile quello che sta succedendo in modo che il governo sia costretto a rispondere. Poi, risponderà come meglio crede, però i dati di fatto son quelli e insomma son numeri! C'è poco da discutere su quelli.
Alla maggior parte degli italiani, afflitti ognuno dall'affanno suo, del carcere non importa niente o importa quel tanto necessario a elaborare la convinzione che chi sta in galera qualcosa avrà pur fatto e tanto basta a chiudere la faccenda. Perché a te sta a cuore il tema del carcere?
Per quella ragione lì, che hai detto prima te. Perché è proprio da come vengono trattate le carceri e le persone dentro le carceri che si misura il vero grado di civiltà di un popolo e di un paese. Già quando non ci sono emergenze ugualmente certe situazioni nelle carceri sono al limite della sopportabilità, ma quando c'è un'emergenza come questa! E poi - oh, attenzione! - è vero che nelle carceri ci sono i detenuti, ma nelle carceri ci sono pure le guardie e gli operatori. Vedi come quel discorso lì un po' revanscista del "se lo meritano" cade immediatamente: guardie e operatori di sicuro non se lo meritano. Sono lavoratori, tra l'altro impegnati giorno dopo giorno per conto di tutti noi, e sono esposti al contagio perché il carcere è di per sé un luogo patogeno, più di qualsiasi altro. Quindi la questione non riguarda soltanto i detenuti, eppure non ci si pensa mai. Si potrebbe avere un parente detenuto, ma anche un parente poliziotto penitenziario e allora, forse, si capirebbe molto di più. Poi ci sono una serie di altre cose che non vengono tenute nel giusto conto. Mentre si sconta una pena e si vive in comunità dentro una cella - possibilmente non in sette, non in quattro, non in tre in pochi metri quadrati - si dividono tante cose. Per esempio, i pacchi alimentari, che poi ognuno mette a disposizione anche dei compagni di cella. Adesso non si ricevono più i pacchi alimentari, non ci sono più le visite con la frequenza che è prevista dalla legge, cioè l'afflizione della condizione detentiva, grazie alle misure anti-Covid, è aumentata. Però, per contro, non vi è nessuna misura a protezione della salute e questo mi sembra che sia un altro argomento abbastanza esplicito. Bisogna riconoscere che certe condizioni sono di per sé patogene e che la questione è cruda e semplice: sono troppe le persone dentro a una cella e quindi la trasmissione di un eventuale virus diventa automatica e inarrestabile.
E quali parole opporresti, invece, a chi pensa che viviamo in un'epoca di feticismo della fragilità, per cui il manipolo di chi denuncia le violazioni dei diritti fondamentali è in fondo un'orda di anime belle che per una sorta di voyeurismo del dolore insiste nell'impresa di avvicinarsi a situazioni, come il carcere, al limite dell'esperienza umana per trarne qualche sorta di soddisfazione da virtù compiuta?
Ti dico la verità, le obiezioni le conosco tutte però non mi sembra nemmeno il caso di mettersi a obiettare alle obiezioni. È chiaro che una persona che dice quel tipo di cose non viene convinta con degli argomenti. Attenzione: gli argomenti ci sono e sono convincenti a me m'hanno convinto quando li ho guardati, io mica son nato così, certe convinzioni le ho maturate perché ho voluto guardare ad alcuni temi. Se però si parte prevenuti, qualunque di quei pur buoni argomenti non varrà nulla, quindi non sto a perder tempo a rispondere sempre alle stesse obiezioni. Si è risposto una volta per tutte, se non lo si vuol sentire non lo sentirà. Il fatto è che comunque l'urgenza rimane. Anche se ci sono i fustigatori delle anime belle, dentro alle carceri italiane il contagio si sta propagando con un indice preoccupante. E proprio perché è un luogo nel quale di manovre se ne possono far poche - proprio come nelle Rsa, dove non è che gli ospiti sono reclusi, ma insomma, quasi... - bisogna moltiplicare l'attenzione dovuta. Attenzione che finora non si è avuta e infatti il virus è entrato proprio lì, mietendo centinaia di vittime. Un'altra cosa. Il fatto che la scorsa primavera ci siano state le uniche rivolte carcerarie degli ultimi 15 anni, anche diffuse, è testimonianza del fatto che il governo ha pensato più o meno a tutti tranne che ai detenuti, alle guardie e agli operatori. Ma gli strumenti ci sono! Io capisco la portata politica dell'indulto e dell'amnistia e, benché mi sembrerebbe proprio la situazione perfetta per adottare tali misure - d'altro canto un'amnistia nel 90 è stata fatta e così l'indulto nel 2006, e non c'era una pandemia in corso - capisco che un governo così fragile e così eterogeneo non trovi l'accordo per simili azioni. Eppure ci sono dei tecnicismi che permetterebbero comunque di alleggerire la promiscuità dei corpi, ad esempio mandando a casa persone che sono a fine pena. Insomma, ci sono delle misure efficaci per affrontare l'emergenza e anche di questo parla la Bernardini, della vasta gamma di possibilità presenti per tutelare quella popolazione. L'unica possibilità che non si può adottare è quella di lasciare che si ammalino o che muoiano, perché oltretutto lo si sta decidendo anche per gli operatori penitenziari e uno Stato non può permettersi di fare questo ai propri servitori. È urgente mettere le istituzioni nelle condizioni di non poter evadere la richiesta di affrontare l'emergenza.
Hai parlato tu stesso delle misure di indulto e amnistia. Ti faccio allora una domanda un poco metafisica: cosa rimane di una giustizia che non contempla la clemenza? E cos'è, secondo te, o cosa dovrebbe essere una giustizia giusta?
Qui si va su un territorio che forse interesserà poche persone perché è un territorio ricco di simboli e di rimandi anche filosofici. Di sicuro, la clemenza è contemplata dalle nostre carte, dalla nostra Costituzione. Non sono certo io il primo né è la prima volta che dei cittadini chiedono al proprio governo l'applicazione di un atteggiamento clemente. La clemenza in questo caso, per esempio, sarebbe a tutela della salute, non fine a se stessa. E in ogni caso la clemenza, anche quando è fine a se stessa cioè è quella clemenza che si esercita nei confronti degli esseri umani perché sono tali, alle volte è l'unica vera risposta che si può dare a determinate situazioni. Una su tutte: la sofferenza dovuta alla detenzione. La grazia del Presidente della Repubblica cos'altro è se non un atto di clemenza che si applica in determinati casi che il Presidente della Repubblica stesso e il Ministro della Giustizia hanno chiarito essere meritevoli di questo intervento? Io credo che se ci si mette nei panni altrui, si può capire agevolmente cosa è giusto e cosa non è giusto. E credo che l'idea che i detenuti siano delle belve pronte a colpire di nuovo, pronte a sbranare di nuovo, sia profondamente sbagliata. La maggior parte della popolazione reclusa è composta di persone che, all'uscita dal carcere, non delinquerebbero di nuovo, ma proverebbero a condurre una vita onesta. Ecco perché la clemenza ha una portata evolutiva e non è meramente il piacere di sentirsi buoni. Se ci sono delle possibilità di recupero delle persone, non provare nemmeno a metterle in pratica è una perdita secca per tutti. Non soltanto per chi rimane dentro.
La pena carceraria identifica senza residui il reo con il crimine che ha commesso, sequestrandolo per intero e riducendone la vita a quell'unica azione. Eppure la sproporzione tra il delitto, che riguarda sempre e solo una frazione della persona, e la pena che invece chiude in cella in un impeto di coercizione illimitata...
(...Veronesi accalorato interrompe, ndr) Ma non solo! Si dice che uno sconta una pena per pagare una colpa. Ma quando l'ha scontata, non l'ha affatto pagata la colpa perché gli rimane incollata addosso, timbrata addosso! Se hai pagato, torni pulito, no? Dovrebbe essere così. E invece no! Perché il pregiudizio, che ignora ogni supporto statistico e ogni aderenza ai dati, conduce a pensare che se uno ha rubato è un ladro per sempre, se uno ha commesso violenza è assassino per sempre. E io posso capirlo, dal lato della coscienza di chi ha subito il danno, ma lo Stato è terzo, la legge è terza! E, sinceramente, se fossi un detenuto che paga quel che deve pagare, sconta per intero la sua pena e poi esce e continua a essere considerato non una persona ma un ladro nonostante abbia pagato, ecco mi sentirei veramente tagliato fuori dalla possibilità di rientrare nella società. Questa è la nozione che più manca, secondo me, e cioè che il carcere non potrà mai essere, qualsiasi sia il delitto commesso, risarcitivo nei confronti di chi subisce il reato. Ma deve essere, per quanto riguarda il colpevole, il prezzo che lo rende di nuovo una persona libera, integra e responsabile. Per quel che riguarda il rimorso, l'atteggiamento che la persona colpevole di un reato ha nei confronti di sé stessa, evidentemente cambierà di caso in caso e può darsi che alcune persone non si daranno mai pace, altre invece più superficialmente si perdoneranno troppo presto. Ma ripeto! - lo Stato è terzo ed è lo Stato a decide quanto uno deve pagare. Quando però il reo ha pagato, lo Stato dovrebbe riconoscerglielo e questo non è. Lo sappiamo.
Sì, lo sappiamo. L'ultima domanda la faccio allo scrittore. Da "Centuria" di Manganelli a "Il deserto dei Tartari" di Buzzati, all' "L'università di Rebibbia" di Goliarda Sapienza, sono decine gli scrittori che hanno dedicato pagine e pagine al carcere. Se la letteratura ha la capacità di resuscitare alla vista pubblica la sensazione delle vite altrui, cosa consiglieresti di leggere sul crimine, sulla sua punizione e sulle biografie di chi commette reato?
Io ho cominciato a "vedere" i detenuti, anche se non avevo detenuti in famiglia o tra gli amici, da ragazzo. Avevo 18 o 19 anni e lessi Il vento va e poi ritorna di Vladimir Bukovskij. Un libro che dà conto di un gulag e di come, con l'intelligenza e la perseveranza, i detenuti riuscissero addirittura a mettere in scacco l'enorme apparato della burocrazia sovietica. Come? Mettendo in pratica una forma di lotta studiata dagli intellettuali. Perché il problema di mettere la gente intelligente in galera è che poi questi, appunto, sono intelligenti. Quindi, tornando al libro, ciascuno di quei detenuti comincia a scrivere quindici lettere di reclamo al giorno, il massimo consentito, per qualsiasi anche minima cosa all'istituzione e per legge i burocrati devono rispondere a ognuna delle lettere di quei duemila detenuti. Capisci? Loro non avevano null'altro da fare tutto il giorno che scrivere queste lettere e gli uomini della burocrazia non riuscivano a evadere una simile mole di corrispondenza. Sfruttando quindi lo stesso meccanismo interno della burocrazia, quegli uomini riuscirono a mettere in ginocchio una delle istituzioni più tremende della storia dell'umanità, quella che governava i gulag sovietici. Quella è stata la prima cosa che ho letto intorno al carcere e mi ricordo che mi colpì il fatto che quei detenuti volessero ascolto per riuscire a eliminare il più possibile la disumanità presente nei gulag. E riuscirono nel loro intento! Può non sembrare un grande risultato, in fondo quegli uomini rinchiusi per le loro opinioni non è che riconquistarono la libertà, però l'idea che l'intelligenza stesse dentro e non fuori dalla cella mi fece pensare. Per esempio, capii che quello non era l'unico posto di coercizione dove questo succedeva e che l'importante era che gli Stati e i popoli non scivolassero nella condizione in cui l'intelligenza è rinchiusa e fuori c'è l'ottusità. Noi non siamo a questo livello, ma bisogna vigilare altrimenti l'inerzia delle istituzioni, se protratta, potrebbe portarci proprio lì.
di Associazione Antigone
MicroMega, 2 dicembre 2020
Le proposte dell'associazione Antigone per un uso razionale e costituzionalmente orientato del Recovery fund nel sistema penitenziario. Dal Recovery Fund dovrebbero arrivare all'Italia oltre 200 miliardi di euro. Una parte andranno alla Giustizia e al sistema penitenziario. È un'occasione da non sprecare con la solita ricetta, ossia con piani di edilizia penitenziaria. Non è costruendo carceri che si innova un sistema che invece ha bisogno di modernizzazione, creatività e investimenti nel campo delle risorse umane.
Il Recovery Fund deve essere l'occasione di una vera ripartenza, che può essere possibile solo in una società coesa e capace di farsi carico di tutti i suoi componenti, con politiche organiche di inclusione rivolte anche alle fasce più deboli. Una vera ripartenza presuppone un sistema del welfare rafforzato, capace di sottrarre alle politiche penali un'ampia fascia di coloro che oggi affollano le carceri italiane, innanzitutto rispetto alla gestione delle tossicodipendenze.
Il Recovery Fund deve costituire inoltre un'occasione per orientarsi verso una differenziazione del sistema sanzionatorio. Ogni detenuto costa circa 130 euro al giorno. In confronto, le misure alternative costano meno di un decimo e hanno un ben più significativo impatto nella lotta alla recidiva e negli obiettivi di recupero sociale dei condannati.
Dall'altro lato bisogna investire nella ristrutturazione delle carceri esistenti, coinvolgendo nella pianificazione la migliore intelligenza giuridica, accademica, architettonica, sociale che insieme ad esperti penitenziari diano vita ad equipe multidisciplinari che lavorino per raggiungere l'obiettivo di rimodernizzare le carceri, nel rispetto di quanto previsto dalle norme interne e internazionali, in termini di spazi, diritti e opportunità.
È questo il momento per cablare gli istituti, per potenziare le infrastrutture tecnologiche, per prevedere ipotesi aggiuntive di didattica a distanza, per assicurare la formazione professionale anche da remoto, per consentire ancor più incontri con il mondo del volontariato, per aumentare le possibilità di video colloqui con familiari e persone care che si aggiungano ai colloqui visivi.
La rimodernizzazione deve riguardare anche una diversa organizzazione e valorizzazione degli spazi di vita sociale interna ma anche delle stesse camere di pernottamento.
Infine, bisogna investire sul capitale umano, senza il quale ogni obiettivo resta irraggiungibile. Usiamo i fondi del Recovery per un nuovo sistema penitenziario e non per nuovi penitenziari.
1. Più risorse per le misure alternative e per la giustizia di comunità - Nel 2021 il budget per il Dipartimento Giustizia minorile e di comunità, che ha in carico le misure alternative, è stato di 283,8 milioni. Al Dap sono stati assegnati 3,1 miliardi di euro. Usiamo il Recovery fund per invertire questo trend di spesa. Le misure alternative producono sicurezza: solo lo 0,5% di coloro che scontavano una misura alternativa ha commesso nuovi reati. Al contrario, il carcere aumenta il rischio di recidiva. Si usino i fondi per: case di accoglienza per detenuti in misura alternativa, per progetti educativi e sociali che riducano i rischi della devianza, trattamenti socioterapeutici esterni per chi ha problemi di dipendenza, case famiglia per detenute madri, accordi con le centrali della cooperazione sociale, dell'artigianato e del mondo dell'industria per facilitare inserimenti lavorativi di persone in esecuzione penale.
2. Più risorse per modernizzare e migliorare la vita interna - Si deve con decisione investire nelle dotazioni tecnologiche di ogni istituto. Vanno potenziate le infrastrutture, che oggi rendono difficoltosi i video collegamenti. Ogni carcere deve avere una potente wifi. Le aule delle scuole devono consentire collegamenti a distanza. Si doti ogni istituto di una efficiente ed efficace rete telefonica.
Si investa negli spazi comuni delle carceri, nelle aule, nelle attrezzature sportive, nelle biblioteche, nei teatri, nelle officine. Li si renda fruibili al massimo delle loro potenzialità. Si creino sale musicali dove poter suonare. Si investa in campi e palestre. Lo sport è terapeutico. Si investa anche nelle farmacie interne e nell'attrezzatura di primo soccorso medico. Si rinnovino le lavanderie con macchine nuove e si faccia lo stesso con le falegnamerie, laddove presenti. Nella metà delle carceri vistate da Antigone nel 2019 c'erano celle senza doccia. Nel 44% degli istituti c'erano celle non riscaldate. In un carcere su tre i detenuti non avevano accesso a un campo sportivo o a una palestra. In un istituto su quattro non c'erano spazi per le lavorazioni. Nel 10% degli istituti visitati c'era addirittura il wc nella stessa stanza del letto. Le ristrutturazioni sono necessità non rinviabili. Si rifacciano le docce rovinate. Si dotino, in vista dell'estate, le celle o le sezioni di frigoriferi.
3. Più risorse da investire nel capitale umano - Gli educatori presenti sono il 13,5% in meno di quelli previsti (774 invece di 895). Nelle carceri visitate da Antigone c'era 1 educatore ogni 92 detenuti. Il trattamento economico a loro riservato è nettamente inferiore rispetto a quello degli agenti. In meno di 1 carcere su 10 tra quelle visitate da Antigone erano presenti mediatori linguistici e culturali.
I funzionari amministrativi sono il 16,8% in meno di quelli previsti. Infine, in circa la metà degli istituti da noi visitati non c'era un direttore incaricato esclusivamente in quell'istituto. Ugualmente medici, infermieri, psicologi sono insufficienti, al pari degli assistenti sociali. Il Recovery Fund deve essere una grande occasione per far entrare le nuove generazioni nei lavori che hanno a che fare con il carcere, per adeguare le aspettative economiche del personale alla rilevanza dell'impegno professionale, per assicurare una piena e continua formazione a tutto lo staff penitenziario.
di Roberto Saviano
Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2020
In attesa di prigioni degne, va interrotta la spirale che fa sì che all'interno degli istituti penitenziari la disperazione generi affiliazione. Caro Marco, ho letto gli editoriali che hai scritto in questi giorni in risposta a quelli di Manconi, Veronesi e mio, che chiediamo al ministro Bonafede misure immediate per rendere le carceri luoghi sicuri (ora non lo sono) in tempo di pandemia.
Sono contento che il nostro digiuno di dialogo, nel senso pannelliano del termine, sia stato da te immediatamente colto. Si parla di carcere in questi giorni anche grazie a te, e questa cosa, nel nostro Paese, accade troppo poco spesso. E allora questa opportunità di dialogo voglio coglierla fino in fondo, dunque accetto alcuni spunti critici e provo a tirarne fuori delle questioni sulle quali è per me importante avere la tua opinione.
Tu scrivi di essere contro la nostra ricostruzione che vedrebbe il carcere come luogo di contagio, e a sostegno della tua tesi elenchi cifre e statistiche, ma quello che mi ha colpito del tuo editoriale è questo passaggio: "È vero: (le carceri) sono una tragedia nella tragedia, incivile e criminogena per la fatiscenza delle strutture, il sovraffollamento, la penuria di agenti ed educatori". La tua soluzione è nuova edilizia carceraria, se ne parla da anni ma senza che vi siano fondi per poter dare seguito alla proposta, suppongo questo perché alle dichiarazioni non seguono mai azioni concrete.
Dunque ti chiedo - dato che tu non sei il Pd, ovvero il partito che all'art. 1 del proprio Statuto ha questa regola: "Non decidere mai oggi, quando puoi dire che deciderai domani, tanto lo sai che non lo farai mai" - cosa ne facciamo, nel frattempo, di queste vite? Perché sono vite, persone, non statistiche o numeri, quelli che abitano i luoghi che tu hai definito "tragedie nelle tragedie".
E le persone recluse sono legate, fuori, ad altre persone, alle loro famiglie che riterranno quindi lo Stato inadeguato, inutile, incivile, quando non nocivo e deleterio. E questo accade in contesti geografici, economici e sociali in cui la presenza dello Stato dovrebbe avere tutt'altre caratteristiche. Hai da proporre una soluzione temporanea, prima che la costruzione delle nuove carceri (o l'incivilimento delle esistenti) abbia luogo?
E ti chiedo anche: quanta responsabilità ha invocare e perseverare nella cultura della carcerizzazione, nel senso di limitazione delle pene alternative, quando ci troviamo palesemente al cospetto di un sistema "incivile e criminogeno"? Henry Woodcock, il 6 novembre, ha scritto sul tuo giornale un articolo importante, importante perché al centro del suo articolo c'era l'Uomo. L'Uomo condannato, l'Uomo recluso.
Ti chiedo: possiamo permetterci di attendere i tempi dell'edilizia carceraria prossima futura, forse, chissà, mentre Uomini sono reclusi in veri e propri incubatoci criminali? Conosci la realtà delle carceri e conosci le regole che le dominano, conosci il welfare criminale che le condiziona; così come succede all'esterno, anche in carcere la disperazione genera affiliazione. E questo è un problema enorme, ineludibile e che ormai ha smesso di riguardare solo il Sud.
Come vedi, la situazione è molto complessa e i numeri dicono poco. Soprattutto se a via Arenula siede un ministro la cui cifra politica è il silenzio. Sei tu che hai sentito la necessità di rispondere ai nostri editoriali, ma il ministro tace. Credi davvero che in un altro Paese un ministro sarebbe rimasto al suo posto dopo i 13 morti delle rivolte di marzo? Il fatto che sia rimasto al suo posto mi fa pensare che quelle Persone, delle quali a stento conosciamo i nomi, siano per il ministro solo degli animali o poco più. Possiamo accontentarci di tutto questo solo perché, magari, chi c'era a via Arenula prima o non era meglio o ci piaceva meno?
Un'ultima questione riguarda il tuo proibizionismo. Vedi Marco, io credo sia evidente che le droghe siano proibite perché i proventi del narcotraffico sono l'enorme liquidità della quale la nostra economia (e non solo la nostra) ha necessità per sopravvivere allo stato di crisi permanente nella quale siamo calati da anni. Le cronache giudiziarie ci hanno spesso raccontato di aziende private che accantonavano fondi neri utilizzati poi per corrompere e alterare il mercato.
Ecco Marco, credo che tu non abbia ben compreso che i proventi del narcotraffico sono i fondi neri della democrazia, e io che tutto questo lo studio e lo racconto da anni, non posso, in nome della lotta alle organizzazioni criminali, non pretendere a voce alta che le carceri smettano di essere, una volta per tutte, università del crimine (oggi un piccolo spacciatore in carcere può fare "carriera", questo lo sappiamo, e non agendo, anzi temporeggiando e tacendo, lo permettiamo), per diventare luoghi in cui chi ha commesso un reato possa scontare la pena il cui scopo non è punire, ma recuperare l'individuo alla società. Grazie per aver accolto questo mio commento.
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