di Diego David
riviera24.it, 6 marzo 2021
Progetto che coinvolge ministero della Giustizia, Fondazione Carige, Regione Liguria, Arci Provinciale e Circolo Parasio. "Dipinti contro la violenza sulle donne", è il titolo di un calendario realizzato dai detenuti del carcere di Imperia grazie a un progetto che ha coinvolto ministero della Giustizia, Fondazione Carige, Regione Liguria, Arci Provinciale e Circolo Parasio.
"Il calendario - spiega la presidente del Circolo Parasio Simona Gazzano - è il prodotto finale di un progetto che è molto lungo che dura da anni. Si tratta di un calendario che viene realizzato tramite un progetto educativo e di assistenza alle ai detenuti, sia chi si è macchiato di questo tipo di reati, sia chi semplicemente è stato coinvolto. Il tema è quello della violenza di genere, ci vedo anche la vicinanza con la ricorrenza molto vicina che è quella dell'8 marzo che ricorda, il ruolo delle donne nella società.
I realizzatori di queste opere sono stati spinti a riflettere ad instaurare un dialogo interiore con sé stessi. Di fronte alla violenza sempre più dilagante, mette tutti, informazione compresa, davanti alla responsabilità in quanto vengono spesso fatti passare di messaggi come se la violenza fosse un qualcosa di momentaneo, di non connaturato, invece, purtroppo, è qualcosa di molto radicato".
"Il laboratorio di pittura e attività creativa "Siamo"è presente, già da diversi anni, nella Casa Circondariale di Imperia. è tenuto dall'insegnante di arte Annalisa Fontanin, nell'ambito del progetto "La Rete che unisce - Progetto Ponte" coordinato dall'Arci con fondi della Regione Liguria. Il corso, in coerenza con quanto avvenuto in passato, è stato caratterizzato da un "titolo" attraverso il quale avviare un progetto che oltre ad essere di apprendimento tecnico è voluto essere espressione di tematiche personali, sociali e di vita con finalità anche di trattamento per l'anno 2019, su proposta dei funzionari, la scelta è ricaduta sulla violenza di genere accolta con entusiasmo dalla docente. L'argomento ha trovato apprezzamento nei partecipanti in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Quanto è stato prodotto, frutto di sentita e metabolizzata resipiscenza anche da parte di chi si è reso responsabile di violenza sulle donne", dice il direttore del carcere del capoluogo Francesco Frontirrè.
"Ho appoggiato e promosso questo progetto, consapevole della bellezza e dell'importanza delle azioni creative - sottolinea il vicepresidente di Fondazione Carige Giacomo Raineri - ha come strumento di riflessione sia personale che collettiva e di liberazione dalla gabbia mentale del pregiudizio. In una realtà complessa come quella carceraria, dove i vissuti spesso tragici e difficilissimi sono lo spunto di riflessione è quello di non dimenticare che la violenza di genere è una responsabilità collettiva, tanto nelle sue cause che nelle sue risposte. Dove il linguaggio delle parole è spesso insufficiente per esprimere un dialogo interiore demotivante, l'espressione artistica dà voce al rifiuto di un crimine tanta orrendo".
di Domenico Agasso
La Stampa, 6 marzo 2021
Una capitale super-blindata ha accolto Francesco. Dopo la tappa al palazzo presidenziale, la visita alla cattedrale. Oggi l'incontro con Al-Sistani. Sui tetti dell'Hotel Babylon, lungo Karada Street, dove alloggiano i giornalisti di tutto il mondo a seguito del Papa, alcuni cecchini tengono lo sguardo puntato in basso verso l'ingresso, mentre altri passeggiano armati scrutando l'orizzonte di questa surreale giornata irachena. Francesco, il primo Pontefice a camminare in Mesopotamia sulla terra di Abramo, giunge in una Baghdad blindatissima e in lockdown. Militarizzata e spettrale.
Attorno al Pontefice appena atterrato volteggia un drone, mentre la banda suona la "Sinfonia n. 9" di Beethoven. Bergoglio si sposta dall'aeroporto al palazzo presidenziale con una vettura anti-proiettile, "una Bmw 750, auto di sicurezza speciale", riferiscono fonti dell'intelligence locale. È la prima volta che in una visita internazionale Francesco la accetta, rinunciando all'abituale utilitaria. La dice lunga sul livello di allerta, che però non preoccupa più di tanto l'84enne Vescovo di Roma: "Questo è un viaggio emblematico, un dovere" verso una regione "martoriata da molti anni".
Il primo carro armato pronto all'azione lungo il tragitto papale sembra un'eccezione dimostrativa, invece è la regola: un chilometro, massimo due, ed eccone un altro, e un altro ancora. Si alternano i modelli dei veicoli da fuoco come le divise: esercito e polizia, polizia e militari. Posti di blocco. Mitra sempre rigorosamente spianati. Ovunque. E chi si sofferma per qualche secondo in spazi troppo aperti, dove si può diventare facili bersagli, ecco il "caloroso" invito a circolare. Gli agenti in borghese sono riconoscibili, anche perché la "folla" non c'è e non può esserci. Ci sono solo alcuni capannelli festanti di persone, con bandierine irachene e vaticane e cartelli di "Benvenuto", ma non si può stare troppo assembrati. Il resto è deserto, quasi tutti i negozi sono chiusi, gli unici colori sono il verde delle palme e il bianco e giallo del Vaticano sui cartelloni di accoglienza. In lontananza tre ragazzini giocano e si rincorrono, indifferenti al convoglio e alle restrizioni anti-contagio.
La prima meta di Bergoglio è il palazzo presidenziale, già luogo preferito da Saddam Hussein per incontrare i capi di Stato. Nel corso degli anni è stato anche residenza di Saddam, sede dell'amministrazione provvisoria a guida americana, Ambasciata statunitense. Ieri ha sentito risuonare il primo discorso del Papa. Davanti ai politici Francesco dice di "venire come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà". Grida al mondo: "Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque!". E poi, la stilettata contro "gli interessi di parte", in particolare "quegli interessi esterni", di attori evidentemente non iracheni, "che si disinteressano della popolazione locale". Già ai tempi di Buenos Aires Bergoglio aveva organizzato preghiere per la pace in Iraq, perplesso di fronte all'invasione americana. Al contrario si deve "dare voce ai costruttori, agli artigiani della pace! Basta violenze, estremismi, fazioni, intolleranze!".
Il Pontefice ha nel cuore un piccolo popolo perseguitato da sempre: "Tra i tanti che hanno sofferto, gli yazidi, vittime innocenti di insensata e disumana barbarie, perseguitati e uccisi a motivo della loro appartenenza religiosa, e la cui stessa identità e sopravvivenza è stata messa a rischio". Il Papa lancia anche un appello "alla comunità internazionale" perché svolga un ruolo di pacificazione nel Medio Oriente, ma "senza imporre interessi politici o ideologici".
Il rumore degli elicotteri militari che sorvolano Baghdad è la "colonna sonora" della giornata. La Cattedrale di Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza) il 31 ottobre 2010 fu attaccata dall'Isis durante la messa. I miliziani uccisero 48 persone, tra loro due preti, oggi sepolti nella cripta. Restarono a terra anche 70 feriti. Il Papa percorre il tappeto rosso simbolo del sangue del martirio, e poi parla a vescovi e preti. Ricorda i "nostri fratelli e sorelle morti nell'attentato terroristico. La loro morte ci ricorda con forza che l'incitamento alla guerra, gli atteggiamenti di odio, la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi". E rammenta "tutte le vittime di violenze e persecuzioni, appartenenti a qualsiasi comunità religiosa".
Monsignor Paul Richard Gallagher, "ministro degli Esteri" vaticano, quasi mai rilascia dichiarazioni. Eppure, non esita a definire i giorni iracheni "tra i più importanti del pontificato, che sarà ricordato anche per questo viaggio".
di Luigi Ciotti
La Stampa, 6 marzo 2021
"Sanpa, madre amorosa e crudele", di abio Cantelli Anibaldi (Editore Giunti). Nel tunnel della tossicodipendenza. Dall'adolescenza inquieta all'incontro con Muccioli, il diario di un ragazzo uscito dalla droga in anni epici Un libro sulla dimensione avventurosa di una comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche. Ricordo bene il giorno in cui Fabio mi portò il suo libro, quando uscì la prima volta 25 anni fa. Me lo porse con aria emozionata, imbarazzata, quasi volesse chiedere scusa. Temeva che i riferimenti alle vicende di San Patrignano potessero creare fastidi a me o al Gruppo Abele, dove lavorava ormai da qualche mese.
Il testo mi riservò molte sorprese, come credo che ne regalerà ai nuovi lettori. Perché è un libro che parla di droga, certo, e di un percorso umano appassionante quanto travagliato. Ma è soprattutto un piccolo, ragionato e ragionevole trattato sull'arte di mettersi nei guai. Fabio in quest'arte è stato maestro, e lo stesso direbbe probabilmente di me. È forse in questa comune propensione ai guai che ci siamo anzi riconosciuti simili, costruendo un legame stretto e duraturo.
Lui i primi se li è andati a cercare nell'adolescenza, come capita a tanti, non però con la tipica leggerezza dell'età, bensì con un livello di consapevolezza incredibile, frutto della capacità fin da giovanissimo di ascoltarsi, interpretarsi e infine abbandonarsi con spericolata fiducia agli impulsi della vita. Emerge del resto dal libro che si è anche sempre assunto la responsabilità dei guai che combinava, incluso il disastroso rapporto con le droghe. Non si è mai nascosto né vittimizzato. Perciò, credo, ha vissuto con particolare amarezza il venir meno di questo atteggiamento di responsabilità e trasparenza proprio da parte di chi lo aveva accompagnato fuori dagli anni bui della dipendenza: la comunità.
L'avvento delle comunità terapeutiche per persone tossicodipendenti fu un'esperienza pionieristica e avventurosa, a cui, insieme al Gruppo Abele, ebbi la fortuna di partecipare. In quel momento aiutare chi era nei guai con la droga significava mettersi a propria volta nei guai. E non solo perché non esistevano "metodi" né terapie riconosciute, ma perché accogliere un tossicodipendente senza denunciarlo voleva dire, per la legge di allora, diventare complici di un reato. Affrontammo il problema quando nel 1973 fondammo a Torino il primo centro droga in Italia, con la collaborazione di giovani medici e farmacisti, e l'anno dopo una fra le primissime comunità, a Murisengo nell'alessandrino. Nel 1975 la nostra mobilitazione "morire di fame, non di droga", con dibattiti pubblici e uno sciopero della fame, catalizzò attenzione in tutto il Paese, contribuendo in modo decisivo all'approvazione di una nuova legge, non più punitiva ma centrata sui percorsi di prevenzione e cura.
Non è vero che in quegli anni l'unica alternativa alla solitudine delle famiglie era San Patrignano. C'erano tanti soggetti del pubblico e del privato sociale che si mettevano in gioco, segmenti di Chiesa, percorsi animati da idee spesso diverse, ma che avevano appunto in comune la disponibilità a "mettersi nei guai", esponendosi all'incontro con questi ragazzi visti da molti come "lo scarto" della società, accogliendoli senza giudizi e senza promesse, se non quella di tenerli legati alla vita finché non fossero tornati capaci di vivere in maniera autonoma e autentica.
Fabio ce lo spiega con profondità e con grazia, confutando i luoghi comuni: chi usa droga non cerca la morte, ma la vita. Vuole vivere al di sopra delle miserie dell'esistenza umana, e si illude di trovare nelle sostanze la scorciatoia per la felicità. Neppure è vero che la droga sia sempre legata a situazioni di marginalità sociale: quanti figli della borghesia abbiamo accolto, che prima di ritrovarsi per strada a sbattersi per una dose, avevano incontrato la strada come fatica esistenziale, povertà affettiva e smarrimento.
Io non ho condiviso tante scelte di San Patrignano, a cominciare da certe forme di costrizione e violenza, e ho contestato con fermezza le norme repressive ispirate a quel modello di comunità. Tuttavia di fronte alle pagine di Fabio, e di fronte a lui come amico e collaboratore prezioso, non posso che constatare l'impotenza dei dogmi davanti all'irriducibile varietà di situazioni in cui si manifesta la vita. Non posso che dire: per fortuna c'era anche San Patrignano, per fortuna anche Vincenzo Muccioli si è accollato la sua quota di storie da accompagnare... e la sua non piccola quota di guai.
Il libro piacerà ai lettori giovani, perché racconta bene l'epica di quegli anni: la dimensione avventurosa della comunità, il suo essere laboratorio di relazioni e pratiche che, nell'incertezza del momento, sembravano giustificare azzardi dei quali solo col tempo si è colta la natura ambigua.
Oggi quell'epica si è persa, anche se il consumo di droghe non è certo scomparso. Le mafie hanno colto i cambiamenti di contesto e adeguato il mercato: gli stupefacenti si trovano ovunque a prezzi irrisori. Il consumo si è così normalizzato, burocratizzato, è diventato una declinazione fra le tante del consumismo, mentre vediamo crescere altre forme di dipendenza, come quelle dal gioco o dal web. Meno morti, meno crimini violenti, meno allarme sociale. La stessa sofferenza ma non la stessa urgenza ahimè, per tanti, di tirarsi fuori dai guai...
A burocratizzarsi è stato anche il mondo dell'impegno e della cura. Anche noi abbiamo in parte perso quella capacità di "metterci nei guai" che è stata la nostra ricchezza, la nostra forza profetica. Anche noi siamo sommersi dai protocolli, dalla coazione a ripetere "buone pratiche" che quando va bene tamponano il male dei singoli, raramente sono capaci di graffiare la realtà e promuovere il cambiamento sociale. E se non sempre riusciamo a dare risposte al disagio che ci viene incontro, è perché non sappiamo più farci le domande giuste, quelle scomode, quelle che ti obbligano a sperimentare perché la risposta te la insegna soltanto la strada.
Spero di avere ancora tanta strada da fare insieme a Fabio, e a chi come lui non ha mai smesso di rischiare, di lasciarsi provocare e sorprendere dalla vita. La seconda vita offerta a questo libro ne è un esempio. Oggi come allora, vorrei dirgli: non preoccuparti, non sarà un bel libro a procurarci grane! O forse sì, perché i libri migliori sono quelli che mettono nei guai chi li legge, e chi li scrive.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 5 marzo 2021
In Sicilia, in Abruzzo e in Friuli, le Regioni stanno eseguendo i vaccini negli istituti di pena, sia per il personale che per i detenuti. In Campania, allo stato, non si hanno notizie nemmeno di un'organizzazione finalizzata a tale iniziativa. Eppure, nel solo carcere di Carinola, vi sono stati, in pochi giorni, ben tre decessi per Covid tra gli agenti della polizia penitenziaria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Esami da avvocato, vaccini ai detenuti, toghe onorarie: priorità con cui la ministra vuol ricordare che la Giustizia non è vendetta. È una piccola rivoluzione culturale. Piccola perché dovrà passare in modo quasi impercettibile nella coscienza diffusa. La giustizia di Marta Cartabia è servizio, risposta alle urgenze, soluzione di problemi concreti. Sembra ordinaria amministrazione. Ma è un messaggio politico. Ed è la strada che la nuova guardasigilli ha scelto per lasciarsi il giustizialismo alle spalle.
di Fausto Malucchi
Il Riformista, 5 marzo 2021
Moreno ha 70 anni, un tumore alla prostata. Ha bisogno di assistenza costante. Eppure gli è stata negata la detenzione domiciliare. È rimasto in cella finché il virus non si è impossessato di lui. Ora è in un letto d'ospedale a lottare contro la morte.
di Lorenza Pleuteri
La Repubblica, 5 marzo 2021
La procura ha chiesto l'archiviazione del procedimento: "Morti di overdose, chi è intervenuto ha lavorato in situazioni di estrema precarietà". I parenti delle vittime e le associazioni pronti a presentare opposizione al gip. Richiesta di archiviazione per reato commesso da persone ignote (omicidio colposo e morte come conseguenza di altro delitto).
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
La Giunta dell'Unione delle Camere penali scrive alla guardasigilli Marta Cartabia: "La situazione attuale mette a repentaglio la possibilità di garantire agli assistiti il corretto rispetto dei termini e delle scadenze processuali". Un "intervento diretto" per "definire quanto prima, in via transitoria, il ripristino anche delle modalità tradizionali di deposito degli atti difensivi e di accesso ai fascicoli processuali" e un "incontro ove illustrare le proposte per una più efficace organizzazione delle modalità di accesso da parte dei difensori ai portali telematici".
È quanto chiede la Giunta dell'Unione delle Camere penali alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, sottolineando, in un documento, che "la situazione attuale genera una crescente incertezza ed una progressiva e sempre maggiore disomogeneità degli strumenti a disposizione nei diversi territori e, come segnalato dalle Camere penali territoriali, mette concretamente a repentaglio l'esercizio del diritto di difesa e la possibilità di garantire agli assistiti il corretto rispetto dei termini e delle scadenze processuali".
Secondo i penalisti, infatti, "le continue problematiche collegate ai depositi telematici", quali "limiti al caricamento dei files, blocchi del sistema, intoppi della procedura di deposito", e la "grande incertezza sulla legittimità del ricorso al deposito degli atti brevi manu - si legge nel documento della Giunta Ucpi - ricadono inevitabilmente sul corretto esercizio delle prerogative difensive che devono essere sempre garantite, in ossequio ai principi costituzionali e che impongono la salvaguardia delle tradizionali modalità di deposito per un periodo di tempo sufficiente a consentire, da un lato, l'adeguamento del sistema alla nuova disciplina telematica, dall'altro la perfetta organizzazione dell'attività professionale. Ora più che mai - concludono i penalisti - occorre garantire la vigenza di un doppio binario".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Intervista al sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto: "Basta veti, sulla prescrizione modifiche dettate dalla Carta". Il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto in questa intervista al Dubbio traccia una road map su due direttrici: rispetto dei principi costituzionali e semplicità. E aggiunge: "Noi abbiamo l'obbligo di riportare la giustizia nell'ambito del diritto e non delle volubilità della politica del consenso: potrebbe sembrare una banalità ma ahimè non è così. Mi auguro che il diritto del consenso venga cancellato per sempre".
di Serena Termini
redattoresociale.it, 5 marzo 2021
Saranno dentro le sedi di Palermo, Catania, Messina ed Enna. In Italia sono 80 gli istituti in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i 4 siciliani). Il garante Fiandaca: "La nascita dei poli universitari permetterà ai detenuti di rimanere nelle carceri dell'Isola".
Anche in Sicilia verrà presto offerta alle persone detenute degli istituti di pena e a coloro che sono in esecuzione penale esterna la possibilità di potere accedere agli studi universitari. Si tratta del riconoscimento dei poli universitari penitenziari stabilito da un accordo-quadro di collaborazione, firmato giovedì scorso, a Palazzo Orleans tra il garante dei diritti dei detenuti della Regione Siciliana Giovanni Fiandaca, il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria in Sicilia Cinzia Calandrino insieme al presidente della regione Nello Musumeci e l'assessore regionale alla formazione e istruzione Roberto Lagalla con i delegati degli atenei delle Università di Palermo, Catania, Messina ed Enna "Kore".
In Italia sono 80 gli istituti penitenziari in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i quattro siciliani), per un totale di circa 1000 studenti detenuti iscritti. Per il 60% si tratta di detenuti in regime di media sicurezza, per il 34% di alta sicurezza, per l'1,5% di detenuti con il 41 bis. Solo il 2% degli studenti universitari detenuti è rappresentato da donne.
In particolare le attività svolte dai poli in Sicilia offriranno alle persone detenute percorsi formativi universitari utili alla riabilitazione psico-sociale, con ricadute positive nel percorso di recupero, sia durante che dopo la detenzione. Alle attività formative dei poli, il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e le università dedicheranno risorse e professionalità, coinvolgendo enti e istituzioni presenti sul territorio, comprese le associazioni di volontariato e terzo settore che operano nelle carceri dell'Isola. Nello specifico, la regione si impegnerà a contribuire alle spese necessarie attraverso gli strumenti finanziari che daranno il supporto operativo al raggiungimento delle finalità del progetto.
In Sicilia esistono 23 istituti penitenziari per un totale di 6 mila persone detenute. A parlare su come si articoleranno a livello organizzativo i quattro poli è il garante dei detenuti dell'Isola Giovanni Fiandaca. "Essendo stato anche un professore universitario di lungo corso, questo accordo, certamente, realizza un desiderio che avevo da tempo - afferma il garante Giovanni Fiandaca - che in questo caso interagisce anche con il mio ruolo di garante dei diritti.
E' giusto che anche in Sicilia, così come avviene già nelle carceri di altre città italiane, si possano attivare i poli universitari dentro le realtà carcerarie. Tra l'altro è lo stesso ordinamento penitenziario che riconosce l'istruzione come primo elemento del trattamento rieducativo volto al reinserimento sociale delle persone detenute.
In questo caso la promozione di un più elevato livello di cultura costituisce un presupposto importante per generare nella persona detenuta maggiore disponibilità al trattamento rieducativo. Sappiamo anche che le persone che potranno accedere a questi studi sono un numero limitato perché, statisticamente, rispetto all'istruzione media dei detenuti del nord Italia, nelle regioni meridionali, la popolazione carceraria presenta un livello di istruzione e di scolarità più basso".
"La nascita dei poli universitari permetterà soprattutto ai detenuti di rimanere nelle carceri dell'Isola. In passato, infatti, ho ricevuto richieste di detenuti di trasferirsi in altre carceri dove erano presenti dei poli universitari per potere continuare gli studi. In particolare, già due anni fa, in seguito ad una mia richiesta alle direzioni delle carceri siciliane di appurare il numero dei detenuti che volevano continuare gli studi, si erano registrate circa 160 persone. Certamente sarà nostra cura, non appena si concluderà l'emergenza sanitaria, andare nei diversi istituti di pena, insieme ai delegati universitari per informare e sensibilizzare sul progetto tutta la popolazione carceraria".
"Per il momento, tra i corsi che verranno offerti, ci saranno quelli di tipo umanistico: giurisprudenza, scienze politiche e lettere - continua Giovanni Fiandaca -. I delegati universitari nominati dal rettore sono, rispettivamente due a Catania, uno a Palermo, uno a Messina e uno ad Enna. La firma dell'accordo quadro - che ha la durata di 3 anni - rappresenta l'atto costituente del progetto. Dopo questo, successivamente si dovrà procedere alla stipula degli accordi specifici tra le singole università e il provveditorato che stabiliranno che cosa insegnare e dove insegnarlo".
"Per evitare duplicazioni e dispersione di risorse ci si organizzerà in relazione alle richieste. Per esempio se si accertasse che in Sicilia 30 detenuti volessero studiare giurisprudenza, si deciderebbe che uno dei quattro poli universitari verrebbe dedicato alla giurisprudenza - aggiunge ancora il garante -. Il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria penserà a trasferire i detenuti interessati nel carcere dove sarà presente il corso universitario. I quattro poli saranno impegnati, quindi, in ambiti disciplinari diversi. Le università, dal canto loro, metteranno a disposizioni personale amministrativo e docenti dei corsi di studi specifici. Nei prossimi giorni contatterò i delegati universitari per procedere alla fase attuativa del progetto".
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