polesine24.it, 3 dicembre 2020
"In termini di sviluppo e crescita ulteriore del nostro Comune Capoluogo ed in particolare del suo centro storico, come condiviso da tutte le forze politiche locali nella scorsa campagna elettorale, resta tra le priorità la permanenza del Tribunale nella sua attuale allocazione". Comincia così la nota stampa dei tre sindacati Cgil, Cisl e Uil, seguiti rispettivamente da Pieralberto Colombo, Samuel Scavazzin e Fabio Osti.
"Il suo spostamento provocherebbe ulteriori difficoltà - prosegue l'analisi - anche potenzialmente occupazionali, alle varie attività economiche del centro che già sono in sofferenza a causa delle ricadute legate all'emergenza sanitaria in corso. Anzi gli spazi ora liberi della vecchia casa circondariale potrebbero finalmente essere utilizzati per l'unificazione in questa area del Tribunale stesso, oggi suddiviso in cinque diverse sedi distribuite in varie zone della città, con tutti i disagi che ciò comporta. L'unificazione potrebbe invece contribuire a dare un ulteriore impulso alla rivitalizzazione del centro storico, considerato anche che il Tribunale ha acquisito le competenze di 40 Comuni della Bassa Padovana".
"Questa questione si collega inevitabilmente alla vicenda del previsto trasferimento del carcere minorile da Treviso a Rovigo, proprio in questa area e con costi non indifferenti. Crediamo che il trasferimento del carcere minorile sia un errore sotto vari aspetti e che perciò vada contrastato. Innanzitutto perché impedirebbe l'allargamento del tribunale di Rovigo nella sua attuale collocazione in centro storico, ma anche perché comporterebbe per i giovani detenuti inseriti giustamente in percorsi di recupero - data la loro giovane età - una interruzione di tali percorsi dovendo trasferirsi di molti chilometri". "Lo stesso valga per i lavoratori occupati a Treviso e per le stesse associazioni che collaborano nelle importanti attività sociali collegate. Tutte ragioni che ci spingono a dire che non è ancora troppo tardi per tentare di bloccare questa operazione se tutti gli attori coinvolti sapranno far sentire la voce del territorio".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 3 dicembre 2020
Nella Casa di reclusione di Castelfranco Emilia, a pochi chilometri da Modena, negli ultimi anni è stata avviata una serie di progetti per valorizzare la produzione dell'Istituto che, oltre alla vasta area coltivabile, dispone anche di ampi spazi interni. L'azienda agricola, che si estende su 22 ettari di terreno, oggi ospita un vigneto diverse serre, stalle e un apiario.
"Per valorizzare al meglio le potenzialità dei terreni - spiega la direttrice Maria Martone - è stato necessario mettere in atto una serie di azioni, a partire dalla possibilità di assumere più detenuti, dando loro una formazione specifica e qualificante, fino ad aprire l'azienda agricola a una collaborazione con il territorio. Detenuti adatti a questo tipo di attività sono stati selezionati grazie a due interpelli emanati dal Provveditorato che ci hanno permesso di creare una squadra fissa di circa quindici persone".
Ogni lavorante nell'azienda inizia la sua attività dopo la valutazione della sua idoneità da parte dall'equipe di osservazione e trattamento dell'Istituto, come previsto dall'art. dell'art. 21 dell'ordinamento penitenziario sul 'lavoro all'esterno' e usufruisce, sia pure con il controllo saltuario del personale addetto, di una graduale autonomia di movimento all'interno dello spazio dell'azienda.
La scelta è stata da subito quella di offrire ai lavoratori una professionalità specifica e qualificata e, nel frattempo, di realizzare colture di qualità. Grazie alla collaborazione con un ente formativo, sono stati organizzati corsi professionali in orticoltura, viticoltura, conduzione di macchine agricole e apicoltura.
Se l'azienda agricola è il settore di punta dell'intera struttura, negli ultimi anni hanno visto la luce altre attività produttive che, sottolinea la direttrice, "sono un esempio concreto di come sia possibile investire economicamente in carcere, con imprese che affiancano le finalità di profitto con il valore aggiunto dell'attenzione al sociale e al percorso di recupero dei detenuti".
Una di queste aziende è la Icall Work Calls You srl che, in uno spazio concesso dall'Istituto, ha allestito un call center dopo aver formato e assunto 10 detenuti come operai telefonici Out Bound.
La lavanderia industriale, che eroga il servizio di lavaggio delle lenzuola anche per la casa circondariale di Modena, è invece gestita dalla Cooperativa sociale L'angolo. Recentissima, in quanto iniziata il 9 novembre, l'attività di produzione e commercializzazione all'esterno delle ostie, gestita dalla Cooperativa sociale Giorni Nuovi con il finanziamento della Curia di Bologna. In questa prima fase di avviamento vi lavorano due internati ma è previsto un aumento dei dipendenti nel corso dello svolgimento dell'attività produttiva.
La creazione di un centro di produzione del tortellino si annuncia, infine, come il progetto che potrebbe portare visibilità all'intero panorama produttivo dell'Istituto anche per l'investimento, in termini di eventi divulgativi, da parte del Comune e da altre realtà locali. Il tortellino è, infatti, uno dei simboli di Castelfranco Emilia, che ha dedicato, non a caso, a questa specialità gastronomica un monumento per ricordarne la nascita leggendaria.
Il laboratorio sarà gestito dall'associazione "San Nicola", promotrice di iniziative a tutela delle tradizioni locali mentre una parte saliente della formazione, già in atto, è stata affidata alle "maestre sfogline", esperte in questo specifico settore dell'arte pastaia. "Il progetto - aggiunge Maria Martone - è frutto di un'importante collaborazione che si è sviluppata tra il Comune, l'istituto Superiore Alberghiero e l'associazionismo di volontariato, interessati a vario titolo a rafforzare la rete di interazione del carcere con il suo territorio attraverso gli strumenti fondamentali della formazione professionale e del lavoro specialistico".
I detenuti e gli internati selezionati per l'attività, una volta conclusa la fase formativa retribuita saranno assunti e lavoreranno nel laboratorio all'interno del Forte Urbano della Casa di Reclusione. "Tutti questi progetti - conclude la direttrice - consentono di affermare che l'istituto penitenziario di Castelfranco Emilia è nelle condizioni organizzative, strutturali e logistiche per gestire processi produttivi completi e per generare posti di lavoro. È ora necessario proseguire nella ricerca di una rete stabile di collegamento con il mondo dell'imprenditoria e con la realtà economica e produttiva esterna. Una più ampia inclusione occupazionale può offrire un'immagine diversa del carcere, che non sia limitata solo a quella del luogo di sovraffollamento, di chiusura e di disagio sociale ma che facciano emergere anche la sua funzione formativa, sia in termini rieducativi sia professionali".
di Andrea Carli
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2020
Il libro "Dei relitti e delle pene" di Stefano Natoli è in libreria per i tipi di Rubbettino. La domanda è di quelle "da un milione di dollari", si direbbe, se non fosse che in questo caso non sono in gioco banconote ma qualcosa che vale - o dovrebbe valere - molto di più. Volti, nomi e cognomi, emozioni. E storie, quelle delle tante, troppe persone che vivono nelle carceri italiane in condizioni spesso disumane.
"La galera è sempre e comunque la risposta giusta per punire chi sbaglia - ci si chiede - o questa soluzione non andrebbe considerata una sorta di extrema ratio, un qualcosa a cui ricorrere solo per i detenuti più pericolosi?".
Detta in altri termini: è proprio impossibile adottare un punto di vista diverso, e inserire nella riflessione la variabile che esistono delle alternative concrete ai 190 istituti di pena che sorgono nel nostro Paese? Sanzioni sostitutive come la libertà controllata, i lavori socialmente utili, la pena pecuniaria sostitutiva.
È proprio questa la domanda a cui, in un contesto che vede l'Italia Paese condannato in più occasioni dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per trattamenti "disumani e degradanti", peraltro in una fase come quella attuale in cui l'emergenza sanitaria Covid-19 fa sì che il distanziamento sociale risulti determinante per il contenimento dei contagi e la tutela della salute delle persone (si pensi all'esplosione della protesta nelle carceri fra il 7 e il 9 marzo in decine di strutture penitenziarie), è proprio questa la domanda si diceva alla quale intende rispondere Stefano Natoli con il libro "Dei relitti e delle pene" ("Sottotitolo: Giustizia, giustizialismo, giustiziati. La questione carceraria fra indifferenza e disinformazione").
Un libro scritto, è bene metterlo subito in evidenza, da un giornalista, ricorso alla cassetta degli attrezzi del mestiere, a cominciare dalla cara vecchia abitudine di fare delle domande per avere delle risposte, per trarre dalla sua esperienza di volontario in un istituto penitenziario milanese, impegnato ogni giorno ad aiutare chi ha sbagliato, delle chiavi di lettura che possono essere utili a una collettività che troppo spesso considera la questione carceraria come qualcosa che sì esiste ma che alla fine si può anche trascurare, essendo un problema, quello dell'umanità reclusa, che in fin dei conti c'è sempre stato, e fin quando questi ultimi rimangono ai margini della società beh, non è un grande problema.
"Chi scrive - chiarisce Natoli - è convinto di andare in carcere per ribadire a chi ha fatto scelte sbagliate - per sé e per gli altri - che esiste un modo diverso di affrontare le difficoltà che la vita ci presenta; un modo che non prevede il ricorso più o meno sistematico al crimine e alla violenza, ma un impegno costante e laborioso a sviluppare le proprie capacità, per poi metterle a disposizione dell'intera comunità, rispettando, sempre e comunque, i diritti del prossimo".
Di qui il titolo del libro che "rilegge" quello dell'opera del grande illuminista Milanese Cesare Beccaria "Un titolo - spiega l'autore - che vuole puntare i riflettori, più che sui delitti, sui loro autori, sui relitti appunto. Relitti, perché - rimarca Natoli - i detenuti in fondo sono come dei naufraghi: hanno navigato nel mare in tempesta della vita e a un certo punto sono andati alla deriva".
Il carcere continua a essere trascurato, a produrre sofferenza. La macchina attuale è una montagna che grava per tre miliardi di euro l'anno sulle esili spalle di un nano, ovvero le casse già in difficoltà del bilancio pubblico. Il risultato è un sistema che crea un disagio fortissimo nei relitti, li priva del loro essere persone, e li spinge nei casi più estremi e drammatici a togliersi la vita (52 suicidi nel 2017, 67 nel 2018, 53 nel 2019).
Attualmente nelle carceri sono stipate oltre 61mila persone (al febbraio 2020), 15mila in più rispetto alla capienza effettiva. Il sovraffollamento è il grande nemico, ma non è l'unico. Don Raffaele Grimaldi, che per 23 anni è stato cappellano del carcere di Secondigliano, è dell'opinione che il problema più grande dei detenuti sia fuori dalla cella, nell'indifferenza di un'opinione pubblica sempre più incline a giudicare (e quindi a condannare) piuttosto che a capire. "È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio" diceva il padre della teoria della Relatività Albert Einstein.
L'emergenza sanitaria Covid-19, si diceva. I detenuti positivi stanno sfiorando la soglia dei mille casi. L'epidemia sanitaria ha fatto in modo che le storture che da sempre appartengono al sistema detentivo si intrecciassero con nuove sfide. Di fronte allo spettro di una seconda ondata di epidemia, bisogna far tesoro delle lezioni ricevute. Come? Oltre a un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, Natoli propone che gli spazi del carcere vengano urgentemente ridisegnati, rendendoli finalmente a misura d'uomo; la sanità penitenziaria venga completamente ripensata (oggi abbiamo un medico ogni 315 detenuti); le tecnologie introdotte a causa dell'emergenza escano più, ma siano anzi estese già nel prossimo futuro ai percorsi rieducativi e socializzanti. E poi, si legge nel libro, "il carcere non può fare a meno delle attività educative e del lavoro del volontariato". La cruda realtà degli istituti di detenzione rimane troppo spesso confinata dietro le sbarre, lontana da occhi che non vedono perché non vogliono vedere. Nascosta. Come le storie e le esistenze dei detenuti. I Relitti, appunto. È ora di aprire la finestra, di fare entrare un po' di luce e, soprattutto, di tornare a chiamarli persone.
("Dei relitti e delle pene. Giustizia, giustizialismo, giustiziati. La questione carceraria fra indifferenza e disinformazione", Stefano Natoli, Rubbettino, 204 pagine, 15 euro).
di Michela Porta
triesteallnews.it, 3 dicembre 2020
La giornalista Katya Maugeri è l'autrice del libro "Liberaci dai nostri mali. Inchiesta nelle carceri italiane: dal reato al cambiamento" edito da Villaggio Maori. Primo scritto dell'autrice siciliana, affronta il tema della detenzione in carcere tramite le testimonianze di chi vi si trova al suo interno. Una visione intimista, con testimonianze senza filtri che mirano ad essere un percorso di prevenzione. Con esso l'autrice si insinua nelle vite di sette carcerati in modo discreto, quasi in punta di piedi per non disturbare.
Un prima e un dopo, quello nella vita degli intervistati, che trova una 'pausa' simile ad una lente di ingrandimento nel limbo della prigione in cui l'identità si annulla improvvisamente diventando un semplice numero in attesa, come tanti altri, di poter tornare a respirare.
Il volume inizia mettendo in chiaro fin da subito che verranno fatte conoscere le condizioni - non le giustificazioni - che hanno portato questi uomini a compiere determinati reati. Decisioni a volte improvvise, altre partite dalla disperazione, altre ancora sottovalutando la scelta che si stava per fare.
Nel rapporto con i detenuti, l'autrice non è giudice ma veste i panni della giornalista obiettiva, testimone imparziale pronta ad accogliere i messaggi che alle volte tendiamo a non voler ascoltare pensando non ci riguardino.
Vari i temi trattati, dall'importanza dell'articolo 21 che ammette la possibilità del lavoro esterno, alla differenza che può fare il sostegno dall'esterno, fino al fondamentale diritto e bisogno di stimoli per poter vedere una luce di speranza in fondo al tunnel. Sette singoli percorsi, ognuno diverso dall'altro, che hanno portato molto spesso in modo lento ed inconsapevole verso un baratro derivante da uno stile di vita diventato ormai abitudine.
Il messaggio principale che accompagna il libro è l'importanza di raccontare le carceri come strutture rieducative e non più solo come strutture punitive, considerando il detenuto degno di un progetto di vita che lo soddisfi dentro e al di fuori dal carcere per non ricadere nel vortice delle emozioni malate dalle quali era 'soggiogato' prima di finire in prigione.
La sfida raccontata da questi uomini è duplice in quanto, oltre allo sconto della pena, c'è il bisogno di trovare in sé stessi la volontà di cambiare, di cadere e riprovarci più volte, di ripulirsi mente e cuore, iniziando a vedere la vita con occhi nuovi e trovando soddisfazione nei piccoli e grandi miracoli del mondo reale. La sfida delle nostre carceri e di coloro che accoglieranno i detenuti al di fuori di esse è quella di renderlo possibile. Quella dei lettori, infine, è di conoscere il lato oscuro che - consciamente o no - fa parte di noi, perché solo comprendendo a fondo è possibile scegliere.
di Matteo Grittani
La Stampa, 3 dicembre 2020
Le Nazioni Unite questa mattina hanno riconosciuto ufficialmente le proprietà medicinali della cannabis in un voto espresso a Vienna dagli Stati Membri nel corso della Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd), l'organo esecutivo per la politica sulle droghe.
In agenda c'era il voto su sei raccomandazioni che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha adottato qualche anno fa e che volevano ricollocare la cannabis all'interno delle quattro tabelle che dal 1961 classificano piante e derivati psicoattivi a seconda della loro pericolosità. La cannabis viene quindi tolta dalla tabella 4, quelle delle sostanze ritenute più pericolose in virtu' dei suoi impieghi terapeutici. Da notare che l'Ungheria ha votato contrariamente alla posizione comune dell'Ue.
"La decisione di oggi toglie gli ostacoli del controllo internazionale, imposti dal 1961 dalla Convenzione unica sulle sostanze narcotiche, alla produzione della cannabis per fini medico-scientifici", ha detto Marco Perduca, che per l'Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla scienza e alla salute, coordina la campagna 'Legalizziamo!'.
Perduca ha aggiunto che il voto è importante "anche perché' le raccomandazioni dell'Oms erano state elaborate sulla base della letteratura scientifica prodotta negli anni, in condizioni molto difficili".
"Finalmente la scienza diventa un elemento fondamentale per aggiornare decisioni di portata globale, come quelle delle Convenzioni nu sulle droghe, non solo ai mutati scenari sociali e culturali ma anche alla luce del progresso scientifico", aggiunge Perduca. Dei 53 Stati quasi tutti quelli appartenenti all'Unione Europea - ad eccezione dell'Ungheria - e alle Americhe hanno votato a favore, compresa l'Italia, raggiungendo la maggioranza di un solo voto, a quota 27. Gran parte dei paesi asiatici e africani, invece, si sono opposti. Questo cambiamento faciliterà la ricerca scientifica sulla la cannabis, nota per i benefici nella cura del morbo di Parkinson, della sclerosi, dell'epilessia, del dolore cronico e del cancro.
di Matteo Grittani
La Stampa, 3 dicembre 2020
Le Nazioni Unite questa mattina hanno riconosciuto ufficialmente le proprietà medicinali della cannabis in un voto espresso a Vienna dagli Stati Membri nel corso della Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd), l'organo esecutivo per la politica sulle droghe.
In agenda c'era il voto su sei raccomandazioni che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha adottato qualche anno fa e che volevano ricollocare la cannabis all'interno delle quattro tabelle che dal 1961 classificano piante e derivati psicoattivi a seconda della loro pericolosità. La cannabis viene quindi tolta dalla tabella 4, quelle delle sostanze ritenute più pericolose in virtu' dei suoi impieghi terapeutici. Da notare che l'Ungheria ha votato contrariamente alla posizione comune dell'Ue.
"La decisione di oggi toglie gli ostacoli del controllo internazionale, imposti dal 1961 dalla Convenzione unica sulle sostanze narcotiche, alla produzione della cannabis per fini medico-scientifici", ha detto Marco Perduca, che per l'Associazione Luca Coscioni, attiva a livello internazionale a tutela del diritto alla scienza e alla salute, coordina la campagna 'Legalizziamo!'.
Perduca ha aggiunto che il voto è importante "anche perché' le raccomandazioni dell'Oms erano state elaborate sulla base della letteratura scientifica prodotta negli anni, in condizioni molto difficili".
"Finalmente la scienza diventa un elemento fondamentale per aggiornare decisioni di portata globale, come quelle delle Convenzioni nu sulle droghe, non solo ai mutati scenari sociali e culturali ma anche alla luce del progresso scientifico", aggiunge Perduca. Dei 53 Stati quasi tutti quelli appartenenti all'Unione Europea - ad eccezione dell'Ungheria - e alle Americhe hanno votato a favore, compresa l'Italia, raggiungendo la maggioranza di un solo voto, a quota 27. Gran parte dei paesi asiatici e africani, invece, si sono opposti. Questo cambiamento faciliterà la ricerca scientifica sulla la cannabis, nota per i benefici nella cura del morbo di Parkinson, della sclerosi, dell'epilessia, del dolore cronico e del cancro.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 3 dicembre 2020
La sostanza è stata rimossa dalla tabella IV, la granitica convenzione del 1961 viene finalmente scalfita. Con 27 voti a favore (quasi tutti i paesi Ue, Ungheria esclusa), a Vienna cade il tabù. Al termine di un processo durato oltre 2 anni la 63esima sessione Commission on Narcotic Drugs (Cnd) dell'Onu, riconvocata dal 2 al 4 dicembre, ha ufficialmente riconosciuto il valore terapeutico della cannabis. Ha infatti modificato quelle che sino a ieri erano le granitiche classificazioni della convenzione del 1961, eliminando la cannabis dalla tabella IV, quella delle sostanze a rischio particolarmente forte di abuso e senza alcuna utilità terapeutica. La cannabis rimane nella tabella I, quella delle sostanze pericolose. Pur parziale e risicato è stato un voto storico.
Per la prima volta la Cnd, 27 voti a favore, 25 contrari e 1 astenuto, ha derubricato una sostanza presente nelle convenzioni, rompendo un tabù di quella "chiesa della proibizione" di cui ha scritto tempo fa Peter Cohen (Fuoriluogo, maggio 2003). Anche per questo, la bocciatura delle restanti 5 raccomandazioni (su ricollocazione nelle varie convenzioni, estratti e tinture e Cbd) assume un valore molto relativo, rimanendo agli atti le osservazioni scientifiche dell'Oms e la valutazione tutta politica di queste, espressa nel voto dei paesi membri della Cnd.
La cannabis non sarà quindi più soggetta alle "misure speciali di controllo" previste per le sostanze presenti in tabella IV. Sarà possibile per tutti i paesi introdurre legislazioni per sostenere la ricerca e per la sua produzione e uso medico senza più l'alibi della sua presenza nella tabella più vincolante della convenzione sugli stupefacenti.
È stato un processo complicato: dalla presentazione ufficiale da parte dell'Oms, rimandata di un mese, ai due rinvii alla Cnd che facevano presagire un tentativo di far saltare il voto. È rarissimo che il parere scientifico dell'Oms arrivi in aula per uno scrutinio, e non approvato all'unanimità. Pesava la ferma opposizione, tutta ideologica, di Russia e Cina e di molti paesi asiatici ed africani. Nella conta finale è stato determinante il parere positivo dell'Unione Europea, Italia inclusa, che ha votato a favore di 4 delle 6 raccomandazioni. Non farebbe notizia la defezione dell'Ungheria, se non fosse che si è allontanata dalla prassi dell'Ue di votare all'Onu conformemente alle decisioni prese in sede europea. La decisione della Cnd è il primo cambio di rotta nel sistema internazionale del controllo delle sostanze stupefacenti. È importante perché è caduto un tabù, quello sulla cannabis. Ieri la massima autorità sanitaria mondiale è riuscita a convincere la culla della guerra alla droga, che la cannabis non è la "pianta del demonio", bensì una risorsa terapeutica. Se è evidente che il vento ideologico del proibizionismo soffia ancora forte, lo è altrettanto che la rotta per la riforma è ormai alla prossima boa.
È una vittoria delle associazioni della società civile, che a livello nazionale, europeo e globale hanno lavorato per questa svolta. Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe, la Società della Ragione e Drcnet nel maggio 2018 avevano depositato all'Oms una memoria sull'esperienza allora decennale della cannabis terapeutica in Italia. Il governo italiano non presentò niente. Le stesse associazioni hanno poi presentato in questa sessione un documento firmato da un centinaio di ong internazionali, a sostegno dell'approvazione delle raccomandazioni.
Cosa cambia per l'Italia? In primis non ci sono più scuse per non completare il quadro normativo e allo stesso tempo ampliare la produzione italiana di cannabis terapeutica. A partire dagli impegni che lo Stato si prese a fine 2017 nel decreto fiscale: è ben lontana dall'essere realtà la triplicazione della produzione di cannabis terapeutica a cura dell'Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze, mentre nulla sappiamo dell'apertura della produzione nazionale ai privati, ormai indispensabile, della formazione del personale sanitario e della copertura dei costi per i pazienti da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Da mesi, anche con un digiuno a staffetta che ha raggiunto i 300 aderenti, la Società Civile ha chiesto di non fare passi indietro, come adombrato da inopinate circolari e curiosi decreti ministeriali che hanno messo in crisi pazienti, medici e farmacisti italiani. Ora la politica deve fare il suo.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 3 dicembre 2020
La sostanza è stata rimossa dalla tabella IV, la granitica convenzione del 1961 viene finalmente scalfita. Con 27 voti a favore (quasi tutti i paesi Ue, Ungheria esclusa), a Vienna cade il tabù. Al termine di un processo durato oltre 2 anni la 63esima sessione Commission on Narcotic Drugs (Cnd) dell'Onu, riconvocata dal 2 al 4 dicembre, ha ufficialmente riconosciuto il valore terapeutico della cannabis. Ha infatti modificato quelle che sino a ieri erano le granitiche classificazioni della convenzione del 1961, eliminando la cannabis dalla tabella IV, quella delle sostanze a rischio particolarmente forte di abuso e senza alcuna utilità terapeutica. La cannabis rimane nella tabella I, quella delle sostanze pericolose. Pur parziale e risicato è stato un voto storico.
Per la prima volta la Cnd, 27 voti a favore, 25 contrari e 1 astenuto, ha derubricato una sostanza presente nelle convenzioni, rompendo un tabù di quella "chiesa della proibizione" di cui ha scritto tempo fa Peter Cohen (Fuoriluogo, maggio 2003). Anche per questo, la bocciatura delle restanti 5 raccomandazioni (su ricollocazione nelle varie convenzioni, estratti e tinture e Cbd) assume un valore molto relativo, rimanendo agli atti le osservazioni scientifiche dell'Oms e la valutazione tutta politica di queste, espressa nel voto dei paesi membri della Cnd.
La cannabis non sarà quindi più soggetta alle "misure speciali di controllo" previste per le sostanze presenti in tabella IV. Sarà possibile per tutti i paesi introdurre legislazioni per sostenere la ricerca e per la sua produzione e uso medico senza più l'alibi della sua presenza nella tabella più vincolante della convenzione sugli stupefacenti.
È stato un processo complicato: dalla presentazione ufficiale da parte dell'Oms, rimandata di un mese, ai due rinvii alla Cnd che facevano presagire un tentativo di far saltare il voto. È rarissimo che il parere scientifico dell'Oms arrivi in aula per uno scrutinio, e non approvato all'unanimità. Pesava la ferma opposizione, tutta ideologica, di Russia e Cina e di molti paesi asiatici ed africani. Nella conta finale è stato determinante il parere positivo dell'Unione Europea, Italia inclusa, che ha votato a favore di 4 delle 6 raccomandazioni. Non farebbe notizia la defezione dell'Ungheria, se non fosse che si è allontanata dalla prassi dell'Ue di votare all'Onu conformemente alle decisioni prese in sede europea. La decisione della Cnd è il primo cambio di rotta nel sistema internazionale del controllo delle sostanze stupefacenti. È importante perché è caduto un tabù, quello sulla cannabis. Ieri la massima autorità sanitaria mondiale è riuscita a convincere la culla della guerra alla droga, che la cannabis non è la "pianta del demonio", bensì una risorsa terapeutica. Se è evidente che il vento ideologico del proibizionismo soffia ancora forte, lo è altrettanto che la rotta per la riforma è ormai alla prossima boa.
È una vittoria delle associazioni della società civile, che a livello nazionale, europeo e globale hanno lavorato per questa svolta. Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe, la Società della Ragione e Drcnet nel maggio 2018 avevano depositato all'Oms una memoria sull'esperienza allora decennale della cannabis terapeutica in Italia. Il governo italiano non presentò niente. Le stesse associazioni hanno poi presentato in questa sessione un documento firmato da un centinaio di ong internazionali, a sostegno dell'approvazione delle raccomandazioni.
Cosa cambia per l'Italia? In primis non ci sono più scuse per non completare il quadro normativo e allo stesso tempo ampliare la produzione italiana di cannabis terapeutica. A partire dagli impegni che lo Stato si prese a fine 2017 nel decreto fiscale: è ben lontana dall'essere realtà la triplicazione della produzione di cannabis terapeutica a cura dell'Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze, mentre nulla sappiamo dell'apertura della produzione nazionale ai privati, ormai indispensabile, della formazione del personale sanitario e della copertura dei costi per i pazienti da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Da mesi, anche con un digiuno a staffetta che ha raggiunto i 300 aderenti, la Società Civile ha chiesto di non fare passi indietro, come adombrato da inopinate circolari e curiosi decreti ministeriali che hanno messo in crisi pazienti, medici e farmacisti italiani. Ora la politica deve fare il suo.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 dicembre 2020
Almeno 57, ma potrebbero essere state addirittura 91. Parliamo di condanne a morte eseguite in Egitto a ottobre e novembre. Il primo dato si riferisce alle esecuzioni accertate da Amnesty International, il secondo a quelle riferite dalla stampa filogovernativa.
L'ondata di esecuzioni ha fatto seguito a una rivolta scoppiata il 23 settembre nell'ala del carcere di massima sicurezza di Tora nota come "lo Scorpione", in cui rimasero uccisi quattro prigionieri condannati a morte e quattro membri delle forze di sicurezza. Secondo le autorità, si trattò di un tentativo di evasione ma non c'è mai stata un'indagine indipendente e trasparente sull'accaduto.
Oltre ai 15 prigionieri messi a morte al termine di processi relativi a fatti di violenza politica, tra ottobre e novembre sono state eseguite altre 42 condanne a morte nei confronti di 38 uomini e quattro donne, per atti di criminalità comune, tra cui stupri.
Il 3 ottobre sono stati messi a morte due uomini condannati al termine di un maxi-processo per quelli che sono passati alla storia come "i fatti della Biblioteca alessandrina", atti di violenza politica seguiti al sanguinoso sgombero del sit-in di Rabaa, al Cairo, nell'agosto 2013. Il 4 ottobre, nel caso conosciuto come "Agnad Masr", 10 uomini sono stati messi a morte per atti di violenza contro pubblici ufficiali e beni pubblici. Nel corso del processo gli imputati avevano denunciato di essere stati sottoposti a tortura e a sparizione forzata, ma non è poi stata disposta alcuna indagine. A processo ancora in corso, uno degli imputati che poi sarebbero stati messi a morte, Gamal Zaki, era stato costretto a "confessare" in una dichiarazione filmata trasmessa da numerose emittenti televisive.
Sempre il 4 ottobre altri tre prigionieri sono stati messi a morte al termine del processo per "l'attacco alla stazione di polizia di Kerdasa", sempre successivo allo sgombero di Rabaa, in cui erano morti 13 agenti di polizia. Nel dicembre 2014, un tribunale antiterrorismo aveva condannato 183 imputati a morte (34 dei quali in contumacia). In appello, erano state confermate 20 condanne a morte. Gli altri 17 condannati restano nel braccio della morte. Nove organizzazioni per i diritti umani avevano denunciato le gravi violazioni del diritto a un giusto processo, tra cui il diniego del diritto alla difesa e le coercizioni utilizzate per estorcere "confessioni".
Oltre ai 57 casi verificati, Amnesty International sta cercando di ottenere conferma delle altre 34 esecuzioni riferite dalla stampa filogovernativa egiziana. Le famiglie sono riluttanti a parlare con le organizzazioni per i diritti umani per il timore di ripercussioni.
Altrettanto difficile è accertare il numero di prigionieri in attesa di esecuzione. Tra questi vi è sicuramente Wael Tawadros, noto come padre Isaia, un monaco condannato nell'aprile 2019 per l'omicidio del vescovo Anba Epphanius. Tawadros è stato condannato a morte al termine di un processo gravemente iniquo, basato su una "confessione" di colpevolezza estorta con la tortura durante un periodo di sparizione forzata, tra il 2 e il 28 agosto 2018.
Il Riformista, 3 dicembre 2020
Per la prima volta l'avvocato Huda Nasraallah ha potuto incontrare Patrick George Zaki, suo assistito. Lo studente egiziano dell'Università di Bologna, 29 anni, è detenuto nel carcere di Tora, il Cairo, dallo scorso febbraio. La pagina Facebook Patrick Libero che segue costantemente il caso ha riportato dell'incontro. E ha sottolineato le condizioni disumane nelle quali si trova Zaki. Dorme per terra dall'arresto. E perciò soffre di dolori alla schiena. È stato accusato di propaganda sovversiva. Rischia 25 anni di carcere.
"Oggi, mercoledì 2 dicembre, l'avvocato di Patrick -Huda Nasraallah ha potuto fargli visita per la prima volta da quando è stato arrestato - si legge nel post su Facebook - La visita è stata generalmente piacevole, sono stati contenti di poter parlare tra loro per un po' - in presenza di un ufficiale - e lui le ha raccontato un po' della sua situazione.
Huda è rimasto sorpreso di sapere che da quando è stato arrestato dorme per terra, cosa di cui non ha mai parlato o di cui si è lamentato prima, e l'unico motivo per cui lo ha fatto ora è che ha chiesto una pomata e una cintura di sostegno per la schiena, visto che soffre di mal di schiena. I genitori di Patrick sono preoccupati perché non si è mai lamentato di tali problemi di salute prima d'ora, ed è noto per non lamentarsi e sopportare il dolore fisico senza chiedere aiuto, il fatto che abbia chiaramente chiesto aiuto ci rende davvero preoccupati per le sue condizioni di salute che potrebbero solo peggiorare con il freddo".
Zaki è stato arrestato lo scorso 11 febbraio. Il 22 novembre la custodia cautelare presso il carcere di Tora è stata rinnovata per altri 45 giorni. Le accuse sono di istigazione al terrorismo per alcuni post su Facebook. Il caso ha spinto Amnesty International a parlare di "accanimento giudiziario" e a chiedere "un'azione diplomatica" italiana "molto forte" sull'Egitto. I post incriminati sarebbero una decina. Tra i reati contestati anche la "diffusione di notizie false", "incitamento alla protesta" e "istigazione alla violenza e ai crimini terroristici".
Per i capi dei quali Zaky è accusato, lo studente rischia 25 anni di carcere. I legali dello studente 29enne insistono su un aspetto: i post sarebbero stati pubblicati da un account quasi omonimo ma diverso dal suo. Proprio oggi l'attrice Scarlett Johansson aveva lanciato un appello alla liberazione di Zaki e di quella di altri tre dirigenti dell'ong egiziana per la difesa dei diritti civili Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti personali).











