vita.it, 4 dicembre 2020
Un emendamento alla legge di Bilancio, proposto da Cittadinanzattiva, A Roma Insieme-Leda Colombini e Terre des Hommes, sta raccogliendo sostegno trasversale tra le forze politiche. L'emendamento, sottoscritto dall'On.le Paolo Siani quale primo firmatario, prevede l'istituzione di un fondo dedicato che garantisca le risorse necessarie all'inserimento dei nuclei mamma-bambino all'interno di case famiglia e comunità alloggio mamma-bambino, idonei ad ospitarli.
Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, ed aggiornati al 31 ottobre 2020, nel circuito penitenziario risultano essere presenti 31 detenute madri con 33 figli al seguito. Di questi, sono 16 le madri e 17 i bambini ristretti nelle sezioni nido delle case circondariali, mentre gli altri risultano collocati all'interno degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam).
La presenza di bambini nelle strutture detentive costituisce un gravissimo paradosso del nostro sistema, che ne compromette la salute psico-fisica in un'età centrale per il loro sviluppo, per di più l'attuale emergenza sanitaria li espone ad ulteriori rischi per la salute. È quindi indispensabile individuare misure volte a consentire la collocazione dei genitori detenuti assieme ai loro bambini al di fuori degli istituti penitenziari, anche quelli a custodia attenuata (ICAM).
"Siamo convinti", sostengono le organizzazioni, "che esistano soluzioni di buon senso e percorribili anche nell'immediato perché nelle carceri italiane non ci siano più bambini. L'accoglimento della nostra proposta rappresenterebbe una prima risposta concreta al problema, e sarebbe indicativa di una chiara e decisa volontà politica di farsene carico con l'adozione di misure efficaci e di sistema".
L'emendamento alla legge di Bilancio ha trovato un sostegno trasversale, con la sottoscrizione di tutti i gruppi di maggioranza, ed in particolare dai capogruppo in Commissione Affari Sociali del PD, M5S, LEU e IV, ha superato il vaglio di ammissibilità, e nei prossimi giorni sarà discusso dalla Commissione Bilancio della Camera.
"Ci rivogliamo a questo punto", concludono le organizzazioni, "al Presidente della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, Onorevole Melilli, che ha già sostenuto iniziative legislative sul tema con finalità analoghe alla nostra proposta, affinché si faccia promotore dell'emendamento in seno alla Commissione.
Confidiamo che l'ampio favore finora dimostrato sulla proposta da parte di tante forze politiche si rafforzi ulteriormente, così da garantire la rapida approvazione in Commissione ed il successivo positivo passaggio in Aula. Ci auguriamo che questa sia finalmente l'occasione per restituire necessaria centralità alla tutela della salute dei piccoli finora detenuti in carcere assieme alle loro madri".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 4 dicembre 2020
"L'ex presidente Anm non può sostituire il togato dimissionario Mancinetti". E col Covid quando si vota? Sfidando il Covid, le esigenze di contenimento della spesa pubblica e, soprattutto, il buonsenso, il plenum del Csm ha deciso ieri pomeriggio che bisognerà indire nuove elezioni per sostituire il togato di Unicost Marco Mancinetti, dimessosi due mesi orsono dopo che il pg della Cassazione Giovanni Salvi gli aveva notificato l'avvio di un'azione disciplinare per il contenuto delle chat scambiate con il collega di corrente ed ex presidente dell'Anm Luca Palamara. Dopo quella per il rinnovo della componente togata del Csm a luglio 2018, la prossima sarà dunque la terza tornata di elezioni "suppletive". Un record senza precedenti negli oltre cinquant'anni di vita dell'organo di autogoverno della magistratura e che, sicuramente, rimarrà imbattuto a lungo.
Il nuovo voto, comunque, a causa dell'emergenza sanitaria difficilmente si potrà tenere prima della scadenza quadriennale della consiliatura, prevista, appunto, fra poco più di un anno e mezzo. La perdurante pandemia, infatti, mette in forte dubbio la ripresa delle normali attività anche per il prossimo anno. Nulla da fare, quindi, per Pasquale Grasso, giudice al Tribunale di Genova ed ex presidente dell'Anm per pochi mesi nella primavera del 2019 prima di essere sfiduciato all'indomani dello scoppio dell'affaire Palamara. Fra i motivi della sfiducia, l'aver avuto, a detta dei rappresentanti degli altri gruppi, un atteggiamento "morbido" nei confronti dei togati del Csm, poi costretti alle dimissioni, che avevano partecipato all'ormai celebre incontro all'hotel Champagne di Roma con i parlamentari Cosimo Ferri e Luca Lotti.
Grasso, toga a lungo iscritta a Magistratura indipendente e tuttora vicina al gruppo moderato, era risultato il primo dei non eletti alle ultime elezioni suppletive, quelle per la categoria del merito, vinte lo scorso dicembre da Elisabetta Chinaglia (Area) per sostituire Paolo Criscuoli, un altro dei partecipanti al famigerato incontro. Fra l'interpretazione "estensiva" e quella ' letteralè della norma sui subentri ha prevalso, quindi, quest'ultima. Secondo la tesi del laico pentastellato Alberto Maria Benedetti, passata con 18 voti fra cui quelli dei capi di Corte e del vicepresidente David Ermini, "lo scorrimento, che è il primo criterio, implica che il subentrante e l'uscente facciano parte dello stesso collegio, ma non è così in questo caso perché nessuno seguiva Mancinetti nel collegio primario". Di diverso avviso la togata Paola Maria Braggion (Mi), la cui proposta ha avuto 5 voti. Il plenum, in assenza di "non eletti" all'iniziale tornata del 2018 ha deciso che non è possibile "attingere" da altre graduatorie elettorali.
A parte, adesso, la difficoltà di chiamare al voto in presenza circa diecimila magistrati, il problema principale, in caso si riuscisse a fissare una data per le elezioni nei prossimi mesi, sarà quello di "trovare" dei candidati. Quale magistrato, infatti, sarebbe disposto ad affrontare una campagna elettorale per rimanere in carica meno di anno? La legge istitutiva del Csm vieta la ricandidatura dei consiglieri uscenti. E dal momento che la riforma del Consiglio superiore ha visto solo ieri l'avvio delle audizioni alla Camera, le prossime elezioni si terranno, quasi sicuramente, con l'attuale sistema di voto: collegio unico e metodo proporzionale puro. Meglio attendere, sarà il ragionamento di tanti, il 2022 per candidarsi a un mandato di un intero quadriennio e non di poche settimane.
Oltre ai togati di "Mi", a favore del subentro della toga genovese hanno votato i togati Filippo Donati (M5s) e Alessio Lanzi (FI). Hanno scelto di astenersi i laici della Lega Stefano Cavanna e Emanuele Basile. Lanzi, nel suo intervento, ha sottolineato l'importanza del principio democratico, del pluralismo e, soprattutto, del "rispetto del voto degli elettori: molte delibere avvengono al Csm con un solo voto di scarto", ha ricordato, evidenziando la necessità di ricomporre quanto prima il plenum senza aspettare le nuove elezioni. Per poi aggiungere che non c'è "nulla di più irragionevole che votare per la terza volta".
Di diverso avviso, come detto, la maggioranza del Csm. La bocciatura di Grasso non potrà non avere ripercussioni alla prossima riunione dell'Anm, prevista questo fine settimana, in cui si dovrà eleggere il presidente. Dopo lo "sgambetto" di ieri, difficile che "Mi" accetterà di far parte di una giunta unitaria con coloro che hanno votato compatti contro Grasso.
di Gigliola Alfaro
agensir.it, 4 dicembre 2020
A dirlo è stato l'ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane don Raffaele Grimaldi commentando le parole di papa Francesco. "Soprattutto in questo momento di grande solitudine e di abbandono nel quale i ristretti vivono l'ansia per il domani e portano nel cuore l'attesa del miracolo di una presta liberazione, nel messaggio di misericordia di Papa Francesco si scorge un chiaro appello rivolto anche a noi che siamo fuori dalle mura delle carceri, a volte più prigionieri degli altri, affinché siamo chiamati a non giudicare, ma a vedere, anche nell'uomo che ha commesso gravi reati, l'immagine di Cristo".
Lo sottolinea oggi l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi commentando le parole di ieri di Papa Francesco all'udienza generale dedicate al mondo del carcere e alle famiglie dei detenuti. Ringraziando il Santo Padre a nome di cappellani, operatori e agenti della Penitenziaria, don Grimaldi evidenzia: "Dio non solo è paziente con coloro che sono dietro le sbarre, ma lo è anche con noi. Perciò, siamo chiamati a non dimenticare che siamo tutti peccatori e non va puntato il dito per giudicare l'altro. Possiamo ritenerci fortunati dinanzi al giudizio dell'opinione pubblica quando i nostri peccati non vengono alla luce. Ma la legge del Vangelo vale per gli uomini di tutti i tempi: 'Chi è senza peccato scagli la prima pietra'".
Sul reinserimento sociale, prosegue l'ispettore generale, "parlando di comunità di recupero, il Papa ci ha indicato la strada per donare un orizzonte di speranza a coloro che desiderano ritornare nella comunità civile. Comunità, case famiglia, dove i detenuti possano ritrovare l'affetto di persone, di parenti e amici che li accolgono e li indirizzano verso un vero cammino di rinascita". Di qui l'invito a "tendere una mano, dare fiducia a chi ha sbagliato, essere comunità accoglienti, avere il coraggio di difendere chi è caduto nella trappola del male, per non vedere nella persona che è in carcere, solo il male, solo gli errori commessi".
Don Grimaldi aggiunge: "La nostra società perbene deve avere un cuore misericordioso, come lo è la madre del carcerato che visita e ama il proprio figlio che ha sbagliato e si è macchiato di gravi reati ricoprendo loro volto di 'vergogna'. Gli uomini e le donne che hanno commesso una colpa, a volte sepolti dall'indifferenza degli altri, hanno bisogno di essere incoraggiati per rinascere". Ricordando le storie di rinascita di cui sono testimoni i cappellani, il sacerdote conclude: "Per le persone rinchiuse dietro le sbarre per i loro errori commessi, abbandonate al loro destino, siamo chiamati a essere autentici medici che sappiano curare le ferite e che offrano occasioni di accoglienza e di recupero".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 dicembre 2020
Stavolta si può fare. Il diritto di difesa potrebbe smettere di essere "tassato in maniera irragionevole", come dice Enrico Costa con efficace paradosso. Il deputato di Azione, ed ex viceministro della Giustizia, ha rilanciato la proposta, avanzata la prima volta esattamente un anno fa, sulla detraibilità delle spese legali sostenute per la difesa da parte di chi è assolto. Ne ha fatto un emendamento alla legge di Bilancio.
E le possibilità di successo cominciano a farsi interessanti. Ieri la proposta è stata dichiarata ammissibile dal presidente della commissione Bilancio della Camera (dov'è in corso l'esame della Manovra), il dem Fabio Melilli. Primo passo, non scontato. Basti pensare che lo stesso Costa si è visto invece respingere come inammissibile un altro emendamento con cui chiedeva di innalzare il tetto massimo del risarcimento previsto per l'ingiusta detenzione dagli attuali 516mila a un milione e 32mila euro. Motivo: secondo Melilli si tratta di una modifica "ordinamentale", dunque incompatibile con le leggi di Bilancio.
La partita dunque è aperta, e andrà giocata su un terreno politico. La formazione di cui Costa ora fa parte, quella appunto di Carlo Calenda, è rappresentata nel gruppo Misto di Montecitorio da altri due deputati, che pure hanno sottoscritto la proposta sul parziale ristoro degli assolti: Nunzio Angiola e Flora Frate. A loro si è aggiunto il leader di +Europa Riccardo Magi. Nei giorni scorsi non hanno esitato a inserire l'emendamento tra i "segnalati" alla commissione Bilancio Costa confida in un sostegno del guardasigilli Alfonso Bonafede, a cui ha illustrato l'idea in una lettera, ma anche del Pd.
"Non posso dimenticare innanzitutto che, dal punto di vista parlamentare, la primogenitura dell'idea è di Gabriele Albertini", spiega al Dubbio il deputato di Azione. "Fu lui a proporla in Senato nella precedente legislatura, e ottenne il sostegno convinto dell'allora capogruppo dem in commissione Giustizia Beppe Lumia. Anche per questo credo che il Pd non sarà indifferente al mio emendamento". D'altronde non si tratta di una provocazione iperbolica. La norma è scritta in modo equilibrato. Innanzitutto, la detraibilità delle spese legali riguarderebbe solo chi è assolto in via definitiva con una delle seguenti formule: se il fatto non sussiste, se l'imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. "Come specificato in uno dei commi", chiarisce Costa, "sarebbero esclusi dal recupero fiscale di parte delle spese legali coloro per i quali viene dichiarato prescritto il reato, o che beneficiano di interventi di depenalizzazione, o che sono prosciolti da un capo d'accusa ma condannati per un altro".
Non solo. C'è un limite innanzitutto alla somma che ciascun ex imputato può portare in detrazione: 10.500 euro. Si specifica che il risparmio fiscale sarebbe applicato alle "imposte sui redditi", dunque con detrazioni Irpef, ripartite in tre quote annuali a partire dall'anno successivo all'assoluzione definitiva. Ma soprattutto, la ragionevolezza della proposta risiede al quinto comma dell'articolo (ora codificato come 177- bis): la misura sarebbe applicata "nel limite massimo di spesa di 15 milioni di euro nell'anno 2021 e di 20 milioni a decorrere dal 2022" reperiti in un fondo specificamente indicato.
Il parlamentare di Azione aveva provato a introdurre il principio della "soccombenza" nel processo penale già nel ddl sul patrocinio a spese dello Stato, assegnato alla commissione Giustizia di Montecitorio. In attesa che quel testo riprenda l'esame, Costa tenta ora la strada della legge di Bilancio anche in virtù di un consenso che potrebbe rivelarsi decisivo: quello del guardasigilli Alfonso Bonafede. Il ministro non ha nascosto il proprio interesse per la proposta.
Ma ha subito segnalato la necessità di una verifica contabile, non semplicissima: visto che Costa propone di rendere detraibili, fino a 10.500 euro, le spese sostenute per la difesa da parte di chi è assolto, è necessario conoscere, approssimativamente, il numero delle persone che ogni anno potrebbero accedere a tale diritto. Ma una statistica del genere non è mai stata fatta. Si conosce il numero dei proscioglimenti ma non di quelli pronunciati con una di quelle che Costa definisce "formule ampiamente liberatorie".
Ecco perché il deputato di Azione ha pensato di integrare il vecchio schema della proposta con un tetto massimo, inizialmente di 15 milioni. Si dirà: e se i prosciolti con una delle formule previste si rivelassero abbastanza numerosi da rendere insufficiente il fondo? L'emendamento mette in conto anche tale plausibile eventualità: al comma 6 stabilisce che "con decreto del ministro dell'Economia, da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di Bilancio, sono definiti criteri e modalità di attuazione" della norma sulle detrazioni.
"Ipotizzo che il Mef possa scegliere di ridurre proporzionalmente la detrazione ammessa per ciascun assolto, qualora il fondo fosse insufficiente. Oppure che si stabilisca altro criterio. Ciò che conta", dice Costa, "è affermare il principio: lo Stato paga, se sbaglia ad accusarti".
Semplice, incontestabile. Ma non previsto in Italia, diversamente da quanto avviene in altri 28 Paesi del Consiglio d'Europa, tra cui Francia, Spagna, Svezia e Norvegia. Nella legge di Bilancio del 2018, era stato il Consiglio nazionale forense a proporre per primo una norma del genere, basata sul principio per cui il diritto di difesa è sancito in Costituzione, all'articolo 24, con enfasi non certo attenuata rispetto, per esempio, al diritto alla salute. Può darsi che la Manovra per il 2021 si riveli la volta buona per una battaglia cara non solo a Costa ma all'intera avvocatura italiana.
di Dario Ferrara
Italia Oggi, 4 dicembre 2020
Infondate le questioni di legittimità costituzionale sulla legge 33/2019. È legittima la scelta del legislatore di escludere il rito abbreviato per i delitti punibili con l'ergastolo. "Possono essere o meno condivise" le finalità perseguite, che tendono a un inasprimento delle pene inflitte in concreto agli imputati. Ma i mezzi con cui il Parlamento ha deciso di raggiungerle non risultano connotate da "manifesta irragionevolezza o arbitrarietà".
Insomma, passa il vaglio di costituzionalità la legge 33/2019, tanto cara alla Lega: lo stabilisce la sentenza 260/20, depositata il 3 dicembre (redattore Francesco Viganò). Infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate sulla legge 33/2019 dalla Corte d'assise di Napoli e dal tribunale di Piacenza, nell'ambito di due processi a carico di imputati accusati di aver ucciso, rispettivamente, il padre e la moglie.
Dal dibattito alle Camere è emerso che con la modifica normativa il legislatore ha voluto assicurare, per i reati più gravi previsti dall'ordinamento, la celebrazione di un processo pubblico davanti a una corte d'assise e non a un giudice monocratico, "con le piene garanzie sia per l'imputato, sia per le vittime, di partecipare all'accertamento della verità".
È escluso che la disciplina violi il diritto costituzionale di difesa: il legislatore ben può negare l'accesso a determinati riti alternativi agli imputati di reati particolarmente gravi, come quelli puniti con l'ergastolo. E d'altronde l'inquisito non è titolare di un diritto a ottenere la celebrazione del processo "a porte chiuse" a tutela della sua dignità e riservatezza.
Bisogna fare i conti, infatti, col principio della pubblicità del processo, che non costituisce soltanto una garanzia soggettiva per l'imputato, ma anche ma anche un connotato identitario dello Stato di diritto, a tutela dell'imparzialità e obiettività dell'amministrazione della giustizia, sotto il controllo dell'opinione pubblica. E ciò specialmente per i delitti più gravi. In ogni caso chi è giudicato colpevole all'esito del dibattimento può comunque ottenere una pena più lieve dell'ergastolo grazie alle attenuanti.
di Gianni Carbotti e Camillo Maffia
agenziaradicale.com, 4 dicembre 2020
Intervista al giudice Gennaro Francione. La crescente deriva giustizialista nel nostro paese è solo una conseguenza delle contraddizioni del sistema mediatico che spettacolarizza le vicende di cronaca o ci sono criticità più profonde che toccano l'ambito stesso dell'impianto processuale? Ne abbiamo parlato con Gennaro Francione, ex-magistrato e scrittore, fondatore del Movimento per il Neorinascimento della Giustizia, che da anni si batte contro il processo indiziario e per l'introduzione in ambito giudiziario di un metodo scientifico di stampo popperiano.
Dott. Francione, insieme al biologo forense Eugenio D'Orio lei ha da poco pubblicato un volume dal titolo "I grandi delitti dalla A alla Z - alla luce della Criminologia Dinamica" (Nuova Editrice Universitaria) in cui, oltre a rileggere i casi più noti che hanno avuto maggiore eco mediatica (Yara Gambirasio, Sara Scazzi, Melania Rea, Meredith Kercher, Elena Ceste, ecc.) alla luce di questo nuovo metodo su basi scientifiche che proponete in ambito giudiziario, esprimete una forte critica al cosiddetto "processo indiziario". Può spiegarci alla luce della sua esperienza di magistrato e giurista cosa s'intende, nel nostro ordinamento giuridico, per "processo indiziario" e quali sono secondo lei i pericoli che costituisce per i cittadini coinvolti come imputati in un procedimento penale?
Da magistrato posso dire che alcuni punti dell'attuale processo mi hanno lasciato diverse perplessità: ho spesso avuto l'impressione, davanti a certe vicende, di trovarmi di fronte a un sistema processuale non solo fallace, ma proprio aleatorio. Sia chiaro: non è detto che un processo indiziario non possa portare all'identificazione di un colpevole, ma non avremo mai la certezza assoluta di avere scoperto la verità su una determinata vicenda. Da qui è scaturita la mia meditazione sul metodo posto alla base della ricerca delle prove da parte del giudice, che si è innestata su una mia vecchia passione: la filosofia. Mi sono così imbattuto nel concetto di epistemologia che è la chiave della riflessione sulla conoscenza e sul metodo scientifico da adottare per raggiungerla. Ho cominciato a chiedermi: "Ma noi magistrati quale metodo usiamo"?
Da qui scaturì la questione relativa all'incostituzionalità del processo indiziario, in quanto irragionevole, da me sollevata il 13 giugno del 2000 nell'ambito di un processo, quando posi apertamente il problema dell'epistemologia popperiana, ossia della necessità per cui il giudice debba farsi scienziato. Egli deve giudicare secondo uno schema prettamente scientifico per l'acquisizione degli elementi probatori, mentre attualmente in molti casi si comporta come un romanziere. Avrete notato come i processi indiziari innanzitutto portano al costituirsi di due "squadre", due fazioni: innocentisti e colpevolisti.
E i media poi ci sguazzano...
Non solo ci sguazzano, ma hanno tutto l'interesse ad alimentare questo stato di cose, perché certi processi basati su prove evidenti nemmeno li considerano, dato che non sono abbastanza spettacolari. Insomma, nel 2001 la Corte Costituzionale rigettò in malo modo la mia proposta affermando che in questo modo il processo indiziario sarebbe rimasto senza metodo. La verità è che il Codice Rocco, molto più scientifico, prevedeva senza mezzi termini il processo fatto per prove. Furono gli stessi giudici, accorgendosi che seguendo quei parametri c'erano secondo loro troppe assoluzioni, a inventare il criterio degli indizi "gravi, precisi e concordanti" che venne poi recepito dal Codice Vassalli. Orbene secondo il nuovo codice il criterio indiziario dovrebbe essere utilizzato solo in casi estremi: il processo si deve basare su prove certe, a meno che sussistano gli indizi di cui sopra. E, invece, il metodo indiziario è diventato dominante nel nostro sistema processuale.
In questo modo si lascia al magistrato una discrezionalità enorme...
Esatto! Diciamo pure che la discrezionalità del giudice è estesa all'infinito anche perché su qualunque sospettato un indizio si trova sempre.
Questo mi fa venire in mente un'osservazione fatta da voi nel libro a proposito di Alberto Stasi, implicato nel celebre delitto di Garlasco, per cui si è giunti infine ad una condanna dopo varie assoluzioni impugnando il processo. In un caso del genere, in cui sottolineate come due corti, basandosi sui medesimi elementi, si pronunciano in maniera del tutto opposta, si dovrebbe solo per questo parlare evidentemente di ragionevole dubbio...
Quando io sollevai la questione d'incostituzionalità del processo indiziario non esisteva ancora il ragionevole dubbio che fu introdotto nel 2006, ma adesso c'è anche questo nuovo elemento. Infatti se un'intera corte ha deciso per l'assoluzione come può un'altra corte, senza addurre nulla di realmente nuovo e decisivo, pronunciare una sentenza di colpevolezza? E come si può pensare che una corte superiore sia migliore, più intelligente, di quella inferiore? Per paradosso dovrebbe prevalere la corte che ha emesso una sentenza di assoluzione perché questo crea appunto un ragionevole dubbio da cui non si può prescindere. Più volte anche la CEDU ha parlato di giusto processo e un processo è giusto se celebrato alla pari: tutti i cittadini devono avere un processo per prove, non è possibile che alcuni lo abbiano per prove forti e altri per prove deboli, anche perché il procedimento dev'essere equiparato a quanto prescritto dall'articolo 111 della Costituzione.
Quando sollevai pubblicamente la questione dell'incostituzionalità del processo indiziario mi ritrovai isolato, ma ricevetti un importante incoraggiamento da Ferdinando Imposimato. Lo ammiravo molto e divenni suo amico: un uomo illuminato che come giudice aveva seguito casi importanti ed era stato anche senatore. Quando lo conobbi, faceva l'avvocato. Lui prese in grande considerazione le mie proposte, partecipò al mio libro "L'errore del giudice: contro il processo indiziario" che presentammo insieme alla Sapienza dal Prof. Bruno; poi trasmise queste mie idee all'Università de L'Aquila, in alcuni master in Svizzera, e scrisse altri libri sul tema sia con me che per conto suo. Fu proprio lui in seguito, a causa delle nostre riflessioni ma anche per via di alcuni casi di cui si era occupato e che lo avevano indignato, a propormi l'idea, che tuttora sto cercando di portare avanti, di una "Tavola delle Prove Legali".
In pratica bisognerebbe creare una griglia attraverso cui incanalare la decisionalità dei giudici. Per fare qualche esempio: la confessione senza riscontro non è sufficiente; sono necessari almeno due testimoni (il vecchio "unus testis, nullus testis"); le intercettazioni servono per individuare una via d'indagine, ma di per sé non costituiscono una prova; occorre ritornare all'antico principio del "favor rei", per il quale nel caso di dubbio bisogna pronunciarsi a favore dell'imputato; divieto della "reformatio in peius", ossia divieto del giudice di appello di riformare la sentenza di primo grado irrogando una pena o una misura peggiori delle precedenti...
Insomma, io ho creato questo guscio, poi c'è Eugenio D'Orio che si occupa di biologia forense e mi ha aiutato nella stesura di quest'ultimo libro, oltre al collega Luigi Bobbio il quale è molto convinto di queste tesi, in particolare per quanto riguarda l'uso delle intercettazioni telefoniche; ci sono altri che si occupano d'informatica giudiziaria, neuroscienze, tutta una serie di competenze scientifiche da inserire in questa Tavola delle Prove Legali, una griglia rigorosa su base popperiana cui i giudici dovrebbero attenersi nei processi.
A questo proposito negli anni recenti, specie sull'onda della forte attenzione mediatica relativa ad alcuni processi, il pubblico si è convinto che la prova del DNA costituisca di per sé un elemento probatorio definitivo, schiacciante, di condanna: una sorta di regina delle prove. Voi sostenete un punto di vista diverso in merito, dato che secondo il metodo della Criminologia dinamica da voi proposto la prova del DNA non è di per sé sufficiente per emettere una condanna, ma dev'essere corroborata da una serie di altri elementi, giusto?
Proprio così, bisogna accertare tutta una serie di circostanze relative a un fatto. La criminologia dinamica richiede la risposta rigorosa ai quesiti: "Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando", una locuzione latina tratta da un passo di Cicerone citato anche da San Tommaso d'Aquino nella sua "Summa Theologiae", che tradotta letteralmente significa "chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in qual modo, quando?", nella quale sono contenuti i criteri da rispettare nello svolgimento di una composizione letteraria: considerare cioè la persona che agisce (quis); l'azione che fa (quid); il luogo in cui la esegue (ubi); i mezzi che adopera nell'eseguirla (quibus auxiliis); lo scopo che si prefigge (cur); il modo con cui la fa (quomodo); il tempo che vi impiega e nel quale la compie (quando).
Agli elementi tradizionali ho aggiunto il "quantum", l'elemento quantitativo che può diventare anche qualitativo come nel caso della quantità di DNA. Per esempio, nel caso di Bossetti su Yara innanzitutto bisognerebbe dimostrare che non c'è stata contaminazione: elemento paradossale, praticamente impossibile da accertare viste le circostanze del ritrovamento e lo stato di deterioramento del cadavere. Ma anche prendendo per assunto che quel DNA sia suo, qualcuno mi deve spiegare perché, essendo state ritrovate tracce di numerosi altri soggetti, dev'essere stato per forza lui l'assassino e non uno degli altri? Il DNA di Bossetti potrebbe essersi depositato in molti altri modi.
Come avevamo rilevato in un altro articolo infatti, volendo a tutti i costi escludere qualunque possibilità di contaminazione della scena del crimine e ipotizzando un sicuro collegamento di Bossetti col cadavere, perché escludere che quest'ultimo non abbia aiutato l'assassino o gli assassini a trasportarlo, occultarlo o - per quanto possa essere un pensiero ripugnante - non si sia imbattuto successivamente nei resti della ragazza compiendo un atto di necrofilia? Stiamo parlando di una possibilità turpe, innominabile, ma comunque diversa dall'omicidio...
Mi avete anticipato! In effetti non avevo pensato a questa possibilità della necrofilia, ma sarebbe plausibile. Pensavo invece all'occultamento di cadavere, che è anche un'ipotesi di reato residuale, applicata per esempio a Michele Misseri nel caso di Avetrana, visto che non si poteva stabilire in base agli indizi se Sarah Scazzi l'avesse ammazzata lui (e tanto meno la moglie o la figlia, secondo me).
Anche se lui tecnicamente era un reo confesso...
E questo rientra proprio nei principi di cui parlavamo: ogni dichiarazione, ogni chiamata in correità, ogni testimonianza, anche ogni confessione, richiedono riscontri inequivocabili. Infatti nel caso di Misseri sono andati a verificare i fatti e non coincidevano con quanto da lui dichiarato. Lo stesso vale per il caso di Erba, che è stato seguito da Eugenio D'Orio, e in cui le confessioni degli indagati non coincidevano con le dinamiche dei fatti.
Neanche la confessione è la regina delle prove: la regina delle prove non esiste. Solo mediante una tavola che funzioni come una griglia, un setaccio rigorosissimo delle prove, si può pensare di arrivare ad un verdetto degno. Questo per quanto riguarda la parte "costruens", la parte costruttiva secondo il metodo baconiano, che mi fu suggerita da Imposimato e che io sto costruendo insieme ad altri magistrati, avvocati, scienziati forensi, addetti ai lavori.
Ci tengo anche a dire un'altra cosa: il Codice Vassalli secondo me è proprio fallimentare, perché ha creato un predominio assoluto dei procuratori. Il GIP è ininfluente - infatti lo chiamano "giudice-sogliola" - quindi in pratica è tutto in mano ai procuratori e alla polizia giudiziaria (vedi il caso Bossetti), che spesso operano sui reperti senza possibilità per la difesa di un reale contraddittorio come previsto dall'art. 111 della Costituzione. E noi dovremmo andare avanti per fede nella bontà assoluta del loro operato? Io propongo piuttosto di ricreare il Giudice Istruttore: è lui che deve condurre le indagini, avvalendosi di un istituendo Servizio nazionale di scienziati forensi che saranno assolutamente neutri, perché mentre polizia e pubblico ministero cercano dei colpevoli, loro dovrebbero cercare la verità e il processo dovrebbe essere anticipato a ridosso dei fatti, già in fase istruttoria come si faceva prima, non in dibattimento.
Da una parte interverrebbero il PM e la polizia giudiziaria come parte accusatrice e dall'altra il difensore con un consulente, anche pro ignoto, per equilibrare il tutto. Riteniamo che con questo approccio metodologico si potrebbe eliminare la Cassazione: resterebbe e sarebbe sufficiente l'appello. Questo è un po' il quadro completo della rivoluzione strutturale da me proposta.
Il vostro testo si concentra particolarmente, anche nell'esame scrupoloso dei vari casi riportati, sul rapporto media/giustizia e sulle sue conseguenze: quanto pesa a vostro parere la pressione esercitata da questa relazione problematica sull'esito dei processi?
Pesa moltissimo, anche perché l'eco dell'interesse popolare per certi casi viene moltiplicato all'infinito e diciamolo: un caso anche importante e controverso se non attira l'attenzione della gente finisce là, non fa storia. Invece l'insistenza su alcuni casi particolari che diventano processi mediatici influenza i giudici, eccome! Prima di tutto influisce sui giudici popolari: mi risulta addirittura che, riguardo a un certo processo, uno fra questi avesse già espresso il suo convincimento colpevolista nei confronti dell'imputato su un gruppo social...
Un gruppo su Facebook intende?
Sì, certo, e ciononostante è stato chiamato in aula, naturalmente all'insaputa dei giudici. Nei paesi anglosassoni, ad esempio, c'è molto più rigore, perché il collegio giudicante viene tenuto completamente estraneo ad informazioni di questo tipo. Questo per quanto riguarda i giudici popolari, ma anche i togati possono essere influenzati. Noi abbiamo casi di magistrati coraggiosi che hanno pagato con la carriera l'aver giudicato secondo coscienza: penso ad esempio al caso di Meredith Kercher e al giudice Hellmann che assolse Amanda Knox e Raffaele Sollecito e che sentì l'avversione dei colleghi, dell'ambiente di lavoro, tanto da dover andare in pensione anticipata.
Ma esistono altre vicende simili, come quella del procuratore Piero Tony, impegnato nel caso del Mostro di Firenze - il quale ha scritto un libro, "Io non posso tacere", che abbiamo presentato insieme al mio "Temi Desnuda" all'eremo di Agliati - e invischiato in una lotta tra procuratori. Medesima sorte nello stesso processo anche quella di Francesco Ferri, presidente della Corte per aver osato assolvere Pacciani, anche lui autore di un libro sulla sua esperienza ("Il caso Pacciani"). Entrambi se ne sono dovuti andare e raccontano incredibili storie di isolamento, di colleghi che hanno tolto loro il saluto... altro che giustizia! Una cosa imprescindibile per riformare la giustizia è la separazione delle carriere perché i PM non di rado esercitano pressioni forti, sposano delle tesi e pensano di perdere la faccia se il poveraccio di turno, strombazzato dai media come autore di un grande delitto, verrà assolto.
Per amore del paradosso tempo fa ho scritto su Facebook che tra un po' chiuderanno i tribunali e i processi li faranno direttamente i "mediamen" dei reality criminal shows! Anche perché, se osi dire una parola a favore del grande indiziato, ti scatenano subito tutto il pubblico contro. Io me li ritrovo sui social che mi attaccano, figuriamoci la pressione che può subire un giudice se assolve Sollecito, la Knox o Pacciani. I processi mediatici hanno una potenza assurda, occupano percentuali impressionanti dei nostri palinsesti, basta accendere la radio o la tv ad un orario qualsiasi per verificarlo. E secondo me questo continuo martellamento potrebbe causare anche degli "omicidi per induzione" perché in qualche modo rendono questi cosiddetti "mostri" dei personaggi, quasi eroici se sono stati loro a uccidere, e possono ispirare emulazione in qualcuno ad ammazzare la moglie o l'amante per risolvere i suoi problemi personali.
Non parliamo dei casi di persone scomparse, come quelli che trattiamo nel libro di Guerrina Piscaglia, di Roberta Ragusa ed altri, in cui gli omicidi (e le relative condanne) li hanno inventati i programmi televisivi a forza di sollevare dubbi e fare illazioni fondate sul nulla, senza prove. Mi sono sempre chiesto a tal punto: perché non aprire un fascicolo per omicidio in ogni caso di scomparsa indiziando il marito, il fidanzato, l'amante con cui la svanita nel nulla ha litigato nell'ultimo periodo? La verità in questi casi è nel brocardo: "nullum crimen, sine corpore". Senza il corpo non è possibile stabilire se la persona sia morta e chi l'abbia uccisa, come e perché. Sono riferiti nel libro vari casi di persone scomparse e poi riapparse vive e vegete.
Lei è tra i fondatori di un movimento denominato MOV.RIN.GIU (Movimento per il Neo-rinascimento della Giustizia), che si propone di cambiare anche il paradigma culturale che ruota attorno all'amministrazione della giustizia. Secondo lei quali sono i passi necessari da intraprendere anche da questo punto di vista per preparare il terreno a quegli interventi legislativi ormai irrimandabili nella tragica situazione nazionale, che è sotto gli occhi di tutti?
A nostro parere sono necessari: l'abolizione del processo indiziario (che è il nucleo del nostro progetto di riforma); la separazione delle carriere per equiparare il peso delle parti nei processi, mentre ora la bilancia della giustizia pende drammaticamente dalla parte dei pubblici ministeri e della polizia giudiziaria; la reintroduzione del Giudice Istruttore, con un servizio nazionale forense in cui PM e polizia da un lato e difensore e consulente dall'altro diventino parti equidistanti; l'anticipazione del giudizio in fase istruttoria, a ridosso dei fatti; l'applicazione di alcuni principi fondamentali come il divieto di reformatio in peius e l'assoluto favor rei, per cui in un caso controverso tra due possibili interpretazioni deve prevalere quella più favorevole all'imputato; l'eliminazione della Cassazione che non sarà più necessaria, facendoci guadagnare così un gran numero di magistrati; la creazione di un fondo economico importante per i difensori e consulenti in favore degli imputati meno abbienti e, quindi, più deboli; l'unificazione di tutte le magistrature, da quella ordinaria ai tribunali amministrativi; l'eliminazione dei tribunali militari.
Infine, la creazione di un Giudice di Quartiere e di un Giudice Web. Il Giudice di Quartiere sarebbe affiancato da un'equipe di esperti, psicologi, assistenti sociali, investigatori e difensori civici, con una funzione prevalentemente preventiva, per evitare che certe questioni nei condomini, nelle comunità o nelle famiglie diventino esplosive e si risolvano con veri e propri reati (quando ero giudice mi sono capitati molti casi del genere). Il Giudice Web, invece, dovrebbe occuparsi di tutte le questioni relative alla rete, dalla pornografia, al cyber-bullismo. Insomma, progettiamo la creazione di giudici di prevenzione, con un compito non repressivo, ma il cui intervento può essere efficace per evitare che dei reati si consumino.
Altra proposta è eliminare i concorsi ed assumere, con criteri da verificare, i nuovi magistrati tra gli avvocati che abbiano fatto almeno dieci anni di carriera e con una rotazione ogni quattro/cinque anni per evitare l'impantanamento del potere. Su tutto: la creazione della Tavola delle prove legali, che diventi legge in modo che si sappia finalmente in cosa consistono le prove e quali sono i criteri uniformi attraverso i quali i giudici devono verificarle, mettendo da parte il processo indiziario.
Concluderei specificando perché parlo di Neo-Rinascimento: per me il primo rinascimento della giustizia fu rappresentato dagli illuministi (penso a Voltaire che sosteneva fosse meglio mettere nove colpevoli in libertà che un innocente in carcere, a Beccaria che si batté per l'umanizzazione della pena).
Abbiamo parlato a lungo dei processi, ma il Movimento s'interessa anche dello smantellamento delle carceri per la creazione di un nuovo sistema che preveda la depenalizzazione su molti fronti, specie per quanto riguarda le droghe che andrebbero legalizzate, e la realizzazione di carceri a cielo aperto ipotizzando, per esempio, l'utilizzo di isole per la detenzione, senza più trattare gli esseri umani come bestie serrate in gabbia.
Se il primo Rinascimento è stato rappresentato dagli illuministi, il nuovo sarà rappresentato dagli epistemologi illuministi che riprendono la via di Voltaire e Beccaria cercando di attualizzarla, modernizzarla e fraternizzarla. Queste per me sono le chiavi per una Rivoluzione della Giustizia. Una rivoluzione netta che si contrapponga alle tante pseudo-riforme che si sono susseguite negli anni. Spesso sono solo provvedimenti gattopardeschi in cui si fa finta di cambiare piccole cose per mantenere intatta la sostanza di una giustizia antiquata e ingiusta.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 4 dicembre 2020
Il manager ha fondato la Onlus L'Altra Napoli dopo che il padre fu ucciso in una rapina. Quindici anni fa i suoi primi interventi alla Sanità, dal 2019 ha avviato un progetto per il quartiere Forcella.
Ha quell'aria seria, che spiazza chi s'orienta per luoghi comuni. Così, capita che qualche vestale da talk show gli domandi come mai non sorrida "visto che è napoletano", immaginando insomma tarantelle e putipù. Lui, mite e paziente, nega con garbo: "Non è vero che sorrido poco. Certo, non è che noi dobbiamo essere per forza pittoreschi, tanti napoletani sono più milanesi dei milanesi, con l'aggiunta di una quota di... intelligenza sociale. Siamo abituati a gestire l'emergenza".
Ecco, l'emergenza può essere un bivio nella vita. Lui ci s'è trovato davanti 15 anni fa. "Allora puoi andartene, voltare le spalle e non pensarci più: ripeterti che la tua città merita di essere abbandonata al suo destino", dice adesso Ernesto Albanese, 56 anni, manager e inventore della onlus L'Altra Napoli, motore della rinascita del rione Sanità e adesso della non meno problematica Forcella.
Puoi odiare, certo. Il 3 maggio 2005 suo padre Emilio, ex dirigente Fiat, passa in banca a cambiare un assegno da tremila euro per la famiglia: due ragazzi lo seguono imboccando contromano le vie della centralissima Portalba, zona di librai e studenti; gli saltano addosso nell'androne del suo palazzo in via Costantinopoli, gli spezzano il collo. Ernesto è lontano quella mattina: lo è da anni, pendolare tra Milano e Roma, dirigente al Coni, dopo la formazione a Torino. Al telefono uno dei suoi fratelli gli dice solo "vieni, papà è stato aggredito".
A un bivio così puoi odiare, molto. "In 15 anni nessuno mi ha mai detto che il caso è stato chiuso. La Digos mi spiegò che gli assassini erano microcrimine, nessuna possibilità di trovarli". In quella primavera del 2005 l'emozione a Napoli è grande. Emilio, consuocero di Dario Fo, aveva una famiglia affiatata, l'amore per cemento. "Così ho deciso di non insistere. Non volevo più che li trovassero", dice. Poi, cogliendo la sorpresa dell'interlocutore: "Sai, mia madre Vera trovò papà sulle scale, non li vide: ma era l'unica testimone. Li avessero presi, l'avremmo condannata a una vita atroce, di processo in processo".
A un bivio così, se non odi, puoi scappare via. Lui invece pensa che "una cosa simile non può succedere di nuovo": e torna. Da allora lavora "per evitare che si ripeta". Si riunisce con cinque amici, "per fare cose concrete, non strilli alla luna come si usa a Napoli": è un anti-napoletano che parla a voce bassa e a testa bassa sgobba, questo sovvertitore di luoghi comuni. Al funerale del padre aveva quasi litigato con una giornalista brava ma un po' insistente. Si chiariscono, fanno pace, lui le chiede: "A Napoli dove si fa un progetto?". Lei, Conchita Sannino, una carriera da cronista nei quartieri difficili, gli risponde: "Da quel pazzo di don Antonio, alla Sanità".
La strada dopo il bivio comincia così. Il parroco Antonio Loffredo è un boss per conto del Padreterno, ha rovesciato il rione come un santo guerriero, la basilica di Santa Maria alla Sanità è il suo avamposto. Lo accoglie con due raccomandazioni: "Non venire col casco (a quel tempo nei quartieri popolari lo portavano solo i killer, ndr) e non farti mettere sotto perché qua nessuno è assicurato". Nascono undici progetti per far ripartire la gente di quei vicoli: idee talmente concrete che Ernesto le porta a New York, al fundraising di Bill Clinton.
"Lì non ti danno quattrini, ma un marchio di qualità prezioso. C'era tutto il Terzo mondo e... noi napoletani. Quell'anno il nostro fu l'unico progetto europeo approvato". Servirebbero poco meno di due milioni. Negli anni L'Altra Napoli arriverà a raccoglierne sette: tutti finanziamenti privati, per lanciare il turismo nelle Catacombe di San Gennaro, l'orchestra dei bambini, fare il recupero del chiostro, l'Officina dei talenti, dove adesso lavorano trenta giovanissimi operai del rione, il Teatro stabile alla Sanità. "La cooperativa La Paranza, 35 ragazzi che lavorano nell'impresa sociale sulle catacombe, ha fatto 4 mila visitatori nel 2008, 160 mila nel 2019. Ma il regista è don Antonio, io sono uno dei... produttori", dice Ernesto.
Di don Antonio l'idea di una palestra di boxe in sagrestia: ragazzi che finirebbero nelle baby gang vengono invece allenati da istruttori delle Fiamme Oro della polizia. Ernesto teorizza che il bello sia educativo, che bisogna partire da piccole riqualificazioni. "Non la nuova Bagnoli calata dall'alto", ma il vicolo, il lampione, il giardino, la facciata della Casa gialla alla Sanità, la Casa di Vetro inaugurata un anno fa a Forcella. "Rendili responsabili e loro cureranno ciò che hanno restaurato".
Riformista deciso a non spendersi in politica ("perderei credibilità"), sembra aver studiato il Michel Rocard del "discorso del pianerottolo": ridipingere pianerottoli e riparare cassette delle lettere per iniziare a rammendare lo strappo dei ghetti e delle banlieue. Come il male, anche il bene sta nei dettagli. "No, non penso mai agli assassini di mio padre, non mi frega nulla di loro. Penso agli altri, ai nostri ragazzi", dice Ernesto. È un transfert? "Sì, me ne rendo conto. E ne sono contento". La bellezza è il sorriso di Dio dentro le cose, diceva Simone Weil. Ernesto di Dio non parla. Ma da 15 anni la bellezza è diventata la sua liturgia.
di Giovanni Ciappa
Il Riformista, 4 dicembre 2020
L'intervento, qualche giorno fa, di Luigi Zanda in Senato, in merito all'assoluzione (la numero 19!) dell'ex sindaco di Napoli Antonio Bassolino; la morte di Francesco Nerli, ex presidente dell'autorità portuali Napoli assolto dopo otto anni tra indagini e processo; la sortita di Antonino Ingroia, oggi spoglio della toga inquirente, a proposito del supporto della 'ndrangheta nella ingegnerizzazione del Coronavirus, dall'altro, ripropongono - assieme - le deflagranti tematiche afferenti alla responsabilità civile dei giudici e al preliminare test psico-attitudinale per accedere al concorso in magistratura.
Tematica, quest'ultima, a mio avviso, quanto mai urgente e mai sufficientemente trattata, connessa, come dicevo, con la grande criticità del sistema giustizia nel nostro Paese: la responsabilità civile dei magistrati. Ad oggi, le norme vigenti tratteggiano una totale irresponsabilità delle toghe, malgrado gli innumerevoli e clamorosi errori giudiziari che hanno avuto (e hanno) conseguenze gravissime sulle vite di singoli cittadini e sull'intera vita della nazione. Non è giustificabile né moralmente accettabile che questa privilegiata categoria di funzionari dello Stato non sia sottoposta a responsabilità civile per i propri errori, se non in casi estremamente rari, a differenza di tutti gli altri dipendenti dello Stato per i quali la responsabilità civile presenta maglie più larghe. Peraltro aiutata da una imbelle classe politica che non vuole mettere mano alla spinosa questione per opportunismo e per viltà.
A questo punto mi chiedo: perché non immaginare almeno un serio percorso della Corte dei conti che possa indagare sugli sprechi (intercettazioni telefoniche e ambientali, trojan, attività di servizio e così via) al fine di sanzionare adeguatamente chi, con colpa grave, abbia in maniera spesso pruriginosa squassato le vite del prossimo senza patirne almeno conseguenze patrimoniali?
Non è da sottacere che, nel caso dei processi a Bassolino come per altri in analoghe circostanze, il danno erariale è finanche acuito dai compensi da corrispondere agli ottimi avvocati che hanno assistito i perseguitati di turno nel corso di lunghi calvari giudiziari. Il test psicoattitudinale, dicevo: da premier, Silvio Berlusconi accennò a un timido approccio, ma venne stroncato con massiva levata di scudi della corporazione, forse scaturente dalla consapevolezza che ben pochi avrebbero potuto superare gli esami che da sempre caratterizzano gli ingressi nella pubblica amministrazione. L'accesso al concorso in magistratura non può essere basato solo su mnemoniche conoscenze (allora sia un computer a decidere!) o, anche, come emerso in recenti episodi ben raccontati dalla stampa, su compromessi che denotano un critico profilo neuropsicologico degli aspiranti candidati suscettibile, ad addendum, di futuri ricatti.
Un excursus delle carriere di alcuni magistrati induce a ritenere che le scelte apicali del sistema giudiziario siano direttamente proporzionali ai flop giudiziari (caso Tortora docet) collezionati in carriera. Considerazione rafforzata dalla recentissima vicenda che ha visto sacrificare l'ex presidente del sindacato delle toghe ed ex membro del Consiglio superiore della magistratura, Luca Palamara, all'altare di una giustizia sommaria che ha voluto individuare il capro espiatorio lasciando così intatta quella deriva irreversibile del sistema giudiziario italico che sovente consente di fare da trampolino di lancio per carriere politiche, giornalistiche, storiografiche e, spesso, fumettistiche.
di Simone Corradetti
cronachepicene.it, 4 dicembre 2020
Sono ripartite le attività sportive e didattiche. Insieme al corso di giornalismo anche il corso di cucina. Nella Casa circondariale ascolana di Marino del Tronto non si perde tempo, e si cerca di riattivare tutte le iniziative che erano state sospese nella prima fase dell'emergenza Coronavirus. L'articolo 27 della costituzione, prevede la rieducazione del condannato durante l'esecuzione della pena in carcere, riavvicinandolo ai valori e ai principi di legalità.
Sono ripresi gli allenamenti del progetto "Il mio campo libero", promosso dal presidente del Csi di Ascoli Antonio Benigni, la collaborazione della responsabile Eleonora Sacchini, e il giovanissimo preparatore atletico Valentino D'Isidoro. L'anno scorso, in occasione del Natale, i detenuti avevano incontrato calcisticamente, i commercialisti, la Confindustria, la Nazionale italiana sacerdoti, e la Sambenedettese. Ora, sono anche riprese le attività didattiche, il corso di giornalismo con la nuova rivista "L'eco del Marino", il corso di formazione per aspiranti cuochi, la raccolta dell'orto che viene coltivato dai detenuti, e un'attività cinofila portata avanti da due istruttori. Inoltre, si è formato un gruppo di lettura tra i reclusi dell'alta sicurezza (As3) con pene ostative, e il cineforum per la "media sicurezza".
Restano sospese le attività teatrali per il discorso del distanziamento sociale, e il catechismo. Grazie ai contributi della Carisap e della Caritas, è stata ristrutturata la cucina con nuove attrezzature all'avanguardia (leggi qui), e i colloqui familiari vengono effettuati soprattutto via Skype. Infine, sul fronte dell'emergenza sanitaria, i detenuti sottoposti al tampone, sono fortunatamente risultati tutti negativi al Covid, anche attraverso lo straordinario impegno di prevenzione da parte del personale penitenziario e sanitario.
di Fabrizio Ventimiglia e Francesco Vivone
Il Sole 24 Ore, 4 dicembre 2020
La Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, afferma che se l'azienda ha natura mafiosa il sequestro dell'intera società è legittimo e non si può riconoscere al terzo - socio di minoranza - l'interesse a lamentare la lesione del diritto di proprietà. Nota a margine Cass. Pen, sez. II, sent. 32904/2020.
La Corte di Cassazione, con la sentenza sent. 32904/2020, afferma che se l'azienda ha natura mafiosa il sequestro dell'intera società è legittimo e non si può riconoscere al terzo - socio di minoranza - l'interesse a lamentare la lesione del diritto di proprietà. A parere della Corte, infatti, se le quote del terzo non sono state sequestrate, questi mantiene il diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato dei beni aziendali.
Questa, in sintesi, la vicenda processuale. La Corte di Appello di Palermo rigettava il ricorso proposto dai Curatori fallimentari di una società avverso il decreto emesso dal Tribunale di Trapani avente ad oggetto il sequestro dell'intero patrimonio aziendale della società, confermando il provvedimento di prime cure. Il Fallimento della Società - a mezzo del suo Avvocato di fiducia - proponeva quindi ricorso per Cassazione avverso il decreto, lamentando la violazione degli art. 20, 25 e 26 del decreto legislativo 159/2011.
In particolare, la difesa eccepiva che l'art. 20 del citato decreto prevede, quale condizione necessaria per poter disporre un sequestro, la circostanza che il bene sia nella disponibilità del proposto. Per tale motivo il sequestro dell'intera società, sul solo presupposto che l'indagato fosse socio di maggioranza della stessa, sarebbe da ritenersi illegittima, potendo essere semmai sequestrata la sua quota, poiché è attraverso di essa che il proposto incide sull'azienda. A sostegno della tesi difensiva in parola, inoltre, viene ricordato che l'art. 20 del citato decreto pone una presunzione iuris et de iure della disponibilità diretta quando il capitale sociale sia totalmente nelle mani dell'indagato.
In ogni altro caso, è necessario verificare che la società sia gestita dal socio in spregio di ogni regola societaria ed anche contro la volontà e l'opposizione dei soci di minoranza.
Nel caso di specie, il 36% del capitale sociale era di proprietà di un terzo di buona fede riconducibile, per di più, allo Stato; alla luce di questa composizione societaria era indubbio che la società non poteva essere fittizia e che il proposto non aveva esercitato in essa alcun diritto che non gli derivasse dal possesso delle partecipazioni sociali.
Per tali ragioni, a parere della difesa, non si sarebbe potuto presumere che l'azienda fosse integralmente nella disponibilità del socio di maggioranza e, di conseguenza, sarebbe stato onere della Corte di appello dare conto delle ragioni per le quali aveva ritenuto l'azienda direttamente riconducibile al proposto.
La Suprema Corte di Cassazione ricorda, innanzitutto, che L'art. 20 del D.lgs. 159/2011 prevede che "il Tribunale, quando dispone il sequestro di partecipazioni sociali totalitarie, ordina il sequestro dei relativi beni costituiti in azienda ai sensi degli articoli 2535 e seguenti del codice civile, anche al fine di consentire gli adempimenti previsti dall'articolo 104 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale. In ogni caso, il sequestro avente ad oggetto partecipazioni sociali totalitarie si estende di diritto a tutti i beni costituiti in azienda ai sensi degli articoli 2555 e seguenti del codice civile".
La recente riforma che ha modificato il codice antimafia, inoltre, ha ampliato il perimetro della possibilità di intervento ablatorio, collegando, con effetto automatico, la confisca delle quote del capitale sociale alla confisca dell'intero compendio aziendale. Siffatta disposizione è coerente con la ratio legis che, come affermato dalle Sezioni Unite (Cass. Sez. U, sent. 26/06/2014 n. 4880) è da individuarsi nella finalità di sottrarre i patrimoni illecitamente accumulati alla disponibilità di determinati soggetti, che non possano dimostrarne la legittima provenienza.
A parere dei Giudici della Corte "... è quindi evidente che, qualora i beni della società siano riconducibili alla attività del proposto, che pure non sia titolare delle quote dell'intero capitale sociale, si debba procedere al sequestro e confisca dei beni". Nel caso di specie, dunque, il sequestro è da considerarsi legittimo in quanto il patrimonio della società risulta complessivamente inquinato dalle attività illecite poste in essere dal socio di maggioranza del quale è dimostrata la "mafiosità" delle condotte imprenditoriali.
In conclusione, la Corte di Cassazione respinge il ricorso anche nella parte in cui viene dedotta una lesione del diritto di proprietà di un terzo osservando che, non essendo state sequestrate, nel caso di specie, le quote del terzo, questi avrebbe comunque diritto di partecipare alla distribuzione del ricavato dei beni aziendali, con conseguente insussistenza della lamentata lesione.
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