di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 dicembre 2020
Il Covid avanza e le carceri restano sovraffollate. I provvedimenti finora varati dal Governo si sono rivelati inefficaci e la funzione rieducativa della reclusione continua a essere sacrificata sull'altare dell'emergenza sanitaria. Eppure una diversa modalità di espiazione della pena è possibile.
Ne è convinto anche Catello Maresca, attuale sostituto alla Procura generale di Napoli dopo una lunga esperienza da pm nella Direzione distrettuale antimafia, docente di Diritto e procedura della legislazione antimafia all'università della Campania Luigi Vanvitelli e corteggiato dalla politica come possibile candidato sindaco della città.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 3 dicembre 2020
A sinistra, a battagliare per i carcerati, ci sono Saviano e Manconi. Sono pochi, ma sempre di più dei maître à penser di destra, che pure dovrebbero essere sensibili al garantismo anche per i deboli. Non dovrebbe far notizia che tre intellettuali si espongano nella difesa dei diritti elementari dei detenuti, reclamando che la pena detentiva non si trasformi in una condanna a morte per abbandono all'infezione.
di Riccardo Radi
filodiritto.com, 3 dicembre 2020
La valente avvocata Maria Brucale, appassionata e appassionante per il suo impegno per il rispetto dei diritti dei detenuti ha scritto recentemente un articolo sul "Riformista", in merito al diritto alla sessualità in carcere. La collega prende lo spunto da una recente ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma che ha accolto il reclamo di un detenuto al 41bis.
Il detenuto si era visto negare il permesso all'acquisto di riviste pornografiche. Il tribunale nell'accogliere il reclamo ha affermato che "La sessualità è un diritto soggettivo assoluto, relativo alla tutela della dignità del ristretto che non è mai comprimibile, della sessualità e del rispetto della propria vita privata e familiare di cui all'articolo 8 Cedu".
È, ancora, "uno degli essenziali modi di espressione della persona umana". Va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e inquadrato "tra i diritti inviolabili della persona che l'articolo 2 Costituzione impone di garantire".
Come argutamente evidenziato dalla Brucale, da tali premesse: "... si coglie un aspetto davvero struggente e in patente distonia con il dettato costituzionale e con i diritti fondamentali. Si legge nell'ordinanza che la tutela di quel diritto fa sì che debba essere concesso al reclamante di acquistare le riviste a luci rosse perché possa vivere la sessualità sia pur astratta; la possibilità di visionare fotografie erotiche consentirebbe, secondo il tribunale, di migliorare la vita privata del "detenuto sottoposto al regime differenziato per il quale l'orizzonte espressivo della sfera sessuale si riduce ad una dimensione effimera e sublimata". È sconcertante l'affermazione che esista un diritto assoluto e costituzionalmente garantito e, al contempo, che ci sia una tipologia di detenuti che non possono fruirne. La Costituzione non ammette che ci sia una carcerazione che estromette un ristretto dai diritti fondamentali".
La distonia rilevata dalla Brucale non esiste, purtroppo nelle carceri italiane dove il diritto alla sessualità è negato a tutti i detenuti, a prescindere dal regime detentivo. La Corte Costituzionale già nel 1987, poi nel 2012, ha parlato di "una esigenza reale e fortemente avvertita" che "merita ogni attenzione da parte del legislatore". In Italia gli esponenti politici sono abituati a tanti dibattiti, convegni e parole che tali rimangono e non si tramutano mai in norme. Tutti i tentativi per far riconoscere il diritto alla sessualità in carcere sono rimasti lettera morta.
In Europa quale è la situazione? A questo interrogativo, proviamo a rispondere con un veloce esame delle realtà carcerarie di alcuni paesi europei. Scopriamo che, fuori dall'Italia, i momenti di vera affettività per le persone ristrette in carcere, sono considerati giusti. Sono 13 le nazioni che prevedono e riconoscono il diritto alla sessualità in carcere: Albania, Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Francia, Finlandia, Germania, Norvegia, Olanda, Spagna, Svezia, Svizzera.
In Italia è un argomento tabù, che si presta alle facili ironie dei paladini del carcere duro e senza speranza.
In senato è stata presentata una proposta di legge che proviene dalla regione Toscana. La Commissione Affari istituzionali del Consiglio regionale, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd), ha licenziato con parere favorevole a maggioranza una proposta di legge al Parlamento, primo firmatario Leonardo Marras, capogruppo Pd. I consiglieri di Forza Italia e Lega Nord hanno espresso parere contrario.
La proposta interviene sulle norme che regolano l'ordinamento penitenziario (legge 354/1975 e successive modificazioni) vede tra i promotori Franco Corleone, Alessandro Margara, Monica Cirinnà, Oliviero Diliberto e Franco Anastasia.
Sono convinto che la proposta tale rimarrà e con questo quadro politico non verrà mai posta in discussione. In ogni caso è un piacere leggere il primo articolo del testo presentato, per modificare la legge Gozzini: sotto il titolo "Rapporti con la famiglia". Tra gli scopi del carcere, teso alla rieducazione del condannato, quello nuovo prevede: "Particolare cura è altresì dedicata a coltivare i rapporti affettivi. A tale fine i detenuti e gli internati hanno diritto a una visita al mese, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore, delle persone autorizzate ai colloqui. Le visite si svolgono in apposite unità abitative appositamente attrezzate all'interno degli istituti penitenziari senza controlli visivi e auditivi".
In queste poche righe c'è l'annuncio delle "stanze dell'amore" e dell'ingresso anche, ma non necessariamente, di una sessualità sana in carcere. Franco Corleone, quando era sottosegretario alla giustizia, visitò le carceri di alcuni paesi europei e scrisse: "In Svizzera trovai un'unità immobiliare separata dal resto del carcere. In Olanda c'erano stanze in buone condizioni, ma non edifici distinti dal resto della prigione. In Spagna, sia a Barcellona che a Madrid, erano ugualmente previste". La sua proposta di cambiare solo l'ordinamento penitenziario fallì, il Consiglio di Stato, espresse un parere contrario scrivendo che era assolutamente necessaria una legge e non bastava soltanto mettere mano all'ordinamento penitenziario.
Non ha avuto fortuna neppure l'ex Guardasigilli Andrea Orlando quando a Milano nel 2018 ha organizzato gli Stati generali sul carcere. L'innovazione rivoluzionaria delle stanze dell'amore era prevista, ma alla fine venne stralciata per le perplessità di esponenti della stessa maggioranza. La politica codarda dei like e del facile consenso preferisce sempre la tattica del rinvio e del poi si vedrà. Alessandro Margara in audizione, davanti alla commissione Giustizia della Camera, disse: "Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile, in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre la perdita della libertà". Era l'11 marzo del 1999 sono trascorsi "solamente" 11 anni in questo paese immobile e pieno di vanagloriosa retorica che si compiace di essere stato la culla del diritto e dimentica che: "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni".
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 dicembre 2020
Parla Franco Vazio, deputato Pd e relatore della legge sul processo: "non si danneggi il diritto di difesa". "Ci sono due grandi questioni da chiarire e da approfondire. Da una parte il rischio di indebolire il rito accusatorio che l'Italia, abbandonando l'era del giudice "inquisitore", scelse 30 anni fa con la riforma Vassalli. Fu una grande conquista e noi, oggi, non possiamo tornare indietro. Dall'altra, dobbiamo interrogarci sull'efficacia delle modifiche nel ridurre la durata dei giudizi, che deve essere ragionevole: se non ne fossimo convinti, non si può escludere a priori un ragionamento a 360 gradi su strumenti e norme adeguati che la possano garantire".
A parlare non è un opinionista qualsiasi ma il relatore della riforma penale nella commissione Giustizia di Montecitorio: Franco Vazio. Che è deputato del Pd, cioè di quel pilastro dell'attuale maggioranza non certo ispiratore del blocca-prescrizione. A breve si passerà alla fase degli emendamenti. E da Vazio vengono inviti alla riflessione, non certo ultimatum politici. Ma nell'analisi proposta dal parlamentare, che della commissione Giustizia è anche vicepresidente, ricompare per la prima volta dopo mesi un tema che sembrava ormai cristallizzato e impronunciabile manco fosse un tabù: la prescrizione, appunto.
Gli auditi, professori e avvocati, hanno evidenziato che alcune norme della riforma mortificano il diritto di difesa...
Il rischio va evitato. Non ha senso, per usare una metafora calcistica, fare gol allargando improvvisamente la porta. Un conto è modificare aspetti sostanziali, non esclusa l'entità della pena: nel tempo la percezione del disvalore sociale si modifica e ha senso che ne possa conseguire anche un diverso quadro sanzionatorio. Ma le regole del processo penale costituiscono il perimetro del campo di gioco, che sarebbe auspicabile cambiare il meno possibile.
Solo che il ddl penale interviene proprio sulle regole, e non nella direzione invocata dall'avvocatura...
Premessa: personalmente non sono affatto contrario alle innovazioni. Soprattutto se riguardano la modernità degli strumenti, l'introduzione di nuove tecnologie. La parte che riguarda la digitalizzazione delle attività di notifica, ad esempio, mi sembra preziosa. Andranno meglio definiti i limiti di responsabilità del difensore, ma credo che il penale telematico si rivelerà una svolta positiva come avvenne per il civile, rispetto al quale pure mi confrontai con le titubanze degli operatori della giustizia. Oggi nessuno tornerebbe indietro. I nodi da sciogliere sono altri.
Ad esempio?
Non si può snaturare il modello accusatorio. Né introdurre strumenti che ne tradiscano i principi. A partire dalle sollecitazioni di molti auditi, credo si debba intervenire con un'attenta attività emendativa. La formazione della prova di fronte al giudice, allo stesso giudice, la parità di accusa e difesa, la garanzia del controllo collegiale in appello costituiscono la spina dorsale di quel rito. Il ddl propone ad esempio la trasformazione dei collegi di Appello in giudici monocratici, e nuove udienze filtro per il giudizio monocratico in primo grado. Soluzioni per le quali ho profonde riserve. Molti autorevoli auditi, magistrati di grande esperienza, le hanno ritenute non efficaci, addirittura controproducenti, rispetto all'auspicata riduzione dei tempi.
In cosa consisterebbe l'udienza filtro?
Riguarda i giudizi a citazione diretta. Prima del giudizio propriamente detto, ci si dovrebbe presentare dinanzi a un giudice, necessariamente diverso da quello che eventualmente pronuncerebbe la sentenza, che dovrebbe valutare se sussistano le condizioni per dichiarare il non luogo a procedere. Tutto sulla base del solo fascicolo del pm. Di fatto, se la prognosi che ne deriva apparisse favorevole all'accusa, il vero esito consisterebbe in una pressione sull'imputato, che sarebbe fortemente indotto al patteggiamento, senza condizioni di parità nella formazione della prova.
Di fatto un ritorno all'inquisitorio...
Con problemi pratici che accentuano le perplessità della stessa magistratura. Visto che l'udienza filtro deve avere un giudice diverso, sarà difficile, nei piccoli Tribunali, individuare i magistrati a cui assegnare i diversi passaggi del procedimento. Si rischia insomma di ingolfare ancora di più la macchina.
Sarebbe paradossale: l'obiettivo dichiarato dalla maggioranza è ridurre i tempi per rendere irrilevante il blocco della prescrizione...
Noi dobbiamo valutare l'insieme delle nuove regole previste nella riforma, e dovremo chiederci se tutto ciò possa autorizzare ad affermare che il processo sarà certamente breve e giusto, e quindi che l'istituto della prescrizione possa trovare nella nuova e ultima regolazione un adeguato baluardo a difesa del precetto costituzionale della ragionevole durata.
E secondo lei il baluardo è adeguato?
Da una parte credo che ormai tutti vedano come il blocco della prescrizione dopo il primo grado solo in caso di condanna rappresenti una formulazione migliore di quella introdotta con la spazza-corrotti. Dall'altra parte, una durata del processo giusta non può venire da mutilazioni del diritto di difesa.
Come avverrebbe ad esempio con le ricordate udienze filtro...
È un tema, non il solo. La riduzione dei tempi non può essere affidata solo alle sanzioni disciplinari per giudici e pm che non rispettassero la durata predeterminata per ciascuna fase. In altre parole, il Pd ha accolto la riscrittura della norma sulla prescrizione sulla base di un presupposto: la riduzione dei tempi del giudizio. Ora dobbiamo valutare se le modifiche apportate possono davvero garantire quella riduzione. Se dovessimo realisticamente convenire che non potrà essere così, serviranno altri interventi.
Nei casi di durata eccessiva, Canzio ha riproposto sconti di pena e, in extrema ratio, l'improcedibilità...
Gli sconti di pena all'imputato rappresentano una soluzione. Ma non pongono rimedio agli sforamenti più significativi. Quando si verificano, chi rende davvero giustizia all'imputato sottoposto al processo per vari lustri o anche alla parte offesa? Se un risarcimento arriva dopo 20- 30 anni, possiamo affermare che lo Stato è giusto e pronto a difendere i propri cittadini? Perciò il ragionamento non può escludere nei casi più gravi soluzioni differenti.
Gli avvocati attendono risposte anche sulla norma che impone all'imputato di dare specifico mandato al difensore per l'impugnazione in appello...
È stata concepita sempre con l'obiettivo di deflazionare il carico sul secondo grado. Dobbiamo però chiederci se davvero ci sia un significativo numero di difensori che impugnano oltre la volontà dell'assistito. Cosa che mi pare improbabile. Potrebbe rivelarsi una soluzione punitiva, per certi versi analoga alle sanzioni per i magistrati. E ripeto: non è con l'effimera leva disciplinare che si riducono i tempi. Siamo chiamati a un'analisi seria e attenta. Se si rivelerà necessario emendare il testo della riforma, sarà giusto farlo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 dicembre 2020
Emendamento della Lega alle norme del Ristori bis sui processi di secondo grado. Rovesciare il quadro: niente processi d'appello cartolari e camere di consiglio da remoto, a meno che non sia il difensore a chiederlo. È il senso dell'emendamento al decreto Ristori bis presentato dalla Lega in materia di giustizia penale.
Una proposta firmata da Andrea Ostellari, presidente della commissione Giustizia di Palazzo Madama e prima linea di Salvini in materia di processi, e da tutti gli altri senatori del Carroccio della stessa commissione, "supportati" da colleghi di partito, come l'economista Alberto Bagnai, che ne discuteranno direttamente in commissione congiunta. È una opzione condivisa anche dal resto del centrodestra e, in gran parte, da Italia viva.
Con buone possibilità dunque, di passare le forche caudine dell'esame nella "congiunta" Bilancio e Finanze di questo fine settimana L'iniziativa leghista viene incontro alle richieste dell'avvocatura. Da ultimo, del presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza, che lunedì scorso ha inviato una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per chiedere che venga "cancellata" la "insensata e pericolosa norma" sulle Corti d'appello, secondo cui il processo di secondo grado avviene col deposito telematico delle conclusioni di pm e difensori e, appunto, con giudici che decidono in videoconferenza, salvo che lo stesso pm o uno degli avvocati avanzi richiesta di discussione orale.
In altri termini: nel testo del decreto, in vigore dallo scorso 9 novembre e già attuato quindi dalle Corti d'appello di tutta Italia, la via cartolare- telematica è la regola e la discussione orale l'eccezione; secondo l'emendamento leghista, invece, si parte di default senza sconvolgere le regole del processo d'appello, dunque con giudizi in presenza, salvo che siano le "parti private", come si legge nel testo dell'emendamento, a chiedere di "procedere in modo cartolare".
L'obiezione che Caiazza ha avanzato al guardasigilli nella sua lettera di lunedì è semplice e sottile nello stesso tempo: nella pratica, l'attuale situazione rischia di precludere, agli stessi giudici del collegio della Corte d'appello, l'effettivo accesso agli atti. Se la Camera di consiglio deve svolgersi da remoto, vuol dire che solo il relatore potrà fisicamente ottenere la visione del fascicolo. E nei casi più impegnativi per dimensione, segnala il presidente dell'Ucpi, "nemmeno lui". Sentenze di secondo grado emesse praticamente alla cieca, insomma: sarebbe questo il risultato della norma anti covid inserita dal governo nel decreto Ristori bis, il numero 149 del 2020. A meno che, ha scritto Caiazza a Bonafede, non si verifichi quanto rischia di diventare inevitabile: vale a dire che il difensore, pur di evitare un processo farsa, chieda la modalità in presenza in un numero di occasioni assai superiore, "con l'effetto di aumentare, anziché diminuire, le presenze nelle aule".
I numeri al Senato sono sul filo. L'esame degli emendamenti è competenza della sola congiunta Bilancio e Finanze. Ma la propensione di Italia viva a evitare la deriva burocratica del processo può fare la differenza. D'altra parte, i dati delle prime quattro settimane di vigenza del Ristori bis suggeriscono una diffusa adesione della stessa avvocatura all'appello in modalità telematica.
Il senso delle richieste dell'Ucpi, raccolte da centrodestra è renziani, risponde dunque al principio per cui il processo è delle parti e, in campo penale, deve considerare l'imputato sempre e comunque in posizione centrale. Sullo sfondo, insomma, oltre alla credibilità delle sentenze in tempo di Covid, c'è anche la volontà di non rassegnarsi a una giustizia robotica, dall'approccio sbrigativo. Anche perché nessuno garantisce che le modalità pensate per l'emergenza non lascino, dopo, strascichi pericolosi per lo Stato di diritto.
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 3 dicembre 2020
L'onda lunga del caso Palamara: il Consiglio indica, a maggioranza, la strada di nuove elezioni suppletive per sostituire il sesto giudice costretto alle dimissioni. Equilibri cambiati nella componente togata. Si voterà ancora per la componente togata del Consiglio superiore della magistratura e sarà la quarta volta in due anni. È l'effetto dell'onda lunga del caso Palamara, il terremoto che ha colpito il Csm nella primavera 2019.
L'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, radiato dalla magistratura, è comparso recentemente in udienza preliminare: la procura di Perugia ha chiesto per lui il rinvio a giudizio per corruzione. Intanto si è dimesso un altro magistrato tra gli eletti al Csm nel 2018, Marco Mancinetti, anche lui coinvolto nelle intercettazioni di Palamara. E ieri il Consiglio superiore ha deciso a larga maggioranza che per sostituirlo bisognerà tornare a votare.
In precedenza si erano dimessi altri cinque magistrati eletti, tutti sottoposti ad azione disciplinare. Due di loro erano stati sostituiti attingendo alle liste dei non eletti, mentre per altri tre (due pm e un giudice) erano stati necessari altri due turni elettorali, a settembre e a dicembre 2019. Il prossimo turno elettorale per scegliere il sostituto di Mancinetti sarà convocato (ormai per il 2021) dal presidente della Repubblica, saranno dunque le quarte elezioni.
Mancinetti è un giudice, due anni fa è stato il più votato della categoria. L'intera lista dei magistrati giudicanti non eletti nel 2018 è stata esaurita con le precedenti dimissioni o (un caso) per rinuncia. Mancinetti è espressione della corrente centrista di Unicost, la stessa di Palamara e di altri due magistrati costretti alle dimissioni, Morlini e Spina. Mentre sono di Magistratura indipendente, la corrente di destra, le altre tre toghe che si sono dovute dimettere, Cartoni, Criscuoli e Lepri. Del Csm originario non fa più parte neanche Piercamillo Davigo, eletto con un record di preferenze tra i magistrati di Cassazione ma costretto a lasciare poche settimane fa perché in pensione. La componente togata è così rivoluzionata rispetto a quella iniziale, sono cambiati sette magistrati su sedici. In attesa del nuovo turno elettorale, è diminuito il peso di Mi e Unicost, mentre è cresciuto quello della corrente dei davighiani e della sinistra di Area.
Ieri nel Csm tre consiglieri laici di centrodestra e i togati di Mi hanno provato a far passare la tesi che Mancinetti potesse essere sostituito con il primo dei non eletti non nel 2018, ma nell'ultima elezione suppletiva. Si sarebbe trattato proprio di una toga di Mi, l'ex presidente Anm Pasquale Grasso. Ma la proposta è stata respinta dal plenum per 18 voti a 5. Si riaprono le urne.
di Liana Miella
La Repubblica, 3 dicembre 2020
Sono 5.500 a fronte dei 10mila magistrati ordinari, ma sono pagati a sentenza, non hanno diritto né a ferie, né a malattia, né alla pensione. La presidente Olga Rossella Barone: "Dopo 25 anni di sentenze sono un fantasma". Sono solo poco più di dieci righe. Quelle di una sentenza scritta a Napoli. Da una giudice del lavoro. Ma dentro c'è una decisione storica che potrebbe cambiare la vita di 5mila e 500 persone. Sono i "fantasmi" della giustizia. Gli "schiavi".
Giudici onorari di pace, vice procuratori onorari, giudici onorari del tribunale. Quelli pagati solo a sentenza, 50 euro lordi che con il 40% di trattenute calano della metà. Hanno solo doveri. Nessun diritto. Non sono assicurati. Se un mattone gli cade in testa, tanti saluti. Non hanno ferie. Non possono godere di giorni di malattia. Se lasciano l'incarico per sei mesi vengono cancellati. Non hanno la pensione. Ma lavorano. E come ha riconosciuto più volte il Guardasigilli Alfonso Bonafede, senza di loro la giustizia andrebbe a capofitto.
Ma dal 26 novembre la sorte dei "fantasmi" potrebbe radicalmente cambiare. Ed è una notizia bomba proprio in queste ore in cui i giudici onorari hanno deciso di lanciarsi in uno sciopero della fame perché il Covid ha reso tremendo il loro lavoro senza tutele né garanzie. Ma che dice la sentenza della giudice Giovanna Picciotti? Innanzitutto stabilisce che i giudici di pace hanno diritto a essere considerati dei "lavoratori". Ne consegue che hanno dei diritti. Scrive che va loro riconosciuto "un trattamento economico e normativo equivalente a quello assicurato ai lavoratori comparabili che svolgono funzioni analoghe alle dipendenze del Ministero della giustizia".
E qui la sentenza non ha bisogno di particolari delucidazioni, né interpretazioni. Dice che i giudici onorari sono dei lavoratori identici ai loro "colleghi" magistrati ordinari. Non sono dei fantasmi di serie b o degli spiccia-faccende. Quelli della giustizia da due soldi. Per questo lo Stato e il ministero di via Arenula vengono condannati "al pagamento delle conseguenti differenze retributive" e "al risarcimento del danno in favore di ciascun ricorrente, nella misura pari a cinque mensilità".
Una sentenza "storica" e che farà storia non solo per i 1.250 giudici di pace protagonisti del ricorso, ma anche per gli altri 4.250 giudici onorari. Una grande famiglia di lavoratori precari della giustizia. Una sentenza peraltro in perfetta sintonia con la decisione della Corte di giustizia del Lussemburgo del 16 luglio.
Una decisione che fa dire a Olga Rossella Barone, giudice di pace a Napoli e presidente del Coordinamento magistratura giustizia di pace: "È la prima sentenza di tribunale che riconosce i diritti della nostra categoria che il ministro Bonafede ha definito 'un pilastro della giustizia' e che in nome del popolo italiano amministra circa il 60% di tutto il contenzioso nazionale e nei cui confronti lo Stato ha violato non solo i principi costituzionali, ma le stesse direttive europee in tema di lavoro".
Perché, come racconta a Repubblica Olga Rossella Barone, "io ho lavorato in tutto 25 anni per la giustizia, per sei anni come vice procuratore onorario e per 18 anni come giudice onorario di pace, e sono stata retribuita per ogni sentenza che ho scritto. Quando sono rimasta incinta di due gemelli sono dovuta tornare in fretta in tribunale perché chi non torna entro sei mesi decade automaticamente. Ho 52 anni, metà dei quali dedicati allo Stato, che però non mi verserà un solo euro di pensione".
Scioperi, come quello della fame in atto, e proteste, non sono serviti. I giudici onorari sono convinti che qualsiasi governo ha "voltato loro le spalle". Considerano una sconfitta la riforma Orlando del 2016 che, dicono, "quando entrerà in vigore nel 2021 di fatto ci cancellerà sostituendoci con la figura del giudice occasionale, e chi riuscirà a sopravvivere guadagnerà 6-700 euro, ma dovrà anche pagarsi l'assistenza". Ce l'hanno con tutti perché "nessuno ha avuto il coraggio di riconoscere che la Costituzione vale anche per noi".
Eppure fanno un lavoro enorme. Ecco come lo descrive la stessa Barone: "I codici di procedura penale e civile fissano i nostri ambiti di azione. Abbiamo competenza per le cause ordinarie fino a 5mila euro e per gli incidenti stradali fino a 20mila. Ci occupiamo delle multe e delle cartelle esattoriali, e di tutti i procedimenti di convalida per l'espulsione degli extracomunitari. Siamo anche dei conciliatori.
Accertiamo se è legittima o meno la pretesa di una banca, di un'assicurazione, delle grandi multinazionali. Abbiamo emesso sentenze che hanno verificato la violazione dei diritti dei cittadini e, dopo la conferma della Cassazione, hanno indotto il legislatore a importanti modifiche in materia di diritti del consumatore.
Basta citare l'illegittimità dell'iscrizione ipotecaria sugli immobili per cartelle esattoriali con pretese inferiori agli 800mila euro, gli abusi da parte di società con posizione dominante in materia di viaggiatori e consumatori. Noi siamo quelli che in un anno hanno definito 2 milioni di procedimenti e hanno amministrato la giustizia, a legge Pinto zero (cioè senza ritardo poi puniti dall'Europa, ndr), nel rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del processo".
Adesso tutto questo lavoro si trasforma in un'enorme piattaforma rivendicativa. Perché, come spiega Barone, "noi cottimisti della giustizia abbiamo deciso di rivolgersi alla stessa giustizia per tutelare i nostri diritti". La prima mossa - studiata a tavolino dagli avvocati Giorgio Fontana e Vincenzo De Michele - è stata quella di rivolgersi direttamente alla Corte di giustizia del Lussemburgo. Che, lette le carte, ha dato ragione ai giudici onorari.
Poi l'offensiva si è trasferita in Italia dove sono stati presentati decine e decine di ricorsi che potrebbero sortire lo stesso esito di quello di Napoli. Cosa si aspettano Olga Rossella Barone e i suoi colleghi? "Che lo Stato, per cui abbiamo lavorato con onestà e dedizione, e in questo lungo anno anche nonostante il Covid e senza tutele neppure per questo, ci dia i soldi arretrati che ci deve, e ci faccia andare avanti come meritiamo di andare. Come giudici grazie ai quali la giustizia non finisce nel baratro".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2020
La Consulta della magistratura onoraria: "Non è più possibile negare la dignità di lavoratori a cinquemila magistrati onorari, abdicando la buona politica in favore di anacronistiche prese di posizione, lontane anni luce da principi di efficienza e dal diritto dell'Unione Europea".
Si alza il livello dello scontro tra magistratura onoraria e Governo. I non togati proclamano lo stato di agitazione permanente e annunciano ulteriori iniziative - prima fra tutte lo sciopero - in assenza di una convocazione da parte dell'Esecutivo entro 20 giorni.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, oltre all'assenza di tutele aggravata dalla pandemia, è stata probabilmente l'affermazione del Ministro Bonafede (in risposta a una interrogazione parlamentare) secondo cui la magistratura onoraria oltre a essere caratterizzata dalla "spontaneità della adesione" e dai caratteri della "precarietà e temporaneità" ha la "finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della Magistratura professionale".
"Nell'offenderci - si legge nel comunicato della Consulta della magistratura onoraria, che ha la rappresentanza delle diverse associazioni - per la prima volta non si alza il vessillo dell'invarianza finanziaria" ormai poco credibile "a fronte di somme - anche maggiori degli 80 milioni necessari a uscire dall'impasse - stanziate, esemplificativamente, per bonus risciò e monopattini", ma si afferma semplicemente che il magistrato onorario "è immeritevole di tutele, che non è un lavoratore e che non esiste per l'Ordinamento, poiché servile non all'efficienza del Sistema e al buon andamento della res publica" bensì allo status della magistratura togata.
Sono molte le questioni messe sul tavolo dalla Consulta che necessitano "di una rapida soluzione prima che il Sistema tracolli". A questo punto però vi è un'unica strada percorribile ed è il ricorso alla decretazione d'urgenza per mantenere in servizio i magistrati onorari a tempo pieno e fino a 70 anni e riconoscere loro i diritti previdenziali, assistenziali e retributivi "compatibili con le funzioni esercitate". Per la Consulta è una "soluzione rapida" e che "rispetta i caratteri della necessaria efficienza" richiesti dalla pandemia attingendo "a personale formato, con esperienza anche pluridecennale, perfettamente in grado di operare nell'immediato e senza necessità di attendere l'esito di lunghe procedure e tirocinio".
La Consulta ricorda poi come anche durante la fase di sospensione dell'attività giudiziaria, dal 9 marzo all'11 maggio scorso, la magistratura onoraria "nonostante l'emergenza sanitaria, senza tutele, priva di adeguata retribuzione", "è rimasta negli uffici a garantire i servizi indifferibili e urgenti, le turnazioni di reperibilità e l'evasione del lavoro già preso in carico", svolgendo compiti che l'odierno sistema di pagamento a cottimo, "ancorato quasi esclusivamente allo svolgimento delle udienze, non riconosce come remunerabili".
Persino il contributo di solidarietà di 600 euro, previsto per tre mensilità, "è stato, in moltissimi Uffici, negato per la fase successiva all'11 maggio o decurtato delle misere indennità percepite per i pochi giorni di attività prestata, quasi a punire il magistrato virtuoso". E ancora in queste settimane accade che in piena emergenza pandemica i magistrati onorari "hanno dovuto operare una disumana opzione tra diritti egualmente essenziali della persona, optando per la tutela della salute, alcuni iniziando oggi finanche lo sciopero della fame".
Il lungo e articolato documento, firmato in rappresentanze delle Associazioni da Mariaflora Di Giovanni (Presidente Unagipa), è una chiamata in causa di tutte le istituzioni, essendo stato inviato ai Presidente della Repubblica e del Consiglio dei ministri, al ministro della Giustizia, ai Presidenti delle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera oltre che alla Commissione per la Garanzia dello sciopero nei servizi pubblici. Ma anche "per conoscenza" ai vertici delle istituzioni europee a cui la M.O. si è sovente rivolta per avere tutele.
A tutte queste autorità, dunque, Giudici di Pace, Giudici Onorari di Tribunale e Vice Procuratori Onorari chiedono di esperire il tentativo di conciliazione e attivare "ogni idonea procedura di raffreddamento al fine di affrontare e risolvere i gravi problemi evidenziati, facendo presente che, nella denegata ipotesi di mancata convocazione entro 20 giorni dal ricevimento della presente, le scriventi Organizzazioni, in ossequio al mandato ricevuto dagli organi assembleari e direttivi, porranno in essere ogni necessaria iniziativa di denuncia e sensibilizzazione dell'opinione pubblica e della società civile, nonché valuteranno le conseguenti astensioni dalle udienze e da tutte le altre attività, secondo i tempi e le modalità previsti dai rispettivi codici di autoregolamentazione".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 3 dicembre 2020
Con Diaconale scompare un garantista, uno dei pochi. Il suo Tribunale Dreyfus puntava il dito su un'Italia in cui pareva impossibile "alcuna forma di rinnovamento del sistema in crisi".
Arturo Diaconale, che non è più con noi da due giorni, è stato salutato ieri da tanti amici, da tante persone che lo hanno stimato e apprezzato. Come grande giornalista, come grande liberale, come attento politico e anche come appassionato sportivo. Io amo ricordarlo come garantista, cioè come persona perbene, come sono coloro che hanno a cuore i diritti di tutti e che sanno, che hanno saputo mettere il proprio corpo, e la propria vita con i sentimenti e le contraddizioni, nella difesa di chi la pensa in modo diverso.
Non è un caso che Arturo e io ci siamo conosciuti non nel partito liberale (pur avendo io dato, a ventun'anni, il mio primo voto a Malagodi) né in nessuno dei giornali e televisioni in cui lui ha lavorato, visto che io sono stata per vent'anni al Manifesto, luogo in cui si vedeva come fumo negli occhi Il Giornale di Montanelli.
E tralasciamo i campi di San Siro, dove io già ragazzina tifavo per Gianni Rivera e l'Olimpico della Lazio che fu il mondo del tifoso Diaconale. Nulla di tutto ciò ci ha avvicinati, pure fu nel mondo radicale e antiproibizionista (quello più difficile da comunicare e far comprendere) che il nostro incontro fu una sintonia totale. L'amore per la giustizia dei diritti, da me spesso gridata, da lui offerta con la forza tranquilla di chi sa coltivare il dubbio insieme alle certezze.
Quando nel 2014 propose il suo "J'accuse!" e fondò il Tribunale Dreyfus "per le vittime della malagiustizia", seppe sintetizzare, da bravo giornalista, in quindici righe, il dipinto dell'Italia in cui pareva impossibile "alcuna forma di rinnovamento e di cambiamento del sistema in crisi". Quelle quindici righe, e le parole che fanno da capofila ai pensieri, sono un vero programma politico sulla giustizia. Denunciano, prima di tutto, il fatto che la crisi della democrazia e dell'economia in Italia derivano dalla degenerazione del "sistema giustizia".
Un punto fermo. Politicizzazione della magistratura e rinuncia da parte della politica al proprio ruolo in favore delle toghe, prima di tutto, insieme a una quantità desolante di errori giudiziari per cui nessun magistrato paga mai, e di limitazione della funzione della difesa, insieme a un uso spropositato di intercettazioni telefoniche e ambientali fanno del processo un vero luogo di pena anticipata.
Come conseguenza di questa distorsione, abbiamo un uso smodato della custodia cautelare in carcere (40% del totale dei detenuti) e prigioni-lager per le quali l'Italia è stata più volte condannata da sentenze e sanzioni dell'Unione Europea, che considera il nostro Paese un luogo di scarsa civiltà giuridica e privo delle garanzie costituzionali per i cittadini. In questo quadro, Arturo Diaconale, da bravo liberale, non aveva scordato l'aspetto economico, collegando alla degenerazione della giustizia il ristagno e il soffocamento della libertà economiche da parte del modesto funzionamento amministrativo soffocato dalla burocrazia.
Tutti ostacoli che bloccano la crescita e lo sviluppo del Paese, la possibilità di mercati liberi e competitivi e gli investimenti stranieri. La lunghezza e la farraginosità del processo civile, il timore di inchieste penali, che spesso finiscono nel nulla ma dopo molti anni, tengono da tempo lontani gli investitori degli altri Paesi.
La debolezza della classe politica (oggi più che mai), sempre subordinata alla magistratura (pur se oggi indebolita a sua volta) e ai potentati bancari e finanziari, chiudono il cerchio. Contro tutto ciò Arturo Diaconale aveva per una volta nella sua vita di liberale, alzato la voce, gridando "J'accuse" e fondando il suo - nostro tribunale Dreyfus per le vittime della malagiustizia. Dopo Marco Pannella, abbiamo perso anche lui. Ci manca già. E ha molto senso ricordare quelle quindici righe e tenerle sempre sulla scrivania.
ilpenalista.it, 3 dicembre 2020
Ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo di tre metri quadrati, occorre avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, da questa, detrarre gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui i letti a castello e i servizi igienici. Con sentenza n. 33822/20, la Cassazione si è pronunciata sul ricorso proposto dal difensore del detenuto volto all'ottenimento della riparazione per la carcerazione patita in condizioni difformi dal parametro di cui all'art. 3 Cedu negli istituti penitenziari di Salerno e Vibo Valentia.
Nell'accogliere il ricorso, la Corte ha ricordato il recente arresto delle Sezioni Unite, reso noto con l'informazione provvisoria n. 17 del 24 settembre 2020, secondo cui "nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti castello". Ebbene, la Corte si trova qui a dare conferma a tale assunto, ribadendo che "ai fini della determinazione dello spazio individuale minimo intramurario, pari o superiore a tre metri quadrati da assicurare a ogni detenuto, affinché lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti di cui all'art. 3 Cedu, dalla superficie lorda della cella devono essere detratte l'area destinata ai servizi igienici e quella occupata da strutture tendenzialmente fisse, tra cui il letto, ove questo assuma la forma e la struttura a castello, e gli armadi, appoggiati o infissi stabilmente alle pareti o al suolo, mentre non rilevano gli altri arresi facilmente amovibili come sgabelli o tavolini".
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