di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 7 marzo 2021
Fatta trapelare alla stampa una controversa bozza di riforma del diritto di famiglia. Servirà il permesso di un uomo per sposarsi, decidere sulla salute dei figli e viaggiare. Le organizzazioni femministe: si torna indietro di 200 anni.
Il regime egiziano mette le mani sul diritto di famiglia e le donne si mobilitano. In un paese in cui la povertà avanza a passo spedito colpendo soprattutto le categorie economicamente più fragili, tra cui le donne, in cui l'Onu stima che il 99% di loro ha subito almeno una volta nella vita una forma di violenza, in cui si calcolano centinaia di prigioniere politiche sottoposte ad abusi quotidiani (tre di loro condannate alla pena capitale), ora Il Cairo sta lavorando a un arretramento dei diritti delle donne.
Sul tavolo ci sono una serie di emendamenti al diritto di famiglia che riducono le donne a soggetti meno capaci degli uomini nella gestione della propria vita e di quella dei figli. Nella bozza della riforma fatta trapelare alla stampa è infatti prevista la figura del guardiano, un uomo che dovrà dare il proprio consenso alla donna - che sia la figlia, la moglie o la sorella - che intende viaggiare, sposarsi o prendere decisioni sulla salute dei figli. Quarantacinque pagine che hanno provocato la sollevazione delle organizzazioni per i diritti umani e le associazioni femministe che descrivono la bozza una riforma "arcaica" che riporta il paese indietro di 200 anni. Tra gli articoli più controversi, c'è quello che riconosce al guardiano il diritto di annullare il matrimonio della figlia, della sorella o della nipote entro un anno se ritiene che il coniuge non sia di pari livello sociale o di suo gradimento, o se l'unione è avvenuta senza il suo consenso.
Una forma legale di oppressione, l'hanno definita sulla stampa araba svariati analisti, "che ribadisce la cultura patriarcale dominante della classe dirigente". A nulla serve avere otto ministre nel governo o quote rosa in parlamento se la stragrande maggioranza delle donne egiziane è legalmente considerata incapace di decidere per sé.
Lo mette nero su bianco un altro articolo della riforma che toglie potestà alla madre in merito alla salute e l'educazione dei figli, fino alla registrazione dei nuovi nati, possibile solo in presenza del padre. C'è poi il capitolo poligamia: l'uomo potrà sposare un'altra donna limitandosi a informare la moglie, pena l'arresto. Alla moglie viene tolto il diritto di rigettare il secondo matrimonio e di divorziare, le condizioni previste dall'islam. Unica nota positiva è l'"assicurazione" a favore della donna in caso di divorzio non consensuale, una previsione apprezzata soprattutto dalle classi più basse, dove un divorzio può costare alla donna che non lavora l'unica fonte di sopravvivenza economica.
Ma se la legge non è stata ancora approvata, 50 organizzazioni di donne egiziane si sono già mobilitate con una dichiarazione congiunta che chiede il rispetto dei diritti umani fondamentali e della stessa Costituzione: alla base sta la richiesta, basilare, di riconoscere l'uguaglianza legale di donne e uomini, nella società come in famiglia. "Rigettiamo totalmente questa legge - il commento dell'Egyptian Centre for Women's Rights - Abbiamo donne ministre che firmano contratti milionari in nome dello Stato, ma che con questa riforma non potrebbero nemmeno sposarsi liberamente o viaggiare, nemmeno per lavoro, senza il permesso del guardiano".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2021
Quali dovrebbero essere le caratteristiche e i comportamenti di un'organizzazione a cui per dettato costituzionale viene assegnato il compito di "rieducare"?
In questi giorni compio vent'anni di impegno in carcere; un impegno in larghissima parte volontario e in qualche rara - ma molto piacevole - occasione anche retribuito.
Compio vent'anni, dunque, ed esco proprio dal primo istituto, da quello in cui ho cominciato nella primavera del 2001; tanti ricordi e tanti pensieri nella mia mente, pensieri anche molto intimi con qualche domanda su cui vorrei soffermarmi a partire da quell'art.27 di cui cito il punto che tanto mi è caro: ... Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
di Maria Brucale
Il Domani, 6 marzo 2021
La protezione della segretezza del rapporto difensivo è parte del volto costituzionale della pena e l'avvocato ne è espressione. Gli agenti del Gom non consentono all'avvocato di portare con sé i propri appunti, i propri oggetti personali, le penne, se non sono trasparenti, perché potrebbero occultare "pizzini", controllano gli orologi che potrebbero nascondere strumenti di video ripresa o di registrazione. È inaccettabile che il difensore che si rechi in un istituto detentivo dai propri assistiti in 41bis sia investito con violenza dal sospetto che possa fare del colloquio uno strumento per trasmettere messaggi di contenuto criminale.
fuoriluogo.it, 6 marzo 2021
Giovedì prossimo si torna a parlare di carcere presentazione on line del XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone. "Oltre il virus" è il titolo del XVII Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone che sarà presentato giovedì 11 marzo, alle ore 11.00, in diretta sulla pagina Facebook e il canale YouTube dell'associazione.
di Angela Stella
Il Riformista, 6 marzo 2021
"Stupisce che sia stato chiesto conto al Dap della Circolare che mirava a segnalare i detenuti più a rischio per il Covid e non del silenzio su quelle morti. La galera non si governa con il pugno duro, se ci fosse stato più dialogo forse si sarebbero evitati dei drammi".
Ad un anno dalle rivolte nelle carceri che tra il 7 e il 9 marzo 2020 hanno sconvolto il nostro Paese, ci confrontiamo con il dottor Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e presidente di Magistratura Democratica, la cui sensibilità culturale e costituzionale nei confronti della questione penitenziaria è nota a tutti. Dal Riformista lancia una proposta provocatoria sui vertici del Dap: "È impensabile che quel posto venga occupato da un "non magistrato"?
di Attilio Bolzoni*
Il Domani, 6 marzo 2021
"I ragazzini di San Cristoforo ammanettati e incarcerati, i boss mafiosi che fanno affari coi soldi della droga e i figli della Catania bene indaffarati a cercare un altro posto dove comprare l'erba e la coca, prima di andare a una festa, prima di farsi uno spinello sotto la luna, davanti al mare".
È una mattina fredda di gennaio. Le sirene spiegate e il frastuono degli elicotteri incombono sulla via Stella Polare e i mezzi della polizia calano in forze fino al confine col vecchio quartiere San Cristoforo. Entrano nelle dimore che ospitano la miseria, quella vera, dove "improbabili giacigli sono calunniati come letti" e si portano via uomini e ragazzi impiegati nello spaccio della droga. Giovani disgraziati, vissuti nel disagio, hanno creduto che fosse più facile vendere fumo e bustine di coca anziché lavorare. Con due notti di spaccio riesci a comprarti un iPhone, mentre lavorando un mese in nero al mercato riesci a mala pena a sopravvivere. La mattina le foto degli arrestati sono esibite nella consueta conferenza stampa. In città i benpensanti si sentono rassicurati, come sempre. Ma se si riflette un attimo c'è poco da stare sereni.
di Errico Novi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
Marta Cartabia chiede di cambiare la prescrizione senza strappi. Martedì nuovo vertice di maggioranza. Lunedì 15 marzo l'intervento nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato. Poi la ministra chiederà ai partiti una sintesi, che superi la norma Bonafede. Altrimenti a fine mese sarà lei a prendere l'iniziativa.
È l'ora. Certo, detto così sembra il finale di una tragedia. Non lo sarà. Né per il Movimento 5 Stelle né per chi, come Marta Cartabia e alcuni leader di maggioranza, dovrà dirigere il lungo addio alla legge Bonafede. Ma intanto si può parlare di un piccolo drammatico passaggio destinato a consumarsi nella coalizione di governo. Sulla giustizia penale, of course.
Cambierà la prescrizione. Nel giro di qualche settimana sapremo come. E lo sapremo in parte martedì prossimo, giorno in cui la guardasigilli ha fissato un vertice di maggioranza a via Arenula (da svolgersi almeno in parte "in presenza"). Se ne saprà di più e meglio la settimana ancora successiva, a un'ora e un giorno esatti, cioè lunedì 15 marzo alle 15: in quella occasione Cartabia esporrà le linee programmatiche in commissione Giustizia alla Camera, e poco dopo lo farà in Senato.
Si capirà (quasi) tutto il 29 marzo, quando scade il termine degli emendamenti alla riforma del processo penale. In quel ddl è incistato il lodo Conte bis, ed è lì che in un modo o nell'altro si cercherà di rimettere a posto la prescrizione soppressa da Bonafede.
I protagonisti del vertice (e della trattativa) - Primo step martedì prossimo dunque. Due giorni fa la ministra della Giustizia ha fatto partire gli inviti per il vertice. Ci saranno i presidenti delle due commissioni Giustizia: Mario Perantoni, deputato 5 stelle, e Andrea Ostellari, senatore leghista. Con loro i sottosegretari alla Giustizia, pure connotati con bilanciata giustapposizione: la pentastellata Anna Macina e l'azzurro Francesco Paolo Sisto. In più, il folto numero dei capigruppo di maggioranza nelle due commissioni. Certamente presenti dunque i protagonisti del dibattito sul ddl penale alla Camera, da Enrico Costa di Azione a Giovanni Bazoli del Pd, da Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Carla Giuliano dei 5 stelle fino a Federico Conte di Leu e Lucia Annibali di Italia viva. Il primo autore dell'omonimo lodo, la seconda titolare dell'emendamento anti Bonafede.
Non ci sarà un dibattito serrato. Ma una intesa sul metodo sì: si discute, si avanzano proposte, non si scatenano guerre. Dai colloqui che la guardasigilli ha avuto con diversi esponenti dei partiti di maggioranza è emersa fra l'altro una sua precisa intenzione: nessuno deve essere mai messo nelle condizioni di sentirsi isolato ed escluso dal dialogo. Vale anche per il Movimento 5 Stelle in materia penale e in particolare per la prescrizione di Bonafede. Cosa esattamente ne potrà conseguire, non è scontato. Ma una cosa è certa: gli emendamenti che modificano la legge cara ai 5 stelle non saranno affatto proibiti. E soprattutto, non si può escludere che sia proprio la ministra a proporre non una piccola azione di microingegneria legislativa, ma un complesso di interventi che rimodellino il ddl penale del suo predecessore su alcuni aspetti. Prescrizione compresa.
Il ruolo di Enrico Costa - È possibile che finisca proprio così. Non è scontato. Ma c'è un aspetto da cui dipende molto. E riguarda Enrico Costa, il parlamentare che più di tutti, in assoluto, si è battuto contro la norma di Bonafede. Cartabia gli ha espresso sincero apprezzamento per la scelta di annunciare prima di altri il ritiro degli emendamenti anti Bonafede dal decreto Milleproroghe. Alla mossa del deputato di Azione (ed ex viceministro alla Giustizia con FI) è seguita l'adesione al disarmo da parte di Forza Italia, Lega e Italia viva. E ancora, la prima riunione con Cartabia a Montecitorio subito dopo il voto di fiducia a Mario Draghi, poi il no con sfumature variate all'emendamento trappola lanciato da Fratelli d'Italia in Aula.
Costa è considerato interlocutore non eludibile anche dal Pd, che aveva suggerito per lui un incarico da relatore sul ddl penale, ora ricoperto dal dem Franco Vazio e dalla 5 stelle Giulia Sarti. Non si può escludere il sorprendente avvicendamento fra uno dei due deputati dell'ex maggioranza giallorossa e Costa, che prenderebbe il timone di un ddl scritto dal suo grande avversario, l'ex guardasigilli. In tal caso, la ministra Cartabia potrebbe affidare proprio al deputato di Azione uno sforzo di sintesi sulla riforma del processo, che comprenda anche la modifica della prescrizione.
Cambia la prescrizione, ma non solo - È un'ipotesi realistica anche perché il deputato di Azione avrebbe già messo a punto un pacchetto integrato di modifiche, che vanno dal recupero di una vecchia proposta sua e di Gaetano Pecorella con cui diventa necessario far precedere l'interrogatorio all'eventuale misura cautelare detentiva, fino alle diverse modifiche che includerebbero anche la prescrizione per fasi. L'articolato disegno riformatore prevede la decadenza dell'azione penale come sanzione per il mancato rispetto di tempi limite massimi (anche nella fase delle indagini) e modellati in base alla complessità. Nel caso dei maxi processi di mafia, per intenderci, i tempi limite resterebbero molto lunghi.
Costa potrebbe dunque tentare un dialogo anche con i 5 Stelle su tale impostazione, che peraltro riprende molte proposte della "vecchia" commissione ministeriale Fiorella, riferimento cruciale per ogni ipotesi seria di revisione sul processo. E se l'ex viceministro si mostrasse disponibile a superare la prescrizione di Bonafede senza rinunciare alla mediazione, l'iniziativa resterebbe sua. Se invece il dialogo non funzionasse, Cartabia prenderebbe l'iniziativa e probabilmente avanzerebbe lei, come ministra, una proposta di revisione del ddl che intervenga su diversi aspetti. Prescrizione inclusa, comunque.
Ma l'intento della guardasigilli sembra orientato a promuovere, da martedì in poi, il più possibile una soluzione concertata fra le forze di maggioranza. Graduale ma efficace. Preferirebbe che il Movimento 5 Stelle non finisse all'angolo. Né che succeda ad altri con provvedimenti altrettanto controversi, come la riforma del Csm, di cui pure si parlerà martedì. La guardasigilli esporrà l'ipotesi, essenziale per il Recovery plan, di un decreto che anticipi alcuni aspetti della nuova giustizia civile, in particolare sulla crisi d'impresa. Ma soprattutto, chiederà di avere uno sguardo costituzionale, il meno ideologico possibile. A tutti. A Costa come ai pentastellati. Risolvere, senza mortificare nessuno. Ma senza nemmeno eludere le scadenze.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
"Restituire credibilità ed efficienza alla giustizia costituisce oggi più che mai una necessità: nella crisi sociale ed economica, aggravata dalla pandemia, dobbiamo fare in modo che la giustizia non diventi un problema ma sia parte della soluzione dei problemi, contribuendo a restituire al Paese coesione sociale e competitività. Le condizioni ci sono tutte, il punto è saper cogliere le opportunità che la crisi ci ha dato e mettere a frutto la lezione che ci ha lasciato", afferma la dottoressa Cristina Ornano, giudice a Cagliari e presidente nazionale di Areadg, il raggruppamento della magistratura progressista.
Presidente, il governo è cambiato, il guardasigilli anche. Da dove partire?
Urga cambiare metodo e approccio, abbandonando steccati e conflitti. Serve confronto e condivisione per trovare soluzioni strutturali e di ampio respiro che rispondano realmente all'interesse generale.
Cosa non andava nel metodo precedente?
La condivisione presuppone il confronto nel momento in cui si elaborano le proposte. Chiedere un parere quando una proposta di riforma è ormai bella e fatta è una cosa completamente diversa.
Ha fiducia nella ministra Marta Cartabia?
Sì, perché ha già dato prove positive in tal senso e perché è una donna che esprime insieme alla sua sensibilità competenze e valori molto alti: un mix che può fare la differenza.
Parliamo invece di opportunità...
Abbiamo un'occasione unica e imperdibile offerta dai fondi europei del Next Generation Eu, che ci danno la possibilità di progettare riforme strutturali e di medio e lungo periodo in modo da guardare, più che al processo, all'organizzazione giudiziaria, alla digitalizzazione, all'innovazione tecnologica, all'intelligenza artificiale. Tenendo sempre presente che il personale giudiziario dovrà essere il motore dell'innovazione organizzativa. E a tal proposito, l'unico settore nel quale negli ultimi dieci anni abbiamo avuto un recupero di efficienza, ossia il civile, è quello nel quale vi è stato un serio investimento in termini di innovazione tecnologica con il Pct.
Un commento sulla riforma dell'ex ministro?
Premesso che non ci servono più leggi manifesto, per dire che si è fatto qualcosa ma senza risolvere nulla o addirittura aggravando le cose, la riforma Bonafede era molto articolata e, quindi, lo è anche il giudizio su di essa. Alcune parti, penso all'organizzazione delle Procure, sono certamente apprezzabili; altre, come quelle che pretendono di assicurare tempi ragionevoli alla durata del processo imponendo ai magistrati di rispettare termini che non sono nella loro disponibilità e sanzionandone l'inosservanza con il disciplinare, sono totalmente irricevibili. Non servono ad assicurare una giustizia efficiente e giusta e si traducono in misure punitive contro i magistrati, veicolando il messaggio falso per cui le lentezze della giustizia sarebbero causate dalla nostra scarsa laboriosità. Cosa che anche l'ultimo rapporto Cepej smentisce. Anche il blocco della prescrizione, se non verrà controbilanciato da misure, come la prescrizione processuale, rischia di affossare definitivamente il processo penale e di tradursi in un capestro inaccettabile per le persone coinvolte nel processo. Su questo terreno è necessario un intervento di seria e coraggiosa depenalizzazione che alleggerisca il carico penale ormai insostenibile. In Italia ci sono troppi reati e troppi imputati e questo nuoce ad una azione di serio contrasto alla vera criminalità.
Una riforma che andava fatta e che vorrebbe veder recuperata?
Penso in particolare a quella sull'Ordinamento penitenziario. So bene che intorno al tema del carcere muovono molti pregiudizi, ma credo che la conoscenza dei problemi del carcere e dei detenuti aiuterebbe anche la politica a superare i pregiudizi. Il sistema italiano è carcerocentrico, e ci sono troppi detenuti. Occorre riprendere al più presto gli esiti degli Stati generali e dare avvio alla riforma che vada nel segno di una umanizzazione delle condizioni dei detenuti, apra alle pene alternative e alla giustizia riparativa.
La prossima settimana Areadg organizzerà un convegno sulla giustizia tributaria. Può anticipare qualcosa?
Da tempo stiamo dedicando particolare attenzione al tema della giustizia tributaria, perché lo riteniamo un settore strategico per il Paese e ingiustamente trascurato. Qualche mese fa abbiamo organizzato un seminario in cui sono emersi due dati: il primo è che esiste una generale condivisione sulla necessità di una riforma della giustizia tributaria, il secondo è che non vi è una idea condivisa sul come la riforma debba essere fatta. Il rischio è che in un sistema come questo, non riformato da troppo tempo, nelle pieghe dei problemi si possano insinuare posizioni di potere, rendite, interessi partigiani che potrebbero rendere difficile il cammino verso una riforma capace di restituire efficienza e trasparenza. Punti cardini dovranno essere la professionalizzazione del giudice tributario, la formazione, la sua autonomia e indipendenza effettiva.
In Cassazione metà del contenzioso civile è presso la Sezione tributaria...
È uno dei nodi della crisi della giustizia tributaria, ma insieme è una delle chiavi di soluzione del problema. Nel tributario, specie in Cassazione, si affrontano questioni giuridiche tecnicamente complesse e occorre fare i conti con una normativa in rapido mutamento: quello della nomofilachia è un tema delicatissimo. I tempi "irragionevoli' del processo e un arretrato, oltre 52mila cause, ormai non più gestibile con le misure ordinarie, rendono il compito complicato da realizzare. Restituire efficienza alla giustizia tributaria specie in Cassazione è un obiettivo ineludibile per i contribuenti che attendo risposte, ma anche per l'intera organizzazione della Corte, penalizzata da questo esorbitante arretrato. Affronteremo il tema dell'abbattimento dell'arretrato nel convegno della prossima settimana in cui abbiamo chiesto agli attori ed esperti del processo tributario di confrontarsi su quali misure mettere in campo con i fondi europei per incidere su quel grave carico giudiziario. La riforma del processo tributario sarà oggetto, invece, di un prossimo convegno.
Si sente di dire qualcosa sulla vicenda "Palamara"?
Dopo i fatti dell'hotel Champagne e le chat di Palamara, la magistratura appare divisa al suo interno e fatica a superare il momento di crisi. È così. La crisi ha attinto tutti e ha creato un senso di sfiducia soprattutto in chi, e sono la stragrande maggioranza dei magistrati, a quella caduta etica era ed è estraneo. Il rischio è che la reazione sia un ripiegamento in un'autoreferenzialità corporativa, che porterebbe la magistratura ancora più lontana dai cittadini. La magistratura deve invece saper riformare se stessa per difendere i valori dell'autonomia e dell'indipendenza quali precondizioni per assolvere all'alta funzione che la Costituzione le assegna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2021
"È entrato in carcere con le sue gambe e ora è in carrozzina. Aveva tutti i suoi denti e ora ha perso il conto di quelli che non ha più, tra l'altro spariti dalla sua cella dopo una perquisizione". A segnalare il caso all'associazione Yairaiha Onlus è la compagna di un detenuto malato oncologico. Ultimamente gli fuoriesce il sangue dal naso e dalla bocca con il sospetto che sia dovuto dalla terapia che sta facendo. Non solo. A ciò si aggiunge che è un detenuto in attesa di giudizio, ma è recluso in una sezione dove ci sono tutti condannati definitivi. Si professa innocente, dice di non appartenere al clan della 'ndrangheta e si sente minacciato. Il risultato è che vive, volontariamente, come se fosse a un 41bis: 24 ore su 24 non esce dalla propria cella.
Parliamo di Carmine Multari, un caso seguito da Yairaiha Onlus e che del quale si è già occupato Il Dubbio quando, una volta dismesso dall'ospedale perché ricoverato per aver contratto il Covid 19, è ritornato nel carcere di Opera nonostante il suo complesso quadro clinico. La compagna ha denunciato che Multari non è mai stato seguito adeguatamente né dal centro clinico dove era prima di contrarre il Covid né ora dove si trova nel primo reparto del carcere milanese. "La notte passata ha perso sangue dalla bocca e dal naso ma nessuno sembra ascoltarlo quando dice che i farmaci non sono adeguati a quella che dovrebbe essere la sua terapia. Gli stanno distruggendo il corpo", racconta con preoccupazione la compagna. Il processo in corso si celebra presso il tribunale di Vicenza. Per questo ha chiesto di essere trasferito nel carcere vicino, ma anche perché c'è l'ospedale che lo aveva in cura e operato. Ma sta avendo difficoltà nonostante il parere positivo del Gup.
La preoccupazione si fa più concreta quando il detenuto ha appreso che tra i medicinali che gli vengono somministrati vi sarebbe un farmaco "salvavita". Ma ad oggi non è stata comunicata alcuna patologia tale da mettere a rischio imminente la sua vita. Il suo legale, l'avvocato Lorenzo Manfro, anche alla luce dei fenomeni di sanguinamento tanto dal naso quanto dalla bocca, ha chiesto con urgenza di avere una copia della cartella clinica aggiornata per poterla girare al medico di fiducia esterno alla struttura e capire effettivamente le sue condizioni di salute.
Ma, com'è detto, a questo si aggiunge un altro grande problema. Lo stesso Multari ha inviato alle autorità competenti, dal Dap ai giudici dell'udienza preliminare, una missiva che ha come oggetto la dichiarazione del divieto di incontro con la popolazione detenuta. Premette che si reputa estraneo alle accuse contestategli, ossia di essere membro delle cosche "ndranghetiste".
Denuncia che nella struttura del carcere di Opera sono presenti detenuti definitivi, condannati perché appartenenti / affiliati a cosche della 'ndrangheta. Multari sottolinea che ai sensi dell'articolo 14 dell'ordinamento penitenziario, la sua ubicazione non è quello dove è ubicato, poiché la legge prevede una separazione dai detenuti definitivi da quelli giudicabili. "Oggi - si legge nella lettera di Multari - sto vivendo nell'ansia e nella paura di ripercussioni da parte della popolazione detenuta".
Per questo chiede espressamente il divieto di incontro con l'intera popolazione detenuta poiché teme per la sua vita. Contestualmente chiede di essere trasferito per motivi di ordine e sicurezza in altro istituto penitenziario. "Nel caso che non diate corso alla mia richiesta e nel caso in cui mi succeda qualche aggressione tutte le A. G. destinatarie della presente sarete chiamati a risponderne penalmente nelle dovute sedi giudiziarie", conclude la missiva indirizzata alle autorità competenti.
L'associazione Yairaiha Onlus ha segnalato il caso alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e al garante nazionale delle persone private della libertà. Segnala che, appunto, le condizioni attuali sono "assolutamente peggiorate non solo sotto il profilo della salute per mancanza di cure adeguate ma sembra che anche le condizioni di detenzione abbiano superato quel limite imposto dall'articolo 27 della nostra Costituzione". Per questo invita le autorità a voler intervenire affinché la dignità e la tutela dei diritti della persona vengano garantiti anche in condizioni di detenzione.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 6 marzo 2021
La norma venne approvata il 7 marzo 1996. Nel dossier di Libera le storie di 867 buone prassi in 17 regioni. Ma ancora il 50% resta inutilizzato. C'è una bella Italia che combatte le mafie con concrete esperienze di riscatto e rinascita. Sono le 867 realtà, associazioni, cooperative, diocesi, parrocchie, che gestiscono beni confiscati alle mafie. Sono il più bel risultato della legge 109 del 1996 che domenica 7 marzo compie 25 anni.
Una legge nata dopo la stagione delle stragi mafiose del 1992-93, presentata nel 1994 da Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia di Falcone e Borsellino, e fortemente sostenuta dall'associazione Libera che raccolse e inviò al Parlamento ben un milione di firme a sostegno di una legge che introduceva l'uso a fini sociali dei beni tolti alle mafie, un fondamentale passo in avanti dopo la legge Rognoni-La Torre del 1982 che prevedeva la confisca di tali beni. Da allora sono più di 36mila i beni immobili confiscati, il 48% sono stati destinati dall'Agenzia nazionale (Anbsc) per le finalità istituzionali e sociali, ma ben 5 beni su 10 rimangono ancora da destinare. Il maggior numero di beni immobili confiscati e destinati sono in Sicilia (6.906), segue la Calabria (2.908), la Campania (2.747), la Puglia (1.535) e la Lombardia (1.242). Sono invece 4.384 le aziende confiscate e di queste il 34% è stato già destinato alla vendita o alla liquidazione, all'affitto o alla gestione da parte di cooperative formate dai lavoratori delle stesse; il 66% è ancora in gestione presso l'Anbsc. Anche qui la Sicilia è prima con 533 aziende destinate, segue la Campania (283), la Calabria (204) e il Lazio (160).
Sono i dati del dossier Fattiperbene realizzato la Libera in occasione dei 25 anni della legge. Nel dossier Libera ha mappato le esperienze di riutilizzo dei beni confiscati per finalità sociali "per raccontare una nuova Italia, che si è trasformata nel segno evidente di una comunità alternativa a quelle mafiose, che immagina e realizza un nuovo modello di sviluppo territoriale".
Gli 867 soggetti del terzo settore impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata, ottenuti in concessione dagli enti locali, si trovano in ben 17 regioni su 20, a conferma della pervasività delle mafie. Più della metà delle realtà sociali è costituito da associazioni di diversa tipologia (468) mentre le cooperative sociali sono 189. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, ci sono 11 associazioni sportive dilettantistiche, 23 soggetti del terzo settore che gestiscono servizi di welfare sussidiario in convenzione con enti pubblici (tra cui aziende sanitarie, enti parco e consorzi di Comuni), 36 associazioni temporanee di scopo o reti di associazioni, 70 realtà del mondo religioso (diocesi, parrocchie e Caritas), 26 fondazioni, 14 gruppi scout e 6 istituti scolastici di diversi ordini e gradi.
La regione con il maggior numero di realtà sociali che gestiscono beni confiscati alle mafie è la Sicilia con 218 soggetti gestori, segue la Calabria con 147, la Campania con 135 e la Lombardia con 133. Storie non facili. Mediamente nel campione del censimento di Libera tra il sequestro e l'effettivo riutilizzo sociale trascorrono ben 10 anni. E questo provoca degrado e altre conseguenze negative dei beni.
Una legge che, comunque, funziona ma che ha bisogno di alcuni interventi per migliorarne l'efficacia. Per questo Libera chiede l'effettiva estensione ai corrotti delle norme su sequestri e confische previste per gli appartenenti alle mafie, con la loro equiparazione e l'attuazione della riforma del codice antimafia nelle sue positive innovazioni. Era già previsto nella proposta di legge di 25 anni fa, ma poi il Parlamento la escluse. Libera chiede, inoltre, l'assegnazione di adeguati strumenti e risorse agli uffici giudiziari competenti e all'Agenzia nazionale in tutto il procedimento di amministrazione dei beni, prevedendo il raccordo fra la fase del sequestro e della confisca fino alla destinazione finale del bene e assicurando il necessario supporto agli enti locali.
E ancora la piena accessibilità delle informazioni sui beni sequestrati e confiscati e la promozione di percorsi di progettazione partecipata del terzo settore e di monitoraggio civico dei cittadini. Inoltre la destinazione di una quota del Fondo Unico Giustizia, delle liquidità e dei capitali confiscati ai mafiosi e ai corrotti, per rendere fruibili i beni mobili e immobili e sostenere la continuità delle attività aziendali, tutelandone i lavoratori, nonché per dare supporto a progetti di imprenditorialità giovanile, di economia e inclusione sociale. Infine l'utilizzo delle risorse previste per la valorizzazione sociale dei beni confiscati nella proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza Next Generation Eu, assicurando un percorso di trasparenza e di partecipazione civica nella progettazione e nel monitoraggio.
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