di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2021
Le offese veicolate su Facebook possono avere "giustificazioni" se contenute ai fatti attribuiti e non se mirano al pubblico disprezzo. La provocazione come attenuante o causa di giustificazione del reato di diffamazione scatta solo se si concretizza in un'azione che prevarica "oggettivamente" la forma della civile convivenza.
Non scatta cioè la provocazione - come prevista dal Codice penale - per la sola percezione soggettiva di essere stati destinatari di atti al di fuori della civile convivenza. Stessa cosa va detta per l'attenuante di aver agito in stato d'ira, che non rileva sempre e comunque, ma solo se oggettivamente si è vittima del "fatto ingiusto" altrui. Così la Corte di cassazione con la sentenza n. 8898/2021 ha escluso le giustificazioni di due coniugi condannati per diffamazione ai danni di un ciclista del team che dirige il marito. Entrambi tramite Facebook avevano utilizzato frasi offensive al riguardo dello sportivo considerandolo un bluffatore in ordine a un caso di sua assenza dalle gare per malattia certificata, cui seguiva - tra l'altro - un ricovero.
I ricorrenti pretendevano fosse loro riconosciuto lo stato d'ira indotto dal tenore di una telefonata occorsa tra il padre dello sportivo e il responsabile della squadra ciclistica. Ma la Cassazione ritiene congruo il ragionamento dei giudici secondo cui la violenza verbale del padre del ciclista era giustificata dall'affermazione del ricorrente che nel criticare l'assenza per malattia del figlio aveva aggiunto che lo avrebbe escluso anche da una seguente e importante gara a prescindere dal suo stato di salute. Quindi la minaccia di una ritorsione che ben poteva giustificare la reazione verbale dell'interlocutore. Mentre, al contrario, la reazione offensiva espressa dai due ricorrenti successivamente su Facebook spezza quella contestualità tra offesa e reazione che può giustificare quest'ultima.
La Cassazione coglie anche l'occasione per spiegare quando affermazioni oggettivamente offensive possano essere giustificate. Nel caso concreto non sarebbe stato diffamatorio che i ricorrenti si appellassero all'organo di disciplina per manifestare le loro critiche al comportamento tenuto dallo sportivo e che loro, a torto o a ragione, ritenevano inaccettabile o contrario alla deontologia sportiva. In tale sede anche una critica sferzante o un'accusa specifica sarebbero rientrate nel perimetro dell'esimente dell'articolo 51 del Codice penale.
Il caso di Facebook pone poi un problema di insita maggiore offensività per l'ampia platea di chi viene a conoscenza delle opinioni espresse contro qualcuno. Sulla piazza virtuale, dice la Cassazione rileva - ai fini dell'inquadramento delle espressioni usate nella fattispecie della diffamazione - l'aver esposto non solo al pubblico ludibrio, ma addirittura al pubblico disprezzo, la persona messa nel mirino da chi scrive.
Inoltre, nel caso specifico, oggetto dei post dei ricorrenti - al di là del limite della continenza delle espressioni nel caso concreto ampiamente superato - non era il fatto che aveva originato il disappunto cioè l'assenza per malattia, ma la persona stessa del ciclista, definito "suonato", "uomo di merda" e "ubriaco in bicicletta" con diretta lesione della reputazione e della considerazione sociale nei suoi riguardi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Stesso modus operandi a Sollicciano, denuncia l'associazione "L'Altro diritto", dove 9 agenti sono stati raggiunti a gennaio da una misura cautelare. È notizia recente che nove agenti penitenziari, tra i quali un'ispettrice, sono stati raggiunti dalle misure cautelari perché avrebbero pestato due detenuti in momenti differenti nel carcere di Sollicciano. Uno nel 2018 e l'altro a maggio del 2020. Ora però emerge, grazie alla segnalazione alla procura di Firenze da parte dell'associazione L'Altro Diritto, che si sarebbero verificati altri tre casi di abusi con lo stesso modus operandi che confermerebbe il clima di terrore perdurato nel tempo a Sollicciano.
Parliamo di casi che ovviamente saranno vagliati dalla magistratura inquirente, ma colpisce il fatto che a compiere i presunti pestaggi e umiliazioni, con tanto di minaccia per ottenere il ritiro della denuncia, sarebbero state le stesse persone raggiunte dalla custodia cautelare.
Il ruolo fondamentale dell'associazione "L'Altro Diritto" - Ma andiamo con ordine. L'Altro Diritto, fondata nel 1996 presso il Dipartimento di Teoria e storia del diritto dell'Università di Firenze, si occupa principalmente dei diritti delle persone in esecuzione penale. Grazie alla Convenzione firmata con il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, da anni ha esteso la sua attività all'intero territorio nazionale.
La convenzione con il Dap ha l'obiettivo di consentire che "ogni detenuto possa esercitare i diritti stabiliti dalle vigenti leggi" e autorizza tutti gli operatori del Centro a mettere in atto ogni forma di sostegno utile a tal fine. Non è un caso che è la prima associazione chiamata a ricoprire un incarico di Garante dei detenuti, per il carcere di San Gimignano. Ora, a seguito della notizia dell'inchiesta relativa a fatti qualificati come tortura nel carcere di Sollicciano, l'associazione ha segnalato alla procura competente tre casi di cui è venuta a conoscenza nel corso dei colloqui settimanali con le persone detenute nel carcere di Sollicciano.
Il primo caso l'8 ottobre scorso "invitato" a rimettere la querela - Il primo caso riguarda un detenuto che, l'8 ottobre scorso, a colloquio con Giuseppe Caputo, coordinatore del Centro di Informazione giuridica de L'Altro Diritto, ha raccontato di un episodio avvenuto il 12 agosto. Ha riferito di essere stato vittima di un "pestaggio" da parte di agenti di polizia penitenziaria e ha mostrato copia della denuncia-querela da lui sporta. Cosa gli sarebbe accaduto?
Dopo aver ricevuto notizie negative circa la propria istanza di trasferimento al carcere di Massa (per riavvicinamento con la famiglia e in particolare con il figlio minore), è andato in escandescenze ribaltando un tavolo. Subito dopo, però, si è calmato e ha messo a posto il tavolo e terminato tranquillamente il colloquio. Dopodiché, i due agenti che lo stavano riaccompagnando in sezione lo avrebbero portato in bagno e cominciato a colpirlo per punirlo. Nel corso dello stesso colloquio con Caputo, ha mostrato una copia della propria cartella clinica da cui si desume che, il giorno del presunto pestaggio, il detenuto si è recato in infermeria dove ha chiesto di essere sottoposto a visita medica riferendo di essere stato percosso.
Il referto, però, ha riportato la dicitura per la quale "allo stato degli atti non è possibile esprimere una valutazione circa la compatibilità della lesione con le circostanze di tempo, modo e luogo riferite". Il medico stesso ha prescritto i raggi x da cui è risultata una frattura delle ossa nasali. A seguito della denuncia, il detenuto però racconta che avrebbe subito pressioni volte a fargliela ritirare.
Secondo quanto segnala L'Altro Diritto, sembra che al detenuto venisse prospettato, in mancanza di remissione di detta querela, il rigetto della nuova istanza di trasferimento. Di fronte ad agenti e ufficiali di Polizia giudiziaria all'interno dell'Istituto di Sollicciano, ha rimesso la querela dichiarando testualmente: "nelle condizioni in cui ero, non escludo che possa avere avuto anche io una reazione scomposta verso operatori della polizia penitenziaria".
"Denudato e obbligato a fare delle flessioni" - Il secondo caso riguarda un detenuto italiano il quale, sempre in un colloquio con lo Sportello Documenti e Tutele di L'Altro Diritto, ha raccontato di un pestaggio avvenuto il 12 dicembre del 2019: sarebbe stato sottoposto a colpi, calci, schiaffi e sputi durante il trasferimento verso la sezione Transito in seguito a un colloquio con "l'ispettrice del reparto Penale" in cui il detenuto affermava di non voler essere collocato in cella con detenuti non italiani ("di etnia nordafricana"), stante anche le condizioni di sporcizia e abbandono della cella.In particolare, il detenuto sarebbe stato convocato nell'ufficio dell'Ispettrice dove ha riferito di non voler essere trasferito al reparto Penale e ha chiesto di essere accompagnato in reparto Accoglienza o Isolamento, minacciando atti anticonservativi nell'ipotesi di trasferimento in reparto Penale e nella cella a lui assegnata.
A quel punto, il detenuto sarebbe stato allontanato dall'ufficio e fatto attendere nell'atrio, dove successivamente lo avrebbero perquisito, fatto denudare e obbligato a fare flessioni sulle gambe alla presenza dell'ispettrice e di 4 agenti di polizia penitenziaria. A quel punto due agenti lo avrebbero preso sotto braccio e trasferito al Transito: durante il tragitto lo avrebbero preso a calci, schiaffi e sputi. Arrivato alla sezione Transito, lo hanno accompagnato in infermeria dove ha riferito al medico di guardia di essere stato sottoposto a percosse e lesioni durante il tragitto. Il medico ha riscontrato le lesioni e le ha ritenute compatibili con quanto riferito.
Dopodiché, il detenuto sarebbe stato richiamato nell'ufficio dell'Ispettrice che ha provveduto ad informarlo del rinvenimento, durante la perquisizione degli effetti personali, di un telefono cellulare. Il detenuto ha riferito all'operatore de L'Altro Diritto di aver provveduto, il 27 gennaio scorso, a sporgere denuncia presso un ispettore che gli avrebbe però consigliato di astenersi dal farlo per evitare di "avere ulteriori problemi all'interno dell'istituto".
Ammanettato "mani e piedi" e messo in posizione prona - Il terzo caso riguarda un altro detenuto straniero che ha riferito all'operatrice dello Sportello Documenti e Tutele di L'Altro Diritto di essere stato oggetto di maltrattamenti il 28 dicembre scorso. Nello specifico, il detenuto ha riferito che durante una perquisizione della propria cella (perquisizione motivata dalla presenza di alcool in un detersivo) sarebbe stato fatto uscire per recarsi al piano inferiore davanti alla Sezione, ossia in un luogo di passaggio per agenti, detenuti e operatori.
Il detenuto racconta che si è rifiutato di entrare nella stanza dell'ispettrice In ragione della mancanza di telecamere. In seguito a tale rifiuto, gli agenti avrebbero proceduto alla perquisizione personale in luogo aperto al passaggio di persone, quindi inadatto all'operazione di perquisizione stessa. Il detenuto è stato spogliato dei propri abiti. A quel punto, dietro pretesto del rinvenimento di una lametta nei vestiti del detenuto (lametta che il detenuto non ha riconosciuto come propria), lo stesso sarebbe stato ammanettato "mani e piedi" e messo in posizione prona.
Un agente di polizia penitenziaria si sarebbe seduto sulla sua schiena. A quel punto, due agenti lo avrebbero sollevato e trasportato in reparto isolamento. Durante questo trasferimento, al detenuto gli sarebbero stati inferti calci nelle parti intime. Sarebbe rimasto in isolamento per otto giorni. Come se non bastasse, il detenuto è stato messo a conoscenza, dal proprio educatore, del fatto che era stata sporta denuncia-querela nei suoi confronti per gli eventi del 28 dicembre da parte degli agenti coinvolti. Non è stato convocato per il consiglio di disciplina ed è quindi ignaro del contenuto della denuncia.
Il detenuto, vittima del presunto pestaggio, ha riferito all'associazione L'Altro Diritto di avere parlato dei fatti con il Comandante, e di averli comunicati al proprio legale tramite lettera. Tre casi da vagliare, ma molto simili a ciò che emerso dalle indagini della Procura per quanto riguarda due detenuti dello stesso carcere di Sollicciano.
Nel frattempo, per quanto riguarda i morti del carcere di Modena durante la rivolta di marzo, giunge notizia che la Procura ha chiesto l'archiviazione. Secondo la magistratura, i decessi sono da attribuire a overdose da metadone e altri farmaci dopo il saccheggio dell'infermeria del Sant'Anna. Resta aperto, invece, il fascicolo sulla morte di Salvatore Piscitelli, il 40enne deceduto in carcere ad Ascoli Piceno dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche da Modena, in merito al quale cinque detenuti hanno presentato, lo scorso novembre, un esposto in cui si denuncia un'omissione di soccorso nei suoi confronti.
agensir.it, 5 marzo 2021
La Croce della Misericordia benedetta da Papa Francesco il 14 settembre 2019 si fa "pellegrina di speranza" nelle carceri della regione Campania dal 1° marzo al 4 aprile. "Questo evento di grazia e di fede - afferma don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane - vuole aiutare il mondo penitenziario a vivere nella gioia il tempo della Quaresima e a non sentirsi né solo né abbandonato specialmente in questo tempo di distanziamento e di angoscia".
La Peregrinatio Crucis vuole toccare le "periferie esistenziali" affinché "il carcere non sia solo una periferia da emarginare. La Croce è un segno di vicinanza della Chiesa, verso i ristretti privati della loro libertà personale a causa di errori commessi. Essa rappresenta, inoltre, un incoraggiamento verso gli operatori pastorali che offrono il loro servizio nelle carceri e una sollecitudine a spalancare il cuore per guardare con speranza la sfiducia sociale che il mondo sta vivendo".
"La Croce, segno dell'amore di Dio che varca le prigioni, è un invito a non cedere alla disperazione di fronte alle miserie e cadute umane. Gesù, dalla Croce, rivolge il suo sguardo e la sua attenzione ai disperati - ricorda il sacerdote -, agli smarriti di cuore e, dalla Croce 'cattedra silenziosa di Dio', Egli parla all'umanità di perdono, di misericordia, di accoglienza. Da quella stessa Croce Gesù tende la sua mano e salva il Ladrone pentito accogliendo il suo estremo atto di pentimento perché nulla è impossibile a Dio".
Anche "davanti ai macigni del peccato - aggiunge don Grimaldi - Dio non ha paura di perdonare e rischia con la sua infinita Misericordia. Perciò, Gesù, il condannato a morte, pur essendo innocente ci dona uno sguardo nuovo e indica la direzione della nostra vita. Il Suo sguardo è anche l'invito a rivolgere attenzione all'altro e a non dimenticare gli innocenti imprigionati e ingabbiati che, a causa di errori e accanimenti giudiziari, sono in fiduciosa attesa. L'errore umano del giudicante, oltre a distruggere la vita sociale di alcuni di essi, rischia di marchiare a vita molti uomini e donne".
Pertanto, la Croce della Misericordia che nella prima tappa toccherà le carceri della Campania per proseguire il suo pellegrinaggio negli istituti di pena di altre regioni d'Italia, "vuole far rifiorire la pace e la fiducia riconciliando il cuore dei detenuti come un invito a porre dinanzi al Crocifisso la propria vita con la sincerità di cuore, consegnando con la fiducia dei figli il proprio peccato e il male seminato nel passato". La Croce che entra in carcere "vuole liberare il condannato della giustizia umana indicando la strada per non lasciarsi imprigionare nella cella buia della disperazione". La Peregrinatio Crucis è, dunque, "un pellegrinaggio simbolico nei luoghi della pena, ma anche di riconciliazione, per affermare che tutti hanno diritto alla speranza".
di Clara D'Acunto
intoscana.it, 5 marzo 2021
La conferma nel corso della firma del protocollo per la tutela dei diritti dei detenuti tra il Provveditore dell'amministrazione penitenziaria e i garanti della Toscana. Partiranno da metà marzo le vaccinazioni nelle carceri della Toscana. Ad annunciarlo il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria, Carmelo Cantone.
"Ormai è ufficiale, partiremo a metà mese con la somministrazione ai detenuti e al personale. Gli istituti sono fortemente penalizzati dalla pandemia, è stato difficile. Ci auguriamo che questo sia un deciso passo in avanti per il superamento dell'emergenza".
La conferma dell'avvio delle vaccinazioni è arrivata oggi nel corso della firma di un accordo, in Consiglio Regionale, volto a tutelare i diritti dei detenuti e a migliorare la qualità della vita negli istituti, oltre che a potenziare i percorsi di reinserimento sociale. Hanno firmato, alla presenza del presidente dell'Assemblea toscana, Antonio Mazzeo, oltre al Provveditore, il Garante dei detenuti per la Regione Toscana, Giuseppe Fanfani, e i garanti dei comuni di Firenze, Livorno, Lucca, Prato, Porto Azzurro, Pisa, San Gimignano e Siena.
Un protocollo per migliorare la qualità della vita negli istituti - "Con questo atto diamo piena attuazione ai principi e alle garanzie costituzionali - ha detto il Garante - Rinnoviamo dunque l'impegno di leale collaborazione tra poteri dello stato". Grazie a questo accordo ci sarà maggiore comunicazione e coordinamento, oltre a un più continuo scambio di informazioni, tra garanti e istituti anche per incentivare azioni comuni volte al miglioramento della qualità degli standard di vita nelle carceri.
"Vorrei che il Consiglio regionale fosse sempre più il luogo per dare voce a chi ha meno voce - ha ricordato il presidente Antonio Mazzeo - In visita a Sollicciano, ho chiesto di valutare la possibilità di vaccinare da subito polizia penitenziaria e detenuti. Sono contento che questa strada sia stata intrapresa. Questa firma è un inizio di un percorso che faremo insieme. Ci sarà sempre il nostro appoggio".
di Luca Preziusi
Il Mattino di Padova, 5 marzo 2021
Indignazione bipartisan per il voto a Messina Denaro dato in segreto da un consigliere Alain Luciani (Lega): "Faremo una segnalazione all'Antimafia". Bisognerà aspettare ancora per avere un garante dei diritti dei detenuti a Padova. Non il tempo che ci vorrà a catturare il latitante Matteo Messina Denaro, ma almeno un'altra settimana per riprovare ad eleggerlo dopo l'esito negativo del voto di mercoledì sera.
Il nome del boss mafioso ha creato un caso in consiglio comunale. Il garante non è stato eletto infatti per un solo voto, che qualche consigliere ha pensato di dare proprio a Matteo Messina Denaro, condannato a più ergastoli e ricercato dal 1993, lasciando così agli atti di Palazzo Moroni un sarcasmo del tutto fuori luogo. E senza l'attenuante della superficialità, considerando la delicatezza del tema affrontato in consiglio comunale.
Quando il nome del latitante siciliano è stato letto in aula, dai banchi il dissenso e il malcontento si è sentito. Ma il voto di lunedì era segreto, e quindi nonostante non sia complicato farsi due conti, il "colpevole" rimarrà impunito.
Le reazioni però il giorno dopo sono arrivate da tutti i fronti: "Perché a Padova dobbiamo avere sempre il deficiente di turno? - si chiede il pentastellato Giacomo Cusumano senza mezzi termini - Paragonare la figura di un mafioso al garante per i diritti dei carcerati è semplicemente da deficienti, non ci sono altri termini per descrive l'ignoranza e l'incapacità di pesare i propri gesti di alcune persone. Ma è stato facile per lui scriverlo perché tanto il voto era segreto. Se ha il coraggio delle sue azioni esca allo scoperto".
Ancora più dura è la consigliera della civica di Arturo Lorenzoni, Stefania Moschetti: "Dopo mesi il consiglio comunale si è riunito in presenza per nominare il garante dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. Un consigliere ha votato, scrivendo il nome di Matteo Messina Denaro: un mafioso italiano, legato a Cosa nostra, tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo. Imbarazza avere colleghi di tale miseria morale", scrive sulla sua pagina Facebook. A condividere il post è il leghista Alain Luciani, solitamente su posizioni decisamente contrapposte a quella di Moschetti: "Non solo concordo con la collega, ma sinceramente io sto valutando un esposto alla Procura della Repubblica, oltre che all'Antimafia".
Nel frattempo la designazione del Garante dei detenuti slitta probabilmente alla prossima settimana. La frattura emersa nei giorni scorsi in maggioranza ha avuto i suoi effetti, e quindi non sono bastati i 21 voti per raggiungere i due terzi dei voti dei consiglieri, necessari ad incaricare Antonio Bincoletto. Ne servivano 22. Quando si tornerà in aula servirà ancora la maggioranza qualificata (i due terzi del consiglio), mentre qualora fossero inevitabile una terza convocazione basterà quella semplice.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 marzo 2021
Per le Procure, i salvataggi dei disperati che attraversano il Mediterraneo avverrebbero a seguito di cospicui pagamenti. Ma gli elementi a supporto di tali tesi scarseggiano. Sembra di fare un tuffo nel passato. A quando, per intenderci, le ong venivano viste come il male assoluto. L'ultimo capitolo della guerra alla solidarietà è quello scritto dalla procura di Ragusa, che ha deciso di indagare su quanto accadde nel Mediterraneo l'11 settembre scorso.
Ma non per chiarire come sia stato possibile tenere la vita di 27 persone sospesa per più di un mese, dopo il terrore di un viaggio verso la salvezza. Ma per criminalizzare chi quelle persone le ha portate in salvo, a dispetto di leggi ciniche e contraddittorie. La procura ha iscritto sul registro degli indagati l'ex assessore di Venezia Beppe Caccia, l'attivista Luca Casarini, il regista Alessandro Metz e il comandante Pietro Marrone, destinatari di un decreto di perquisizione e sequestro, con l'accusa, a vario titolo, di trasferimento dei migranti dalla nave Etienne Maersk alla ong Mare Jonio, sulla base di un "accordo commerciale" tra le società armatrici.
La vicenda riguarda il soccorso di quei naufraghi rimasti bloccati per 38 giorni in mezzo al mare tra Malta e Lampedusa, a bordo della portacontainer che li aveva tratti in salvo. Un abbandono ribattezzato la "vergogna d'Europa". Gli atti d'accusa sono poco chiari. In attesa di avere pieno accesso agli atti, spiega Serena Romano, difensore di Mediterranea Saving Humans, ciò su cui ci si può basare sono dei brogliacci, utilizzati dai pm per contestare un passaggio di denaro che, in teoria, costituirebbe l'aggravante del reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma che in realtà rappresenta il centro dell'accusa.
"L'accusa di favoreggiamento spiega Romano al Dubbio - viene affrontata solo nelle pagine finali, dando per scontato il reato, ma non si comprende sulla base di quali elementi, dal momento che l'ingresso dei migranti in Italia è avvenuto sulla base dell'assegnazione del pos (Place of safety, ndr) da parte delle autorità. Mi chiedo, data questa premessa, come sia configurabile il reato, dal momento che nel decreto di perquisizione e sequestro non viene indicato".
Il decreto, infatti, si focalizza interamente sul presunto accordo economico, del quale comunque, spiega ancora Romano, "non c'è prova". La procura di Ragusa, guidata da Fabio D'Anna, si affida infatti ai tabulati telefonici e non alle intercettazioni, che sono successive al salvataggio dei migranti. La procura individua un numero di telefono danese, contattato da Caccia tra l' 8 e l' 11 settembre, senza individuarne, però, l'intestatario.
L'assunto della procura è che quel numero sia riconducibile alla Etienne Maersk, per una pura questione di bandiera. Ma quel numero, in realtà, è riconducibile alla Danish Shipping, organizzazione che raggruppa oltre 90 armatori e società offshore. Il quadro descritto dalla procura è dunque incerto: il teorema è basato su un presunto profitto legato al salvataggio dei migranti, "che sappiamo essere aggravante del favoreggiamento - spiega ancora Romano - ma non punto costitutivo. Ma chi ci dice che c'è stato favoreggiamento?
Questo dato, nel decreto, non emerge". Così come non vengono affrontate, in nessun passaggio, le condizioni dei migranti salvati dall'ong Mare Jonio. "Si tratta di elementi assolutamente non secondari per contestare il reato - spiega ancora Romano. Si trattava di persone in condizioni di vulnerabilità estrema, provenienti da Eritrea, Sudan, Ciad, quindi tutti potenziali richiedenti asilo, che avevano attraversato la Libia, dove è noto che i migranti vengono seviziati e torturati in veri e propri campi di concentramento. I segni di violenza sui loro corpi erano evidenti e non si può pensare che abbiano trascorso in condizioni di sicurezza più di un mese sul ponte di una petroliera, senza assistenza medica e dopo un viaggio così traumatico. Ci sono stati ben tre tentativi di suicidio: non si trattava di certo di una crociera".
La difesa della ong presenterà, nei prossimi giorni, istanza di Riesame. "Speriamo di avere un quadro più chiaro attraverso una visione completa del fascicolo - ha aggiunto Romano - per poter evidenziare quelli che, già adesso, appaiono come macroscopici errori".
La procura, dal canto suo, contesta l'esistenza di un bonifico di 125mila euro da parte della Etienne Maersk a favore della Mediterranea, "una donazione", si legge in una nota a firma di Kis Soegaard, portavoce della compagnia danese di navigazione. "Mesi dopo l'operazione di salvataggio (a novembre, ndr), Maersk Tankers ha incontrato i rappresentanti di Mediterranea per ringraziarli della loro assistenza umanitaria.
In seguito a questo incontro, abbiamo deciso di dare un contributo di 125 mila euro a Mediterranea per coprire alcuni dei costi sostenuti in seguito all'operazione". La compagnia, ad oggi, non è stata contattata dalla procura di Ragusa, un altro punto oscuro dell'intera vicenda, secondo l'avvocato Romano. "Il 5 agosto 2020 l'equipaggio della Maersk Etienne - ha spiegato la compagnia danese - ha salvato 27 persone in difficoltà in mare su richiesta delle autorità maltesi. Una volta tratti in salvo, migranti ed equipaggio sono stati lasciati in situazione di stand- off per un periodo senza precedenti: 38 giorni, senza che nessuna autorità fosse disposta a permettere alla nave di fare scalo né autorizzasse lo sbarco sicuro delle persone salvate.
Dopo diverse richieste di assistenza rimaste senza risposta, la situazione è diventata terribile dal punto di vista umanitario". Mediterranea, dopo una valutazione sanitaria effettuata dal proprio team medico, ha quindi trasferito le persone a bordo della propria nave. "Era una situazione umanitaria - continua la nota di Soegaard - e vogliamo chiarire che in nessun momento prima o durante l'operazione è stato discusso o concordato un compenso o un sostegno finanziario".
Il contributo di 125 mila euro, da parte della società danese, è stato versato alla ong "mesi dopo". Ma quella della Mare Jonio non è l'unica vicenda giudiziaria che riguarda l'accoglienza. L'avvocato Romano non vuole sbilanciarsi. "Ma non posso fare a meno di osservare una serie di notizie simili, in questi giorni, relative a procedimenti aperti, a vario titolo, in diverse città d'Italia sull'accoglienza", commenta.
Mercoledì, Medici senza frontiere ha ricevuto un avviso di conclusione delle indagini per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina insieme ad altre navi umanitarie, e dal Gup di Catania la decisione di rinvio a giudizio per traffico illecito di rifiuti. "Si apre un altro lungo periodo di fango e di sospetti sull'operato delle organizzazioni in mare, insieme all'ennesimo inaccettabile attacco al diritto al soccorso", ha commentato Msf. "Le decisioni della magistratura, arrivate a poche ore di distanza, allungano l'elenco dei numerosi tentativi di criminalizzare il soccorso in mare, che a oggi non hanno confermato alcuna accusa, ma che insieme alle ciniche politiche dell'Italia e dell'Europa hanno pericolosamente indebolito la capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale, al drammatico costo di migliaia di vite umane".
di Venanzio Postiglione
Corriere della Sera, 5 marzo 2021
Ci serve la riappropriazione del tempo. Dopo dodici mesi in cui la vita è stata scandita dai Dpcm e dai lockdown, e ancora di più dalla tragedia delle vittime e dei ricoveri, ora dobbiamo immaginare un unico, grande orologio nazionale. Soltanto due parole.
Dire di più diventava superfluo. "Rapido peggioramento". A quel punto si è capito: un anno dopo, marzo allora e marzo adesso, l'orologio segna la stessa ora. La Regione ha messo la Lombardia in arancione rafforzato, tutte le scuole chiuse e niente più visite ai parenti, le famiglie strette di nuovo tra il lavoro e i figli a casa. Mentre mezza Italia si avvia verso la fascia rossa. Il termine lockdown è già fuori moda, ma la sostanza non appare così lontana. Le sfumature di colore addolciscono, non cambiano, la realtà.
Fermare le scuole in presenza è una sospensione della vita. Di tutti. Anche di chi non è alunno e non è insegnante. Le giornate stesse sono scandite dallo spettacolo (spettacolo, certo) dei ragazzi che si avviano a piedi verso le classi o salgono sui bus o arrivano in bicicletta e dopo le lezioni se ne tornano a casa tra risate e inseguimenti: differenza tra una città viva e una città morta. Le famiglie di Milano, ieri, raccontavano che molti adolescenti sono arrivati a pranzo più tardi: un saluto agli amici, ci vediamo su Zoom.
La politica del lamento non dorme mai, lasciamola sveglia. Ma c'è un'intera generazione di ragazzi che sta costruendo il proprio futuro davanti allo schermo, in condizioni mai viste, con l'aiuto di professoresse e professori che (in buona parte) ce la mettono tutta. Massimo rispetto.
Le varianti del virus sono aggressive, l'età dei contagiati si abbassa, le scuole stesse possono diventare focolai. Purtroppo. Si parla sempre di "sacrifici necessari": non è una frase fatta. La Lombardia ha visto ancora aumentare i ricoveri e, in particolare, gli ingressi nelle terapie intensive, quel numero che abbiamo imparato a guardare da un anno. Il passaggio in arancione scuro sembrava scritto da giorni. In altre regioni non va meglio. La stanchezza collettiva è un dato di fatto, la sofferenza di intere categorie si fa drammatica (e va capita e risarcita), la didattica a distanza diventa pesante, si aggiunge il problema (enorme) dei genitori che lavorano con i bambini che restano a casa: ma a breve termine continueranno le chiusure, i divieti, le limitazioni. La Germania stessa è semi-prigioniera fino al 28 marzo.
Il nuovo governo di Mario Draghi ha due obiettivi su tutti. Il piano dei vaccini e i fondi europei. Il sostegno parlamentare è molto ampio e la maggioranza sembra destinata a reggere, nonostante le battaglie all'interno del Pd e dei Cinque Stelle e una Lega rumorosamente in bilico tra populisti e popolari (i partiti a volte si dimenticano che c'è la pandemia, un dettaglio).
Sembra marzo 2020 e invece la differenza è evidente. Un governo solido, un premier che ha salvato l'euro, un programma per i vaccini che potrebbe proteggere le vite e il Paese stesso. È il punto chiave, al di là delle chiusure che tornano e dei colori che si susseguono: quando arrivano le dosi, quali saranno le scadenze e i criteri, come si rispetterà l'anagrafe e chi va inserito nei "servizi essenziali". Parleranno gli scienziati senza protagonismi e poi magari deciderà la politica senza tentennamenti.
Se negli ultimi dodici mesi la nostra vita è stata scandita dai Dpcm e dai lockdown, e ancora di più dalla tragedia delle vittime e dei ricoveri, ora dobbiamo immaginare un unico, grande orologio nazionale. "Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro", ha scritto Seneca. Ecco: ci serve la riappropriazione del tempo. Con le tappe dei vaccini. Con le caserme o le tende o le piazze o quello che sarà per accogliere le persone.
Con un sistema di prenotazioni civile in un Paese civile, visto che il web ha conquistato il mondo ma non ancora il sistema sanitario (e le burocrazie locali). Con un clima di concordia generale che non è buonismo ma soprattutto convenienza. I contrasti tra Stato e Regioni si sono rivelati inutili e avvilenti, hanno anche offuscato l'immagine delle autonomie: se è così che funzionano, nessuno riuscirà a fermare la nostalgia del centralismo. Sulle vaccinazioni non si potrà andare in ordine sparso. Le macerie si tolgono assieme, poi ognuno avrà il suo progetto per ricominciare.
Stamattina, senza i ragazzi che si trascinano gli zaini e ridono con gli amici, Milano tornerà a svegliarsi in una favola al contrario. Dove arriva la primavera e scompaiono i bambini. Posso andare al parco? La mia bicicletta? E i nonni? Una società stremata, ma nella stragrande maggioranza dei casi rispettosa delle regole e ancora fiduciosa, aspetta il giorno del vaccino e della ripartenza. La famosa fiaccola che bisogna scorgere alla fine della galleria, fosse pure lunga e sconnessa. Anche il marciatore più forte del mondo ha bisogno di vedere il traguardo.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 5 marzo 2021
Da Torino a Vicenza, i timori dei volontari e delle associazioni: "Rischiamo una guerra". E ancora: "Padri di famiglia e uomini sui 45 anni vogliono da mangiare e ci chiedono di aiutarli con un lavoro"
Chi c'è, oggi, a ritirare il sacchetto con dentro un piatto di pasta al sugo? C'è un avvocato penalista con le scarpe inglesi comprate nove anni fa, quando tutti gli pronosticavano una carriera brillante. C'è un ingegnere marittimo di 54 anni che si è rotto un ginocchio, così da tempo non può più imbarcarsi per fare ispezioni.
C'è una badante polacca, si chiama Eva: "Ho lavorato 25 anni per voi. Sempre in nero. Quando è scoppiato la pandemia ho spedito 9 mila euro a casa. E adesso guardami qui". C'è un'estetista con un mutuo insormontabile: "Le donne fanno la ceretta a casa. Ho dovuto chiudere". Poi un ex bancario, che si trascina dietro un trolley rosso: "Dopo 22 anni da impiegato alla Bnl, mi sono bruciato la vita facendo trading on line". Ecco una pensionata da 490 euro al mese, e dietro di lei un padre di famiglia che non può più contare sulla pensione dei suoi genitori perché sono entrambi morti di Covid: "Senza quel sostegno non stiamo in piedi". Un decoratore con la partita Iva. Un migrante della Costa d'Avorio. Un padre separato. Una donna che parla da sola e maledice qualcuno.
Davanti alla mensa cittadina di Genova, quella gestita dalla Caritas con la Comunità di Sant'Egidio in piazza Santa Sabina, oggi ci sono anche due fidanzati di vent'anni. Lei tira per la mano lui, e lui ogni volta che si avvicina a tutta quella gente in coda, la strattona via: "Andiamocene! Non voglio stare qui". Invece, un altro ragazzo di nome Luis aspetta paziente il suo turno. Ha origini peruviane, ma è in Italia da quando era bambino. Adesso ha 26 anni, è iscritto al terzo anno della Facoltà di Lingue e porta sulle spalle lo zaino di Deliveroo.
"Studiando riesco a fare poche consegne. Divido i soldi con mia madre e prendo il pranzo qui". Il pranzo, per la verità, è anche la cena. Un solo pacco al giorno: pasta, carne, pane, un'arancia. Consegna dalle 16 alle 19. "Erano in media 450 sacchetti al giorno, adesso siamo a 900", dice il condirettore della Caritas di Genova Franco Catani.
"C'è un aumento esponenziale della povertà. Rispetto alla crisi del 2008, questa sembra avere punte più alte. Perché incrociamo storie che un tempo sarebbero state impensabili. Ristoratori che hanno investito tutto prima della pandemia, baristi che non riescono a pagare le rate. Molte persone sono andate sotto perché non hanno ricevuto la cassa integrazione o l'hanno ricevuta troppo tardi".
La metà di questi poveri non si era mai rivolta prima alla Caritas. Al centro d'ascolto c'è la signora Lucia Foglino: "Sono lavoratori fra 40 e 50 anni. Sentiamo spesso dire questa frase: "Ero in prova". Hanno contratti a termine, subappalti. Impieghi a chiamata. Molti ce la facevano perché arrotondavano con altri lavoretti. E così è emerso il peso del lavoro nero nella nostra economia". In coda ci sono anche altri studenti universitari.
Il Nord sta soffrendo. In Piemonte il 6,1% delle famiglie ha dovuto chiedere il reddito di cittadinanza, il dato più alto del settentrione. Secondo i dati di Eurostat, il 4,2% dei piemontesi vive in condizioni di "grave deprivazione materiale". Anche a Torino i pacchi di sostegno alimentare distribuiti dal Comune sono passati da 17 mila a 28 mila in questi primi mesi del 2021. E tutti hanno visto la coda infinita di persone in attesa di prendere del cibo davanti alla sede di "Pane Quotidiano" a Milano. Una coda che fa il giro dell'isolato.
"Le persone stanno aumentando. Temiamo quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, quando verrà tolto il blocco dei licenziamenti". Luigi Rossi è il vicepresidente di questa associazione che da più di cent'anni distribuisce cibo a chi ha fame: "Negli ultimi mesi arrivano più italiani. Segno che i risparmi stanno finendo. Uomini di mezza età che ormai, purtroppo, sono andati oltre alla rabbia e al risentimento. Uomini rassegnati, vinti dallo sconforto. L'impatto psicologico di questi mesi è devastante, dalle conseguenze ancora incalcolabili. Vediamo persone che non hanno più la forza di reagire. È molto difficile tornare in sella quando si arriva a questo tipo disperazione".
Persino a Como, una delle città più ricche d'Italia, ci sono delle avvisaglie. "In coda per del cibo ora si trovano persone con problemi estremamente diversi", spiega Alessio Cantalupi della Caritas. "Migranti usciti dal percorso di protezione, accanto agli alcolisti, ai senza tetto, a persone che non avevano mai visto prima. Italiani di mezza età, che hanno perso il lavoro quando non erano lontani dalla pensione. È questa differenza di bisogni a preoccuparmi. C'è tensione. Dobbiamo evitare che scoppi una guerra fra poveri".
Anche a Vicenza, nel profondo Veneto, sono in aumento le richieste d'aiuto. "Padri di famiglia, uomini sui 45 anni che vogliono da mangiare ma ancora di più ci chiedono di aiutarli a trovare un lavoro", dice don Enrico Pagliarin. I dati della Confindustria della città: "Reggono e tirano le imprese che hanno saputo puntare sulle esportazioni, soffrono le poche altre. In particolare il settore orafo e quello dell'abbigliamento di lusso". Così tutti guardano al caso del marchio "Pal Zileri", una storica azienda tessile con 400 operai acquistata sette anni fa da un fondo del Qatar. Il Covid è stata l'ultima mazzata. "La produzione non è più sostenibile", hanno già fatto sapere i proprietari. Cosa succederà appena verrà revocato il blocco dei licenziamenti?
Chi sta fuori capisce bene l'aria che tira. Per esempio, il direttore della filiale del Carrefour di corso Lodi a Milano. Quando si è trovato davanti un uomo anziano e spaventato che aveva rubato del pane, ha pagato di tasca sua e l'ha lasciato andare: "Se hai fame, la prossima volta vieni da me".
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 5 marzo 2021
Istat: Ci sono 335 mila famiglie in più in grave disagio. Mai così male da quindici anni. Crollo record della spesa per consumi, siamo tornati ai livelli del Duemila. La povertà assoluta torna a crescere e tocca il record dal 2005, mentre i consumi sono crollati a un livello mai visto da ventuno anni a questa parte. È la stima preliminare fatta ieri dall'Istat del primo anno della pandemia del Covid: il 2020. Sono i numeri crudi che offrono un'idea di cosa è accaduto, davvero, in questo paese.
Eccoli: le famiglie in povertà assoluta sono oltre 2 milioni, 335 mila in più. In totale gli individui censiti in questa condizione sono 5,6 milioni, oltre un milione in più rispetto al 2019. Gli effetti economici e sociali innescati dalle quarantene intermittenti decise per contenere la diffusione del virus hanno cancellato gli effetti modesti prodotti da un anno di "reddito di cittadinanza" introdotto in Italia nel 2019. Allora in povertà assoluta erano 4,6 milioni di persone, all'incirca mezzo milione in meno rispetto al 2018. Le famiglie più colpite in misura più rilevante sono quelle con un maggior numero di componenti, con un solo genitore, le coppie con un figlio o con due. La presenza di anziani in famiglia - per lo più titolari di almeno una pensione che garantisce entrate regolari - ha ridotto il rischio di rientrare in povertà.
Il contraccolpo colossale prodotto da questo evento su una società già gravemente impoverita e precarizzata ha fatto precipitare tutti gli indicatori a un livello mai visto anche dopo la crisi del 2008, quando la povertà è esplosa. Da allora non ha mai smesso di crescere, tranne per il breve periodo seguito all'introduzione del "reddito". Un simile aumento dimostra come la misura introdotta sia stata parziale e utile solo in minima parte per contenere l'ondata che continuerà a crescere anche nei prossimi anni. Questo dramma ha colpito più il nord del paese dove la crisi economica sta diventando sempre più forte. Qui l'incremento della povertà assoluta riguarda 218 mila famiglie per un totale di 720 mila persone. I più colpiti in assoluto sono i nuclei che vivono con il salario di un operaio, o lavoratori cosiddetti "assimilati". L'incidenza passa dal 10,2 al 13,3%). E tra le partite Iva è un dramma: la crisi ha colpito i lavoratori autonomi (dal 5,2% al 7,6%).
Questa situazione va inquadrata nel contesto di un calo impressionante della spesa per consumi delle famiglie (su cui si basa l'indicatore della "povertà assoluta"). Secondo l'Istat la spesa media mensile è ai livelli del 2000, 2.328 euro, con un calo del 9,1% rispetto al 2019.
di Antonio Sanfrancesco
Famiglia Cristiana, 5 marzo 2021
Il progetto dell'associazione culturale Electra Teatro rallentato dal Covid. "Abbiamo concluso le riprese a dicembre e ora siamo nella fase della post-produzione", spiega il regista Giuseppe Tesi, "per questo abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi per poter concludere il nostro progetto. I tempi sono difficili e abbiamo bisogno di aiuto".
Dare voce al dolore della Vergine Maria attraverso i detenuti del carcere di Santa Caterina di Pistoia. È il progetto dell'associazione culturale Electra Teatro impegnata in un progetto approvato dal ministero della Giustizia che prevede la realizzazione di un cortometraggio i cui attori-protagonisti sono i detenuti del penitenziario toscano, affiancati da attori professionisti, tra i quali Melania Giglio e Giuseppe Sartori, con la regia di Giuseppe Tesi.
L'iniziativa prevede la messa in scena dello Stabat Mater, dramma poetico tratto dall'opera Madri (Oèdipus ed.) di Grazia Frisina dove Maria è rappresentata nella sua più terrena e struggente maternità; una madre dunque che avrebbe ben volentieri rinunciato ad essere beata di fronte alla morte violenta e ingiusta del Cristo, suo figlio. "Il lavoro e le riprese, che hanno avuto inizio a gennaio 2020, sono stati interrotti a inizio marzo dell'anno scorso a causa del lockdown", spiega Tesi, "sono stati nuovamente ripristinati, nel mese di settembre e conclusi a dicembre.
Ora siamo nella fase della post-produzione e abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi per poter concludere il nostro progetto. I tempi sono difficili e abbiamo bisogno di un aiuto economico".
Come Frisina ha dato voce a Maria, donna del silenzio, così, spiegano dall'associazione, "il lavoro teatrale e cinematografico che Electra sta realizzando con i detenuti della Casa circondariale di Pistoia, ha tra i suoi obiettivi quello di dar parola a chi è impossibilitato a far udire la propria voce".
L'obiettivo cardine è unire la valorizzazione della persona allo sviluppo della sua autonomia, coerentemente con la vocazione dell'articolo 27 della Costituzione, andando nella direzione di un re- inserimento sociale che superi una logica strettamente assistenziale.
"Il testo di Grazia Frisina", spiega il regista Tesi, "ben si presta a compiere un articolato percorso altamente formativo, sotto il profilo culturale, artistico, pedagogico e disciplinare: una crescita linguistica anche utile ai detenuti di lingua straniera, essenziale per la loro integrazione sociale. Partendo dal presupposto che, per garantire maggiore sicurezza e prevenire la recidività a delinquere, sono necessari percorsi formativi ed educativi atti a promuovere l'autostima, il linguaggio cinematografico, ancora una volta, ha lo slancio affettivo e professionale atto a svolgere un efficace percorso di "educazione alla legalità̀". Il progetto si prefigge di poter sviluppare le personali potenzialità creative e culturali, ristrutturando l'identità sociale e rispondendo al necessario reinserimento della persona nella cittadinanza attiva".
Perché la scelta è caduta proprio sullo Stabat Mater? "Si tratta di un testo di grande impatto spirituale ed emotivo", prosegue il regista, "consente uno sviluppo e una trasposizione in chiave contemporanea. Il pianto della Madre di Cristo è il pianto di tutte le madri di fronte al sacrificio e all'abbandono, ai troppi e recenti fatti di cronaca cui, ancora oggi, purtroppo assistiamo. Il Coro e la Corifea suggeriti dal testo quale controcanto all'azione, permettono di accogliere un numero multiplo di "attori" ai quali è stato proposto il lavoro, anche considerando l'attuale presenza in carcere di ottanta detenuti.
Nell'ambito dello sviluppo drammaturgico e analitico dello scritto, ognuno ha avuto l'opportunità di manifestare il proprio grido, il proprio disagio, la propria essenza, realizzando la concreta opportunità di ascolto e di rinascita. Il momento apice della rappresentazione del lavoro all'esterno costituisce infine la sintesi e la conferma dei risultati, ottenuti attraverso un duro percorso disciplinare, grazie al riconoscimento e all'apprezzamento del pubblico". Il progetto è sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia, Fondazione "Un Raggio di Luce", Ordine degli avvocati, Società della Salute Pistoiese e numerosi benefattori privati con donazioni. Per info:
- Verona. Convenzione con il carcere per attività a favore dei detenuti
- Aosta. Carceri, su Brissogne confronto Regione - Provveditore
- Iraq. Un ponte con l'islam e pace nel Paese delle guerre permanenti
- Regolarizzare i migranti, ora cresce il pressing
- Grecia. Ex terrorista in sciopero della fame da 56 giorni rischia di morire in carcere










