di Domenico Alessandro De Rossi*
Il Dubbio, 2 dicembre 2020
Più che un giallo una farsa. In base a quanto riportato in una vasta inchiesta promossa da Il Dubbio, conclusasi in un approfondito articolo pubblicato il 18 marzo 2020 in cui si riportava l'interrogazione parlamentare a firma del deputato Roberto Giachetti, che chiedeva conto al governo se fosse "a conoscenza delle ragioni per le quali la procedura di collaudo risulti essere in così estremo ritardo.
Ma soprattutto se sia in grado di fornire chiarimenti e indicazioni precise in merito alle modalità e ai tempi con cui i nuovi braccialetti elettronici saranno messi a disposizione, in modo da consentire l'esecuzione delle misure di detenzione domiciliare già disposte e quelle altresì previste con l'entrata in vigore del decreto", è l'annosa storia italiana dei braccialetti elettronici. Infatti in base a quanto riportato nello stesso articolo si legge nell'interrogazione: "dalla relazione tecnica allegata al decreto "Cura Italia" emerge che al momento e fino al 15 maggio siano disponibili solo 2600 braccialetti, sebbene il contratto con Fastweb (che decorre dal 31 dicembre 2018) preveda la fornitura di 1000-1200 braccialetti mensili per un totale di 15 mila braccialetti che invece in teoria sarebbero dovuti essere già disponibili alla data odierna".
Questi i motivi per i quali il deputato Giachetti di Italia Viva chiese al governo, già molto tempo prima della pandemia da Covid 19, dei chiarimenti sulla procedura del collaudo dei "sicurity device". Ad oggi siamo alle solite del nulla risolto. Dall'Archivio Notizie e comunicati stampa ancora dal lontano 13 aprile 2020 dell'Agenzia per lo Sviluppo Invitalia, apprendiamo che il Commissario Straordinario per l'emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri avrebbe inteso affidare la fornitura di ben 4.700 braccialetti elettronici e il relativo servizio di sorveglianza a distanza a Fastweb Spa. Il meritevole obiettivo era quello di accelerare, all'epoca, misure certe per un deciso contrasto al pericolo della diffusione del virus nelle carceri e di poter contare entro fine maggio sull'efficiente utilizzazione degli apparecchi.
A tal fine la nota dell'Agenzia precisava che "secondo quanto previsto dal Dl Cura Italia sulla facoltà per il Commissario di procedere anche all'acquisto di dispositivi finalizzati a contrastare l'emergenza Coronavirus e agevolare l'adozione dei protocolli sanitari nelle carceri italiane, è stata nel giorni scorsi avviata un'interlocuzione tra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, il Commissario Straordinario, Domenico Arcuri e il ministero dell'Interno per garantire l'accelerazione delle istallazioni dei dispositivi destinati soprattutto alla detenzione domiciliare di quanti devono scontare una pena residua tra i 7 e i 18 mesi".
La meritoria idea sarebbe dovuta rientrare, secondo i piani dei diversi responsabili, quale tempestivo impedimento all'estensione del coronavirus. Non c'è che dire in proposito, se non rimarcare che l'ipotesi porta la data del 13 aprile con la pretesa di bloccare gli aspetti emergenziali altamente rischiosi del propagarsi del virus negli ambienti carcerari. Lodevole decisione quella che, se fosse stata portata a termine in termini ragionevoli già al tempo della interrogazione dell'onorevole Giachetti, e comunque prima dell'estate di quest'anno, avrebbe avuto il pregio di risolvere almeno talune criticità della realtà penitenziaria.
In primo luogo alleggerendo con costi bassissimi - senza ricorrere ad onerosi interventi sugli edifici - il pesante carico di almeno cinquemila persone che si trovano sovra numero rispetto alla reale capacità di custodia degli istituti. In secondo luogo, avrebbe garantito finalmente una immediata protezione per la sicurezza sanitaria di chi è detenuto. Dando in tal modo un segnale non trascurabile di una seria presa in considerazione dei problemi che affliggono l'universo della detenzione. Non solo, ma questa decisione, se attuata nei tempi non della semplice "pronuncia" avrebbe consentito all'affacciarsi della seconda fase (prevedibile), una ripetizione della fornitura dei braccialetti riducendo ulteriormente le presenze in carcere dei detenuti.
La diminuzione dell'indice di affollamento avrebbe altresì aumentato lo spazio a disposizione favorendo di fatto la distanza tra individui, con grande beneficio per chi è "ristretto" in ambienti obsoleti quali sono quelli delle carceri. Invece ci si è avvalsi dei soliti proclami e promesse, rinviando ad ulteriori tavoli tecnici la solita concertazione (salvo intese), volti solo ad apparire: mass media a servizio e molti trombettieri di regime al seguito.
Questo, purtroppo, è il "sistema Italia", metodo che osserviamo con grande preoccupazione e che dovrebbe portarci fuori dal cosiddetto tunnel. Il metodo che dovrebbe approntare la politica e i programmi strategici per la ripresa dell'Italia, alla attenzione della Ue con una visione "sistemica" di lunga gittata e di grande respiro per i prossimi trenta, quaranta anni. La gravità delle situazione nelle carceri italiane, che da tempo ormai ha assunto aspetti di ingestibile drammaticità, vedendo sommosse, suicidi e sofferenze di ogni genere tra detenuti e personale della Polizia penitenziaria, sembrerebbe non interessare più di tanto il ministro Bonafede, il quale a fronte della gravità della situazione dovrebbe compiere una verifica, se non è stata già fatta ma di cui non ci è giunta ancora notizia, sulla fornitura dei braccialetti elettronici per liberare gli spazi delle carceri da un cospicuo numero di detenuti.
Purtroppo a tutt'oggi non si sono presentate da parte del ministero della Giustizia idee atte a contrastare in termini sistematici e strutturali il propagarsi del virus. Il numero dei detenuti in rapporto alle obsolete strutture carcerarie rappresenta un rischio altissimo ed irresponsabilmente rimosso: una vera e propria bomba di emergenza sanitaria, la quale nel momento stesso i cui dovesse "scoppiare" dilagando sul territorio, diverrebbe assolutamente ingestibile dato l'enorme numero di persone ristrette negli edifici. Le alternative ci sarebbero. Basterebbe far seguire i fatti alle enunciazioni di mera facciata.
*Architetto e urbanista
di Giulia Merlo
Il Domani, 2 dicembre 2020
I giudici onorari sono considerati lavoratori autonomi e, nonostante la pandemia, devono andare in aula. "Altrimenti non ci pagano". Chiedono più tutele a Bonafede. Senza di loro salteranno migliaia di udienze. Alle nove di ieri mattina, le due giudici onorarie di Palermo Sabrina Argiolas e Vincenza Gagliardotto hanno preso posto su una panchina davanti al tribunale e iniziato lo sciopero della fame, oltre che dal lavoro d'udienza.
Contemporaneamente tutti i magistrati onorari della città sono entrati in sciopero, a oltranza, contro le condizioni di lavoro e l'inerzia del ministero della Giustizia. A scatenare la protesta è stata la mancanza di tutela sanitaria durante la pandemia, che però non sarebbe altro che la conseguenza di anni e anni di precariato.
"Da vent'anni - cioè dal decreto legislativo del 1998 che ha istituito la magistratura onoraria - siamo costretti a dover scegliere tra indigenza e salute" è la sintesi del problema. In Italia i magistrati onorari sono circa 8mila e smaltiscono attorno al 60 per cento del contenzioso di primo grado: senza di loro oggi la macchina della giustizia - già provata dalla pandemia - rischia di fermarsi.
Eppure lo stato li considera lavoratori autonomi, pagati sulla base della quantità di lavoro svolto e senza diritto ad alcuna tutela giuslavoristica, nonostante una sentenza dello scorso luglio della Corte di giustizia europea ne riconosca lo status di giudici europei e li configuri quali lavoratori dipendenti. Il Covid, dunque, è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai colmo. "Abbiamo visto i nostri colleghi ammalarsi di Covid in tribunale - dice Argiolas - oppure messi in quarantena perché entrati a contatto in aula con persone positive. Ma per noi la quarantena o la malattia significano che non percepiremo un euro a fine mese".
A Palermo, due giudici onorari si sono ammalati di Covid e uno è stato anche ricoverato in gravi condizioni: il ministero ha inviato una lettera di richiamo a entrambi, perché avevano accumulato ritardo nel deposito delle loro sentenze. Argiolas, che è giudice onorario di tribunale da oltre vent'anni, prima faceva l'avvocato ma poi ha abbandonato la professione perché l'attività di giudice si era fatta sempre più intensa: oggi è assegnata a tre sezioni, celebra udienza tutti i giorni e svolge questa attività in modo esclusivo dentro al tribunale, a fianco dei giudici togati ma senza alcuna garanzia. Qualche anno fa, pur malata in modo grave, continuò ad andare in udienza tutti i giorni, "perché altrimenti non avrei avuto di che vivere".
Per questo la scelta dello sciopero della fame non è casuale: l'istituto nasce nell'Irlanda precristiana e serviva a dare al creditore un'arma in più nei confronti del debitore inadempiente. Il creditore si metteva davanti alla sua porta e non mangiava fino a che il debitore non avesse pagato. Se fosse morto, il debitore sarebbe stato responsabile di quella morte.
"Nello stesso modo, noi staremo in sciopero della fame davanti alla porta del tribunale, fino a quando il nostro datore di lavoro non onorerà il suo debito", dice Argiolas. La protesta si allarga La protesta di Palermo si sta allargando a molti altri tribunali italiani: Milano e anche Napoli hanno già seguito l'esempio. I giudici onorari palermitani hanno predisposto un documento che è stato inviato al presidente del tribunale e al procuratore capo, in cui hanno spiegato le ragioni dello sciopero dalle udienze e hanno ricevuto solidarietà da parte dei capi degli uffici.
"Noi lavoriamo fianco a fianco, coadiuviamo i sostituti procuratori nel lavoro quotidiano - spiega Giulia Bentley, viceprocuratore onorario di Palermo. Anche l'Associazione nazionale magistrati si è espressa più volte in nostro favore, sottolineando le disfunzioni del sistema. Non esiste contrapposizione tra giudici onorari e togati, è solo nella testa di chi lavora al ministero".
Solidarietà è arrivata anche dal consiglio dell'ordine degli avvocati e dalle associazioni forensi. A Palermo un mese di sciopero dei magistrati onorari significa che rimarranno scoperti 101 ruoli, tra udienze monocratiche, convalide di arresto e udienze al giudice di pace. A Milano, invece, saranno 117. Per far fronte a questa carenza sono stati individuati alcuni sostituti procuratori che faranno le veci degli assenti, ma questo creerà ovvi rallentamenti nel lavoro degli uffici di procura. A dimostrazione che "il lavoro della magistratura onoraria non è saltuario o accessorio, ma senza di noi la macchina si ferma - dice Bentley. Siamo compatti nel dire che non possiamo più proseguire l'attività senza garanzie e con questi livelli di rischio per la salute".
"Serve un decreto legge" La richiesta indirizzata al ministero della Giustizia è precisa: lo sciopero non si fermerà fino a quando i magistrati onorari non avranno una risposta da parte del ministro Alfonso Bonafede. Una risposta che dovrebbe tradursi in un decreto legge che risolva la situazione e dia anche ai magistrati onorari le tutele di cui godono i lavoratori dipendenti, oppure in un progetto di riforma organico che riconosca quanto stabilito dalla sentenza europea. Bonafede e la maggioranza sono stati incalzati anche dal centrodestra in commissione Giustizia al Senato. Francesco Urraro (Lega), Alberto Balboni (FdI) e Fiammetta Modena (Forza Italia), hanno firmato una nota congiunta in cui hanno condiviso "le ragioni della astensione nei principali tribunali italiani. Condanniamo il silenzio ipocrita e colpevole del ministro".
Anche Area, il gruppo dei magistrati togati progressisti, è intervenuto a sostegno dei magistrati onorari: "Decenni di riforme della giustizia a "costo zero" hanno reso necessario il reclutamento veloce di risorse, offerte dalla magistratura onoraria. Di proroga in proroga, la situazione è divenuta insostenibile per la sempiterna precarietà, per l'inadeguatezza dei compensi e per la mancanza di qualsiasi trattamento previdenziale e pensionistico. Area è impegnata perché questa situazione non più tollerabile venga al più presto rimossa". Gli occhi, ora, sono tutti puntati su via Arenula e sul parlamento.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 dicembre 2020
Dopo appena tre mesi Mario Morelli lascia la guida della Corte costituzionale. Tra le prossime decisioni che dovranno prendere i giudici, il ricorso di Sgarbi contro il Dpcm, il carcere per i giornalisti e la questione dei due padri di un figlio nato con utero in affitto. "Il presidente Coraggio". Alla Corte costituzionale lo chiamano già così. Dando per scontato che sarà lui, tra un paio di settimane, il quarantaquattresimo presidente. Giancarlo Coraggio. Uno che a 80 anni gioca ancora a tennis. Che ha attraversato, nella sua carriera, tutte le funzioni giudiziarie possibili.
È stato giudice ordinario, ma anche contabile, tributario, e, perché no, pure sportivo. E quando ha vestito i panni del giudice amministrativo è salito al vertice del Consiglio di Stato diventandone il presidente. Giusto prima di arrivare, meno di otto anni fa, alla Consulta. Ha fama di uno che mantiene il gusto della curiosità e non arretra di fronte alle novità. Com'è accaduto quando è partito il ben noto viaggio della Corte nelle carceri. Un'esitazione lo coglie all'inizio, ma poi eccolo tuffarsi nell'avventura del giudice delle leggi che entra in una galera e parla di Costituzione ai detenuti. Visita Terni, una prigione tosta, e non nasconde né durante il discorso, né dopo, di essere rimasto molto toccato da quell'esperienza.
Tutto questo per dire che Repubblica sta per raccontare una transizione senza strappi. Senza "guerre" né sgambetti. Ma neppure un passaggio di scettro all'insegna dell'"ecco l'ennesimo presidente anziano che arriva al vertice perché gli tocca".
Non va così per Giancarlo Coraggio, come non era andata così neppure per il giudice che oggi lascia il vertice della Consulta. Mario Rosario Morelli, tre mesi di presidenza con l'inevitabile polemica iniziale sulle presidenze brevi. Anche se ce ne sono state tante alla Corte. Ma la sua ha avuto un sapore particolare, quella di un magistrato che dal 1973, come assistente, ha vissuto "dentro" la Corte, dividendosi tra di essa e la Cassazione, in entrambe esponendosi sulla frontiera dei diritti di chi non ne ha, come in passato Eluana Englaro, e adesso le mamme e i padri dello stesso sesso che desiderano un figlio proprio. Appena eletto presidente Morelli strizzò l'occhio a Coraggio - "Giancarlo" come lo chiama lui anche in pubblico, ricambiato da un affettuoso "Mario" - che indicò subito come suo successore "al 99%".
Nel salutarlo, adesso Coraggio parla di lui come del giudice le cui "sentenze sui nuovi diritti fondamentali hanno fatto la storia". E Massimo Luciani, in toga nera e nelle vesti di avvocato, ricorda un suo "librino" del 2004 dal titolo ostico - "L'incidente di costituzionalità: come formulare le questioni senza incorrere nella sanzione della inammissibilità" - nel quale Morelli, in una sorta di decalogo, spiegava ai colleghi come presentare alla Corte un buon ricorso senza infilarsi nella subitanea bocciatura dell'incostituzionalità. Un presidente che ha avuto anche un altro merito, che gli riconosce l'Avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri, quello di aver camminato sulla stessa strada di Cartabia non fermando neppure per un giorno la giustizia costituzionale pur in tempi di pandemia.
Coraggio, già presidente al 99 per cento. Pronostico giusto. Segnato proprio da quella votazione del 17 settembre. Quando Giuliano Amato, l'ex dottor Sottile del PSI e di tanti governi di cui ha fatto parte come premier e ministro dell'Interno, votò per Coraggio e non per Morelli. Facendo una scelta precisa, quella di dare alla Corte un guida lunga e stabile, anche evitando le polemiche che poi ci sono state. Anche se, come le fonti ufficiali della Consulta hanno spiegato fin nei minimi dettagli, ormai diventare presidente non significa guadagnare un solo euro in più, né godere di vetture che ormai appartengono al passato. Ma tant'è. Amato non solo "scelse".
Ma in quella scelta escluse se stesso. Come fa di nuovo oggi. Chi lo conosce lo descrive come non interessato a una lotta per fare il presidente. Voterà per Coraggio anche questa volta, e non per sé stesso. Lui, che pure ha davanti a sé ancora due anni di Corte, non vuole spaccare la Corte, perché il suo obiettivo è unirla. È darle una guida stabile. Perché sicuramente 13 mesi sono un periodo lungo, molto più lungo di quelli vissuti al vertice da presidenti importanti come sicuramente lo sono stati Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida, Giovanni Maria Flick. Ma soprattutto i dieci mesi di Marta Cartabia, la prima presidente al femminile che ha fatto "cadere il tetto di cristallo", la sua espressione pronunciata al colmo dell'emozione e che ormai è diventata un simbolo della riscossa delle donne nelle istituzioni dove comandano ancora gli uomini.
"Il virus ci obbliga a rinunciare alla solennità e alla pubblicità di un rito cui attribuiamo grande importanza. Non è l'unico sacrificio. E speriamo che non si tratti di sacrifici inutili. Speriamo di tornare presto alle relazioni sociali che sono il sale della nostra vita e che ci mancano molto" dice Giancarlo Coraggio nel breve speech di saluto a Morelli. Parla del virus. Proprio quel virus che presto diventerà protagonista di una prossima decisione della Consulta, quando i giudici dovranno occuparsi di un ricorso di Vittorio Sgarbi contro i Dpcm. Una Corte che farà i conti con argomenti top, dal carcere per i giornalisti, visto che il Parlamento è rimasto tuttora inerme rispetto al suo invito esplicito - era il 26 giugno - ad affrontare la questione, ai due padri di un figlio nato grazie a un utero in affitto. E la cui madre biologica ha chiesto di parlare davanti ai giudici che giusto nei prossimi due giorni decideranno se questo è possibile.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2020
Caro Roberto, noto con piacere che la parola Covid è scomparsa dal tuo ragionamento. Però è proprio dal Covid che muoveva l'appello congiunto tuo, di Veronesi e di Manconi. Tu parlavi di una "strage" di detenuti "condannati a morte" dall'inerzia del governo e della necessità di liberarne diverse migliaia per salvarli dal rischio - a vostro dire molto superiore a quello corso da chi sta fuori - di contagio e di morte. I dati dimostrano che il vostro assunto di partenza è falso: in questi nove mesi, fuori dal carcere sono morte in Italia 56.356 persone su 60 milioni (quasi 1 su mille) e in carcere 5 su poco meno di 100 mila detenuti passati dai penitenziari (quasi 1 su 20mila). Quindi chi sta dentro ha 20 probabilità in meno di morire per Covid di chi sta fuori.
Quanto ai contagi, il calcolo è più difficile: nelle carceri vengono sottoposti a tampone tutti quelli che entrano e tutti gli ospiti appena si scopre un positivo, con una copertura statistica quasi totale; fuori, la stragrande maggioranza degli italiani non ha mai fatto un tampone, dunque non si sa quanti siano i positivi (i dati riguardano solo chi fa il test).
Ma, anche con questo squilibrio, i numeri dimostrano che in carcere si è molto più controllati e sicuri, quanto al Covid, che fuori. Ieri, su 53.720 detenuti, c'erano 949 positivi (1,76%) e 22 ricoverati (0,04%); fuori, 1,6 milioni di positivi ufficiali (2,66%), senza contare l'enorme sommerso, e 36.500 ricoverati (0,6%). Il dato dei positivi è imparagonabile, perché non tiene conto dei "clandestini", ma resta comunque più basso in carcere che fuori.
Quello dei ricoveri invece è paragonabile ed è 12 volte più basso per la popolazione carceraria che per quella esterna. Mi pare che basti per spazzare via digiuni contro la "strage" da Covid nelle carceri, campagne per amnistie, indulti e altre misure svuota-celle, accuse al governo di "condannare a morte" i detenuti. Infatti, caro Roberto, tu sposti il problema sull'edilizia carceraria, che tarda ad arrivare mentre le celle scoppiano e il ministro non fa nulla. Ora, che le strutture siano affollate e in parte fatiscenti, non c'è dubbio.
Ma gli attuali 53mila detenuti su quasi 51mila posti cella regolamentari costituiscono il minor affollamento da molti anni: non proprio un'emergenza da affrontare con urgenza. I 61mila reclusi di marzo sono calati di 8mila un po' per i giudici che han limitato (fin troppo) gli arresti, un po' per la riduzione dell'attività giudiziaria, un po' per le misure di Bonafede nei dl Cura Italia e Ristori: domiciliari per gli ultimi 18 mesi di pena, con braccialetto elettronico per i residui sopra i 6 mesi; licenze e permessi straordinari; mancati rientri serali dalla semilibertà (reati di mafia esclusi, anche se tu inspiegabilmente contesti quest'esclusione).
Ovviamente, finita l'emergenza Covid, i detenuti risaliranno. E il perché lo sai bene, da grande esperto della realtà camorristica: la popolazione carceraria dipende anzitutto dall'alto numero di delinquenti, non da leggi liberticide o dal destino cinico e baro. Tu vorresti più "pene alternative" al carcere: ma ne beneficiano già 40mila detenuti. Oggi, per restare al fresco almeno qualche giorno, bisogna avere condanne o residui pena superiori ai 5 anni: hai idea di cosa devi fare in Italia per beccarti più di 5 anni definitivi? Parliamo di persone che stanno in carcere perché ci devono stare.
Tu vuoi liberalizzare le droghe e mi accusi di "proibizionismo". Ma io in linea di principio non lo sono affatto: penso però che occorrerebbe una politica comune di almeno tutta l'Europa, sennò l'Italia diventerebbe il paradiso dei tossici. Nell'attesa, molto meglio aprire nuovi padiglioni, come quelli aperti quest'anno dal governo a Parma, Lecce, Taranto e Trani (800 posti) e gli altri 25 avviati (3mila posti). E ho letto che il Recovery Plan prevedrà anche nuove carceri.
Alle tue accuse a Bonafede risponderà, se vorrà, Bonafede. Ma chiederne le dimissioni per le rivolte carcerarie di marzo (molto ben sincronizzate) è ridicolo: se bastassero a cacciare un Guardasigilli sgradito, sarebbero i detenuti più violenti e pericolosi a decidere chi deve fare il ministro. Che poi Bonafede "taccia" sulle carceri, non mi pare proprio: tra question time, repliche sulla mozione di sfiducia, audizioni in Antimafia, in commissione Giustizia alla Camera e al Senato, interviste ai media (anche al tuo giornale) e dati aggiornati sul sito del ministero, mi sembra piuttosto loquace.
Magari tu non condividi quello che dice, ma quello è un altro paio di maniche. Infine, caro Roberto: uno degli scopi della pena è proprio punire, perché chi ha commesso un reato paghi il conto, liberi la società della sua presenza per un po' e a lui e ai suoi simili passi la voglia di riprovarci. Poi, certo, la pena deve anche rieducare: ma dev'essere, appunto, una pena. Non una finzione o una barzelletta.
di Simona Gatti
Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2020
La Cassazione con la sentenza n. 34016 conferma un sequestro preventivo in mancanza del difensore che non si era presentato causa pandemia. Anche in tempi di Coronavirus le assenze dei difensori nelle aule dei processi devono seguire regole precise. Per questo motivo la Cassazione penale con la sentenza n. 34016 del 1 dicembre conferma un sequestro preventivo in mancanza del legale che non si era presentato in udienza causa Covid.
Nel ricorso davanti ai Supremi giudici l'avvocato che doveva difendere la società sulla quale era stata emessa la misura cautelare ha sollevato in un unico motivo una serie di obiezioni. Per prima cosa ha evidenziato che l'udienza camerale era stata celebrata il 5 marzo 2020, in assenza del difensore, nonostante il Consiglio dell'ordine degli avvocati di Napoli avesse proclamato due giorni prima l'astensione dal 3 all'11 marzo da tutte le udienze civili e penali della Corte di appello di Napoli e della circoscrizione del tribunale partenopeo. In secondo luogo, l'aumento dei casi di contagio in Campania, essendo lui avvocato di Roma, aveva reso impossibile la sua trasferta e la nomina di un sostituto processuale del foro locale. Pertanto la celebrazione del dibattimento in queste condizioni determinava una nullità dalla quale doveva scattare l'annullamento del provvedimento.
Nel rigettare i motivi proposti, Piazza Cavour sottolinea che il carattere locale dell'astensione dalle udienze ne impedisce l'esportazione in distretti diversi senza le condizioni previste dal codice di "Autoregolamentazione delle astensioni degli avvocati", che impone precisi oneri di comunicazione, sia al ministero della Giustizia sia ai vertici degli uffici giudiziari interessati. Nel caso specifico il difensore, appartenendo al foro di Roma, non era legittimato a non presentarsi e avrebbe avuto la possibilità di nominare, anche con delega orale, un sostituto del tribunale di Napoli, il quale a sua volta, pur attraverso posta elettronica, avrebbe potuto dichiarare l'astensione dall'udienza. In mancanza di una richiesta di rinvio per adesione all'astensione proclamata dall'Ordine napoletano, a causa della grave situazione sanitaria, le dedotte violazioni vengono bocciate.
di Elio Enrico Palumbieri
Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2020
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea è intervenuta sul "cannabidiolo" stabilendo che nessuno Stato membro può vietarne la commercializzazione se questo è stato legalmente prodotto in un altro Stato membro. Il caso trae origine da un procedimento penale sorto in Francia a carico di B. S. e C. A., ex amministratori della Catlab SAS specializzata nella commercializzazione di una sigaretta elettronica il cui liquido contiene olio di canapa o CBD. Quest'ultimo è prodotto in Repubblica Ceca da piante utilizzate nella loro interezza e, successivamente, confezionato in Francia.
Il Decreto francese del 22 agosto 1990, però, in applicazione dell'articolo R. 5132-86 del codice della salute pubblica per la cannabis (Jorf del 4 ottobre 1990, pag. 12041), nel prevedere la possibilità di commercializzare esclusivamente le fibre e i semi della canapa, ha posto un limite all'importazione del suddetto prodotto ceco.
L'articolo 1 della disposizione menzionata, infatti, autorizza la "coltivazione, l'importazione, l'esportazione e l'utilizzo industriale e commerciale (fibre e semi) delle varietà di Cannabis sativa L. purché:
- il tenore di delta-9-tetraidrocannabinolo di tali varietà non sia superiore allo 0,20%;
- la determinazione del tenore di delta-9-tetraidrocannabinolo e il campionamento in vista di tale determinazione siano effettuati secondo il metodo [dell'Unione] indicato nell'allegato".
A tal riguardo, il Ministero della Giustizia francese aveva chiarito, con circolare del 23 luglio 2018, che il decreto in commento andava interpretato come infra si dirà. Ebbene:
"La coltivazione della canapa, la sua importazione, esportazione ed utilizzazione sono autorizzate soltanto se:
- la pianta proviene da una delle varietà di Cannabis sativa L. previste dal decreto [del 22 agosto 1990];
- sono impiegate soltanto fibre e semi della pianta;
- la pianta contiene essa stessa meno dello 0,20% di delta-9-tetraidrocannabinolo.
Contrariamente all'argomento talvolta opposto dagli stabilimenti che offrono in vendita prodotti a base di cannabidiolo, il tenore autorizzato di delta-9-tetraidrocannabinolo dello 0,20% si applica alla pianta di cannabis e non al prodotto finito che ne sarebbe ottenuto.
Occorre precisare che il cannabidiolo si trova principalmente nelle foglie e nei fiori della pianta, e non nelle fibre e nei semi. Di conseguenza, allo stato della legislazione applicabile, l'estrazione del cannabidiolo in condizioni conformi al codice della salute pubblica non appare possibile. Sulla scorta di tali elementi il Tribunal Correctionnel de Marseille, dunque, ha condannato gli ex amministratori della società avente ad oggetto la commercializzazione e la distribuzione delle sigarette elettroniche ad anni 18 e mesi 15 di reclusione, nonché al pagamento di € 10.000 di multa. Avverso tale sentenza, i predetti, proponevano appello dinanzi alla Court d'appel d'Aix-en-Provence (Corte d'appello di Aix-en-Provence), sostenendo la contrarierà al diritto dell'unione del divieto di commercializzazione del CBD ricavato dalla pianta di Cannabis sativa nella sua interezza. I Giudicanti, a questo punto, rimettevano alla Corte di Giustizia nel tentativo di risolvere la questione relativamente alla conformità delle disposizioni di cui al citato Decreto francese al diritto dell'Unione.
La decisione della Corte - La Cgue ha, preliminarmente, escluso l'applicabilità al caso di specie dei regolamenti relativi alla P.A.C., non ritenendo il cannabidiolo un prodotto agricolo. Quel che più rileva, tuttavia, è che la medesima Corte ha statuito che il CBD non rientra fra le sostanze stupefacenti. Esso, infatti, non è menzionato nella Convenzione sulle Sostanze Psicotrope e non è annoverato, come stupefacente, neppure alla luce della Convenzione Unica sugli Stupefacenti. Per l'effetto, quindi, all'olio di Canapa, in quanto sostanza commercializzabile sul territorio UE, vanno applicati gli articoli 34 e 36 del Tfue concernenti la libera circolazione delle merci.
Ma non è tutto. Sottolinea la Corte che il Decreto francese va ritenuto contrastante con il diritto dell'Unione in quanto posto in violazione del divieto di cui all'articolo 34 TFUE che, com'è noto, riguarda qualsiasi misura degli Stati membri che possa ostacolare direttamente o indirettamente, realmente o potenzialmente, il commercio all'interno dell'Unione. Vieppiù, la decisione di vietare la commercializzazione, parrebbe non trovare giustificazione in uno dei motivi di interesse generale di cui all'articolo 36 Tfue. Tale provvedimento, infatti, può essere adottato soltanto qualora l'asserito rischio reale per la salute pubblica risulti sufficientemente dimostrato in base ai dati scientifici più recenti disponibili al momento dell'adozione di siffatta decisione. La Corte ha, quindi, evidenziato che spetta al giudice del rinvio valutare i dati scientifici disponibili e prodotti dinanzi ad esso al fine di assicurarsi che il presunto rischio reale per la salute non risulti fondato su mere presunzioni, bensì su dati di fatto inconfutabili.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 2 dicembre 2020
Sulla carta il carcere dovrebbe essere l'extrema ratio, ma nei fatti è spesso la prima soluzione. Si parla tanto, e ora, in periodo di Covid più che mai, di misure alternative, ma si riesce ad applicarle solo a pochissimi. Il carcere è, insomma, un tema delicato e complesso, su cui bisognerebbe informarsi e investire di più. "Il carcere è la prima soluzione a cui si pensa, invece dovrebbe essere l'ultima. E le misure alternative, che ora sono ancora qualcosa di eccezionale, dovrebbero essere l'ordinario, il quotidiano", osserva il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello.
Il suo impegno, la sua speranza, le sue battaglie per la tutela dei diritti dei "diversamente liberi", come ama definirli, sono orientate a ribaltare queste proporzioni, a ristabilire un diverso rapporto tra i numeri della realtà penitenziaria. Perché se è vero che i numeri valgono a dare forma alla realtà, invertendoli si potrebbe ottenere una realtà diversa, dove i diritti non sono l'eccezione ma la regola e la funzione rieducativa della pena è più una realtà che un'utopia. E allora analizziamoli questi numeri.
Negli istituti di pena della Campania ci sono attualmente 6.648 detenuti, 888 dei quali sono stranieri e 301 donne. Per quali reati sono in cella? Su 6.648, 765 sono dietro le sbarre per reati di criminalità organizzata mentre i più numerosi sono i detenuti per reati contro il patrimonio e reati legati a traffici e vendita di sostanze stupefacenti. In particolare, si contano, nelle carceri della Campania, 2.110 detenuti per rapina, 2.077 detenuti per reati di spaccio di droga e 1.010 detenuti per associazione finalizzata al traffico, anche internazionale, di stupefacenti.
Per quei reati per i quali si rischia l'ergastolo, dunque per omicidio, sono in cella 747 detenuti, mentre si contano 450 reclusi per maltrattamenti in famiglia (un centinaio dei quali denunciato dai propri genitori, e qui la parentesi andrebbe aperta anche sulla solitudine di molte famiglie e sul degrado e sul vuoto di assistenza sociale e statale da cui sono circondate). Per reati sessuali sono in carcere attualmente 315 detenuti, 682 per furto, 15 per omicidio colposo, 47 per sfruttamento della prostituzione.
È bene precisare che molti detenuti compaiono più volte in questi numeri, perché si tratta di persone accusate di più reati. Ed è da sottolineare anche un altro dato: dei 6.648 detenuti attualmente reclusi nelle carceri campane circa 3.200 sono in attesa di giudizio, sono cioè presunti innocenti in attesa di una sentenza. "E una quota di questi detenuti uscirà da innocenti senza aver nemmeno fatto il processo di primo grado", aggiunge Ciambriello.
E poi ci sono i numeri degli educatori e del personale socio-sanitario, ancora troppo esigui rispetto alla popolazione penitenziaria. Basti pensare che in un carcere grande e affollato come quello di Poggioreale, che conta circa 2mila detenuti, ci sono 18 educatori, quattro dei quali da alcuni giorni sono andati in pensione.
Come si può fare cultura e formazione, rieducazione e reinserimento, se lo Stato non decide di investire nelle risorse? "Vi sembra sensato che con 54mila detenuti in Italia il Ministero abbia messo su un concorso per appena 95 educatori? Sono arrivate 18mila domande...", sottolinea Ciambriello. "Bisognerebbe investire molto di più in risorse umane, in criminologi, psicologi, assistenti sociali - aggiunge - Se il rapporto resta di uno ogni duecento detenuti come si può sperare di aiutare chi è in carcere, di educare e reinserire nella società chi ha commesso un reato? - osserva il garante - Il rapporto dovrebbe essere invece di uno a dieci. Il carcere più che custodia dovrebbe essere accudimento della persona".
"E comunque - aggiunge - non si può farlo diventare una discarica sociale o una sorta di scuola del crimine. Perché anche questo si rischia quando si lascia che i detenuti trascorrano gran parte della giornata in sette, otto o dieci in una cella, senza alternative: è ovvio che finiscono per condividere e alimentare solo le proprie esperienze criminali". "Il vero distanziamento sociale - conclude Ciambriello - è quello che vivono i detenuti, trascurati dalla politica, dalle istituzioni e dal mondo esterno che non si attiva per risolvere problemi come la precarietà, il degrado, la povertà economica, la povertà culturale".
vita.it, 2 dicembre 2020
Il Garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello: "La magistratura di sorveglianza contribuisca più attivamente a contrastare la diffusione del virus nelle carceri". Le criticità che il "sistema carcere" sta rivelando ora che l'emergenza pandemica lo ha investito in pieno sono sotto gli occhi di tutti. L'aumento esponenziale del numero dei contagi tra la popolazione carceraria e gli operatori penitenziari costituisce il dato più visibile dell'incapacità di contenere e reagire alla diffusione del virus all'interno degli istituti penitenziari.
Gli interventi legislativi adottati sinora per ridurre la popolazione carceraria - peraltro volgarmente strumentalizzati da gran parte dell'opinione pubblica come un tentativo di aprire le porte del carcere per boss e condannati al 41bis - si sono rivelati del tutto insufficienti a raggiungere gli obiettivi sperati.
Anche le previsioni del decreto Ristori, delle quali si auspica un miglioramento in sede di conversione, sembrano muoversi lungo la medesima, insoddisfacente, direzione. In un simile scenario, appare dunque necessario che tutti gli attori che animano il sistema carcere operino nella medesima direzione, al fine di contenere il numero degli individui in entrata e di favorire forme di liberazione anticipata attraverso il ricorso ai variegati strumenti previsti in tal senso dalla legge.
Tuttavia, i Garanti segnalano con rammarico come gli Uffici di sorveglianza campani si rivelino, al momento, sordi alle esigenze dettate da questa situazione di drammatica emergenza.
Pur rinvenendo "a macchia di leopardo" una certa sensibilità da parte di alcuni magistrati, inclini ad accogliere le istanze di avvocati, detenuti, e degli stessi Garanti, si denuncia, invece, l'inerzia complessiva degli Uffici di sorveglianza nel rispondere a tali istanze. Da giorni, infatti, i Garanti ricevono segnalazioni in tal senso, che arrivano dai detenuti e dalle loro famiglie, dai rappresentati di associazioni e cooperative che operano nel carcere e dagli stessi avvocati difensori.
In particolare, le mancate risposte in materia di permessi premio, affidamento esterno al lavoro, liberazione anticipata etc. finisce per contribuire in modo significativo alla cronica situazione di sovraffollamento carcerario, per tacere del senso di frustrazione patito da quei detenuti che vedono ignorate per lungo tempo le loro richieste. A ciò si aggiungono, inoltre, i continui ritardi mostrati dalle Aree educative, che finiscono per colpire soprattutto detenuti stranieri, senza fissa dimora, o coloro semplicemente poco seguiti dal proprio difensore, che diventano, di fatto, detenuti ignoti, dimenticati da quello stesso sistema che dovrebbe provvedere al loro reinserimento sociale.
Nella consapevolezza dell'impatto che la pandemia da covid-19 ha avuto e ha tuttora sul carico di lavoro del comparto giustizia, il quale già soffre di un'endemica carenza di personale, i Garanti ribadiscono con forza la necessità di una relazione dinamica, continua e fluida con la magistratura di sorveglianza e le Aree educative, necessaria ora più che mai per garantire che il diritto alla vita e alla salute dei detenuti sia garantito.
di Andrea Pisana
altalex.com, 2 dicembre 2020
I presupposti della misura coercitiva devono sussistere non soltanto nella fase c.d. genetica, ma anche durante il corso di esecuzione della misura (Cass. pen. sentenza n. 31418/2020). Con la sentenza n. 31418/2020 (testo in calce) la Corte di cassazione affronta la questione della verifica dei presupposti per il mantenimento della misura cautelare carceraria, con particolare riguardo alla sussistenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, nei confronti di soggetto ultrasettantenne.
Il caso - Il tribunale di Roma, sezione specializzata per il riesame, ha confermato il provvedimento di rigetto della richiesta, avanzata nell'interesse di V.H.T.G., di sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere applicata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Viterbo in data 2 marzo 2019 in relazione al reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 1 e art. 80, comma 2, per avere detenuto al fine di spaccio 12 chili di cocaina (dalle quali erano ricavabili 69.815 singole dosi), fatto per il quale egli è stato condannato con sentenza del 27 febbraio 2020, a seguito di giudizio abbreviato, alla pena di anni sei di reclusione e 20.000 Euro di multa. Il tribunale, a fondamento del provvedimento di rigetto, ha innanzitutto escluso la sussistenza di una situazione di incompatibilità dello stato di salute dell'imputato con il regime carcerario, così come la necessità di nominare un perito, avendo fra l'altro l'imputato rinunciato all'indagine strumentale.
Ha poi evidenziato, come non vi sia spazio per applicare il disposto dell'art. 275 c.p.p., comma 4, atteso che, all'atto dell'applicazione della misura carceraria, l'imputato non aveva ancora compiuto settant'anni, notando infine come il d.lgs 15 febbraio 2016, n. 36, ponga a carico del pubblico ministero procedente, e non del giudice, l'obbligo di trasmettere la decisione cautelare all'autorità competente dello stato membro.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 2 dicembre 2020
Con quasi 70 detenuti-studenti (dei quali il 61% in alta sicurezza, il 30,5% in media sicurezza e l'8,5% al 41bis), il Polo Universitario Penitenziario (Pup) dell'Università di Sassari (Uniss) è il primo in Italia per incidenza sulla popolazione detenuta: "Il 5,4 % dei ristretti - spiega Emanuele Farris, coordinatore di ateneo per il progetto - studia all'Università contro una media nazionale dell'1,4%. Nell'ultimo anno accademico 2019-20 abbiamo avuto un incremento del 61% di studenti rispetto al triennio precedente".
Risultati che sono stati ottenuti nel corso di un anno caratterizzato dalla pandemia, affrontata però dal team del Puc con l'idea di trasformare una criticità in un'opportunità. Durante il lockdown non solo si sono ridotti i disagi degli iscritti, detenuti dei Penitenziari di Alghero, Nuoro, Sassari e Tempio Pausania, ma si è riusciti a ridurre quasi a zero, secondo quanto riferito da Farris, "il numero di studenti che non riuscivano a dare esami e a raddoppiare quello degli studenti meritevoli".
Idee, strategie, nuove relazioni, maturate proprio durante la crisi pandemica, sono confluite in un protocollo d'intesa per il triennio 2020-23 che- si caratterizza, rispetto al precedente, per innovazione tecnologica e maggiore inclusività. Punto saliente dell'accordo, un programma di informatizzazione delle aule dedicate esclusivamente agli studenti universitari che sarà realizzato grazie a una partnership istituzionale: il cablaggio è stato finanziato direttamente dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP), gli arredi dal Provveditorato Regionale (PRAP) mentre hardware e software sono stati acquistati grazie a un fondo premiale concesso dal Ministero dell'Università e Ricerca. Contributi che si vanno ad aggiungere all'apporto dell'Ente Regionale per lo Studio Universitario (Ersu) di Sassari che da anni fornisce servizi specifici agli studenti detenuti e a un finanziamento della Fondazione di Sardegna, erogato sul bando Volontariato 2020 per un progetto di potenziamento dei servizi didattici nelle carceri che garantisce un tutor in ogni aula didattica penitenziaria per tutto il 2021.
Al nuovo protocollo hanno aderito, oltre a PRAP e DAP, già firmatari dell'edizione 2014-2019, anche l'Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna (UIEPE) e il Centro per la Giustizia Minorile (CGM). La presenza di questi enti permetterà di facilitare l'accesso agli studi universitari anche alle persone che scontano la pena all'esterno degli istituti penitenziari e ai giovani fino a 25 anni di età che hanno commesso reati da minorenni.
"Abbiamo lavorato a lungo per realizzare un network tra istituzioni che non ha eguali in Italia - dice il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria della Sardegna Maurizio Veneziano - e che ha ricevuto molto apprezzamento dal Ministero della Giustizia come progetto pilota a livello nazionale". Anche il Ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi ha espresso il proprio apprezzamento per l'accordo: "Un bell'esempio di cooperazione istituzionale - scrive in un tweet - che mira a favorire la diffusione della cultura e della formazione come mezzo di riscatto e speranza nel futuro".
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