L'Osservatore Romano, 4 marzo 2021
Dieci anni dopo lo scoppio delle violenze armate in Siria, decine di migliaia di civili risultano ancora "scomparsi", moltissimi dei quali uccisi, dopo essere stati detenuti in maniera arbitraria sin dal 2011. È quanto emerge da una dettagliata relazione preparata da inquirenti internazionali incaricati dall'Onu di far luce sulle violazioni umanitarie nel conflitto siriano.
Secondo lo studio, diffuso nelle ultime ore ai media e che cerca di far luce su presunti crimini contro l'umanità commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto siriano, migliaia di altre persone sono state torturate o uccise in diverse carceri siriane. Vittime e testimoni hanno descritto agli inquirenti "sofferenze inimmaginabili", compreso lo stupro di ragazze e ragazzi minorenni.
Secondo la relazione, prodotta dagli investigatori della Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla Siria, formata nel 2011 su mandato del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, questi crimini costituiscono ormai "un trauma nazionale, che prima o poi dovrà essere affrontato" se il Paese vuole arrivare alla pace e alla stabilità sociale. Va ricordato che in dieci anni di guerra, si stima che in Siria siano morte dalle 380mila alle 500mila persone, mentre circa metà dei 20 milioni di abitanti del 2011 hanno dovuto abbandonare le loro case come sfollati interni o profughi nei paesi all'estero.
La relazione delle Nazioni Unite si basa su oltre 2.650 interviste e indagini in più di 100 strutture di detenzione e prigionia in varie parti della Siria. Lo studio documenta violazioni da parte di quasi tutte le parti in guerra: forze governative e ribelli.
"La detenzione arbitraria da parte delle forze governative di oppositori politici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e manifestanti è stata un fattore scatenante del conflitto", ha detto il presidente della commissione, Paulo Pinheiro. "Gruppi armati e organizzazioni indicate dall'Onu come terroriste, come Hayat Tahrir ash-Sham (Hts) e il sedicente stato islamico (Is), hanno in seguito cominciato a privare le persone della loro libertà, commettendo atroci violazioni contro di loro".
La commissione d'inchiesta non è finora riuscita a indicare il numero esatto di prigionieri civili uccisi durante la loro detenzione nelle carceri siriane. Ma stime "prudenti" citate nella relazione parlano di "decine di migliaia di persone uccise durante la prigionia". Moltissime vittime sono state sepolte in fosse comuni, tra cui alcune alla periferia di Damasco.
La cronaca quotidiana, intanto, conferma la drammaticità della situazione. Ieri un operatore di Medici senza frontiere (Msf) è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti nel campo profughi di al-Hol, nel nordest della Siria. "I due separati e tragici incidenti sono una dimostrazione delle condizioni di vita non sicure nel campo" si legge in una nota di Msf, che esprime "profonda preoccupazione per l'insicurezza che devono affrontare i residenti del campo, due terzi dei quali sono bambini".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 4 marzo 2021
Netanyahu: "giudici dell'Aia antisemiti". Il Procuratore Fatou Bensouda ha spiegato che saranno analizzati crimini che si suppone siano stati commessi dal 13 giugno del 2014, in particolare a Gaza. Sotto inchiesta ci sarà anche Hamas per i lanci di razzi sui civili israeliani. È incontenibile la rabbia di Israele per la decisione del Procuratore Fatou Bensouda, della Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aia, di aprire un'inchiesta formale per crimini di guerra nei Territori palestinesi occupati dalle truppe israeliane quasi 54 anni fa.
Il premier Netanyahu è arrivato al punto da accusare la Cpi di aver "adottato una decisione che è l'essenza dell'antisemitismo". Dure anche le dichiarazioni rilasciate dal capo dello stato Rivlin e dal ministro degli esteri Gabi Ashkenazi, un ex generale e capo di stato maggiore. Ashkenazi ha parlato di "un atto di bancarotta morale e legale", quindi ha avvertito che Israele "intraprenderà ogni passo necessario per proteggere i suoi cittadini e soldati" e chiederà il sostegno di altri Stati per fermare il procedimento avviato da Bensouda.
La Cpi era già stata sanzionata da Donald Trump. E pressioni su di essa sono in corso da quando i giudici dell'Aia, il mese scorso, su richiesta del Procuratore avevano confermato la competenza giuridica della Cpi - alla quale Israele non ha mai aderito e di cui invece dal 2015 fa parte la Palestina - nei Territori occupati di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme. Ma non sono servite a congelare almeno di un anno l'avvio ufficiale dell'indagine. A fine 2021 avrà termine il mandato di Bensouda durato nove anni e Israele, secondo alcuni giornali, ritiene che il suo sostituto, l'avvocato britannico Karim Khan, avrà una linea meno rigorosa rispetto a quella del procuratore in carica. Il rispetto dei tempi previsti da parte di Bensouda complica il quadro per Israele. Con l'inchiesta già avviata, per Khan sarà più difficile frenarla, ammesso che il futuro Procuratore intenda davvero farlo.
Fatou Bensouda ha spiegato che saranno analizzati crimini che si suppone siano stati commessi dal 13 giugno del 2014. "Le sfide operative che dovremo affrontare - ha sottolineato - a causa della pandemia, delle risorse limitate di cui disponiamo e del nostro pesante carico di lavoro attuale non possono impedirci di adempiere alle responsabilità che lo Statuto di Roma attribuisce all'Ufficio". Ci sono "basi ragionevoli", ha proseguito, per ritenere che siano stati commessi crimini di guerra dalle forze armate israeliane ma anche dal movimento islamico Hamas e da varie fazioni armate palestinesi durante l'offensiva Margine Protettivo, la guerra del 2014 a Gaza. In quelle settimane furono uccisi dai bombardamenti circa 2300 palestinesi (in buona parte civili, tra 551 bambini), feriti altri 11mila e distrutte o danneggiate decine di migliaia di abitazioni. Israele ricorda le decine di morti causate dai razzi lanciati da Hamas sulle sue città e nega di aver preso di mira intenzionalmente i civili palestinesi. Bensouda dovrebbe concentrarsi anche sulle colonie costruite da Israele in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dal 1967 in poi e sulla politica di insediamento di popolazione civile israeliana nei territori palestinesi in violazione della Convenzione di Ginevra.
I palestinesi applaudono alla mossa della Cpi. "È un passo lungamente atteso - ha commentato il ministero degli esteri dell'Anp a Ramallah - funzionale alla incessante ricerca palestinese di giustizia e responsabilità, pilastri indispensabili della pace che il popolo palestinese cerca e che merita". Si dice soddisfatto anche il movimento Hamas che pure sarà indagato per crimini contro i civili israeliani. "È un passo avanti sulla via del raggiungimento della giustizia", ha commentato un suo portavoce a Gaza. "La nostra resistenza - ha affermato - è legittima e si tratta di difendere il nostro popolo. Tutte le leggi internazionali approvano la resistenza legittima".
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 4 marzo 2021
Due attentati separati, quasi alla stessa ora, sono costati la vita alle tre ventenni, mentre una quarta è rimasta ferita: la polizia ha arrestato il presunto omicida, ma i talebani negano ogni addebito. Sono oltre 30 i giornalisti uccisi dal 2018. Si chiamano Mursal Hakimi, di 25 anni, Sadia, 20, e Shanaz, 20: tutte e tre assassinate perché giornaliste donne. Non è affatto la prima volta in Afghanistan. Da sempre i talebani, Isis, e comunque le forze legate all'universo jihadista, prendono di mira la stampa, con particolare accanimento contro le donne. Ma nell'ultimo anno la campagna di intimidazione violenta si è fatta ancora più pressante e crudele. Questa volta l'assassinio in serie è stato pianificato con particolare attenzione. I sicari intendevano lanciare un messaggio preciso e diretto: non vogliamo giornalisti, soprattutto non vogliamo giornaliste donne. Le foto delle tre vittime le mostrano riverse sul selciato, completamente coperte dal burka, rivoli di sangue arrossano il velo e l'asfalto. Neppure da morte si possono vedere i loro volti.
Sono state uccise in due attentati separati quasi alla stessa ora. Sono state colpite da proiettili di pistole munite di silenziatore. È avvenuto a Jalalabad, a est di Kabul, nel cuore delle regioni pashtun, dove si transita per raggiungere il passo Kiber e le regioni tribali pachistane. Qui una volta dominavano le roccaforti di Al Qaeda. Le tre donne lavoravano per la radio e televisione locale Enikass e avevano il compito di tradurre i programmi stranieri. Dunque, agli occhi dei loro nemici avevano una colpa particolare: si facevano portavoce dell'invasione occidentale.
Una quarta donna è rimasta ferita e al momento si trova ricoverata nell'ospedale locale. I media afghani ricordano che soltanto tre mesi fa era stata uccisa con le stesse modalità la giornalista 26enne Malalai Maiwand. Isis aveva rivendicato la responsabilità allora. Cosa che non ha fatto adesso. Il capo della polizia della provincia di Nangarhar, il generale Juma Gul Hemat, sostiene per contro che è stato catturato uno degli assassini, che sarebbe un talebano. Ma i portavoce talebani negano ogni addebito. La tensione in ogni caso cresce.
L'ex presidente americano Donald Trump aveva raggiunto l'accordo di pace con i talebani nel febbraio 2020, per cui si impegnava a ritirare il contingente Usa entro il primo maggio di quest'anno. I talebani si sentivano vincenti, avevano quindi intensificato le loro operazioni in tutto il Paese. Di recente la nuova amministrazione Biden sta invece valutando di rivedere quegli accordi e comunque di ritardare il ritiro delle truppe. Da qui la ripresa della guerriglia e degli omicidi mirati. Ma la guerra ai media è di lunga data nel Paese. Secondo un recente rapporto Onu, sono più di una trentina i reporter uccisi dal 2018, di cui almeno una decina negli ultimi sette mesi. Isis ha inoltre rivendicato la paternità del raid contro il campus nell'università di Kabul che in novembre ha causato la morte di una ventina tra professori e studenti.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 4 marzo 2021
La giornata peggiore dall'inizio della protesta per la democrazia. Scioperano anche i giornalisti. E all'Onu il nuovo ambasciatore rifiuta l'incarico. Ma stavolta non è più un affare interno: l'Asean inizia a muoversi. La terza giornata di protesta dopo la domenica di sangue del 28 febbraio si trasforma, nel pomeriggio di ieri, in un mercoledì di sangue che supera per numeri quella maledetta bloody sunday. Così che quei numeri che rimbalzano per tutta la giornata - otto, nove, ventidue - salgono, dicono le nostre fonti, ad almeno 24 vittime accertate. In serata diventano - scrive il quotidiano birmano Irrawaddy - 28, per la Bbc 38.
Ma, ci dicono ancora, potrebbe essere un bilancio molto per difetto. Non potendo confermare il numero dei morti la macabra aritmetica si ferma ma fa intanto lievitare a oltre 60 le vittime a un mese dal colpo di stato del primo febbraio. Una tattica stragista. L'epicentro delle violenze di ieri si accende nel Nord Okkalapa (Myauk Okkalapa) - quartiere orientale di Yangon - che vede scontri per tutta la giornata fino che attorno alle 5 e mezzo del pomeriggio parte il fuoco con armi automatiche, finora sembra mai usate. È una mattanza: Voice of Myanmar conta 13 vittime e almeno una cinquantina di feriti.
Incidenti sono segnalati un po' ovunque nell'ex capitale: nella downtown, al Railway Bridge, a Kyoegone (Insein) a ancora a Tamwe, residenza del presidente in carcere Win Myant. Ma tutto il Paese brucia: Monywa, Mandalay, Myingyan, Magway, Myawaddy (c'è chi fa notare questa ricorrenza della M riconducibile a qualche disegno esoterico, un'ossessione di Tatmadaw, l'esercito birmano).
La protesta però continua: ieri, beffa delle beffe, a incrociare le braccia sono oltre cento lavoratori dei giornali - tra cui il Global New Light of Myanmar in inglese - e dell'agenzia stampa di Stato Myanmar News Agency. Succede mentre il vice ambasciatore del Myanmar all'Onu, U Tin Maung Naing, si è dimesso dopo che il regime militare gli aveva imposto di sostituire il suo numero 1, U Kyaw Moe Tun, dimissionato dalla giunta per un discorso contro il golpe al Palazzo di Vetro mentre alzava le tre dita, simbolo della protesta.
I generali birmani non sembrano comunque aver ascoltato i moniti, seppur blandi, appena arrivati dall'Asean, l'associazione regionale di 10 Stati del Sudest di cui il Myanmar fa parte. Il comunicato congiunto del 2 marzo, nel politichese più diplomatico possibile, non diceva praticamente nulla ma singole dichiarazioni di diversi ministri dopo la riunione virtuale di ieri confermavano invece che l'Asean, se non proprio con una sola voce, chiede ai militari non solo di limitare l'uso della forza ma di liberare i leader politici imprigionati e ripristinare lo status quo.
Equilibrismo politico: un comunicato sbiadito ma singole prese di posizione dure; singole ma avallate dal summit tra capi della diplomazia come escamotage per chiarire che questa volta il golpe non è solo un "affare interno". Niente sanzioni e niente espulsione, forse una missione di mediazione ma comunque il sostegno all'inviato Onu.
Il più esplicito, a sorpresa, è Vivian Balakrishnan, a capo della diplomazia - solitamente cauta - di Singapore: fermare subito la violenza e ricerca immediata di un compromesso negoziato...per "una soluzione politica pacifica a lungo termine che includa un ritorno al percorso democratico": il sollecito forte è al "rilascio immediato del presidente Win Myint, di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici", con la specifica chiarissima che la Città Stato "sostiene fermamente la visita dell'inviato speciale Onu in Myanmar" che Naypyidaw deve facilitare "il prima possibile".
Sorpresa anche per le Filippine che, dopo aver inizialmente bollato il dossier birmano come affare interno, alla vigilia del summit cambiano rotta: il ministro Teodoro Locsin ha detto che la politica di non ingerenza negli affari interni dei membri "non è un'approvazione globale o un tacito consenso per compiere torti" e che Manila chiede il rilascio immediato di Aung San Suu Kyi e un "completo ritorno" allo "stato di cose preesistente". Si associa Giacarta anche se con parole più prudenti. Se il comunicato all'acqua di rose salva chi non si vuole esporre (Laos, Vietnam e Cambogia, regimi a partito unico) e i più prudenti - Malaysia e soprattutto Thailandia - il messaggio ai generali ora è chiaro. Ma per ora le verdi uniformi birmane sembrano non volerlo ascoltare.
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 3 marzo 2021
Tre giorni terribili quasi un anno fa. Tra il 7 e il 9 marzo scoppiò la rivolta in oltre venti carceri italiane. Tre giorni drammatici, che provocarono quindici morti, in gran parte per overdose da farmaci prelevati dai detenuti nelle infermerie. Erano le prime settimane della pandemia, e il Covid-19 fu proprio la motivazione di quelle gravi proteste.
di Alberto Custodero
La Repubblica, 3 marzo 2021
Cala il contagio nel luogo simbolo dell'assembramento coatto, le prigioni. È lo strano paradosso della città di Milano sulla quale torna ad aleggiare, dopo il lockdown della primavera 2020, lo spettro della "retrocessione" in zona rossa con i 303 nuovi positivi al Coronavirus registrati nelle ultime 24 ore in città.
di Liana Milella
La Repubblica, 3 marzo 2021
La ministra della Giustizia a confronto con i capi dell'amministrazione penitenziaria. Le sue prime parole sono per i tre agenti morti a Carinola. Il Garante del Lazio e Umbria Anastasia: "Adesso si muovano le Regioni". "Come scriveva Calamandrei bisogna aver visto le carceri. E anche io, quando le ho viste, non ho dimenticato i volti, le condizioni, le storie delle persone che ho conosciuto durante le visite fatte con la Corte costituzionale".
di Sergio Segio e Susanna Ronconi
Il Manifesto, 3 marzo 2021
Dell'eccidio di persone detenute avvenuto nelle carceri un anno fa sono due le cose che maggiormente colpiscono: il numero senza precedenti delle vittime, 13, e la spessa coltre di silenzio immediatamente calata al riguardo; anch'essa inaudita, quanto meno nell'essere pressoché generalizzata. Eppure, proprio il drammatico numero dei morti e le voci di pestaggi di massa subito circolate avrebbero dovuto mobilitare l'attenzione almeno di una parte dei media, oltre che delle associazioni che sul carcere normalmente sono impegnate.
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 3 marzo 2021
Continua la pandemia nelle carceri italiane e a subirne le gravi conseguenze non sono solo i detenuti, ma anche gli agenti di polizia penitenziaria. Nelle scorse ore ha perso la vita Angelo De Pari, assistente capo nell'istituto penitenziario campano di Carinola, a causa delle complicanze legate al Covid-19. È solo l'ultimo di una triste lista che sta caratterizzando il carcere casertano nelle ultime settimane: a inizio febbraio era morto l'agente Antonio Maiello, nei giorni scorsi invece è stata la volta dell'ispettore Giuseppe Matano.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 3 marzo 2021
Sono passate poco più di due settimane da quando il neo premier Mario Draghi annunciava i nomi dei nuovi ministri, dando forma al terzo governo di questa legislatura. L'ex governatore della Bce ha scelto la costituzionalista e già presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia per guidare il ministero della Giustizia.
Ed è proprio la riforma della Giustizia - e in particolare la parte che prevede la modifica della disciplina sulla prescrizione, fortemente voluta dal precedente guardasigilli Alfonso Bonafede - il primo e vero banco di prova di questo governo. Sarà interessante vedere nei prossimi giorni come la guardasigilli deciderà di mettere mano alla norma, dovendo necessariamente scegliere una soluzione di bilanciamento non solo giuridica ma, anche, e soprattutto, politica.
Stando al brillante curriculum della neo ministra, parrebbe che la sua forma mentis faccia ben sperare in modifiche di stampo garantista che intendano superare tanto la riforma Bonafede così come originariamente ideata, quanto il correttivo disposto dal lodo Conte- bis, sul quale, però, il M5S non pare disposto ad indietreggiare.
La stessa tenuta del governo Draghi, dunque, si verificherà anche in base all'esito della votazione relativa alla riforma penale e al modo in cui Cartabia deciderà di intervenire. Al di là di mere questioni politiche, va detto che quella di Bonafede, assai criticata da molti fronti, non solo politici ma anche istituzionali, è una riforma che inserisce la modifica alla disciplina della prescrizione all'interno di un progetto, ad oggi disorganico, ma comunque ampio.
Nell'idea dell'ex ministro, il venir meno del termine prescrizionale, susseguente alla sentenza di condanna in primo grado, dovrebbe essere accompagnato da tutta una serie di modifiche al codice di rito, le quali dovrebbero accorciare notevolmente i tempi della giustizia. La ratio sottesa alla riforma, se c'è, dovrebbe essere la riduzione della durata dei processi.
Ma la realtà, allo stato, è che la norma sulla prescrizione, non accompagnata da alcun correttivo, crea tutte le condizioni per un "fine pena mai". È la prospettiva a cui verrebbero inevitabilmente sottoposti coloro che vengono condannati in primo grado - con conseguente sospensione della prescrizione - in un sistema farraginoso, burocratizzato e lento come quello italiano, in attesa del giudizio di appello e della sentenza definitiva.
Simile lentezza potrebbe venir meno grazie a tutta una serie di modifiche finalizzate ad alleggerire il carico degli uffici giudiziari come, a titolo d'esempio, un ampliamento delle maglie dell'articolo 444 c. p. p., allargando la casistica dei reati che rendono possibile accedere al rito alternativo.
Potrebbe certamente rivelarsi efficace la riduzione, o la divisione dei tempi di svolgimento delle indagini preliminari in tre fasce (6 mesi, 1 anno, 1 e 6 mesi), in relazione alla gravità del reato e non oltre. Così come sarebbe utile attribuire una vera centralità all'udienza preliminare, oggi mera agenda dei Tribunali. Tuttavia, pur volendo digerire la norma che prevede la sospensione della prescrizione, premessa una sua limatura per congruità al dettato costituzionale, è necessario che i correttivi apportati dalla riforma siano realmente efficaci in ordine a un accorciamento dei tempi della Giustizia. Più volte si è fatto presente su queste stesse pagine che solamente interventi strutturali nel settore pubblico della giustizia, che contemplino il massiccio investimento di risorse economiche, possano risolvere carenze da tempo ignorate. Nuove assunzioni, nuovi uffici, ristrutturazione delle strutture già esistenti, più magistrati, più specializzazioni: sono questi interventi auspicabili, in luogo di continue riforme che tentano di non mettere mano al portafoglio, con la conseguenza che la moneta di scambio divengono i nostri stessi diritti.
La prescrizione, è bene che si comprenda, non è un problema del nostro ordinamento, e non è la causa primigenia delle lentezze processuali. Contrariamente, è un principio di civiltà fondamentale e attualmente è l'unico pilastro che ancora regge il diritto costituzionalmente garantito a un equo processo, il quale, con il venir meno della prescrizione, verrebbe del tutto demolito, considerata la farraginosità del nostro sistema, lasciando gli imputati prigionieri del loro stesso processo.
Dello stesso avviso anche il segretario dei radicali, Maurizio Turco, il quale intende portare la questione dinanzi alla Consulta, nonché il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, che su queste stesse pagine, commentando la proposta avanzata dall'onorevole del PD Walter Verini di una "prescrizione per fasi", definiva la riforma Bonafede come "incivile", auspicando riforme di stampo garantista e rispettose della Costituzione.
La riforma Bonafede, insomma, se venisse applicata in toto così come ideata, comporterebbe una notevole capitis deminutio delle garanzie processuali. Pensare di poter accorciare le lungaggini della giustizia tramite semplici accorciamenti dei termini procedimentali, si risolve solamente in un ulteriore affanno per le segreterie e cancellerie degli uffici giudiziari.
A nulla può essere considerato poi utile il correttivo disposto dal lodo Conte- bis, il quale, come già evidenziato da più parti, non solo risulta incostituzionale perché prevede una disparità di trattamento tra soggetti condannati e assolti in primo grado, violando la presunzione di innocenza, ma anche perché, pur volendo ammetterne la costituzionalità, risulta di difficile applicazione dal punto di vista procedurale.
Si aggiunga a ciò che, come si anticipava, la riforma Bonafede, nel sospendere/ eliminare la prescrizione, otterrebbe il paradossale effetto di rimuovere uno dei motivi più pressanti per le cancellerie e segreterie - uffici già in grave affanno per continui tagli alla spesa e per l'accorciamento dei termini procedimentali - di procedere celermente alla definizione del giudizio pena la scadenza dello stesso.
Ad ogni modo, la ministra Cartabia per ora ha guadagnato del tempo, affermando di voler discutere della questione prescrizionale nell'ambito di una riforma più ampia e organica di quella voluta dal predecessore, anche grazie all'aiuto dei partiti. Questi hanno infatti deciso in segno di sostegno e fiducia al neonato governo - e così è stato - di astenersi dal voto di quegli emendamenti presenti nel milleproroghe che contemplavano un congelamento della norma Bonafede, nell'attesa che la guardasigilli esponga un proprio progetto di riforma.
Resta dunque da attendere le proposte future, sperando che, se si ha realmente l'intenzione di mantenere l'istituto della prescrizione sospesa a tempo indeterminato, si intervenga come sopra auspicato, con modifiche rispettose dei principi costituzionali, non meramente votate al taglio di termini procedimentali.
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