di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 2 dicembre 2020
La Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd) potrebbe prendere una decisione storica sulla pianta più usata, tra quelle considerate stupefacenti. La sessione della Commissione droghe delle Nazioni unite (Cnd), che si apre oggi potrebbe segnare l'inizio di una nuova era del controllo internazionale degli stupefacenti. In agenda c'è infatti il voto su sei raccomandazioni che l'Organizzazione Mondiale della Sanità, Oms, ha adottato qualche anno fa e che vogliono ricollocare la cannabis all'interno delle quattro tabelle che dal 1961 classificano piante e derivati psicoattivi a seconda della loro pericolosità.
Potrebbe quindi trattarsi di una decisione storica, se non fosse che la storia di quelle piante è millenaria e se non fossimo a quasi sessant'anni dall'avvio di leggi e politiche che negli anni Settanta hanno militarizzato la guerra alle droghe. Accettare le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) vorrebbe dire riconoscere quanto la scienza dice da decenni relativamente ai possibili impieghi terapeutici della cannabis. E prendere atto del fatto che i rischi per la salute e l'ordine pubblico posti dalla pianta proibita sono minimi, e legati per l'Oms non tanto alla pianta in sé quanto all'essere la sostanza più diffusa.
Dalla metà degli anni 90 nel mondo l'atteggiamento nei confronti della cannabis è progressivamente cambiato, specie negli Usa. Ha iniziato la California legalizzando la medical marijuana. Negli ultimi 10 anni siamo arrivati a oltre 30 stati che ne consentono la prescrizione terapeutica e una quindicina che l'hanno regolamentata del tutto. Siamo lontani dalle decisioni strutturali a livello nazionale di Uruguay e Canada - che hanno legalizzato la pianta per tutti gli usi - ma il progresso è significativo.
In Europa si va invece molto a rilento e con alti e bassi: la depenalizzazione inizia a farsi strada, ma il terrore del decriminalizzare l'uso della cannabis resta diffuso. Una prima risposta a questi timori ancora ben radicati è stata data il 19 novembre dalla Corte europea di giustizia dell'Ue che, bontà sua, ha chiarito definitivamente che il Cbd, uno dei principi attivi della cannabis, non è da considerarsi come stupefacente. Non avendo effetti psicoattivi non va trattato come il Thc, e può esser commerciato all'interno dell'Unione, se uno Stato membro ne consente produzione e vendita.
In questo scenario l'Italia si colloca in una strana posizione: dal 2007 consente la prescrizione di cannabinoidi terapeutici, dal 2015 produce infiorescenze con Cbd e Thc, ha progressivamente allentato le regole per le condizioni per cui la cannabis è utilizzabile (la rimborsabilità dipende dalle regioni) e in alcune università, come a quella di Modena e Reggio Emilia siamo all'avanguardia nella ricerca. Ma se la scienza progredisce, pure coi problemi dovuti allo stigma e al disinteresse pubblico, la politica quando può rallenta o ostacola il processo riformatore. Dopo aver ri-legalizzato la canapa industriale nel 2016 il quadro normativo è rimasto vago e spesso in preda alle isterie dei Ministri di turno.
La mancanza di formazione e informazione ha fatto sì che i piani terapeutici a base di cannabis siano l'eccezione e non la regola, là dove invece la letteratura scientifica ne conferma l'efficacia. Mentre il monopolio pubblico (in capo al Ministero della Difesa!) non riesce a soddisfare il fabbisogno nazionale in termini di quantità e qualità. Per strani meccanismi consolidati l'importazione diretta viene consentita solo dall'Olanda mentre il resto dell'approvvigionamento avviene, con mille problemi, previe gare d'appalto d'emergenza gestite attraverso lo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze.
Oggi i canali social di Fuoriluogo racconteranno cosa succede alla Cnd con due live streaming a commento del dibattito: dalle 11 alle 13 e poi dalle 15. Il voto sulle raccomandazioni dell'OMS è previsto in tarda mattinata o nel primo pomeriggio; alle 18,30 ci saranno approfondimenti su tutto quanto ruota attorno alla cannabis a partire dalla sentenza della Corte di Lussemburgo sul Cbd.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 2 dicembre 2020
L'invisibilità è un superpotere nei fumetti. Nella realtà, invece, rende impotenti, elimina la carne, nasconde l'anima. X è un uomo invisibile e i suoi diritti non hanno una voce.
Si apre così "La voce degli invisibili", il fumetto frutto del progetto di volontariato carcerario che l'Ex Opg 'Je so pazz ha portato avanti da marzo 2019 all'interno della Casa Circondariale di Poggioreale, a Napoli, e che verrà presentato sulla pagina FB dell'associazione venerdì 4 dicembre alle 18:30. Il progetto ha visto la luce nell'ottobre 2018, dopo una proiezione pubblica di Sulla mia pelle, il film che racconta le violenze e gli abusi di potere perpetrati ai danni di Stefano Cucchi. L'indignazione per quanto avvenuto in quell'occasione - e troppo spesso accade mentre si è sotto la custodia dello Stato - ha spinto un gruppo di persone molto diverse tra loro a riunirsi e iniziare un dibattito costante sulla deriva del sistema penale e penitenziario degli ultimi anni, oramai divenuto artefice di afflizioni e sofferenze. Un sistema penale che non infligge pene ma punizioni, che disumanizza e aliena, non tenendo fede a neppure una delle funzioni assegnategli dalla Costituzione.
Così, a partire da marzo 2019, i volontari hanno incontrato ogni settimana un gruppo di detenuti del Padiglione Genova e, ribaltando le logiche assistenzialistiche che caratterizzano il volontariato, hanno costruito con loro un percorso di coscientizzazione e dibattito su tematiche di attualità, creando un ponte tra ciò che accade all'interno delle mura del penitenziario e l'esterno, ricordando sempre che i reclusi sono parte integrante di una società e di un territorio che troppo spesso li respingono. La voce degli invisibili nasce quindi come strumento scelto dagli stessi detenuti per portare la loro voce fuori, per raccontare tutto ciò che rende il carcere un'istituzione che in questo momento non solo non mantiene la promessa rieducativa sancita dalla Costituzione, ma che è dannosa per chi vi entra poiché capace esclusivamente di infliggere sofferenze.
Tutto ciò è stato possibile attraverso le mani di quattro bravissimi artisti che hanno trasformato in immagini le confidenze, i racconti e le emozioni dei detenuti: innanzitutto Kevin Scauri, napoletano, fondatore del collettivo e self-publisher Sciame, selezionato da Comicon - con cui ora collabora - come talento esordiente per Futuro Anteriore, che ha raccontato con immagini davvero suggestive la metamorfosi che ciascun uomo affronta quando entra in carcere, trasformandosi in mostro. È mostro da un lato perché ha bisogno di una corazza, di diventare spigoloso, di resistere ai colpi che quotidianamente gli vengono inflitti; dall'altro perché è questa l'immagine che assume agli occhi della società che smette di vederlo come un uomo.
Il secondo episodio del fumetto è stato invece curato da Nova, artista abruzzese che collabora con il progetto Tinals - This Is Not A Love Song, che si è occupata del diritto all'affettività delle persone recluse. Ha reso, con una sensibilità disarmante, i racconti riguardanti i colloqui, le disumane file, gli abbracci mancati e la resistenza delle famiglie, perché chi fa la fila fuori dev'essere forte pure per chi sta dentro.
Maurizio Lacavalla, fondatore di Sciame Press, ha invece reso, con colori scuri e un'amara ironia, tutte le problematiche riguardanti la sanità e la violazione dell'integrità fisica e psichica dei detenuti che si consuma all'interno delle mura dei penitenziari. Infine, Gianluca Manciola (Jazz), fondatore del collettivo Czbbl, ha affrontato il reinserimento post pena e l'impossibilità per chi esce dal carcere di liberarsi dello stigma di criminale e mostro che porta con sé.
Il fumetto è poi completato con quattro inserti informativi curati da chi quotidianamente si occupa di carcere, a difesa dei diritti delle persone private della libertà personale: don Franco Esposito, cappellano della Casa Circondariale di Poggioreale e fondatore dell'Associazione di volontariato carcerario Liberi di Volare Onlus - che offre un'alternativa alla reclusione e un modo diverso di scontare la propria pena - ha approfondito il tema del pregiudizio e dello stigma sociale.
Daniela Lourdes Falanga, presidentessa della storica associazione Arcigay Antinoo Napoli, si è invece occupata del diritto all'affettività e della necessità che esso sia realmente rispettato, liberandolo da qualsiasi intento punitivo. Infine, l'Associazione Antigone Campania ha elaborato due interessantissimi inserti riguardanti la sanità in carcere - definito fabbrica di malattie - la difficoltà del reinserimento post pena e la conseguente recidiva, che raggiunge tassi altissimi.
Gli autori e i rappresentanti delle associazioni saranno presenti, insieme ai volontari, al collegamento che si terrà il 4 dicembre e racconteranno la loro esperienza personale e il punto di vista sull'istituzione carceraria e sulla necessità di parlarne in questo momento storico.
Tutti loro, infatti, hanno ritenuto necessario lanciare il fumetto e focalizzare l'attenzione sul tema carcere adesso, pur dovendo rinunciare alla più sentita modalità in presenza, perché la pandemia ha messo in evidenza tutte le criticità e le falle del sistema. Riportare al centro del dibattito il carcere, superarne la necessità, ottenere una pena dignitosa: questi saranno solo alcuni dei temi trattati durante la presentazione... non perdetevela!
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 2 dicembre 2020
Storica guida di San Vittore e artefice dell'esperienza di Bollate, la sua è una storia fuori dal comune. Per lui la cella deve essere il posto dove si va a dormire ma non dove si vive. E in prigione bisogna poter studiare, lavorare, vivere relazioni sociali. Un tipo bizzarro per quelli secondo cui la galera serve solo a preservare la sicurezza. Ma i dati sulle recidive gli danno ragione.
Colui che ha creato la prigione "normale". Se non conoscessi da trent'anni Luigi Pagano, mitico direttore storico di San Vittore, l'inventore del carcere aperto di Bollate, colui che gestì con sapienza gli anni del terrorismo e quelli di "Mani Pulite", mi basterebbe leggere la prefazione del magistrato Alfonso Sabella al suo libro (Il Direttore, Zolfo, 18 euro) per capire che la sua è una storia fuori dal comune. Tanto da aver, lui, quasi "convertito" un accanito "piemme antimafia".
Avevo cominciato a stressarlo fin da quando ero cronista giudiziaria al Manifesto e il carcere di San Vittore, dove ero anche stata "ospitata" per due giorni da detenuta, esercitava su di me uno strano fascino. Per la sua forma a stella, per la sua collocazione nel pieno centro di Milano. Un luogo che chiunque poteva vedere, quasi un pugno nello stomaco che ti obbligava a entrare in contatto con il mondo degli invisibili, degli ultimi. "Un pugnale nel cuore della città", lo aveva definito un volantino anarchico agli inizi degli anni settanta, quando appetiti di varia sensibilità politica già cominciavano a ipotizzare il suo trasferimento in periferia per poi sfruttarne il preziosissimo territorio.
Io ero una cronista di quelle che "scarpinano", come si dice a Milano, e volevo sempre entrare, parlare con i detenuti, conoscere le loro storie. Sentivo una certa sintonia con questo direttore pieno di fantasia e di tentativi di cambiamento, ma anche inflessibile sulle regole. Io lo stressavo e lui mi respingeva. Finché un bel giorno, quando fui eletta in Parlamento, il primo telegramma non fu il suo: "Adesso può entrare quando vuole". Ci davamo ancora del lei, ma eravamo già amici. Camminavamo nello stesso solco. E in carcere sarei tornata spesso, per tutta la mia vita di deputato.
È una storia di amicizia, anche quella di cui parla il dottor Sabella nella prefazione. In poche pagine, costruisce una sorta di dialogo-scontro con il suo amico Gigi Pagano, quasi che il libro fosse la storia di due vite parallele che forse, ma solo in parte, si incrociano alla fine. Sicuramente si sono avvicinate nel rapporto personale, ma solo un pochino nel pensiero che sta dietro al pensiero stesso dell'esistenza del carcere, della sua sostanziale inutilità nel non detto di Pagano, nell'incubo delle stragi mafiose come condizionamento perenne di chi, insieme a tanti, pensò solo di "gettare le chiavi" nel credo assoluto di Sabella. Uno, che ancora oggi ama definirsi "piemme antimafia", senza farsi sfiorare dal dubbio che il magistrato debba occuparsi di fatti e persone e non di fenomeni. L'altro che inventa un carcere, quello di Bollate, che parte dal principio che la cella debba essere il luogo dove si va a dormire, ma non quello dove si vive. Carcere aperto, con luoghi dove si studia, dove si lavora, dove si fa sport, dove si vivono relazioni sociali. Termini come "trattamento" e "lavoro penitenziario", insieme alla sollecitazione di favorire i rapporti del detenuto con i familiari e l'esterno erano accolti ancora con un po' di diffidenza da coloro che inaugurarono, alla fine degli anni novanta, il carcere di Bollate ma anche l'interminabile stagione dei "piemme antimafia" alla direzione delle carceri italiane.
Così, mentre a Milano il gruppo delle teste pensanti (Pagano ricorda il provveditore regionale Felice Bocchino e il commissario Antonino Giacco) lancerà, sulla scia del nuovo ordinamento penitenziario, il "Progetto Bollate", a Roma arrivavano al Dap i pubblici ministeri Caselli e Sabella. Magistrati con ancora negli occhi e nelle orecchie le auto esplose di Falcone e Borsellino e la soddisfazione di applicare tanti 41bis e poi gettare le chiavi.
Erano anni in cui, un po' come in una certa cultura di oggi, la prigione era vista solo come luogo in cui preservare la sicurezza, lontani mille miglia dalla stessa cultura dell'articolo 27 della Costituzione. Quelli come Gigi Pagano erano considerati tipi un po' strani, come minimo ingenui sognatori che non capivano che certi delinquenti, assassini e autori di stragi, non sarebbero cambiati mai. La storia di Bollate (quella che di recente un "ignorante" come Nicola Gratteri ha definito "solo uno spot"), ma anche di San Vittore, di Opera, di Rebibbia, hanno dimostrato il contrario.
E bastano i dati sulle recidive a dimostrarlo: chi in carcere ha potuto studiare, lavorare, mantenere i rapporti con l'esterno, quando torna a casa non delinque più. In otto casi su dieci, dicono le statistiche. Chi viene tenuto in cattività invece non cambia, e torna a delinquere in otto casi su dieci. La percentuale è perfettamente speculare e invertita.
"Il rispetto della dignità del detenuto finisce dunque per produrre sicurezza", scrive Pagano nel suo libro. E ricorda che Bollate fu inaugurato due volte. La prima nel 2001 dal ministro del governo di sinistra Piero Fassino, che arrivò accompagnato dal capo del Dap Giancarlo Caselli, e subito dopo le elezioni che si tennero quell'anno e che vennero vinte dal centro-destra, dal neoministro Roberto Castelli e il nuovo capo del Dap Giovanni Tinebra.
La filosofia del "carcere normale" di Bollate è stata poi riversata, per quel che era possibile alla diversa struttura, su San Vittore, dove esiste tuttora l'esperienza della "Nave" per i tossicodipendenti, e nella creazione dell'Icam, l'Istituto a custodia limitata per le madri detenute con i bambini che spostava il nido dal carcere a un luogo esterno e separato. A oggi, purtroppo, di legge in legge, di ministro in ministro, ci sono ancora bambini in carcere. Cosa di cui Pagano, ormai in pensione, si rammarica. E benché tutti i guardasigilli promettano, non pare ci siano in Parlamento e al Governo serie intenzioni di risolvere il problema che per primo proprio a Milano aveva sollevato il direttore Pagano.
Ci sono anche ricordi brutti, in questo libro. C'è la storia di Gabriele Cagliari, suicida la mattina del 20 luglio 1993, una giornata in cui l'intero carcere, dopo lunghi minuti di silenzio, si fece sentire con pianti e battiture dei cancelli. E poi, alla fine del giorno, un altro detenuto, Zoran Nicolic di trent'anni, fu trovato impiccato. Ma non era stato meno brutto quel 1992, "l'anno che cambiò l'Italia", per quelle due bombe mafiose che squassano ancora oggi la nostra memoria e per quel che ne seguì. A San Vittore le conseguenze del famoso decreto Scotti-Martelli, che bloccava qualsiasi beneficio penitenziario ai condannati per i reati più gravi salvo che a vecchi e nuovi "pentiti" ebbe un effetto devastante.
"Il giorno dopo a San Vittore - scrive Pagano - ci svegliammo circondati da agenti di polizia e carabinieri che avevano presidiato ogni varco del carcere. Tutti coloro che uscivano, agenti compresi, venivano identificati e i detenuti, quelli che si recavano come ogni mattina sul posto di lavoro, furono arrestati e portati in caserma". A tutti veniva chiesto se intendessero collaborare. La richiesta veniva fatta a persone in carcere da decenni! Ricordo personalmente due detenute di una certa età, che lavoravano nella sartoria sia all'interno che all'esterno di San Vittore e che vent'anni prima erano state vivandiere al fianco dei mariti nei sequestri di persona. Che cosa avrebbero potuto raccontare che non si sapesse già? Purtroppo le conseguenze nefaste di quel decreto, che fu convertito in legge dal Parlamento non senza molti patemi d'animo e con cui tra l'altro fu introdotto l'ergastolo ostativo, furono un grande favore alla criminalità organizzata. Servirono a fiaccare ogni proposta riformatrice, a spegnere le speranza di coloro che, come Pagano, lavoravano per quel "carcere normale" così innovativo e utile per la società.
Ma, come scrive il dottor Sabella nella prefazione del libro, "Gigi non ha un fisico imponente ed è molto garbato nei modi, ma sa essere un vero gigante con una determinazione di ferro". Infatti, pochi anni dopo, la storia ha svoltato, è diventata Storia con la esse maiuscola.
Vista, come dice ancora Sabella, "attraverso le sbarre delle prigioni e con gli occhi di quell'umanità che le aveva popolate. È a quelli come lui, oltre che ai giovani naturalmente, che va dedicato questo libro. A tutti gli uomini e le donne del mondo della giustizia, perché, attraverso la comprensione del "carcere normale", capiscano che dietro alla condanna, prima della prigione, c'è il processo. E anche questo, con l'ispirazione di storie come quella di Pagano, dovrebbe diventare "normale". Sarebbe ora.
di Mario Chiavario
Avvenire, 2 dicembre 2020
Infiamma la Francia un progetto di legge, d'iniziativa di deputati di La République en Marche, partito fondato da Emmanuel Macron e cardine del Governo in carica. Intitolato alla "sicurezza globale", è fortemente contestato in molte sue parti, ma principalmente in quell'articolo 24 che sanziona con pene severe (un anno di reclusione e 45.000 euro di multa) chiunque diffonda, allo scopo di ledere l'integrità fisica o psichica di membri delle forze dell'ordine impegnati in operazioni di polizia, le loro immagini o altri elementi identificativi.
Il testo, fortemente voluto dai sindacati di polizia e appoggiato anche dall'estrema destra lepenista, ha suscitato severe opposizioni in tutte le pur varie anime della sinistra parlamentare ma lascia perplessi persino parecchi parlamentari della maggioranza. Nel Paese, manifestazioni e scontri di piazza, e prima ancora aspre e diffusissime critiche nel mondo dei giuristi, in nome, soprattutto, della libertà d'informazione.
Il Governo transalpino ha giustificato in via di principio il progetto ricordando ricorrenti episodi di minacce e di attentati all'incolumità di poliziotti, cui avrebbe fatto da supporto la facilità dell'uso dei moderni mezzi di comunicazione per la diffusione di immagini e segni caratteristici. Quanto alle critiche degli oppositori, si muovono su due piani. Da un lato, si sostiene che a fronteggiare tutto ciò debbono bastare gli ordinari strumenti della repressione penale (che già puniscono gli atti diretti a minacciare o a ledere l'incolumità o l'onore degli stessi).
Dall'altro, si sottolinea il rischio - emerso in trasparenza anche da alcune incaute dichiarazioni del ministro dell'Interno - che ci si serva della nuova e 'specialè norma incriminatrice per legittimare le prassi, purtroppo già assai spesso constatate, dei sequestri preventivi di cellulari e di altri mezzi di riproduzione d'immagini durante lo svolgimento di manifestazioni; con la conseguenza, non solo di impedire una corretta ed esauriente informazione al pubblico attraverso i media, ma altresì di distruggere prove altrimenti utilizzabili in eventuali processi penali a documentazione di abusi di potere.
Delle criticità sembra in parte essersi reso conto lo stesso Governo Castex, facendo inserire in extremis, prima dell'approvazione del testo da parte dell'Assemblea Nazionale, alcuni emendamenti, a dire il vero non troppo rassicuranti (con uno si fa genericamente salvo dall'essere pregiudicato 'il diritto d'informarè, con un altro si esige che lo scopo lesivo della diffusione dei connotati identificativi sia 'manifesto'); e annunciando ora la riscrittura del cruciale articolo 24. Ma resta forte l'inquietudine. Certo, questo non è che uno dei tanti sintomi di una tensione, da sempre esistente e che in parte è inevitabile e neppur di per sé negativa, tra i due valori della (o, meglio, delle) libertà e della sicurezza, pur nella consapevolezza che nessuno di due può essere considerato assolutamente intangibile.
Non è peraltro un caso che libertà e sicurezza si trovino di solito affiancate strettamente nelle più autorevoli 'Carte dei diritti fondamentali' prodotte nel mondo contemporaneo, sino a farle apparire come i due elementi di un binomio inscindibile. "Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza": così, tra gli altri, esordisce l'art. 5 della Convenzione europea dei diritti umani, valida dagli anni Cinquanta del secolo scorso nell'ambito del Consiglio d'Europa (47 Stati) e il testo è ripreso alla lettera nell'art. 6 della più recente Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (27 Stati). Nella medesima Convenzione, più specificamente, gli artt. 9, 10 e 11, nel ribadire come fondamentali le più classiche libertà pubbliche (di coscienza, di associazione, di riunione) ne contrappuntano la tutela dando alla 'sicurezza' della collettività un ruolo di potenziale fattore di deroga a certe loro concretizzazioni.
Non senza, però, ancorare possibili limiti o eccezioni al rispetto di ciò che implica l'appartenenza a una 'società democratica'. E la Corte europea di Strasburgo, cui spetta garantire l'applicazione di questa regola, non manca di esigere che quei limiti e quelle eccezioni si mantengano in rapporto di stretta proporzione con il sacrificio che ne deriva alle libertà fondamentali. Due punti, tra gli altri, dovrebbero comunque essere fuori discussione. E non solo in Francia. Primo. La sicurezza non può mai essere addotta a scusante di comportamenti violenti da parte di chi la sicurezza è chiamato a tutelarla.
Tanto più quando siano ispirati da sentimenti ignobili come il razzismo: il pestaggio del produttore musicale al grido di "sporco negro" da parte di quattro agenti, che ha ulteriormente arroventato le piazze al di là delle Alpi e scatenato indignazione in tutto il mondo, ne ha dato, proprio in questi giorni, un eloquente, e purtroppo ennesimo esempio. Secondo. La sicurezza è un bene comune; non solo di una parte delle persone che ne escluda a priori altre.
Ma gli esempi di quanto si faccia fatica ad accettare questo postulato sarebbero a loro volta innumerevoli. Proviamo a proporne uno, in forma di domanda retorica, tra quelli che meno si ama ricordare? Siamo proprio certi che per la buona (?) coscienza delle nostre società la sicurezza sanitaria - specialmente in tempi di Covid-19 - valga pure per i detenuti, dato 'quel che han fatto'?
di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 2 dicembre 2020
La dialettica istituzionale tra governo e regioni si mescola con quella politica tra maggioranza e opposizioni. I rapporti tra poteri pubblici sono "anarchia di Stato" (Tremonti, La Verità, 16 novembre); i conflitti Stato - regioni hanno "creato confusione e conflitti istituzionali" (Berlusconi, Corriere della Sera, 15 novembre); "molte cose non hanno funzionato nella catena di comando" (Casellati, Il Sole 24 Ore, 15 novembre). Perché tanta babele nelle nostre istituzioni? All'origine, si è imboccata la strada sbagliata. La Costituzione riserva la profilassi internazionale esclusivamente allo Stato. Nonostante che il virus non rispetti i confini regionali, si è preferito, invece, riconoscere competenze concorrenti a Stato e regioni.
Ma questo avrebbe richiesto di far funzionare la collaborazione tra centro e periferia, perché i grandi servizi a rete, innanzitutto quello sanitario e quello scolastico, sono definiti dalle leggi "nazionali". Ciò richiede che nessuno si ritenga proprietario esclusivo, ma che tutti concorrano a deliberare ed eseguire insieme. Aperta la strada alle troppe voci, i protagonisti, alla ricerca di popolarità, hanno cominciato a battibeccare, confliggendo invece che cooperando, con un tira e molla che ha prodotto incertezza e stupore nell'opinione pubblica.
A questo punto, sul primo errore, che ha provocato il secondo, se n'è innestato un terzo: la proposta di ritornare a riformare la Costituzione, o riportando la sanità nella competenza esclusiva dello Stato centrale, o introducendo nella Costituzione una clausola di supremazia statale in caso di emergenza. Ma questa è una strada irrealistica, sia perché le modifiche costituzionali sono difficili da realizzare, sia perché la sanità rappresenta circa due terzi delle risorse finanziarie regionali e più della metà del loro potere lottizzatorio, e le regioni farebbero quadrato contro la riforma.
L'impasse è stata accentuata dalla diversità del sistema politico regionale rispetto a quello statale. Il primo è d'impianto presidenzialistico, il secondo è rimasto a struttura parlamentare. Ne è derivata una asimmetria tra centro e periferia: il centro dovrebbe dettare i principi e le linee guida, e determinare i livelli essenziali delle prestazioni, ma è la parte più debole, perché si esprime con troppe voci; le regioni sono dominate dai loro presidenti (non a caso chiamati, erroneamente, governatori).
Su questo succedersi e accavallarsi di errori si è innestata una ultima fonte di confusione. Come è noto, il Parlamento dovrebbe essere il luogo del dialogo-conflitto tra governo e opposizioni. Ma, in una situazione nella quale le regioni sono per tre quarti nelle mani dall'opposizione, il governo preferisce dialogare e confliggere con le regioni, sia perché queste sono a loro volta divise, sia perché riesce ad ottenere un altro beneficio, quello di mettere su un binario morto il leader dell'opposizione. Il governo centrale così ottiene un vantaggio (perché dialoga direttamente con i presidenti regionali, tra cui vi sono i potenziali concorrenti del leader dell'opposizione), ma con un costo molto alto per le istituzioni, perché svuota il Parlamento (la dialettica maggioranza-opposizioni non si svolge né a Montecitorio né a Palazzo Madama) e mescola la dialettica istituzionale Stato-regioni con quella politica maggioranza-opposizioni. Ma - per usare una frase attribuita a Richelieu - il disordine del regno è utile all'ordine del re.
Questo intersecarsi ed intrecciarsi di errori e interessi di parte aumenta l'oscurità della politica, perché la società civile è oggi, più che in altri momenti, attenta al moto oscillatorio, alle tattiche, agli artifici retorici usati per nascondere interessi ed errori, con la conseguenza di aumentare quel distacco tra società e governo, tra Paese reale e Paese legale che è segnalato da anni dalla diminuzione della partecipazione politica. Per uscire da questo labirinto, c'è un solo modo realistico. Occorre rendersi conto che la divisione dei compiti tra le istituzioni non vuol dire che esse non debbano lavorare insieme.
La separazione delle funzioni non impedisce che Stato e regioni cooperino, si mettano d'accordo. Una lezione viene ancora una volta dalla vicina Germania, dove l'articolo 91 della Costituzione prevede che su alcuni compiti comuni "Bund" e "Länder" decidano insieme, impegnandosi a cooperare anche nell'esecuzione. Questa collaborazione sarebbe necessaria anche in Italia, perché - lo ripeto - le leggi istitutive del Servizio sanitario e del Sistema scolastico recano ambedue l'aggettivo "nazionale" proprio per sottolineare che essi non sono nel dominio esclusivo dello Stato o delle regioni, e che, quindi, Stato e regioni debbono congiuntamente farsene carico, collaborando.
di Antonella Napoli
Il Dubbio, 2 dicembre 2020
È stata l'ultima beffa egiziana, un oltraggio alla verità che non ha sorpreso nessuno. Ma non per questo fa meno male. I procuratori del Cairo, chiamati in causa dai colleghi di Roma pronti a chiudere l'indagine sul rapimento e l'uccisione di Giulio Regeni, il ricercatore trovato morto il 3 febbraio del 2016 in un fosso lungo la strada che da Giza si estende fino ad Alessandria, hanno avanzato "riserve" sul lavoro della nostra magistratura. Uno schiaffo che colpisce in piena faccia non solo gli inquirenti e la famiglia Regeni, ma lo Stato italiano. Giulio Regeni è e resta una ferita aperta che segna un popolo intero.
Non è una "questione di famiglia". È un fatto che pesa sulla dignità di tutti noi. E il nostro governo non può più cercare scappatoie. Per dirla con le parole di Paola e Claudio, pur apprezzando la risoluta determinazione della Procura di Roma che ha concluso le indagini "senza farsi fiaccare né confondere dai numerosi tentativi di depistaggio, dalle interminabili dilazioni e dalle mancate risposte egiziane", è inevitabile la presa d'atto dell'ennesimo incontro infruttuoso tra le due procure. Senza nessuna sorpresa, ribadiamo.
La plateale assenza di collaborazione da parte del regime, che non ha mai risposto alla rogatoria del 29 aprile 2019 e non ha fornito, come chiesto dagli inquirenti italiani, l'elezione di domicilio dei 5 funzionari della National Security iscritti nel registro degli indagati due anni fa, ha causato in questi 5 anni di ricerca di verità e di giustizia per Giulio Regeni ogni genere di affronto e offesa da parte di uno Stato che ha permesso il sequestro, la tortura e l'uccisione di un cittadino italiano.
A rendere ancora più grottesca questa vicenda, oltre alla ostinata negazione di quanto avvenuto, è il tentativo, rinnovato in queste ore, di gettare discredito sul ricercatore friulano. E insistiamo. Non è solo un oltraggio alla famiglia ma un totale disprezzo della dignità di un intero Paese. Lo Stato italiano oltre alla mancata collaborazione degli inquirenti e dei giudici egiziani, subisce anche l'umiliazione del giudizio negativo sul quadro probatorio delineato dalla nostra Procura, rispedito al mittente con la riproposizione oscena del più eclatante dei depistaggi messi in atto per deviare l'attenzione dai veri responsabili: a sequestrare Giulio Regeni, per i magistrati del Cairo, furono cinque rapinatori uccisi durante un blitz. Innocenti spacciati per artefici dell'infausto destino del 28enne di Fiumicello. Una assoluta mancanza di rispetto nei confronti non solo della nostra magistratura ma anche dell'intelligenza di tutti gli italiani. La risposta ufficiale della procura generale d'Egitto, sostenendo che l'esecutore materiale dell'omicidio di Giulio Regeni sia ancora ignoto, è dunque la chiusura delle indagini con l'impianto iniziale ampiamente contestato dai nostri inquirenti che non hanno potuto far altro che prenderne atto.
Eppure, leggendo i report sulle torture e le violazioni dei diritti umani perpetrate in Egitto, un colpo allo stomaco metaforico di inaudita violenza, che diventa quasi dolore fisico, è evidente che i sistemi utilizzati sui detenuti egiziani siano gli stessi che hanno lasciato segni sul corpo di Regeni. Le testimonianze raccolte da un ricercatore al Cairo di Human Rights Watch, Mark Spencer (il nome è fittizio per tutelarne l'anonimato, fondamentale per la sua sicurezza), su decine e decine di episodi di tortura, non lasciano adito a dubbi. Un dettagliato resoconto sulle pratiche adottate dai servizi segreti per costringere oppositori, attivisti, giornalisti - o come nel caso di Regeni, cittadini stranieri sospettati di spionaggio o di atti che potessero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale - a confessare le proprie "colpe".
In particolare, la sua attenzione è stata focalizzata su una ventina di prigionieri sotto la custodia di uomini della National Security che, dopo la rivoluzione del 2011, ha cambiato denominazione ma ha mantenuto lo stesso modus operandi. Anzi, sottolinea il report, la situazione è addirittura peggiorata rispetto ai tempi di Mubarak. In base alle informazioni che ha potuto acquisire dai detenuti egiziani, confrontandole con quelle relative al caso Regeni, il ricercatore ha concluso che a perpetrare le sevizie sia sui primi che su Giulio siano stati gli stessi uomini dell'agenzia di sicurezza nazionale. In Egitto esiste un unico "canale giudiziario diretto" che va dall'arresto alla condanna, passando per le torture finalizzate a estorcere ammissioni di colpevolezza spesso a chi non ha nulla da confessare. Si passa dalle percosse all'applicazione di elettrodi per indurre scosse elettriche, alla minaccia di stupro, compiuto anche con spranghe di ferro.
Tali procedure, per Human Rights Watch, sono interamente ed esclusivamente gestite dagli appartenenti a questo organo di Stato che sottopongono i malcapitati detenuti ai violenti e coercitivi interrogatori lunghi dai tre giorni a una o più settimane. Alcuni di loro scompaiono anche per mesi. Tra i casi seguiti dalla ong ci sono persone che sono state tenute in isolamento, senza poter interagire o incontrare nessuno, per quasi un anno. Unica discriminante, la resistenza alle pratiche di tortura di cui sono stati vittime. Di tutti gli intervistati nessuno di loro è stato liberato senza un'ammissione di responsabilità di qualche tipo, se non fornendo nomi di "complici".
A quasi cinque anni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il sospetto che il ricercatore italiano non sia sopravvissuto all'incessante dose di sevizie perché non abbia ceduto ai suoi inquisitori appare ormai una certezza. I genitori di Giulio, il loro avvocato Alessandra Ballerini, l'opinione pubblica, la Commissione parlamentare per la verità sull'omicidio Regeni presieduta dall'onorevole Erasmo Palazzotto, tutti noi, siamo stati uniti, saldi, nel chiedere giustizia, chiarezza sulla fine del nostro connazionale e sul movente che l'abbia determinata. Oggi, a fronte della reiterata negazione da parte dell'Egitto di una verità giudiziaria che ormai ha ben poco da svelare, dovremo essere ancor più risoluti seppur il realismo non può che portare a un'unica e amara considerazione finale.
Il governo italiano, consapevole che non otterrà mai nulla di concreto dall'Egitto, se non il fascicolo con i documenti del ricercatore friulano e alcuni oggetti che nemmeno erano suoi, continuerà a trascinare la questione nel tempo, confidando nell'oblio, attendendo che l'opinione pubblica dimentichi, che la Commissione esaurisca il suo mandato e che i genitori si rassegnino. Ma è questa l'unica vera "falla" del "piano" del governo. Paola Deffendi e Claudio Regeni non smetteranno mai di reclamare verità e giustizia per il figlio, un ragazzo di 28 anni barbaramente ucciso senza un perché. E noi con loro, senza dimenticare Patrick Zaki, lo studente egiziano arrestato con accuse infondate di rientro dall'Italia in Egitto lo scorso febbraio, i dirigenti della Ong per i diritti umani Eipr, con cui collaborava lo stesso Zaki, e tutti i Giulio e Giulia d'Egitto.
di Luca Celada
Il Manifesto, 2 dicembre 2020
Raffica di decreti nell'interregno della Casa bianca. Anche migranti e poveri nel mirino. Dopo la sconfitta elettorale, la misura più immorale - quindi tipicamente trumpiana - è la corsa per uccidere il maggior numero di persone detenute nel braccio della morte.
Oltre a proseguire nella vana contestazione dei risultati elettorali (ma lo scopo a questo punto non è tanto rovesciare l'elezione quanto delegittimare l'amministrazione entrante e gettare le basi per un ostruzionismo ad oltranza), in questo concitato interregno Trump sta perseguendo una strategia di terra bruciata, una corsa ad attuare il massimo di provvedimenti nei suoi ultimi giorni al potere e renderli il più possibile di intralcio a Joe Biden.
La raffica di decreti e provvedimenti comprendono l'abrogazione di norme sulla qualità di aria e acque e di limiti all'inquinamento atmosferico e sicurezza alimentare. Altri regali alle lobby industriali che hanno sponsorizzato il suo regime sono le aperture di aree protette (comprese terre indiane, santuari marittimi e parchi nazionali, come l'intonsa riserva artica in Alaska) per lo sfruttamento degli idrocarburi. La scorsa settimana il presidentissimo se l'è presa con gli uccelli, abrogando le norme che proteggono le rotte migratorie dalle intrusioni industriali e dell'edilizia.
In questa forsennata corsa al fait accompli c'è la furia di chi sa di avere i giorni contati per lasciare un segno più possibile indelebile sul futuro del paese che lo ha congedato - la stessa foga con cui è stata nominata alla Corte suprema nelle ore prima dell'elezione, la giudice reazionaria Amy Coney Barrett. Sul confine meridionale sono state potenziate le maestranze che fanno i doppi turni per completare le 450 miglia di muraglia promessa, dinamitando deserto vergine prevalentemente in Arizona. La guerra agli immigrati e ai poveri prosegue peraltro su molteplici fronti.
Il ministero dell'agricoltura si è premurato di in questi giorni di congelare per due anni il salario minimo dei frontalieri messicani contrattati per fare i raccolti sui campi Californiani - la manovalanza "essenziale" che sostiene il florido settore dell'agribusiness americano, ritenuta evidentemente eccessivamente avida nel rivendicare più dei $13 l'ora sindacali. Prosegue intanto anche la corsa alla deportazione di un numero massimo di detenuti dalle dozzine di centri di reclusione gestiti su appalto da corporation private - il gulag for profit potenziato e militarizzato da Trump
Ognuna di queste malefatte è resa più meschina dalla scadenza del tempo massimo che incombe su un regime che ha mescolato malevolenza e insindacabilità con rara cattiveria. Nessuna forse però come la corsa in extremis per ammazzare il maggior numero possibile di condannati nel braccio della morte. Negli Stati uniti l'amministrazione degli omicidi di stato è ripartita in giurisdizioni statali e federale. La pena capitale è legale in 32 stati oltre che nell'ordinamento federale e militare. La pena di morte è stata sospesa dalla Corte suprema nel 1972 ma ripristinata nel 1977. Da allora sono state messe a morte oltre 2000 persone. Di queste solo tre sono state giustiziate in giurisdizione federale - fino a quest'anno, in cui per direttiva diramata da Trump a luglio sono morti già otto condannati - l'ultimo, Orlando Cordia Hall di 49 anni è stato giustiziato il 19 novembre.
Cinque altre uccisioni sono state messe in calendario di qui a gennaio, compresa l'unica detenuta donna sul braccio delle morte, Lisa Montgomery di 52 anni, vittima di abusi con turbe psichiche: la sua esecuzione è prevista appena una settimana prima dell'insediamento di Biden, che da parte sua ha ribadito la propria opposizione alla pena capitale e l'intenzione di fermare le uccisioni. Solo quando per Montgomery e gli altri sarà troppo tardi. La furia assassina del presidente-reality segna la prima volta in oltre cento anni che le esecuzioni hanno luogo nel periodo di transizione fra amministrazioni e se inizialmente potevano aver una bieca logica elettorale da parte del presidente che si presentava come candidato del pugno di ferro, alla luce della sconfitta sono gratuite oltre che immorali. Ovvero squisitamente trumpiane. Incarnano cioè tutta la leggerezza e la crudeltà con cui Trump ha strumentalizzato i peggiori e più violenti istinti della nazione.
Negli Stati Uniti i sondaggi registrano ancora un sostegno giustizialista per la pena capitale anche se all'atto pratico la tendenza è stata verso una riduzione delle esecuzioni in seguito ad una serie di sentenze che hanno ritenuto "non-umanitario" l'impiego dei veleni iniettati nei condannati. I farmaci che compongono il cocktail letale somministrato (anestetico, paralizzante e soffocante) hanno dato luogo a morti con evidenti atroci sofferenze e un numero crescente di stati hanno applicato moratorie indefinite alle esecuzioni. Nei rimanenti la penuria dei farmaci stessi ha fatto sì che le autorità abbiano sperimentato con alternative improvvisate quali i barbiturici o tranquillanti veterinari. Per ovviare, il justice department di Trump sta valutando, sempre con procedura accelerata, la reintroduzione di tecniche collaudate come la sedia elettrica, la camera a gas e i plotoni di esecuzione. Il tempo vola. L'importante è ammazzare.
di Valeria Forgnone
La Repubblica, 2 dicembre 2020
Erasmo Palazzotto, presidente della commissione d'inchiesta Regeni: "L'incontro di ieri è stato l'ennesimo tentativo di depistaggio dell'Egitto". E sul richiamo dell'ambasciatore italiano al Cairo, invocato dai genitori di Giulio: "Sarebbe un segnale politico importante ma da solo non è sufficiente. Occorre mettere in atto altre misure".
L'incontro tra procure si è concluso con Roma che processerà i cinque 007 egiziani accusati del sequestro di Giulio Regeni e il Cairo che invece decide di mandare alla sbarra per furto cinque criminali uccisi quattro anni fa in uno scontro a fuoco. Per Erasmo Palazzotto, il presidente della commissione d'inchiesta sul caso Regeni e deputato di Leu che per oggi ha convocato d'urgenza l'ufficio di presidenza e una nuova audizione, si tratta "dell'ennesimo tentativo di depistaggio, il fallimento della cooperazione giudiziaria, che in realtà non c'è mai stata".
Esprime ancora una volta solidarietà alla famiglia di Giulio Regeni perché "la loro ferita resta ancora aperta". E chiede "una assunzione di responsabilità collettiva da parte dell'Europa e la possibilità per l'Italia di ricorrere alle corti internazionali nei confronti dell'Egitto per la violazione alla convenzione contro la tortura".
Presidente Palazzotto, cosa si aspettava dall'incontro di ieri tra le due procure?
"È stato un incontro conclusivo. Ero sicuro di un tentativo di cooperazione da parte della Procura di Roma, mentre non mi aspettavo risposte esaustive dall'Egitto ma neanche un oltraggio al lavoro della nostra magistratura. Siamo di fronte all'ennesimo tentativo di depistaggio su una storia che pretende verità e giustizia. Ora non è più una questione giudiziaria, ma politica. Le strade si dividono e l'Italia seguirà il suo corso".
Per la famiglia Regeni, questo è stato l'ennesimo colpo. Ha avuto modo di mettersi in contatto con loro?
"Ancora non ho avuto modo di sentirli. Immagino l'amarezza, anche se credo che non si aspettassero molto dall'Egitto. La loro ferita resta aperta. La storia di Giulio non è più una questione privata ma riguarda la credibilità del nostro Paese".
I genitori di Giulio chiedono che venga richiamato l'ambasciatore italiano al Cairo. Cosa ne pensa?
"Non spetta alla commissione intervenire. Ma davanti all'ennesimo smacco, io credo che il richiamo dell'ambasciatore sarebbe un segnale politico importante ma da solo non è sufficiente. Prima serviva per esercitare una pressione sull'aspetto giudiziario, ora sarebbe un atto dovuto ma non risolutivo. L'Italia dovrebbe mettere in atto altre misure, secondo me".
Ad esempio quali?
"La commissione d'inchiesta sta valutando alcune ipotesi, come la richiesta di assunzione di responsabilità collettiva da parte dell'Unione europea nei confronti di un paese come l'Egitto. La storia di Giulio Regeni non è più un caso nazionale, ma occorre porre la questione nel prossimo consiglio europeo. E poi esistono anche delle possibilità per l'Italia di ricorrere al diritto internazionale e alle corti internazionali per violazione alla convenzione sulla tortura nei confronti dell'Egitto".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 2 dicembre 2020
Immaginate se l'intelligence di qualunque altro Stato avessero condotto all'estero in questi decenni operazioni mortali del genere, cioè omicidi mirati, come ha fatto Israele: probabilmente questo Paese non sarebbe più da un pezzo sulla mappa.
Pace e guerra sono in mano al Mossad. Per cui il Mossad ha una licenza di uccidere di cui non gode nessun servizio al mondo e può condurre la sua guerra all'Iran, come e quando vuole. E nessun Paese al mondo, se non Israele, gode di altrettanta impunità. Si chiama doppio standard: in fondo - questa è la sensazione - siamo tutti fuorilegge, tranne il Mossad.
Le monarchie assolute del Golfo hanno mangiato la foglia: se vogliono continuare ad avere la protezione Usa e le armi americane questi stati ricchi ma impresentabili per i parametri democratici devono entrare nel Patto di Abramo e accettare la supervisione dello Stato ebraico. Che ormai si estende anche all'Onu: i grandi gruppi industrial-militari israeliani forniranno i sistemi di sicurezza e intelligence per la "difesa" della missione delle Nazioni Unite in Mali. E se Israele va bene all'Onu, va bene a tutti.
Mai, ovviamente, Israele è stato condannato o sottoposto a sanzioni per le sue attività letali. E mai in Occidente si levano parole di condanna come è avvenuto anche per l'uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, stigmatizzata da Russia, Cina e pochi altri, certo non in Europa che al massimo "esprime preoccupazione" per le tensioni regionali. Israele non si tocca: è anche la prima lezione delle scuole di giornalismo nostrane. Per fortuna gli israeliani hanno anche una stampa eccellente quindi attingiamo da loro per prendere informazioni.
Il maggior esperto del Mossad, Ronen Bergman, inviato del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth e autore di "Uccidi per primo", ritiene che i servizi israeliani abbia ucciso almeno 2700 persone in tutto il mondo: una cifra mai smentita da Tel Aviv. Immaginate se l'intelligence di qualunque altro Stato avessero condotto all'estero in questi decenni operazioni mortali del genere, cioè omicidi mirati, come ha fatto Israele: probabilmente questo Paese non sarebbe più da un pezzo sulla mappa.
I servizi dello Stato ebraico, in collaborazione con gli americani e l'opposizione clandestina dell'Mko finanziata da Usa e Israele, hanno fatto fuori almeno quattro-cinque scienziati iraniani nell'ultimo decennio. Nel 2010 Usa e Israele hanno attaccato con un virus informatico micidiale, denominato Stuxnet, l'impianto nucleare di Natanz mettendo fuori uso circa 500 turbine. Soltanto nel 2020 Israele ha danneggiato con varie esplosioni la centrale di Parchin, ancora una volta quella di Natanz e pure quella di Isfahan.
Sarebbe utile ricordare che con l'accordo sul nucleare del 2015 voluto anche da Obama e stracciato da Trump nel 2018, su pressione di Israele e delle monarchie del Golfo, gli impianti iraniani erano sottoposti a regolari ispezioni dell'Aiea. L'Iran ha firmato tra l'altro il Tnp, il Trattato di non proliferazione nucleare, mentre Israele che al contrario di Teheran ha l'atomica e un centinaio di testate nucleari, non ha mai aderito a nulla. Lo Stato fuorilegge sarebbe quello ebraico, non la repubblica islamica iraniana. Ma come si è detto vige il doppio standard: Israele fa quello che vuole, agli altri vengono imposte le sanzioni. E nessuno osa protestare: c'è una sorta di perenne sudditanza ai governi di Tel Aviv cui tutto è concesso.
L'assassinio di Mohsen Fakhrizadeh è stato un omicidio politico, non rispondeva a un pericolo immediato. Aveva il solo scopo di provocare una reazione degli ultraconservatori iraniani, mettere spalle al muro i moderati come il presidente Hassan Rohani, in vista anche delle presidenziali del 2021, e tenere alta la tensione quando manca un mese al primo anniversario dell'uccisione a Baghdad da parte degli americani del generale iraniano Qassem Soleimani.
Ma soprattutto è il messaggio che il premier Netanyahu d'accordo con Trump ha inviato a Biden, disponibile a riprendere un negoziato con l'Iran. Come sottolinea Thomas Friedman sul New York Times quello che Israele e le monarchie del Golfo temono davvero non è l'inesistente atomica di Teheran ma la precisione dei missili iraniani, forse gli stessi usati dagli Houthi yemeniti per colpire l'Aramco nel 2019. Per questo è nato il Patto di Abramo: Israele, sauditi ed emiratini vogliono evitare che Biden torni all'accordo sul nucleare prima di un'intesa sui missili.
Per questo il Mossad fa la sua guerra e la sua convincente e letale "diplomazia". Ormai è sempre più complicato distinguere tra un tempo di pace e un tempo di guerra. Siamo di fronte a conflitti che non finiscono mai, come dimostra l'uccisione dell'ultimo scienziato iraniano. Con un'unica costante: solo il Mossad ha licenza di uccidere, gli altri sono "terroristi" o fuorilegge. Ma chi decide la legge?
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 2 dicembre 2020
Il ricercatore che lavorò a Novara è stato trasferito. "Oggi verrà eseguita la condanna a morte". Contro di lui l'accusa di spionaggio per conto d'Israele. Amnesty: processo iniquo e arbitrario.
Ahmadreza Djalali potrebbe avere ancora poche ore di vita. "Hanno trasferito Ahmad nella prigione Rajai Shahr di Karaj per eseguire la sua condanna a morte", ci dice al telefono sua moglie, Vida Mehrannia, che vive in Svezia con i loro due figli. "Ahmad è innocente", ripete con la voce sfinita. "Chiedo alla società civile, al governo italiano di aiutarmi a liberarlo".
Per tutto il pomeriggio di ieri Mehrannia è stata in contatto con la diplomazia svedese che sta tentando una mediazione difficile, estrema, per ottenere clemenza dal governo iraniano e salvare la vita di Djalali, uno scienziato con doppia nazionalità iraniana e svedese esperto in medicina dei disastri. Aveva lavorato anche con l'Università del Piemonte Orientale, a Novara, dove ha vissuto per diverso tempo specializzandosi al Crimedim. Nel 2016 era tornato a Teheran dove vive sua madre per una conferenza all'Università: è stato arrestato con l'accusa che già ad altri stranieri e cittadini con doppio passaporto è costata anni in prigione, spionaggio per conto di Israele, e condannato a morte.
In carcere ha perso peso, si è ammalato più volte. Una settimana fa ha chiamato la moglie avvisandola che quella sarebbe potuta essere l'ultima telefonata. Pochi minuti. "Mi ha detto che lo avrebbero messo in isolamento nella sezione 209 del carcere di Evin per una settimana fino a martedì (ieri, ndr) e che poi l'avrebbero portato a Karaj probabilmente per eseguire la sentenza", racconta Mehrannia. Rajai Shahr è il penitenziario dove vengono eseguite le condanne a morte, di solito il mercoledì. La figlia più grande di Djalali, che si è appena diplomata, sa che cosa sta succedendo. "Mio figlio no, è troppo piccolo", dice la madre. Un anno fa Mehrannia aveva incontrato anche il presidente della Camera Roberto Fico per sollecitare l'impegno dell'Italia: "Il governo italiano faccia pressione sull'Iran".
Djalali ha sempre respinto le accuse a suo carico dicendo di essere stato punito per essersi rifiutato di diventare una spia. Il governo iraniano parla di "interferenze" indebite e rivendica l'indipendenza della magistratura, ma per le organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International il processo è stato arbitrario e iniquo. Djalali ha subito pressioni perché confessasse. In difesa dello studioso in Italia si sono mobilitati anche i Radicali, i ricercatori del Crimedim, gli avvocati dell'Aiga. Da Bruxelles è arrivato l'appello del presidente del Parlamento europeo David Sassoli: "Chiediamo un gesto di clemenza in nome della vita".
Nelle prigioni iraniane ci sono almeno sei cittadini stranieri o con doppia nazionalità. La scorsa settimana, dopo un negoziato durato due anni, è stata liberata la britannico-australiana Kylie Moore-Gilbert con uno scambio di prigionieri: la Thailandia ha rilasciato tre iraniani arrestati nel 2013 con l'accusa di aver pianificato un attentato contro funzionari israeliani a Bangkok. Cinque giorni fa, vicino a Teheran, è stato ucciso in un'imboscata lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh. L'Iran accusa Israele dell'assassinio. La tensione dentro e intorno al Paese è alta, lo spazio per la diplomazia è stretto.











