ilgerme.it, 1 dicembre 2020
Si profila un'emergenza di difficile gestione dietro le sbarre di via Lamaccio: dopo i primi tamponi molecolari eseguiti nei giorni scorsi, visti anche l'insorgere di sintomi in altri detenuti, infatti, la direzione del carcere e quella sanitaria, hanno deciso di eseguire subito questa mattina su tutti gli ospiti della struttura test rapidi antigenici. Il risultato è stato quello temuto, con quasi il 18% dei detenuti risultato positivo. Ai 32 nuovi casi accertati con test molecolare (e il cui responso è arrivato stamattina) e ai 16 verificati nei giorni scorsi (tra cui 2 ricoverati nell'area Covid dell'ospedale di Sulmona, piantonati da agenti di polizia penitenziaria), se ne aggiungono a loro volta una quindicina circa risultati positivi al test rapido. Il totale dei contagiati in via Lamaccio tra i detenuti è di 66 persone e a questi vanno aggiunti 6 agenti di polizia penitenziaria, su cui però lo screening va ancora completato.
Una situazione di estrema preoccupazione che potrebbe diventare ingestibile nelle prossime ore se, come nella statistica, una parte di questi positivi dovesse aver bisogno di cure ospedaliere. D'altronde ad oggi, dopo tre giorni, non ancora si trova una soluzione per i due già ricoverati, nonostante l'ordinanza regionale preveda nel piano il trasferimento della popolazione carceraria positiva al San Salvatore dell'Aquila.
Intanto in via Lamaccio si è provveduto a fare quello che era possibile: per i detenuti della cosiddetta sezione verde il problema è relativo, perché si trovano in celle singole con bagno personale; diversa la situazione per le altre sezioni dove si è dovuto procedere alla divisione per coorte: ovvero nelle celle doppie sono stati sistemati solo detenuti positivi o solo detenuti negativi. Interrotta, ovviamente, ogni forma di socializzazione: ora d'aria e attività lavorative, incontri e colloqui.
di Nicola Chiarini
Corriere del Trentino, 1 dicembre 2020
La casa circondariale di Spini di Gardolo individuata come struttura per ospitare detenuti positivi al Covid19, in esubero da altri carceri del Triveneto. Trento dovrebbe accogliere fino a 34 tra donne e uomini ristretti, con esigenza di sorveglianza di media sicurezza, integrando gli altri 34 posti previsti a Rovigo per soli uomini, con sorveglianza media e alta.
Una prospettiva che preoccupa la Fp Cgil Polizia penitenziaria che ha già scritto una lettera ufficiale ai vertici della Direzione dell'amministrazione penitenziaria (Dap) a Roma che, presto, dovrebbe essere integrata da una comunicazione al Commissario del governo, Sandro Lombardi, e al sindaco, Franco Ianeselli. L'ipotesi sarebbe delineata nel Piano operativo per la prevenzione e il contenimento dell'emergenza sanitaria varato, a quanto riferiscono in Cgil, lo scorso 23 novembre senza alcun confronto con le organizzazioni sindacali.
"Questa proposta è da bocciare - spiega Gianpietro Pegoraro, coordinatore in Veneto di Fp Cgil Polizia penitenziaria - a tutela tanto di noi lavoratori, quanto delle persone detenute. Non ci risulta che a Trento vi siano né sezioni attrezzate con ventilatori, né il supporto di sufficiente personale infermieristico". Le strade da percorrere per proteggere la salute di chi vive il carcere sono altre, secondo il dirigente sindacale.
"Noi agenti - prosegue Pegoraro - se risultiamo positivi non dobbiamo in alcun modo spostarci da casa. Non capisco perché un detenuto, invece, possa essere spostato anche con lunghi tragitti, per esempio, da Trieste a Trento. Credo vadano studiati piani specifici, territorio per territorio, con le Asl di riferimento. Nel contempo, i detenuti che hanno maturato i requisiti per accedere a benefici o a misure alternative alla carcerazione, siano avviati a quei percorsi".
Peraltro, l'affidamento dei detenuti agli ospedali risulta spesso problematico, dato che i reparti non sempre sono attrezzati per contemperare le esigenze di cura e sorveglianza del paziente, che deve essere seguito anche in struttura sanitaria da poliziotti penitenziari.
dire.it, 1 dicembre 2020
Continuano gli appelli per trovare una soluzione preventiva al sovraffollamento del penitenziario, che a marzo scatenò una rivolta in piena prima ondata da Covid. Con la seconda ondata di Covid in corso, a Bologna "il rischio di una diffusione del contagio all'interno dell'istituto penitenziario è molto concreto": bisogna quindi intervenire per ridurre il sovraffollamento e garantire test e tamponi per tutti i detenuti e il personale.
Lo dichiara Francesco Errani (Pd) oggi in Consiglio comunale. "Il carcere è una realtà in cui il rischio della diffusione del Coronavirus è molto alto: non è previsto il distanziamento sociale, impossibile da applicare nei casi di sovraffollamento", sottolinea Errani, aggiungendo che "all'interno del carcere della Dozza sono almeno 12 i detenuti contagiati" in una situazione che vede "la capienza massima di 500 persone ampiamente superata dalle circa 700 presenze".
Per il dem "bisogna prevenire l'epidemia, non cercare rimedio dopo. Bisogna ricorrere alle misure alternative e aumentare la detenzione domiciliare per le persone che sono a fine pena, per rispondere così sia alla crisi legata al sovraffollamento che all'epidemia Covid-19". Bisogna intervenire "prima che l'epidemia entri dentro le carceri, causando problemi sanitari e di sicurezza sociale enormi per il Paese - continua Errani - aumentando la pressione per il nostro sistema sanitario nazionale".
Il Comune, insieme all'Ausl e alla direzione del carcere, "deve programmare di test sierologici e tamponi da destinare a tutto il personale penitenziario e a tutte le detenute e i detenuti, al fine di effettuare un costante monitoraggio della situazione - afferma il consigliere Pd - e perseguire l'obiettivo di alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere, anche partendo dalle persone che presentano maggiori fragilità". Del resto, "in uno Stato democratico, vista l'emergenza coronavirus - aggiunge il dem - l'amnistia e l'indulto sarebbero provvedimenti necessari".
La Nuova Sardegna, 1 dicembre 2020
Il progetto di solidarietà sociale di un gruppo di medici e odontoiatri. Vedere il sorriso sul volto di chi per tanto tempo non ha potuto farlo, può essere un'esperienza meravigliosa. Accade a Sassari, dove la cooperativa sociale "Saludade" Onlus, formata da un gruppo di medici specialisti e odontoiatri con l'obiettivo di condividere professione e impegno sociale, ha deciso di mettere a disposizione dei meno fortunati la "Dentiera sospesa", una proposta ispirata al più ben noto "caffè sospeso". La prima protesi di questo genere è stata consegnata nei giorni scorsi a un giovane ex detenuto affidato alla cooperativa sociale "Don Graziano Muntoni" diretta da don Gaetano Galia.
Come funziona. Proprio come avviene per il caffè messo a disposizione in diversi bar a beneficio di persone in difficoltà economica, l'iniziativa in versione odontoiatrica permette di destinare gratuitamente protesi dentarie attraverso un fondo di libere donazioni.
"Chiunque può contribuire al progetto, mettendo a disposizione una somma, anche piccola, affinché si riesca a coprire le spese per i materiali - spiegano gli ideatori -. L'impegno dei dentisti invece è del tutto gratuito. Purtroppo ai livelli assistenziali non è prevista la copertura dei costi maggiori della protesi odontoiatrica". La scelta dei "candidati per il sorriso" è affidata ad enti accreditati, associazioni, Onlus, cooperative sociali che toccano quotidianamente con mano le problematiche legate alla povertà.
bolognatoday.it, 1 dicembre 2020
Lo rivela il report "Fine pena: la strada". "Cosa succede quando una persona senza dimora finisce in carcere? Ha gli stessi diritti degli altri detenuti e le stesse possibilità di accedere alle misure alternative?" Nella città di Bologna esistono diverse associazioni di privati, laiche o confessionali. Ecco il report "Fine pena: la strada", realizzato da Avvocato di strada.
È stato pubblicato il report di ricerca "Fine pena: la strada", frutto del progetto dedicato al tema del carcere e delle persone senza dimora realizzato da Avvocato di strada, grazie al sostegno dei fondi 8x1000 della Chiesa Evangelica Valdese e in collaborazione con L'Altro Diritto Bologna, Associazione Sesta Opera San Fedele Onlus Milano e Granello di Senape Padova.
"Cosa succede quando una persona senza dimora finisce in carcere? ha gli stessi diritti degli altri detenuti e le stesse possibilità di accedere alle misure alternative? Sono queste - afferma il consigliere regionale Antonio Mumolo, in veste di presidente dell'Associazione Avvocato di strada - le domande che ci siamo fatti quando abbiamo deciso di portare avanti il progetto, che nel corso del 2020 ha previsto numerosi momenti di formazione e approfondimento, meeting e webinar on line con numerosi esperti del settore".
"L'obiettivo di questa ricerca - continua Mumolo, presidente dell'Associazione Avvocato di strada - era offrire un nuovo punto di vista su un argomento che viene affrontato molto raramente, dare uno spunto di riflessione alle istituzioni e alle realtà che si occupano di esclusione, affinché i diritti e le garanzie previsti nel nostro ordinamento non restino lettera morta per chi vive in una condizione di forte disagio economico e sociale e dovrebbe per questo stesso motivo ricevere maggiore aiuto dalle istituzioni".
Persone senza dimora sottoposte a misura cautelare - Il report finale analizza nel dettaglio quali sono le difficoltà incontrate dalle persone senza dimora quando vengono sottoposte ad una misura cautelare o, in seguito ad una condanna, in fase di esecuzione della pena. Non avere una casa, nei fatti, comporta di fatto l'impossibilità di poter beneficiare della misura degli arresti domiciliari in fase cautelare o la preclusione del beneficio di misure alternative alla detenzione in fase esecutiva come, ad esempio, la detenzione domiciliare.
Questo significa che le persone senza dimora con tutti i requisiti legislativamente previsti per evitare la custodia cautelare in carcere o la detenzione, vengono sostanzialmente private di questo diritto per il solo fatto di non avere la disponibilità di un'abitazione o l'appoggio di una rete familiare e/o amicale che possa sostenerle.
Subordinare il godimento di diritti fondamentali alla condizione economica e sociale di una persona viola il diritto di uguaglianza sancito dall'art. 3 della nostra Costituzione oltre a frustrare la funzione rieducativa della pena riconosciuta all'art. 27 della Carta costituzionale. Nel report di ricerca, vengono riportate le prassi che vengono seguite dai servizi che si occupano di persone senza dimora detenute nei territori di Bologna, Padova e Milano e le risposte che vengono date nei vari casi.
La Regione Emilia-Romagna si è interessata al tema detenuti in dimissioni "provando a finanziare progetti specifici e a supportare l'autorganizzazione delle realtà cittadine" mentre "il Comune di Bologna, in particolare, ha investito su un'azione di sistema chiamata Progetto dimittendi attivo dal novembre 2014. La funzione principale, in un assetto sperimentale, è quella di costruire relazioni tra l'interno della struttura detentiva e l'esterno, inclusi i servizi sociali del comune di residenza, qualora esista una regolare residenza, o il Servizio sociale bassa soglia del Comune di Bologna, nei casi in cui la persona fosse senza residenza o irregolare".
L'Altro Diritto di Bologna - Dall'1° dicembre 2012 svolge presso la Casa Circondariale Rocco D'Amato di Bologna attività di consulenza extra-giudiziale, in favore delle persone ristrette, in collaborazione con l'Ufficio del Garante, nell'ambito di due Convenzioni sottoscritte con il Comune di Bologna. Nel corso del 2020, gli operatori dell'Associazione "L'Altro Diritto Bologna" hanno svolto e svolgeranno l'attività di consulenza legale extragiudiziale anche presso la Casa Circondariale di Ferrara in forza di un protocollo sottoscritto tra l'Associazione, la C.C. di Ferrara e il Centro interuniversitario di ricerca su carcere, marginalità, devianza e governo delle migrazioni di Firenze.
Da alcuni anni gli operatori dell'Associazione svolgono all'interno dell'Istituto Penale Minorenni "Pietro Siciliani" di Bologna attività di approfondimento di tematiche economiche e giuridiche a supporto ed in accordo con gli insegnanti, seguendo, nella scelta degli argomenti, non solo le proposte dei ragazzi ristretti, ma anche i loro più immediati bisogni sociali. L'obiettivo è quello di fornire gli strumenti per una maggiore consapevolezza.
Attività all'interno del carcere a Bologna - Nella città di Bologna esistono diverse associazioni di privati, laiche o confessionali, che svolgono attività all'interno del carcere a diverso titolo. Come riporta il rapporto, alcune di queste hanno anche la possibilità di ospitare nelle loro strutture persone che svolgano grazie al loro aiuto una misura alternativa al carcere (ad esempio domiciliari) o possano ospitarli una volta scontata la pena. Nella delicata fase che precede la scarcerazione all'interno della Casa Circondariale Dozza di Bologna si tiene un importante progetto, denominato "Progetto dimittendi", che rientra all'interno degli interventi della città di Bologna rivolti alle persone detenute. Il progetto si rivolge non solamente alle persone senza dimora, ma a tutte quelle prossime alla liberazione e con un residuo di pena non superiore ad un anno, cioè quelli che vengono chiamati dimittendi.
"L'uscita dal carcere, momento inevitabile della detenzione (ad esclusione del solo caso riguardante l'ergastolo ostativo, ovvero l'ergastolo senza condizionale, equivalente alla reclusione a vita) e il reinserimento sociale sono la direzione a cui dovrebbe tendere l'intero trattamento rieducativo (art. 1 o.p.). Per l'attuale assetto del sistema penitenziario, il detenuto in dimissione dal carcere da coinvolgere in attività specifiche, svolte all'interno di appositi e distinti spazi detentivi - si legge nel rapporto - non è chiunque si trovi in prossimità di uscire dal carcere, ma solo colui che ha mostrato una adesione responsabile al programma di trattamento, escluse a priori alcune situazioni".
Il Servizio Sociale di Bassa Soglia a Bologna - È rivolto a persone maggiorenni che si trovano in condizioni estreme di emarginazione e prive di punti di riferimento e di risorse, temporaneamente presenti sul territorio, e non residenti anagraficamente a Bologna. Al Servizio accedono anche i cittadini che hanno la residenza fittizia in via Tuccella e quelli residenti nei Centri di accoglienza gestiti da Asp Città di Bologna. In particolare, il Servizio si occupa di persone che conducono "vita di strada": persone senza dimora, che hanno una condizione di estrema povertà e/o prive di reti affettive e familiari.
Il "Progetto Dimittendi" - Il "Progetto Dimittendi" si occupa di tutti coloro che sono detenuti, in un grave stato di marginalità e povertà, anche se non necessariamente senza dimora, in prossimità alla data di scarcerazione e, non avendo avuto accesso a misure alternative in quanto mancanti dei requisiti minimi (es. un alloggio), risultano totalmente privi di un sostegno
all'uscita dal carcere. Come caratteristica comune, l'Uepe e il "Progetto Dimittendi" sono formati anche da assistenti sociali che curano i progetti sulle persone che, ai sensi dell'art. 46 ("Assistenza Post-penitenziaria") e 72 ("Uffici locali di esecuzione penale esterna") dell'Ordinamento Penitenziario, curano la fase di dimissione e di reinserimento sociale del detenuto: i detenuti e gli internati ricevono un particolare aiuto nel periodo di tempo
che immediatamente precede la loro dimissione e per un congruo periodo a questa successivo. Il definitivo reinserimento nella società è agevolato da interventi di servizio sociale svolti anche in collaborazione con gli enti indicati nell'articolo precedente. I dimessi affetti da gravi infermità fisiche o da infermità o anormalità psichiche sono
segnalati, per la necessaria assistenza, anche agli organi preposti alla tutela della sanità pubblica. (art. 46 o.p.).
Al momento gli agenti di polizia penitenziaria non hanno ancora preso parte a questo progetto anche se la loro partecipazione è vivamente sentita e richiesta dal servizio. Al Progetto vengono segnalate determinate persone con le quali vengono fissati uno o più colloqui per parlare e conoscere le loro necessità. Parallelamente, viene raccolto
il maggior numero di informazioni sulla loro storia detentiva, in raccordo a tutti gli attori coinvolti nel percorso trattamentale e nella tutela sanitaria. L'obiettivo è di individuare una risposta il più possibile completa ai bisogni che si presenteranno al momento dell'uscita dal carcere. Non è infatti escluso che i percorsi educativi, quando presenti, quelli sanitari, quelli formativi e lavorativi, così come quelli creati dal volontariato, siano in realtà non in dialogo fra loro.
Associazione Volontari del Carcere Bologna - È un'organizzazione di volontariato nata nel 1993 con l'obiettivo di migliorare la vita dei detenuti e favorirne il recupero ed il reinserimento sociale. In particolare, mira ad offrire assistenza morale, materiale e psicologica ai detenuti, ex detenuti ed alle loro famiglie. L'Associazione dispone anche di alcuni appartamenti dati in comodato d'uso gratuito dal Comune di Bologna all'interno dei quali ospitano ed hanno ospitato detenuti in misura alternativa o persone appena uscite dal carcere.
I volontari entrano personalmente all'interno della struttura e conoscono i detenuti di persona e, attraverso questa conoscenza sviluppata anche su più incontri, propongono ad alcuni di loro i progetti di accoglienza in appartamento. La più grande difficoltà che l'Associazione incontra è relativa alla disponibilità degli appartamenti: poiché la maggior
parte di questi sono concessi dal Comune, la loro attribuzione deve passare attraverso un bando di assegnazione. Il bando per l'assegnazione degli immobili presuppone che l'Amministrazione comunale abbia intenzione di non ricevere alcun canone di locazione per un determinato numero di appartamenti.
È' possibile, quindi, che il Comune, in un periodo di ristrettezza di risorse economiche, preferisca destinare tali immobili ad altri usi come la vendita o come edilizia residenziale pubblica. La scadenza del contratto di comodato di un alloggio, stante l'incertezza di un suo possibile rinnovo, pregiudica inevitabilmente la possibilità di prendere parte al progetto di accoglienza. Pertanto, in questo caso l'alternativa potrebbe essere di accogliere un detenuto con un residuo di pena estremamente esiguo, con il rischio di pregiudicare la correttezza dello sviluppo di un progetto volto al reinserimento sociale dell'individuo.
Un'altra associazione che tra le altre attività si occupa di accoglienza è il Villaggio del Fanciullo, cooperativa sociale che attraverso il Progetto Voce del verbo accogliere,in collaborazione con l'amministrazione penitenziaria del Carcere Dozza di Bologna, ha destinato all'accoglienza residenziale temporanea di detenuti giunti a fine pena un appartamento.
Questo alloggio, nonostante sia unico per più persone, riesce comunque a garantire la coesistenza di spazi individuali e spazi comuni di modo che la persona possa sviluppare un proprio livello di autonomia che, durante il periodo di detenzione, ha visto quasi annullarsi.
La possibilità offerta al dimittendo o alla persona appena uscita dal carcere di ritagliarsi un nuovo spazio dove accudire e far crescere la propria intimità e personalità rappresenta l'opportunità di riottenere quanto perso durante la detenzione. D'altro canto, però i progetti hanno una fine e sebbene il lavoro individuale svolto sull'autonomia potrebbe aver dato ottimi frutti, nel caso delle persone senza dimora dovrebbe porsi l'attenzione su di un elemento non da poco. La persona senza dimora uscita da questo progetto, non avendo un luogo presso cui alloggiare, si
troverebbe costretta ad essere ospitata in un dormitorio pubblico e quindi a rivivere la stessa condizione di promiscuità di spazi vissuta durante la detenzione, seppure in forma decisamente più lieve.
Anche la Cooperativa Sociale del Villaggio del Fanciullo, per individuare le persone che potrebbero essere inserite all'interno del loro progetto, si avvalgono della loro esperienza diretta, in particolare attraverso il cappellano del carcere. Alle disponibilità di questi servizi, si aggiungono quelli del settore pubblico per i quali si accede tramite l'incontro con gli assistenti sociali del progetto dimittendi in carcere.
Emerge quindi una coesistenza di due operatori, il pubblico e privato, che affrontano lo stesso tema ma con due approcci differenti. Il pubblico, che avrebbe la necessità di affidarsi ai privati per l'individuazione di posti per alloggi, potrebbe mettere a disposizione le proprie conoscenze di progettazione individuale e l'ampia disponibilità dei servizi sul territorio in maniera sinergica tra di loro. Il privato che, pur con le difficoltà di disponibilità di spazi sopra accennate, individua i soggetti da inserire nei loro progetti con modalità loro proprie e non in sinergia con i servizi sociali.
Le considerazioni fin qui svolte riguardano l'accesso alle misure alternative alla detenzione con riferimento all'intera popolazione carceraria. Avendo invece un occhio di riguardo alla fragile categoria delle persone senza dimora, queste difficoltà vengono ampliate anche per la mancanza di progetti specifici e la difficoltà di elaborare progetti a
lungo periodo, cioè oltre il termine residuo di pena.
Con le persone senza fissa dimora "dimittende", in assenza di progetti specifici, è sicuramente più difficile progettare percorsi di largo respiro: scontata la pena, diventa di primaria importanza la necessità di individuare un alloggio che difficilmente potrà essere lo stesso del periodo della misura alternativa. I percorsi di reintegrazione delle persone senza fissa dimora non di rado richiedono un periodo di progettualità ben più lungo dei due anni previsti per le misure alternative. Le cause che hanno portato all'insorgenza della grave emarginazione dell'individuo, infatti, sono spesso riconducibili a più fattori eterogenei e che necessitano ciascuno di adeguato supporto.
di Cristina Pastore
La Stampa, 1 dicembre 2020
È tornata la calma nelle celle dopo l'incontro dei detenuti con il comandante della polizia penitenziaria. Per un'ora ininterrottamente venerdì sera hanno sbattuto pentole e mestoli contro le inferriate delle celle. Una situazione che nel tranquillo carcere di Verbania non si era mai verificata. È stato un modo per i detenuti per richiamare l'attenzione sulla loro richiesta. Vogliono tornare a incontrare i familiari, che prima dell'emergenza Covid potevano far visita loro una volta alla settimana. Il rumore, forte e persistente, della protesta è arrivato anche alle case e ai condomini che stanno attorno alla casa circondariale di via Castelli a Pallanza.
L'allarme tra i cittadini - In molti, allarmati, si sono chiesti che cosa stesse succedendo dentro la prigione. I detenuti hanno desistito dal manifestare il loro dissenso contro la misura adottata per abbattere il rischio di trasmissione del virus all'interno delle comunità carcerarie solo dopo aver parlato con il coordinatore della struttura.
"Ci siamo confrontati a lungo, ho spiegato le ragioni per cui dobbiamo al momento mantenere questa precauzione" analizza il comandante Domenico La Gala, che si occupa anche del carcere di Ivrea oltre a quello di Verbania. "Revocare il divieto non è nelle nostre possibilità: è una disposizione del governo e del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Durante l'estate, con la netta riduzione dei contagi, eravamo tornati gradualmente ad ammettere le visite in presenza - spiega il commissario - ma con l'esplosione della seconda ondata sono state nuovamente sospese. Sono concesse, in alcuni casi anche più volte alla settimana, le videochiamate".
Sono 65 i detenuti - La protesta di venerdì sera è una delle tante inscenate in questi giorni in diverse carceri italiane. La casa circondariale di Pallanza ha una capienza di 88 posti: al momento è occupata da 65 detenuti. "A Verbania attualmente non ci sono problemi di sovraffollamento - sottolinea il commissario La Gala - e già da marzo ci siamo organizzati con un reparto dedicato all'isolamento di chi si scopre positivo al virus. Abbiamo anche lo spazio per celle singole nel caso qualcuno sviluppi sintomi sospetti e vada tenuto separato dagli altri in attesa dei tamponi". Il personale adibito al carcere di Verbania è di 50 unità: impiegati amministrativi e soprattutto agenti di polizia penitenziaria che si stanno sottoponendo a screening con i test rapidi.
Il Foglio Quotidiano, 1 dicembre 2020
Ahmad Djalali è stato condannato a morte in Iran nell'ottobre del 2017 per aver "seminato corruzione sulla terra", c'è scritto nella sentenza: l'accusa era di spionaggio a favore di Israele. Il 24 novembre scorso, Amnesty International ha fatto sapere: "Siamo orripilati dalla notizia che le autorità iraniane hanno dato ordine di trasferire Ahmadreza Djalali in isolamento e di eseguire la condanna a morte non oltre una settimana da oggi". La fonte della notizia è la moglie di Jalali.
Jalali, 49 anni, è uno scienziato che si occupa di medicina delle catastrofi. è iraniano naturalizzato svedese, ha svolto le sue ricerche in Svezia, in Belgio e anche al Crimedim di Novara, ha pubblicato molte analisi sui livelli di preparazione delle strutture ospedaliere europee in caso di catastrofi. È stato arrestato nel 2016 mentre partecipava a un seminario all'Università di Teheran (che lo aveva invitato), dopo due settimane di detenzione senza poter dare notizie è stato accusato di spionaggio per conto di Israele, costretto - con torture e minacce - a confessare in filmati che sono stati trasmessi in tv e infine condannato a morte.
Lui ha detto di essere stato punito perché si era rifiutato di fare la spia per conto dell'Iran in Europa. Le sue condizioni di salute sono peggiorate durante la detenzione a Evin ed è dal 2018 che le Nazioni unite, il Parlamento europeo, gli istituti scientifici per cui Djalali ha lavorato, molte associazioni per i diritti umani e anche 121 premi Nobel si battono perché venga prima curato e poi liberato. Molte organizzazioni, non da oggi, consigliano a scienziati e ricercatori di non andare in Iran perché potrebbero essere catturati e utilizzati negli scambi di prigionieri.
È accaduto qualche giorno fa: Kylie Moore-Gilbert, ricercatrice anglo-australiana di 33 anni, è stata liberata in cambio di tre cittadini iraniani detenuti in Thailandia: erano accusati di aver partecipato a un tentato attacco contro obiettivi israeliani a Bangkok. Nelle ultime ore, gli appelli e le richieste a Teheran sono aumentati: molti temono che il regime iraniano voglia utilizzare l'esecuzione di Djalali come la vendetta per l'uccisione dello scienziato-padre della bomba atomica iraniana, Mohsen Fakhrizadeh.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 1 dicembre 2020
La procura di Roma chiude le indagini su 5 appartenenti ai servizi segreti ma il Cairo ritiene che il quadro probatorio non possa reggere a un giudizio. Si profila un nuovo scontro giudiziario tra Italia ed Egitto sulla morte dello studente Giulio Regeni. Da un lato la procura di Roma ha annunciato di voler processare alcuni 007 egiziani ritenuti responsabili dell'uccisione del giovane studente; dall'altro la magistratura del Cairo ritiene che le prove a carico degli agenti egiziani siano insufficienti e che il responsabile dell'omicidio è ancora ignoto.
I procuratori dei due Paesi, incaricati delle indagini hanno dialogato oggi in videoconferenza e in quella circostanza è emersa l'opposta differenza di vedute. Il pm romano Michele Prestipino ha affermato di voler chiudere le indagini a carico di cinque appartenenti ai servizi segreti egiziani ma in una nota congiunta emessa con il suo omologo al Cairo Hamada al Sawi emerge la differente valutazione: "Il procuratore generale egiziano, nel prendere atto della conclusione delle indagini italiane, avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio che ritiene costituito da prove insufficienti per sostenere l'accusa in giudizio. In ogni caso la procura generale d'Egitto rispetta le decisioni che verranno assunte nella sua autonomia dalla procura di Roma".
La magistratura egiziana, anzi, rincara la dose dichiarando che, dopo cinque anni "l'esecutore materiale dell'assassinio di Giulio Regeni è ancora ignoto". Il procuratore Hamada al Sawi ha comunicato di "avere raccolto prove sufficienti nei confronti di una banda criminale accusata di furto aggravato degli effetti di Regeni che sono stati rinvenuti nell'abitazione di uno dei membri della banda criminale".
La frattura tra i due fronti giudiziari non poteva che provocare che l'amarezza da parte della famiglia Regeni: "Prendiamo atto dell'ennesimo incontro infruttuoso tra le due procure - dice una dichiarazione rilasciata da papà e mamma di Giulio e dal loro avvocato Alessandra Ballerini. Le strade tra le due procure non sono mai state così divise. In questi anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui, hanno mentito, oltraggiato e ingannato non solo noi ma l'intero Paese". E infine la richiesta: "l'Italia richiami il nostro ambasciatore al Cairo".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 1 dicembre 2020
I voti a favore sono stati 298, ma il via libera finale potrebbe non arrivare prima di sabato per l'ostruzionismo del centrodestra. È un primo colpo ai decreti sicurezza di Matteo Salvini, anche se per mandarli definitivamente in soffitta bisognerà probabilmente aspettare la fine della settimana. Con 298 voti a favore e 224 contrari la Camera ha approvato ieri il voto di fiducia al decreto immigrazione e sicurezza pubblicato il 21 ottobre scorso in Gazzetta ufficiale dopo essere stato licenziato dal consiglio dei ministri.
Perché il provvedimento possa passare al Senato deve però superare il voto finale previsto in teoria per oggi ma destinato a slittare per l'ostruzionismo del centrodestra che ha presentato quasi 300 ordini del giorno nel tentativo di ritardare il più possibile un esito che, almeno a Montecitorio, appare scontato. "I decreti di Salvini hanno creato solo problemi all'Italia", è stato comunque il commento al voto del viceministro dell'Interno Matteo Mauri. "Sull'immigrazione non serve né propaganda né demagogia ma saper gestire il fenomeno con razionalità e nel rispetto del diritto internazionale".
Per oggi alle 13,30 è prevista la riunione dei capigruppo per decidere il calendario dei lavori, ma è inevitabile che per il decreto i tempi si allunghino a dismisura. Per discutere i 284 ordini del giorno presentati da Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia (una trentina dei quali esaminati ieri) non basteranno infatti 23 ore. A queste va aggiunto il tempo per le dichiarazioni di voto finale, ma anche le pause per la sanificazione dell'aula, senza contare che per mercoledì alle 16 alla Camera è previsto l'intervento del ministro della Salute Roberto Speranza.
A meno che la maggioranza non chieda di procedere in notturna, la possibilità che slitti tutto a sabato prossimo si fa più concreta. "Il capo della lega con il sostengo del centrodestra sceglie la via dell'ostruzionismo. Si tranquillizzi, supereremo anche quest'ultimo ostacolo", spiega nel pomeriggio la dem Barbara Pollastrini.
Il voto di ieri ha escluso la possibilità che una volta al dunque possano esserci brutte sorprese per il governo. Anche i malumori espressi da una ventina di deputati 5 Stelle, che in commissione Affari costituzionali avevano presentato un emendamento in controtendenza rispetto agli orientamenti della maggioranza, sembra essere rientrato. Una situazione di tranquillità che non è detto che si ripeta al Senato, dove i numeri sui quali l'esecutivo può contare sono decisamente diversi e dove possibili dissidenti del Movimento 5 Stelle farebbero certamente la differenza.
Quando i decreti Salvini arrivarono in parlamento, vennero accompagnati da alcuni rilievi sollevati dal presidente Mattarella. Tra questi le maxi multe per le navi delle ong, cancellate in seguito anche per non aver rispettato il divieto del Viminale di entrare nelle acque territoriali italiane è comunque prevista una sanzione compresa tra i 10 e i 50 mila euro (solo dopo l'intervento di un giudice). Inoltre viene di nuovo prevista la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale e di chiedere la casta di identità e il ripristino di un sistema di accoglienza per i richiedenti asilo.
Altre tre novità importanti riguardano il decreto flussi, per il quale viene cancellato il numero di immigrati regolari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro, la possibilità di trasformare in permessi di soggiorno per motivi di lavoro anche i permessi sanitari e la riduzione di tempi per la risposta alle domande di cittadinanza, che passano dai 48 previsti dai decreti salviniani a 24 prorogabili a 36. Prevista infine anche una cosiddetta "norma Willy" con cui vengono puniti atti violenti compiuti all'interno o all'esterno dei locali.
di Giulio Sensi
Corriere della Sera, 1 dicembre 2020
La chiusura delle celebrazioni da Padova Capitale europea del volontariato: ora la staffetta passa a Berlino. L'inattesa pandemia da affrontare. La prova di resilienza partita dal Veneto è arrivata in Europa. Doveva essere un anno di eventi celebrativi quello che la città di Padova aveva preparato dopo essere stata scelta come Capitale europea del Volontariato 2020: la pandemia l'ha trasformato in una sperimentazione che ha abbattuto tutti i confini e ha aperto al dialogo con tutta Italia e l'Europa. E il 5 dicembre, con il passaggio di testimone a Berlino, si chiude. Con quale eredità? "Ci incontriamo di continuo - racconta Emanuele Alecci, il presidente del Centro Servizi al Volontariato (Csv) di Padova, ente coordinatore - con le grandi città europee. Vogliamo ricostruire insieme un'Europa chiedendo ai leader di mettere il volontariato al centro delle strategie politiche".
Per un anno Padova è stata il crocevia di iniziative e azioni che da tutta Italia e Europa sono confluite per ridisegnare la solidarietà. Un lavoro che porterà anche alla riscrittura della Carta Italiana dei Valori del volontariato con centinaia di audizioni a tutti i livelli. "Stiamo riscrivendo - prosegue Alecci - il senso della solidarietà dentro le nostre città, in un momento di pandemia che è diventata l'occasione per metterci in gioco e migliorare. Tutta Italia guarda a Padova come laboratorio per uscire dalla crisi e rimettere i volontari al centro".
Un anno tormentato, comunque: quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva ad inizio febbraio a inaugurare l'evento, i volontari gli chiedono di aiutarli a convincere il Paese ad indossare gli occhiali del volontariato, perché solo da lì può partire un risveglio civico. Nel giro di poche settimane l'Italia è all'improvviso travolta dal Covid-19: Padova insieme ad altre zone del Veneto diventa "rossa", il lockdown isola col tempo il virus, ma anche le persone; le fragilità diventano ancora più acute e urgenti. "Abbiamo risposto - racconta ancora Alecci - attivando il grande giacimento di solidarietà che è presente in tutta Italia e che ci fa capire quale sia la vera funzione del volontariato: la forza di civilizzazione, la capacità di tenere in relazione le persone".
Il fermento di Padova Capitale europea si trasforma in un laboratorio inarrestabile. "Al suo interno -spiega il direttore del CSV di Padova, Niccolò Gennaro - non ci sono solo le associazioni, ma anche le imprese, le istituzioni, i mezzi di informazione. Tutte relazioni e collaborazioni che ci permettono di affrontare l'emergenza sociale acuita da quella sanitaria". La macchina organizzativa degli eventi inizia a lavorare sulla solidarietà concreta. "Il primo pensiero - prosegue Gennaro - è la fragilità estrema, le vite ai margini: il volontariato è il solo che riesce a starci in relazione. Insieme alle Caritas e alle associazioni troviamo un alloggio a decine e decine di homeless che rischiano addirittura di essere multati perché sono in giro. Con una raccolta fondi attiviamo per loro Casa Arcella, una dimora per le settimane più dure".
La rete di associazioni che vogliono dimostrare all'Italia e all'Europa che dal volontariato e dai suoi valori bisogna sempre ripartire entra con il cuore nelle case di chi ha bisogno: anziani soli che non possono muoversi, persone che rimangono senza un lavoro, famiglie che non hanno il cibo sufficiente a mettere insieme i pasti della giornata. Nasce così "Per Padova noi ci siamo", una raccolta di fondi e di forze unisce più di 2000 volontari con la pettorina di Padova Capitale e raccoglie quasi 100.000 euro. Ognuno di loro viene geolocalizzato e chiamato all'azione col criterio della prossimità, anche per evitare spostamenti inutili: quando vicino a casa sua c'è un bisogno da affrontare -come una spesa da portare a casa o dispositivi di sicurezza da lasciare alla porta- il volontario iscritto si attiva con un click. E si mette in relazione con vicini prima sconosciuti, adesso volti e nomi. Il Comune di Padova coordina le operazioni e tante imprese, fra cui tutte quelle della grande distribuzione, aiutano con cibo e donazioni.
"L'80% dei volontari che si propongono - spiega Gennaro - sono persone alla prima esperienza in questo campo. La maggioranza giovani, molti stranieri, tanti studenti e lavoratori fuori sede. Un patrimonio di solidarietà immenso che sta facendo tantissimo per Padova". Così la nuova fiammata del virus non trova impreparata la città. "Stiamo facendo un passo avanti. In ognuno dei sei quartieri stanno nascendo tavoli di co-progettazione con tutte le associazioni, le consulte, le parrocchie, i gruppi informali, gli scout che progettano modalità di risposta specifiche.
Grazie anche all'originale iniziativa "Va'Buono" - un cofanetto da regalare che dona a chi lo riceve la possibilità di fare volontariato con formazione e assicurazione inclusi - in questi giorni stiamo attivando centinaia di nuovi volontari per rispondere al meglio alla nuova situazione". Nel frattempo - complice anche la tregua estiva del virus e la possibilità di svolgerli online- gli eventi non si sono fermati, ma l'azione concreta ha reso più forte il 2020 di Padova. "L'aspetto più rilevante - conclude Alecci - è che abbiamo imparato tutti a lavorare insieme, mentre uno dei grandi limiti del volontariato in Italia è proprio l'operare per compartimenti stagni". Padova 2020 lascia, in un momento difficile, un ricco testimone ad un'altra grande città europea che sarà Capitale del Volontariato 2021.
"Siamo onorati di riceverlo in occasione della Giornata Internazionale del Volontariato il 5 dicembre - afferma Sawsan Chebli, Segretario permanente per la cittadinanza attiva di Berlino - e non vediamo l'ora di mostrare la varietà e l'impatto della società civile di Berlino. Puntiamo a rendere visibile e apprezzata la diversità della partecipazione civica esistente a Berlino e ad ispirare le persone a impegnarsi e a partecipare alla nostra vivace comunità".











