di Gaetano Sassanelli*
Gazzetta del Mezzogiorno, 1 marzo 2021
Durante il primo lockdown, mi era capitato di subire lo sfottò, simpaticamente piccato di un cliente che diceva "Ha visto avvoca' cosa si prova a stare ai domiciliari?". Io sorridevo, ma non ero ancor ben conscio che un anno dopo, la vita "per sottrazione" avrebbe avuto un sapore amaro, frustrato e non sempre apprezzato. Ogni piccola concessione al tempo ritrovato è un pezzo di vita che si ricompone: ogni passeggiata, ogni chiacchierata con gli amici, una piccola tessera di cui sono diventato geloso e sempre più avido.
di Fausto Carioti
Libero, 1 marzo 2021
Da Carlo Nordio, ex pm e giurista di cultura anglosassone (una mosca bianca, in Italia), solo un avvertimento, quasi una preghiera a Marta Cartabia e Mario Draghi: niente "compromessi pasticciati" sulla giustizia. La maggioranza è quella che è, la componente "giacobina" al suo interno è molto forte ed è meglio fare poche cose, e farle nel modo corretto, piuttosto che puntare a grandi riforme delle quali, poi, ci si debba pentire.
di Dario Basile
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Operaio, comunista, rapinatore di banche, carcerato, scrittore, poeta. Si può riassumere così la storia di Sante Notarnicola, ricordato per essere stato uno dei componenti della banda Cavallero, il gruppo di operai che negli anni Sessanta sognava di fare la rivoluzione prendendo d'assalto le banche. La biografia di questo uomo, oggi ottantaduenne, si intreccia con alcune fasi cruciali della storia recente di Torino e del nostro Paese.
Notarnicola ha vissuto la grande migrazione dal Meridione, le prime lotte operaie, le Brigate Rosse e le proteste nelle carceri. Ma è come se avesse attraversato questi eventi in modo laterale, non da protagonista ma da ribelle. La storia di Sante
Notarnicola incomincia nel 1938 a Castellaneta, nell'entroterra pugliese, poi a tredici anni emigra a Torino dove vive con gli zii, in Barriera di Milano a pochi passi dalle fonderie Fiat. Siamo agli inizi degli anni Cinquanta. Introdotto dallo zio, Notarnicola comincia fin da subito a frequentare la sezione del Pci di zona, un ambiente ospitale per lui che arriva da tanto lontano e non conosce ancora nessuno in città. Grazie a quel circolo riesce anche a trovare i primi lavori da manovale. Inizia così la sua attività politica, la distribuzione dei volantini, le riunioni, le scritte sui muri e le botte con i giovani di destra. In sezione Notarnicola conosce quelli che sarebbero poi diventati i suoi compagni di banda: Pietro Cavallero, torinese e figlio di un falegname e Danilo Crepaldi, ex partigiano e operaio della Fiat. Un giorno Crepaldi invita Cavallero e Notarnicola a casa sua, in via S. Donato. Aperto l'armadio moni stra agli amici una pistola mitragliatrice Sten. Sante Notarnicola è il più giovane del gruppo e rimane un po' spaesato.
È allora che i suoi compagni gli parlano della necessità di distaccarsi dall'azione poco efficace del partito, bisogna prepararsi alla rivoluzione. Crepaldi illustra agli altri due la sua idea: recuperare le armi non più utilizzate dagli ex partigiani per preparare la battaglia di classe. Ma le armi costano e così decidono di reperire i soldi necessari dedicandosi alle rapine. La prima azione armata viene diretta ai danni della Fiat, un gesto anche simbolico contro i padroni della fabbrica.
Il colpo viene effettuato con uno stile da guerriglia, l'obiettivo è il gabbiotto dei vigilanti per rubare le buste paga degli operai del turno di notte. Lo stile dell'assalto è completamente nuovo e lascia sbigottiti sia gli investigatori sia i giornali, che si domandano chi possano essere quei banditi. Siamo nel maggio del 1959. Poi i tre decidono di prendersi una pausa.
Passano un po' di anni e ciascuno torna alle proprie attività. Dopo quattro anni, la banda decide di riprendere in mano le armi per assaltare l'istituto San Paolo di via Onorato Vigliani. Fu quella la prima di una lunga serie di rapine a mano armata, che vanno avanti per quattro anni e mezzo. Gli investigatori faticano a individuare questo gruppo estraneo ai circuiti criminali. Poi il 25 settembre 1967 l'ultimo colpo. La banda, armata di mitra e pistole, assalta l'agenzia del banco di Napoli di largo Zandonai a Milano. Ma ad aspettarli questa volta c'è la polizia.
Inizia l'inseguimento e segue una dura sparatoria per le vie della città. Negli scontri vengono colpiti a morte quattro passanti: un autista, un artigiano, una donna e uno studente. Il bilancio totale include il ferimento di sei agenti e di sedici passanti. Sante Notarnicola e Pietro Cavallero riescono a fuggire nelle campagne ma qualche giorno dopo vengono arrestati all'interno di un casello abbandonato. I due sono condannati all'ergastolo e durante la sentenza cantano "Figli dell'officina", un inno del movimento anarchico.
Nelle carceri incomincia la seconda vita di Notarnicola. L'ex bandito decide di dedicarsi alla lotta per i diritti dei detenuti, prendendo parte a diverse rivolte. Dietro le sbarre incomincia a scrivere, compone poesie e redige la sua biografia, che viene pubblicata nel 1972 da Feltrinelli. Seguiranno molte altre sue pubblicazioni. Nel novembre del 1976 Notarnicola tenta con altri detenuti un'evasione impossibile dal carcere di massima sicurezza di Favignana. Impresa che lui stesso racconta in una poesia: "Scavammo un tunnel, lungo più di otto metri, graffiando il tufo, con le unghie. Poi una notte, riuscimmo a vedere le stelle, il cielo aperto.
Ma il tradimento covava, in alcuni uomini, paghi di rimanere schiavi". Da dietro le sbarre Notarnicola riesce anche a tessere dei rapporti con le nascenti Brigate Rosse, che lo includono nell'elenco dei prigionieri di cui le Br chiedono lo scambio con la libertà di Aldo Moro.
Oggi Sante Notarnicola è in libertà e vive a Bologna, dove ha gestito fino a qualche anno fa un locale, il pub Mutenye, che lui definisce un luogo dello spirito, divenuto anche ritrovo per artisti e scrittori come Erri De Luca. Questi pochi versi, scritti da Notarnicola, riassumono bene la sua vita da ribelle: "Mi inseguono gli anni ma, fin dall'inizio, il patto era chiaro e a nulla valgono scorie e tormenti".
La Repubblica, 1 marzo 2021
Si tratta di Wilhelm Stark, accusato di vari eccidi commessi nel 1944 in varie località dell'Appennino tosco-emiliano, e di Alfred Stork (97 anni), ritenuto responsabile di una delle stragi avvenute sull'isola di Cefalonia nel settembre 1943 nei confronti dei militari della Divisione Acqui. Nessuno dei due ha mai fatto un giorno di carcere o di detenzione domiciliare.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 1 marzo 2021
Si spacca pure l'Antimafia. Salta l'audizione di Palamara. Era stato convocato per domani ma manca il numero legale. I radicali insistono: "Sia ascoltato presto". Non era mai accaduto che la Commissione parlamentare Antimafia si spaccasse in modo così netto e soprattutto anomalo.
di Alessandro D'Avenia
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Il 6 marzo ricorre "La giornata dei Giusti dell'umanità", dedicata a tutte le persone che hanno difeso la vita umana e la sua dignità in situazioni drammatiche. La ricorrenza invita le scuole a "organizzare, nell'orario scolastico, iniziative mirate a far conoscere ai giovani le storie di vita dei Giusti, a renderli consapevoli di come ogni persona debba ritenersi chiamata in causa, in ogni tempo e luogo, contro l'ingiustizia".
La concezione di Giusto contenuta in questa celebrazione viene dalla cultura ebraica che riteneva tale l'uomo capace di distinguere il bene dal male e di assumersene la responsabilità: chi si oppone - come può - al male e fa - come può - il bene. Per questo motivo amo le strane parole di Cristo nel sesto capitolo del racconto di Matteo: "Non preoccupatevi dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?".
Il Padre vostro, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena". Di che giustizia si parla e come può mai venir prima di mangiare, bere, vestirsi? Idealismo da sognatore o sfida per una felicità per noi impensabile? C'è un essenziale che viene dal nostro essere animali e un essenziale che viene dal nostro essere umani? O l'uomo è davvero solo un lupo per l'altro uomo?
Gli animali sono guidati dall'istinto verso ciò che serve loro per sopravvivere, l'uomo invece sembra sopra-vivere, vive oltre i bisogni primari: dà loro senso attraverso progetti, ricordi, desideri, simboli (nessun animale apparecchia la tavola o regala un fiore). Sembra esserci per noi una vita più essenziale di quei bisogni che sono dati "in aggiunta" non perché non siano primari, ma perché in realtà sono secondari rispetto a "cercare il regno di Dio e la sua giustizia", e la giustizia è prendersi cura del mondo come il Padre si prende cura delle creature (il passo di Matteo parla della cura che Dio ha per i fiori più fragili): più corretto sarebbe dire "giustezza", perché la giustizia ha come riferimento la legge, la giustezza il bene dell'altro.
Questo libera dall'ansia tipica dell'egoismo, "il domani si preoccupa di se stesso", non noi, perché "ogni giorno ha già la sua pena". Non si tratta di una visione negativa ma di una presa di posizione che porta a rispondere all'incompiutezza della vita. Io interpreto infatti la frase così: "ogni giorno vale la pena", ogni 24 ore ci sono cose e persone che hanno bisogno di me per fare un passo verso il loro compimento e nell'aiutarle a farlo io compio me stesso.
Se facessi il mio lavoro solo per lo stipendio e la pensione mi angoscerei e perderei l'essenziale: la gioia di fare l'insegnante. Invece "vale la pena" fare una bella lezione, guardare con attenzione ogni studente, essere gentile con i colleghi... perché questo mi porta fuori dal "mio mondo" primario e mi apre "all'altro mondo" (l'aldilà è sempre aldiquà, all'inferno o in paradiso non si va, ma ci si è già): fare così, o almeno provarci, a poco a poco mi ha portato dove non mi sarei mai aspettato, perché scoprire ogni giorno un "nuovo mondo" è sì faticoso, ma rende la vita avventurosa e libera dall'ansia di ciò che non è sotto il nostro controllo.
Ciò che è dato "in aggiunta", pur essendo primario per l'animale, non è tale per noi perché è solo l'ambito entro il quale può accadere la "giustezza". Tutte le volte che non la cerco come fine divento insoddisfatto e nervoso: le cose "in aggiunta" finiscono con il dominarmi, invece la giustezza libera e accresce.
Borges lo dice così nella poesia I giusti: "Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire./ Chi è contento che sulla terra esista la musica./ Chi scopre con piacere un'etimologia./ Due impiegati che in un caffè giocano in silenzio agli scacchi./ Il ceramista che immagina un colore e una forma./ Il tipografo che compone bene una pagina che forse non gli piace./ Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto./ Chi accarezza un animale addormentato./ Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto./ Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson./ Chi preferisce che abbiano ragione gli altri./ Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo".
La salvezza del mondo è alla nostra portata, il "regno di Dio" è un posto dove ci si prende cura del compimento delle cose incompiute: "ogni giorno vale la pena". Il 6 marzo potremmo leggere questa poesia in classe e raccontare ai ragazzi un Giusto: chi è stato capace di dare e non solo di prendere, come facevano, senza che nessuno lo sapesse, Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci. E poi chiedere ai ragazzi come saranno Giusti, a partire da quelle 24 ore.
anteprima24.it, 1 marzo 2021
"Esprimo cordoglio e vicinanza alla famiglia dell'agente Angelo De Pari, 56 anni, sposato, morto oggi al Covid center dell'ospedale di Maddaloni. È il terzo operatore morto di Carinola che si è ammalato ad inizio mese. In diverse regioni è partita la vaccinazione per agenti di polizia penitenziaria in Campania no. Il 21 gennaio il commissario per l'emergenza Covid Domenico Arcuri aveva assicurato: "In un momento successivo a chi ha più di 80 anni è previsto che detenuti e personale carcerario possano ricevere la vaccinazione" Così non è stato. Non si sono completate le fasce di età più a rischio e si è iniziato con docenti, personale scolastico, psicologi". Cosi Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti.
"Ho chiesto all'amministratore dell'Asl Na 1 centro competente per le carceri di Poggioreale e Secondigliano di intervenire, pur comprendendo che non arriva in Campania un numero adeguato di vaccini. Chiedo la convocazione urgente dell'Osservatorio regionale della sanità penitenziaria. In Campania dall'inizio della pandemia siamo a cinque agenti morti, quattro detenuti e un medico del carcere di Secondigliano. Non si può continuare a morire di carcere e in carcere. Il carcere, come si sta vedendo, è tutt'altro che un luogo immune al virus, come invece dichiarato dalla politica e da improvvidi operatori dell'Amministrazione penitenziaria".
Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2021
Lo ha chiarito il Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana con il decreto n. 39 del 25 febbraio 2021. La carenza di dotazione informatica per partecipare all'udienza di discussione da remoto, in capo ad una parte, non costituisce giusto motivo per opporsi alla domanda di discussione da remoto tempestivamente proposta dalla controparte. Lo ha stabilito il Consiglio di giustizia amministrativa per la regione siciliana con il decreto n. 39 del 25 febbraio 2021, respingendo l'opposizione del comune di Catania contro il ricorso per revocazione di una sentenza del 2017 presentato dalla capogruppo di un'Ati.
Il Municipio aveva dichiarato di opporsi in quanto impossibilitato alla discussione telematica: "non essendo l'ufficio fornito né di webcam, né di casse acustiche o cuffie per l'ascolto né di microfono per poter interloquire". La C.g.a. ha chiarito che la facoltà di discussione orale "sintetica", prevista dall'articolo 73 comma 2, c.p.a., integra esplicazione del diritto di difesa (art. 24 Cost.) ed invera il precetto di garanzia del contraddittorio di cui all'art. 111, comma 3, Cost..
Si tratta pertanto di "posizione di diritto potestativo, che rientra nella lata discrezionalità del difensore tecnico della parte, ed il cui esercizio non può essere aprioristicamente negato, fatte salve ipotesi del tutto residuali". Al contrario, la "opposizione alla discussione" pur prevista, in astratto, dall'art. 4, Dl n. 28 del 2020, integra "rimedio ad eventuali distorsioni che la richiesta di discussione dovesse arrecare alla dialettica processuale", in ipotesi-limite "certamente non ricorrenti nel caso di specie".
In definitiva per il C.g.a. la asserita carenza di dotazioni informatiche che consentano la partecipazione alla discussione da remoto, in capo ad una delle parti processuali (e per esse alla difesa tecnica prescelta), "non può integrare giusta causa tale da limitare il diritto processuale di controparte, dovendosi in contrario osservare che ciò costituisce, per un verso, inconveniente facilmente rimediabile, e sotto altro profilo, lacuna/carenza che rientra nella sfera gestoria della parte processuale che accampa simile impedimento, cui la stessa, ove lo ritenga, può porre rimedi".
di Simone Marani
altalex.com, 1 marzo 2021
Nessun ristoro se la cella è molto stretta ma il detenuto ha comunque libertà di movimento all'esterno (Cass. Sezioni Unite, sentenza n. 6551/2021). Le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione, con la sentenza del 19 febbraio 2021, n. 6551 (testo in calce), sono state chiamate a risolvere la questione di diritto "Se, in tema di conformità delle condizioni di detenzione all'art. 3 Cedu, come interpretato dalla Corte EDU, lo spazio minimo disponibile di tre metri quadrati per ogni detenuto debba essere computato considerando la superficie calpestabile della stanza ovvero quella che assicuri il normale movimento, conseguentemente detraendo gli arredi tutti senza distinzione ovvero solo quelli tendenzialmente fissi e, in particolare, se, tra questi ultimi, debba essere detratto il solo letto a castello ovvero anche quello singolo".
La condizione di detenzione non comporta per il soggetto ristretto la perdita delle garanzie dei diritti affermati dalla Cedu che, al contrario, assumono specifica rilevanza proprio a causa della situazione di particolare vulnerabilità in cui si trova la persona.
Secondo la consolidata giurisprudenza della Corte EDU, l'art. 3 della Convenzione, nel sancire uno dei valori fondamentali delle società democratiche, pone a carico degli Stati contraenti non solo obblighi negativi, ma anche più incisivi obblighi positivi per assicurare ad ogni individuo detenuto condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana. Di conseguenza, una pena, pur legalmente inflitta, può tradursi in una violazione della Convenzione qualora comporti una compressione dei diritti convenzionali non giustificata dalle condizioni di restrizione.
Con la pronuncia della Grande Camera del 20 ottobre 2016, la corte ricomprende il complesso delle condizioni di detenzione, positive e negative, in una valutazione unitaria, rispettosa della dignità dell'essere umano detenuto, per il quale l'esperienza carceraria è unica, come è unitaria la valutazione del suo carattere inumano o degradante, e specifica, inoltre, la portata e le caratteristiche del tema dello spazio ridotto riservato ad ogni detenuto in conseguenza del sovraffollamento carcerario.
La Corte EDU afferma che il calcolo della superficie disponibile nella cella deve includere lo spazio occupato dai mobili e che è importante determinare se i detenuti abbiano la possibilità di muoversi normalmente nella cella.
Occorre, quindi, attribuire rilievo, ai fini della possibilità di movimento in una stanza chiusa, quale è la cella, ad un armadio fisso oppure ad un pesante letto a castello che equivalgono ad una parete; in tale ottica la superficie destinata al movimento nella cella è limitata dalle pareti, nonché dagli armadi che non si possono in alcun modo spostare e che, quindi, fungono da parete o costituiscono uno spazio inaccessibile. Quando la Corte afferma che il calcolo della superficie disponibile nella cella debba includere lo spazio occupato dai mobili, con tale ultimo sostantivo intende riferirsi soltanto agli arredi che si possono facilmente spostare da un punto all'altro della cella. E' escluso dal calcolo lo spazio occupato dagli arredi fissi, tra cui rientra anche il letto a castello.
In definitiva, gli ermellini enunciano il principio di diritto secondo il quale, nella valutazione dello spazio minimo di tre metri quadrati si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello.
Occorre poi accertare se nel caso di accertata violazione dello spazio minimo, possa comunque escludersi la violazione dell'art. 3 della Convenzione nel concorso di altre condizioni quali la sufficiente libertà di movimento all'esterno della cella o se, al contrario, quando lo spazio individuale nella cella collettiva sia inferiore a tre metri quadrati, la detenzione debba sempre essere considerata inumana e degradante, in quanto non conforme all'art. 3 Cedu.
Sempre secondo la Corte EDU, la sussistenza di altri fattori negativi, quali la mancanza di accesso al cortile o all'aria e alla luce naturale, la cattiva aerazione, una temperatura insufficiente o troppo elevata nei locali, la assenza di riservatezza nelle toilette e le cattive condizioni sanitarie ed igieniche possono comportare la violazione dell'art. 3 della Convenzione.
Principio che porta gli ermellini a sancire un altro principio di diritto secondo il quale "i fattori compensativi costituiti dalla breve durata della detenzione, dalle dignitose condizioni carcerarie, dalla sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella mediante lo svolgimento di adeguate attività, se ricorrono congiuntamente, possono permettere di superare la presunzione di violazione dell'art. 3 Cedu derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a tre metri quadrati; nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i tre e i quattro metri quadrati, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono alla valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all'istanza presentata ai sensi dell'art. 35-ter ord. pen.".
di Mary Liguori
Il Mattino, 1 marzo 2021
Da isola felice a inferno. In pochi mesi, il carcere di Carinola è passato da zero casi Covid a 41 positività accertate, tra personale e detenuti, ma, quel che è peggiore, è il bilancio delle vittime. Con la morte dell'assistente capo coordinatore Angelo De Pari, avvenuta ieri in mattinata al Covid hospital di Maddaloni, sale a tre il numero di agenti di polizia penitenziaria in servizio a Carinola uccisi dal covid nelle ultime due settimane. Una strage.
De Pari si era ammalato ai primi di febbraio. Il suo tampone risultò positivo nell'ambito dello screening disposto in seguito al contagio dell'agente Antonio Maiello, il 52enne deceduto poi due settimane fa. Da quel momento, i tamponi eseguiti nel penitenziario hanno rimandato numeri sempre più drammatici. Attualmente, i poliziotti positivi sono 30, di cui 5 ricoverati in terapia intensiva, 9 i detenuti contagiati, mentre nel personale sanitario si registrano due casi. La morte di De Pari è avvenuta ventiquattro ore dopo il decesso del 50enne Pino Matano e una settimana dopo la scomparsa di Adriano Cirella, poliziotto di 57 anni in servizio a Secondigliano. La strage di agenti getta benzina sul fuoco delle polemiche che infuriano ormai da giorni.
Diverse regioni hanno avviato la campagna vaccinale sul personale di polizia delle carceri. La profilassi non è invece ancora iniziata in Campania. Fino al 31 gennaio sono stati somministrati 12.481 tamponi ai detenuti campani, più della metà tra Poggioreale e Secondigliano; 5312 quelli eseguiti sugli agenti. Al momento, sono positivi 52 agenti e 24 detenuti in tutta la regione (9 a Carinola, 16 a Poggioreale e uno a Salerno). Ieri, dopo il decesso dell'assistente capo De Pari, Samuele Ciambriello si è di nuovo rivolto alle autorità sanitarie.
"Il 21 gennaio il commissario Arcuri aveva assicurato che, dopo gli ultraottantenni, sarebbe toccato ai detenuti e al personale carcerario, ma così non è stato. Ho chiesto all'Asl Na 1 centro, competente per le carceri di Poggioreale e Secondigliano, di intervenire, pur comprendendo che non arriva in Campania un numero adeguato di vaccini". "Chiedo la convocazione urgente dell'Osservatorio regionale della sanità penitenziaria. - continua l garante dei detenuti - Nella nostra regione, dall'inizio della pandemia, sono morti 5 agenti, 4 detenuti e un medico in servizio a Secondigliano".
Sulla stessa linea i sindacati di polizia penitenziaria che da giorni hanno dichiarato lo stato di agitazione a Carinola. L'Ussp denuncia "ritardi nella gestione del rischio contagio e per i vaccini agli agenti che, sin dall'inizio, abbiamo chiesto di considerare al pari del personale delle Rsa". Sos al primo ministro Draghi e al guardasigilli Cartabia "affinché si adoperino per la sicurezza della polizia penitenziaria". Durissima anche la posizione del Sappe.
"Potrebbero essere stati sottovalutati i primi segnali di positività, i tamponi al personale sono stati eseguiti a distanza di un congruo tempo dai primi accertamenti e molto precaria è stata anche la predisposizione di dispositivi di protezione individuali. Chiediamo che sia aperta una inchiesta amministrativa sui contagi nel carcere di Carinola".
Sos anche da Lorenza Sorrentino, segretario regionale Fns-Cisl: "Il rischio che la situazione epidemiologica degeneri ancora è concreto. - ha detto - Servono interventi urgenti, con i vaccini, integrazione di personale, strutture adeguate come più volte già rappresentato nelle sedi competenti dalla Fns-Cisl. Tutto ciò per Carinola, ma anche per le altre carceri della Campania".
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