di Glauco Giostra
Avvenire, 29 novembre 2020
L'emergenza Covid, i nuovi appelli e ciò che non si è voluto fare. Disinnescare in modo sano la bomba-virus nelle carceri": era il titolo dato a un mio articolo apparso su queste pagine nel marzo scorso. Se lo richiamo non è perché esprimesse una speciale lungimiranza: si limitava soltanto a constatare che vi erano le premesse di un dramma prossimo venturo e a indicare qualche possibile frangiflutto da predispone per arginare almeno in parte lo tsunami in arrivo. L'ho voluto ricordare per denunciare ancora una volta il deprecabile andazzo italico di intervenire soltanto a tragedia avvenuta, anche quando questa fosse ampiamente prevedibile.
di Liana Miella
La Repubblica, 29 novembre 2020
Il Garante dei detenuti: "Giusta la preoccupazione di chi vede prigioni troppo affollate, ma attenzione a non illudere chi sta dentro con promesse di sconti impossibili". "Nelle carceri l'emergenza c'è, ma attenzione a non illudere i detenuti su sconti impossibili". Il Garante dei detenuti, Mauro Palma, è un costante "viaggiatore nelle prigioni". Incurante del Covid, tra un tampone e l'altro, percorre la penisola detenuta. E a Repubblica dice: "Da sempre le misure a favore di chi sconta una pena sono sempre impopolari, chi le decide però non può essere troppo sensibile alle polemiche".
di Daniela De Robert
garantenazionaleprivatiliberta.it, 29 novembre 2020
Qualche doveroso numero del sistema penale - Nonostante i numeri della diffusione del contagio in carcere siano - giustamente - resi noti dal Ministero della giustizia sul proprio sito, non vogliamo deludere coloro che affidano a questa nostra più o meno settimanale pubblicazione l'informazione sull'andamento della diffusione del virus: oggi le persone detenute positive sono 882 e sono distribuite in 86 Istituti (sul totale di 192 strutture penitenziarie).
di Giulio Isola
Avvenire, 29 novembre 2020
Campagna dei Radicali sui rischi del sovraffollamento. Ma anche polemiche per le possibili scarcerazioni. I "ristretti" dovrebbero essere distanziati. La contraddizione tra prigioni e contagi è palese fin nei termini, e non a caso alcuni militanti radicali stanno praticando da giorni lo sciopero della fame "per chiedere al governo e al Parlamento di prendere misure adeguate affinché il Covid- 19 non dilaghi ulteriormente nelle carceri".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 29 novembre 2020
Parla Domenico De Rossi: "Ma che razza di Paese è questo che costringe allo sciopero della fame per avere diritti e rispetto della Costituzione?". Domenico Alessandro De Rossi, presidente del Centro europeo studi penitenziari, lo dice dopo aver aderito alla staffetta dello sciopero della fame a sostegno della protesta iniziata lo scorso 10 novembre da Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, per sensibilizzare la politica sulle condizioni nelle carceri in questo periodo di pandemia.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2020
A edicole unificate, Roberto Saviano su Repubblica, Sandro Veronesi sul Corriere e Luigi Manconi sulla Stampa hanno scritto tre articolesse quasi identiche per unirsi per un paio di giorni allo sciopero della fame dei radicali e detenuti a favore di amnistia e/o indulto e/o altre tre misure svuota-carceri per "far uscire qualche migliaio di persone": bloccare l'esecutività delle condanne definitive (cioè lasciare a spasso i nuovi pregiudicati); estendere a tutti i condannati, senza distinzioni di reati, la detenzione domiciliare speciale del dl Ristori (cioè mandare a casa anche i mafiosi e i terroristi, saggiamente esclusi dal governo); allungare la liberazione anticipata dagli attuali 45 giorni l'anno a 75 (cioè cancellare due mesi e mezzo da ogni anno di pena da scontare).
Il tutto per scongiurare la presunta "strage" da Covid, con tanto di "condanne a morte" decise dal governo cattivo. I tre si dipingono come intellettuali scomodi, censurati ed emarginati dai media, alfieri di una battaglia che richiede "una grossa dose di coraggio": infatti occupano tre pagine sui tre principali quotidiani italiani.
Noi pensiamo che i detenuti, a parte le restrizioni previste dalla legge, debbano godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Quindi, se davvero la situazione fosse l'apocalisse descritta dal trio, ci assoceremmo immantinente al grido di dolore. Per fortuna i dati - quelli veri, non i loro - dicono l'opposto: le carceri restano il luogo più sicuro, protetto e controllato del Paese: 5 morti da febbraio su 54.363 (contro i 29 reclusi morti in Gran Bretagna). E solo una mente disturbata può pensare di difendere i detenuti dal Covid mandandoli a casa (per chi ne ha una). Che, trattandosi di gente perlopiù povera, è di solito un ambiente altrettanto esiguo, promiscuo, sovraffollato, ma per giunta incontrollato.
Già nella prima ondata i "garantisti" all'italiana strillavano all'"olocausto" nelle carceri, accusando il ministro Bonafede di non metter fuori nessuno, mentre altri geni gli imputavano di metter fuori centinaia di boss (che poi erano tre). Risultato: 3 morti da marzo a maggio e picco massimo di 140 contagiati sui 51mila detenuti di allora. Un'inezia, in rapporto ai dati nazionali. Del resto, bastava un po' di buonsenso: contro un virus che si combatte con l'isolamento, chi è già isolato è avvantaggiato rispetto a chi non lo è; e rimetterlo in circolazione non riduce il rischio che si contagi, ma lo aumenta.
Ora che la seconda ondata è più diffusa e uniforme in tutta Italia, anche le carceri ne risentono. Sugli attuali 53.720 detenuti (dati del 24 novembre: chissà dove Saviano ne ha visti "oltre 60mila"), i morti sono 3 e i positivi 826 (l'1,5% del totale). Di questi, 772 sono asintomatici, cioè non malati (93,5%), 32 paucisintomatici curati nelle strutture carcerarie e 22 sintomatici in ospedale. Poi ci sono gli agenti penitenziari: 970 positivi su circa 36mila, di cui 871 asintomatici (90%) e 99 sintomatici (10%).
Ma sommarli ai detenuti, come fanno i tre tenori per raddoppiare i positivi in carcere, non ha senso, perché gli agenti positivi non mettono piede in carcere: 941 sono isolati in casa (97%), 19 in caserma e 10 in ospedale. Idem per il personale amministrativo e dirigenziale (72 positivi). Chi conosce i dati sul Covid (quelli veri) noterà la percentuale enorme di positivi asintomatici in carcere (93,5%) rispetto a chi sta fuori (55-60%).
Il perché è presto spiegato: in carcere chiunque entri per iniziare la detenzione ("nuovo giunto") viene sottoposto a tampone, resta isolato per 10-14 giorni e va in cella con gli altri solo dopo il secondo test negativo; per chi invece è già lì, appena si scopre un positivo scatta il tampone per tutti gli ospiti dell'istituto.
Quindi la copertura di screening è pressoché totale, cosa che ovviamente non avviene per chi sta fuori: su 60 milioni di italiani, ogni giorno ne vengono testati 200-220 mila, spesso gli stessi che fanno il secondo tampone o più coppie di test. Il che rende ridicola la tesi del trio Saviano-Veronesi-Manconi, secondo cui si rischia il Covid più dentro che fuori. È vero il contrario: su 51mila detenuti, l'indice di positività è dell'1,5%, mentre sui 220-200 mila cittadini liberi testati al giorno è dell'11-12% (che sale addirittura al 23-24 escludendo i secondi tamponi e quelli ripetuti dagli stessi soggetti).
Il che smentisce platealmente la tesi di Saviano-Veronesi-Manconi. È falso che le carceri registrino "un tasso di infetti circa 10 volte superiore a quello, già pesante, che c'è fuori" (Veronesi), anche perché nessuno sa quanti siano i positivi fuori. Ed è falso che il governo - in particolare Bonafede e il Dap - se ne freghi per "indifferenza", "ottundimento", "paralisi", "disumanità" e sadica sete di "tortura". Anzi i protocolli finora adottati, con i test, i triage, gli isolamenti hanno circoscritto i contagi.
E il sovraffollamento endemico delle carceri (che dipende dalla carenza di posti cella in rapporto al numero dei delinquenti, non certo da un eccesso di detenuti, il cui numero è inferiore alle medie europee) è stato alleviato senza tana liberi tutti, ma con misure equilibrate: la semilibertà prolungata (chi deve rientrare la sera dorme a casa) e la detenzione domiciliare speciale (con braccialetto elettronico per i casi più gravi, esclusi mafiosi e altri soggetti pericolosi). Se i numeri cambieranno, ne riparleremo. Per ora l'unica strage in corso nelle carceri è quella della verità.
di Viviana Lanza
Il Manifesto, 29 novembre 2020
L'università Federico II è entrata in carcere per garantire il diritto allo studio, ma cosa fanno per i detenuti le altre istituzioni in Campania? C'è un burrone dopo lo studio in cella e manca un ponte tra il mondo fuori e quello dietro le sbarre. Tra i detenuti iscritti a Scienze erboristiche e scarcerati nell'ultimo anno, nessuno ha proseguito gli studi nonostante i docenti del Polo universitario federiciano abbiano dato massima disponibilità. Il problema è che spesso il mondo fuori non concede alternative e non dà concretezza a una seconda possibilità.
Chi esce di prigione torna, il più delle volte, nel proprio ambiente di origine dove l'impegno universitario viene ostacolato più che incoraggiato e dove la necessità di trovare un lavoro per vivere diventa l'unica esigenza da soddisfare. L'Italia ha il più alto numero di iscritti all'università, ma il minor numero di laureati in Europa e in carcere il diritto allo studio è garantito in 75 istituti penitenziari su 190. Ci sono 69 detenuti laureati e 514 diplomati, ma anche più di 390 analfabeti.
A Napoli il Polo universitario penitenziario della Federico II, all'interno del carcere di Secondigliano, è una delle esperienze più virtuose di sinergia tra le istituzioni università, provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e direzione dell'istituto di pena. Ed è un progetto su cui il rettore Matteo Lorito, di recente eletto alla guida dell'università Federico II, e la professoressa Marella Santangelo, responsabile del Polo, hanno promesso di continuare a investire: il Polo universitario per le detenute donne è già un progetto concreto, quello minorile rivolto ai reclusi più giovani è un'idea a cui si sta lavorando e una maggiore sinergia tra studenti fuori e dentro il carcere è uno step solo rimandato a causa della pandemia. Resta, tuttavia, il nodo legato alle opportunità una volta fuori dal carcere di cui si è discusso in occasione della Notte dei ricercatori.
Quel "ponte tra dentro e fuori" di cui parla Nello, detenuto del carcere di Secondigliano e studente in Scienze erboristiche. "Siamo studenti come altri - dice intervenendo alla Notte dei ricercatori per la prima volta aperta anche agli studenti che vivono reclusi negli istituti di pena - Uno scambio farebbe bene sia a noi sia a chi sta fuori e non conosce il carcere, per abbattere i pregiudizi che ancora ci sono sul carcere". "L'opinione pubblica ci guarda sempre con pregiudizio e la politica pensa più alle prossime elezioni che alle prossime generazioni" dice Alessandro, studente detenuto. "L'università in carcere è come una cattedrale nel deserto" osserva Diego che in cella studia Economia e Commercio.
"Studiare in carcere serve ad accrescere il proprio bagaglio culturale ma rischia di essere qualcosa fine a se stesso se una volta fuori non si riesce a metterlo in pratica" commenta Sebastiano, detenuto e studente al terzo anno di Giurisprudenza. L'inserimento lavorativo è una nuova sfida. "Partendo dalle criticità di oggi si può puntare più in alto - sottolinea la professoressa Santangelo - Non devono esserci lauree di serie A e lauree di serie B". Lo studio in carcere non è solo una bella storia. "È parte della nostra missione - ribadisce il rettore Lorito. Ogni laureato per noi è importante, porta evoluzione sociale. Andremo avanti con questo progetto, abbiamo le risorse per farlo". L'obiettivo per il futuro è un ulteriore salto di qualità.
"E mandare a sistema la programmazione" aggiunge la direttrice del carcere di Secondigliano, Giulia Russo. "Lo studio in carcere è ancora a macchia di leopardo, bisognerebbe estenderlo a più istituti di pena - osserva il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello - Solo con la cultura si può garantire al detenuto il diritto a ricominciare, a ricostruire, a ricollegarsi con la società"
di Paolo Calia
Il Gazzettino, 29 novembre 2020
Quelle parole non potevano lasciarlo indifferente. Ha aspettato che qualcosa accadesse, che ci fosse un vero ravvedimento, poi ha deciso di prendere in mano la situazione. E durante un'intervista a Radio Radicale l'ex giudice Carlo Nordio è stato molto chiaro: "Sto pensando di dare le dimissioni dal ruolo di consulente della commissione parlamentare antimafia perché non me la sento di frequentare una Commissione presieduta da una persona che si è espressa come si è espressa su Jole Santelli".
Qualche ora dopo riduce lo spazio del dubbio: "Magari sono stato troppo impulsivo ad anticipare la mia decisione alla stampa. Ma ormai è presa. La confermerò anche davanti alla commissione. Se invece l'attuale presidente decidesse di lasciare il suo incarico, allora cambierebbe tutto".
Il suo obiettivo è Nicola Morra, senatore eletto tra le fila del Movimento 5 Stelle, presidente della commissione, che qualche giorno fa ha sollevato un vespaio parlando di Jole Santelli, governatrice della Calabria morta il 15 ottobre scorso per un tumore. "Il mio è un rimprovero - aveva detto Morra - sarò politicamente scorretto, ma era noto a tutti che la presidente della Calabria Santelli fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c'era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto, è la democrazia, ognuno dev'essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, perché sei grande e grosso".
Concetti ruvidi, criticati aspramente da tutti, letti come un attacco ingiustificato verso una persona fiaccata dal male ma, nonostante questo, ancora così forte da accettare la sfida di guidare una regione a dir poco difficile. Morra si era poi scusato per essere andato così oltre le righe, ma non si è dimesso dal suo incarico come invece gli veniva chiesto da più parti.
E Nordio adesso vuole andarsene, non tanto come segno di protesta, ma per rispetto. I suoi principi, la sua storia di magistrato e giudice che ha lottato a lungo contro la malavita organizzata, quasi glielo impongono. E le dimissioni non date di Morra sono un peso insopportabile: "Se Morra si debba dimettere o meno è affare della sua coscienza - sottolinea - ma io sono rimasto addolorato e sbalordito da quelle parole, insensate.
"Non potrei stare allo stesso tavolo con lui". E poi ricorda i suoi rapporti con la Santelli che, prima di prendere in mano le redini di una fetta d'Italia così complessa come la Calabria, è stata parlamentare occupandosi di Giustizia: "Quando presiedevo la commissione per la riforma del codice penale - ricorda Nordio - e frequentavo il ministero della giustizia, pur continuando a fare il magistrato a Venezia, avevo avuto rapporti molto frequenti con l'onorevole Santelli, che era sottosegretaria alla Giustizia. Era diventata quasi un'amica e la consideravo una grande professionista e una bellissima persona". E le parole corrosive di Morra lo hanno colpito: "La sua morte così drammatica e in un'età così giovane mi ha addolorato - ammette - e mi ha addolorato sentire il presidente della commissione antimafia pronunciarsi in modo cosi improprio".
Una presa di posizione così forte non poteva passare inosservata. L'eventualità che una personalità come Nordio possa lasciare la commissione Antimafia ha alzato la tensione. E dato nuova forza a chi ha già da tempo messo Morra nel mirino.
Per esempio Matteo Salvini, leader della Lega. Il numero uno del Carroccio ha preso la palla al balzo per impallinare nuovamente il senatore pentastellato: "Le vergognose parole di Morra su Jole Santelli e sui malati oncologici avrebbero dovuto provocare le dimissioni immediate del presidente della Commissione Antimafia", attacca.
Poi ci mette il carico da novanta: "Invece lui resta aggrappato alla poltrona alimentando un imbarazzo che ferisce le istituzioni e favorisce i clan. E ora rischiamo di perdere una personalità come Carlo Nordio che medita di lasciare il ruolo di consulente Antimafia. Morra è una sciagura che si fa scappare un magistrato esperto e specchiato, si dimetta immediatamente. Meno Morra, più Nordio".
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 novembre 2020
Nel mirino dei giustizialisti, dietro i "mostri" dei reati violenti, c'è in realtà il principio di rappresentanza. Scrisse una mail al Dubbio. Dopo quasi un anno e mezzo possiamo raccontarlo. L'avvocato di Rosario Greco, l'uomo alla guida del suv che falcidiò i piccoli Alessio e Simone, si vide assediato dall'indignazione dei suoi stessi colleghi.
Dopo la devastante tragedia dei due bimbi falciati a Vittoria, in Sicilia, il penalista dovette fare i conti con l'estremo auspicio di diversi esponenti dell'avvocatura ragusana, e non solo, che nessuno fosse disposto a difendere Greco. Lui, quasi con timidezza, arrivò a ringraziare il Dubbio che aveva affrontato in un articolo l'impossibilità di subordinare il diritto di difesa a qualsivoglia eccezione: "Il vostro commento, da solo, è stato sufficiente a restituirmi quella serenità professionale che parte dell'opinione pubblica e alcuni colleghi hanno cercato di mettere in discussione", scrisse.
Ebbene, la questione non riguarda solo il codice deontologico, che lascia al difensore la libertà di sottrarsi a uno specifico patrocinio. Casomai si tratta di comprendere il valore politico e civile della battaglia per il diritto di difesa, che poi è la missione straordinaria caduta sulle spalle dell'avvocatura in questo tempo paradossale.
Da anni in circola in Italia un virus, forse meno mortale di quello che speriamo venga debellato presto ma non meno devastante: il giustizialismo. Nel rifiutarlo, nel battersi affinché anche al più feroce dei "mostri" venga assicurato il diritto alla tutela in giudizio, l'avvocatura non esalta solo il valore della propria funzione: rende un solenne omaggio alla democrazia. Massacrare l'indagato o l'imputato, negare il diritto di difesa, se non di parola, al farabutto, al farabutto potente, è la malattia che delegittima la politica, e che così disarma i cittadini al cospetto di altri poteri. È, in ultima analisi, il segreto dell'anticasta. Il populismo anticasta è proprio fatto di questo: di delegittimazione preventiva della classe politica, realizzata attraverso il pregiudizio sulla sua necessaria e intrinseca disonestà.
L'intera democrazia rappresentativa: ecco il vero bersaglio. Di volta in volta condannata dal caso singolo del presunto corrotto. Poi, per estensione, l'ignominia della colpevolezza "a prescindere", che non richiede processi, è estesa anche ad altre tipologie di indagati. A persone accusate di reati che non c'entrano con la politica, la pubblica amministrazione o la corruzione.
Ma in fondo il giustizialismo panpenalista che criminalizza i presunti responsabili di omicidi, come i presunti autori di altri reati violenti, rappresenta solo un riverbero di quella caccia alle streghe tutta rivolta verso la politica e le istituzioni. Una tempesta d'odio e di ansia punitiva perfettamente in grado di spogliare le istituzioni della loro autorevolezza. Di spianare un deserto in cui sciamano altri poteri, non controllabili attraverso il principio di rappresentanza.
Nella meccanica feroce del giustizialismo, l'avvocatura è l'unico granello di sabbia in grado di far saltare l'ingranaggio. Perché l'avvocatura, con le proprie battaglie, incide sullo snodo decisivo in cui tutto il marchingegno populistico- giustizialista può finire sbriciolato: il diritto di difesa. Se spetta a tutti, non ci sono "colpevoli a prescindere", ma solo presunti innocenti. E se tutti, prima del processo, sono presunti innocenti, la menzogna della casta cattiva o dei mostri infiltrati come alieni nella comunità degli onesti cade come un castello di carte false.
Certo, l'avvocatura deve fare i conti con pericoli. Con minacce. Favorite dal web, dal suo linguaggio apodittico, dalla sua dialettica senza regole. Ne sanno qualcosa professionisti come quelli che a Pomezia hanno assunto la difesa dei presunti omicidi di Willy, il ragazzo morto col torace sfondato dalle botte per aver detto "ah". Quei penalisti sono stati minacciati di morte. Non sono certo i primi. E in casi simili la battaglia degli avvocati deve farsi più intensa, ed è più difficile. Perché la gravità delle accuse, e delle condotte eventualmente accertate da un processo, è carburante per i professionisti della giustizia sommaria.
Vale lo stesso nei casi in cui il penalista assiste indagati o imputati di mafia: casi in cui pure si realizza l'assurda e perfida sovrapposizione tra la figura dell'avvocato e il reato contestato al suo cliente: è l'arma letale dei giustizialisti.
Ma nelle loro mani, gli avvocati hanno un'altra arma, forse imbattibile: i secoli di civiltà dietro le loro spalle, la forza della ragione su cui si basa il principio della democrazia e del rispetto dei diritti. L'avvocatura ha la missione di restituire ai cittadini la civiltà del diritto, e con essa, in ultima analisi, il principio di rappresentanza su cui si basano le nostre democrazie, la verità delle nostre stesse vite.
Avvenire, 29 novembre 2020
Iniziativa dell'associazione Ti con Zero tra narrazione, arte e viandanze. È una questione di tempo. Rallentato, allungato, dilatato. Minuti che si trasformano in ore, giorni in mesi, anni in generazioni. Un tempo così vuoto e così lento da fermarsi. Vite immobili consumate in surplace. È quello che, tutti, oggi, un po', almeno un po', stiamo vivendo nel confinamento, nell'isolamento, nella solitudine, nella clausura. E che dà un'idea, per quanto superficiale e approssimativa, della dimensione psichica di chi viene privato della libertà.
Gabriele Benedetti, attore e autore di spettacoli teatrali (e anche televisivi e cinematografici) da trentun anni ("Meno uno, l'ultimo, rimasto sospeso, anch'esso immobile e consumato in surplace"), per obbedire ai provvedimenti contro la diffusione del Covid-19, ha tradotto la performance "live" in un video "costruito": "Il rumore del carcere è il rumore del ferro". Tema, argomento, materia: la solitudine. "Il luogo è diventato l'ex manicomio di Udine, nelle sue parti più abbandonate ma agibili, i padiglioni femminili, le celle segnate dal degrado. I testi sono quelli dei detenuti, un viaggio dentro, nel profondo, nell'intimo".
Non è nuovo, Benedetti, a lavori che scavano in chi è stato spogliato e chiuso. "Tre anni fa, nel carcere di massima sicurezza a Tolmezzo, uno spettacolo con i detenuti - ricorda -. C'erano 14 cancelli che separavano corridori e garitte. E 14 orologi che scandivano e sillabavano il tempo. I 14 cancelli aperti e subito sprangati. E i 14 orologi fermi, ma tutti a orari diversi. I 14 cancelli, con quel clangore metallico di chiavi. E i 14 orologi, muti". Ancora Benedetti: "Ai detenuti domandai che cosa volessero da quello spettacolo. La risposta all'unanimità: allegria".
"Il rumore del carcere è il rumore del ferro" è dedicato a Maurizio Battistutta: "Da volontario a garante dei diritti umani dei detenuti, fondatore dell'associazione Icaro, morto nel 2017. Lui voleva restituire dignità, rispetto, il giusto senso dello scorrere del tempo".
E fa parte di "Alla fine della città", il progetto triennale dell'associazione Ti con Zero tra narrazione, arte e viandanze, fino al 30 novembre, stavolta - causa Covid-19, in versione digitale, con video e tutorial, incontri virtuali e racconti radiofonici. Il primo anno c'è un verbo che coniuga le diverse iniziative: accendere. Accendere un gesto, un'idea, un'emozione, un registratore, un territorio. Nel caso dell'opera di Benedetti, accendere una luce.
- Il Covid ferma la Carovana di don Mazzi: "Ma non ci arrendiamo"
- Rovigo. Nel carcere cittadino i detenuti AS del Triveneto con il Covid-19
- Viterbo. Carcere Mammagialla: detenuti in protesta contro il sovraffollamento
- Lazio. Progetto europeo Conscious contro la violenza sulle donne: l'evento finale
- Campania. Covid in carcere, 158 i detenuti positivi nelle carceri regionali











