di Federico Baccini
eunews.it, 28 novembre 2020
La strategia attivata dal Polo europeo di consulenza sugli investimenti eseguirà uno studio di fattibilità sul lancio di un'obbligazione. "Strumenti innovativi che aiuteranno anche a ridurre i costi della pubblica amministrazione", spiega il commissario Gentiloni.
In arrivo per la Regione Lombardia un supporto da parte dell'Unione Europea per l'implementazione di metodologie innovative di finanziamento - come le obbligazioni a impatto sociale - per contenere i tassi di recidiva degli ex-detenuti e garantire il reinserimento nella società.
La consulenza sarà attivata attraverso il Polo europeo di consulenza sugli investimenti (European Investment Advisory Hub), finanziato dalla Commissione Europea e dalla Banca Europea per gli Investimenti. Gli esperti della BEI lavoreranno con il ministero della Giustizia italiano per le valutazioni sull'impatto sociale di questi strumenti finanziari, con un focus geografico sulla Lombardia, ma con la possibilità di essere implementato su una scala più ampia. "Siamo molto orgogliosi di condividere le nostre conoscenze in questo campo e di vedere che sempre più Paesi mostrano il loro interesse per modi così innovativi di finanziamento dei servizi sociali", ha commentato il vicepresidente della BEI, Dario Scannapieco, responsabile delle operazioni in Italia. "Sostenere una crescita economica inclusiva che non lasci indietro nessuno è la via da seguire".
L'accordo è stato firmato dal dipartimento dei Servizi di consulenza della BEI e dal dipartimento di Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, ed è stato raggiunto nell'ambito della Piattaforma consultiva per la contrattazione dei risultati sociali, strumento operativo per per l'inclusione sociale e il benessere dei cittadini dell'Unione.
Grazie a questo accordo sarà eseguito uno studio di fattibilità completo sul lancio di un'obbligazione a impatto sociale: una soluzione che prevede la partecipazione degli investitori privati e la condivisione del rischio in iniziative del mercato del lavoro con un risultato misurabile. Secondo il commissario europeo per l'Economia, Paolo Gentiloni, "il supporto e l'assistenza tecnica consentiranno al Ministero della Giustizia italiano di facilitare l'inclusione sociale dei detenuti, inizialmente in Lombardia ma poi si spera in altre anche le regioni". Non solo: "Queste soluzioni di finanziamento ridurranno anche i costi per la pubblica amministrazione", ha aggiunto.
I bond a impatto sociale andranno a contribuire al finanziamento di azioni innovative secondo il principio della missione rieducativa della pena, fornendo ai detenuti competenze trasversali e conoscenze specifiche che possono aumentare la loro possibilità di trovare un lavoro. "Questo approccio innovativo potrebbe essere replicato per consentire alla pubblica amministrazione di adempiere meglio alla missione rieducativa del proprio sistema penitenziario", ha commentato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Anche il ministro ha voluto ricordare che l'inclusione lavorativa degli ex-detenuti ridurrebbe i costi per la pubblica amministrazione: "Lavorare insieme a partner qualificati come la Banca Europea per gli Investimenti è fondamentale per andare verso la riduzione del tasso di recidiva, che oggi ha raggiunto circa il 68 per cento, con un costo sociale di circa 130 milioni di euro all'anno".
L'auspicio del ministro Bonafede che "questa forma molto promettente di cooperazione tra pubblico e privato" possa portare a risultati tangibili in poco tempo è stata condivisa anche dal capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia: "Accolgo con favore questa partnership, la prima in Europa, e spero che porti allo sviluppo di un nuovo modello finanziario e organizzativo con il coinvolgimento del capitale privato e di fondi europei per affrontare obiettivi sociali". In caso di successo, "avremo a disposizione un modello replicabile anche ad altre regioni italiane già nel 2021", ha concluso Petralia.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 28 novembre 2020
Sospensione della prescrizione sì, ma non per tutti i giudizi pendenti. Solo per quelli arrivati in cancelleria dal 9 marzo al 3o giugno. Le Sezioni unite penali della Cassazione, con decisione anticipata da un'informazione provvisoria (le motivazioni arriveranno solo tra qualche tempo) fissano il perimetro applicativo del blocco deciso la primavera scorsa con il decreto legge n. 18.
Le Sezioni unite erano state chiamate in causa per definire la portata dello stop dei termini. Ovvero, se l'inedita causa di sospensione della prescrizione per l'emergenza sanitaria dovesse operare con riferimento ai soli procedimenti che, tra quelli pendenti dinanzi alla Corte di cassazione, sono arrivati in cancelleria nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020, oppure, invece, con riferimento a tutti i procedimenti comunque pendenti in questo periodo, anche se non giunti in cancelleria tra le medesime date.
Ora l'articolata informazione provvisoria mette nero su bianco che l'alt alla prescrizione disposto dall'articolo 83 comma 3-bis, del decreto legge n.18 del 2020, poi convertito dalla legge n. 27, opera esclusivamente con riferimento ai procedimenti pendenti davanti alla Corte di Cassazione che sono arrivati alla cancelleria della stessa nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020. Più nel dettaglio, sottolineano ancorale Sezioni unite, il corso della prescrizione è rimasto sospeso per legge dal 9 marzo all'u maggio 2020, nei procedimenti nei quali nel medesimo periodo era stata originariamente fissata udienza e questa è stata rinviata ad una data successiva al termine dello stesso.
Analogamente, per effetto sempre dell'articolo 83 del decreto legge n. 18, la prescrizione è rimasta sospesa dal 12 maggio al 30 giugno 2020 nei procedimenti in cui in questo periodo era stata fissata udienza e ne è stato disposto il rinvio a data successiva al 3o giungono per effetto del provvedimento del capo dell'ufficio. Nel caso in cui il provvedimento di rinvio sia stato adottato successivamente al 12 maggio 2020, la sospensione decorre dalla data della sua adozione.
Le Sezioni Unite hanno poi precisato che i due periodi di sospensione si sommano in riferimento al medesimo procedimento esclusivamente nell'ipotesi in cui l'udienza, originariamente fissata nel primo periodo di sospensione obbligatoria, sia stata rinviata a data compresa nel secondo periodo e, quindi, di nuovo rinviata in esecuzione del provvedimento del capo dell'ufficio. L'intervento delle Sezioni unite così sposa la tesi, più favorevole agli imputati, per cui a determinare l'applicazione o meno dello stop è la data di arrivo nella cancelleria della Corte, disancorando la ragione dello stop dal rinvio delle udienze che, nei fatti, ha interessato anche i procedimenti arrivati in cancelleria prima del 9 marzo.
La pronuncia comunque permette di affrontare con maggiore chiarezza lo snodo finale del procedimento penale, quello dove si rivela ancora più necessaria una tempestiva fissazione delle udienze per evitare di fare cadere sotto la scure della prescrizione procedimenti ormai arrivati al grado finale di giudizio. Un aspetto ancorava ricordato.
Le Sezioni unite si sono pronunciate solo adesso perché hanno aspettato prima il verdetto della Corte costituzionale sulla legittimità dello stop alla prescrizione con portata retroattiva, a reati cioè commessi prima dell'entrata in vigore delle nuove norme. Legittimità che è stata affermata dalla Consulta pochi giorni fa con decisione resa nota per ora solo nella forma del comunicato stampa.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 28 novembre 2020
Ergastolo confermato per il mandante, il boss Virga. Assolto il presunto killer Vito Mazzara, condannato in primo grado per l'omicidio del sociologo-giornalista nel 1988. La figlia: "Poco coraggio, non c'è da brindare".
Mauro Rostagno è stato ammazzato dalla mafia, ma non si sa chi gli ha sparato. Il suo omicidio è ormai un pezzo di storia d'Italia e della Sicilia inquinata e insanguinata da Cosa nostra - non fosse che per il tempo trascorso: 32 anni fa - ma il verdetto sugli imputati condannati o scagionati è ancora cronaca. Venerdì la Corte di cassazione ha confermato la sentenza d'appello del febbraio 2018: ergastolo per il capomafia di Trapani Vincenzo Virga, mandante del delitto; assoluzione per il sottocapo Vito Mazzara, presunto killer. E capitolo chiuso.
Il sociologo-giornalista - Per Maddalena Rostagno, figlia quarantasettenne del sociologo torinese laureato a Trento nella facoltà di Sociologia antesignana del 1968 che scelse di vivere in Sicilia tra una comunità terapeutica e la tv privata dove faceva il giornalista, è una vittoria a metà: "È importante che sia stata riconosciuta la matrice mafiosa, così mio figlio di 17 anni non dovrà più leggere che suo nonno, che non ha mai conosciuto - e questo resterà sempre il mio dolore più grande - è stato eliminato da chissà chi e chissà perché.
Però con la sentenza che aveva riconosciuto la colpevolezza anche del presunto assassino avevo riacquistato fiducia nella giustizia. Ho ascoltato periti preparati e credibili spiegare con chiarezza come al 99 per cento quell'uomo aveva sparato a mio padre". I giudici di primo grado la pensarono allo stesso modo, quelli d'appello no, e adesso la Cassazione ha stabilito che non ci furono errori. Verdetto definitivo.
La dignità - "Mi sembra una giustizia non sufficientemente coraggiosa - prosegue Maddalena Rostagno -, e io stasera non me la sento di brindare. Quell'omicidio è accaduto quando avevo 15 anni e mi ha stravolto la vita; è successo di tutto, mia madre è finita in galera con l'accusa di aver favorito gli assassini di papà... (inchiesta abortita in un errore giudiziario, ndr). Non si tratta di pretendere un ergastolo in più (peraltro Mazzara resta sepolto in galera da altre condanne a vita, ndr), io sono pure contraria all'ergastolo, ma anche quando i processi vanno bene resta sempre fuori un pezzettino...".
E il sigillo sul delitto di mafia, conclude la figlia, restituisce pure dignità a Rostagno: "Non era uno sfigato che non si rendeva conto di ciò che gli accadeva intorno, tradito dai compagni, dalla moglie o dai tossici; era uno che ha deciso di giocarsi la vita per raccontare ciò accadeva sul suo territorio, denunciare il potere mafioso e le connivenze che lo sostenevano. Non è stato un martire, ma un uomo consapevole di quello che stava facendo e anche di quello che rischiava".
Killer sconosciuto - Anche l'avvocato di Maddalena, Fausto Maria Amato, si rammarica per "il vuoto che resta sugli esecutori materiali". Ma i processi hanno dimostrato il movente dell'omicidio: "È emerso come Cosa nostra avesse più di un motivo, e uno più valido dell'altro, per volere la morte di Rostagno". C'era "il bisogno di mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari (illeciti) e le trame collusive delle cosche mafiose con altri ambienti di potere, accomunati dalla pretesa di affrancarsi dal rispetto della legalità e creare un proprio ordine".
Anomalie e negligenze: depistaggi - Di qui il sospetto che anche le "sconcertanti anomalie, le gravi negligenze nelle prime indagini e le misteriose sparizioni" di indizi (tra cui un verbale dello stesso Rostagno sui rapporti tra mafia, massoneria e politica, sottoscritto sette mesi prima di morire) non fossero errori bensì depistaggi. Per esempio il testimone che sentì gli spari e raccontò subito che Rostagno parlava in tv di "rapporti tra mafia e politica, a Trapani lo sapevano tutti", ridotto a fonte anonima e ascoltato per la prima volta dai magistrati a 25 anni dai fatti; o "la scena del crimine inquinata da devastanti imperizie che hanno finito per propiziare i più subdoli interventi manipolativi". Fino all'inquietante conclusione: "I vertici dell'organizzazione mafiosa ben potevano presumere di poter contare, se non su un'attiva complicità, quanto meno su una proficua acquiescenza degli apparati repressivi e di sicurezza dello Stato".
False testimonianze - La corte d'assise segnalò dieci presunte false testimonianze per le quali è in corso un processo ad altrettanti imputati, tra cui un carabiniere e un finanziere in pensione. "Sono passati 32 anni, due mesi e un giorno, ma alla fine Mauro ha ottenuto giustizia - commenta Chicca Roveri, moglie di Rostagno e madre di Maddalena -. A ucciderlo è stata la mafia, la stessa che ancora comanda. Ma quanta fatica e quanto dolore per arrivare a una verità da subito evidente. Alla domanda se credo nella giustizia, che si solito si pone ai familiari delle vittime, preferisco rispondere citando Dante: "E qui chinò la fronte e più non disse, e rimase turbato".
di Sarah Crespi
La Prealpina, 28 novembre 2020
Il pm: va appurato se fosse positivo. La madre: "Voleva denunciare l'area sanitaria". Vuole vederci chiaro il pubblico ministero Stefania Brusa sulla morte di Fabio Citterio, detenuto del carcere di Busto trovato senza vita martedì mattina.
Lunedì verrà eseguita l'autopsia, unico accertamento che possa sciogliere il dubbio che desta perplessità: è stato il Covid-19 a stroncare il cinquantatreenne nel giro di pochissime ore dall'insorgenza della febbre oppure il decesso è stata la conseguenza delle plurime patologie di cui soffriva e per le quali da tempo chiedeva di essere collocato in una cella singola? Il tampone eseguito lunedì pomeriggio aveva dato esito negativo. Ma in ospedale, dove i medici non hanno potuto fare altro che constatare l'arresto cardiocircolatorio, il test molecolare eseguito sul cadavere è risultato positivo.
La madre di Fabio - che stava scontando trent'anni per concorso in un omicidio commesso dalla cugina nel Comasco - è una donna ancora sotto shock. "Non me l'hanno nemmeno fatto vedere", sospira ben consapevole comunque che le norme anti virus prevalgano su qualsiasi altra esigenza. Ma ha un tarlo che scava sempre più a fondo, man mano che le ore passano. "Fabio voleva denunciare l'area medica della casa circondariale. Aveva già appuntamento con l'avvocato che lo stava seguendo - Alessandro Fumagalli - per consegnargli la cartella clinica e le richieste inascoltate. Date le sue condizioni di salute aveva più volte domandato di non condividere la cella con altri detenuti, per la sua e l'altrui tutela. Lo hanno messo in isolamento solo lunedì, nemmeno ventiquattro ore prima che morisse. Era troppo tardi".
Citterio aveva serie difficoltà cardiache, una patologia cronica ed escrescenze cutanee che si riproducevano. I tumori benigni erano stati rimossi in ospedale, nell'arco della giornata era stato operato e riportato in carcere. L'indomani mattina dovettero però riaffidarlo ai medici per drenargli il liquido che si era formato.
"Era fragile, ultimamente mi ripeteva spesso, al telefono, di avere molta paura. Sabato scorso mi disse che lui e altri diciannove detenuti risultati negativi al Covid erano stati spostati in infermeria, mi raccontò dello sciopero della fame al quale non poteva aderire per motivi di salute. Domenica l'ho sentito per l'ultima volta. Sperava di ottenere i permessi per uscire, io attendevo solo questo. Ma Fabio a casa non tornerà mai più".
di Carlo Mion
La Nuova Venezia, 28 novembre 2020
Oggetti sbattuti sulle inferriate dai detenuti, le forze dell'ordine non intervengono. Tra le richieste, condizioni migliori e l'uso di telefono per i colloqui con i familiari. Protesta rumorosa mercoledì pomeriggio dei detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore. Intorno alle 15 e per quasi mezz'ora i detenuti hanno sbattuto sulle inferiate e sulle porte vari oggetti per attirare l'attenzione delle persone che si trovano all'esterno. Motivo della protesta è la richiesta, da parte dei detenuti, di maggiori tutele contro il contagio da Covid.
La protesta è stata solo sonora e non è stato necessario l'intervento delle forze di polizia all'esterno della struttura per mettere la stessa in sicurezza. Ottenute un minimo di garanzie i detenuti hanno smesso la "caciarata". Proteste simili, ma in alcuni casi anche più consistenti, sono avvenute in altre carceri nell'ultima settimana. La questione riguarda soprattutto i detenuti che venuti a contatto con altri carcerati contagiati, che chiedono di essere messi in isolamento in attesa dell'edito dei tamponi. Non sempre le condizioni di quarantena sono ritenute accettabili dai carcerati. Da qui le proteste.
Ci sono poi i colloqui con i famigliari che, colpa l'emergenza da pandemia, sono stati nuovamente, dopo la stretta del lockdown, quasi del tutto azzerati. Per limitare il disagio in molte carceri è stato introdotto l'uso degli smartphone che consentono ai detenuti di poter dare delle videochiamate con i famigliari. Questa soluzione ha evitato, la primavera scorsa la rivolta nelle nostre carceri. Infatti il blocco dei colloqui aveva scatenato delle proteste m, anche violente, da parte dei detenuti. Era successo anche a Santa Maria Maggiore.
L'onda lunga della rivolta nelle carceri italiane era arrivata anche a Venezia il 10 marzo. In quel caso, a Santa Maria Maggiore i detenuti di un padiglione hanno iniziato la rivolta svuotando estintori e cercando di distruggere le inferriate. Hanno anche appiccato il fuoco a materassi e suppellettili. La polizia penitenziaria, insieme ai colleghi della questura, ai carabinieri e ai finanzieri, ha creato un cinturone all'esterno per monitorare la situazione ed evitare eventuali tentativi di fuga, mette dall'esterno con getti d'acqua i vigili del fuoco hanno spento le fiamme.
I terminal automobilistici, attigui alla casa circondariale, erano stati in parte chiusi e numerosi controlli vennero eseguiti in entrata e in uscita lungo il ponte della Libertà. Questo perché si temeva che la rivolta degenerasse e i detenuti riuscissero ad evadere con complici in attesa all'esterno. La calma tornò quando la direttrice del carcere, Immacolata Mannarella, garantì un incontro con una rappresentanza dei detenuti, per stabilire un primo contatto. Quindi i detenuti rientrarono.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 28 novembre 2020
Parla il penalista Riccardo Polidoro. Il lockdown è un'utopia, come lo è il distanziamento. Gli spazi, che in carcere erano già pochi, adesso mancano. Prendiamo ad esempio il carcere di Poggioreale, semplicemente perché è il più grande e il più sovraffollato: dovrebbe contenere poco più di 1.600 persone e ne ospita oltre duemila.
Consideriamo che in questo carcere, a fine ottobre, i detenuti positivi al Covid erano una ventina mentre adesso, a fine novembre, se ne contano 102. E sarebbero stati ancora di più se non ci fossero stati gli sforzi che ci sono stati, da parte del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone e del direttore Carlo Berdini, a mettere in atto, assieme alla direzione sanitaria, tutte le misure possibili per contenere la diffusione del virus e gestire al meglio i contagi. Centodue detenuti a Poggioreale significa dover isolare centodue persone, significa tracciare i contatti di queste centodue persone, e significa quindi avere a disposizione spazio.
È ovvio che in un carcere dove già si è abbondantemente superato il numero delle presenze possibili, recuperare spazi per far fronte all'aumento dei contagi diventa sempre più difficile. Ed è facilmente deducibile che, se in celle fatte per stare in tre o quattro si sta in otto o nove persone, il distanziamento è impossibile da osservare. E se a questo aggiungiamo che le istanze al Tribunale di Sorveglianza non sono decise in tempi rapidi perché ci si scontra, anche su questo piano con criticità che hanno origini ben più antiche della pandemia da Covid, si capisce che si tratta di un'emergenza nell'emergenza.
Da due giorni il penalista Riccardo Polidoro è in sciopero della fame contro questo sistema, contro queste criticità, contro silenzi e inerzie della politica. Ha aderito, assieme ai colleghi dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere penali, alla protesta promossa dalla presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini. Un'iniziativa che ha un forte valore simbolico e che vuole risvegliare l'attenzione di politica e opinione pubblica sulla necessità di misure ulteriori rispetto a quelle varate dal Governo con il decreto Ristori per allargare la platea di beneficiari e svuotare le carceri durante questo momento di grande emergenza sanitaria.
"La situazione nelle carceri è drammatica, non si può rimanere indifferenti", spiega Polidoro, penalista napoletano di grande esperienza e da anni impegnato per i diritti dei detenuti. Fu lui, nell'aprile del 2003, a far nascere a Napoli il Carcere Possibile, inizialmente come progetto per iniziative che coinvolgevano i detenuti dentro e fuori il carcere, e tre anni dopo come Onlus della Camera penale. Da allora ad oggi, la politica ha sempre mostrato scarso interesse per le tematiche relative al carcere. "Non c'è un interesse reale, non ci sono risposte", sottolinea Polidoro, evidenziando un'assenza che pesa sulla vita e sulle condizioni di migliaia di detenuti. "La situazione, che era già precaria, adesso è diventata drammatica", aggiunge. "Spero che altri colleghi aderiscano all'iniziativa dell'Osservatorio Carcere dell'unione Camere penali", si augura Polidoro che attualmente è responsabile, assieme all'avvocato Gianpaolo Catanzariti, dell'Osservatorio.
La staffetta del digiuno vale a sostenere le motivazioni e le richieste di condizioni più umane in carcere, di tutela della salute di migliaia di detenuti costretti a vivere senza distanziamento e in condizioni spesso precarie e igienicamente a rischio. "Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ci sono ancora problemi alla rete idrica, irrisolti da anni che rischiano di dare facile corso al Covid", racconta Polidoro evidenziando come la seconda ondata della pandemia fa più paura. Due detenuti (uno recluso a Poggioreale e uno a Secondigliano) e il direttore sanitario del carcere di Secondigliano sono morti nei giorni scorsi dopo il ricovero in ospedale per le conseguenze del Covid. È un bilancio che non può essere ignorato e che si aggiunge al preoccupante bollettino dei contagi, arrivato in Campania a 175 detenuti e 223 agenti penitenziari. A cui fa da contraltare il bilancio delle misure alternative disposte secondo il decreto Ristori: appena una decina.
La Repubblica, 28 novembre 2020
"Così riduciamo i contagi in cella". Progetto partito a marzo, coinvolge detenuti di diversi istituti di pena lombardi che restano sottoposti a tutte le restrizioni di legge. Gualzetti: "Ma preoccupa la condizione di vita nelle carceri".
Una misura per alleggerire le celle delle carceri, dove il sovraffollamento strutturale è incompatibile con la gestione della pandemia, entrata anche lì con contagiati tra detenuti e personale. Per questo da marzo Caritas Ambrosiana ha messo a disposizione appartamenti dove 30 detenuti di San Vittore, Opera, Bollate, Lecco, Varese, Busto Arsizio stanno scontando gli ultimi mesi di pena. Le persone scelte sono state indicate dal magistrato di Sorveglianza tra coloro che sarebbero stati esclusi da questi benefici perché sprovvisti di una propria abitazione.
Negli alloggi individuati dalla Caritas grazie alla collaborazione della Diocesi di Milano, (tre appartamenti a Milano, uno a Varese e l'ex casa del clero Villa Aldé a Lecco) gli ospiti sono sottoposti alle misure di tutela previste dall'Uepe (l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna): continuano dunque a essere soggetti a restrizioni della loro libertà personale e ai controlli di polizia.
"Le persone che abbiamo accolto sono molto grate dell'opportunità che hanno avuto e stanno vivendo questo periodo difficile con una maggiore serenità di quella che avrebbero avuto stando in cella, pur rimanendo a tutti gli effetti dei detenuti. Ci dicono che proprio in questi mesi hanno avuto occasione di riflettere su quello che hanno fatto, segno evidente che questa è la strada che le istituzioni devono intraprendere se vogliono riabilitare le persone e non solo affrontare la cronica debolezza del nostro sistema penitenziario che la crisi sanitaria ha solo acuito", sottolinea il direttore della Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti, mentre in questi giorni si moltiplicano le iniziative per tentare di ridurre ulteriormente i reclusi nelle carceri il cui numero è tornato di nuovo sopra i livelli di guardia: dagli emendamenti al Decreto Ristori per favorire il ricorso agli arresti domiciliari alla liberazione anticipata speciale che alzerebbe da 45 a 75 giorni a semestre lo sconto di pena, già previsto dall'ordinamento, per i casi di buona condotta.
"Ben vengano tutte le iniziative che in questi giorni sono state avanzate tanto dalla politica quanto dalla società civile per affrontare il sovraffollamento delle carceri giunto oltre i limiti compatibili con la gestione della pandemia in corso. Occorre moltiplicare gli sforzi da parte delle istituzioni per assicurare che quelle misure, in parte già previste dal codice, possano essere applicate effettivamente anche a chi si trova in maggiore difficoltà. Noi siamo pronti a fare la nostra parte", sottolinea Gualzetti. Tuttavia, a preoccupare il direttore della Caritas Ambrosiana in questi giorni non è solo il numero eccessivo di detenuti, ma anche la qualità della vita di chi è recluso.
"Oggi per ragioni di tutela della salute, in Lombardia i volontari non possono più entrare nei penitenziari, con rarissime eccezioni. Comprendiamo queste preoccupazioni. Tuttavia, invitiamo con forza le autorità a trovare le modalità che consentano, anche in questo momento molto difficile, lo svolgimento dell'attività di risocializzazione, a cominciare dalla scuola, valutando la passibilità di offrire ai detenuti la didattica a distanza".
di Beatrice Elerdini
mbnews.it, 28 novembre 2020
È allarme Covid-19 nel carcere di Monza: il virus si è insinuato silenziosamente tra le celle, contagiando quasi 40 detenuti. Si tratta di circa un 10% del totale dei presenti, se si considera che al 31 ottobre risultavano recluse nella struttura 403 persone.
Dei 40 detenuti risultati positivi, 3 sono già stati trasferiti a San Vittore, dove è stato allestito un reparto Covid. Contemporaneamente la direzione della casa circondariale monzese ha provveduto a effettuare tamponi a tappeto su tutti i detenuti. Il personale viene sottoposto sistematicamente a controlli periodici, pertanto non è chiaro come il virus abbia potuto introdursi nuovamente nella struttura. Nel mirino, quali potenziali fonti di contagio, finiscono le consegne provenienti dall'esterno e i contatti con i familiari. Altre componenti da non sottovalutare sono gli spazi ridotti e la potenziale presenza di asintomatici.
È doveroso tuttavia sottolineare che a ogni nuovo ingresso in carcere, viene scrupolosamente adottato un protocollo di sicurezza, che prevede un primo tampone al soggetto (in una tenda pre-triage allestita appositamente dalla Protezione Civile), una visita medica e un periodo di isolamento di 14 giorni. In questo lasso di tempo la persona viene monitorata costantemente anche se il primo tampone è risultato negativo. Il problema era già emerso durante la prima ondata, quando a peggiorare la situazione vi era la scarsa disponibilità di mascherine (e quando presenti non era certificate), nonché l'assenza di tamponi. Oggi la situazione sembra essere differente, eppure il virus è tornato una seconda volta tra le mura del carcere.
di Michele Razzetti
vanityfair.it, 28 novembre 2020
Dopo cinque anni di carcere, Carlo ha saputo cogliere le opportunità del Programma 2121 e oggi lavora a tempo indeterminato e con tanta voglia di riscatto. Nelle questioni complesse, abbiamo spesso un problema: ci fermiamo alla superficie. A volte per pigrizia, altre per malizia, altre infine perché non abbiamo energie sufficienti per approfondire tutto ciò in cui incappiamo. Così, leggendo un dato che riguarda la recidività nel delinquere di chi finisce in carcere, possiamo pensare superficialmente che "il lupo perde il pelo ma non il vizio". Sì, perché circa 7 ex-detenuti su 10 finiscono per scivolare nuovamente nel vortice dell'illegalità.
Piuttosto che abbandonarsi a facili modi di dire, dovremmo invece chiederci che cos'ha fatto davvero la società, cioè tutti noi, per far sì che quelle persone potessero tornare al vivere civile. Abbiamo cioè profuso gli sforzi necessari (ed efficaci) per sottrarre quell'essere umano a un destino infelice? Uno strumento che ha dimostrato effetti positivi a questo proposito c'è, e si chiama lavoro. Già, proprio quell'attività che in molti casi, secondo un altro noto detto, è in grado di nobilitare l'uomo.
"Un lavoro ti aiuta a tenerti lontano dai guai. Per qualsiasi tipo di reato, se non hai un lavoro, il cervello ritorna sui vecchi passi" conferma Carlo (il nome è di fantasia). Oggi che ha scontato la sua condanna di quasi cinque anni e che è libero da uno, lo vede con una chiarezza che non lascia spazio a dubbi. "Ho girato tre carceri: il cambio è traumatico. Negli ultimi due anni sono stato a Bollate, dove ho riscontrato dei benefici per quello che è il percorso di uscita dal carcere".
Di Bollate come modello nel sistema penitenziario italiano ne abbiamo già parlato: dal 2018 in questo carcere è attivo anche il Programma 2121, un'iniziativa pubblico-privata promossa dal Ministero della Giustizia italiano e da Lendlease, gruppo internazionale che opera nel real estate, con lo scopo di favorire il reintegro dei detenuti nella società. Carlo è stato uno - come si ritiene lui stesso - dei "fortunati" a essere selezionato per questa iniziativa. "Mi è stata data un'opportunità e l'ho sfruttata lavorando più di un anno. Affiancavo una segretaria anche se non era il mio mestiere, perché sono un elettrotecnico. Ho appreso tantissime cose".
Il lavoro, quello onesto, è un tassello fondamentale nel processo di rinascita di un ex carcerato. L'articolo 21 - che ispira il nome del programma - prevede che i detenuti possano lavorare per realtà esterne al carcere. Un'opportunità allettante sia perché fornisce l'opportunità di sottrarsi alla monotonia della vita carceraria sia perché pone le basi per un futuro estraneo all'illegalità.
Una svolta non sempre facile da prendere. "All'interno del carcere i discorsi che ci sono fra detenuti sono quasi esclusivamente di reato. Sono pochissime le persone con cui ti puoi approcciare per fare un discorso positivo nei confronti dell'uscita. Forse non in tutte le carceri, ma per quello che ho visto io è così. Devi essere tu a tirarti fuori da questo vortice e non è così semplice perché se non parli di queste cose sei malvisto, sei ghettizzato".
La percentuale di coloro che guardano al futuro con progetti virtuosi secondo l'esperienza di Carlo è purtroppo minoritaria. "Ho conosciuto persone che sono ancora in carcere ma escono tutti i giorni e hanno la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Però la percentuale è bassissima". Questo banalmente anche perché l'altra strada può apparire più in discesa: "è molto più facile andare a delinquere che cercare di fare qualcosa di positivo e concreto per se stessi. Ci vuole fatica e tempo, e tante cose che non si conoscono".
I frutti della determinazione di Carlo non si sono fatti attendere: una volta libero, grazie al Programma 2121 ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato. "Sono contento anche se non è il mio lavoro: mi permette di pagare l'affitto e le bollette". Di vivere onestamente il presente e di guardare al futuro, di fare progetti più a lungo termine. "Ho in mente dei traguardi, che devo raggiungere per stare bene. Nel paese in cui vivevo (Carlo è italiano ma ha vissuto all'estero per molti anni, ndr) ho dei parenti e delle persone a cui tengo, dei figli. Ho un lavoro da fare per ricostruire la loro fiducia in me".
Fiducia, un tema cruciale quando si tratta di reinserimento di ex carcerati nel tessuto sociale. Come osserva Antonio Sgobba nel suo recente "La società della fiducia" (Il Saggiatore), "non possiamo parlare di fiducia senza parlare di affidabilità. Oggi diciamo che è in crisi la fiducia in generale: quella reciproca, quella che costituisce il tessuto della società. [...] C'è un equivoco di cui fatichiamo a liberarci: non ci può essere fiducia civica se la società è divisa da diseguaglianze che appaiono insuperabili".
E così accade che anche i datori di lavoro non si fidino così spesso di una risorsa con un passato in carcere. A pesare secondo Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, è soprattutto il pregiudizio. "Si ritiene che chi ha compiuto un reato sia propenso a ripeterlo. I risultati sono invece opposti se si tenta di conoscere e valutare la persona che è stata in carcere e, soprattutto, la si crede capace di cambiare. Per mia esperienza alcune persone ex detenute hanno fatto percorsi molto positivi e dato prove di grande affidabilità al lavoro, senza tornare più al crimine" ci spiega.
Il risultato di sfiducia e pregiudizio è un numero: 13, cioè la percentuale di carcerati che in Italia trova un impiego presso datori di lavoro terzi rispetto all'amministrazione penitenziaria. Un numero che fa ridurre la possibilità che un detenuto possa tornare a essere parte del tessuto sociale dopo l'uscita. "Solo la costruzione di percorsi che iniziano durante l'espiazione della pena può favorire il reinserimento: le opportunità trattamentali potenziano la riflessione, mentre la formazione al lavoro e il lavoro stesso costituiscono uno strumento molto forte e concreto per un reinserimento effettivo. Un reinserimento efficace, con un lavoro e una professionalità spendibile, consente invece di abbattere la recidiva, evitando la commissione di nuovi reati" continua Di Rosa.
Il pregiudizio e il timore dei datori di lavoro non sono scalfiti neanche dalle agevolazioni previste dalla legge 193/2000, la legge Smuraglia che "ha previsto sgravi contributivi per i datori di lavoro che assumono detenuti o svolgono attività formative nei loro confronti; lo sgravio opera fino a sei mesi dopo la cessazione dello stato di detenzione" conclude Di Rosa.
Per coloro che ce la fanno, a ottenere un impiego, ci sono poi le relazioni con i colleghi. E banalmente, non tutti sono così pronti a lavorare fianco a fianco a un ex detenuto. Fortunatamente l'esperienza di Carlo ha un segno diverso, positivo, anche da questo punto di vista, indice che qualcosa si sta muovendo. "Dove lavoro io attualmente lo sanno tutti da dove vengo. Non mi aspettavo assolutamente questo tipo di accoglienza da parte di gente che non ha mai avuto a che fare con persone che vengono dal carcere. Se sei attorniato da persone con cui ti rendi conto che è possibile parlare non hai nessun problema".
di Leo Lancari
Il Manifesto, 28 novembre 2020
Come previsto il governo ha messo la fiducia sul decreto immigrazione. Ad annunciarlo è stato ieri alla Camera il ministro per i rapporti con il parlamento Federico D'Incà mentre il voto è previsto per lunedì a partire dalle 14,30 subito dopo le dichiarazioni dei gruppi.
C'è voluto più di un anno ma alla fine la promessa fatta dal secondo governo Conte di mandare in soffitta i decreti sicurezza di Matteo Salvini, approvati durante il Conte 1, comincia a concretizzarsi. Le opposizioni, Lega in testa, hanno fatto di tutto per rinviare il più possibile questo momento prima facendo ostruzionismo commissione Affari costituzionali di Montecitorio poi, ieri, provando a rimandare il testo di nuovo in commissione adducendo a pretesto la mancanza della documentazione che avrebbe dovuto fornire il governo.
Richiesta giudicata inammissibile dal vicepresidente della commissione Ettore Rosato (Pd): "La conferenza dei capigruppo - ha spiegato -ha deciso unanimemente di non tenere votazioni nella giornata di oggi (ieri, ndr) e ha fissato all'unanimità un percorso che dobbiamo portare avanti. Nell'assumere le loro decisioni i capigruppo erano pienamente consapevoli dei rilievi avanzati in aula". Successivamente anche il viceministro dell'Interno Matteo Mauri si era espresso contro il rinvio in commissione.
Tra i punti di miglioramento delle norme approvati in commissione Affari costituzionali, ci sono il ridimensionamento delle multe per le Ong, che potranno essere applicate solo dopo procedimento giudiziario; il ritorno della protezione umanitaria e del sistema Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati), la possibilità per i richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe dei Comuni ; il divieto di respingimento qualora esistano fondati rischi di essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti o a persecuzioni sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere; l'esclusione dei richiedenti asilo vulnerabili dalle procedure accelerate; la riduzione da 48 a 24 mesi dei tempi per la cittadinanza.
"Per due lunghissimi anni abbiamo dovuto sopportare la vergogna delle leggi insicurezza volute dall'allora ministro Salvini - ha commentato la deputata di LeU Rossella Muroni - leggi con cui l'Italia ha ripudiato la sua cultura giuridica, la sua storia, la sua umanità, con cui ha criminalizzato il soccorso in mare. Ora finalmente possiamo voltare pagina".
Da parte sua a Lega promette d fare e barricate quando lunedì l'aula voterà il nuovo decreto Immigrazione. Ad annunciarlo è stato lo stesso leader del Carroccio: "Non faremo passare decreti che riportano l'Italia indietro", ha segato ieri Matteo Salvini. "Lo faremo rispettando quello che è il regolamento della Camera, parlando e spiegando che sarebbe giusto che il parlamento si occupasse di lavoro, non di immigrazione. Li terremo in aula fino a che non ritireranno i decreti, contro che il centrodestra sa compatto".
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