di Danilo Taino
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera della natalità, vanno verso un inverno della fertilità. Molti Paesi poveri sono indirizzati verso un'ulteriore crescita. Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest'anno nelle Filippine nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce. In Italia, invece, il presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest'anno e a 393 mila nel 2021.
Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un inverno della fertilità; molti Paesi poveri, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all'ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l'impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.
All'inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, tre demografi italiani - Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina - hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell'Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la quota di abbandoni degli italiani era decisamente la più alta: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l'obiettivo o si limitavano a posporlo.
"Abbiamo continuato a studiare la situazione - dice Francesca Luppi. A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia". Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. "Ora, non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli - sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano. È il clima di incertezza economica e sociale a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia".
Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni. La Brookings Institution stima che l'anno prossimo negli Stati Uniti nasca mezzo milione meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio.
Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell'immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni. Il Giappone è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell'11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell'assistenza sociale. L'Australia calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: Singapore promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.
È che nei momenti d'incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell'economia, l'aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.
In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In India, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi.
E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International - i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e Nepal - hanno dovuto chiudere. In Indonesia, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell'utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori "sulla frontiera" dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all'80%.
La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l'alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud.
di Carlo Crosato
Left, 30 novembre 2020
È un manifesto dello Stato di diritto e del garantismo il nuovo libro di Luigi Manconi e Federica Graziani, "Per il tuo bene ti mozzerò la testa". Un manuale di resistenza contro il giustizialismo morale, il populismo penale e la retorica securitaria che avvelenano un clima sociale già molto stressato. Impopolare, spesso incompreso, sempre impegnativo, il garantismo è una delle prospettive cardine dello Stato di diritto.
Tanto prezioso quanto complesso, a esso frequentemente si preferisce il più semplice giustizialismo, capace di appagare l'urgenza di riscatto e sicurezza ma anche di minare le giuste tutele che a ogni cittadino, anche quello più fragile e quello che ha sbagliato, devono essere assicurate. Non è dunque superfluo tornare a insistere una volta di più su tale valore, ricalcando per un breve tratto il percorso di "Per il tuo bene ti mozzerò la testa" (Einaudi), libro pungente e riflessivo firmato da Luigi Manconi, sociologo e già presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, e Federica Graziani, ricercatrice in filosofia e letteratura e attivista dell'associazione A buon diritto.
Proponendo casi concreti, che hanno certamente sollecitato le emozioni e le riflessioni di tutti noi, i due autori infatti impegnano il lettore in un autoesame per comprendere il proprio livello di rispetto dei diritti, e per apprendere il valore spesso trascurato delle garanzie. Manconi e Graziani liberano il garantismo dall'immagine distorta di privilegio da salotto.
Un'immagine diffusa dai vari autoeletti paladini della giustizia o, meglio, fautori del populismo penale, che considerano tutti colpevoli fino a prova contraria, e al tentativo di reinserire il reo in un clima di pacifica convivenza preferiscono la soddisfazione della sete di vendetta. Quella garantista non è impresa facile, considerata la semantica che circonda la pena, come afflizione fisica che il giusto infligge al reo al fine di ristabilire l'ordine perturbato dalla colpa.
La retorica securitaria, indifferente ai numeri in calo dei crimini nel nostro Paese, si affianca a prospettive che osservano l'amministrazione pubblica con spirito persecutorio: irrompe nella vita quotidiana un'immagine irreale del mondo, che spaventa e che giustifica una stretta sui diritti di tutti. Si approfitta dello scontento per proporre le soluzioni facili del giustizialismo e del securitarismo; rare sono le occasioni per comprendere come tali scorciatoie siano le condizioni per replicare, più che per risolvere, lo scontento e l'ingiustizia. Sebbene questo sia un fenomeno che germina in uno scenario politico e mediatico perverso, ciò che esso mobilita è tutto un senso comune, che stritola la dimensione solidale, dialogica, polemica, ed esalta la percezione di tranquillità che deriva dal mettere alla porta chiunque si palesi appena sospetto.
Obiettivo critico centrale del volume è il populismo penale, l'illusione che ogni problema sociale possa essere risolto attraverso lo strumento della legge; e di una legge utilizzata come una clava, a colpi di proibizione e obbligo, a colpi di processi che radiografano l'individuo fino al midollo, fino a che non si sarà finalmente trovato modo di portarlo in carcere.
Ma a coronare l'obiettivo critico dei due autori c'è l'iter extra-giudiziario perfettamente rodato, che accompagna l'iter giudiziario con la chiacchiera, gli scoop, l'infamia: il giustizialismo morale, che degrada la morale a strumento di lotta tribale. Il garantista prende le distanze da queste storture non per favorire privilegi o trattamenti benevoli ai propri alleati, alla propria parte; egli, anzi, procura giustizia a sé e ai propri amici garantendo le giuste tutele innanzitutto agli avversari o a quegli "indifendibili" che maggiormente ecciterebbero un'atavica risposta vendicativa, oppure all'emarginato che, rappresentando l'anomalia destabilizzante, sarebbe (ed è!) ben più facile spingere oltre la soglia del carcere.
E, come ne "I miserabili" di Hugo l'irreprensibile ispettore Javert è alla fine salvato dal Jean Valjean che ha inseguito per l'intero libro, il garantista si spende anche per tutti i giustizialisti che scorrazzano fra politica, giornali e le piazze in cui furoreggia la folla. "Per il tuo bene ti mozzerò la testa" è un manifesto del garantismo, delle tutele incondizionate dei diritti e delle garanzie, di una postura le cui ragioni sono spesso confuse con connivenza e complicità.
Questo libro è anche un'occasione per prendere contatto con la complessità della vita collettiva, per educarsi a una pratica di confronto equo nei confini dello Stato di diritto, entro cui all'immigrato e a Matteo Salvini deve essere riservato medesimo trattamento. In questo libro si trovano strumenti per affrontare con equanimità la lotta politica, senza abbattere l'avversario, ma di certo senza venir meno a convinzione e fermezza.
Questo libro, infine, è un'occasione per conoscere ambienti come quello delle carceri, cui è dedicato l'ultimo capitolo: luoghi che, lontani dal centro città, con alte mura, grate e filo spinato, generano l'idea di essere il "fuori" della società, ma che a ben vedere sono legati con l'interno della società da una specie di nastro trasportatore.
Come e più di altre situazioni di marginalità, senza che ce ne accorgiamo il carcere degrada i diritti dei cittadini liberi senza nemmeno sfiorarli, limitandosi semplicemente a svilire la vita dei cittadini privati della libertà, e preparando così le condizioni di accettabilità per soprusi contro chiunque. Ambienti chiusi che alcune e poco visibili realtà associative, come Antigone, A buon diritto, il Partito Radicale, Nessuno tocchi Caino, hanno il merito di aprire; e rispetto ai quali anche il libro di Graziani e Manconi concorre a farci prendere coscienza contro la nevrosi giustizialista.
di Dario Basile
Corriere Torino, 30 novembre 2020
Il rapper Rico Mendossa dalla strada e la condanna ai progetti di volontariato. In molti hanno intravisto una correlazione tra l'assalto al negozio Gucci di via Roma dello scorso ottobre e il desiderio di alcuni giovani di periferia di emulare gli idoli del rap e della trap, che nei loro video sfoggiano i capi firmati come simbolo del riscatto sociale e del successo.
Eppure, nel rap non ci sono solo cantanti che sventolano banconote appoggiati a una Lamborghini. Quel linguaggio musicale può anche servire a veicolare dei messaggi positivi e aiutare i ragazzi a tirarsi fuori dai margini. Ne è convinto Gabriele Stazzone Manazza, in arte Rico Mendossa, il rapper di Barriera di Milano che, grazie al contratto con un'importante etichetta milanese, si sta affermando sulla scena nazionale. Mendossa nel suo nuovo singolo "10100", in uscita in questi giorni, mette in musica i problemi delle periferie torinesi pur cantando che "Torino non è Gomorra".
In molti hanno intravisto una correlazione tra l'assalto al negozio Gucci di via Roma dello scorso ottobre e il desiderio di alcuni giovani di periferia di emulare gli idoli del rap e della trap, che nei loro video sfoggiano i capi firmati come simbolo del riscatto sociale e del successo. Eppure, nel rap non ci sono solo cantanti che sventolano banconote appoggiati a una Lamborghini. Quel linguaggio musicale può anche servire a veicolare dei messaggi positivi e aiutare i ragazzi a tirarsi fuori dai margini.
Ne è convinto Gabriele Stazzone Manazza, in arte Rico Mendossa, il rapper di Barriera di Milano che, grazie al contratto con un'importante etichetta milanese, si sta affermando sulla scena nazionale. Mendossa nel suo nuovo singolo "10100", in uscita in questi giorni, mette in musica i problemi delle periferie torinesi pur cantando che "Torino non è Gomorra". Non è una storia facile la sua. Come in un volume a fumetti, i tatuaggi che ricoprono il suo corpo (a partire da un'enorme Mole Antonelliana impressa sulla schiena) sembrano raccontare la sua travagliata biografia.
I problemi incominciano a dodici anni, quando il padre se ne va di casa. La madre, ritrovatasi da sola, passa le giornate a lavorare per poter crescere i due figli. Rico è attratto dalle sirene della strada e dalle bande di quartiere, così finisce per sfogare la sua rabbia nel modo sbagliato. Negli anni della sua gioventù in Barriera iniziano ad arrivare i primi ragazzi arabi e non mancano gli scontri con quei nuovi arrivati. Ma, superata la diffidenza iniziale, quei giovani di quartiere, diventano amici. Nella proverbiale solidarietà della strada conta ciò che fai e non da dove vieni. Finite le scuole medie, Mendossa intraprende una strada sbagliata: prima la piccola criminalità e poi la tossicodipendenza. Quegli anni sono per lui un incubo e, per combattere i suoi fantasmi, durante le notti insonni mette in versi la sua rabbia e le sue paure.
Quelle poesie saranno una via di uscita da quella realtà perché diverranno i testi delle sue canzoni. Inizia a cantare il rap e poi apre uno studio di registrazione in Barriera di Milano. Si concretizza così anche il suo impegno con i ragazzi del soprattutto stranieri, grazie a progetti musicali che servono a tenerli lontani dalla strada. Due anni fa Mendossa mette in rete una canzone dedicata al suo idolo, il calciatore Franck Ribéry.
Nel video si vedono dei ragazzi che giocano nei campetti accerchiati dai palazzoni di periferia. Mendossa canta: "Giocando per le strade, abbiamo le menti più grosse e allenate. Insieme alle facce tagliate. Come chi? Mmmh, Ribéry". Il fuoriclasse francese è colpito positivamente dal filmato e, oltre a ripostarlo sui suoi canali social, decide di contattare il cantante torinese. Nasce così un'amicizia. A Ribéry, già impegnato in progetti benefici per i ragazzi delle banlieue, piace discutere con Mendossa dei problemi dei giovani dei quartieri popolari. E, per suggellare la loro amicizia, accetta anche di partecipare a un nuovo video di Mendossa, "Franck", sempre a lui dedicato.
Nel frattempo, però, la giustizia fa il suo corso e a ottobre arriva per Mendossa una condanna per fatti accaduti dodici anni fa, quando aveva diciott'anni. I giudici gli infliggono una pena di due anni e undici mesi per rissa con lesioni aggravate, più rapina. È per lui un colpo al cuore.
Decide di raccontare ai suoi fan la sua esperienza giudiziaria su Instagram e dice: "Un vero ragazzo di strada cerca di aiutare gli altri. Tutti questi gangsta che continuano a sventolare soldi sui social non vi porteranno da nessuna parte. Cercate di costruirvi un futuro il prima possibile, perché questo vuol dire essere uomini".
Mendossa dovrà scontare a casa della madre gli arresti domiciliari dalle dieci di sera alle sette del mattino. Ma è riuscito a ottenere la messa alla prova, grazie al suo impegno da volontario nel progetto "Laboratorio Rap Terapeutico", nato dall'intuizione dell'artista rapper torinese Marco "Zuli" Zuliani, a seguito dell'incontro con Don Domenico Cravero. Dal 2016 ad oggi il Laboratorio Rap ha coinvolto circa 1.600 ragazzi, provenienti da contesti molto diversi di tutto il territorio della città metropolitana di Torino.
Racconta Zuliani: "Svolgiamo i nostri laboratori di rap in contesti svantaggiati e incontriamo ragazzi di centri diurni, educative territoriali, minori a rischio. Grazie a questo genere di musica riusciamo a coinvolgere dei giovani che, diversamente, sarebbero difficilmente avvicinabili".
Lo scopo dell'attività è quello di rendere protagonisti i ragazzi. I brani realizzati vengono poi diffusi online attraverso un digital store dell'associazione. I giovani cantano le loro storie: l'esclusione sociale, la rabbia, la timidezza. Aggiunge Zuliani: "Noi promuoviamo il rap come la narrazione del sé. Perché quando riesci a raccontarti ti metti in relazione con gli altri. In qualsiasi contesto di difficoltà sociale ed economico c'è sempre un potenziale ed è importante che non vada sprecato".
di Marc Lazar
La Stampa, 30 novembre 2020
I rapporti dei francesi con la loro polizia sono stati raramente del tutto sereni. Ancora meno da qualche anno. Le manifestazioni dei gilet gialli nel 2018 e nel 2019, spesso di una rara violenza, sono state duramente represse. Incidenti ricorrenti e talvolta drammatici oppongono i giovani delle periferie alle forze dell'ordine.
In questi ultimi giorni dei video che mostrano la brutalità estrema esercitata da quattro poliziotti, proferendo anche insulti razzisti, su un produttore nero di musica, hanno suscitato un'emozione considerevole nel paese. Il presidente della Repubblica in persona ha condannato quest'"aggressione inaccettabile" e tre di questi poliziotti sono stati messi in carcerazione preventiva. Sabato, a Parigi, alla fine di un'imponente manifestazione, convocata per protestare, fra le altre cose, contro le "violenze della polizia", scontri sono scoppiati fra alcuni gruppi di estremisti e le forze dell'ordine. E queste hanno ferito seriamente un fotografo.
La Francia sarebbe malata della sua polizia? In effetti lo si può pensare. A condizione di restare ragionevoli. Da un lato, la popolazione ne diffida sempre più. I giovani, soprattutto nei quartieri più difficili, si sentono discriminati dalle forze dell'ordine e le temono. Il dialogo sul campo fra la polizia e i cittadini si ritrova a un punto morto: ognuno sospetta dell'altro. Attivisti di estrema sinistra come pure numerosi gilet gialli soffiano su questi fuochi e sviluppano un vero odio della polizia, come lo dimostrano lo slogan "tutti detestano la polizia" e l'ingiunzione che rivolgono sistematicamente ai poliziotti ("suicidatevi"), sapendo che la polizia nazionale ha registrato 59 suicidi nel 2019 (il 60% in più che nel 2018).
Da parte loro, i poliziotti si preoccupano di questo disgusto, dei rifiuti a obbedire sempre più numerosi, del livello crescente di violenza nei loro confronti durante le manifestazioni e in certe zone urbane (in particolare dove c'è il traffico di droga), degli insulti e delle minacce sui social, se non di aggressioni fino nei loro domicili, che li obbligano spesso a nascondere ai vicini la propria attività professionale e a consigliare ai figli di non rivelare la loro professione. Tuttavia, attenzione a non tirare conclusioni affrettate. La maggioranza dei francesi sostiene la sua polizia, che li protegge dalla delinquenza e dalla minaccia terroristica. C'è, però, la necessità di ricostruire una relazione di maggiore fiducia fra le forze dell'ordine e i cittadini.
Fiducia? Questa è la parola chiave. Perché quello che succede con la polizia è solo il sintomo di un fenomeno più generale. Tutte le inchieste dimostrano l'esistenza di un contrasto impressionante fra un livello molto alto di soddisfazione privata e una sfiducia generalizzata nei confronti di tutte le istituzioni politiche e pubbliche, al pari dei loro rappresentanti. La Francia del 2020 è felicità privata e sfiducia pubblica. Preoccupante per lo stato della democrazia francese.
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Picchiate e violentate per anni, mercoledì avrà inizio il processo. Caso che a lungo ha diviso l'opinione pubblica, difficilmente avranno clemenza: la pena potrebbe oscillare fra 8 e 20 anni.
Saranno processate per omicidio premeditato le sorelle Khachaturyan che poco più di due anni fa uccisero il padre-padrone che da anni le sottoponeva, secondo il loro racconto, a incredibili violenze fisiche e sessuali.
Mercoledì prossimo, dopo numerosi rinvii, avrà inizio la procedura che porterà a dibattere davanti a una giuria popolare uno dei casi che maggiormente ha diviso l'opinione pubblica russa, visto che la violenza familiare e in particolare quella sulle donne è argomento caldissimo e che vede parti della società schierate su fronti diametralmente opposti.
Anche le autorità che hanno in mano il caso hanno avuto problemi a prendere una posizione univoca. In un primo momento, dopo che Mikhail, 57 anni, era stato trovato in una pozza di sangue sul pianerottolo di casa (colpito con decine di coltellate e colpi di martello), l'accusa aveva parlato di premeditazione. Poi il viceprocuratore generale aveva deciso di riformulare l'accusa, riconoscendo che le sorelle avevano ucciso per difendere se stesse. Alla fine, dopo pressioni da parte di ambienti legati alla Chiesa e ai settori più conservatori, nuova modifica: le Kachaturyan si erano mosse "spinte da una forte ostilità nei confronti del padre" e avevano agito con premeditazione. La possibile pena oscilla tra gli 8 e i 20 anni. Ed è bene ricordare che in Russia la percentuale di cause penali che si chiudono con il rigetto delle tesi dell'accusa è irrisoria.
Mikhail, che non aveva una vera e propria occupazione, era estremamente superstizioso e aveva riempito la casa di immagini religiose. Era stato pure in pellegrinaggio a Gerusalemme. Probabilmente per questo ancora oggi c'è chi parla bene di lui e non accetta la posizione della difesa. Secondo quanto è emerso nel corso dell'inchiesta, lui era stato già denunciato per le violenze dalla moglie Aurelia che a un certo punto era stata cacciata di casa assieme al figlio maschio Sergej. Così Mikhail era rimasto solo con le tre figlie, Angelina, Krestina e Maria che nel 2018 avevano 19, 18 e 17 anni.
Le trattava come schiave, con un atteggiamento da padrone o da antico patriarca. Impediva loro di uscire di casa e le picchiava e le violentava in continuazione. Il 27 luglio di due anni fa Mikhail era tornato a casa alterato, dopo una seduta in un centro di igiene mentale, e subito se l'era presa con le figlie, accusandole di aver sperperato dei soldi e di tenere in disordine la casa. Le aveva fatte entrare una alla volta in una stanza e aveva spruzzato loro in faccia del gas urticante. Esasperate per l'ennesima angheria, mentre Mikhail sonnecchiava su una poltrona, le ragazze avevano deciso di ucciderlo e l'avevano aggredito con un coltello e un martello.
La tragedia, che si era svolta in un appartamento nella periferia della capitale, aveva subito suscitato grande emozione nell'opinione pubblica. Anche perché proprio in quei mesi era incandescente il dibattito sugli abusi nelle famiglie. Una legge che avrebbe reso più pesanti le pene non era riuscita a passare alla Duma. Invece nel 2017 una parlamentare conservatrice, Yelena Mizulina, era riuscita a far approvare una norma per depenalizzare i reati minori commessi nell'ambito familiare. Forme di violenza che non provocano "seri danni corporali" sono puniti da allora solo con una multa di circa 300 euro e 15 giorni di "arresto".
Fino a qualche anno fa le statistiche del ministero dell'Interno fornivano un quadro terrificante della situazione nelle famiglie russe. Nel 1999 il governo inviò all'Onu un rapporto nel quale denunciava che 14 mila donne venivano uccise ogni anno fra le mura di casa.
Poi, dopo le critiche a queste statistiche della stessa Mizulina, i dati sono cambiati. Nel 2015, secondo il ministero, gli omicidi in famiglia sarebbero stati mille e le vittime femminili solo trecento. Un quadro ben diverso da quello presentato da associazioni indipendenti. Il centro Anna contro la violenza sulle donne, ad esempio, fornisce cifre più in linea con quelle ufficiali del passato: 9.600 vittime femminili ogni dodici mesi.
di Mario Giro
Il Domani, 30 novembre 2020
Il 30 novembre è la giornata mondiale delle città per la vita. La data ricorda il giorno in cui nel 1786 il Granducato di Toscana abolì la pena capitale, primo stato a farlo nella storia. Grazie al noto scritto Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria si determinò una corrente di pensiero che in Toscana giunse a ripudiare la pena di morte come strumento di giustizia.
Da quel momento inizia il lungo processo per l'abolizione giunto ora a coinvolgere la gran maggioranza dei paesi del mondo: 114 stati l'hanno abolita (8 solo per i reati comuni). Alcuni fra gli abolizionisti, tra cui l'Italia, si sono fatti promotori della campagna mondiale per la moratoria della pena capitale, primo passo in vista dell'abolizione. Hanno presentato all'Assemblea generale delle Nazioni unite una risoluzione in questo senso, e viene permanentemente rinnovata ogni due anni.
Molti stati stanno riflettendo sull'abolizione e ciò ha prodotto 28 abolizionisti de facto: sono quei paesi che non applicano la pena da tempo (talvolta da decenni) e de facto o de jure sono in moratoria. Nel corso del tempo, in particolare dal 2007, la lista dei mantenitori si è ridotta. I paesi dell'Unione europea rappresentano l'avanguardia della battaglia per l'abolizione: per aderire all'Ue infatti occorre abolire la pena capitale.
Se l'Europa è il primo continente senza pena di morte, l'Africa potrebbe divenire il secondo, soprattutto se si guarda alla sua parte subsahariana. Il dibattito in seno all'Onu è molto acceso: ciò è dovuto anche al fatto che tra i mantenitori vi sono paesi influenti come Stati Uniti, Cina, Giappone, India, Nigeria, Iran, Pakistan o i paesi arabo-islamici. Tuttavia la spinta degli abolizionisti ottiene successi anche tra questi ultimi, come si osserva dal sempre maggior numero degli stati americani che aboliscono la pena o dalla riduzione che la Cina ha recentemente fatto dei reati punibili con la pena capitale.
"Non si può insegnare a un popolo a ripudiare l'omicidio, se lo stato stesso ne fa uso", scriveva il Beccaria. Abolire rappresenta un segnale in controtendenza con lo spirito del tempo presente. Nel mondo attuale, attraversato da passioni e da violente emozioni, tutti gli aspetti della vita quotidiana sono coinvolti, anche la giustizia, la sicurezza e le pene. Come accade in politica, le percezioni su giustizia e sicurezza sono attraversate da ondate emozionali.
Processi spettacolarizzati, avvocati come star televisive, accesi dibattiti sulle sentenze, percezioni di insicurezza slegate dalla realtà dei dati: il bisogno di sicurezza appare una nuova medicina davanti allo spaesamento e alla paura. Prevale emotivamente una cultura della punizione. Il dibattito sulla pena di morte soffre di simili parossismi e qualcuno prova a rievocarla. Così come la guerra torna ad essere popolare, anche la pena di morte rischia la stessa deriva.
Terrorismo, guerre incessanti e reti criminali globali riecheggiano una diffusione sempre più ampia delle condanne a morte extragiudiziali, cioè non ufficiali. Gli stati non sono gli unici detentori del monopolio della violenza: ci sono anche le mafie e i terrorismi che in certi territori vogliono "farsi stato". Nell'incertezza torna un'idea di retribuzione simile a quella favorevole alla pena capitale. Il jihadismo contemporaneo manipola tale ragionamento tentando di convincere il mondo islamico che la sua cruenta battaglia rappresenta la legittima retribuzione per i torti subiti. Papa Francesco l'ha dichiarata sempre inammissibile (come la guerra) ma la pena di morte e la mentalità che l'accompagna rischiano di tornare in maniera ambigua, incentivate dalla paura del terrorismo.
I returnees (i foreign fighters di ritorno) incutono un terrore tale da far sembrare accettabile il venire meno di un principio fondamentale della nostra civiltà. Il terrorismo dell'Isis -pur sconfitto - ci sta forse contagiando, lasciando in eredità qualcosa di orrendo che non ci appartiene? Guerre senza nome e senza senso a cavallo tra paura e estrema difesa dell'identità, funestano il nostro mondo e nessuno se ne scandalizza più tanto.
Condannare a morte intere città non ha provocato forti manifestazioni di sdegno, il never again di un tempo. L'uomo del presentiamo è schiacciato dalle proprie preoccupazioni e si arrabbia solo per sé stesso. Davanti alla vendetta dei "dannati della terra", si invocano soluzioni armate: un'idea micidiale di reciprocità. Quasi nessuno dice apertamente di volere la guerra ma si seminano dappertutto le sue premesse: discorsi d'odio, insulti, ricerca del nemico, stigmatizzazioni.
Dal sottosuolo dei peggiori sentimenti riemerge un sentimento di vendetta e ritorsione: occhio per occhio. L'inasprimento generalizzato delle politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie che si osserva attualmente risente di una trasformazione del carattere giudiziario degli stati, decuplicandone la rete penale dappertutto. È in atto una svolta punitiva in tutte le civiltà. Se qualche anno fa ad esempio il fatto che le carceri in Italia fossero sovraccariche creava almeno disagio nella pubblica amministrazione, oggi alcuni politici se ne fanno vanto.
Allo stesso modo in molti paesi le migrazioni e il Covid hanno provocato l'instaurarsi di una gestione dell'insicurezza sociale che tende a dimenticare o addirittura a criminalizzare la povertà. Nell'era del lavoro frammentario e discontinuo e della crisi del welfare, la regolamentazione della vita quotidiana non passa più attraverso la figura materna e disponibile dello stato-previdenza ma si poggia su quella virile e autoritaria dello stato-giudice e sulla cultura del merito e della punizione. Lo notiamo con l'aumento vertiginoso della popolazione carceraria in certi paesi o con la privatizzazione delle carceri in atto in altri.
Lo osserviamo nelle annose polemiche tra sanità pubblica e privata. Si istituzionalizza il divergente, lo si isola perché non "produttivo": quindi non vale la pena occuparsene. La gestione politica degli eventi è divenuta la gestione degli stati d'animo. La maggioranza dei cittadini si adegua se le istituzioni o i leader divengono più aggressivi, la gente segue. D'altra parte nella globalizzazione tutti sono più soli (in occidente anche più vecchi) e reagiscono in maniera allarmata. I muri sono il risultato di tale necessità rabbiosamente espressa o difesa.
Si murano le frontiere, le vie di uscita o di entrata, si dividono le città, si separano i quartieri e ciascuno va all'ossessiva ricerca di quelli uguali a sé, che paiono più rassicuranti. Allo stesso tempo, si abbandona l'idea della riabilitazione in carcere o dei diritti umani per tutti.
Figlie di un clima punitivo, emergono le culture del sospetto, del complotto, dell'interminabile ricerca di sicurezza. In tale clima ci si potrebbe chiedere perché insistere nuovamente sulla pena di morte. Davanti al terrorismo non sarebbe il caso di parlare d'altro?
Perseverare contro la pena di morte è invece il modo per opporsi ad ogni cultura di morte, sia essa istituzionale che non. È un modo per contrastare ogni scorciatoia punitiva e per riaffermare quanto la pena capitale rappresenti la disumanizzazione a cui resistere. Si tratta infatti di una pena irreversibile che assomiglia troppo alla vendetta perché basata sulla reciprocità con il male. La nostra civiltà del diritto non può cedere alla tesi della legittimità della ritorsione.
La giornata mondiale delle città per la vita è un'iniziativa della Comunità di Sant'Egidio in alleanza con molte realtà associative che lottano contro la pane di morte nei paesi mantenitori, nei corridoi della morte e nelle carceri di tutti i continenti. Nella serata del 30 novembre le città aderenti (ad oggi 2.363) sono invitate ad illuminare un monumento significativo della propria storia. A Roma viene tradizionalmente illuminato il Colosseo, un tempo teatro delle condanne a morte. Quest'anno sarà illuminato anche il parlamento europeo. La scelta delle città permette di coinvolgere amministrazione comunali degli Stati mantenitori. È un gesto simbolico che accompagna il lavoro diplomatico e di dialogo nei confronti degli stati mantenitori per affermare ovunque la cultura della vita.
ansa.it, 30 novembre 2020
Una rivolta violenta è scoppiata in un carcere di massima sicurezza in Sri Lanka: finora sono otto le vittime e 55 i feriti. All'interno della struttura, dove è scoppiato il caos per un'ondata di contagi di Covid-19, sono stati uditi alcuni spari. La struttura di Mahara, appena fuori dalla capitale Colombo, è stata circondata da centinaia di agenti mentre all'interno le guardie tentano di ripristinare l'ordine. I detenuti si sono scontrati con le guardie ieri e nella notte hanno appiccato il fuoco alle cucine e preso in ostaggio, per un po' di tempo, due agenti.
"Sono stati soccorsi e ricoverati in ospedale", ha dichiarato il portavoce della polizia, Ajith Rohana. "La situazione è sotto controllo", ha aggiunto. Intanto seicento agenti, inclusi duecento commando della polizia, sono stati dispiegati lungo il perimetro. Non è ancora chiaro, tuttavia, se le autorità carcerarie abbiano ripreso il controllo dell'intero complesso. Le carceri dello Sri Lanka hanno visto settimane di disordini poiché il numero di casi di Covid-19 all'interno delle strutture ha superato i mille. Due detenuti sono morti a causa della malattia.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Quando, dopo un mese di silenzio, il 24 novembre ha squillato il telefono nell'abitazione di famiglia a Stoccolma, Vida Merhannia ha ascoltato parole che non avrebbe mai voluto ascoltare. Suo marito, lo scienziato in Medicina dei disastri di passaporto iraniano e svedese Ahmadreza Djalali, l'ha avvisata che lo stavano trasferendo in isolamento, che l'esecuzione della condanna a morte sarebbe stata imminente e che quella avrebbe potuto essere l'ultima telefonata.
Vida ha immediatamente avvisato Amnesty International, gli amici e colleghi e i giornalisti ed è partita l'ultima disperata campagna per salvare la vita a un innocente, un imparziale uomo di Scienza, arrestato il 26 aprile 2016 e condannato a morte in via definitiva per spionaggio contro l'Iran per non aver voluto spiare per l'Iran. Djajali è l'ennesima vittima della reazione di Teheran alle politiche ostili occidentali promosse e portate avanti dagli Usa e dai governi alleati: negli ultimi quattro anni sono stati tanti gli iraniani con doppio passaporto arrestati per spionaggio o minaccia alla sicurezza nazionale. L'Università del Piemonte Orientale, presso la quale Djalali trascorse un periodo di ricerca, è mobilitata; i premi Nobel hanno rilanciato l'appello del 2019 e così sta facendo Amnesty International, la cui petizione online sta per raggiungere le 200.000 adesioni solo in Italia.
L'hashtag #saveahmadreza sta circolando ovunque, le pagine dei social si stanno riempiendo di candele accese. Le autorità iraniane dovrebbero approfittare dell'esperienza di Djajali e affidargli la guida delle politiche di contrasto alla pandemia da Covid-19, che sta colpendo pesantemente il paese. E invece sembra avviarsi a metterlo a morte. Il recente omicidio del capo del programma nucleare iraniano, con le successive accuse di Teheran a Israele, rischiano di avviare una reazione di cui l'innocente Djajali potrebbe essere la prima vittima.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Da novanta giorni sono sotto sequestro ma per loro nessuno si mobilita. Eppure siamo gonfi di indignazione, di vibrante protesta per la scandalosa detenzione in Egitto dello studente Patrick Zaki.
Da novanta giorni, non da due, ma da novanta, diciotto pescatori di Mazara del Vallo sono sotto sequestro con accuse vaghe e incomprensibili in Libia dalle milizie di Haftar. Insomma sono ostaggi, catturati e usati come merce di scambio con l'Italia. Ma l'Italia non ha alcuna intenzione non dico di scambiare alcunché, ma di prendere in considerazione l'idea stessa di una trattativa per liberare diciotto nostri connazionali nelle grinfie di bande armate cui è difficile riconoscere dignità statale. Colpa di un governo palesemente inadeguato come quello italiano, certamente, senza una leadership, un minimo di peso internazionale, uno straccio di profilo che possa incutere rispetto. Ma colpa anche di un'opinione pubblica silente, indifferente, messa a tacere da un misto di fatalismo, di disattenzione, di assuefazione.
E c'è davvero da domandarsi perché. Perché la sorte di diciotto pescatori non ci muova a un minimo di solidarietà. Guardiamo la notizia, non ne veniamo toccati, la prendiamo come una noiosa incombenza. Siamo gonfi di indignazione, di vibrante protesta per la scandalosa detenzione in Egitto dello studente Patrick Zaki, conosciuto all'Università di Bologna, e facciamo bene a protestare, a firmare appelli, a richiamare l'attenzione su questo sopruso.
Ma perché niente, il nulla assoluto, il mutismo illimitato sui diciotto pescatori. Facciamo sentire il nostro plauso quando qualche cooperante, o qualche giornalista, viene liberato dopo lunghe e onerose trattative, ma del destino di diciotto pescatori sequestrati non ci importa niente, come se l'umanità di diciotto sconosciuti non ci riguardasse, o ci riguardasse molto meno, o fosse meno "di tendenza" occuparsene, protestare, chiedere la loro liberazione. E questa volta nemmeno l'opposizione di destra, un tempo combattiva e indignata per i due marò prigionieri in India, sembra commuoversi. Come se fossero italiani di un'Italia minore, appartenenti a una categoria troppo umile per alimentare la nostra coscienza morale incostante, spaventosamente ipocrita, di un'ipocrisia così incistata nel nostro modo strabico di vedere le cose che forse nemmeno riusciamo a rendercene conto. Perché i pescatori non contano niente, non fanno opinione, non invitano alla mobilitazione. E se ne stanno lì, sotto sequestro da novanta giorni, nel silenzio del mondo.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 30 novembre 2020
In un mese superati i 2000 suicidi. Più delle vittime del coronavirus dall'inizio della pandemia. L'incremento maggiore è tra le donne. L'esperta: "Qui non c'è stato un vero lockdown l'impatto della pandemia è minimo". Sebbene il dolore non sia una questione di genere ma soltanto di anime, il fatto che siano soprattutto donne suscita sgomento: in Giappone solo nell'ultimo mese sono morte più persone suicide che per il Covid in tutto l'anno corrente, 2153 contro 2087. E a togliersi la vita sono state soprattutto donne, di età diverse. In ottobre il tasso di suicidi femminili in Giappone è aumentato dell'83% in rapporto allo stesso mese dell'anno scorso, mentre gli uomini che hanno rinunciato volontariamente alla vita sono "soltanto" il 22% in più, nello stesso schema temporale.
Il Giappone, proprio uno fra i Paesi al mondo che ha retto meglio la tempesta della pandemia. "Non abbiamo neanche avuto un vero e proprio lockdown, l'impatto del Covid nella nostra vita è stato minimo, se paragonato a molte altre nazioni" spiega, anzi non si spiega Michiko Ueda, docente alla Waseda University di Tokyo, esperta di suicidi. È vero, questo Paese è da sempre funestato da un alto tasso di rinunce volontarie alla vita, ma è anche la nazione dove da tempo si fa più trasparenza statistica su questi dati. Però osservare, calcolare, stimare non significa affatto capire. Meno che mai quando si tratta di ritenere la vita talmente dolorosa e difficile da non sopportarla più.
Che cosa passi nella testa e nel cuore di chi prende una decisione (decisione?) del genere è impossibile saperlo. Ma questi dati giapponesi inquietano, sembrano quasi incredibili anche se sono reali come i numeri che esprimono. E il fatto che siano aumentati di così tanto i suicidi femminili dovrà, deve assolutamente dirci qualcosa. Non basta rifugiarsi nella (fittizia il più delle volte) convinzione che le donne siano più fragili. Anzi, forse c'è nel loro campo visivo emotivo una prospettiva più ampia, uno sguardo che si spinge un poco più in là, alla generazione futura cui poter dare o negare la vita. Forse, la depressione femminile ha sempre un che di esogeno, oltre che endogeno. È sempre anche un poco, come dire, transitiva: per questo, sotto la cappa della pandemia, in Giappone si è moltiplicata tanto di più.
Perché il Covid-19 ha scoperchiato tante cose. Quasi tutto, in fondo. Ha disorientato l'umanità ai quattro angoli del mondo, liberando dietro lo sciame virale un senso di incertezza così profondo che non si riesce neanche a dargli un nome. È una sensazione nuova per molti di noi, forse per quasi tutti. Se c'è un'unica cosa che sappiamo tutti molto meglio di prima, è il sapere di non sapere, come diceva Socrate millenni fa. Non sapere quello che ci può aspettare dietro l'angolo dello spazio e del tempo. Tutto il mondo è stato posto di fronte a questa abissale ignoranza che riguarda la vita - quella vita che prima ci pareva tutto sommato abbastanza saldamente incanalata in un futuro prevedibile.
Il virus ci ha dimostrato che malgrado tutto non siamo troppo dissimili da quell'uomo delle caverne che al calar del buio si spaventava e sperava - solo sperava perché di certezza non ne aveva - che giungesse una nuova alba. Abbiamo sì il progresso dalla nostra, e la fiducia in una scienza che avanza giorno per giorno e che ci metterà al sicuro. Ma questa così nitida percezione della nostra incertezza ce la porteremo dietro, almeno per un bel pezzo di strada.
E forse è proprio questa la falce che ha mietuto così tante vite femminili in Giappone, in quest'ultimo dannato mese malgrado il virus sia, almeno lì, sotto controllo. Quella falce è la paura del tempo che verrà, la depressione abissale che viene quando tutto diventa nero, anzi grigio - dietro e davanti a sé. In Giappone è ancora un tabù parlare della propria solitudine, ammettere di non starci comodi.
"Non è cosa di cui si possa chiacchierare in pubblico, e nemmeno con gli amici o i parenti", racconta Koki Ozora, uno studente universitario che insieme a un gruppo di volontari a marzo scorso ha avviato una linea d'ascolto attiva 24 ore su 24 sul disagio mentale e in questo periodo riceve centinaia di chiamate al giorno. Migliaia di storie che raccontano di una sofferenza apparentemente inspiegabile, legata a stretto filo con la pandemia e i suoi effetti a larghissimo spettro.
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