di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2020
L'Ucpi suggerisce la firma di Protocolli con le Corti per assicurare il giudizio in presenza; l'opposizione mira a riformare il Dl in sede di conversione. Per la riforma dell'Appello cartolare, o "a chiamata" come è stato anche irridentemente soprannominato, scatta il pressing delle Camere Penali e di Forza Italia.
di Laura Berlinghieri
La Nuova Venezia, 30 novembre 2020
Quattro poliziotti positivi a Santa Maria Maggiore, direttrice e agente malate alla Giudecca. Clima teso dopo l'ultima protesta. Quattro agenti positivi nella casa circondariale di Santa Maria Maggiore e poi la direttrice e un'altra agente, sempre positive, nel carcere femminile della Giudecca. Il Covid torna a penetrare negli istituti penitenziari di Venezia, questa volta non interessando però i detenuti.
Ma è comunque una situazione che va ad aggravare ulteriormente il fragilissimo equilibrio delle nostre carceri. L'esempio emblematico consiste nella rivolta di mercoledì pomeriggio, quando i detenuti del carcere maschile hanno sbattuto per mezz'ora vari oggetti sulle porte e sulle inferriate, per richiamare l'attenzione degli esterni. Deflagrazione - fortunatamente, senza conseguenze - di una miccia accesasi poco prima, con le minacce (rimaste tali) rivolte da alcuni reclusi alle infermiere della struttura. Infermiere che, per questo, hanno deciso di "scioperare", posticipando di un'ora la quotidiana consegna dei farmaci.
Ignari della decisione, i detenuti hanno iniziato a protestare, costringendo gli agenti a un'affannosa corsa tra le celle e l'infermeria, nel tentativo di capire cosa fosse successo. "Se fosse stato presente lo staff dirigenziale, probabilmente tutta questa situazione si sarebbe potuta facilmente evitare", commenta Sergio Steffenoni, garante dei detenuti, in proroga fino al 15 gennaio, quando sarà nominato il successore. "Le infermiere delle cooperative fanno un lavoro complesso e sottopagato. E ora devono anche fare i tamponi. Meritano maggiore considerazione e aiuto".
Le condizioni nelle due carceri veneziane appaiono estremamente delicate. Entrambe le strutture sono momentaneamente prive delle relative guide, con la gestione che è ora nelle mani dei direttori delle carceri di Treviso e di Belluno. E poi la carenza si registra anche tra gli educatori: uno per ciascuna sede, invece dei tre che dovrebbero esserci. Questioni a cui aggiungere il ben noto problema del sovraffollamento. "Un conto è godere di una continuità, altra storia è essere perennemente in sostituzione" spiega Steffenoni, nel provare a motivare quanto accaduto mercoledì.
Ma la situazione di Venezia ripete quella delle altre realtà della regione (e non solo), con difficoltà che si ripercuotono, a effetto domino, sulle altre strutture. "Il provveditore delle carceri del Triveneto, Enrico Sbriglia, è andato in pensione sei mesi fa. Il posto è ancora vacante, ma dovrebbe presto essere coperto da una persona in arrivo da Ancona. La casa circondariale di Padova è priva del direttore, così come le carceri di Vicenza, Rovigo e Trieste. A queste condizioni è evidente che il clima sia esasperato" conclude il garante Steffenoni.
La Repubblica, 30 novembre 2020
Vito Clericò, 64 enne di Garbagnate Milanese (Milano) condannato in secondo grado all'ergastolo per l'omicidio nel 2017 dell'amica Marilena Rosa Re, promoter 58enne uccisa per soldi, fatta a pezzi e sepolta nell'orto, si è suicidato nel tardo pomeriggio di oggi nel bagno comune del carcere di Busto Arsizio (Varese).
A quanto emerso ha ingoiato sacchetti dell'immondizia fino a soffocarsi. L'uomo ha lasciato una lettera nella quale ha spiegato il suo gesto criticando l'operato della giustizia. Reo confesso dell'omicidio, Clericò mangiava poco e sosteneva di patire la detenzione.
A dare l'allarme è stato il suo compagno di cella che, non vedendolo tornare dai bagni comuni, ha pensato si fosse sentito male. Immediato l'intervento di medici e agenti di polizia penitenziaria, ma per l'uomo non c'è stato nulla da fare.
Marilena Re scomparve da casa nel luglio del 2017 e solo nel settembre successivo Clericò, interrogato dagli inquirenti, ammise che il suo cadavere si trovava nel suo orto. Del delitto aveva però incolpato un misterioso uomo corpulento. Successivamente, dopo aver cambiato otto volte versione, ammise di averla uccisa e poi decapitata e fatta a pezzi e di aver nascosto il corpo nel suo terreno e la testa in un campo di Garbagnate, dove fu ritrovata dagli investigatori in un sacco, tra i rovi. Movente del delitto sarebbe stata una somma di denaro non dichiarata che la vittima aveva chiesto a Clericó e a sua moglie di tenere nascosta in casa, per poi richiederla indietro.
di Alessandra Napolitano
centropagina.it, 30 novembre 2020
"I detenuti sentono la mancanza dei familiari". Nei sei Istituti penitenziari marchigiani al momento non si registrano casi di positività al Coronavirus tra i carcerati. Nelle carceri marchigiane l'impegno è massimo per evitare contagi tra i detenuti e al momento non si registrano casi di positività. Il Coronavirus mette a dura prova non solo il sistema penitenziario, ma anche gli stessi detenuti che in questo periodo di emergenza sanitaria vedono ridotte sia le possibilità di avere colloqui con i propri familiari, sia le attività trattamentali.
Il Garante regionale dei diritti Andrea Nobili, che segue scrupolosamente la situazione con costanti monitoraggi e visite, fa il quadro della situazione nelle sei carceri marchigiane: la Casa circondariale Montacuto e la Casa di reclusione Barcaglione ad Ancona, Villa Fastiggi a Pesaro, la Casa di reclusione di Fossombrone, la Casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno e la Casa di reclusione di Fermo.
Avv. Nobili, com'è attualmente la situazione sanitaria negli istituti penitenziari marchigiani?
"Al momento non si registrano casi di detenuti positivi in nessuna delle sei carceri marchigiane. Contagi sporadici, fortunatamente non gravi, si sono verificati tra gli operatori di polizia penitenziaria. Ad ogni modo, sono stati effettuati tutti i controlli necessari e non si sono determinate situazioni di trasmissione del virus all'interno degli Istituti. Il livello di attenzione è molto alto, i controlli sono rigorosi e anche recentemente gli operatori di polizia penitenziaria sono stati sottoposti a tampone. Le carceri sono luoghi da seguire con particolare attenzione perché un'eventuale diffusione del virus sarebbe davvero problematica".
Che misure vengono adottate all'interno delle carceri?
"Gli operatori di polizia penitenziaria indossano sempre la mascherina. Nella cella i detenuti non la portano in quanto hanno poche occasioni di contatto con soggetti provenienti dall'esterno. Tutti coloro che invece entrano in carcere vengono monitorati, viene fatto il controllo della temperatura. Se qualche detenuto è uscito perché magari ha avuto un permesso o ha dovuto fare delle visite mediche, al rientro viene sottoposto a controlli e messo in quarantena. Quarantena di 14 giorni e tampone anche per chi è in custodia cautelare o per chi proviene da altre carceri".
Come vivono la situazione Covid i detenuti?
"Quello che soffrono di più è la compressione delle opportunità di relazioni affettive. I colloqui con i familiari si sono fortemente ridimensionati, basti pensare che le misure del Dpcm non consentono di spostarsi dal Comune di residenza e le visite ai detenuti non sono un'eccezione, a riguardo c'è proprio una specifica Faq del Governo. È vero che è aumentata la possibilità di fare chiamate e videochiamate- prima quest'ultima opzione non era prevista- ma ciò non sostituisce il rapporto diretto con i familiari. I detenuti risentono anche della riduzione delle iniziative trattamentali".
Quali sono le criticità maggiori riscontrate nelle carceri marchigiane? "Innanzitutto le strutture penitenziarie avrebbero bisogno di manutenzione straordinaria. Ci sono edifici che accusano il logorio del tempo e non hanno spazi adeguati per la socialità. Non sempre tutto funziona: a volte manca l'acqua calda, a volte gli impianti di riscaldamento hanno dei problemi. Altre criticità sono un leggero sovraffollamento; la carenza di organico degli operatori di polizia penitenziaria e le limitate iniziative trattamentali che se già prima erano poche, ora si sono ridotte ulteriormente. A fronte poi di un numero importante di detenuti con problemi psicologici o psichiatrici mancano gli psicologi. Sarebbero necessari anche dei miglioramenti sanitari come una maggiore presenza di dentisti. Comunque, rispetto ad altre regioni le carceri marchigiane presentano difficoltà minori".
Garante Nobili, è quasi arrivato al termine del suo mandato. Ha visto dei miglioramenti in questi anni nelle carceri marchigiane?
"Non direi. Il sistema penitenziario vive una condizione molto difficile ed ha bisogno di una grande riforma. Piuttosto ho visto dei sensibili peggioramenti dovuti al fatto che il Provveditorato- l'organo di amministrazione penitenziaria- non è più presente nelle Marche ed è stato trasferito a Bologna. Inoltre, gli uffici che si occupano di esecuzione penale esterna lavorano in condizioni difficilissime perché c'è una carenza di personale importante".
di Barbara Cottavoz
La Stampa, 30 novembre 2020
Il caso sollevato dal vicepresidente regionale della commissione Sanità. La seconda ondata della pandemia è entrata nelle carceri in modo pesante, anche in Piemonte. Due dei cinque decessi di detenuti avvenuti in Italia risultano ad Alessandria e Saluzzo e gli operatori penitenziari piemontesi contagiati sono già 187.
Ma per loro la delibera regionale non prevede lo screening stabilito per le altre forze dell'ordine e ogni Asl si muove in solitaria: Novara esegue i tamponi gratuitamente, Torino li fa pagare. Non c'è poi un piano per monitorare le condizioni dei detenuti e infatti la commissione regionale intende visitare il carcere di Torino, che risulta la struttura più in difficoltà.
Alla fine della prima fase dell'emergenza Covid in Italia si erano registrati circa 280 detenuti e 200 operatori contagiati, il 22 novembre il loro numero complessivo era salito a 1.850. Nelle tredici carceri del Piemonte sono detenute 4.263 persone (alla data del 24 novembre) su una capienza teorica di 3.783 posti e i reclusi positivi al Covid erano 40 curati all'interno delle carceri e 2 ricoverati in ospedale a Biella. Secondo l'associazione Antigone, in questa seconda ondata sono stati registrati cinque decessi tra i detenuti italiani di cui due in Piemonte: Alessandria e Saluzzo.
Ma un vero e proprio screening di massa su chi vive e lavora negli istituti di pena non c'è, anche perché la delibera della giunta regionale del 3 novembre 2020 che prevede programmi di controlli a cura delle Asl elenca "personale della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di finanza, della Polizia municipale, dell'Esercito, dei Vigili del fuoco e degli Uffici giudiziari" e non cita la Polizia penitenziaria.
Se ne discuterà nel question time di martedì su interrogazione presentata da Domenico Rossi, vicepresidente della commissione Sanità: "Un'altra falla, l'ennesima, nel sistema per la gestione dell'emergenza Covid in Piemonte e questa volta l'allarme arriva dalle organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria. Ma manca un piano anche per lo screening dei detenuti, come invece è stato previsto per le altre comunità chiuse".
E proprio per verificare la situazione la commissione Sanità presieduta dal dottor Alessandro Stecco sta organizzando un sopralluogo con il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà: si comincia da Torino, che risulta la situazione più preoccupante. Ma anche a Novara si sono registrati momenti di tensione: per cinque giorni e cinque notti i detenuti hanno battuto le sbarre delle celle per chiedere di poter comunicare con le famiglie dopo la sospensione delle visite per l'entrata in vigore del Dpcm. La direzione ha assicurato che sarà utilizzato Skype e la protesta è rientrata, per ora.
Il Garante dei detenuti del Piemonte, Bruno Mellano, sottolinea comunque: "La comunità penitenziaria è una sola (detenuti, agenti, operatori) e dunque ben vengano gli screening ma ad essi vanno aggiunte politiche reali di decongestionamento delle strutture, in modo da poter permettere una efficace gestione degli spazi e intervenire con efficacia qualora dallo screening emergessero delle criticità importanti".
di Francesco Campi
Il Gazzettino, 30 novembre 2020
A sottolinearlo, evidenziandone le criticità, sono, in una nota inviata anche a sindaco e Prefetto di Rovigo, il coordinatore regionale della Fp Cgil Penitenziari Gianpietro Pegoraro e Franca Vanto della segreteria regionale sempre della Fp Cgil.
I sindacalisti spiegano che il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto il 23 novembre ha diramato una nota con il piano operativo per l'emergenza Covid sul quale, sottolineano, "non vi è stato confronto con le organizzazione sindacali" e che "si discosta da quanto previsto dalla circolare che prevede all'interno di ogni istituto un reparto isolamento in cui collocare detenuti appena arrestati, detenuti provenienti da altri istituti di pena e in attesa dell'esito del tampone, e detenuti positivi al Covid".
Questo piano, evidenziano Pegoraro e Vanto, "prevede diversi scenari possibili in un'ottica di progressivo peggioramento della situazione e vengono individuati i due istituti di Trento e Rovigo per contenere i detenuti positivi. Ciò significa che i detenuti positivi di altri istituti, se la sezione individuata come isolamento da Covid non riesce più a contenerli, vanno trasferiti in base alle classificazioni di pericolosità: per Trento solo detenuti e detenute a media sicurezza, mentre per Rovigo ad alta e media sicurezza".
Per rendere questo possibile, a Rovigo si individua un reparto da 34 posti, dedicato ai reclusi positivi, creando già, secondo i sindacalisti, un problema di accessi. "È diviso dall'altro reparto, il lato B, da due cancelli, ma nel mezzo vi è un'unica rotonda. Altra cosa in comune tra i due reparti sono le vie d'ingresso: poliziotti e infermieri salgono e scendono per la stessa scala, quindi ci si trova che chi svolge servizio all'interno del reparto Covid sale o scende con chi svolge servizio nel reparto non Covid".
Altro problema, che aggrava una situazione già difficile per l'appunto segnalata dalla Cgil appena una settimana fa con un'apposita nota, è quello legato alla dotazione di personale. "Pieno di incertezze è il modo con cui dovrà funzionare il reparto Covid: oltre alla sua collocazione, vi è anche il problema dell'avvicendamento del personale che sarà chiamato a svolgere il proprio servizio all'interno del reparto. Avere o meno il personale è molto importante in questa delicata fase, cosa che nel piano non è presa in considerazione. Anzi, si prevede l'assegnazione nel carcere di Rovigo di ulteriori detenuti, oltre a quelli già presenti, classificati di alta sicurezza, positivi al Covid provenienti da altri carceri del Triveneto, che comporta un impiego maggiore di unità di polizia penitenziaria nei vari turni. Nel piano non esiste alcuna indicazione di come reperire le risorse umane per dare man forte al carcere di Rovigo e di assicurare i diritti al personale".
Pegoraro e Vanto proseguono spiegando che "da non perdere di vista è il numero dei poliziotti penitenziari positivi al Covid, attualmente 7, ma possono aumentare. Una situazione che incide negativamente sul buon andamento del servizio, come già incide negativamente il personale che frequenta corsi universitari, ben 19, mentre 9 fruiscono della legge 104/92 (la legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate che prevede speciali permessi di lavoro per chi assiste familiari, ndr).
Esiste anche il problema dei tamponi poiché vengono svolti con ritardo, sia al personale che ai detenuti: circa due mesi tra un tampone e l'altro. Il personale infermieristico non è garantito nell'arco delle 24 ore, come mancano apparecchiature di ventilazione. Va anche evidenziato che la struttura ospedaliera di Rovigo, rispetto altre strutture, risulta non attrezzata a contenere nel reparto Covid detenuti classificati di alta sicurezza e questo pone il problema del piantonamento".
di Claudio Lattanzio
Il Centro, 30 novembre 2020
Il numero dei contagiati è destinato a crescere: attesi i risultati di 42 test e da fare ne restano 280 Ricoverato un boss della 'ndrangheta (sorvegliato a vista), gli altri reclusi si trovano tutti in isolamento. Situazione esplosiva nel carcere di Sulmona. A creare tensione e allarme è l'alto numero di reclusi che sono rimasti contagiati dal Covid 19.
Al momento sono 16 i detenuti risultati positivi al tampone molecolare. Un numero che però sempre destinato a salire, visto che finora sono stati processati 78 tamponi su 120 somministrati. I risultati degli altri 42 test sono attesi in queste ore e dall'esito si potrebbe tracciare già una prima valutazione. Al momento la situazione sembra essere sotto controllo dopo la decisione del responsabile sanitario del carcere di isolare dal resto della struttura il reparto dove si registrano più contagi, quello dei detenuti di Alta sorveglianza, i più pericolosi.
Tutti i detenuti vengono tenuti in isolamento per 24 ore al giorno in attesa del completamento dello screening. La preoccupazione resta tuttavia altissima e i vertici del penitenziario tengono le dita incrociate nella speranza che il contagio resti circoscritto ai numeri attuali. Restano infatti ancora da sottoporre a tampone circa 280 detenuti, operazione che dovrebbe essere ultimata entro mercoledì prossimo.
Al momento un solo detenuto è stato trasportato in ospedale dopo che aveva manifestato sintomi più marcati, con difficoltà respiratorie, dissenteria e febbre alta. Si tratta di un noto boss di 67 anni della 'ndrangheta che è stato sistemato nel vecchio pronto soccorso dell'ospedale cittadino in attesa che si liberi un posto Covid in un altro ospedale della regione con uno spazio protetto adatto a gestire un detenuto di alta sicurezza. In queste ore il recluso è sorvegliato 24 ore su 24 da una squadra di tre agenti di polizia penitenziaria per turno.
Tutto è iniziato il 12 novembre, con sei operatori dell'area sanitaria positivi al tampone molecolare. Poi il 23 novembre il virus è entrato dentro le celle con il contagio accertato su 15 detenuti del reparto di Alta sicurezza. Un fronte che ha subito fatto salire alle stelle la preoccupazione perché i 15 contagi sono stati accertati solo su 38 tamponi somministrati. Poi ieri la tensione si è allentata quando è risultato positivo un solo detenuto su 40 tamponi effettuati. In tutto fino a tarda sera erano stati eseguiti 120 test molecolari.
Nelle prossime ore si procederà a somministrare i tamponi a tutto il resto della popolazione carceraria in modo di avere un quadro epidemiologico più certo per poter intervenire con più efficacia. Un lavoro certosino e non facile che sicuramente impiegherà tempo agli operatori coinvolti, che rassicurano però sulle operazioni da mettere in campo, soprattutto dopo la visita di venerdì del provveditore per l'Abruzzo e il Molise del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
Il carcere di Sulmona diretto da Sergio Romice è stato inaugurato nel 1992 e attualmente ospita circa 400 detenuti in attesa dell'ultimazione del nuovo padiglione che ne potrà contenere altri 200. Tre le tipologie di reclusi sistemate in altrettanti padiglioni contraddistinti da un colore.
Nel settore verde vengono custoditi i detenuti di Alta sicurezza, ex 41bis, e se ne contano circa 150. Nel settore blu sono reclusi gli As3, sicuramente più tranquilli degli altri, in particolare si tratta di associati di mafia e se ne contano circa 240. Nel settore giallo, ex sezione femminile, sono sistemati i collaboratori di giustizia e ne sono una quindicina, in un reparto che ne potrebbe contenere una ottantina.
Il Gazzettino, 30 novembre 2020
Il senatore Riccardo Nencini, presidente della commissione Cultura, ha proposto una interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia Bonafede. Tiene conto del fatto che già dal 2000 il ministro Fassino e il sindaco Fabio Baratella avevano pianificato che con il trasferimento del carcere fuori dal centro di Rovigo, si sarebbe creata la possibilità di realizzare una vera cittadella della Giustizia con l'allargamento delle competenze del Tribunale di Rovigo a diversi comuni del Basso padovano.
Ricorda anche, tuttavia, che già nel 2017 è stato proposto all'amministrazione della città il trasferimento del carcere minorile di Treviso nella sede in cui esisteva il vecchio carcere e che era situata in adiacenza al Tribunale. Nel frattempo questo aveva accorpato le competenze di altri quaranta comuni della Bassa padovana ed era distribuito in diverse sedi sparse in altre cinque zone della città.
L'interrogazione ricorda, inoltre, che nonostante tutto ciò è stata bandita una gara per la realizzazione del carcere minorile impedendo, di fatto, la logica e organica unificazione del Palazzo di Giustizia con il suo allargamento verso l'area della vecchia Casa circondariale. Ricorda al ministro, infine, che già il consiglio comunale di Rovigo aveva approvato alla unanimità l'esigenza di consentire l'ampliamento del Palazzo di Giustizia con un netto diniego alla realizzazione del carcere minorile in quel contesto. Chiede, inoltre, se il ministro non ritenga opportuno e doveroso prevedere un intervento finalizzato a interrompere il trasferimento dell'istituto penitenziario minorile da Treviso.
Partito socialista italiano, Federazione di Rovigo
di Francesco Gastaldi
Corriere della Sera, 30 novembre 2020
Medici senza frontiere: 9% di detenuti positivi. In squadra sono due, un infermiere per i servizi sanitari e un esperto di igiene, più (nei primi giorni) un'epidemiologa. Arrivano in carcere, lo visitano, incontrano la direzione. Poi fanno formazione: a guardie penitenziarie e portavoce dei detenuti indicano le regole per proteggersi dal Covid. Infine i colloqui con i carcerati.
C'è chi li ascolta con attenzione, fa domande. C'è chi invece mostra insofferenza e chi nega l'evidenza, rifiutando perfino la mascherina. "Pochissimi per la verità, la maggior parte è ben informata sui rischi del virus", affermano Federico Franconi e Mario Ferrara, il team che Medici Senza Frontiere ha inviato nelle strutture penitenziarie lombarde per arginare i focolai della seconda ondata.
Non si occupano direttamente dei malati, ma di prevenire il contagio in strutture complesse e diverse tra loro: "Molti pensano che il carcere, come struttura di isolamento, sia meno permeabile al contagio ma non è così", spiegano Franconi e Ferrara. "Le case circondariali sono ambienti "porosi" - aggiunge l'epidemiologa della Ong, Silvia Mancini - per lo scambio che avviene fra interno ed esterno, soprattutto da parte del personale. Sovraffollamento e scarsa areazione sono fattori che alimentano il rischio di diffusione".
Il problema è stato più eclatante durante la prima ondata, con rivolte e proteste, ma il Covid ha colpito di più durante la seconda. Sono 267 i detenuti nelle carceri lombarde attualmente positivi (la metà nei due hub Covid di San Vittore e Bollate), più 368 casi tra il personale secondo i dati messi a disposizione dal garante regionale Carlo Lio.
Quasi una struttura colpita su due e circa il 9 per cento di sintomatici. I ricoverati, al momento, sono una decina. L'intervento di Msf - gli esperti si sono fatti le ossa con Ebola in Africa e Medio Oriente - è ora concentrato nelle carceri periferiche. A Lodi, il 19 novembre, è esploso un focolaio con trenta positivi (dieci detenuti e venti agenti) e a Busto Arsizio sono 22 i detenuti contagiati con un decesso "sospetto" nei giorni scorsi.
"Ma anche altre carceri come Como e Pavia presentano situazioni complesse", aggiungono. Msf stavolta insiste soprattutto sulla prevenzione: "Zone di disinfezione, zone filtro, circuiti, regole ferree su vestizione e disinfezione degli ambienti ma anche videochiamate per incontrare i parenti e limiti all'ora d'aria. Inoltre - rincara la Mancini - vanno fatte valutazioni costanti del rischio, monitoraggio incessante e individuazione precoce, seguiti da isolamento dei soggetti colpiti e tracciamento dei contatti". Nelle carceri abbassare la guardia è un pericolo: "Sono luoghi più a rischio per problemi cronici - afferma il garante regionale Lio - come il sovraffollamento che tuttora viaggia in media tra il 25 e il 3o per cento in più rispetto alla capienza. Serve un intervento riformatore".
di Serena Riformato
Il Domani, 30 novembre 2020
All'ombra della legge di Bilancio e dei provvedimenti prenatalizi, il cosiddetto decreto Migranti verrà approvato oggi pomeriggio alla Camera con un voto blindato dalla fiducia. A quel punto, il già annunciato ostruzionismo del centrodestra potrà solo di poco allungare i tempi con una lunga sequela di ordini del giorno da discutere in aula.
Il provvedimento che modifica i decreti Sicurezza dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini arriverà però non prima della settimana prossima al Senato dove, fanno sapere dal ministero per i Rapporti con il parlamento, lo attende un altro probabile giro di fiducia. La motivazione ufficiale è quella consueta: i tempi stretti, strettissimi prima della scadenza del decreto, il 20 dicembre. Una ventina di giorni per chiudere la partita a Palazzo Madama già ingolfato dai decreti Ristori. Cinque stelle divisi Anche se nessuno lo dice ufficialmente, l'ennesima questione di fiducia ha un'altra utilità, tutta politica.
Contenere, e possibilmente nascondere sotto il tappeto, l'insofferenza di una parte del Movimento 5 stelle che considera il nuovo testo sull'immigrazione troppo morbido. La frattura si è resa visibile durante i lavori della commissione Affari costituzionali alla Camera. In due occasioni, più diventi deputati Cinque stelle hanno presentato emendamenti identici alle proposte del centrodestra.
Il primo voleva eliminare l'articolo del decreto che consente di convertire alcune tipologie di permessi di soggiorno in permessi di lavoro, il secondo puntava a reintrodurre la confisca e il sequestro delle navi Ong, com'era previsto dal secondo decreto Sicurezza. Sono stati entrambi bocciati dalla maggioranza in commissione, ma alcune voci di malcontento potrebbero tornare a farsi sentire oggi pomeriggio in aula.
O ancora peggio al Senato, dove i numeri di Partito democratico e Movimento 5 stelle sono sempre più ballerini. "Darò la fiducia al governo, non al provvedimento - dice Alvise Maniero, deputato Cinque stelle fra i firmatari degli emendamenti "dissidenti" - non so alla fine in quanti voteranno contro, ma penso che molti nel Movimento non siano contenti di questo decreto che riapre i confini indiscriminatamente".
Sotto traccia, va in scena l'ennesimo inciampo sulla collocazione politica di una forza di governo che non vuole dirsi né di destra né di sinistra e in cui, ciclicamente, qualcuno rimane con il mal di pancia. "Non c'è stata una sintesi all'interno del Movimento - dice Maniero - il decreto è solo il risultato della volontà del Pd e di quei parlamentari Cinque stelle da sempre vicini alle loro posizioni".
Dopo più di un armo, il secondo governo Conte ha rispettato la promessa di rivedere i decreti Sicurezza, su cui pesavano i rilievi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il nuovo testo introduce la protezione speciale, simile alla protezione umanitaria cancellata da Matteo Salvini, ripristina il sistema di accoglienza diffuso e ridimensiona le multe alle Ong. Si allargano le possibilità di convertire i permessi di soggiorno in permessi di lavoro.
I richiedenti asilo potranno nuovamente essere iscritti all'anagrafe dei comuni italiani, cancellando così il divieto introdotto dal primo decreto Sicurezza e ritenuto incostituzionale a luglio 2020 dalla Consulta. Cos'è cambiato alla Camera Il decreto è stato modificato dalla commissione Affari costituzionali in quella che sarà probabilmente la forma definitiva.
I tempi per ottenere una risposta alla domanda di cittadinanza, innalzati a quattro anni dal primo decreto Sicurezza, sono stati riportati a due (erano tre in una versione iniziale del decreto). Un'altra novità significativa introdotta dalla commissione riguarda il cosiddetto decreto Flussi, il provvedimento con il quale l'esecutivo stabilisce ogni anno le quote di ingresso dei cittadini non comunitari che possono entrare in Italia per motivi di lavoro.
Il governo non dovrà più rispettare il tetto dell'anno precedente nel caso non emanasse un nuovo decreto entro il 30 novembre. E con un emendamento delle due deputate Laura Boldrini e Barbara Pollastrini si impedisce esplicitamente l'espulsione di un migrante che nel Paese di origine sia a rischio per motivi legati al suo orientamento sessuale o all'identità di genere.











