di Marco Bisiach
Il Piccolo, 2 marzo 2021
Si tratta di 4 detenuti, 2 agenti penitenziati e un dipendente amministrativo. Martedì al via la vaccinazione con Astrazeneca. Mentre martedì inizierà anche in via Barzellini la campagna vaccinale della popolazione carceraria, il Covid-19 è tornato a bussare, attraversandola, alla porta della casa circondariale goriziana. Lunedì primo marzo, infatti, risultavano sette nuovi casi di positività nella struttura penitenziaria, di cui quattro detenuti, due agenti di polizia e un dipendente civile dell'amministrazione.
Pur alle prese con la febbre, a quanto si è appreso al momento nessuno dei positivi è in condizioni particolarmente critiche: i detenuti si trovano nelle celle riservate ai casi Covid-19 mentre i tre componenti del personale sono ovviamente a casa, in isolamento. A fronte dell'esplosione di questo piccolo "focolaio" nella casa circondariale tutti coloro che si trovano all'interno della struttura - dai carcerati agli agenti, al resto del personale - si sono sottoposti al tampone, e quindi non si può escludere che nelle prossime ore emergano altri casi di positività al coronavirus, magari asintomatici.
Martedì 2 marzo inizierà all'interno dell'edificio di via Barzellini (dove ad oggi si trovano una sessantina di detenuti) la vaccinazione con il vaccino Astrazeneca, che quindi potrà essere somministrato a tutti coloro che non hanno superato i 65 anni. Sicuramente un elemento importante, come ricordano anche i sindacati che avevano già scritto al governatore della Regione, Massimiliano Fedriga, per sensibilizzarlo sull'urgenza di far partire quanto prima la campagna vaccinale e di fornire indicazioni chiare e trasparenti al personale del comparto sicurezza.
Proprio i sindacati, però, rilanciano preoccupazione e allarme. "Bene che parta la vaccinazione, ma il dato di fatto è che in diverse strutture della regione, così come nel vicino Veneto, i focolai ci sono già, e dunque l'azione è tardiva - sottolinea Leonardo Angiulli, segretario regionale triveneto dell'Uspp -. In tal senso quanto è successo purtroppo nel carcere casertano di Carinola, dove tre colleghi sono morti dopo aver contratto il Covid-19, offre il quadro di una situazione preoccupante. Noi non abbiamo firmato il protocollo Covid proposto dall'amministrazione penitenziaria, ritenendolo troppo carente e inefficace, mancando gli spazi vitali per garantire le distanze di sicurezza adeguate all'interno delle strutture".
di Giulia Parmiggiani Tagliati
modenatoday.it, 2 marzo 2021
Parla il loro difensore. A quasi un anno dai fatti, si torna a parlare delle rivolte al Carcere Sant'Anna del marzo scorso. Lo fa la lista civica Modena Volta Pagina, con un incontro online al quale prende parte, oltre che Claudio Paterniti dell'Associazione Antigone, Alice Miglioli del Comitato Verità e Giustizia per la strage del Sant'Anna, l'On. Stefania Ascari (M5S) e il Sen. Franco Mirabelli (PD); anche l'avvocato Mario Marcuz, difensore di fiducia di due dei cinque detenuti firmatari di un esposto di denuncia nei confronti della Polizia Penitenziaria.
Durante il dibattito, l'Avvocato Marcuz rilascia dichiarazioni forti, in merito a fatti che - seppur sommariamente - è bene riepilogare. Era domenica mattina e c'era il sole, l'8 marzo, quando nuvole di fumo denso e scuro hanno iniziato a farsi spazio nel cielo limpido della periferia modenese. Buona parte della Casa Circondariale Sant'Anna stava andando a fuoco: a posteriori, per contare i danni, sarebbero state necessarie cifre a sei zeri.
La pandemia era da poco esplosa, il da farsi non era chiaro, e ogni genere di visita nelle carceri era stata sospesa in via precauzionale. Una goccia che ha fatto traboccare il vaso - dicono molti -, una scusa per coprire un'azione coordinata negli interessi delle mafie - sostengono altri -: all'evidenza, una violenta rivolta che è costata la vita a nove detenuti. Durante i disordini infatti, è stata svaligiata la farmacia del carcere, e nove detenuti sono morti (cinque a Modena, gli altri dopo o durante il trasferimento), stando alle perizie autoptiche, per overdose di metadone. Ma ci sarebbe di più. Le settimane passano, le acque si calmano, le indagini prendono il via. I filoni di inchiesta paiono essere tre: il principale, legato ai detenuti rivoltosi per le violenze commesse contro agenti e strutture; uno che potremmo chiamare "mediano", che partirebbe da una denuncia del maggio scorso; e il terzo - e più recente - che nasce dall'esposto summenzionato.
Tale dichiarazione, presentata tra gli altri da i due assistiti dall'avvocato Marcuz, denuncia violenze che i detenuti avrebbero subito da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria nel corso delle rivolte e dei trasferimenti, resi necessari dal fatto che il Sant'Anna fosse diventato inagibile. "I miei assistiti hanno detto "ci siamo consegnati alle forze dell'ordine pensando di trovare protezione rispetto a quello che stava succedendo intorno a noi" - dichiara Marcuz - e la risposta è stata di essere stati ammanettati, portati all'interno di una stanza. Una dichiarazione pesante, quella dell'Avvocato, che pensa che "gli scritti di questi detenuti vadano comunque appoggiati, non fosse altro per il coraggio che hanno avuto nel fare questa denuncia".
Coraggio o interesse personale? chiederebbe il malpensante. "La loro è una denuncia disinteressata che non aveva l'obiettivo di ottenere scambi, favori o quant'altro per quanto riguarda la loro posizione personale" risponde il difensore "uno sta per uscire, l'altro ha un fine pena abbastanza breve: credo che questa denuncia sia stata fatta per motivi di solidarietà, solidarietà umana". Si riferisce alla solidarietà nei confronti di Salvatore "Sasà" Piscitelli, deceduto nel Carcere di Ascoli il giorno seguente le rivolte, compagno di cella di uno dei suoi assistiti.
"Il Piscitelli era un detenuto che già stava male, e ciò nonostante è stato trasportato in un carcere lontano centinaia di chilometri, pur avendo palesato il suo stato di grave malessere" afferma, e punta il dito contro gli agenti: "al di là dell'obbligo custodiale, è chiaro che la Polizia Penitenziaria abbia anche un obbligo di tutela della persona, della salute e anche della dignità umana". Da ex accademico, Mario Marcuz sostiene di aver rilevato una profonda mancanza di preparazione, e forse anche di cultura, da parte delle forze di polizia coinvolte, e introduce un altro grande tema: quello della possibilità di identificazione delle Forze dell'Ordine che violano i loro doveri istituzionali.
Per smentire ogni dubbio circa l'identità dei suoi assistiti, l'avvocato Marcuz tiene poi a precisare che siano "completamente estranei ai fatti della prima inchiesta" e che "non appartengono ad alcun circuito organizzato o associazioni". A verificare la veridicità di questi accadimenti sarà la Magistratura: essendo l'inchiesta ancora in una fase di indagini preliminari, non è possibile, ad oggi, emettere sentenza. Certo è che, come afferma Marcuz, a chiusura del suo intervento, "quella carceraria è una situazione grave, deficitaria sotto molti aspetti, che ha avuto un epilogo drammatico nei fatti di Modena. È chiaro che se non c'è un intervento della politica e non c'è un interesse dei cittadini, situazioni come queste rimangono latenti per poi esplodere in modo tragico".
La Nazione, 2 marzo 2021
Al via, nella Casa circondariale senese, un progetto per favorire il reinserimento delle persone detenute attraverso nuove competenze professionali. Dotare i detenuti di nuove competenze professionali per favorire il loro reinserimento una volta tornati in libertà. È l'obiettivo del progetto formativo IN.SI.d.E - Interventi e soluzioni idraulici ed edili, realizzato nella Casa circondariale di Siena (il carcere di Santo Spirito) con il concorso finanziario dell'Unione Europea, della Repubblica Italiana e della Regione Toscana.
A presentare il progetto è stata Toscana Formazione (come da avviso pubblico, positivamente valutato con apposita graduatoria) attraverso la sede territoriale di Chiusi (Siena) che per l'occasione si è avvalsa del partenariato con l'Istituto statale di istruzione superiore "G. Caselli" di Siena. Il progetto, inoltre, è stato fortemente sostenuto dall'area pedagogica della direzione della Casa circondariale. Il corso è rivolto a 8 detenuti della Casa circondariale (di cui 4 di nazionalità straniera) i quali parteciperanno a un percorso di 250 ore riguardanti la manutenzione di impianti termoidraulici e la realizzazione di lavori edili. È inoltre previsto uno stage di 80 ore presso aziende di settore del territorio che si sono rese disponibili a contribuire alla buona riuscita dell'attività.
di Nicolò Rubeis
agenziadire.com, 2 marzo 2021
L'Istituto Beccaria, che ospita al momento 29 ragazzi, ha avuto solo due falsi positivi e sta continuando con colloqui, lezioni e momenti ricreativi. "La criticità maggiore che riscontriamo nel carcere minorile Beccaria di Milano è legata ai ritardi del sistema sanitario relativi ai disagi psicologici, spesso connessi alla dipendenza di sostanze stupefacenti. È su questi interventi, preclusi dalla mancanza di adeguati supporti terapeutici, che dobbiamo lavorare".
L'allarme viene lanciato durante la commissione consiliare Carceri-Pene-Restrizioni del Comune di Milano da Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale dei Minori meneghino. Per il resto l'istituto, che ora ospita 29 ragazzi (la metà di questi appellati o imputati), come sottolinea la direttrice del carcere minorile Beccaria e della casa circondariale di Bollate Cosima Buccoliero, ha retto bene all'urto della pandemia: "Non abbiamo registrato troppi problemi, né casi di contagio, se non per due falsi positivi e un numero ridotto di persone che hanno contratto il Covid-19 tra il personale", assicura Buccoliero.
Gli accorgimenti più importanti, l'istituto ha dovuto prenderli dal punto di vista della logistica. Al momento infatti, sono ancora due le stanze destinate all'isolamento di eventuali positivi. "Abbiamo dovuto bilanciare le esigenze di tutela della salute con la necessità di mantenere un minimo di attività all'interno del carcere minorile- prosegue- nel periodo più duro dell'emergenza sanitaria abbiamo subito attivato, per esempio, le lezioni scolastiche da remoto".
La scuola, anche grazie all'utilizzo di tablet arrivati appositamente all'istituto, è proseguita senza mai interrompersi, così come i colloqui in presenza tra i ragazzi e i familiari, "ma ci siamo organizzati però - sottolinea Buccoliero - anche per quelli da remoto".
Non si sono mai fermate nemmeno le altre attività, come i laboratori di musica, cinema e teatro. Intanto proseguono i lavori di ristrutturazione dell'istituto che porterà la casa circondariale a una capienza massima a regime di 60-70 giovani detenuti, come ha annunciato Francesca Perrini, dirigente del Centro per la Giustizia Minorile della Lombardia, con la speranza però "di non dover mai arrivare" a quelle cifre di presenze registrate.
di Marco Demarco
Corriere del Mezzogiorno, 2 marzo 2021
Un saggio dello studioso napoletano Giovanni Verde sull'attuale crisi della giustizia. Da dove origina la crisi della giustizia? Dal conflitto con la politica, d'accordo; e qualcosa di determinante è sicuramente successo in Italia negli anni di Tangentopoli.
Ma come e perché si arrivò a quel punto? Per caso? Per un capriccio della storia? Giovanni Verde, magistrato per dodici anni, avvocato e docente universitario, vicepresidente del Csm e tra i massimi esperti del processo civile, nonché editorialista prima de "Il Mattino" e poi del "Corriere del Mezzogiorno", ha scritto un libro per dire che così non è. E per chiamare in causa la cultura giuridica e politica di questo Paese. In "Giustizia, politica, democrazia. Viaggio nel paese e nella Costituzione" (Rubbettino), Verde spiega infatti che sì, ora c'è anche il caso del Csm, esploso come una bomba nella vetrina buona dello Stato, ma che non tutto si può ricondurre, semplificando, oggi a Palamara e ieri a Mario Chiesa e Bettino Craxi.
La crisi della giustizia viene da un accumulo di idee, compromessi e pregiudizi, più che da singoli eventi. E viene, a dirla tutta, da una cultura "del sospetto" che ha contaminato in parte anche la Costituzione, ad esempio quando ipocritamente, non fidandosi delle scelte del pm, ha previsto l'obbligatorietà dell'azione penale. Una cultura che successivamente si è fatta scudo proprio della Costituzione per autoaffermarsi. Un esempio? Il fenomeno del giustizialismo ("nostra camicia quotidiana"), tema che Verde affronta a partire da un fatto concreto che riferisce con evidente emozione: la sofferenza a lungo patita dall'amico Roberto Racinaro, arrestato quando era rettore a Salerno, tenuto sotto processo per quindici anni e infine assolto.
La crisi della giustizia di cui Verde parla comincia a manifestarsi quando il diritto oggettivo "torna" in scena evocando i valori e non le leggi. E la differenza tra i primi e le seconde è abissale, perché nell'antico regime i valori venivano gestiti dai sapienti in rapporto fiduciario con il potere, mentre le leggi, cioè "lo stampo in cui cola il magma dei valori", vengono amministrate da tecnici esperti e imparziali. Non a caso, si ricorda che "a differenza di altre Costituzioni, nella nostra non è mai menzionato il diritto obiettivo; si parla sempre della legge e delle norme di legge, mentre il termine diritto viene adoperato solo per indicare posizioni soggettive meritevoli di tutela". I guai, insomma, vengono dopo, quando per il cedimento dei guardiani della Costituzione, per ragioni storiche legate alla fine della Guerra fredda e alla globalizzazione, e per il progressivo ritirarsi della politica, lo Stato non è più in grado di esercitare in maniera effettiva la sovranità. È a questo punto che il giudice accede a una nuova dimensione, diventa il mediatore tra le libertà e le dignità dei singoli, cerca il consenso per farsi forza, e si legittima appellandosi direttamente ai valori. Tuttavia è proprio nel momento in cui va oltre la legge - sottolinea Verde - che la giustizia si espone al rischio di una pericolosa involuzione. Quella "di tipo autoritario, quale è tipica dello Stato etico". Ecco il punto centrale del libro. Non a caso, Biagio de Giovanni, che firma la prefazione (la postfazione è di Gerardo Bianco), lo segnala con particolare enfasi. "Ah, i valori! Non dimenticherò mai - scrive - come li definiva, nella testimonianza di Antonio Labriola, un professore di storia e filosofia dei licei napoletani parlandone ai propri studenti in un divertente dialetto che non oso riprodurre. I valori? Tanti 'caciocavalli appesi', ognuno ne sceglie uno e si acquieta la coscienza". Per de Giovanni come per Verde è impossibile nutrire dubbi in proposito. I valori vanno esclusi dalle valutazioni del giurista, perché "interpretare testi è altro da intuire valori, per quanto sociali e costituzionali si vogliano dichiarare".
Movimentato da continue incursioni nell'attualità (le polemiche sulla responsabilità penale per colpa, sugli effetti paralizzanti dell'abuso d'ufficio, sul ruolo della difesa nel processo e sui vari aspetti dei progetti di riforma in discussione in parlamento) il libro di Verde è tutt'altro che un pamphlet. È un saggio - se non addirittura un manuale, ma scritto con grande finezza - che va ben oltre l'emergenza. Indica strade, suggerisce proposte. E la conclusione è questa: "Dobbiamo soltanto prendere atto di ciò che è avvenuto e chiederci se, essendo inevitabile che la magistratura partecipi al governo del paese sempre più condizionando le scelte e le decisioni del potere esecutivo, si possa continuare a ritenere che essa possa essere un corpo del tutto autonomo e indipendente". Tuttavia, se questo sarà il punto di arrivo, diverse sono le traiettorie per arrivarci. E il primo a saperlo è proprio Verde.
iltamtam.it, 2 marzo 2021
Gli studenti delle classi quinte, martedì 2 marzo incontrano Armando Punzo, il regista che ha portato il teatro nelle carceri. Il Liceo "Jacopone da Todi" è lieto di annunciare che, martedì 2 marzo 2021, le classi quinte degli indirizzi classico, linguistico, scientifico e scienze umane parteciperanno ad un incontro con Armando Punzo, drammaturgo e regista teatrale italiano. Direttore artistico del Teatro di San Pietro di Volterra e del Festival "Volterra Teatro", è noto soprattutto per l'attività teatrale svolta con i detenuti nel carcere di Volterra.
L'incontro, che si terrà in modalità esclusivamente telematica su piattaforma Meet, va a coronare un progetto, "Giovani, legalità e cittadinanza", intrapreso da qualche anno dall'insegnante di religione, Prof.ssa Silvia Massetti, e mirato a sensibilizzare i giovani all'educazione alla legalità. Si parte dall'esame della parola "carcere", da cosa significhi non rispettare la legge e perdere la propria libertà. Gli studenti visionano film e/o documentari, realizzano elaborati di scrittura creativa e visitano, alla fine, il carcere per incontrare i detenuti e accogliere la loro testimonianza. Quest'anno non è stato possibile condurre gli studenti nel carcere, ma avranno la possibilità di incontrare e confrontarsi con questo autorevole personaggio che è stato intervistato da Domenico Iannacone nel programma televisivo di approfondimento giornalistico "I dieci comandamenti".
"Mi ha colpito - afferma la Prof.ssa Silvia Massetti - quando ha detto che occorre prendere consapevolezza delle possibilità di libertà che abbiamo come essere umani. Questo non vale solo per i detenuti, vale anche per tutte le persone che intendono fare un processo di consapevolezza. E queste parole mi hanno fatto pensare ai miei studenti, alla necessità di far capir loro che, anche quando si sbaglia, possiamo attingere alle nostre attitudini interiori".
Armando Punzo ha fondato nel 1988 la "Compagnia della Fortezza", uno dei primi progetti di teatro in carcere in Italia, e ha scritto un libro, "Un'idea più grande di me. Conversazione con Rossella Menna", nel quale racconta il primo approccio con la fortezza del carcere di Volterra, più di trenta anni fa, quando propose all'istituzione penitenziaria un laboratorio di alcune centinaia di ore che poi si moltiplicò fino a presentare uno spettacolo inatteso. "Punzo non era uno psicologo, un terapeuta, un operatore, un esperto di quello che poi si sarebbe chiamato teatro sociale, Punzo voleva fare ricerca teatrale e aveva intuito le potenzialità delle persone che forzatamente abitavano quel luogo" ("Teatro e Critica").
Nell'incontro di martedì prossimo, il regista racconterà la sua esperienza agli studenti, essendo impegnato da alcuni anni nel progetto di creare un teatro stabile all'interno del carcere di Volterra, e si confronterà con loro sul concetto di libertà e sulla possibilità di viverla nonostante il carcere. Una possibilità data dal teatro, che è arte, spettacolo, ma è anche salvezza.
di Serena Costa
quotidianodipuglia.it, 2 marzo 2021
Il lavoro come forma di reintegro sociale ed emancipazione da un passato che ci si vuole lasciare alle spalle. Tredici vite che riprendono un percorso di speranza che profuma di futuro. È così che, all'interno del carcere di Lecce, è nato il progetto pilota del laboratorio tecnologico di rigenerazione dei router in collaborazione con Linkem, un operatore 5G leader in Italia nel settore della banda ultra-larga wireless. Da qualche mese il posto fisso: 13 detenuti sono stati assunti a tempo indeterminato dall'azienda delle telecomunicazioni con la qualifica di riparatori di router a seguito di un percorso di formazione durato tre mesi e regolarmente retribuito. Alcuni di loro lavoreranno anche come antennisti.
Ora i router danneggiati o restituiti dai clienti che hanno cessato il contratto con Linkem passano dal carcere Borgo San Nicola per tornare a nuova vita ed essere reimmessi sul mercato, grazie alle competenze meccaniche e informatiche acquisite dagli ospiti della casa circondariale. Tra gli assunti sono 11 quelli che lavorano all'interno degli spazi allestiti nel carcere, mentre altri due sono stati impiegati all'esterno, nei centri Linkem di Lecce e Taranto.
La selezione dei destinatari del progetto sperimentale è stata portata avanti dall'amministrazione penitenziaria di Lecce diretta da Rita Russo: una scelta non casuale, dettata dal percorso di risalita, come si dice in questi casi, di ciascun detenuto e dalle sue propensioni all'apprendimento di nuovi saperi.
Eppure, Davide Rota, l'imprenditore di Linkem, assicura di non aver mai letto le schede sulla fedina penale delle persone scelte: "Ho solo cercato di capire quanta voglia ci fosse di cambiare percorso da parte loro e inoltre ho percepito una forte volontà da parte dell'amministrazione penitenziaria di dare loro una chance per cambiare vita". Il progetto, avviato un anno fa, è partito con una semplice mail dell'ad di Linkem alla direttrice Russo: "Abbiamo scelto la Puglia perché è qui che sono presenti il 70% dei nostri centri gestionali, che servono la maggior parte dei nostri clienti: abbiamo individuato un'area più svantaggiata dal punto di vista occupazionale, in cui portare nuovi posti di lavoro.
Solo in Puglia negli anni abbiamo occupato 520 persone a tempo indeterminato. E abbiamo puntato su una delle professioni più richieste, i tecnici installatori, affinché risolvessero uno dei problemi più grossi per noi, ovvero i router di ritorno: invece di smaltirli, abbiamo affidato a questi ragazzi il compito di rivitalizzarli, coniugando conoscenze meccaniche, elettroniche e di software. Questi ragazzi sono nostri dipendenti e alcuni di loro non sono lontanissimi dal percorso di uscita dal carcere. Una grande soddisfazione, che non è un semplice investimento economico, ma anche emotivo: una volta che hai iniziato un progetto simile, non puoi lasciarlo a metà, ma lo porti avanti con il cuore".
Qualche cifra, dunque. "Ogni settimana escono dalla casa circondariale 200 router rigenerati aggiunge la direttrice Rita Russo e il fatto che i nostri ospiti siano stati assunti vuol dire che, non appena avranno terminato di scontare la pena e dopo i sei mesi di prova, potranno continuare a costruire una propria vita fuori da qui. Il laboratorio è stato visitato qualche giorno fa dal capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia, e sarà un punto di riferimento a livello nazionale. Loro stessi hanno creato un'app per le videochiamate tra detenuti e familiari". Senza dimenticare che, in tempi di lockdown, sono stati gli stessi detenuti a installare le nuove antenne del carcere per incrementare la connessione.
varesepress.info, 2 marzo 2021
Una coraggiosa iniziativa per unire con la radio detenuti e famiglie. Domenica 28 febbraio 2021, è stato un momento di grande commozione per gli ascoltatori, quando alcuni detenuti della Casa Circondariale di Varese, alle ore 17,30, si sono collegati sulle frequenze di R.M.F. 91.7 e 94.6. All'altro capo le radio di mogli, figli, parenti, amici, ma non solo, ad ascoltare come si vive in carcere ai tempi del Covid-19.
Cinque racconti fatti da sei detenuti, due di loro hanno lavorato insieme allo stesso racconto, che narrano di come quello che è un momento difficile per tutti e una tragedia per molti, in carcere si sia trasformato in qualcosa quasi di surreale. Alla lontananza da propri cari si unisce un profondo senso di incertezza e di attesa. Se tutti si sentono prigionieri di questa pandemia, immaginiamo come si debba sentire chi in prigione ci sta davvero, con l'unico contatto che si ha all'esterno, solo tramite la televisione.
Visite sospese, i detenuti che temono sia per le proprie famiglie sia per se stessi. La televisione, quell'unico contatto col mondo che spesso al posto di rassicurare ingigantisce le notizie. Sarà tutto vero quanto succede fuori, o forse non è così grave, ma forse è molto peggio di quanto dicono. Tra un racconto e l'altro brani di musica classica e brevi letture dalla pacata voce di Marita Viola. Una bella iniziativa, frutto di collaborazione tra le operatrici dell'Associazione Auser di Varese, Gisella Incerti e Giovanna Ferloni, della stessa Marita Viola, interprete e lettrice, della Direttrice della Casa Circondariale di Varese, Dott.ssa Carla Santandrea e del Funzionario Giuridico Pedagogico Domenico Grieco sempre della Casa Circondariale di Varese.
"Con questa iniziativa si è voluto dare voce ai sentimenti, alle paure, alle emozioni di persone altrimenti invisibili, maturati in un lungo anno segnato da una doppia sofferenza: da un lato l'esecuzione della pena della reclusione e dall'altro il disagio e l'angoscia per le notizie mediatiche sulla pandemia." Scrivere di iniziative come questa è facile, capirle e condividerle meno, anche se il Covid 19 sta insegnando un po' a tutti cosa vuol dire poter essere liberi.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 2 marzo 2021
Clara Ceccarelli ha pagato il suo funerale mentre stava benissimo, cercando anche di trovare una persona che dopo la sua morte, si occupasse a pagamento, del vecchio padre e del figlio minorato. Subiva i maltrattamenti di un compagno violento. Ma perché non denunciarlo?
Capisco che oggi sia difficile parlare d'altro, ma devo sollecitare l'attenzione di chi legge sulla pericolosa china che sta prendendo la violenza contro le donne. Per tutte vorrei soffermarmi sul caso di Clara Ceccarelli che ha pagato il suo funerale mentre stava benissimo, cercando anche di trovare una persona che dopo la sua morte, si occupasse a pagamento, del vecchio padre e del figlio minorato. Subiva i maltrattamenti di un compagno violento. Ma perché non denunciarlo? Possiamo immaginare che Clara avesse paura di peggiorare la situazione. Il compagno, Renato Scapusi, non tollerava di essere abbandonato e la intimidiva con minacce continue. Ma, oltre la paura, Clara probabilmente non lo denunciava sapendo che spesso le donne non vengono credute. E se lei mente? Se si tratta di mania di persecuzione? Non sarà che lei lo vuole mettere in cattiva luce?
Clara è stata uccisa con trenta furibonde coltellate che le hanno trapassato il fegato, il cuore, la gola, i polmoni. L'uomo prima è scappato, poi si è presentato alla polizia. "Voleva lasciarmi e io non lo sopportavo". Il solito argomento. Come se un abbandono giustificasse quella morte orrenda. Ma se le storie si ripetono sempre uguali, non dovremmo prevedere il disastro e aiutare queste donne prima che perdano la vita? Succede così: i due si sono amati, magari hanno anche dei figli insieme.
Ma ad un certo punto lui comincia a essere geloso della autonomia di lei e a maltrattarla. Lei reagisce, lui aumenta la violenza verbale; lei minaccia di andarsene; lui inizia con le botte. Qualche volta (ma non quanto si vorrebbe) lei lo denuncia. In questo caso lui si tiene alla larga per un poco e poi ricomincia la persecuzione. Infine finge di pentirsi, le dà un appuntamento fuori casa e in quella occasione la uccide.
Qualcuno si chiede perché, mentre nel paese diminuiscono gli omicidi, i femminicidi aumentano ogni anno. L'ho già scritto ma lo ripeto: a ogni conquista di autonomia femminile corrisponde una perdita di privilegio maschile. Quegli uomini, e sono la maggioranza, che dispongono di un minimo di equilibrio e saggezza, accettano i cambiamenti anche se ci perdono. Altri, i più deboli e impauriti, che identificano la virilità col possesso, non tollerano le nuove autonomie femminili e piuttosto che perdere il controllo e il dominio sulla donna che considerano propria, preferiscono ucciderla.
recensione di Maurizio Bolognetti
ufficiostampabasilicata.it, 2 marzo 2021
"Se dovessi suggerire la lettura di un libro in questo tempo di Quaresima e con l'approssimarsi della Pasqua, non esiterei a dire leggete "Il sociologo detenuto". Inizia così Maurizio Bolognetti la recensione del libro autobiografico con il quale Alessandro Limaccio racconta la sua storia: detenuto dal 1995, insignito nel 2018 del premio nazionale alla cultura "Sulle ali della libertà" patrocinato dalla Presidenza della Repubblica.
"Il libro di Limaccio - afferma Bolognetti - apre una finestra su un mondo rimosso, dimenticato, in cui quotidianamente viene assassinata la Costituzione: quelle patrie galere, per dirla con Marco Pannella, assurte da troppo tempo a luoghi di tortura ma senza torturatori, perché ad essere torturata da uno Stato criminale sul piano tecnico-giuridico è l'intera comunità penitenziaria. Le parole di Enrico Rufi, autore della splendida prefazione, ci ricordano quanto sia urgente occuparsi di una giustizia in bancarotta che a volta diventa giustizia del pentito dire.
Rufi, storica voce notturna di Radio Radicale, - aggiunge Bolognetti - ha tra l'altro scritto: "Presumo che più d'uno siano i sociologi finiti nelle patrie galere, non necessariamente nei cosiddetti anni di piombo, ma uno solo è diventato sociologo in carcere.
Prima con la laurea, poi con un dottorato, rilasciato nel 2017 dall'università di Roma "La Sapienza". E adesso, sociologo "embedded", con questo reportage dai vari gironi del mondo carcerario italiano [...] Alessandro Limaccio, è siciliano, classe 1971, quattro ergastoli per cinque omicidi. A scanso di equivoci, la sua non è una edificante vicenda di riscatto o di riabilitazione attraverso lo studio. Lui non deve restituire niente alla società. È la società che deve restituire tutto a lui: l'onore e venticinque anni di vita, che gli sono stati tolti in nome del popolo italiano. Ma siccome sulle sue condanne c'è scritto "fine pena mai", il debito nei confronti del sociologo detenuto diventa più pesante ogni giorno che passa".
Non so se Alessandro riuscirà a passare all'incasso e se il debito contratto verrà un giorno saldato, ma - afferma Bolognetti - so che sfogliando le pagine di questo libro, leggendo la prefazione di Enrico e l'introduzione di Mauro Palma, Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà, inevitabilmente penso al monito che Marco Pannella rivolgeva alle istituzioni di questa nostra sgangherata Repubblica: "Interrompere la flagranza di reato contro i diritti umani e la Costituzione".
Scrive ancora Rufi: "La via crucis del Sociologo detenuto non è fatta solo di telefonate anonime, ma anche di "voci confidenziali", oltre che di pentiti e pseudo pentiti. Si badi bene: i collaboratori protagonisti dei processi di Alessandro Limaccio non si autoaccusano mai, non sono mai presenti sui luoghi dei delitti, ma riferiscono voci e accuse raccolte qua e là nella migliore delle ipotesi. È una voce confidenziale, ad esempio, quella secondo cui il killer - un certo Sandro diventato attraverso una serie di progressivi aggiustamenti di tiro Alessandro Limaccio - era stato visto salire in macchina con un boss mafioso poco prima che quest'ultimo venisse assassinato. Con una dinamica ufficiale del delitto così rocambolesca, con tanto di salto dalla macchina in corsa un attimo prima che finisse in un dirupo e un attimo dopo che la vittima ricevesse un colpo di pistola alla tempia, da lasciare perplesso anche uno stuntman".
"Dopo più di cinque lustri, il Sociologo embedded in quella periferia del mondo che è l'universo carcerario italiano - aggiunge il giornalista di Radio Radicale - ha bruciato ogni record di durata di un'inchiesta etnografica sul campo, tutta vissuta in comunione con la sua gente, come facevano certi missionari-antropologi dei secoli scorsi. È ora di chiudere il capitolo, perché c'è un tempo per ogni cosa. Con questo libro, offerto alla comunità scientifica, agli addetti ai lavori, ai suoi compagni e alla società civile, missione compiuta".
Chiudo questa mia breve e probabilmente inadeguata (ma no! - n.d.r.) recensione citando l'autore, Alessandro Limaccio: "Dal 1995 vivo rinchiuso in carcere da innocente, mescolando la mia vita a quella dei detenuti colpevoli, in mezzo a personaggi e situazioni dove norma e devianza coabitano dentro un crogiolo di esistenze bruciate, frutto e testimonianza di una società popolare sempre più contaminata dall'illegalità. Una realtà estremamente complessa come il carcere non può essere conosciuta se non guardandola dall'interno di una cella, dal lato oscuro dove diventano leggibili le sue regole occulte e si fa permeabile il mistero della sua vita. Quindi a parlare sono i detenuti, che con semplicità e senza giri di parole raccontano la loro esperienza di vita, descrivendo la realtà del carcere in cui vivono e che conoscono bene [...] Mi piacerebbe che sulle mura d'ingresso di tutte le carceri italiane vi fosse posta la scritta "Il lavoro rende liberi".
Niente a che vedere con il macabro e beffardo "Arbeit macht frei" che campeggiava all'ingresso dei campi di sterminio nazisti, ma promessa di riscatto, concreta possibilità di imparare un mestiere per potersi guadagnare la vita in modo onesto e dignitoso sia in carcere che fuori, e rendersi così liberi dal giogo della devianza".
Sì, "questa storia etnografica", se volete questa storia di resistenza, resilienza e azione, questa storia che racconta una vita che non si lascia spezzare e travolgere, merita - conclude Bolognetti - di essere letta, divulgata, fatta conoscere. È tempo di Quaresima ed io non posso che tornare una volta di più ad esprimere l'auspicio che la Pasqua che si avvicina diventi anche Pasqua di resurrezione di diritti umani violati e di rispetto di quella Costituzione scritta sostituita, in questo settantennio di metamorfosi del male e di banalità del male, dalla Costituzione materiale.
- Bielorussia. "Scrivo, leggo, imparo e piango poco: il mondo è con me e tutto andrà bene"
- Migranti. Salvini: "Con la Lega al governo occorre cambiare la strategia dei porti aperti"
- Bielorussia. Quelle donne di Minsk che non si fermano davanti alla prigione
- "Soldi per prendere i migranti". Mare Jonio nel mirino dei pm
- Libia. Il conflitto senza fine fra bande armate e la scoperta di fosse comuni a Tarhouna










