di Franco Taverna*
Corriere della Sera, 29 novembre 2020
Il nuovo progetto di Fondazione Exodus pensato per minorenni che devono scontare una pena si sperimentare le regole di convivenza, facendo musica e teatro, camminando dalle Alpi al mare e imparando anche ad andare in barca a vela.
Il giorno 23 ottobre tutti i componenti della "Carovana Pronti, Via!" di Exodus (progetto selezionato da Con i Bambini), educatori e ragazzi, si sono sottoposti al tampone dopo che nei giorni precedenti si erano manifestati alcuni sintomi preoccupanti nel gruppo. Risultato: 9 persone positive su 13. Fino a quel giorno la pandemia era un racconto pure terribile ma separato dalle nostre storie, la burrasca stava fuori, alla radio, ora improvvisamente occupava tutto in maniera confusa.
La Carovana è una avventura senza rete e l'impatto del virus faceva vacillare le poche sicurezze che come gruppo e come individui si erano conquistate nei primi tre mesi di fatica, di cambiamento di progressi personali. Come se si fosse spenta di colpo la luce ci siamo trovati investiti dal dubbio su cosa fare, ma prima ancora da un vago senso di colpa. Forte tensione e disorientamento. Nel nostro compito di educatori proviamo a darci due dritte per rimanere a galla. Per prima cosa diciamo che non si può negare la situazione, scappare o far finta di niente, serve invece saper stare nell'incertezza.
Ma anche stare nella noia, stare fermi, cosa che sembra impossibile per Andrea, che da quando era piccolo non è mai riuscito a stare al banco in classe e per questo motivo ha accumulato una serie di sospensioni. È il primo passo ed è indispensabile.
Non si può vivere trattenendo il fiato finché passi la tempesta, stare sospesi maledicendo tutto e tutti aspettando di riprendere le vecchie abitudini come crede di fare subito Jack, inseguendo una sicurezza che non esiste, cercare di trovare espedienti per cavarsela alla meglio.
Stare nell'incertezza significa saper accettare il peso del dubbio, significa non attendersi solo dagli altri la ricetta giusta su come agire. Il secondo passo consiste nel saper attraversare l'incertezza. Non si sta seduti aspettando che piova. L'incertezza si affronta camminando. E quando non si può camminare con le gambe si deve camminare con il cuore e con la testa. Qui, specialmente per i ragazzi partecipanti ma anche un po' (tanto) per tutti noi, attraversare l'incertezza vuol dire affrontare quei piccoli o grandi ostacoli interiori che ci bloccavano alcune importanti relazioni, e ci si illudeva di procedere riempiendo le giornate di impegni e di rumori.
Ma c'è Mourad che vive nella periferia di un grosso paese e che sa bene che non appena atterrato a casa gli ronzeranno intorno i suoi vecchi amici dai quali non è capace di prendere le distanze. E anche Paolo che è sempre in chat non riesce ancora a scrollarsi di dosso la maschera del bullo.
Stare in quarantena per questi "nostri" ragazzi è una prova difficile, costretti gomito a gomito con dinamiche mai risolte, gli educatori lo sanno ed è indispensabile mantenere viva una relazione positiva, essere pronti a sostenere. Ma dobbiamo affrontare i divieti, le regole, siamo tornati in Lombardia, zona rossa. Sembra tutto in salita ma rimaniamo educatori con il dovere di continuare a seminare e sperare.
*Fondazione Exodus
rovigooggi.it, 29 novembre 2020
La Fp-Cgil Penitenziari lancia l'allarme, a Rovigo in arrivo detenuti di "alta sicurezza" con il coronavirus, ma non ci sono sufficienti agenti della polizia penitenziaria, inoltre l'infermeria non ha il personale operativo h24, e non è l'unico problema.
Problema cronico di personale, accentuato da un piano operativo per la prevenzione e il contenimento emergenza sanitaria Sars - Covid-19 negli Istituti Penitenziari del Triveneto, che vede Rovigo e Trento come strutture di detenzione per i positivi.
Lo ha appreso la Fp Cgil che chiede un intervento del Prefetto e del Sindaco di Rovigo, affinché il piano non sia calato all'interno del carcere di Rovigo, senza una valutazione più approfondita da parte del Prap di Padova. Carcere che deve necessariamente avere dei locali adibiti ad infermeria, con un sistema assistenziale h24, dove all'interno degli stessi vi possono essere collocati detenuti positivi al Covid-19.
"A Rovigo i reparti non hanno una divisione netta - sottolinea Fp Cgil - come indicherebbe il protocollo anti Covid. Uno è diviso da due cancelli divisori, dove nel mezzo vi è un'unica rotonda. Altra cosa in comune tra i due reparti sono le vie d'ingresso, poiché i poliziotti e gli infermieri salgono e scendono per la stessa scala, quindi ci si trova che chi svolge servizio all'interno del reparto Covid sale o scende con chi svolge servizio nel reparto non Covid".
La situazione di mancanza di personale nella Casa Circondariale di Rovigo, con l'assegnazione di ulteriori detenuti di "alta sicurezza" (reati gravi, ndr), positivi al Covid-19, provenienti da altri carceri del Triveneto, comporta un impiego maggiore, rispetto all'attuale, di unità di polizia penitenziaria nei vari turni di servizio peri assicurare la vigilanza.
"Da non perdere di vista è il numero dei poliziotti penitenziari positivi al Covid - sottolinea la Fp Cgil - che attualmente sono 7, ma possono aumentare. Una situazione così appena rappresentata incide negativamente sul buon andamento del servizio, come già incide negativamente il numero di personale che frequenta corsi universitari, ben 19 unità, e personale che fruisce di Legge 104/92, sono 9 unità. Sommate tutte queste situazioni e con l'aggiunta di detenuti positivi ad alta sicurezza, minando i diritti minimi del personale restante, è facile capire che non verranno sempre garantiti, anzi. Esiste anche il problema dei tamponi da far svolgere a tutto il personale del carcere, spinoso problema poiché essi vengono svolti con ritardo, circa due mesi tra un tampone e l'altro, anche per i detenuti".
Ma non è tutto. "Il personale infermieristico non è garantito nell'arco delle 24 ore. Mancano apposite apparecchiature di ventilazione qualora il paziente abbia difficoltà respiratorie. Va anche in questo caso evidenziato che l'Ospedale di Rovigo, rispetto ad altre strutture, risulta essere insufficientemente attrezzata a contenere al proprio interno reparto covid, detenuti classificati "AS". Questo pone il problema del piantonamento da parte del personale della polizia penitenziaria".
di Simona Tenentini
lamiacittanews.it, 29 novembre 2020
Sciopero della fame e scodelle contro le sbarre. I detenuti protestano contro il sovraffollamento delle carceri e l'aumento dei positivi nelle celle dove si sta tutti stipati, in spazi ristretti. Un quadro altamente preoccupante, che riguarda tutto il Lazio.
I detenuti in sciopero della fame. Di sera battono pentole e scodelle contro le sbarre della cella, per far sentire la loro protesta al mondo libero. Oppure rifiutano il cibo del carcere per urlare la loro rabbia e chiedere diritti e sicurezza contro il Covid. Che ormai ha portato a nudo il problema cronico delle carceri laziali: il sovraffollamento nelle celle. I detenuti protestano a Regina Coeli e Rebibbia, a Latina e adesso anche nel carcere di Viterbo, dove oltre alla battitura (le proteste con pentole e scodelle) stanno rifiutando il vitto e lo donano alla Caritas: accettano solo zucchero, caffè, acqua e tabacco, e due rappresentanti per ogni sezione del carcere viterbese sono entrati in sciopero della fame.
Al ministero dell'interno l'allarme è rosso: si sta tornando al punto di non ritorno di marzo, quando le proteste infiammarono le carceri del paese. In tutto sono poco più di 30 i detenuti positivi nel Lazio ma si tratta solo dei casi accertati: il timore, fondato, è che ce ne siano altri. Il virus è entrato di nuovo dentro il carcere dove la sua diffusione è facilissima. Anche le visite sono in sostanza sospese: niente volontari né familiari.
Gli occhi della polizia penitenziaria sono puntati sulle carceri più affollate: il carcere di Viterbo ha 440 posti ma 513 detenuti: difficile convivere in cella, rispettare i turni per farsi una doccia o curarsi dal medico o telefonare alla famiglia. Ed è impossibile mantenere il distanziamento.
"I detenuti manifestano in maniera non violenta - spiega il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - chiedono la riduzione del sovraffollamento: speriamo che le Camere potenzino le misure alternative. Come ha indicato il procuratore generale Salvi, occorre ridurre gli ingressi in carcere ai casi gravi e potenziare la rete di accoglienza dei detenuti con pene brevi".
es-com.it, 29 novembre 2020
La prevenzione della violenza di genere: è un diritto esigibile? La rete intersistemica - il trattamento degli autori di violenza per la riduzione della recidiva. Il prossimo 16 dicembre 2020 alle ore 14.00 è in programma la conferenza conclusiva di Conscious, il progetto per introdurre in ambito carcerario ed extra carcerario un modello di trattamento e supporto, finalizzato alla riduzione della recidiva per gli autori di abusi sessuali e violenza domestica che vede come capofila il Dipartimento di salute mentale e patologie da dipendenza della Asl di Frosinone, in partenariato con il Garante dei detenuti del Lazio, e in partnership con il Centro nazionale studi e ricerche sul diritto della famiglia e dei minori e la Wwp (European network for the work with perpetrators of domestic violence), l'organizzazione internazionale che raggruppa 64 membri in 32 paesi, impegnati nel contrasto alla recidiva. In fondo alla pagina sono indicati i link per scaricare alcuni outputs di progetto.
È prevista la partecipazione dell'assessore alla Salute della Regione Lazio, Alessio D'Amato, dell'assessora alle Pari opportunità, Giovanna Pugliese, il Garante dei detenuti, Stefano Anastasìa, la direttrice generale della Asl di Frosinone, Pierpaola D'Alessandro e il direttore del direttore di dipartimento di salute mentale della stessa Asl, Fernando Ferrauti, e la direttrice del carcere di Frosinone, Teresa Mascolo. A illustrare i risultati dei trattamenti realizzati presso le carceri di cassino e Frosinone, interverranno Antonella D'Ambrosi e Nicola De Rosa. Ci si potrà iscrivere entro il 15 dicembre 2020 compilando l'apposito form online. Gli organizzatori fanno sapere che durante la conferenza conclusiva sarà possibile interagire mediante la chat. Le domande saranno selezionate, per la discussione finale.
Nel corso dell'evento conclusivo saranno illustrati il modello di intervento, i risultati ottenuti e le lezioni apprese. L'obiettivo degli attuatori del progetto è quello di contribuire allo sviluppo e alla diffusione di un approccio intersistemico che sintetizzi i diversi vertici di osservazione e intervento - clinico, criminologico, socioeducativo, avviando programmi di prevenzione della recidiva delle condotte lesive e violente e stimolare il dibattito tra governo regionale e nazionale, le istituzioni carcerarie e sanitarie, i professionisti e la rete no profit, e che vengano condivise responsabilità, strategie e future iniziative europee. Guarda il video sul canale youtube dedicato: https://youtu.be/19f2lIy6WW0
Conscious Project - Conscious, co-finanziato dal programma europeo Diritti Uguaglianza e Cittadinanza, introduce in ambito carcerario ed extra carcerario, un modello di trattamento e supporto, integrando attività trattamentali, percorsi di rieducazione e reinserimento sociale nonché attività d'aggiornamento per operatori. Capofila è la ASL Frosinone, Dipartimento Salute Mentale e Patologie da Dipendenza, in partenariato con il Garante dei Detenuti del Lazio, con l'European Network for the Work with Perpetrators of Domestic Violence e il Centro Nazionale Studi e Ricerche sul diritto della Famiglia e dei Minori. Operatori di polizia penitenziaria, amministratori penitenziari, educatori, operatori Uepe, personale ASL e i rappresentanti delle istituzioni associate, hanno preso parte ad attività di formazione e capacity building, di apprendimento reciproco e all'implementazione di protocolli e metodi di lavoro. Protocolli d'intesa sono stati siglati tra gli attori della rete. Nelle attività di trattamento sono stati coinvolti detenuti sex offenders e colpevoli di maltrattamenti in famiglia detenuti presso la casa circondariale di Cassino e Frosinone, mentre un servizio esterno è attivo presso l'ASL di Frosinone per perpetrators ex detenuti o sottoposti a misure alternative segnalati all'ASL dal Tribunale di Sorveglianza o dagli avvocati.
Attraverso le attività previste nel programma di trattamento specialistico, le relazioni di sostegno e la possibilità di sperimentare modalità di giustizia riparativa con un piano di reintegrazioone sociale, gli autori di reato potranno acquisire strumenti concreti per la gestione del proprio comportamento ed un migliore controllo degli impulsi violenti riducendo il rischio di commettere nuova violenza.
Il progetto prevede, tra l'altro, la realizzazione di un impact assessment economico-finanziario derivante dall'applicazione del modello al contesto locale e uno studio sulla replicabilità a livello europeo. Un gruppo di esperti sta valutando l'impatto degli interventi previsti in termini di riduzione del rischio di recidiva per i detenuti trattati.
Un ampio network europeo rappresentato da WWP En e la Regione Lazio svolgono l'attività di comunicazione e disseminazione dei risultati del progetto che ha visto già lo svolgimento di 3 infodays, 1 networking meeting, 2 conferenze, 1 workshop internazionale. Core del progetto è la replicabilità del servizio trattamentale a beneficio dei detenuti/perpetrators nonché la continuazione dei trattamenti anche al di fuori del carcere.
ottopagine.it, 29 novembre 2020
L'allarme del Garante Ciambriello: "Nessuna tutela, non ci sono mascherine e disinfettanti". Secondo gli ultimi dati raccolti, I detenuti positivi al Covid 19 nella regione Campania sono 158 di cui 89 a Poggioreale su una popolazione di 2091 detenuti, 65 a Secondigliano su 1.186 detenuti, 3 a Benevento, 1 a Salerno.
I detenuti positivi che si trovano ricoverati presso presidi ospedalieri esterni sono 3, di cui uno in gravi condizioni. Tra polizia penitenziaria, personale amministrativo e sociosanitario ci sono 218 positivi. Il Garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello dichiara: "Mentre si consuma la falsa credenza che il carcere sia il luogo più sicuro per non contagiati dal Covid 19, l'epidemia, causa sovraffollamento e promiscuità, malattie croniche e ambienti non igienizzati né sanificati, dilaga tra gli "invisibili".
"Quasi da nessuna parte dispenser nei corridoi o davanti alle celle, poche mascherine - fa sapere ancora il garante. Non vengono distribuiti ai detenuti prodotti igienico sanitari, tra i quali l'amuchina, per sanificare stanze, scale e ambienti.
C'è bisogno di darsi una svegliata, dalla politica alla società civile. Il Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria ha lasciato soli i suoi dirigenti ed operatori penitenziari. Occorrono subito provvedimenti del Governo, delle Procure e dei magistrati di sorveglianza. Il carcere non è una discarica sociale! Occorre superare l'omertà del silenzio e andare oltre le mura dell'indifferenza." conclude Ciambriello.
di Pierfrancesco Caracciolo
La Stampa, 29 novembre 2020
Parte il progetto per creare un teatro e una pizzeria all'interno del Ferrante Aporti. L'idea finanziata con il crowdfunding. Sarà un teatro di quartiere, aperto a tutti. Ma sorgerà all'interno del Ferrante Aporti, il carcere minorile in via Berruti e Ferrero, quartiere Lingotto. Sarà realizzato in un salone dell'istituto penitenziario, ampio 150 metri quadrati, con ingresso dedicato, che sarà ristrutturato e riadattato con l'aiuto dei detenuti. E saranno loro a gestirlo, quando tutto - palco, quinte, muri insonorizzati - sarà pronto.
È il progetto Wall Coming dell'associazione Aporti Aperte, che da quindici anni opera in favore dei minori ristretti. È partito a settembre, selezionato in una call di Bottom Up, il Festival dell'architettura. Per realizzarlo occorrono 80 mila euro: i primi 17 mila sono stati raccolti in due mesi con un crowdfunding completato nei giorni scorsi, cui la Fondazione per l'architettura ha dato un robusto contributo (più di 10 mila euro). L'obiettivo, Covid permettendo, è aprire il nuovo spazio entro fine 2021.
Un ponte verso l'esterno - "Vogliamo creare un ponte tra i detenuti e il mondo esterno", spiega Eleonora De Salvo, referente del progetto, che vede coinvolta la direzione dell'istituto. Si realizzerà un luogo in cui accogliere le compagnie teatrali in arrivo "da fuori", ma anche presentazioni di libri o conferenze. In cui i ragazzi del Ferrante Aporti avranno principalmente il compito di occuparsi di aspetti tecnici: le luci, il suono. Ma non solo. Grazie ai laboratori dell'associazione, i cui volontari dal 2005 propongono attività didattiche e culturali (teatro, musica, primo soccorso) all'interno del carcere, saranno gli stessi detenuti ad andare in scena.
La rieducazione - Perché chi varca l'ingresso del Ferrante Aporti "spesso si sente un emarginato, un cittadino di Serie B", spiega la direttrice dell'istituto, Simona Vernaglione. Sono ragazzi tra i 15 e i 25 anni, il più delle volte stranieri, molte volte senza famiglia o provenienti da contesti difficili. Attesi da mesi o anni di detenzione, isolati dal mondo. Soprattutto ora che, complice la pandemia, i colloqui con i parenti si fanno su skype o whatsapp: "Ma non devono sentirsi di Serie B anche quando usciranno - aggiunge -. E la chiave per la rieducazione e il reinserimento sociale è il contatto col mondo esterno".
I ragazzi del Ferrante Aporti, istituto in grado di ospitare fino a 46 detenuti (ma oggi ce ne sono una trentina), saranno coinvolti nella progettazione e realizzazione del nuovo spazio. Sarà ristrutturata quella che oggi è la "sala fumo", in cui i detenuti possono accendere una sigaretta tra sedie, tavolini e due calcio balilla. "Ma non diventerà solo un teatro", chiarisce Eleonora De Salvo, che al progetto lavora con le associazioni Artieri, Rigenerazioni, Codicefionda, Inforcoop e la Fondazione Teatro Ragazzi, con il sostegno di Monica Gallo, la garante dei detenuti della Città. "Sarà una sala polifunzionale, che nei weekend si trasformerà in una pizzeria. Sempre aperta al territorio". A gestirla saranno i ragazzi del carcere anche quando ci sarà da servire ai clienti una Margherita. E anche da prepararla: proprio accanto alla "sala fumo", nel carcere, sorge infatti il laboratorio in cui loro imparano a impastare la pizza.
I passi del progetto - Il progetto, sul piano economico, è stato diviso in 4 step. Con i primi 17 mila euro sarà insonorizzata la sala e saranno coperti i finestroni con maxi tende. Operazione che - in ritardo sulla tabella di marcia causa Covid-19 - sarà completata appena i volontari potranno rientrare nel carcere, off limits da quando il Piemonte è zona rossa. A Natale scatterà la seconda raccolta fondi, per progettare e costruire pedane e sedute rimovibili: "Occorreranno 31 mila euro", spiega Eleonora De Salvo. Più avanti partiranno il terzo e il quarto crowdfunding. Uno per mettere insieme i fondi per dare visibilità al teatro, con un'insegna ad hoc e un percorso per i visitatori; l'altro per fare l'ultimo step: "Coinvolgere i ragazzi affinché diventino co-creatori degli eventi culturali".
di Stefano Bernardi
picenonews24.it, 29 novembre 2020
Il Garante dei detenuti: "Carenza di personale, videochiamate ed un nuovo progetto". La pandemia ha stravolto la nostra quotidianità, ma esistono dei luoghi in cui questi cambiamenti hanno una ricaduta estremamente più fragorosa. La Casa Circondariale del Marino del Tronto è sicuramente uno di questi. In quest'ottica, abbiamo contattato il Garante regionale dei diritti della persona, Andrea Nobili, anticipando la sua visita presso il carcere, calendarizzata per lunedì.
"Innanzitutto, ad oggi, possiamo dire che non si riscontrano casi di positività tra i detenuti - afferma Nobili -, lo stesso non lo possiamo affermare per gli operatori, che hanno una propria vita privata fuori. Qualche caso c'è stato. Il tutto viene svolto con un monitoraggio meticoloso, ma che ha comportato una compressione dei diritti dei carcerati. La casa circondariale ha al suo interno circa 130 detenuti, con 40 che provengono dal "rivoltoso" istituto penitenziario di Modena. E' anche presente, nel computo totale, una buona parte di persone di nazionalità straniera. Questo mi permette di toccare una tematica importante: la struttura di Ascoli ha la peculiarità di avere molti carcerati fuori Regione. Ciò, naturalmente, ha delle ricadute sulle visite familiari - modalità che è mutata, ma ne parleremo più avanti.
Nella struttura ascolana, da ben prima dello scoppio della pandemia, non sono più presenti i detenuti sotto regime carcerario disciplinato dall'articolo 41bis. Al tempo stesso, la struttura del Marino, fu progettata per accogliere prevalentemente quella tipologia di detenuti, guadagnandosi l'appellativo di carcere di "massima sicurezza".
Ora, quegli spazi, pensati per chi ha pochissimi "diritti", sono riservati ad un'altra tipologia di detenuti, comportando non pochi lamenti da parte degli stessi. Le disposizioni nazionali valgono anche all'interno del carcere, soprattutto quando si è chiarito che la visita, presso un Comune diverso dal proprio, ad un familiare non è motivo lecito per lo spostamento. Tutto ciò vuol dire una riduzione della fascia preposta per questo tipo di attività. Per permettere un contatto con i propri cari si è ricorsi alle videochiamate via Skype o telefono. L'unica via che potesse rispettare i dettami vigenti ed il contatto coi parenti.
Anche i vari laboratori sono sospesi. L'attività rieducativa ha sempre avuto un ruolo preminente nel regime di carcerazione, che deve tendere sempre al "reinserimento sociale", costituzionalmente garantito. Anche Ascoli, come quasi tutte le strutture nazionali, soffre per la carenza di personale. Nella fattispecie: operatori della Polizia Giudiziaria, educatori e, soprattutto, la figura dello psicologo o psichiatra. Molti dei detenuti soffrono di malattie psicologiche, meritando particolare attenzione e particolari cure".
È anche notizia recente la firma del protocollo d'intesa. Questo avrà come obiettivo l'utilizzo dei carcerati in lavori di pubblica utilità ed a bassa responsabilità. "Recentemente è avvenuta questa firma - continua Nobili -. Rispetto a questo tema specifico, deve essere riconosciuto il merito al procuratore generale Sottani, il primo a caldeggiare ed attivarsi per questo piano.
"Mi riscatto per il futuro" è un progetto che vedrà l'utilizzo dei detenuti per lavori di manutenzione ordinaria degli uffici, per attività di front-office, cura delle aree verdi di pertinenza delle sedi giudiziarie. È un disegno che verterà sull'attuazione piena dell'articolo 27 della Carta Costituzionale, favorendo progetti animati da uno scopo di "reinserimento sociale". Ma avrà anche una importante ricaduta sociale su chi, nel carcere, non è mai entrato".
cronacheagenziagiornalistica.it, 29 novembre 2020
Venti detenuti del reparto "Sex Offenders" del carcere di Secondigliano imbarcati sul galeone "Seizeronove" dello psichiatra Adolfo Ferraro: gli autori si sono immedesimati nel "Visconte dimezzato" di Italo Calvino in un laboratorio di lettura e scrittura creativa: "Lupus in Fabula".
Lunedì 30 novembre, alle ore 19, il "Caffè Letterario" delle Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere, presenterà in diretta streaming su Facebook il libro dello psichiatra Adolfo Ferraro "Seizeronove" - galeoni e galeotti, con l'autore. Introduce e conclude l'avvocato Fiorentina Orefice, componente del comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine Avvocati di Santa Maria Capua Verere.
Interverranno quindi la dottoressa Marinella Graziano, magistrato della Sezione Misure Prevenzione Antimafia del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere; l'avvocato Renato Iaselli, vice presidente dell'Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere; l'avvocato Francesca Della Ratta, componente del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine di Santa Maria Capua Vetere e lo scrittore e cronista giudiziario dottor Ferdinando Terlizzi. Modera l'avvocato Giovanna Barca componente del Comitato Pari Opportunità del Consiglio dell'Ordine di Santa Maria Capua Vetere.
"Seizeronove" nasce da un laboratorio di lettura e scrittura creativa: "Lupus in Fabula", tenuto nel Carcere di Napoli Secondigliano da un gruppo di volontarie e da uno psichiatra, con venti detenuti responsabili di reati sessuali. Dopo la lettura collettiva de "Il Visconte dimezzato" di Italo Calvino si è lavorato sul testo e sui suoi personaggi, utilizzando i meccanismi della creatività, della riflessione, dello psicodramma e della scrittura.
La pubblicazione è arricchita oltre che dal Ferraro anche dagli interventi critici e metodologici di Giuliano Balbi, Maria Pia Daniele, Amalia Fanelli, Davide Iodice e Luigi Romano. Da qui l'elaborazione di una storia, prima individuale poi comune, che inevitabilmente rappresenta anche le proprie condizioni, con lo scopo di acquisire una consapevolezza che non nega e non giustifica, non è né complice e non è accusatore, ma aiuta a comprendere.
Adolfo Ferraro è autore di diverse pubblicazioni a carattere scientifico e divulgativo ("Delitti e Sentenze Esemplari" - con prefazione di Ugo Fornari - Centro Scientifico Editore, 2005; "Materiali dispersi", storie dal manicomio criminale, con prefazione di Massimo Picozzi - Tullio Pironti Editore, 2010; "Le Evasioni Possibili", Arte Reclusa, Rogiosi Editore - 2019) e si occupa di formazione come docente a contratto di Psichiatria Forense Criminologia Clinica e nei corsi di formazione e di aggiornamento del Ministero della Giustizia. È stato per molti anni Direttore dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, contribuendo al suo superamento. Vive e lavora a Napoli.
di Nello Scavo
Avvenire, 29 novembre 2020
Una partita a poker sulla pelle della povera gente con troppi interessi in gioco, dal gambero rosso all'oro nero. I negoziati però procedono senza sosta e senza clamore. È una storia di gambero rosso e di oro nero. Di ostaggi usati come bottino da mettere all'asta in una partita a poker con troppi giocatori. Dal generale Haftar che cerca un appiglio per non finire definitivamente scaricato dai protettori russo-egiziani, alla Francia che può incassare la gratitudine dell'Italia dopo anni di contrapposizione in terra libica. Da novanta giorni 18 pescatori siciliani sono prigionieri del signore della guerra Khalifa Haftar. E nel negoziato, non sapendo più a che santo votarsi, anche la diplomazia maltese si offre per dare una mano e trovare una soluzione entro Natale.
La mediazione è difficile. Ad ogni apparente punto di svolta sembra che i negoziatori debbano ricominciare daccapo. Il generale ribelle, che dopo aver fallito l'assalto a Tripoli sta tentando di riguadagnare peso, sta giocando la carta dello scambio di prigionieri, assicurando di voler riportare a Bengasi quattro libici arrestati in Sicilia cinque anni fa, condannati a 30 anni ciascuno in primo e in secondo grado a Catania per la morte in mare di 49 migranti nel 2015. Uno scambio impraticabile per l'Italia. All'inizio sembrava solo un modo per alzare il prezzo del rilascio, ma ora lo stesso Haftar è ostaggio delle sue promesse alla popolazione.
Il governo di Tripoli ne approfitta per regolare i conti con Roma, accusata di aver scelto la politica del piede in due scarpe: le trattative riservate con le milizie e i trafficanti fedeli a Tripoli, intanto cercando con Haftar il dialogo sui pozzi petroliferi; l'inutile e costoso vertice di Palermo nel 2018 e le missioni navali che non contrastano per davvero il traffico di armi destinate ad Haftar e non proteggono neanche i pescatori siciliani. Non è un caso che a perorare la causa di un plateale scambio di prigionieri, certo più imbarazzante di un qualsiasi segreto pagamento in denaro o di concessioni politiche da non sbandierare, sia proprio il vicepresidente del consiglio presidenziale di Tripoli, Ahmed Maitig. "Credo la direzione sia quella dello scambio con i calciatori libici condannati al carcere in Italia", ha dichiarato al Corriere della Sera. La polizia di Haftar, dopo avere minacciato l'incriminazione per traffico di droga a danno dei pescatori, al momento sembra avere desistito.
In gioco c'è altro. L'Italia, ha ricordato Maitig ai negoziatori di Roma, conserva un vantaggio nel giocare da mediatore nel dialogo multilaterale tra Egitto, Turchia, Grecia e Libia. Un "dialogo", viene fatto notare anche da fonti diplomatiche maltesi, "che può essere decisivo per la spartizione, l'esplorazione e lo sfruttamento dei giacimenti nel Mediterraneo". Non è un caso che quasi mai venga citata la Francia, le cui acquisizione energetiche e il ruolo sul campo a danno dell'Italia non sono messe in discussione. Tuttavia proprio Parigi può rivelarsi l'alleato dell'ultima ora. Haftar deve la vita ai medici militari francesi, che lo hanno salvato da un ictus. Niente di sentimentale, naturalmente. Ma uscire dall'impasse converrebbe a tutti.
La trattativa passa anche da Malta, che in questi anni ha mantenuto rapporti assidui con tutte le parti in Libia. Del resto non c'è affare o malaffare libico che non passi da La Valletta. I servizi segreti maltesi hanno buone fonti e ottime ragioni. Negli ultimi anni una nutrita schiera di fuggiaschi, avventurieri, esuli e faccendieri di entrambe le sponde hanno trovato riparto al di qua o al di là del Mediterraneo, a seconda che dovessero fuggire da Tripoli o sfuggire agli investigatori europei.
Anche in queste ore la marineria dell'isola continua a spingersi nel "mammellone", quel pescoso tratto di mare in acque internazionali che prima il dittatore Gheddafi e poi il generale Haftar hanno dichiarato unilateralmente come area esclusiva. Tuttavia a venire ostacolati sono esclusivamente i pescherecci siciliani e tunisini.
Un anno fa si era trovato un accordo. L'italiana "Federpesca" e la "Libyan military investment authority", un ente vicino all'esercito di Haftar, avevano siglato un patto. Attraverso una società maltese, che avrebbe incassato una provvigione, i pescherecci italiani avrebbero pagato una "tariffa" per ogni chilo di gambero rosso. In cambio gli armatori avrebbero potuto rifornirsi di carburante a basso costo nei porti controllati dal generale di Bengasi. Haftar ci avrebbe guadagnato due volte: il "dazio" per il pesce e le entrate per il gasolio. Su pressione del governo di Tripoli, che non vedeva di buon occhio quella concessione al nemico di Bengasi, Federpesca fu costretta a indietreggiare. Argomenti tornati sul tavolo del negoziato per far tornare a casa i 18 pescatori prigionieri entro il Natale.
veronanetwork.it, 29 novembre 2020
Sono nove anni che il Festival di Cinema Africano di Verona entra nella Casa circondariale di Montorio per vedere, insieme ai detenuti e alle detenute, accompagnato dai volontari e volontarie dell'Associazione La Fraternità, i film in concorso di una delle sezioni del Festival, quest'anno Viaggiatori & Migranti.
Sono nove anni che il Festival di Cinema Africano di Verona entra nella Casa circondariale di Montorio per vedere, insieme ai detenuti e alle detenute, accompagnato dai volontari e volontarie dell'Associazione La Fraternità, i film in concorso di una delle sezioni del Festival, quest'anno Viaggiatori&Migranti. Lo fa con la direzione artistica, esperti e registi che cambiano ogni anno, in base alla programmazione.
Quest'anno, causa pandemia, la composizione della Giuria è stata diversa: non erano presenti le due sezioni del carcere, maschile e femminile, e neanche tutti i settori. Nonostante le restrizioni si è riusciti comunque a selezionare un gruppo di giurati del settore maschile di eterogenea provenienza geografica, e seppur numericamente ristretto rispetto gli anni precedenti, ugualmente motivato.
Il Festival rappresenta da sempre un ponte verso l'esterno per chi vive il carcere, e anche l'occasione per poter esprime la propria voce con la consapevolezza che verrà ascoltata fuori da quelle mura. Quella del cinema africano è una proposta culturale unica, non solo perché offre ai detenuti la possibilità di vedere delle opere cinematografiche che provengono da un continente che spesso appartiene a chi le visiona, ma anche di essere accompagnati verso una comprensione della cinematografia da esperti e registi. La comprensione dell'opera poi si mescola a quello che spesso il film rappresenta per chi guarda e riconosce parte del proprio vissuto, avendo poi l'occasione di raccontarlo. Una possibilità di evasione dalla quotidianità verso un altrove che fa parte di sé.
Il Festival di Cinema Africano di Verona diventa così il mezzo per tornare a essere presenti in un mondo esterno che spesso non prende in considerazione chi vive dentro le carceri e, come sostiene la stessa direttrice della Casa circondariale di Montorio, Maria Grazia Bregoli, l'occasione di essere "considerati cittadini a pieno titolo", vivendo questa esperienza culturale come riscatto individuale, in cui si è protagonisti di un momento che altre giurie ufficiali ed esterne stanno vivendo.
La Giuria detenuti della Casa Circondariale di Montorio dopo aver visto tutte le 10 proiezioni dei cortometraggi e lungometraggi della sezione dedicata alla tematica delle migrazioni, Viaggiatori & Migranti, ha scritto e letto la sua motivazione dell'assegnazione del Premio "Cinema al di là del muro" al film Il mondiale in piazza di Vito Palmieri.
Per raccontare questa ricca esperienza in carcere, che ogni anno sa sorprendere gli organizzatori per l'intensità degli interventi dei partecipanti, e la scelta della Giuria detenuti della Casa Circondariale di Montorio, è stato realizzato un video visibile sul canale YouTube del Festival, AfricafestVerona.
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