di Giampaolo Cirronis
sardegnaierioggidomani.com, 1 marzo 2021
La Regione promuove gli "Uffici di prossimità" per rendere i servizi della Giustizia più vicini ai cittadini sardi, che potranno compiere operazioni e avere informazioni direttamente nel proprio Comune, senza necessità di spostarsi. Lo ha deciso la Giunta regionale su proposta dell'assessore della Programmazione e del Bilancio Giuseppe Fasolino, con una delibera che definisce i criteri per l'individuazione degli uffici giudiziari di Primo livello. L'iniziativa - condivisa con i tribunali sardi, i rappresentanti del ministero della Giustizia, l'Anci e il Cal - è inserita in un progetto nazionale per un importo complessivo di 1.882.607 euro.
"Tramite l'attivazione di nuovi punti di contatto e accessi nel territorio diamo vita, sosteniamo e alimentiamo nel tempo una Giustizia più vicina alle esigenze delle nostre Comunità, un modello virtuoso di cui la nostra Isola ha bisogno - spiega il presidente Christian Solinas.
Facilitare l'accesso ai servizi giudiziari per chi ha difficoltà a usufruirne è un tassello che si aggiunge all'importante azione svolta dalla Regione nella lotta allo spopolamento e all'isolamento dei territori". Con l'apertura degli Uffici di prossimità i cittadini potranno infatti ricevere informazioni e predisporre gli atti di volontaria giurisdizione per i quali attualmente occorre recarsi presso gli uffici giudiziari nelle sedi dei sei Tribunali Ordinari della Sardegna (Cagliari, Sassari, Oristano, Nuoro, Tempio, Lanusei).
"Abbiamo promosso questo progetto con l'obiettivo di andare incontro alle fasce più deboli della popolazione come anziani e persone fragili, garantendo così libero accesso a servizi e informazioni di carattere giudiziario - spiega l'assessore Giuseppe Fasolino.
La Sardegna, complice anche l'estensione geografica e la densità di popolazione conta su numerosi centri distanti dalle attività dei tribunali ordinari, a cui concorre negativamente la revisione delle circoscrizioni giurisdizionali avvenuta negli ultimi anni, che ha comportato un profondo ridimensionamento degli uffici giudiziari e la chiusura di otto sedi distaccate. Avvicinando gli uffici della giustizia alle Comunità introduciamo un ulteriore strumento di supporto al cittadino e contribuiamo a decongestionare l'attività dei tribunali"
Evidenti le ripercussioni di carattere sociale, specie nei confronti delle fasce di popolazione più esposte agli effetti della crisi sanitaria ed economica. Grazie all'iniziativa sarà infatti possibile avviare la pratica per la nomina di un tutore e/o amministratore di sostegno, richiedere la modulistica adottata dagli uffici giudiziari di riferimento come i documenti necessari per recarsi in un Paese extraeuropeo e in generale richiedere informazioni sulle procedure giudiziarie di volontaria giurisdizione in cui è coinvolto il cittadino.
Il progetto sarà attuato in più fasi: si partirà con l'individuazione delle sedi destinate ad accogliere gli Uffici di prossimità attraverso una manifestazione d'interesse rivolta agli enti territoriali; sarà compito della Regione allestire e informatizzare le sedi individuate, formare il personale coinvolto, digitalizzare e acquisire gli atti dei Tribunali, attivare a aprire gli uffici.
I criteri definiti dalla Giunta regionale per l'individuazione degli Uffici di prossimità tengono conto della soppressione nel territorio di riferimento delle sedi giudiziarie distaccate, della distanza tra il Tribunale territorialmente competente e la sede del Comune (o del Comune più lontano nel caso di aggregazioni di Comuni), del numero dei residenti e della difficoltà di accesso agli uffici giudiziari determinata da altri indici di svantaggio.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 marzo 2021
Più spazio alla valutazione del giudice nell'omicidio stradale. La revoca della patente infatti non deve essere l'automatica conseguenza del reato, ma deve scattare solo se la condotta è stata aggravata dall'assunzione di alcol o stupefacenti; in tutti gli altri casi l'autorità giudiziaria dovrà valutare la gravità della condotta, decidendo, eventualmente, di applicare la più lieve sanzione della sospensione. Lo ha stabilito la Corte costituzionale in una sentenza i cui contenuti sono stati anticipati ieri da un comunicato.
A questo giudizio di parziale illegittimità dell'articolo 222 del Codice della strada, la Consulta ha però accompagnato una valutazione positiva del divieto per il giudice di bilanciare con l'attenuante le aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l'influsso di droghe.
Le questioni erano state sollevate da una pluralità di uffici giudiziari che avevano messo in evidenza una serie di punti critici della normativa introdotta 3 anni fa. Il tribunale di Torino aveva ricordato che l'articolo 222 prevede che, nei casi di condanna o di applicazione della pena dopo patteggiamento, per i reati di omicidio stradale e di lesioni stradali gravi, anche dopo la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, deve essere sempre applicata la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente, con il divieto conseguente di ottenerne una nuova prima che siano passati 5 anni.
L'ufficio piemontese aveva denunciato l'irragionevolezza della previsione quando, senza possibilità di graduazione, sottopone alla medesima sanzione accessoria situazioni, quali le lesioni stradali gravi o gravissime e l'omicidio stradale, la cui diversità è invece attestata dalla notevole differenziazione delle sanzioni penali, graduate in funzione di un diverso disvalore sociale.
Se questo aspetto della pronuncia va nella direzione di un recupero di margini di valutazione da parte della magistratura, in direzione diversa va la decisione sull'altro punto affrontato che ha invece promosso la riforma. Il Gup di Roma aveva sollevato la questione di legittimità con riferimento in particolare alla circostanza attenuante prevista, per il reato di omicidio stradale, dal comma settimo dell'articolo 589-bis del Codice penale, per il quale "qualora l'evento non sia esclusiva conseguenza dell'azione o dell'omissione del colpevole la pena è diminuita fino alla metà".
Attenuante che però il successivo articolo 590 quater del Codice penale vieta di considerare prevalente o equivalente rispetto alle aggravanti (come la guida dopo avare assunto droghe o alcol) nei reati di omicidio stradale e lesioni stradali. Un divieto, sosteneva il Gup, che impedisce al giudice la possibilità di valutare nel caso concreto la prevalenza della diminuente rispetto alle aggravanti, con conseguente aumento sproporzionato di pena anche nel caso di percentuale minima di colpa dell'imputato. Il trattamento sanzionatorio così delineato dalla riforma del 2016 contrasterebbe inoltre con il principio di necessaria finalizzazione rieducativa della pena.
unict.it, 1 marzo 2021
Venerdì 5 marzo alle 15:30, online su MS Teams, webinar organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza nell'ambito del progetto EuRiPen. Venerdì 5 marzo alle 15:30, sulla piattaforma Microsoft Teams, si svolge il webinar "La funzione rieducativa e il carcere: un ossimoro sostenibile?", organizzato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania nell'ambito del progetto EuRiPen (Europa Rieducazione Pena Persone Enti).
Il tema dell'incontro è incentrato sulla riscoperta della funzione rieducativa come essenza riformatrice del sistema sanzionatorio per le persone e per gli enti. Presenta l'iniziativa Anna Maria Maugeri (docente di Diritto Penale e coordinatrice di EuRiPen), intervengono Giovanni Fiandaca (docente di Diritto Penale, Università di Palermo), Fabio Gianfilippi (magistrato di sorveglianza di Spoleto), Giorgia Gruttadauria (dirigente penitenziario), Riccardo Polidoro (avvocato, responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane).
Presiede Fabrizio Siracusano (docente di Diritto Processuale Penale, Università di Catania).
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 marzo 2021
Fabio Antoniani se n'è andato il 27 febbraio 2017, alle 11.40, in Svizzera, dove è volato per fare ricorso al suicidio assistito. Ma il Parlamento non ha ancora deciso sul fine vita.
"Quattro anni fa andavo dai Carabinieri per raccontare come avevo aiutato Fabo a morire. Poi sono arrivate la legge sul biotestamento e la sentenza della Consulta. Andiamo avanti, verso la legalizzazione". A ricordarlo, sul proprio profilo Facebook, è Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, che quattro anni fa ha annunciato all'Italia la morte del dj. Alla fine è morto così come aveva deciso. Fabio Antoniani, 39 anni, da tutti conosciuto come Dj Fabo, se n'è andato il 27 febbraio 2017, alle 11.40, in Svizzera, dove è volato per fare ricorso al suicidio assistito.
Una possibilità che il suo Paese, l'Italia, non gli ha dato. Dj Fabo era cieco e tetraplegico dall'estate del 2014, a causa di un gravissimo incidente stradale. Alla clinica "Dignitas di Forck", vicino a Zurigo, ci è arrivato accompagnato da Marco Cappato, che ha annunciato la morte del 39enne su Twitter. "Ha morso un pulsante per attivare l'immissione del farmaco letale - ha raccontato -, era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato".
Oltre a Cappato insieme a lui c'erano la madre, la fidanzata e gli amici più stretti. Era stato lui stesso, con un video messaggio, a raccontare il suo arrivo in Svizzera. "Ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l'aiuto del mio Stato", ha detto poco prima di iniziare il percorso verso la morte. Prima di andarsene ha descritto la sua situazione come "un inferno di dolore", dal quale è sfuggito soltanto con l'aiuto di Cappato, che ha ringraziato.
Ha scelto di andarsene "rispettando le regole di un Paese che non è il suo", ha spiegato l'attivista. "L'attenzione e la possibilità di scelta che sognava in Italia, Fabo l'ha trovata in Svizzera. Al mio rientro in Italia - aveva aggiunto - andrò ad autodenunciarmi, dando conto dei miei atti e assumendomene tutte le responsabilità". La sua storia ha rilanciato il dibattito in Italia sull'eutanasia, un dibattito già segnato dalle storie di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby ma non ancora risolto per via polemiche suscitate dai cattolici sul tema.
Nel periodo in cui dj Fabo è morto, il Parlamento stava esaminando la legge sul testamento biologico, depositata il 15 febbraio dello stesso anno alla Camera. Una proposta fortemente sostenuta dall'associazione "Luca Coscioni" a sostegno della libertà di scelta, una libertà, denunciavano le associazioni, fortemente compromessa. Dj Fabo ha dovuto affrontare un viaggio lungo e doloroso per porre fine alla propria sofferenza, aggiungendo fatica alla fatica già vissuta per vedersi riconosciuti certi diritti. "Fabo è libero, la politica ha perso - avevano sottolineato ancora Cappato e Filomena Gallo, anche lei dell'associazione Coscioni.
L'esilio della morte è una condanna incivile. Compito dello Stato è assistere i cittadini, non costringerli a rifugiarsi in soluzioni illegali per affrontare una disperazione data dall'impossibilità di decidere della propria vita morte. Chiediamo che il Parlamento affronti la questione del fine vita per ridurre le conseguenze devastanti che questo vuoto normativo ha sulla pelle della gente". Una questione che anche molti medici sostengono, per dare ai malati l'ultima parola sulla propria vita. La battaglia va avanti da quasi 30 anni, dalla nascita della Consulta di bioetica, nel 1992, quando fu preparata una carta di auto-derminazione dei malati.
Il primo disegno di legge risale al 1996, ma quella legge, contrariamente ad altri Paesi, ancora non c'è. Dai Radicali, nel 2013, è arrivata una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia e il riconoscimento del testamento biologico, ma il Parlamento continua a rinviare la discussione. Dj Fabo, dunque, "ha fatto del suo corpo e del suo dolore uno strumento di lotta democratica e di resistenza a un crudele proibizionismo".
A settembre del 2019 la pronuncia della Corte costituzionale: secondo i giudici delle leggi, non è punibile ai sensi dell'articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, "chi agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Una decisione che, dunque, ridusse l'area di punibilità, stabilendo come paletti la presenza di una patologia irreversibile, la volontà del soggetto espressa in modo "chiaro e univoco", indice di una capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, e che al paziente venga "prospettata la possibilità di porre fine alla propria vita mediante la sedazione profonda e l'interruzione dei trattamenti di sostegno vitale". Condizioni che nel caso di dj Fabo si sono tutte verificate. La decisione è arrivata dopo undici mesi dalla prima ordinanza, dell'ottobre 2018, in cui la Corte aveva definito "doveroso" consentire al Parlamento ogni "opportuna riflessione e iniziativa" sul fine vita.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Nel nostro Paese gli uomini violenti uccidono una donna ogni tre giorni e che cosa succede? C'è perfino chi nega che esista il problema. Non si sconfiggerà il fenomeno con i proclami ma con interventi concreti che richiedono molto più delle risorse messe in campo finora.
Se una donna uccidesse un uomo ogni tre giorni? Oppure, diciamola senza implicazioni di genere: se la mafia uccidesse una persona ogni tre giorni? Cosa succederebbe? Avremmo - giustamente - una reazione immediata e visibile su più fronti. Militari per le strade, impegno massimo per indagini e caccia ai responsabili, indignazione generale, interventi dalla politica e dalla società civile... Ecco. Nel nostro Paese gli uomini violenti uccidono una donna ogni tre giorni e che cosa succede? Che abbiamo perfino chi nega che esista il problema.
Che in molti - moltissimi - si sono abituati a quel dato fino a considerarlo quasi fisiologico. Che per le donne uccise non c'è quel senso dell'urgenza e della necessità d'azione che si fa strada davanti agli eventi gravi. Se le vittime sono tre-quattro (o più) in pochi giorni, capita che il fascio di luce dell'attenzione pubblica illumini l'argomento. Ma un giorno dopo, al massimo due, torna il buio di prima. E si va avanti così fino alle prossime tre-quattro o fino a un caso singolo che per qualche ragione riesce a imporsi sulle discussioni della giornata.
La domanda è sempre la stessa: cosa fare? Non è una questione di leggi; le leggi ci sono e sono sufficienti, anche se va da sé che ogni provvedimento si può migliorare, modificare, aggiornare. Quello che si potrebbe e si dovrebbe fare è tutto già scritto: nelle norme sullo stalking del 2009, in quelle sul femminicidio del 2013, nel codice rosso del 2019 e, a ritroso, nella Convenzione di Istanbul e nei tanti protocolli firmati in questi anni per provare a contenere e a trattare la violenza domestica. Il problema però è il fare, cioè far seguire i proclami dai fatti.
Nella vita di tutti i giorni, in quel divario evidente fra l'enunciazione e l'applicazione di leggi, convenzioni e protocolli, si perdono le esistenze di Rossella, Deborah, Clara, Lidia, Roberta... per citare soltanto alcune delle donne ammazzate dall'inizio dell'anno. Il professor Carlo Rimini qualche giorno fa su queste pagine ha centrato il punto. "Per proteggerle - ha scritto - occorrono risorse, competenze e formazione; per far sentire i loro persecutori braccati". Ma più di ogni altra cosa è necessario capire, finalmente, il passaggio successivo del suo pensiero, e cioè che "tutto ciò non si fa con i proclami ma con il denaro, tanto denaro". Molto più (aggiungiamo noi) delle risorse messe in campo finora.
di Andrea Bonanni
La Repubblica, 1 marzo 2021
Dopo un anno di emergenza Covid, chi si ricorda più dell'emergenza migranti che aveva scatenato un'ondata di populismo in tutto il continente, mettendo a rischio la tenuta del sistema democratico? Oggi, in Italia, la Lega entra nel governo più europeista di sempre, e gli allarmi sull'imminente islamizzazione d'Europa sono rinviati a tempi più propizi per il suprematismo nazionalista.
L'Ufficio europeo per l'asilo e l'immigrazione (Easo) è addirittura finito sotto inchiesta per una serie di respingimenti di migranti alle frontiere esterne della Ue, respingimenti che secondo le accuse sarebbero stati irregolari. Il Parlamento europeo ha deciso di creare una commissione permanente per sorvegliarne l'operato. Ma il calo dell'emergenza migratoria non è solo un effetto mediatico dovuto al prevalere dell'allarme Covid.
Lo stesso Easo ha pubblicato recentemente una serie di dati che illustrano come il flusso migratorio verso l'Europa si è effettivamente ridotto nel 2020 rispetto all'anno precedente. Secondo i dati forniti dall'Ufficio, l'anno scorso si sono registrate in tutti i Paesi dell'Unione europea 461.300 richieste di asilo, contro 671.200 del 2019. Il calo del 31 per cento è da attribuirsi, scrivono i funzionari europei, "all'impatto della pandemia di Covid e alle conseguenti misure di emergenza, come le restrizioni alla libertà di movimento".
Una spiegazione che appare quantomeno incompleta. Difficile che profughi in fuga da guerre e carestie, disposti a rischiare la vita e affrontare disagi indicibili, si lascino frenare dalle restrizioni tra zone rosse e zone gialle. Più verosimilmente, il gelo dell'economia seguito ai lockdown ha contribuito a scoraggiare molti migranti economici dal cercare un futuro in un continente che al momento non ha nulla da offrire. Il tasso di approvazione delle richieste di asilo, avverte Easo, non è cambiato rispetto agli anni passati e resta attestato intorno al 32 per cento.
Siriani, eritrei e yemeniti, provenienti da Paesi devastati dalla guerra, hanno invece percentuali di accettazione tra 1'85 e il 75 per cento. Le richieste di asilo esaminate hanno superato le domande: 521 mila, permettendo di smaltire almeno un po' la lista di attesa che conta comunque ancora 420 mila casi. Anche se più contenuta, dunque, l'emergenza continua. Ma in tempi di Covid, pochi se ne accorgono.
di Luigi Manconi
La Stampa, 1 marzo 2021
La morte del fotoreporter italiano, avvenuta il 24 maggio 2014, rimane ancora senza colpevoli. Fu ucciso nella regione del Donbass, in Ucraina orientale: aveva trent'anni.
Il 24 maggio del 2014, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, detto Andy, viene ucciso, mentre si trovava nella regione del Donbass, nell'Ucraina orientale. Era impegnato a documentare le condizioni dei civili, prime vittime dello scontro che opponeva i militari fedeli allo Stato ucraino e i ribelli filorussi.
Insieme a lui, c'erano l'interprete e attivista per i diritti umani, il russo Andrej Mironov, anche lui ucciso, il fotoreporter francese William Roguelon, rimasto gravemente ferito, e un autista locale.
Il 12 luglio del 2019 la Corte di Assise di Pavia condanna a 24 anni l'italo-ucraino Vitaly Markiv per concorso di colpa nell'omicidio di Andy Rocchelli. Il 3 novembre 2020, la Corte di Appello di Milano assolve Markiv per non aver commesso il fatto. Il 15 febbraio scorso si apprende che la Procura Generale di Milano presenterà ricorso in Cassazione contro la sentenza di secondo grado. Attualmente, dunque, la morte di Rocchelli resta priva di un colpevole, individuato con nome e cognome e condannato a espiare una pena. Di conseguenza, si sente dire, senza esecutori e mandanti, e senza una ricostruzione attendibile dei fatti. Ma le cose non stanno così.
Succede, infatti, che la sentenza di primo grado, che condanna il militare ucraino, e quella di secondo, che lo assolve, poggiano sulla medesima interpretazione della vicenda. In effetti, nelle motivazioni della sentenza di appello, si afferma che "la ricostruzione dei fatti, così come emerge dalle prove processualmente utilizzabili e dalle considerazioni svolte porta questa Corte a concordare con le conclusioni della Corte d'Assise di Pavia, in merito alla provenienza dei colpi che hanno ucciso Rocchelli e ferito Roguelon e cioè dei colpi di mortaio sparati dalla collina Karachun ad opera dei militari dell'armata ucraina, dove erano nascosti i fotoreporter, il tassista e il civile". Si legge ancora nelle motivazioni della sentenza che "essi erano quindi lì per svolgere la loro attività di fotoreporter. L'attacco ha avuto luogo senza alcuna provocazione e offensiva, né da parte loro né dei filorussi".
In particolare, la Corte di secondo grado ritiene che esistesse "l'intenzione di eliminare" il gruppo di giornalisti, perché per difendere quella postazione si faceva sì che "nella zona circostante nel raggio di uno o due chilometri nessuno potesse avvicinarsi".
La postazione in questione era costituita dalla collina dove si trovava installata un'antenna televisiva, considerata un bene prezioso dalla guardia nazionale ucraina. Perciò, se da un lato i giudici dicono che i fotoreporter si trovavano in una zona calda "sulla linea di tiro tra uno schieramento e l'altro", allo stesso tempo precisano che "i giornalisti di guerra raggiungono proprio le linee del fronte per constatare e poi raccontare e informare l'opinione pubblica su ciò che avviene durante i conflitti bellici".
In conclusione, quindi, l'ordine di sparare fu "illegittimamente dato dai comandanti, perché in violazione delle norme che mirano alla protezione dei civili, ed eseguito dai militari della guardia nazionale e dall'esercito appostati sulla collina".
Tuttavia, l'aver accertato la dinamica della tragedia e l'aver raccolto prove sulle responsabilità di Vitaly Markiv, non sono fatti sufficienti a determinarne la condanna: i superiori e i commilitoni dell'imputato avrebbero dovuto essere ascoltati in procedimento connesso e, dunque, con l'assistenza di un legale. In assenza di questo, quelle dichiarazioni non sono state considerate utilizzabili. E non si è potuto provare "al di là di ogni ragionevole dubbio" che Markiv si trovasse in quel posto e a quell'ora, e che indirizzasse l'attività del mortaio contro il gruppo di reporter.
Quindi, dalla combinazione delle due sentenze, quella di primo e quella di secondo grado, emerge un dato davvero frustrante. Lo dico come cittadino che ha seguito la vicenda con la massima attenzione possibile, e che trova doloroso immaginare come un simile sentimento possa tradursi nella condizione emotiva dei familiari di Rocchelli. La sua storia ha evidenziato, ancora una volta, quale possa essere il ruolo dei parenti di una vittima, qualora decidano di rendere questione pubblica la propria sofferenza e farne motivo di un'azione civile, oltre che giudiziaria, per raggiungere verità e giustizia.
Una storia, quella del fotoreporter pavese, che sarebbe stata consegnata all'oblio e al silenzio, senza l'impegno di quella madre e di quel padre, che si sono fatti amorosi detective e tenaci investigatori, che si sono recati nei luoghi della morte del figlio, che hanno parlato con testimoni riluttanti, che hanno raccolto atti e documenti, che hanno interloquito con inquirenti e procuratori, e che mai si sono rassegnati a una verità di Stato (e di quello Stato ucraino).
E accanto a loro, gli avvocati Alessandra Ballerini, Emanuele Tambuscio, Giuliano Pisapia, Margherita Pisapia, Pierluigi Tizzoni e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e le associazioni dei fotoreporter, che hanno promosso la mobilitazione di tanti cittadini. D'altra parte, si deve all'attività di alcuni magistrati particolarmente competenti e al ROS dei carabinieri di Milano, se è stato possibile documentare lo scenario in cui si è consumato il dramma di Rocchelli, Mironov e Roguelon.
Ora, quei genitori, quella moglie, quella sorella di Andy, sanno, sulla base di acquisizioni giudiziarie confermate da due sentenze, come si sono svolti i fatti. Conoscono il contesto, i protagonisti e le comparse, il clima e l'atmosfera, le fasi precedenti e quelle successive. Ma non sanno il nome del colpevole. Ne hanno individuato la divisa, il reparto di appartenenza, l'ideologia, i camerati e i protettori. Ma una sentenza di un tribunale di uno Stato di diritto ha assolto colui che veniva ritenuto l'assassino. Le regole di quello stesso stato di diritto impongono di rispettare la sentenza. E così hanno fatto, esemplarmente, i familiari di Andy Rocchelli.
Resta l'amarezza, la terribile amarezza, per quella che non può non suonare come una ingiustizia. Il nostro Stato democratico riconosce l'innocenza di colui di cui non si è potuta provare la colpevolezza. Lo Stato ucraino, segnato da tentazioni autoritarie e pulsioni populiste, attraverso i suoi apparati e i suoi rappresentanti politico-istituzionali, ha fatto di tutto per occultare le prove che potessero portare all'individuazione del responsabile della morte di un fotografo inerme.
Si parla molto di Europa in questi giorni - anzi, se ne parla sempre più spesso - e tutti rischiamo di oscillare tra disillusione e retorica. Per sottrarci all'una e all'altra, la politica dovrebbe operare affinché l'Europa sia davvero lo spazio comune delle libertà e dei diritti. Ma la politica, in questa vicenda, è stata completamente assente.
E l'Europa non è stata in grado di ottenere dallo Stato ucraino, considerato un interlocutore speciale, il rispetto dei diritti fondamentali della persona e di quelle garanzie, previste dalle convenzioni internazionali, a tutela dei civili e, tra essi, giornalisti e fotografi, in occasione di scontri a fuoco. Da qui si dovrebbe ripartire, ricordando alcuni nomi e alcune età: Valeria Solesin, 28 anni, vittima dell'attentato al Bataclan di Parigi del 14 novembre 2015, Giulio Regeni, 28 anni, ucciso al Cairo nel febbraio del 2016, Antonio Megalizzi, 29 anni, morto a seguito dell'attentato a Strasburgo dell'11 dicembre 2018. E tanti altri, coetanei di Andy e di una magnifica generazione di giovani europei, che non volevano morire, ma che a tutti costi volevano vivere, assumendone il rischio.
di Giuseppe Alberto Falci
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Magistratura democratica: svende l'Italia. Anche Meloni all'attacco. La ministra lo difende. Non solo la politica, adesso le critiche arrivano anche dalla magistratura. La rivista della corrente di sinistra delle toghe, Magistratura democratica, si chiama Questione Giustizia e ha appena pubblicato un articolo intitolato "Legittimare un despota per un piatto di lenticchie": si parla dei rapporti tra Matteo Renzi e il regime di Riad.
"Si è assistito a una svendita a prezzi di saldo non dell'immagine di Matteo Renzi ma di quella del nostro Paese - si legge nel trimestrale - messo in evidente imbarazzo dalla sconcertante performance televisiva di un suo esponente politico di primo piano". La difesa dell'ex premier è affidata a Elena Bonetti, ministra renziana alla Famiglia: negli studi di SkyTg24 prende le parti del senatore di Rignano, finito sotto accusa per i suoi rapporti con il regime di Riad. "Renzi - per la ministra - ha chiarito con puntualità le questioni poste, non si è sottratto alle responsabilità". E ancora, sempre secondo Bonetti, "siamo consapevoli di come l'Arabia Saudita, Paese del G20, sia un baluardo sul fronte della lotta al terrorismo e abbia iniziato un allargamento dei diritti".
L'ex premier e le sue truppe non intendono retrocedere, quindi, anzi rivendicano i rapporti con il principe Mohammad bin Salman, indicato in un report della Cia come il mandante dell'uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. Solo un mese fa Renzi aveva promesso che una volta conclusa la crisi di governo si sarebbe materializzato davanti alla telecamera e avrebbe risposto alle domande dei giornalisti. Ma non c'è stata alcuna conferenza stampa: resta agli atti una e-news nella quale Renzi di fatto si auto-intervista.
Non a caso impazzano le ironie sui social, l'hastag #cinerenzi è nei trend topic. E il diretto interessato come si difende? Pubblica sui social una foto di sé in bicicletta e non sembra intenzionato né a un passo indietro né tantomeno a un mea culpa: "Oggi è una giornata bellissima, con un sole che scalda il cuore. Non è il giorno giusto per fare polemica o per arrabbiarsi".
Va da sé che la discussione non si placa. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, attacca: "L'intelligence Usa collega direttamente l'atroce omicidio di Khashoggi in Turchia alla famiglia reale saudita e in particolare al principe ereditario Mohammad bin Salman, che avrebbe dato l'ordine di sequestrarlo e farlo a pezzi per le critiche che muoveva al regime saudita. Si tratta dello stesso principe elogiato servilmente da Matteo Renzi come fautore di un nuovo Rinascimento".
Pd, Leu e M5S invitano il leader di Italia viva a fare chiarezza, non ritenendo sufficienti le risposte che lo stesso Renzi ha fornito, sabato sera, con la e-news. Dalle parti del Nazareno interviene Andrea Romano, portavoce di Base riformista, la corrente guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti: "Ho atteso la risposta per commentare le sue recenti dichiarazioni sul regime saudita.
Una risposta che è venuta sabato e che rende ancora più grave, se possibile, l'irresponsabilità politica dell'aver definito "rinascimentale" un regime ferocemente oppressivo e l'irresponsabilità morale e istituzionale del ricevere un compenso economico da una dittatura straniera mentre si svolgono le funzioni di senatore della Repubblica italiana". Prende di mira l'ex premier anche Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana: "Caro Renzi, le domande cui devi rispondere hanno a che fare certo con una questione morale importante ma anche con una questione di sicurezza nazionale".
di Sara Perri
La Stampa, 1 marzo 2021
Drammatica escalation della repressione: granate, spari e bastonate sulla folla inerme. Scomparsa Aung San Suu Kyi. Dal colpo di Stato a oggi sono già trenta le vittime tra i civili, oltre mille gli arresti. "Qualcuno di noi morirà, ma alla fine vinceremo". La domenica di Soe S. è iniziata così in Birmania ed è finita con una luna rossa sul cielo di Yangon e una lista di almeno diciotto morti confermati dall'Ufficio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Il giro di vite era partito nelle zone etniche, suggerendo che la capitale commerciale Yangon potesse rimanere la vetrina delle manifestazioni ironiche e variopinte iniziate il primo febbraio contro il colpo di Stato. Ieri anche la capitale commerciale è stata scenario di scene di violenza catturate da foto e filmati estremamente crudi e diffusi in tempo reale.
In serata, l'Associazione per l'Assistenza dei Prigionieri in Birmania ha aggiornato la cifra degli arresti a oltre 1100, e il totale dei morti dall'inizio delle proteste a più di 30. Eppure vittime e feriti non hanno fermato nessuno, né nelle grandi città, né nei cristallini arcipelaghi a Sud, e tantomeno nelle regioni al confine cinese già afflitte da decennali conflitti, come il Kachin. Qui, una suora cattolica si è messa davanti ai poliziotti antisommossa per farli desistere, unendo le mani; altrettanto hanno fatto monaci buddisti in altri angoli del Paese, sedendosi a gambe incrociate davanti agli scudi della polizia. Piena solidarietà ai manifestanti è stata espressa anche dalla comunità musulmana, inclusa la minoranza Rohingya espulsa in Bangladesh.
Le preghiere non sono bastate. Lacrimogeni, granate, spari, bastonate: non è mancato nulla nella drammatica escalation della repressione dell'esercito birmano contro manifestanti perlopiù pacifici che chiedono il ripristino del governo civile di Aung San Suu Kyi e la fine della dittatura del generale Min Aung Hlaing.
Quella di ieri è stata la giornata più violenta, con almeno cinque volte più morti che nelle settimane precedenti. Ci sono anche giovanissimi come il 23enne Nyi Nyi Aung Htet Naing, che lavorava come ingegnere informatico e la cui morte ha lasciato senza parole i colleghi. L'intera scena del suo corpo riverso a terra incapace di muoversi e infine trasportato da un gruppo di coraggiosi amici è stata immortalata da Myanmar Now, un media locale, ed è circolato su Twitter e Facebook per tutta la giornata. Un giornalista di Myanmar Now è stato poi arrestato.
"La nostra anima sarà intrisa del sangue dei nostri compagni. Rosso come non mai. Uniti", scrive la 22enne Yin Moe Aye per ricordare i suoi amici caduti nella capitale commerciale Yangon. Qui le manifestazioni sono state animate soprattutto dalle risorse digitali della generazione Z, ma dietro c'è tutta l'intensa eredità delle lotte dei padri e dei nonni. "Sono sceso in piazza per voi", ha detto un signore di 65 anni ai giovani che lo salutavano fuori dal camioncino della polizia su cui veniva portato via: "Non voglio che anche la vostra generazione viva sotto una dittatura", avrebbe detto secondo quanto postato su Facebook da un testimone.
E fra chi non scende per strada c'è chi si occupa di far conoscere le proteste sui social: "Io distribuisco snack e acqua ai manifestanti e se la situazione si fa pericolosa cerco di dar loro riparo", ci dice ancora Yin Moe Aye su Whatsapp. I cittadini hanno formato un fronte solidale ma senza leadership contro i militari che ha bruscamente interrotto l'assaggio di democrazia iniziato nel 2015 con le prime elezioni libere dopo cinquant'anni di governo militare. Intanto la ex leader Aung San Suu Kyi, secondo quanto riportato sabato da Myanmar Now, è stata portata via dalla residenza nella capitale Naypyitaw dove si trovava agli arresti domiciliari e nemmeno i suoi colleghi di partito sanno dove si trovi.
Mentre emergono nuovi eroi della resistenza, dalla prima vittima 20enne, Mya Thwe Thwe Kaing, all'ambasciatore all'Onu Kyaw Moe Tun, tutti sembrano determinati a subire le conseguenze delle proteste, anche quelle economiche. Piuttosto fredda è stata anche la reazione nei confronti del colpo di Stato dei vicini dell'area Asean, Associazione di Stati del Sudest asiatico. Fioccano invece condanne da Unione Europea, Stati Uniti e Onu.
"Condanniamo con forza la crescente violenza contro i manifestanti in Myanmar e chiediamo ai militari di interrompere immediatamente l'uso della forza contro i manifestanti pacifici", ha detto ieri Ravina Shamdasani, portavoce dell'Ufficio Diritti Umani Onu in un comunicato. L'ambasciata americana a Yangon ha fatto sapere di avere "il cuore spezzato" alla notizia del gran numero di vittime. L'Unione Europea annuncia che prenderà presto "misure in risposta a questi sviluppi". Fra i birmani cresce però la preoccupazione che alle parole, o alle sanzioni, non segua alcun intervento più consistente. "Per favore, aiutateci", in molti scrivono sui social appellandosi direttamente alla comunità internazionale.
di Alessandro Vinci
Corriere della Sera, 1 marzo 2021
Lo hanno rivelato a una radio di Phoenix alcuni insider dell'agenzia governativa che gestisce le carceri dello Stato (che però respinge le accuse). Nel mirino il programma Acis. Delegare alla tecnologia mansioni di grande responsabilità è un'arma a doppio taglio: finché tutto funziona alla perfezione gli errori si azzerano, in caso contrario le conseguenze possono essere molto pesanti. Loro malgrado, ne sanno qualcosa centinaia, forse migliaia di detenuti nelle carceri dell'Arizona, negli Stati Uniti, che negli ultimi mesi sarebbero rimasti ostaggio di un software per il calcolo delle pene difettoso. La denuncia arriva dalla stazione radio di Phoenix Kjzz, alla quale alcuni insider dell'Arizona Department of Corrections (Adc), l'agenzia governativa che gestisce le dieci case circondariali presenti nello Stato, hanno rivelato lunedì che numerosi impiegati sono attualmente al lavoro, armati di carta e penna, per risolvere il problema effettuando i calcoli in prima persona.
Nessuno ha mai mosso un dito - Tutto nasce da una legge promulgata due anni fa dal Senato dell'Arizona in base alla quale alcune tipologie di carcerati per droga, in caso di completamento di determinati programmi di formazione, scolarizzazione o di recupero, possono riacquisire la libertà dopo aver scontato il 70% della pena originaria. Ebbene: il software utilizzato dall'Adc, denominato Acis, secondo gli informatori non solo non sarebbe in grado di identificare i soggetti idonei a partecipare ai programmi, ma non riuscirebbe neppure a quantificare il corretto numero di crediti accumulato dai partecipanti, finendo così per negare loro il diritto a usufruire dello sconto previsto dalla norma. "Lo sapevamo dal primo giorno", hanno raccontato le fonti.
Ma nessuno ha mai mosso un dito per risolvere il problema: "Ci venne detto: "Ormai siamo andati troppo avanti, troppi soldi sono stati investiti, non possiamo tornare indietro adesso". Un modo per nascondere le costose inefficienze del sistema, insomma. Così, stando sempre a quanto dichiarato, dalla sua implementazione (novembre 2019) ad oggi il sistema avrebbe fatto registrare ben 14 mila errori: qualcosa di inaccettabile, a fronte degli oltre 24 milioni di dollari fin qui spesi per il suo mantenimento.
Accuse respinte - La reazione dell'Adc non si è fatta attendere: prima ha oscurato su tutti i suoi computer il sito di Kjzz, poi ha dichiarato alla stampa che sì, effettivamente Acis non è in grado di completare i calcoli "incriminati", ma che tutti i dati necessari vengono inseriti nel software "a mano" dai dipendenti. In questo modo l'agenzia sarebbe stata capace di iscrivere ai programmi di recupero 733 detenuti inizialmente non conteggiati.
A giudizio gli insider, tuttavia, una simile quantità "non scalfisce nemmeno la superficie del numero totale dei soggetti potenzialmente idonei". Quanto invece alle scarcerazioni anticipate, che secondo l'Arizona Mirror dal 2019 ad oggi avrebbero dovuto riguardare circa 7 mila individui, l'Adc sostiene di "non aver ritardato il rilascio di nessun detenuto".
In mancanza di un'approfondita indagine della magistratura, impossibile al momento stabilire da che parte stia la ragione. Intanto ci si augura che tali sospette criticità non finiscano per riguardare altri Stati. L'infrastruttura di Acis, infatti, è utilizzata anche nelle prigioni del Maryland e dell'Indiana. Urge fare chiarezza.
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