di Giulia Merlo
Il Domani, 27 febbraio 2021
Intervista al segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Salvatore Casciaro, di Magistratura indipendente. "La lettera a Mattarella contro il procuratore generale Salvi esprime un malessere che è diffuso in magistratura. L'autopromozione non è affatto, a mio avviso, un peccato veniale perché contribuisce ad alimentare quelle dinamiche di degenerazione correntizia da tutti deprecate".
di Giuseppe Legato
La Stampa, 27 febbraio 2021
Lo studio promosso da Area Dg che ha coinvolto 60 tra pm e giudici del Piemonte: "Concentrare le forze su arresti facoltativi per fatti meno gravi distoglie le indagini da quelli complessi".
La premessa è d'obbligo ed è anche politically correct: "Non è una polemica, ma un'analisi che vuole costruire un miglioramento generale del sistema". C'è ancora, prima di entrare nel merito, una richiesta esplicita: "Non creiamo contrapposizioni con la polizia giudiziaria, Non è né l'intento né lo spirito di questo lavoro".
di Marco Lillo
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2021
La richiesta del boss della mafia recluso al regime di isolamento del 41bis Filippo Graviano per ottenere il permesso premio non è l'unica. Solo nel carcere di L'Aquila, al Fatto Quotidiano risultano altre tre richieste di permesso premio da parte di boss detenuti al 41bis.
Il primo è Maurizio Capoluongo, 59 anni boss di San Cipriano d'Aversa dalla fine degli anni Ottanta, vicino a Michele Zagaria, recluso al 41bis. Capoluongo ha chiesto un permesso ad agosto, ma pur non avendo avuto risposta sa che comunque uscirà tra sei mesi per fine pena. Più lontana la libertà per Giuseppe D'Agostino, 51 anni, boss della camorra salernitana.
Ha chiesto un permesso di tre giorni il 23 settembre scorso. Dovrebbe uscire comunque per fine pena nel 2023. Pasquale Gallo, 64 anni, detto "'O Bellillo", boss di Torre Annunziata che per anni ha conteso lo scettro a Valentino Gionta, ha fatto richiesta di permesso il 17 ottobre del 2020. Gallo in cella ha preso tre lauree magistrali e l'istanza l'ha scritta da solo.
Si accontenterebbe di 8 ore di permesso. L'Aquila è l'epicentro del 41bis: sono167 in tutto i reclusi con questo regime. Ma anche a Sassari, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha di fatto eliminato l'articolo 4 bis che prima vietava i permessi ai boss, si sta alzando l'onda delle richieste. Come è noto non è andata bene a Pasquale Apicella, 52 anni, detto "'o Bellomm", vicino al clan dei Casalesi. Anche lui, nonostante sia detenuto al 41bis, ha chiesto il permesso, negato dal tribunale. Apicella ha fatto ricorso in Cassazione e la Suprema Corte ha riconosciuto che la motivazione del Tribunale era sbagliata.
Non si può escludere il permesso per i boss al 41bis automaticamente solo perché quel regime "sarebbe stato vanificato da un permesso-premio". Ci vuole qualcosa di più per dire no. Così a Sassari, un altro 'casalese, cioè Vincenzo Zagaria (non parente di Michele) recluso al 41bis, ci ha riprovato, ma il Tribunale di Sorveglianza di Sassari non ha cambiato linea. Il 41bis "non avrebbe più alcun senso - per i giudici di Sassari - se il detenuto sottoposto al regime penitenziario differenziato potesse uscire dal carcere per tenere rapporti anche fisici con i propri familiari e conviventi (...) ne discende che fin tanto che Vincenzo Zagaria rimarrà sottoposto al regime sanzionatorio differenziato di fatto non potrà mai avere accesso al beneficio premiale invocato".
Le richieste sono basate sul cambiamento di personalità e sul comportamento corretto in carcere. La dissociazione è la nuova frontiera. Per ora compare nella richiesta di Filippo Graviano, classe 1961, recluso dal 1994. Il boss palermitano ha presentato la sua richiesta, scritta dall'avvocato Carla Archilei, il 5 gennaio del 2021. Graviano chiede un giorno di permesso.
Il boss (condannato come mandante per le stragi del 1992 e del 1993 e per l'uccisione del beato don Pino Puglisi) come gli altri boss fa leva sulla sentenza della Corte costituzionale n. 253 del 2019, presidente Giorgio Lattanzi, redattore Nicolò Zanon, membro della Corte, con Giuliano Amato e altri anche Marta Cartabia.
La sentenza ha dichiarato incostituzionale l'articolo dell'Ordinamento penitenziario nel punto in cui di fatto I impedisce che un mafioso possa accedere ai permessi premio se non collabora. Marta Cartabia, poi presidente della Corte, ora è ministro della Giustizia e per uno dei suoi primi appuntamenti istituzionali ha incontrato il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, lanciando un segnale preciso.
Filippo Graviano cita la sentenza ma nell'istanza si autocita con un passo della sua dichiarazione del 6 maggio 2010, quando era detenuto a Parma. Già allora vantava con i magistrati il suo cambiamento e scriveva che "la conclusione del suddetto percorso è la mia dissociazione dall'organizzazione criminale". Filippo Graviano si dice cambiato. "Le motivazioni del mio miglioramento - scrive il boss - possono essere attribuite alla mia predisposizione al cambiamento".
di Ilaria Proietti
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2021
Disarcionato nel passaggio dal governo Conte a quelle di Mario Draghi, l'ex ministro M5S della Giustizia, Alfonso Bonafede, almeno un fiore all'occhiello può appuntarselo con orgoglio: quello dei risparmi alle spese per le intercettazioni sostenute dagli uffici giudiziari italiani degli ultimi due anni. E, soprattutto, quelli previsti per il futuro dopo il varo del nuovo tariffario messo a punto da una commissione insediata negli uffici romani di Via Arenula.
Iniziamo dalle spese recenti. La relazione tecnica stilata dal dirigente ministeriale Massimiliano Micheletti che accompagna lo schema di decreto recante "disposizioni per l'individuazione delle prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione e per la determinazione delle relative tariffe" (trasmesso alla presidenza del Senato 1'8 febbraio scorso), parla chiaro. Dall'analisi dei dati a consuntivo del relativo capitolo di bilancio, emerge infatti un andamento dei costi per intercettazioni variabile tra il 72% e il 75% rispetto alle risorse stanziate in bilancio.
Nell'anno 2018, per dire, a fronte di uno stanziamento pari a 230 milioni e 718 mila euro, sono state registrate spese per complessivi 180 milioni. Mentre nel 2019, rispetto ai 215 milioni stanziati, ne sono stati spesi solo 191. E non è poco, vistele polemiche passate sulle risorse impegnate per questo tipo di attività dalle procure. Quanto invece alle buone notizie previste per il futuro, vengono appunto dalle proiezioni di spesa fatte dal ministero sulla base del nuovo tariffario previsto per ogni singola attività investigativa: intercettazioni telefoniche, informatiche e telematiche, ambientali audio e video, veicolari, eccetera.
Per cominciare, non è stato stabilito un importo fisso peri costi che gli uffici giudiziari dovranno liquidare per queste prestazioni, ma un range tra un minimo e un massimo che non dovrà comunque essere superiore al costo medio rilevato presso i cinque centri distrettuali con maggior indice di spesa. Cioè le Procure di Palermo, Roma, Napoli, Milano e Reggio Calabria.
Dall'analisi dei dati a disposizione della direzione generale di statistica del ministero della Giustizia, risulta intanto che i "bersagli intercettati" negli ultimi cinque anni sono stati mediamente 130 mila l'anno, di cui 1'85% sono state intercettazioni di tipo telefonico, il 12% ambientali e il 3% di tipo telematico.
Il nuovo listino prezzi ministeriale stabilisce una tariffa massima giornaliera di 2,42 euro per gli ascolti telefonici, 75 euro per le intercettazioni delle comunicazioni di tipo ambientale, 120 euro per quelle telematiche. Considerando che la durata media di queste operazioni è stata negli ultimi anni di circa 57 giorni per le intercettazioni telefoniche, di 72 giorni per quelle ambientali e di 73 giorni per quelle di tipo telematico, "moltiplicando la durata complessiva con la tariffa giornaliera massima di ogni prestazione come da (nuovo) listino", scrivono i tecnici ministeriali, "si ottiene il totale della spesa complessiva annua per categorie di prestazione funzionale alle intercettazioni". In totale circa 134 milioni di euro, il 7% in meno rispetto all'anno scorso. Facendo il confronto "tra il risultato ultimo con la spesa sostenuta perle prestazioni funzionali dell'anno 2019 (oltre 144 milioni, ndr) si evidenziano possibili risparmi di spesa dell'ammontare complessivo annuo di 9,9 milioni di euro". Naturalmente, da verificare a consuntivo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2021
Le Sezioni Unite precisano inoltre che nell'abbreviato non è rimessa all'apprezzamento del giudice la misura della decurtazione del trattamento sanzionatorio. La diminuzione della metà della pena inflitta per il reato contravvenzionale, prevista dal rito abbreviato, deve essere operata dal giudice di appello anche se la pena comminata in primo grado risulti per errore favorevole all'imputato perché inferiore ai minimi edittali della fattispecie per cui si doveva procedere.
Così le sezioni Unite penali della Corte di cassazione con la sentenza n. 7578/2021, nel risolvere il conflitto tra orientamenti contrapposti, hanno affermato il seguente principio di diritto: "Il giudice di appello investito della sola impugnazione dell'imputato che, giudicato con rito abbreviato per un reato contravvenzionale, lamenti l'illegittima riduzione della pena ai sensi dell'articolo 442 del Codice di procedura penale nella misura di un terzo anziché della metà, deve applicare detta diminuente nella misura di legge, pur quando la pena irrogata dal giudice di primo grado non rispetti le previsioni edittali e sia di favore per l'imputato".
La Cassazione ribadisce l'immutabilità della pena che per errore sia favorevole all'imputato, al contrario del caso in cui sia sfavorevole. La diminuente risponde, infatti, all'applicazione di un automatismo a cui il giudice non può sottrarsi in ragione di non amplificare l'errore - favorevole all'imputato - commesso dal giudice di primo grado.
La vicenda origina da un caso di porto d'armi abusivo che per errore il giudice di primo grado aveva fatto rientrare nella previsione del reato contravvenzionale del primo comma dell'articolo 699 del Codice penale di chi conduce un'arma oggetto di licenza di cui è, invece, sprovvisto.
Ma in tal caso l'arma non era oggetto di licenza, ma rientrava tra quelle conducibili all'esterno solo con giustificato motivo a norma dell'articolo 4 della legge 110/1975. Dall'accoglimento della corretta configurazione del reato si determinava uno sfasamento dell'applicazione della pena per i diversi limiti edittali. Da ciò il giudice di appello aveva rilevato che l'errore del primo giudice - per la riduzione errata di un terzo e non della metà - non fosse errore da correggere in quanto il risultato era favorevole all'imputato.
di Monica Riccio
Il Messaggero, 27 febbraio 2021
Continua a salire il numero dei positivi al Covid-19 relativi al focolaio scoppiato all'interno del carcere di via Roma a Orvieto. Sono infatti 32 le persone, ad oggi venerdì 26 febbraio, risultate positive dopo il responso dei test eseguiti con i tamponi molecolari.
Intorno al cluster del carcere di Orvieto ruotano le positività di 14 agenti della polizia penitenziaria, 14 sono i detenuti contagiati, 3 i civili del reparto amministrazione e 1 medico del servizio sanitario interno. A confermare questi numeri, che iniziano a farsi preoccupanti, la stessa sindaca di Orvieto, Roberta Tardani.
Relativamente ai 14 agenti positivi, 7 sono cittadini orvietani e compresi nel dato di oggi rilasciato dal Regione Umbria, dati che portano a 46 positivi attuali la città di Orvieto. Secondo quanto riferito dalla stessa sindaca Tardani, tra i 6 cluster familiari attualmente presenti sul territorio comunale, 2 sarebbero da ricondurre proprio al focolaio interno al carcere.
Il Centro, 27 febbraio 2021
Proseguono, da parte della Asl, le operazioni di screening di massa e vaccinazioni ai detenuti e agli agenti della polizia penitenziaria del carcere San Donato di Pescara.
Secondo i dati dell'azienda sanitaria sono 12 i detenuti risultati positivi ai tamponi, di cui 1 ricoverato al Covid Hospital di Pescara. "L'unità operativa di Medicina penitenziaria della Asl", si legge in una nota, negli ultimi giorni "ha eseguito 35 test, con risultato negativo. Ieri sono stati effettuati altri 24 tamponi di sorveglianza, di cui si attende l'esito, e domani (oggi) si svolgeranno 38 tamponi di sorveglianza al personale di polizia".
Invece "sono concluse le vaccinazioni di personale e detenuti". Il Sinappe, il sindacato degli agenti penitenziari, in questi giorni ha lamentato carenza di organizzazione e di dispositivi di sicurezza (mascherine Ffp2 e tute) per gestire il focolaio Covid all'interno della casa circondariale nel quartiere San Donato.
La replica della Asl: "Le "tute anti-contagio" sono regolarmente in uso alla polizia che accede alle celle dei detenuti Covid positivi, si indossano correttamente le mascherine FFP2 ed i guanti monouso: l'assistenza alla persona (vitto e biancheria) è assicurata dal personale Oss assegnato dalla Protezione civile e l'assistenza sanitaria è assicurata da personale infermieristico dedicato per ogni turno di servizio".
di Alberto Rodighiero
Il Gazzettino, 27 febbraio 2021
"Sul Garante dei detenuti serve responsabilità e non possiamo permetterci di perdere tempo". A dirlo è stato ieri il consigliere di Coalizione civica Stefano Ferro che ha voluto rispondere, così, a Luigi Tarzia. Contrariamente alla maggioranza che sostiene la candidatura di Antonio Bincoletto, l'esponente della Lista Giordani, infatti, ha lanciato un appello in favore di Maria Pia Piva.
"La mancanza della figura del Garante dei detenuti a Padova è un problema che va risolto al più presto, soprattutto dopo che negli ultimi anni il lavoro di chi opera in carcere ha incontrato maggiori difficoltà operative rispetto al passato - ha spiegato Ferro. Per questo non capisco la presa di posizione del consigliere Tarzia con cui ho tentato di confrontarmi più volte evidentemente senza successo. Da un parere con chi si confronta ogni giorno con la realtà carceraria di Padova è emersa una candidatura, quella del dottor Bincoletto, ampiamente condivisa".
"Era stato richiesto, a tutti i consiglieri, visto il ritardo della nomina di fare uno sforzo per riuscire a raggiungere la maggioranza dei 2/3 alla prima convocazione del consiglio comunale - ha aggiunto - Visto che la votazione deve essere segreta, bisogna procedere ad un consiglio in presenza e non online. Questo espone i consiglieri a dei rischi, ma nonostante questo, tutta la maggioranza e alcuni esponenti della minoranza hanno dato la loro disponibilità".
"Costringere ora ad effettuare 3 consigli di 10 minuti con i relativi costi di quasi 12.000 euro e con l'incertezza sulla possibilità di un ulteriore inasprimento delle regole che ne potrebbero bloccare la possibilità di essere effettuati - ha concluso l'esponente arancione - porterebbe solo al risultato che il garante per molti mesi non potrebbe essere nominato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 febbraio 2021
La vicenda dei detenuti psichiatrici del carcere "La Dozza" di Bologna arriva in comune. La risposta dell'assessora Susanna Zaccaria. La vicenda riportata da Il Dubbio a proposito dell'apertura del nuovo reparto di articolazione psichiatrica del carcere della Dozza per i detenuti psichiatrici approda al comune di Bologna grazie alla consigliera Mirka Cocconcelli (Lega nord).
"I sindacati di Polizia Penitenziaria protestano per l'avvio del reparto di salute mentale all'interno della sezione femminile della Casa Circondariale Rocco D'Amato (già "Dozza) senza alcun preavviso e in assenza di figure sanitarie di riferimento, come riportato da articolo di stampa", premette la consigliera, sottolineando che la mancanza del personale dell'Area Sanitaria potrebbe essere vissuta in maniera problematica, con rischi per l'incolumità del personale di Polizia Penitenziaria operante presso quelle sezioni e dei detenuti stessi.
"Queste problematiche - prosegue Cocconcelli - sono già emerse e denunciate dal Sinappe e a tutt'oggi non hanno trovato soluzione. Chiedo al Sindaco e alla Giunta un parere politico-amministrativo nel merito e come intendano ovviare alla problematica esposta dal personale penitenziario".
L'assessora Susanna Zaccaria ha risposto spiegando che il reparto, al momento ospita una sola donna con disagio psichico e che può ospitare al massimo 4 o 5 donne con patologie psichiatriche. "È presente una persona con qualifica di tecnica della riabilitazione psichiatrica.
L'equipe di professionisti della psichiatria operativa in istituto sovrintende alla cura delle pazienti, recandosi in loco quando necessario e a chiamata. È presente personale infermieristico per la somministrazione della terapia psicofarmacologica, con le criticità che però purtroppo lei ha evidenziato", sottolinea l'assessora.
Ha proseguito spiegando che, personalmente, crede che la strada da percorrere sia quella stabilita dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019: stabilisce che, se durante la carcerazione sopravviene una grave infermità psichica, si deve disporre che la persona detenuta venga curata fuori dal carcere, applicando la misura alternativa della detenzione domiciliare o in luogo di cura, così come già accade per le malattie fisiche.
"Questa soluzione è certamente di maggiore tutela della persona malata - continua l'assessora - questo solleverebbe il personale sanitario dal dover fare degli interventi in un luogo non idoneo e il personale penitenziario che si trova senza una specifica formazione ad affrontare delle situazioni di criticità".
L'assessora Zaccaria ci tiene a sottolineare che come Amministrazione comunale operano attraverso il Garante del comune di Bologna Antonio Ianniello che è molto attivo e su questo tema e si è già molto speso. "Abbiamo ben presente - aggiunge - che è proprio la struttura delle sezioni, così come sono state concepite, a manifestare delle criticità che devono essere compensate con l'adeguata presenza di personale sanitario". Ma conclude con un auspicio: "Secondo me l'obiettivo è che non ci siano pazienti con problemi psichiatrici perché quello non è il luogo dove devono essere".
La Repubblica, 27 febbraio 2021
Tra le accuse sequestro di persona, devastazione e rapina. Lo scorso marzo, durante il primo lockdown e con il blocco dei colloqui, in dodici salirono sul tetto del carcere, tra incendi nei reparti e devastazioni. Il processo si apre il 10 maggio. Per la rivolta avvenuta a marzo dell'anno scorso, nel pieno della prima ondata di Covid, nel carcere di San Vittore a Milano sono stati mandati a processo 9 detenuti accusati, a vario titolo, di sequestro di persona, devastazione, lesioni personali e rapina.
A deciderlo è stato il Gup Alessandra Del Corvo che ha stralciato la posizione di 3 imputati per i quali deciderà il prossimo 28 aprile. Per gli altri, accogliendo la richiesta del pm Paola Pirotta, ha fissato il dibattimento per il 10 maggio davanti alla nona sezione penale del Tribunale. I detenuti rinviati a giudizio, secondo la ricostruzione, un anno fa, durante l'emergenza, hanno devastato alcuni reparti dell'istituto milanese, mettendo fuori uso le telecamere. Tre agenti della polizia penitenziaria, durante i disordini, sarebbero stati anche aggrediti per sottrarre loro le chiavi dei reparti e uno, secondo l'accusa, sarebbe anche stato minacciato con una lametta.
La rivolta di San Vittore è una delle tante di quel giorno, quanto in 22 case di reclusione sparse in tutta Italia, grazie al passaparola, è scoppiata in contemporanea una pesante protesta allo slogan: "amnistia e indulto contro il Coronavirus".
Durante i disordini in certi casi è stato dato fuoco alle suppellettili, i altri le infermerie sono state prese d'assalto, e in quasi tutti i carcerati sono saliti sui tetti degli edifici: il bilancio totale in Italia è stato 7 morti e 34 evasioni. Nel capoluogo lombardo il pm Gaetano Ruta e il responsabile dell'antiterrorismo con una gru erano saliti sul tetto della casa di reclusione per convincere i detenuti a rientrare nelle loro celle.
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