di Simona Musco
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Il 70% delle accuse finisce con un nulla di fatto: sono in tanti a chiederne l'eliminazione. Governatori, sindaci, dirigenti pubblici: chiunque, prima o poi, può incappare nel rischio di finire indagato. E molti evitano di agire per sottrarsi al pericolo.
Lo ha detto anche il presidente Mario Draghi: "Occorre evitare gli effetti paralizzanti della fuga dalla firma". Una fuga dettata dalla paura, perché il rischio di finire sotto indagine per abuso d'ufficio, per chiunque svolga il ruolo di amministratore pubblico, è sempre dietro l'angolo. Così si finisce per rimanere immobili: meglio rallentare la pubblica amministrazione che finire in un vortice che rischia di sballottare il malcapitato per anni. Specie se, alla fine, come in molti casi, risulta essere innocente.
Da nord a sud, il pericolo è uguale per tutti. E le statistiche non mentono: se si considera il periodo 2016- 2017, sono state circa 7.000 le contestazioni di abuso d'ufficio, con provvedimenti definitivi di condanna pari a 100. Una sproporzione che la dice lunga sulla fumosità del reato. Da quanto emerso nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2021, risultano circa 500 iscrizioni tra luglio 2019 e giugno 2020, una sessantina in meno rispetto all'anno precedente.
Rimane ancora da capire quali saranno gli effetti delle modifiche intervenute nel frattempo con il decreto-semplificazione del luglio 2020, che ha ristretto l'ambito di applicabilità della norma alle "violazioni di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità". Insomma, un minimo di libertà agli amministratori è stata restituita. Ma tocca fare i conti con i numeri: finora, circa il 70 per cento delle inchieste finisce nel nulla. Nel frattempo, molti amministratori finiscono nel tritacarne, nella gogna giustizialista, magari gettando la spugna.
I casi sono migliaia, molti anche eclatanti. Uno degli ultimi in ordine di tempo è quello dell'ex governatore della Calabria, Mario Oliverio, assolto a gennaio scorso nel processo "Lande desolate".
"Due anni di gogna mediatica", ha commentato dopo la decisione del gup. L'inchiesta, nel 2018, costrinse l'allora presidente della Regione a tre mesi di "confino" forzato nella sua casa di San Giovanni in Fiore. Ma non solo: proprio a causa di quell'indagine fu costretto a rinunciare alla sua ricandidatura, su pressione della segreteria romana del Pd, che per evitare imbarazzi decise di metterlo fuori gioco, decretando, di fatto, la vittoria del centrodestra. Ma i casi sono tantissimi. La grana per Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, anche lui del Pd, casualmente, era scoppiata proprio alla vigilia della sua ricandidatura a governatore. Ma a pochi mesi da quello scoop, rilanciato a settembre da Repubblica nonostante la notizia fosse ancora coperta da segreto, l'inchiesta è stata archiviata.
L'indagine aveva a che fare con l'assunzione di quattro vigili urbani nella segreteria istituzionale del Presidente della Regione Campania, con l'ipotesi di abuso d'ufficio, falsità ideologica e truffa. Pochi giorni fa è arrivata, dopo otto anni, l'assoluzione piena per 13 ex consiglieri regionali del Lazio, per fatti che risalgono al periodo compreso tra il 2010 e il 2013.
Tra loro anche l'attuale senatore del Pd, Bruno Astorre. "Che vita è se per un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio ci si deve dimettere?", aveva dichiarato ricordando la gogna subita, i titoli dei giornali e le accuse degli avversari politici. Il 27 marzo del 2020 ad essere archiviata è stata la posizione del governatore della Lombardia Attilio Fontana, accusato d'abuso d'ufficio per la nomina di Luca Marsico, avvocato ed ex socio del suo studio.
Nel 2015 era toccato al sindaco di Milano Giuseppe Sala, indagato per le vicende Expo. Di mezzo ci sono finiti anche grillini illustri, come il sindaco di Roma Virginia Raggi. I più forti, quelli con la copertura mediatica maggiore, magari resistono alla valanga di fango dopo l'iscrizione sul registro degli indagati. Altri, invece, decidono di deporre le armi e attendere il giudizio. Basta cercare tra gli amministratori locali, infatti, per raccontare storie più drammatiche, come quella dell'ex sindaco di Alcamo, Sebastiano Bonventre, indagato assieme ad alcuni dirigenti comunali e prosciolto dal Gup di Trapani ad ottobre scorso. Dopo, però, aver deciso di dimettersi. Per molti si tratta di una crepa che consente alla magistratura di infilarsi nelle amministrazioni, studiarle da dentro, magari col pretesto di andare a cercare altri reati, come la corruzione.
Ma il più delle volte finisce con un unico risultato: la distruzione di un'esperienza amministrativa che, buona o meno, era il risultato di una scelta democratica compiuta dai cittadini. Le voci che si alzano contro questo reato, ora, sono tante. Per Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia, andrebbe eliminato. Della stessa opinione l'ex giudice costituzionale Sabino Cassese. L'ex premier Silvio Berlusconi è meno duro: per lo meno, andrebbe rivisto, a fronte di una società in continua evoluzione e un diritto non al passo coi tempi.
Le motivazioni sono chiare: non c'è amministratore che non abbia paura di incappare, un domani, in una denuncia. "I tempi si triplicano, nel migliore dei casi: si chiama amministrazione difensiva. Ma il risultato è la paralisi delle amministrazioni, che sono l'alter ego delle imprese", denunciava Nordio al Dubbio. Un concetto condiviso anche da Maria Masi, presidente facente funzione del Cnf, nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte dei Conti: "Anche la mera prospettiva della sanzione blocca l'iniziativa di dipendenti e amministratori, impedendo interventi incisivi e tempestivi dell'Amministrazione".
Eliminare totalmente il reato dal codice penale, secondo Nico D'Ascola, ex presidente della Commissione giustizia al Senato e ordinario di diritto penale, sarebbe insensato e metterebbe a rischio la tutela dei cittadini di fronte all'azione della pubblica amministrazione, spiegava lo scorso anno al Dubbio. La norma "dovrebbe mirare alla giusta criminalizzazione ma solo come extrema ratio, per evitare di incrementare la conflittualità tra politica e magistratura e non bloccare la pubblica amministrazione, punendo solo i comportamenti pienamente dolosi, che violano i poteri conferiti. La mia idea - aveva aggiunto - è che bisogna punire quei comportamenti che producono effetti del tutto contrari ai principi previsti dalla legge violata".
Giornale di Sicilia, 26 febbraio 2021
Nascono in Sicilia i poli universitari penitenziari. Lo stabilisce l'accordo quadro di collaborazione tra il Garante dei diritti dei detenuti della Sicilia Giovanni Fiandaca, il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria Cinzia Calandrino, le Università di Palermo, Catania, Messina ed Enna "Kore", con l'intervento della Regione tramite l'assessorato dell'Istruzione guidato da Roberto Lagalla.
L'intesa è stata sottoscritta a Palazzo Orléans, alla presenza del governatore Nello Musumeci, di Fiandaca, Calandrino, dei delegati degli atenei Fabio Mazzola (Palermo), Fabrizio Siracusano (Catania), Anna Maria Citrigno (Messina), Agata Ciavola (Enna), e del presidente della Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari, Franco Prina.
La Regione Siciliana, dopo la Toscana, è la seconda istituzione locale che si inserisce a pieno, fornendo un supporto economico, nel dialogo fra atenei e Provveditorato. "È un evento al quale attribuisco un alto valore morale - afferma Musumeci - La Sicilia si intesta una battaglia, che diventa punto di riferimento per altre regioni e per il futuro. In questi tre anni, come governo regionale, abbiamo dedicato particolare attenzione a tutta la popolazione penitenziaria".
Fiandaca evidenzia che "l'ordinamento penitenziario prevede espressamente una sorta di obbligo di promozione e agevolazione dell'istruzione universitaria negli istituti penitenziari. Inoltre, riconosce l'istruzione come primo elemento del trattamento rieducativo. Questo vale specialmente nelle regioni meridionali, dove la popolazione carceraria statisticamente presenta un livello di istruzione e di scolarità più basso".
In Italia sono 80 gli istituti penitenziari in cui viene garantita l'istruzione universitaria, con la collaborazione di 37 atenei (compresi i quattro siciliani), per un totale di circa 1.000 studenti-detenuti iscritti. Per il 60 per cento si tratta di detenuti in regime di media sicurezza (delinquenza comune), per il 34% di alta sicurezza, per l'1,5% di detenuti al 41 bis. Solo il 2% degli studenti universitari detenuti è rappresentato da donne.
assemblea.emr.it, 26 febbraio 2021
"Affollamento nell'affollamento, emergenza nell'emergenza, l'amplificarsi dei problemi e non la loro soluzione sembra essere il paradigma del carcere, emerso in tutta la sua enormità quando, all'inizio del 2020, con l'evidenza della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze sono state emanate le prime raccomandazioni di carattere igienicosanitario per prevenire i possibili contagi". Marcello Marighelli, Garante delle persone private della libertà personale, è intervenuto in mattinata all'iniziativa "Carcere, Covid-19 e Comunità" promossa dall'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII per approfondire la situazione degli istituti penitenziari della nostra regione in relazione all'emergenza sanitaria.
"Si è palesato il paradosso del distanziamento tra le persone nel carcere, della promiscuità, dell'uso delle mascherine, del frequente lavaggio delle mani, dell'uso dei disinfettanti nel carcere, della penuria di tutto e delle docce e dei servizi igienici inadeguati", ha poi proseguito il Garante.
Al 31 dicembre 2019 i detenuti presenti nelle carceri emiliano romagnole erano 3.834 e grazie al grande lavoro della magistratura di sorveglianza al 31 dicembre 2020 sono scesi a 3.139. L'emergenza però non è affatto finita, ancora una volta il carcere si sta chiudendo alla presenza della comunità esterna, anche la mobilità dei detenuti all'interno per svolgere attività, scuola, sport è difficoltosa e limitata. l'articolo 27 della Costituzione rischia uno stato di "sospensione" per quanto riguarda il senso rieducativo del carcere.
Cosa potrebbe sostituire il carcere? "Un maggior ricorso alla misura alternativa, una misura parallela al carcere, certamente - ha concluso il Garante -non premiale ma fatta comunque di rinunce e impegno, una misura che, come la detenzione, va nella direzione dell'estinzione della colpa ma può aiutare il detenuto a iniziare il suo percorso di reinserimento nella società e attenuare il rischio di recidiva. L'esperienza ci insegna che se la comunità funziona e opera su principi condivisi che portano tutti a lavorare insieme e ognuno si sente parte attiva il cambiamento è possibile e il diritto alla speranza si realizza". Sulla pagina Facebook dell'associazione (https://it-it.facebook.com/apg23) è disponibile la registrazione dell'evento.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 26 febbraio 2021
Non si tratta di abuso dei mezzi di correzione in quanto le botte e il sistematico clima di paura non rientrano nell'educazione. L'uso della violenza verso i figli conduce diretti all'imputazione per maltrattamenti in famiglia in danno di minori e non alla fattispecie tra virgolette meno grave dell'abuso dei mezzi di correzione. Infatti, la violenza non è contemplata tra i metodi educativi leciti. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n. 7518/2021, ha confermato la condanna di entrambi i genitori per il reato di maltrattamenti in danno della figlia dodicenne e di riflesso nei confronti della più piccola di tre anni, che assisteva al clima di paura e violenze riparandosi dietro la figura della sorella "più grande".
Il contesto famigliare era connotato da disagi sociali gravi dovuti in primis allo stato di alcolismo del padre e alle cattive condizioni di salute della madre. Il punto centrale della difesa dei due ricorrenti sta nel puntare il dito contro la capacità di testimoniare della loro figlia dodicenne e la sua attendibilità. In pratica una palese richiesta di riconsiderare nel merito la vicenda, ciò che non può avvenire in sede di legittimità. La Cassazione ha comunque fatto rilevare che l'attendibilità della testimonianza della ragazzina era semmai supportata e non smentita dal fatto che ella avesse riportato anche fatti non negativi sulla condotta dei genitori.
E con lo stesso argomento la Cassazione chiarisce che, dove la bambina ha dimostrato di comprendere lo stato di difficoltà in cui si trovavano i propri genitori, non viene meno la veridicità delle accuse di violenza contenute nella sua testimonianza, anzi ciò dimostrerebbe l'equilibrio emotivo e quindi l'attendibilità della piccola testimone. Dal narrato riportato nella sentenza emerge un atteggiamento di duro regime verso la bambina cui non sarebbero stati concessi i giusti tempi di svago e di serenità a fronte della prospettazione genitoriale di un suo obbligo quotidiano di occuparsi della casa e della sorella minore a meno di venire punita o malmenata.
La vicenda prende luce dalle confidenze fatte dalla bambina alla propria insegnante. E anche sul punto la Cassazione contrasta il ricorso che voleva far rilevare discrepanze tra tali confidenze e quanto dichiarato in sede di incidente probatorio: un narrato praticamente sovrapponibile, a meno di poche irrilevanti differenze. Lo stesso discorso per le altre testimonianze, non oculari, dove tra la conferma delle accuse vi erano anche passaggi favorevoli al giudizio sugli imputati. Ma senza che venisse meno l'accertamento del reato.
di Olga Beha
deanotizie.it, 26 febbraio 2021
Al via il quarto appuntamento culturale dal titolo "Leggere Dentro" promosso da AIB Campania, nell'ambito di "Parole in Circolazione. LiberiAmo la cultura", l'iniziativa di bookcrossing a favore della promozione alla lettura diventata negli ultimi mesi una agorà virtuale per una condivisione sui temi legati alla valorizzazione bibliotecaria in tutti i suoi aspetti. Oggi venerdì 26 febbraio dalle ore 18:00 in diretta streaming sulla pagina Facebook di "Parole in Circolazione" interverranno importanti ospiti: il dr. Samuele Ciambriello - Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania; la dr.ssa Francesca Cadeddu Concas - Associazione Italiana Biblioteche - già membro del comitato esecutivo nazionale e referente del gruppo di studio #AIB per le Biblioteche carcerarie e la
Dott.ssa Cinzia Rosaria Baldi, Psicologa Età Evolutiva. Ad accompagnare i lavori la Dott.ssa Maria Pia Cacace, Bibliotecaria e Presidente di AibCampania, che ha posto in essere una convenzione per le Biblioteche del Polo Carcerario della Regione Campania. Si tratta all'incirca di 18 istituti penitenziari sparsi per il territorio che saranno al centro di un'azione volta ad attivare spazi di lettura e biblioteche in ogni istituto e, laddove sia possibile, metterle in rete.
"L'obiettivo si evince dal tema della discussione "Leggere Dentro" - dichiara Maria Pia Cacace - per creare forme di reinserimento sociale puntando sulla formazione dei detenuti, e offrendo loro nuovi stimoli e nuove prospettive. La lettura si riscopre dall'interno e all'interno di un circuito virtuoso come uno strumento cardine per attivare in uno spazio di reclusione percorsi ed incontri culturali, occasioni di dialogo e confronto, momenti di crescita interpersonale e, soprattutto, diventa asset di riabilitazione sociale. La discussione nello specifico sarà affrontata da Samuele Ciambriello, Garante delle persone private della libertà per la Regione Campania.
di Andrea Gianni
Il Giorno, 26 febbraio 2021
Pene fra 4 mesi e 2 anni e mezzo: disordini scoppiati a Opera dopo la sospensione dei colloqui. Sono arrivate le prime sentenze, nella serie di procedimenti aperti dopo le rivolte scoppiate nella prima fase dell'emergenza sanitaria nelle carceri lombarde, sfociate in disordini e devastazioni. Dodici condanne con rito abbreviato e cinque patteggiamenti. Pene comprese fra 4 mesi e 2 anni e 6 mesi di reclusione per i 17 imputati, nel marzo scorso detenuti nel carcere di Opera, accusati a vario titolo di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e incendio.
Lo ha deciso il gup di Milano Daniela Cardamone, a seguito dell'inchiesta coordinata dal capo del pool antiterrorismo milanese Alberto Nobili e dal pm Enrico Pavone. Il giudice ha anche mandato a processo altri quattro detenuti con prima udienza fissata per l'11 maggio. Le indagini, condotte dalla polizia penitenziaria, avevano portato inizialmente a 92 denunce e, dopo la chiusura delle indagini a luglio scorso, era arrivata la richiesta di processo per 22 (una posizione è stata poi stralciata).
Tra le contestazioni a carico di alcuni detenuti anche quelle di aver tentato "di sfondare" un cancello di una sezione del carcere e di aver minacciato "di morte" alcuni agenti della polizia penitenziaria. E i detenuti il 9 marzo avrebbero anche provocato "un incendio" dando fuoco a materassi, distruggendo sedie e tavoli. In quei giorni di emergenza Covid varie rivolte erano scoppiate in diverse carceri italiane. Sono stati condannati a pene tra un anno e 8 mesi e 2 anni e mezzo i tre imputati accusati anche di incendio, mentre per gli altri pene tra 1 anno e 2 mesi e 1 anno e 1 mese e 4 mesi per il detenuto imputato solo per danneggiamento.
Il Giornale, 26 febbraio 2021
La piattaforma di "Triennale Upside Down" accende i riflettori oggi sul carcere di San Vittore, con uno "spazio alla bellezza". Alle 18.30 sul sito e sul canale You Tube di Triennale Milano, l'incontro online racconterà l'avanzamento del concorso d'idee San Vittore, spazio alla bellezza promosso a dicembre 2020 da Triennale e dalla Casa Circondariale San Vittore, con il coinvolgimento di Fondazione Maimeri e con il supporto di Shifton e dell'Associazione Amici della Nave.
Stefano Boeri, Giacinto Siciliano, Direttore della Casa Circondariale, Lorenza Baroncelli, Direttore artistico di Triennale Milano, e Emanuel Ingrao, Founder e Cco di Shifton, discuteranno di come è nato il progetto e delle fasi che verranno sviluppate nei prossimi mesi. Durante l'incontro verranno inoltre illustrati i dati emersi dalla ricerca sul campo realizzata da Fondazione Maimeri, Shifton e Associazione Amici della Nave che ha permesso di individuare i bisogni della Casa Circondariale, intercettando nuove esigenze per poi immaginare le funzionalità da destinare agli spazi da riprogettare. Il concorso, rivolto a progettisti, architetti, designer, urbanisti, è stato aperto per promuovere una nuova concezione di casa circondariale attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere, per cambiarne la percezione e migliorarne la funzionalità.
di Federica Cravero
La Repubblica, 26 febbraio 2021
L'aggressione prima di un'udienza: indagine interna. Una sigaretta accesa nelle stanze del tribunale in cui i detenuti attendono l'inizio dei processi avrebbe scatenato la furia di un agente della polizia penitenziaria, che ha malmenato un imputato che cercava di ingannare l'attesa prima dell'udienza. Secondo quanto riferito sono stati gli altri due agenti a separare i due e a prestare al ferito le prime cure, prima che si presentasse davanti al giudice.
La vittima è un trentenne detenuto al carcere Lorusso e Cutugno di Torino. Nei giorni scorsi, assistito dall'avvocato Andrea Stocco, è stato accompagnato in tribunale per un processo in cui era accusato dal pm Paolo Scafi. Nonostante fosse arrivato un po' malconcio in aula, l'imputato non ha riferito nulla e nessuno si è accorto di quello che era appena avvenuto. Al giovane erano stati rotti gli occhiali ed era stato sbattuto con la testa contro il muro, ma soprattutto la sera le sue condizioni sono peggiorate e si sono manifestate vertigini e sintomi di commozione cerebrale.
Il caso è stato subito portato all'attenzione della direzione del carcere e gli agenti che avevano assistito al pestaggio hanno fatto rapporto sull'accaduto, raccontando la loro versione. La direttrice Rosalia Marino - arrivata al Lorusso e Cutugno in sostituzione di Domenico Minervini, dopo l'inchiesta coordinata dal pm Francesco Pelosi su presunte torture e abusi che si erano verificati ai danni di alcuni detenuti da parte di alcuni agenti - ha prestato subito la massima attenzione all'episodio e ha aperto un'indagine interna per verificare i fatti, ma della vicenda si stanno interessando anche gli ispettori e anche la procura generale, poiché l'aggressione è avvenuta all'interno del palazzo di giustizia.
La vicenda è arrivata all'attenzione anche della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo: "Non mi esprimo sul caso specifico - ha detto - ma c'è un clima di grande collaborazione e trasparenza con la direzione del carcere per gestire ogni situazione".
di Ian Bremmer*
Corriere della Sera, 26 febbraio 2021
L'economia globale non riuscirà a tornare ai suoi livelli pre-Covid finché tutti i paesi saranno in grado di controllare la pandemia. A un anno dall'inizio della pandemia, le conseguenze sanitarie del Covid-19 parlano da sole: oltre 110 milioni di persone sono state contagiate in tutto il mondo, e le vittime ammontano a 2,5 milioni. La buona notizia è che finalmente sono disponibili alcuni vaccini di comprovata efficacia. La brutta notizia è che siamo di fronte a una ripresa a singhiozzo che si protrarrà almeno per un altro anno, con tutte le inevitabili complicazioni economiche, politiche e sociali. Certo, alcuni paesi - e alcune fasce sociali al loro interno - sono meglio equipaggiati per affrontare l'avvenire. E qui sta il problema, mentre ci sforziamo di avviarci lentamente verso una nuova normalità: se la "ripresa a K" rappresenta un grattacapo per i mercati, quando si tratta di paesi interi questo genere di ripartenza potrebbe avere conseguenze nefaste. E vi spiego perché.
Innanzitutto, un percorso accidentato verso il risanamento provocherà ulteriori spaccature in seno a questi paesi. Per le economie avanzate, il virus ha colpito in misura sproporzionata le entrate dei lavoratori a basso reddito e degli addetti ai servizi. In molti casi, le conseguenze peggiori della contrazione economica sono andate a penalizzare le donne e la popolazione di colore.
I paesi avanzati, in grado di aiutare i propri cittadini, godono sicuramente di una posizione privilegiata, ma persino negli Stati Uniti - il paese più ricco al mondo - i ripetuti interventi a supporto della popolazione sono stati ostacolati dalle schermaglie politiche. Inoltre, non si può affatto dare per scontato che le nuove misure varate dal presidente Joe Biden e dai democratici, se verranno approvate dal Congresso, saranno sufficienti a soccorrere gli elementi più fragili del paese al di là dei prossimi mesi.
In Europa, benché i pacchetti di aiuti siano stati ratificati con grande celerità, i fondi stessi non verranno erogati se non nella seconda metà dell'anno. Tanto l'Europa che gli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno avuto a che fare con movimenti populisti, alimentati sia dalla politica della classe dirigente che dai timori per un futuro sempre più incerto. La mancanza di risorse per fornire aiuti alle categorie più svantaggiate in questo momento rischia di prolungare lo stato di irrequietezza e di malcontento sociale.
Nei paesi emergenti, la situazione è analoga: le fasce sociali più vulnerabili sono state colpite più duramente dall'instabilità economica, una situazione che rischia di alimentare le tensioni sociali, etniche e religiose già in subbuglio in molti luoghi. Ad aggravare queste criticità concorre la fragilità delle economie emergenti, che non dispongono di risorse sufficienti per offrire sussidi o reti di protezione sociale, come accade nei paesi dell'America Latina, del Medio Oriente e altrove. Questi paesi potrebbero essere tentati di prendere denaro in prestito per sopravvivere nel breve termine alle difficoltà causate dalla pandemia, ma così facendo corrono il rischio di sprofondare in un grave indebitamento, se quei fondi non verranno impiegati saggiamente, oppure se all'economia globale occorrerà più tempo del previsto per risollevarsi. È uno scenario interamente plausibile, se consideriamo le nuove varianti del virus oggi in circolazione.
Le disparità nella ripresa tra i vari paesi, inoltre, faranno sorgere nuove difficoltà molto specifiche. I paesi che non dispongono di impianti di produzione del vaccino - e non sono in grado di acquistarlo dai fornitori - saranno destinati ad aspettare più a lungo degli altri. Il programma Covax lanciato dall'OMS appare promettente, ma potrà accelerare solo quando i paesi ricchi avranno vaccinato una quota importante della loro popolazione. I ritardi nelle vaccinazioni faranno prolungare le restrizioni ai viaggi nei paesi più poveri, ostacolando i loro sforzi per risollevare l'economia, in particolare quei paesi che dipendono dalle rimesse degli emigrati. L'impossibilità di vaccinare celermente i propri cittadini rappresenterà inoltre un ostacolo al turismo in molti di questi paesi, specie quelli del sud-est asiatico, le cui economie dipendono in larga misura dalle entrate turistiche. Si potrebbe essere tentati di sminuire tali preoccupazioni, in quanto le criticità sembrano limitate a paesi specifici e non a livello globale. Non dimentichiamo, però, che in un mondo globalizzato come il nostro le difficoltà in cui si dibattono i paesi in via di sviluppo innescano un effetto a catena su tutti gli altri. L'economia globale non riuscirà a tornare ai suoi livelli pre-Covid finché tutti i paesi saranno in grado di controllare la pandemia.
Per quanto drammatico sia stato il 2020 a causa del coronavirus, la risposta economica si è rivelata robusta in quasi tutti i settori. Ma con il progredire della ripresa, e il calo dell'emergenza sanitaria, le ripercussioni economiche e politiche potrebbero essere fonte di crescente instabilità. Una situazione, questa, che minaccia non solo di complicare la politica interna, ma altresì la geopolitica del pianeta, e la classe politica farebbe meglio a tenerne conto.
*Traduzione di Rita Baldassarre
di Marina Catucci
Il Manifesto, 26 febbraio 2021
Tutto è pronto per la pubblicazione del materiale "esplosivo" della Cia sull'omicidio del giornalista avvenuto a Istanbul. L'amministrazione Biden rilascerà un rapporto dell'intelligence in cui si conclude che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nel 2018 ha approvato l'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
La valutazione dell'intelligence, basata in gran parte sul lavoro della Cia, non è nuova: già nel 2018 era stata confermata da diverse organizzazioni e testate giornalistiche, ma questo rilascio pubblico segna l'inizio di un nuovo capitolo significativo nelle relazioni Usa-Arabia Saudita e una chiara rottura del presidente Joe Biden con la politica dell'ex presidente Donald Trump, come dimostra la telefonata di Biden a Riad, non a Mbs ma al padre, il re Salman.
Discontinuità con Trump confermata dal blocco della vendita di armi ma probabile continuità della vicinanza geopolitica dei due paesi, pur senza apprezzare la guida di Mbs. Ovvero, il patto di Abramo non è in discussione. Su Kashoggi, Trump aveva voluto coprire il ruolo dello Stato saudita nell'omicidio anche dopo che era stato ampiamente condannato dai membri del Congresso, dai giornalisti e da un investigatore delle Nazioni Unite; secondo il rapporto, invece, il principe ereditario saudita "approvò" l'omicidio. Khashoggi, 59 anni, era un cittadino saudita che lavorava come editorialista del Washington Post: il 2 ottobre 2018 era stato attirato al consolato saudita di Istanbul e ucciso da una squadra di agenti dell'intelligence con stretti legami con il principe ereditario. Il suo corpo è stato smembrato e i resti non sono mai stati trovati.
Dopo aver prima negato l'omicidio, il governo saudita ha cambiato versione ed è passato a sostenere che Khashoggi era stato ucciso per caso, mentre la squadra cercava di estradarlo con la forza, affermando che il principe ereditario non era coinvolto. Otto uomini sono stati condannati, in un processo che gli osservatori internazionali hanno definito "una farsa"; 5 hanno avuto la pena di morte, commutata a 20 anni di detenzione. Agnes Callamard, che aveva indagato sull'omicidio per conto delle Nazioni Unite, ha accusato l'Arabia Saudita di "un'esecuzione deliberata e premeditata, un omicidio extragiudiziale di cui lo Stato dell'Arabia Saudita è responsabile ai sensi del diritto internazionale e dei diritti umani".
Già nel 2018 la Cia aveva presentato alla Casa Bianca la sua valutazione, ma questo non aveva cambiato le relazioni più che amichevoli di Trump con l'Arabia Saudita e con bin Salman in particolare. Nel 2020 il tycoon aveva co-firmato alla Casa Bianca gli "accordi di Abramo", una dichiarazione congiunta tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, per normalizzare i rapporti, segnando la prima normalizzazione delle relazioni tra un Paese arabo e Israele, da quella dell'Egitto nel 1979 e della Giordania nel 1994.
Trump aveva puntato sulla buona riuscita di questo trattato, sia per marcare un precedente storico, sia per isolare ulteriormente l'Iran e pur di portare a termine il suo progetto aveva preferito non ostacolare in nessun modo il principe. Nel 2019 The Donald si era vantato di aver protetto Bin Salman ("Gli ho salvato il culo", aveva detto) dal controllo del Congresso, come si è appreso da Bob Woodward. Quei tempi e quel tipo di relazioni - con Mbs, sono dunque finiti? Durante la campagna elettorale Biden aveva promesso che i sauditi avrebbero pagato, diventando "i paria che sono". La divulgazione del rapporto, però, sembra più esprimere la volontà di emarginare Mbs, più che gli affari geopolitici con i sauditi in funzione anti iraniana.
- Migranti. Aumentano gli sbarchi, diminuiscono le richieste di asilo e i permessi di soggiorno
- Varese. La pandemia vissuta in carcere, se ne parla a Radio Missione Francescana
- Bologna. Eduradio, il carcere va on air
- Bergamo. Le parole dei detenuti in mostra alla GAMeC
- Padova. Garante dei detenuti, maggioranza in tensione sulla nomina










