borderline24.com, 27 novembre 2020
L'Università di Bari Aldo Moro aderisce con il progetto "Spazi Aperti" alla notte Europea dei ricercatori promosso dalla Conferenza Nazionale dei Rettori di tutte le Università Italiane. Si tratta di uno Spazio Virtuale di comunicazione nel quale condividere pensieri, speranze, paure, esperienze, ricordi, brani di letteratura, poesie, tra chi è privato della libertà perché detenuto in carcere e chi non può uscire di casa a causa delle restrizioni imposte per contrastare la diffusione del Coronavirus.
Il progetto Spazi aperti nasce infatti per poter continuare a essere presenti nonostante la pandemia e ci permetterà di comunicare con il carcere, anche in un periodo di restrizioni, chiusure e impossibilità di relazioni dirette. Lo spazio, la bacheca virtuale, creata su piattaforma telematica, favorirà le modalità di incontro attraverso l'invio di scritti, contributi, vari, disegni, foto, ad un indirizzo di posta elettronica messo a disposizione dalla Direzione della Casa Circondariale di Bari:
L'invito è per ora rivolto a docenti, personale amministrativo e studenti del Dipartimento Forpsicom Uniba. I funzionari giuridici-pedagogici, stampano quanto pervenuto, lo affiggono alla bacheca della I sezione, o lo distribuiscono ai detenuti della stessa sezione, i quali in gran parte hanno partecipato alla esperienza dei seminari di studio che Uniba ha tenuto prima del lockdow.
I detenuti interagiscono affidando ai Funzionari giuridici-pedagogici, le loro risposte che verranno quindi trasmesse e riprodotte nello spazio virtuale. Bastano davvero poche righe, un disegno, una poesia, un brano, uno scritto, un pensiero, per far sapere a chi è detenuto che si è pensato a lui, che forse si arriva a comprendere meglio cosa voglia dire essere privati della liberta, con uno sguardo diverso che coniughi giustizia, con solidarietà, comprensione umana, senso di appartenenza. Dopo un periodo di sperimentazione, il progetto si potrebbe, estendere a tutta la comunità Universitaria Uniba e Poliba, e anche ad altre strutture penitenziarie della Regione Puglia.
di Orlando Trinchi
Il Riformista, 27 novembre 2020
Sono dodici anni che non viene convocata la Conferenza nazionale sulle droghe, che invece, secondo la legge 309, dovrebbe essere convocata ogni tre anni. Da quasi un ventennio gli investimenti sulla prevenzione sono azzerati. La politica è assente nell'approccio del nostro servizio sanitario è rimasto indietro di decenni. "La pandemia si è imposta su un sistema che già arrancava, sia nel pubblico che nei servizi del terzo settore". Una lucida preoccupazione affiora nelle parole del Presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche (Fict) Luciano Squillaci.
In che modo l'emergenza Covid-19 ha inciso sulla cura e la prevenzione delle tossicodipendenze?
Uno studio della Società Italiana per le Tossicodipendenze ha rilevato come in realtà solo circa lo 0,05% di contagi diretti da Covid riguardi persone che fanno uso di oppiacei o altre sostanze. Il virus non ha inciso principalmente dal punto di vista della malattia quanto sotto il profilo della cura e della riabilitazione. La contingenza del lockdown ha determinato difficoltà negli ingressi: molti ragazzi sono rimasti sostanzialmente per strada. Quando ci si trova all'inizio di un percorso contrassegnato da fragilità complesse come quelle connesse alla tossicodipendenza, inoltre, si fa fatica a comprendere i limiti per i quali non è possibile incontrare i propri cari. Sono state emanate misure per le Rsa ma ci si è completamente dimenticati dei servizi per le tossicodipendenze e la salute mentale. Gli investimenti sono sempre minori e diventa arduo andare avanti con le attività terapeutiche. Il sistema, già fragile di per sé, ha subìto - sia per i mancati ingressi che per la riduzione delle presenze - un ulteriore colpo da un punto di vista economico, da sommare alle maggiori spese che ha dovuto sostenere. Ci siamo praticamente trovati al fronte con le armi spuntate.
In alcune Regioni, in cui l'organizzazione sanitaria è problematica, criticità di questo genere erano presenti anche prima dello scoppio della pandemia?
Assolutamente. Disponiamo di un sistema di cura e riabilitazione fermo alla legge 309 del 1990, la quale regola un fenomeno - quello delle tossicodipendenze - in continua evoluzione. Ogni anno in Italia individuiamo con i sistemi di allerta circa cento nuove sostanze. È chiaro che in presenza di un fenomeno in continuo mutamento, con una legge ferma ancora al cosiddetto eroinomane classico - quando oggi sappiamo che i poliassuntori e le dipendenze da droghe sintetiche rappresentano l'allarme principale - diventava già difficile agire, anche prima della pandemia, che rischia ora di assestare il colpo di grazia. Abbiamo scritto più volte al governo, insieme alle reti che si occupano di dipendenze patologiche e le società che rappresentano i SERT - Servizio per le Tossicodipendenze - ma non abbiamo ricevuto risposta. Durante i mesi interessati da questa nuova emergenza non stia certo diminuendo il disagio che si annida dietro l'uso di sostanze. Il periodo di chiusura ha probabilmente reso più difficile reperire la droga in strada, ma ha aperto e implementato nuovi mercati come quello di Internet, già rilevante prima della pandemia.
I dati pubblicati dalla Relazione al Parlamento 2020 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia ci consegnano un quadro allarmante, con un aumento di morti per droga. Dove cercare eventuali responsabilità?
Innanzitutto in una politica che sul tema si è dimostrata assente. Sono dodici anni che non viene convocata la Conferenza Nazionale sulle droghe, che invece, secondo la legge 309, dovrebbe essere convocata ogni tre anni. Da quasi un ventennio gli investimenti sulla prevenzione sono sostanzialmente azzerati. Il silenzio di questi giorni ci fa quasi rimpiangere le battaglie ideologiche e strumentali che si facevano un tempo. Un silenzio colpevole di fronte a una situazione che invece, negli ultimi cinque anni, mostra un trend in costante di aumento. Rileviamo più di un morto per droga ogni giorno - e non stiamo parlando delle morti cosiddette indirette, come incidenti stradali o similari - e, cosa altrettanto grave, 7.800 ricoveri l'anno per lo stesso motivo.
Ci sono ritardi nel campo della prevenzione e del sistema ufficiale dei servizi?
In passato potevamo servirci del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e in materia di personale dei Servizi per le tossicodipendenze - che prevedeva, sia per la prevenzione che per il reinserimento, la possibilità di attivare percorsi educativi strutturali, poi azzerato per confluire nel fondo indistinto delle politiche sociali. Da allora l'Italia ha sostanzialmente smesso di investire in prevenzione. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: 660.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni - questi i dati ufficiali della Relazione al Parlamento - dichiarano di aver fatto uso di una sostanza illegale nel 2019, mentre i nostri centri di ascolto raccolgono l'allarme di famiglie che chiedono aiuto per i loro figli, bambini di 12 e 13 anni. Si è abbassata in maniera cospicua l'età relativa al primo uso di sostanze e tutto ciò è correlato alla difficoltà di comprendere quanto sia rilevante, in questo settore ma non solo, l'investimento sull'educazione.
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 27 novembre 2020
Al prossimo vertice Ue i governi si impegneranno a contrastare l'odio per gli ebrei. Felix Klein: "Con la pandemia sono riemersi i pregiudizi". L'Europa dichiara guerra all'antisemitismo. Dopo mesi di pandemia e di recrudescenza dei complottismi, sempre più spesso caratterizzati da un odio inquietante contro gli ebrei, dopo il moltiplicarsi di attacchi antisemiti in tutto il continente, i governi europei hanno deciso che si impegneranno al prossimo vertice a "integrare la prevenzione e il contrasto all'antisemitismo a tutti i livelli".
La Dichiarazione che Repubblica è in grado di anticipare e che sarà approvata al prossimo Consiglio dei capi di Stato e di governo, il 10 dicembre, prevede che la lotta all'antisemitismo "debba essere presa seriamente in considerazione nelle decisioni e nelle misure adottate dalle istituzioni dell'Unione europea e debba riflettersi in esse".
Cosa significhi concretamente l'impegno che l'Europa si accinge a scolpire nella pietra, lo spiega al nostro giornale il responsabile tedesco per la lotta all'antisemitismo e sottosegretario all'Interno Felix Klein, che lo definisce "un grande successo". Il contrasto all'odio contro gli ebrei, precisa, "è così difficile perché in realtà dovrebbe essere trasversale. Di solito viene soltanto discusso dai ministeri dell'Interno o della Giustizia. Non è sufficiente: l'antisemitismo implica molti aspetti. I capi di Stato e di governo devono impegnarsi a riconoscere che è incompatibile con i valori dell'Unione e che deve diventare un tema dibattuto a ogni livello".
Klein fa l'esempio del Green Deal per spiegare la portata trasversale della Dichiarazione: "ogni volta che si discuterà una misura europea, dovrà rispondere - in modo vincolante - alla domanda: che effetto può avere sulla lotta all'antisemitismo?". E potrà essere adottata soltanto se l'effetto sarà "positivo o almeno neutrale". La lotta all'antisemitismo dovrà diventare un filo rosso delle decisioni europee alla pari della lotta ai cambiamenti climatici. Il documento dichiara nero su bianco il contrasto all'odio contro gli ebrei "una priorità", e impegna alla creazione, al livello nazionale, di figure governative dedicate al tema, e "alla tutela della vita ebraica".
In Germania Klein è il primo responsabile per la lotta all'antisemitismo della storia. E ha commissionato i primi studi tedeschi sull'odio contro gli ebrei nel quotidiano: le offese, i pregiudizi, le espressioni di intolleranza che sino ad allora non venivano registrate dai rapporti perché non erano penalmente rilevanti, adesso figurano ufficialmente nelle statistiche. E ora Klein vuole portare la sua battaglia al livello successivo, quello europeo. "Vorrei che l'Agenzia europea per i diritti umani registrasse ogni episodio, anche quelli che non hanno una rilevanza penale. Ogni paese dovrebbe farlo per mostrare quanto sia diffuso l'antisemitismo, anche nel quotidiano. Solo se si rende visibile, l'antisemitismo può essere combattuto".
In questi mesi di pandemia, in Germania e altrove sono riemersi vecchi pregiudizi, leggende nere, persino un orribile pervertimento dei simboli della Shoah. Alle manifestazioni dei no mask sono spuntate stelle di David appuntate sul petto, paragoni immondi con Anna Frank. I negazionisti in piazza accusano gli ebrei di aver inventato il virus per guadagnare soldi con i vaccini e si sentono vittime di una persecuzione da parte dello Stato che chiede loro di rispettare le restrizioni. E la presunta appartenenza a una minoranza perseguitata o addirittura alla resistenza, spinge i manifestanti a confrontarsi con le vittime della più feroce persecuzione della storia, quella dei nazisti contro gli ebrei. Anche contro questa deriva bisogna combattere, sostiene Klein: "Con il coronavirus sono aumentate nuovamente le teorie cospirazioniste; i pregiudizi vengono espressi apertamente, sia online, sia alle manifestazioni contro le misure anti-covid del governo".
Un'altra battaglia che Klein intende portare avanti è quella delle strategie nazionali per la lotta all'antisemitismo. A dicembre del 2018 tutti i Paesi membri si erano impegnati a formularle. "Alla fine del 2020 - ricorda il sottosegretario - questo processo doveva essere concluso. Ma a quanto mi risulta solo sei Paesi hanno presentato i loro piani". L'Italia, ad esempio, non è tra essi.
Per portare avanti in modo più efficace la battaglia contro i pregiudizi Klein chiede anche maggiori poteri per la Coordinatrice contro l'antisemitismo, Katharina von Schnurbein: "Penso che dovrebbe avere maggiore potere di azione. A settembre, alla conferenza europea sull'antisemitismo, il direttore dell'Agenzia per i diritti umani, O' Flaherty, ha rivelato che alcuni Paesi non hanno fornito le informazioni richieste su attacchi ed episodi antisemiti. Non è accettabile che questi Paesi dichiarino che l'antisemitismo, da loro, non esista".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 novembre 2020
Chi, all'indomani della nuova proroga della detenzione preventiva di Patrick Zaki e dell'arresto di tre dirigenti dell'Ong con cui collaborava, si prendesse la briga di consultare il sito "Viaggiare sicuri" del ministero degli Esteri, alla voce Egitto potrebbe leggere nelle prime righe quanto segue: "Dopo i rivolgimenti politico-sociali succedutisi agli eventi del gennaio 2011 e i numerosi episodi di matrice terroristica degli anni seguenti, si assiste più di recente a un relativo e progressivo miglioramento delle condizioni complessive di sicurezza del Paese".
Questo e altri riferimenti, compreso quello al perenne stato d'emergenza, danno l'impressione che i pericoli per la sicurezza possano derivare prevalentemente da "manifestazioni o attentati" o da "casi di microcriminalità come borseggi, rapine e furti d'auto". Non vi è alcun accenno ai rischi per la sicurezza personale e per la protezione dei diritti umani che potrebbero derivare dal comportamento delle autorità locali.
Il Foreign office britannico, sul sito dedicato ai viaggiatori in Egitto è un po' più esplicito: "Gli stranieri che prendono parte a qualsiasi genere di attività politica o a iniziative critiche nei confronti del governo possono rischiare il carcere o altri provvedimenti".
Quello del dipartimento di Stato Usa è cristallino: "Le leggi locali vietano le proteste e le manifestazioni prive di autorizzazione. Trovarsi nei pressi di dimostrazioni contro il governo potrebbe attirare l'attenzione della polizia e delle forze di sicurezza. Cittadini statunitensi sono stati arrestati per aver preso parte a manifestazioni e per aver pubblicato contenuti sui loro profili giudicati critici nei confronti dell'Egitto e dei suoi alleati".
Tornando al sito della Farnesina, non manca un riferimento all'omicidio di Giulio Regeni: "Sono tuttora in corso indagini per fare piena luce sulla barbara uccisione e le torture subite dal giovane ricercatore italiano Giulio Regeni". Siccome si parla dell'Egitto, la frase dovrebbe essere letta "indagini della magistratura egiziana". La domanda è: quali?
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 27 novembre 2020
Concluso il maxi processo per il tentato golpe del 2016. L'ingegneria politica in Turchia continua, con un paese ormai guidato in ogni settore solo da fedelissimi del presidente. E ieri mattina a Istanbul 19 arrestati tra giornalisti, membri di ong e del partito filo-curdo Hdp.
Sono militari e sono i civili i 337 imputati condannati ieri all'ergastolo in Turchia in uno dei tanti maxi processi per il tentato golpe del 15 luglio 2016. Che la scure erdoganiana si fosse abbattuta sul paese già all'indomani del fallito colpo di stato è ormai storia. I mesi successivi hanno registrato implacabili retate e licenziamenti di massa, nell'ordine delle centinaia di migliaia di persone: 292mila sbattute dietro le sbarre, 150mila costrette a lasciare il proprio lavoro. Accademia, esercito, media, magistratura, ministeri e uffici pubblici, non c'è stato settore che non sia stato travolto dalla vendetta politica dell'Akp. E ridisegnato: a quattro anni da allora, Erdogan ha costruito un paese i cui vertici e le cui basi sono state affidate a personalità a lui fedeli, spazzando via ogni forma di opposizione, un golpe al contrario che ha stravolto l'architettura e la geografia politica della Turchia: se fin dall'inizio il governo ha puntato il dito contro l'ex alleato del presidente, l'imam Fethullah Gülen, e la sua rete Hizmet, ogni voce critica è diventata potenziale e concreto target, dalla stampa libera ai progressisti, dal partito filo-curdo Hdp agli artisti.
La sentenza di ieri suggella un lungo percorso di erdoganizzazione della Turchia: come 2.500 persone prima di loro, in 337 sono state condannate a vita per omicidio, tentato omicidio del presidente e violazione della Costituzione nell'ambito del maxi processo iniziato nell'agosto 2017 contro 475 imputati. Di questi, secondo l'agenzia di Stato Anadolu, 335 sono già in carcere in detenzione preventiva. A quattro imputati, etichettati come "imam civili", "capobanda" della rete guleniana, sono stati comminati 79 ergastoli aggravati.
Ergastoli aggravati anche per i 25 piloti degli F16 che colpirono il parlamento e la strada verso il palazzo presidenziale la notte tra il 15 e il 16 luglio 2016: la pena peggiore, in pratica un isolamento lungo una vita intera, senza possibilità di chiedere la condizionale. Chi era presente ieri parla di un'aula di tribunale - attrezzata nella prigione di Sincar, nella provincia di Ankara - strapiena di avvocati e personale della sicurezza. Uno degli imputati ha protestato, il giudice gli ha ordinato più volte di sedersi, poi ha letto la sentenza. Non è finita in quell'aula, però. Se 289 processi sul golpe sono già stati chiusi, dieci sono tuttora in corso e non cessano le retate e la repressione. Ieri all'alba in un'operazione di polizia a Istanbul sono stati arrestati 19 tra giornalisti, politici, membri di ong. Tra loro il vice sindaco di Sisli, uno dei 39 distretti di Istanbul, Cihan Yavuk; membri del partito di sinistra Hdk e del partito filo-curdo Hdp; il co-presidente della Marmara Association che opera al fianco delle famiglie dei prigionieri politici.
Dopotutto appena due giorni fa era stato lo stesso Erdogan a minacciare azioni legali contro uno dei suoi consiglieri, Bulent Arinc, che aveva chiesto il rilascio del leader dell'Hdp Selahattin Demirtas e dell'imprenditore-filantropo Osman Kavala. Per il presidente Demirtas è "un terrorista" e "non esiste alcuna questione curda nel paese". Arinc si è dimesso, il leader Hdp e Kavala ovviamente restano in prigione.
di Alessandra Benignetti
Il Giornale, 27 novembre 2020
Uno studio di Aiuto alla Chiesa che Soffre accende i riflettori sul dramma di migliaia di fedeli cristiani rapiti, detenuti senza un'accusa credibile, torturati o costretti a convertirsi con la forza. Il grido di Asia Bibi: "Nessuno nella comunità cristiana può dirsi al sicuro".
Sequestrati perché "infedeli", rapiti per imporre loro la conversione, imprigionati perché hanno scelto di non rinnegare la propria fede. Sono migliaia nel mondo i cristiani detenuti ingiustamente che soffrono in silenzio: religiosi, attivisti, uomini e donne, ma anche ragazze giovanissime, prelevate con la forza dalle loro case e costrette ad abiurare il loro credo. A fare il punto su un fenomeno sempre più preoccupante è la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che in uno studio pubblicato oggi rileva come "l'ingiusta detenzione dei cristiani" sia "una delle forme di persecuzione prevalenti, durature e gravi".
Migliaia di fedeli in carcere in tutto il mondo - Il caso più emblematico è quello di Asia Bibi, la bracciante pakistana condannata a morte per blasfemia e costretta a passare diversi anni in carcere dopo essere stata accusata di aver offeso il profeta Maometto. Ma non è l'unico. Nei 50 Paesi considerati più a rischio oltre 300 fedeli ogni mese finiscono dietro le sbarre senza un'accusa plausibile o un giusto processo, mentre i dati della Ong Open Doors parlano di 1.052 cristiani rapiti, soltanto nel corso del 2019. Numeri sconcertanti, che tuttavia potrebbero dare un'idea soltanto parziale della portata di questo dramma. "È molto difficile tracciare i confini della ingiusta detenzione", sottolinea l'organizzazione nel rapporto intitolato Libera i tuoi prigionieri. Il motivo principale è la mancanza di informazioni, difficili da reperire sia a causa della censura, sia perché, in caso di rapimento, ad esempio, i familiari "temono che la pubblicità possa ostacolare le trattative per il rilascio". Anche per questo è diventato "lo strumento preferito dagli oppressori".
"Sono stata arrestata e messa in isolamento per evitare che la taglia posta sulla mia testa spingesse qualcuno ad uccidermi. Il Governatore del Punjab, Salman Taseer, che era venuto a trovarmi in prigione, e il ministro cristiano Shahbaz Bhatti sono morti per avere preso le mie difese, uccisi a sangue freddo perché hanno dato voce a quelli che, come me, sono stati falsamente accusati di blasfemia. Migliaia di estremisti hanno paralizzato il Paese perché volevano la mia morte, tutto perché sono cristiana", scrive proprio Asia Bibi nella prefazione del report.
"Nei momenti più bui - rivela - mi ero ripromessa che se fossi sopravvissuta al mio calvario - una croce che ho portato per anni e anni - sarei stata al fianco di coloro che soffrono come io ho sofferto". "Di fatto - avverte Asia Bibi - nessuno nella comunità cristiana può godere di sicurezza", vista "l'entità del male compiuto da predatori sessuali, gruppi militanti e regimi crudeli". "È tempo che il mondo ascolti le loro storie - incalza - perché chi, sfidando la legge, detiene persone innocenti finalmente venga assicurato alla giustizia".
I raid degli islamisti in Nigeria - Le storie dei cristiani rapiti o rinchiusi ingiustamente sono tante. In Nigeria, ad esempio, i sequestri ai danni dei cristiani sono all'ordine del giorno. Basti pensare alle 276 ragazze rapite nel 2014 da Boko Haram. Ogni anno, secondo i dati citati nel rapporto di Acs, più di 220 cristiani vengono fatti prigionieri dai gruppi jihadisti. La pandemia ha contribuito ad aggravare la situazione, con gli islamisti che, approfittando dell'impegno del governo sul fronte del Covid, hanno intensificato gli assalti ai villaggi a maggioranza cristiana. Lo scorso aprile nel giro di pochi giorni sono state rapite 13 persone nello stato di Kaduna e altrettante sono state uccise. Un nuovo assalto dei pastori Fulani, nel maggio del 2020, ha portato all'uccisione di 17 persone e al rapimento di un missionario. Da oltre due anni Leah Sharibu, che ha compiuto 17 anni il 14 maggio del 2020 resta ancora nelle mani dei jihadisti di Boko Haram. Quando il gruppo jihadista liberò oltre cento studentesse nel febbraio del 2018, lei fu l'unica a non essere rilasciata perché rifiutò di rinunciare alla fede. Era quello il prezzo che i suoi rapitori le chiedevano di pagare in cambio della libertà.
"L'abbiamo scongiurata di limitarsi a recitare la dichiarazione islamica e indossare l'hijab per poter entrare con noi nel veicolo, ma lei ha risposto che quella non era la sua fede: perché avrebbe dovuto attestare il falso? Se vorranno ucciderla, potranno farlo, ma lei non dirà mai di essere musulmana", racconteranno di lei le sue compagne di prigionia. Sua madre, Rebecca Sharibu, continua a battersi perché venga finalmente rilasciata.
Migliaia di ragazzine sequestrate e violentate in Pakistan - Anche in Pakistan, dove è in vigore una controversa legge sulla blasfemia, il coronavirus ha peggiorato la situazione per i cristiani. La chiusura dei tribunali, ad esempio ha determinato ritardi nell'esame dei casi delle persone recluse e in attesa di appello. E così i fedeli in carcere proprio per blasfemia e le famiglie delle ragazze cristiane rapite per essere date in sposa a uomini musulmani e costrette a convertirsi all'Islam restano ancora in attesa di giustizia. Non sono poche. Nel 2018, soltanto nella provincia del Sindh, sono state sequestrate oltre mille giovanissime. Le loro storie sono simili a quelle di Maira Shahbaz, una ragazzina cristiana di 14 anni, rapita lo scorso aprile a Madina, una cittadina nei pressi di Faisalabad da tre uomini armati. L'adolescente è stata data in sposa ad uno dei suoi rapitori, un uomo sposato con due figli. La sua famiglia si è battuta nei mesi scorsi per farla tornare a casa, ma ben due sentenze del tribunale hanno dato ragione al suo aguzzino. Finché la giovane, lo scorso agosto, è riuscita a fuggire di notte e a denunciare l'incubo vissuto nei mesi precedenti alla polizia. Nakash, l'uomo che l'ha sequestrata, l'ha drogata, costretta ad abbandonare il cristianesimo, violentata varie volte e filmata per poterla ricattare. L'avvocato di Maira ha chiesto l'annullamento del matrimonio e l'arresto dell'uomo per pedofilia. Ma in attesa che sia fatta giustizia, la giovane e la sua famiglia oggi sono costretti a vivere nell'anonimato per timore di ritorsioni.
Le ragazze copte rapite in Egitto e gli arresti arbitrari in Eritrea - Il problema dei sequestri si riscontra anche in Egitto, dove le ragazze copte vengono prese di mira dagli islamisti che dopo averle prelevate con la forza le costringono a sposarsi ed abbracciare la religione musulmana. "Almeno due o tre ragazze spariscono ogni giorno a Giza e il numero di casi portati all'attenzione pubblica è significativamente inferiore a quello effettivo dei rapimenti", denuncia Acs-Italia. Oltre 1.350, invece, sono i leader religiosi e i fedeli laici detenuti in Eritrea. Nel Paese africano, che riconosce ufficialmente la Chiesa ortodossa eritrea di Tawaheddo, l'Islam sunnita, la Chiesa Cattolica romana e la Chiesa Evangelica luterana dell'Eritrea, chi non si adegua alle richieste del governo viene sbattuto in carcere. È il caso del patriarca ortodosso Abune Antonios, agli arresti domiciliari dal 2007 "per essersi ripetutamente opposto all'ingerenza del governo negli affari ecclesiastici". Le detenzioni arbitrarie sono all'ordine del giorno, così come le violenze sui "prigionieri di coscienza", detenuti in oltre 300 siti dislocati su tutto il territorio. La pandemia ha aggravato la situazione. In soli due mesi, la scorsa primavera, almeno 45 cristiani sono stati imprigionati per aver partecipato a funzioni religiose domestiche. E si teme anche per la loro salute, visto il sovraffollamento dei centri di detenzione.
La repressione in Cina e in Corea del Nord - Ma è soprattutto in Cina che il virus ha permesso alle autorità di reprimere ulteriormente la libertà religiosa della comunità cristiana. Con il Covid sono aumentate sorveglianza e oppressione. La scorsa primavera le forze di polizia hanno fatto irruzione durante una funzione religiosa portando via i fedeli con violenza, e addirittura in casa di un pastore, arrestato per "sovversione". Secondo lo studio di Acs nel Paese è in atto una "repressione dei gruppi ecclesiastici che rifiutano di cooperare con la sinizzazione". Il risultato, secondo gli analisti, è che, anche grazie alla pandemia, "il governo cinese sta consolidando in modo aggressivo il dominio su decine di milioni di cristiani". I numeri parlano chiaro: già prima dell'avvento del Covid, tra il novembre 2018 e il 31 ottobre 2019, Pechino aveva già imprigionato senza accusa 1.147 cristiani a causa della loro fede, oltre a demolire chiese, distruggere le croci e interferire prepotentemente nella vita della Chiesa. Spostandoci nella vicina Corea del Nord, quasi la metà dei detenuti nei campi di lavoro del regime di Kim Jong sono imprigionati perché cristiani. I fedeli dietro le sbarre potrebbero essere più di 50mila, costretti ad "affrontare condizioni di vita terribili" e a lavorare "per l'avanzamento dei programmi nucleari e balistici della Corea del Nord". Secondo i dati citati da Acs-Italia, "l'ingiusta detenzione di cristiani, sia da parte degli Stati che di soggetti non governativi, emerge come una violazione dei diritti umani in 143 Paesi in cui vi sono gravi vessazioni ai fedeli".
L'appello di Asia Bibi: "Liberate i prigionieri" - "Agire tempestivamente - rimarca la fondazione pontificia nel report - è fondamentale e non deve essere ostacolata nell'evidenziare la portata del problema". "È tempo che i governi agiscano, è tempo di manifestare in difesa delle nostre comunità di fedeli, vulnerabili, povere e perseguitate", è l'appello di Asia Bibi. "Non dobbiamo fermarci - insiste la donna - finché l'oppressore non senta finalmente il nostro grido: 'Libera i tuoi prigionieri'".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 novembre 2020
La Procura di Roma ha raccolto racconti "credibili". Muro di gomma degli egiziani. C'è chi ha visto Giulio Regeni vivo in una caserma della National security del Cairo, dopo che è uscito di casa la sera del 25 gennaio 2016 e prima che ricomparisse cadavere il 3 febbraio lungo una strada che porta ad Alessandria d'Egitto.
Negli ultimi mesi la Procura di Roma ha raccolto tre o quattro testimonianze, ritenute attendibili, da cui si evince che il ricercatore italiano sequestrato, torturato e ucciso quattro anni fa è finito nelle mani delle forze di sicurezza locali, e che rafforzano il quadro d'accusa contro i cinque funzionari indagati dagli inquirenti italiani. Si tratta di racconti che contengono particolari (veri) che non erano usciti sui giornali né svelati dai siti internet, e che dunque hanno un alto grado di credibilità.
Questo hanno spiegato il procuratore della capitale Michele Prestipino e il sostituto Sergio Colaiocco ai colleghi egiziani nell'incontro tra magistrati che s'è svolto venti giorni fa, il 5 novembre; nel quale è stata ribadita, anche sulla base di queste importanti novità, l'esigenza di chiudere le indagini, mettere gli atti a disposizione delle difese e poi chiedere - se non arriveranno elementi altrettanto forti in senso contrario - il rinvio a giudizio per gli indagati del rapimento di Giulio. Per consentire le notifiche l'Egitto dovrebbe comunicare l'elezione di domicilio dei cinque militari individuati con nomi e cognomi (il generale Sabir Tareq, il maggiore Magdi Abdlaal Sharif, il colonnello Ather Kamal, il capitano Osan Helmy e il suo collaboratore Mahmoud Najem), ma se anche dal Cairo non arrivasse la risposta che manca da un anno e mezzo, il codice di procedura penale consente ai magistrati italiani di andare ugualmente avanti.
Senza però la cooperazione che il presidente Al Sisi aveva promesso e ha voluto ribadire anche nella telefonata della scorsa settimana con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Quando hanno saputo delle nuove prove a carico dei funzionari della National security, i magistrati egiziani hanno preso atto senza garantire nulla.
Mantenendo intatto il "muro di gomma" eretto rispetto a un'indagine che l'Italia ha condotto tra mille limiti e difficoltà, sulla base dei pochi dati comunicati inizialmente dal Cairo tra il 2016 e il 2017 (nel periodo in cui il governo aveva richiamato a Roma l'ambasciatore) e degli elementi forniti dalla rete di avvocati a sostegno dei genitori di Giulio: una parte civile attiva, che ha collaborato all'inchiesta consentendo ai pubblici ministeri di arricchire il fascicolo con indizi che, messi insieme, secondo l'accusa sono diventati prove.
Dai tabulati dei cellulari attivi nelle zone del rapimento e del ritrovamento del corpo di Regeni, con l'identificazione dei numeri di alcuni funzionari della Ns, ai verbali dei testimoni ascoltati dagli stessi egiziani; dal filmato dell'incontro tra Giulio e il sindacalista Mohamed Abdallah, che si fingeva suo amico ma è diventato un'esca lasciata dalla sicurezza egiziana, al poliziotto di un altro Paese africano che ha ascoltato una sorta di confessione, confidata durante una riunione all'estero, del maggiore Sharif; fino ai nuovi testimoni, che hanno visto il giovane ricercatore in una delle caserme della Ns, o comunque consentono di collocare Giulio nelle mani di quei funzionari dopo la sua scomparsa. Nei prossimi giorni è prevista la comunicazione formale della conclusione delle indagini.
di Francesca Sforza
La Stampa, 27 novembre 2020
Lenti ad affermare i diritti, veloci nel fare gli affari: difficile non sentirsi feriti dallo scarto tra i tempi della giustizia sull'omicidio di Giulio Regeni e la detenzione di Patrick Zaki e, d'altro lato, dalla rapidità con cui è diventato operativo, ieri, l'accordo di vendita delle due fregate italiane classe Fremm all'Egitto, che ne ha già ribattezzata una con il nome di una delle sue montagne più celebri, Al Galala.
Una rete di richiami simbolici che a dispetto delle dichiarazioni ufficiali sul pressing italiano presso il governo egiziano mostra da una parte un Paese che salpa, e dall'altro uno che ripara. E a riparare, stavolta, siamo noi, che dal 2016 non riusciamo ad ottenere risposte soddisfacenti sul brutale assassinio di un giovane ricercatore, e che fra qualche giorno vedremo scadere i termini delle indagini preliminari della Procura di Roma senza neanche poter far leva - nel caso in cui le conclusioni della magistratura italiana siano dichiarate irricevibili dalle autorità egiziane - sulla finalizzazione dell'accordo di vendita delle fregate perché queste, allora, saranno già egiziane.
Oggi è il caso di chiedersi che strada stia prendendo la via diplomatica al negoziato con l'Egitto, perché se questa significa cedere su tutta la linea, e semplicemente attrezzarsi per la gestione di una resa, allora è bene ricordare che probabilmente il punto di caduta sarà ancora più basso del previsto. Il caso di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna arrestato il 7 febbraio con l'accusa di propaganda sovversiva al regime, che il 21 novembre scorso si è visto rinnovare la custodia cautelare nelle carceri del Cairo per altri 45 giorni, è lì a dimostrarlo: il linguaggio della collaborazione non può essere parlato in una sola lingua. Altrimenti non ci si capisce, o meglio, ognuno può far finta di capire ciò che vuole. La spirale può continuare ad avvitarsi, e l'Italia, al momento, sembra destinata a una sconfitta, sia in termini di credibilità come attore nell'area (lo stallo libico ce lo ricorda ogni giorno), sia come Stato che ha il dovere di affermare la priorità della difesa dei diritti. Perché è partendo da lì che si vince, e anche da lì che si perde.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 27 novembre 2020
Kylie Moore-Gilbert torna a casa dopo 800 giorni di detenzione a Teheran: allo stesso tempo - con la mediazione di Canberra - vengono liberati a Bangkok tre iraniani accusati di aver tentato di uccidere diplomatici israeliani. Due giorni fa il governo iraniano ha dato il via libera alla scarcerazione di Kylie Moore-Gilbert, una professoressa che insegnava studi islamici all'università di Melbourne e nel 2018 era stata arrestata all'aeroporto di Teheran con l'accusa di essere una spia di Israele, accusa che ha sempre negato. La liberazione di Moore-Gilbert è avvenuta con uno scambio di prigionieri. Non è la prima volta che succede: l'Iran ha già rilasciato in passato cittadini stranieri arrestati per spionaggio in cambio di iraniani detenuti all'estero, ma la storia di come la donna sia stata riportata a casa sta sollevando preoccupazioni e critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Lo scambio di prigionieri non è avvenuto con l'Australia ma con la Tailandia, che ha liberato Masoud Sedaghatzadeh, Saeid Moradi e Mohammad Khazaei accusati e condannati dal tribunale di Bangkok nel 2013 perché stavano organizzando un attentato contro funzionari israeliani nel Paese. La polizia scoprì il piano, fece irruzione nell'appartamento dove risiedevano e nel tentativo di fuga uno di loro, Moradi, perse le gambe a causa dell'esplosione di una bomba. La Tailandia nega che si sia trattato di uno scambio di prigionieri anche se Chatchom Akapin, il viceprocuratore generale ha definito il trasferimento dei tre detenuti in Iran un accordo "inusuale".
Gli iraniani confermano invece che lo scambio c'è stato ma non hanno diffuso i nomi dei tre prigionieri liberati. La tv di Stato Irib li ha descritti come "un uomo d'affari e altri due cittadini arrestati con accuse infondate" e ha diffuso un video in cui compaiono Kylie Moore dopo la liberazione e i tre uomini che tornano a casa avvolti nelle bandiere nazionali, con cappelli e mascherine a coprire il volto: uno di loro non ha le gambe ed è in sedia a rotelle.
Sull'ipotesi che l'Iran abbia ottenuto concessioni da un Paese terzo con la mediazione dell'Australia il premier australiano Scott Morrison non ha voluto commentare, si è limitato a dire che in Australia non è stato rilasciato nessuno, ma diversi diplomatici e funzionari governativi con la garanzia dell'anonimato hanno confermato al The Sydney Morning Herald e a The Age che il governo di Canberra ha avuto un ruolo "cruciale nel portare la Tailandia al tavolo del negoziato per progettare lo scambio di prigionieri che ha permesso il rilascio della dottoressa Moore-Gilbert". Delle trattative sarebbe stato informato anche il governo israeliano.
In Iran sono detenuti diversi cittadini stranieri o con doppia nazionalità, alcuni iraniano americani come Siamak Namazi e suo padre Baquer, Morad Tahbaz, o la britannico-iraniana Nazanin Zaghari Ratcliffe. Il loro rilascio potrebbe nei prossimi mesi diventare oggetto di negoziazione tra Teheran e Washington se l'amministrazione Biden deciderà di riaprire i canali diplomatici con l'Iran per tentare un difficile ritorno all'accordo sul nucleare del 2015. La preoccupazione delle organizzazioni umanitarie è che la cosiddetta "diplomazia degli ostaggi" spinga altri stranieri nel meccanismo infernale degli scambi di prigionieri. "Esiste un chiaro schema da parte del governo iraniano per detenere arbitrariamente cittadini stranieri e con doppia cittadinanza per usarli come merce di scambio nei negoziati con altri stati", ha detto al Sydney Morning Herald Elaine Pearson, direttrice di Human Rights Watch Australia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 novembre 2020
Già quattro morti di Covid in carcere nella seconda ondata, nuovi focolai scoppiati negli istituti di Monza, Busto Arsizio e Sulmona. Sono almeno quattro i detenuti morti per Covid in carcere nella seconda ondata, mentre divampano - apprende Il Dubbio - nuovi focolai: 30 reclusi risultati positivi al carcere di Monza e i 35 del carcere Busto Arsizio, ma per ora il Governo non dà alcun segnale sulla voglia di inserire nuove misure più efficaci per ridurre sensibilmente la popolazione detenuta. Non solo.
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