di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 27 febbraio 2021
La giunta ha invalidato le elezioni vinte dal partito di Aung San Suu Kyi. Continuano le proteste contro il golpe. Fermato e rilasciato reporter giapponese. Contro il regime scritte con la "pasta tanaka" e colpi di pentole. Il capo della nuova Commissione elettorale nominata dalla giunta militare golpista del Myanmar ha dichiarato "invalidi" i risultati del voto plebiscitario che ha assegnato l'83 per cento dei consensi alla Lega nazionale della democrazia di Aung San Suu Kyi l'8 novembre 2020.
L'annullamento ufficiale comunicato a Naypyidaw dal rappresentante dell'esercito Thein Soe a un gruppo di politici è solo un passo burocratico ed è parte della stessa farsa usata per giustificare il colpo di stato del primo febbraio. Proprio i presunti e mai dimostrati brogli denunciati dal comandante generale dell'esercito Min Aung Hlaing sono stati alla base del colpo di stato e dell'arresto della ex consigliera di Stato e de facto capo del governo civile, ancora detenuta nella nuova capitale assieme al presidente e un numero imprecisato di parlamentari e capi delle assemblee regionali.
La notizia circolata attraverso il quotidiano The Irrawaddy non ha fatto che aumentare la rabbia delle migliaia di persone scese nuovamente in strada anche oggi contro i militari in tutto il paese dove aumentano le repressioni, ferimenti, spari in aria o ad altezza d'uomo e arresti, compreso quello del primo giornalista straniero, il giapponese Yuki Kitazumi di Yangon Media Professionals, già corrispondente del quotidiano economico Nikkei, colpito sul casco con dei bastoni, ma senza gravi conseguenze. Kitazumi è stato rilasciato poco dopo il fermo, probabilmente su pressione dell'ambasciata del suo Paese, che continua a mantenere forti relazioni diplomatiche ed economiche con il Myanmar, anche se alcune aziende hanno annunciato il ritiro dei loro investimenti e il governo sta studiando eventuali misure contro la giunta.
Un altro straniero, Sean Turnell, consulente economico di Lady Suu Kyi, è invece ancora in carcere dai primi di febbraio, ma le Nazioni Unite stanno cercando di capire la sorte di almeno 900 birmani e membri delle etnie di minoranza tra i quali politici, funzionari statali, attivisti, giornalisti e studenti, compresi diversi monaci contrari al regime presumibilmente agli arresti.
Alla repressione di soldati e polizia si aggiungono gli attacchi contro le manifestazioni pacifiche da parte di sostenitori dei militari tra i quali militano - a pagamento - almeno una parte dei 23 mila criminali comuni liberati recentemente con un'amnistia, destinata a fare posto nelle celle per i nuovi detenuti politici. Diverse immagini diffuse nei giorni scorsi via social media mostrano uomini armati di coltello e teppisti, mentre assaltano i dimostranti anche a calci, pugni e bastonate.
Nonostante tutto, le proteste continuano ovunque nell'Unione del Myanmar, dove il movimento di disobbedienza civile contro la dittatura tenta di usare ogni mezzo per attirare l'attenzione internazionale appellandosi alla stessa celebre alleanza del "Tè al latte" che lo scorso anno ha unito gli studenti di Hong Kong e quelli thailandesi (invitati oggi a sostenere i birmani virtualmente via social media) nella sfida contro i regimi totalitari dei rispettivi paesi.
Nel Myanmar molti ribelli hanno anche usato la pasta della "tanaka", spalmata tradizionalmente come crema protettiva, per scrivere sul volto la parola Cdm (sigla della "disobbedienza"), oltre al suono metallico delle ormai popolari pentole e padelle che rimbomba di casa in casa dopo il coprifuoco delle 8 di sera, quando viene interrotto anche Internet. A colpi di pentole hanno protestato anche gli abitanti di Sagaing, Magwe, Ayeyarwady e dello stato di Karen davanti agli uffici delle amministrazioni di rione dove sono stati nominati nuovi rappresentanti scelti dai militari.
Si tratta perlopiù di una resistenza non violenta e disperata contro un numero impressionante di militari - oltre mezzo milione armati di tutto punto - e quasi altrettanti poliziotti dei quali solo una minima parte si è schierata con le proteste. A Yangon un drammatico video mostra la folla in fuga dalle pattuglie di agenti che sparano colpi d'arma da fuoco nel distretto di Hledan vicino all'Università di Yangon. Si sentono le grida di terrore per la paura che si trattasse di proiettili veri, come quelli che hanno ucciso nei giorni scorsi una 19enne a Naypyidaw e due altri giovani nella seconda città del paese, Mandalay.
La stessa Mandalay è scesa nuovamente in piazza oggi nonostante la pesante presenza di uomini e mezzi della polizia e dell'esercito che hanno sparato - a quanto pare - proiettili di gomma ferendo almeno uno dei dimostranti che si sono dispersi per poi tornare sulla 62esima strada dove è stato effettuato un numero imprecisato di arresti.
Almeno venti persone sono finite in cella anche a Naypyidaw dove i soldati hanno sparato in aria e lanciato perfino granate senza fortunosamente ferire nessuno, mentre ad Hakha, capitale dello stato Chin sono stati usati potenti getti d'acqua degli idranti. La comunità internazionale continua a minacciare (come ha fatto l'Unione europea) ed annunciare sanzioni (le prime dagli Stati Uniti e - proprio oggi - dall'Inghilterra), anche se non tutti concordano sulla loro efficacia, vista la drammatica situazione economica del paese che colpisce ogni giorno che passa le classi più deboli.
Le stesse Nazioni Unite hanno sostenuto che cercheranno di garantire l'assistenza umanitaria per quanto possibile, viste le restrizioni imposte anche ai gruppi umanitari, e lo stesso tentano di fare molte Ong tra le quali alcune anche italiane, come "Asia onlus". Secondo un documento trapelato dalla Banca mondiale sarebbero però stati sospesi tutti i pagamenti dei numerosi progetti "di sviluppo" del paese mettendo a ulteriore rischio l'occupazione, considerando che per boicottare i colpisti molti dipendenti di servizi pubblici come strutture sanitarie e vari dipartimenti, dai trasporti all'ingegneristica e l'elettricità sono in sciopero incuranti delle minacce di licenziamento.
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 27 febbraio 2021
L'istruzione o la vita. Pressioni su Buhari perché dichiari lo "stato d'emergenza". Amnesty: "Diritto allo studio negato". Aumentano stragi e sequestri, inutili i raid aerei contro Boko Haram e le bande criminali. Diventa sempre più difficile la situazione sicurezza in Nigeria. Martedì pomeriggio, i miliziani di Boko Haram si sono infiltrati nella città di Maiduguri, capitale dello stato del Borno, e hanno lanciato diversi colpi di mortaio e bombe che hanno provocato la morte di 18 persone e dozzine di feriti. I video ripresi dai residenti e pubblicati sui social network testimoniano la violenza degli attentati, con centinaia di persone che corrono sconvolte nelle strade della città colpite dall'attacco, visto che alcuni colpi sono caduti nei quartieri densamente popolati di Adamkole e Gwange, uccidendo anche 9 ragazzi su un campo di calcio.
Secondo quanto riporta Al Jazeera, ci sono stati altri due attacchi compiuti dai gruppi di "banditi" che imperversano nelle regioni settentrionali del paese: il primo lunedì nello stato di Katsina con 18 vittime e il secondo martedì nello stato di Kaduna con altri 16 morti. In entrambe gli attacchi uomini pesantemente armati e in moto avrebbero bruciato numerose case, rubato bestiame e sequestrato diversi abitanti. Riguardo ai rapimenti di civili, la situazione sembra essersi aggravata molto nell'ultimo mese. Se un gruppo di 53 ostaggi (tra cui 20 donne e 9 bambini), rapiti su un autobus la scorsa settimana nei pressi del villaggio di Kundu, sono stati rilasciati questa domenica dai loro rapitori, le 42 persone (insegnanti, studenti e loro familiari) rapite la scorsa settimana al liceo di Kagara, sono ancora disperse.
A questo si aggiunge il rapimento di diverse centinaia di ragazze nello stato centrale di Zamfara. Il quotidiano nigeriano The Guardian indica che "almeno 300 ragazze sono scomparse" dopo che una cinquantina di uomini armati hanno fatto irruzione nella notte tra mercoledì e giovedì nel dormitorio della Government Girls Secondary School di Jangebe. "I rapitori sono arrivati su numerosi veicoli e hanno portato via le studentesse - ha riferito all'Afp il capo della polizia di Zamfara, Suleiman Tanau Anka - molto probabilmente i criminali si sono nascosti nella foresta di Rugu, che si estende su quattro stati della Nigeria settentrionale e centrale: Katsina, Zamfara, Kaduna e Niger".
Nonostante alcuni raid aerei e numerose operazioni di ricerca da parte dell'esercito, i gruppi armati locali restano una minaccia costante in queste regioni a tal punto che, secondo la stampa locale, alcuni governatori locali avrebbero firmato "accordi per fornire assistenza e materiali o avrebbero pagato cospicui riscatti in cambio di una tregua". La scorsa settimana i partiti politici delle opposizioni e diverse associazioni della società civile nigeriana hanno richiesto al presidente Muhammadu Buhari di dichiarare lo "stato di emergenza, in maniera da poter arginare le violenze nel paese". A causa delle proteste da parte di numerosi governatori, Buhari aveva sostituito, a inizio mese, i quattro generali a capo dei vari rami dell'esercito (Aviazione, Marina, Esercito di terra e Capo di Stato Maggiore) come segnale di discontinuità con le fallimentari campagne militari del passato.
In una dichiarazione ufficiale Amnesty International ha esortato il governo "a migliorare la situazione nel paese", visto che le connivenze tra i diversi gruppi di "banditi" e Boko Haram mettono in pericolo sia il diritto ad "una vita normale per i civili", ma soprattutto "il diritto allo studio dei giovani nigeriani", principale obiettivo dei miliziani jihadisti che identificano le istituzioni scolastiche di tipo occidentale come "il nemico da combattere".
Amnesty ha evidenziato, infatti, come a causa dei continui attacchi contro le scuole numerosi studenti siano stati costretti ad abbandonare gli studi e gli stessi insegnanti siano stati costretti a fuggire, danneggiando di conseguenza il sistema educativo in gran parte del paese. "Le scuole dovrebbero essere luoghi sicuri e nessun bambino o ragazzo dovrebbe scegliere tra la sua istruzione e la vita - ha dichiarato Osai Ojigho, direttore di Amnesty in Nigeria - quello che chiediamo è che il governo intervenga per garantire il diritto all'istruzione di migliaia di studenti nel nord della Nigeria".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 26 febbraio 2021
Così il Garante Nazionale, Mauro Palma, definisce il Volontariato e il Terzo Settore nelle carceri e in area penale esterna. Una storia comune a tante realtà del Volontariato e del Terzo Settore è che oggi si opera in carcere contando però sempre meno, in un mondo che, invece di aprirsi, con il diffondersi della pandemia sta ulteriormente accentuando una tendenza, che era già in atto da tempo, a chiudersi ogni giorno di più, in una visione "autarchica" in cui si pensa che l'Amministrazione possa fare tutto da sola, dando lavoro, rieducando, contenendo.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 26 febbraio 2021
Rendere più civile la giustizia italiana non è questione di dottrina, così come a farla incivile non è la sprovvedutezza di chi l'amministra. Il caso esemplare è quello dei cosiddetti mafiosi: è il furor di popolo che ne pretende la morte in cella, e a rintuzzarlo non serve erudizione ma la forza di essere impopolari. La morte in carcere di un mafioso, infatti, continua a essere una mostrina sul petto dello Stato che fa il suo malinteso dovere.
di Francesco Antonio Maisano
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Il bilancio di gestione dell'amministrazione della Giustizia penale nell'epoca Bonafede, evidenzia forti lacerazioni del sistema penale e di quello processuale- penale. Nel primo abbiamo assistito alla proliferazione di nuove figure di reato e leggi speciali seguendo una chiara ispirazione pan- penalistica; tutto deve essere perseguito, tutto deve essere (maggiormente) punito. La moltitudine dei bersagli, come sempre accade, mette a nudo solo la velleità che li ispira ma pochi sono i risultati migliorativi delle prestazioni.
di Giulia Merlo
Il Domani, 26 febbraio 2021
I Sottosegretari alla giustizia Anna Macina e Francesco Paolo Sisto, entrambi avvocati pugliesi, hanno posizioni opposte sulla prescrizione e si daranno battaglia. Uno dei ministeri chiave di questo esecutivo è quello della Giustizia. Non a caso al vertice è stata scelta la costituzionalista e fedelissima del Quirinale Marta Cartabia, una tecnica illustre chiamata a raffreddare il fronte tra i più divisivi tra le forze di maggioranza. Al suo fianco, il gioco a incastri che è stato la nomina dei sottosegretari ha collocato due personalità inedite e contrapposte.
di Guido De Maio*
Il Mattino, 26 febbraio 2021
Con la formazione del nuovo Governo ha ripreso vigore la querelle sulla riforma dei processi, sia civile che penale, e dell'istituto della prescrizione in particolare. Tutto, o quasi, bene, sui tempi inammissibilmente lunghi dei nostri processi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 febbraio 2021
Dopo 27 anni, a seguito della sentenza della Corte costituzionale sul 4 bis, Filippo Graviano ha chiesto un permesso premio. Ogni volta, come nel caso di Graviano, che un detenuto mafioso "eccellente" fa istanza per chiedere un permesso premio, puntualmente arriva il Fatto Quotidiano a ricordare la famosa sentenza della Consulta che ha ritenuto incostituzionale l'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario nella parte in cui vieta il permesso premio.
Non solo. Subito in qualche modo si evoca la presunta trattativa Stato-mafia, una tesi giudiziaria che è diventata una spada di Damocle sopra la testa di chiunque ha cuore la nostra Costituzione, nata per arginare qualsiasi forma autoritaria e concezione da Stato di Polizia. Ma fin dai tempi antichi, la paranoia e complottismo sono da sempre andati a braccetto con quei poteri che vogliono soffocare lo Stato di Diritto e avere sempre più potere ricorrendo perfino all'utilizzo dei nomi di quelle persone che hanno seriamente servito lo Stato come, in questo caso specifico, quello di Giovanni Falcone. Per farlo hanno bisogno di chi inconsciamente crea disinformazione, o fa allusioni come quando viene ricordato che tra i giudici della Consulta c'era anche l'attuale ministra della Giustizia Marta Cartabia. La colpa di quest'ultima è quella di essere una fine giurista, che ha come unica via maestra la Costituzione. Una carta che fa da scudo a ogni singolo cittadino dagli abusi di qualsiasi potere, economico, politico o giudiziario che sia.
La dissociazione non è contemplata giuridicamente per i mafiosi - Ora è la volta di Filippo Graviano, il quale assieme al fratello Giuseppe ebbe un ruolo importante nell'organizzazione delle stragi continentali del 1993 a Firenze, Milano e Roma e nell'omicidio di don Pino Puglisi. Dal 1994 è ininterrottamente al 41 bis. Dopo 27 anni, a seguito della sentenza della Consulta, Filippo Graviano ha chiesto il permesso premio. "Si dice dissociato. Basterà?", si chiede l'autore dell'articolo de Il Fatto. No, per la Consulta non basta assolutamente come parametro di valutazione. La dissociazione è un fatto personale, che a differenza di chi è dentro per terrorismo non è contemplato giuridicamente nei confronti dei mafiosi. Per quest'ultimi esiste solo lo status di collaboratore di giustizia per avere diritto a tutti i benefici penitenziari. Basti pensare al pentito Giovanni Brusca, colui che ha sciolto un bambino nell'acido e ha commesso quasi un centinaio di omicidi. Lui da tempo ha usufruito di vari permessi e nessuno si è scandalizzato. Un suo diritto, nulla da obiettare.
Per Falcone il 4 bis non esclude i benefici in assenza di collaborazione - Così come, dal 2019 è un diritto poter richiedere il permesso premio anche da parte di chi non ha collaborato con la giustizia. Si fa il nome di Falcone che ha ideato il 4 bis dell'ordinamento penitenziario per i detenuti mafiosi. Verissimo, peccato che si omette di dire una verità "indicibile" per chi usa l'antimafia come strumento di potere: consapevole che l'ergastolo senza condizionale sarebbe stato incostituzionale, non ha assolutamente escluso la possibilità dei benefici in assenza di collaborazione, ma ha semplicemente allungato i termini per ottenerla.
In soldoni, ciò che aveva ideato Falcone contemplava questa ratio: se non collabori non è preclusa la misura alternativa, devi solo attendere il decorso del tempo per poterla chiedere, sapendo che è stato aumentato. Ebbene sì, la sentenza della Consulta, dove all'epoca - lo ricordiamo con piacere anche noi - c'era anche Marta Cartabia, avvicina il 4 bis al decreto originale ideato da Falcone: l'assenza di collaborazione non deve precludere a vita la possibilità di accedere ai benefici della pena.
Era accaduto che, dopo la strage di Capaci e di Via D'Amelio, lo Stato italiano, non solo non si è giustamente piegato alla mafia, ma per reazione ha approvato il secondo decreto legge, quello del 1992, che introduce nel nostro ordinamento un regime ostativo del tutto differente rispetto a quello voluto da Falcone. Con il decreto legge post strage, senza la collaborazione con la giustizia, è preclusa in ogni caso la possibilità di accedere alle misure alternative. Uscendo, di fatto, dal perimetro costituzionale che Falcone voleva invece salvaguardato. Anche questo episodio dovrebbe far riflettere sul fatto che non c'è stata nessuna trattativa che aveva alleggerito la carcerazione dei mafiosi. Esattamente l'opposto. Una reazione durissima, tanto da approvare il 41 bis e rinchiudervi centinaia e centinaia di persone. Un vero e proprio rastrellamento dettato dall'emergenza del momento che però, oltre ai boss veri, hanno recluso in carcere tantissime persone non appartenenti a cosa nostra. Ci furono numerose istanze presentate dinanzi alla magistratura di sorveglianza che, a sua volta, ha sollevato il problema alla Corte costituzionale. Quest'ultima, con la numero 349 e depositata in cancelleria il 28 luglio del 1993, ha sentenziato che per decidere la proroga del 41 bis, bisogna valutare caso per caso.
Detto, fatto. A ben 300 detenuti non è stato rinnovato il carcere duro, ma solo 18 di loro appartenevano alla mafia. Non solo. A seguito di una nuova applicazione, si era ridotto a soli undici soggetti mafiosi. Il mancato rinnovo del 41 bis è frutto di scelta dettata dalla sentenza della Corte costituzionali e altri fattori che nulla c'entrano con la presunta trattativa. Casomai, ancora una volta, il "mostro" è la Consulta, rea di far applicare la Costituzione italiana e quindi difendere lo Stato di Diritto anche in tempi emergenziali. A meno che non si pensi che ci sia stata una trattativa Consulta- mafia. Non diamo limiti all'immaginazione.
La Corte costituzionale ha posto paletti molto rigidi - Ma ritorniamo alla "dissociazione" mafiosa. Un falso problema sul quale, forse per ignoranza, alcuni giornali tentano di specularci sopra. Nonostante la portata "rivoluzionaria" della sentenza, la Consulta dimostra comunque di aver preso attentamente in considerazione le particolari esigenze di tutela alla base della previsione dell'articolo 4 bis. Essa, infatti, si cura di precisare che la presunzione di attualità di collegamenti con la criminalità organizzata - che da assoluta diviene relativa, nei limiti in cui opera la pronuncia in esame - può essere superata solo in base a valutazioni particolarmente rigorose, che non si limitino alla regolare condotta carceraria, alla mera partecipazione al percorso rieducativo o a semplici dichiarazioni di dissociazione del detenuto. Viene messo in rilievo, in proposito, che già la prima versione dell'art. 4-bis comma 1 dell'ordinamento penitenziario prevedeva che l'accesso alle misure alternative e premiali per i reati di prima fascia fosse subordinato all'acquisizione di "elementi tali da escludere l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata o eversiva", requisito tuttora necessario ai sensi del c. 1-bis dell'articolo in parola per i casi di collaborazione inesigibile, impossibile o irrilevante.
La magistratura di sorveglianza, pertanto, secondo quanto indicato dalla Corte, non dovrà solo svolgere una seria verifica della condotta penitenziaria del detenuto, ma dovrà altresì considerare il contesto sociale esterno, acquisendo dettagliate informazioni per il tramite del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica competente. Viene ricordato, poi, che ai sensi del comma 3-bis dello stesso art. 4 bis, tutti i benefici in questione non possono mai essere concessi allorché il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo o il Procuratore distrettuale evidenzino l'attualità di collegamenti con la criminalità organizzata.
In sintesi, la sola "dissociazione" non basta. È uno dei tanti elementi che la magistratura di sorveglianza deve valutare per concedere o meno il permesso premio che può essere richiesto dopo l'espiazione di tantissimi anni. La collaborazione con la giustizia rimane la "via maestra". Esattamente come prevedeva Falcone.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 26 febbraio 2021
Il trasferimento del procuratore di Reggio Emilia. Marco Mescolini è stato trasferito dal Csm per incompatibilità ambientale: parteggia per il Pd, è la sintesi. Il provvedimento è un mix di populismo giudiziario e desiderio di vendetta di chi era finito sotto processo. Il procuratore farà ricorso.
Soffia un vento di restaurazione in Emilia. La normalizzazione cavalca la necessità moralizzatrice del Consiglio superiore della magistratura, costretta a rottamare al più presto il passato macchiato dal caso Palamara. Impressioni e turbamenti personali si trasformano così in prove schiaccianti che determinano, per esempio, la caduta di Marco Mescolini, procuratore di Reggio Emilia fino al suo trasferito per incompatibilità ambientale deciso dal Csm. Una decisione influenzata da pressioni mediatiche e politiche di chi era finito in disgrazia a causa di inchieste che hanno cambiato la percezione della mafia nella regione e nel paese.
Per il Csm Mescolini è incompatibile in tutta la regione. Troppo legato al potere politico locale, è l'accusa grave della prima commissione dell'organo di autogoverno delle toghe. Dura meno di due anni, quindi, l'esperienza di Mescolini a Reggio, nel fortino di quell'organizzazione criminale che ha combattuto da sostituto procuratore dell'antimafia di Bologna: la 'ndrangheta emiliana, impasto di imprenditoria, politica e clan che dagli anni Settanta ha messo radici nella pianura padana e che per quasi quarant'anni ha lavorato indisturbata. Con procure immobili e detective impreparati ad affrontare l'avanzata dei clan. Funzionava così. Con fascicoli sui boss che venivano spediti in Calabria o in Campania perché in Emilia nessuno aveva il coraggio di scrivere su una carta bollata della procura "416 bis", reato di associazione mafiosa.
Tutto cambia a partire dal 2009, alla guida della procura arriva l'esperto procuratore Roberto Alfonso, l'ideologo della lotta sistematica alle mafie in Emilia. È proprio sotto le ceneri della più importante indagine contro la 'ndrangheta al nord, di cui Alfonso è stato la mente e Mescolini il braccio, che ha covato il rancore di chi da quell'operazione mastodontica è stato colpito duramente.
Populismo togato - L'intervento del Csm su Mescolini è una conseguenza indiretta del caso Palamara, istantanea sul funzionamento del mercato delle nomine negli uffici direttivi di procure e tribunali. Palamara, l'uomo che tutto decideva nel Csm, è sotto inchiesta per corruzione: sono bastati pochi mesi perché si trasformasse da carnefice dell'etica a moralizzatore dei costumi giudiziari. Oggi è a tutti gli effetti il fustigatore delle toghe: il suo libro è usato come il vangelo dal quale pescare frasi, messaggi, pizzini, da usare contro quel giudice o quel pm. Da carnefice a eroe, appunto. Il percorso inverso rispetto a quello di Mescolini, da toga antimafia che ha inferto un colpo brutale alle cosche emiliane a appestato in combutta con il Pd che governa la regione da sempre. Dunque più che sulle chat, il trasferimento di Mescolini si fonda su questioni politiche. Mescolini farà comunque ricorso al Tar.
Una storia emiliana - Mescolini inizia da sostituto procuratore, per qualche tempo va da fuori ruolo nel gabinetto del viceministro Roberto Pinza, all'epoca del governo Prodi, di nuovo magistrato sul fronte dell'accusa alla procura di Bologna dove diventa sostituto procuratore nella sezione antimafia, la Dda, ufficio che per molto tempo non ha toccato palla nella lotta ai clan, proliferati a dismisura tra gli anni Settanta e Duemila tra Rimini e Piacenza.
Nel 2009 arriva Roberto Alfonso, considerato di area conservatrice, con grande esperienza nella guerra totale alle cosche. Alfonso rivoluziona il sistema di indagine. Chiede ai suoi sostituti di leggere ogni singolo reato in un quadro complessivo. È la svolta. Punta su Mescolini, al quale affida il delicato fascicolo "Aemilia". "Lo considerava brillante", dice chi ha vissuto in quegli anni il cambio di rotta dell'ufficio giudiziario. Mescolini in realtà non è una toga d'assalto, ha un profilo bassissimo. Eppure con Alfonso e Beatrice Ronchi toccano i livelli più alti della complicità mafiosa tra Modena, Reggio, Parma e Piacenza.
L'inchiesta sui clan calabresi trapiantati in Emilia è per numeri la più imponente mai effettuata al nord. Mai come in quell'indagine il potere politico è stato messo a nudo: l'indagine ha portato allo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Brescello, a guida Partito democratico, primo caso nella storia della regione. Ha travolto il municipio di Finale Emilia, sempre governato dai democratici, dove arrivarono i commissari per valutarne il commissariamento.
Le perquisizioni sono arrivate fin dentro la prefettura di Modena coinvolgendo il vice prefetto, contestando al senatore Carlo Giovanardi l'aggravante mafiosa (poi decaduta) per aver tentato, con minacce a due ufficiali dei carabinieri, di salvare un'impresa modenese (accusata di complicità con la 'ndrangheta) dall'esclusione dalle white list, gli elenchi di ditte "pulite" ai quali era obbligatorio iscriversi per lavorare negli appalti della ricostruzione post terremoto. La stessa indagine Aemilia che ha portato a processo consiglieri comunali del centrodestra e rappresentati di Forza Italia, come Giovanni Bernini: pupillo dell'ex ministro Pietro Lunardi, prescritto per il reato di corruzione elettorale, incontri con il boss documentati e agli atti. In un capitolo successivo della stessa inchiesta è finito in carcere e poi condannato a 20 anni per associazione mafiosa l'ex presidente del consiglio comunale di Piacenza: Giuseppe Caruso, Fratelli d'Italia.
Processo alla destra - A scagliarsi contro Mescolini sono i dirigenti dei partiti che in questi anni hanno visto i loro colleghi sfilare nelle aule di tribunale insieme a boss e collusi di vario genere. Interrogazioni parlamentari a pioggia firmate da amici di Giovanardi, di Caruso e di Bernini con cui si chiedevano provvedimenti duri per il procuratore di Reggio alla luce della pubblicazione delle chat con Palamara. Bernini è stato il primo a dichiarare guerra all'indagine Aemilia dopo la pubblicazione delle conversazioni nelle quali Mescolini chiedeva a Palamara informazioni sulla fissazione del plenum per decidere della sua nomina a procuratore di Reggio.
I messaggi si collocano in un arco temporale preciso: tra gennaio e luglio 2018, mesi caldi del maxi processo alla 'ndrangheta, con una requisitoria di migliaia di pagine da scrivere. "La necessità di Mescolini in quel momento era definire la sua posizione per non creare scompensi organizzativi a un procedimento da tutti considerato storico", spiega una fonte investigativa che ha lavorato fianco a fianco con il pool di magistrati.
Bernini e molti altri del suo partito considerano Aemilia una montatura per colpire solo una parte politica: la destra. L'occasione delle chat era troppo ghiotta, da accusato è diventato il principale accusatore del pm che lo aveva trascinato a processo. La tesi del politico è che i pm hanno salvato il Pd, nonostante gli elementi raccolti su Graziano Delrio, storico sindaco di Reggio Emilia.
Uno di questi indizi era il viaggio di Delrio a Cutro durante la campagna elettorale del 2009 in occasione della processione del Santissimo Crocifisso. Cutro è il paese d'origine della cosca che domina nella provincia reggiana dagli anni Settanta. In gita con Delrio c'era anche il candidato del centrodestra. Entrambi furono ascoltati come persone informate dai magistrati che conducevano Aemilia: un interrogatorio duro, in cui l'ex sindaco Pd palesa la sua inadeguatezza nel comprendere le dinamiche criminali in atto sul proprio territorio. Il pool di magistrati aveva anche chiesto a Delrio come mai avesse accompagnato alcuni imprenditori cutresi dal prefetto di Reggio Emilia, che si sentivano minacciati dalle interdittive emanate da quest'ultima contro aziende legate alle cosche.
I magistrati non hanno cambiato valutazione su di lui: era un testimone, nulla di più. A differenza di altri politici poi processati non era mai stato a cena con mafiosi e né gli investigatori avevano mai documentato incontri con affiliati per chiedere voti, al contrario di quanto emerso su Bernini, per esempio.
"Parziale" - La relazione della prima commissione del Csm firmata da Antonino Di Matteo, il magistrato che ha portato a processo la trattativa stato-mafia, è molto dura nei confronti di Mescolini. Dà ampio risalto ai sospetti di Bernini. "La mia riflessione era che d'ora in avanti qualunque tipo di indagine fosse stata fatta da questa Procura sicuramente avrebbe suscitato in un senso o nell'altro un sospetto, un sospetto di essere conniventi con qualche parte politica", è una delle preoccupazioni esternate da Valentina Salvi, pm da oltre dieci anni a Reggio Emilia, tra le quattro firmatarie dell'esposto nei confronti di Mescolini.
Il motivo? Troppa pressione mediatica aveva causato un turbamento dell'intera attività investigativa. Salvi cita anche un esempio: un'inchiesta in corso sugli appalti al comune di Reggio, con centinaia di indagati. Contesta a Mescolini di aver insistito per posticipare le perquisizioni alcuni giorni dopo le elezioni.
Una scelta che ha indignato Salvi. Eppure quel fascicolo sugli appalti porta il numero di registro 2016, la prima informativa della guardia di finanza è del 2017. Mescolini si insedia a settembre 2018. Perché non era stato fatto niente prima e l'urgenza si presenta nei giorni del voto? Le perquisizioni alla fine si faranno come aveva suggerito Mescolini due giorni dopo le elezioni. Altro elemento del contendere è il sindaco del Pd Luca Vecchi: la pm sostiene che Mescolini aveva impedito l'iscrizione nel registro degli indagati, ma come è emerso durante l'udienza del Csm Vecchi è tuttora indagato. Salvi è la pm che, con a capo Mescolini, ha firmato l'indagine "Angeli e Demoni" sugli affidi illeciti dei minori che ha travolto il sindaco Pd di Bibbiano, arrestato e poi rilasciato.
L'inchiesta stava costando le elezioni regionali di gennaio 2020 ai democratici in una campagna elettorale giocata dalla destra all'attacco sul "Partito di Bibbiano": Salvini aveva scelto di chiudere la campagna a Bibbiano, in quell'occasione Mescolini e la sua procura erano baluardi della legge che non aveva timore di nessuno. Ma nella profonda provincia emiliana nulla è eterno e nulla è come sembra. "Qui è più difficile contrastare il potere mafioso rispetto al sud, bianco e nero si mischiano", fu una delle prime constatazioni di Alfonso da procuratore capo di Bologna. Confondere, la parola chiave per decifrare il caso Mescolini.
di Stefano Feltri
Il Domani, 26 febbraio 2021
Tra i tanti riciclati di governi passati, nelle nuove nomine del governo Draghi c'è almeno una novità rilevante: il capo della polizia Franco Gabrielli che diventa sottosegretario con la delega ai servizi segreti. Quella casella aveva contribuito a innescare la crisi di governo: per due anni l'ex premier Giuseppe Conte aveva rifiutato di nominare una "autorità delegata".
- Abuso d'ufficio, quel cappio al collo degli amministratori
- Sicilia. Nascono i Poli universitari per i detenuti: firmato l'accordo
- Emilia Romagna. Covid e carceri, il Garante regionale dei detenuti: utili misure alternative
- Reato di maltrattamenti per i genitori che prospettano e usano violenza fisica sui figli
- Campania. "Leggere dentro", l'AIB per le biblioteche carcerarie










