ilfriuli.it, 27 novembre 2020
Il consigliere di Open Sinistra Fvg Honsell ha presentato un'interrogazione per capire quali siano i protocolli attivati. "Apprendo che anche nel carcere di Trieste, dopo quello di Tolmezzo, sono stati riscontrati dei casi di positività al Covid-19. Proprio nella giornata odierna ho depositato un'interrogazione su questo tema", annuncia il consigliere di Open Sinistra Fvg, Furio Honsell.
"La mia interrogazione chiede infatti all'Amministrazione regionale se ci sia intenzione di attivare dei protocolli per affrontare l'epidemia da Covid-19 all'interno del carcere di Tolmezzo e per sapere quali, e se, ci siano delle misure intraprese nelle altre case circondariali per scongiurare il ripetersi di queste drammatiche situazioni. Vedere che questa preoccupante situazione si sia estesa anche al carcere di Trieste non può che preoccuparmi sulle misure attivate per queste realtà".
Commenta così il consigliere Furio Honsell l'atto depositato nella giornata odierna e la situazione del carcere di Tolmezzo e, da oggi, quello di Trieste. "Mi auguro che la situazione a Trieste non degeneri come quella di Tolmezzo dove, da quanto si apprende dalla stampa, dei 200 detenuti 116 sono risultati positivi, ai quali si aggiungono 11 agenti ed un altro impiegato.
Circa la questione, alcuni legali rappresentanti dei detenuti hanno denunciato sulla stampa una scarsa attenzione per le normative di prevenzione e contrasto al Covid-19, una mancanza di un numero sufficiente di sezioni separate dove ospitare i detenuti contagiati ed un ritardo nel disporre i tamponi".
"A queste questioni credo sia doveroso, da parte della Giunta regionale, dare delle risposte chiare e non sottovalutare questa situazione. In questo momento così delicato, è importantissimo salvaguardare tutti i soggetti coinvolti: detenuti, agenti ma anche i numerosi operatori che regolarmente visitano le strutture perché impiegati nei progetti di rieducazione, con un occhio di riguardo a quelli più vulnerabili".
Il Messaggero, 27 novembre 2020
"Sono soddisfatto della risposta di tutto il personale della casa circondariale all'improvvisa epidemia che ha interessato questo istituto". Luca Sardella, direttore del carcere di Terni, fa il punto sul focolaio di contagio al Covid che, dal 19 ottobre, ha interessato 75 detenuti del circuito alta sicurezza. Il numero dei positivi ha raggiunto il picco l'8 novembre e oggi i detenuti rimasti positivi sono soltanto 7. Dopo le prime positività tutti i detenuti di Sabbione erano stati sottoposti a tampone rapido e per i positivi era scattato l'isolamento sanitario all'interno di sezioni detentive riconvertite per l'emergenza.
"Devo ringraziare il presidio sanitario Usl Umbria 2 nella sua interezza, a cui resta l'esclusiva competenza nell'ambito dell'emergenza sanitaria in corso, per la condivisione e il supporto della gestione emergenziale in atto. Questa epidemia ci ha colto di sorpresa - aggiunge il direttore, Sardella - eravamo organizzati per gestire una piccola sezione detentiva di soggetti positivi di quattro posti e dover rimodulare l'organizzazione e gestire un numero così considerevole di detenuti positivi ci ha costretto a profondere un impegno smisurato. Il reparto di polizia penitenziaria si è dimostrato ancora una volta all'altezza di poter gestire un'emergenza che, all'interno degli istituti penitenziari, risulta non avere precedenti".
Il direttore del penitenziario precisa che "tutto il personale che presta servizio nelle sezioni detentive dove ci sono i detenuti positivi al Covid è dotato di dispositivi di protezione individuale" e che "anche il personale del nucleo traduzioni e piantonamento che trasporta i positivi, nonché il personale che presta la propria attività presso il reparto Covid-19 dell'ospedale di Terni in servizio di piantonamento, ha in dotazione questi dispositivi utili a salvaguardare la persona da un eventuale contagio. Sento di dover nuovamente esprimere la vicinanza a tutti gli appartenenti alla penitenziaria - conclude Luca Sardella - coordinati egregiamente, anche in questa circostanza, dal comandante del reparto, Fabio Gallo e dal suo staff direttivo".
Per quanto riguarda i dati relativi al personale di polizia penitenziaria, dopo aver effettuato uno screening consistente con tampone molecolare, sono emersi 11 positivi al virus, di cui solo 3 sono ancora positivi. Arginata la diffusione del contagio. "Sono fiero di lavorare quotidianamente con questi uomini e donne del reparto di polizia penitenziaria di Terni - dice Fabio Gallo.
Stanno riuscendo, oltre i limiti umani, a superare il momento dell'emergenza sanitaria che ha interessato l'istituto con un numero considerevole di contagi. Non è facile, dal punto di vista organizzativo, conciliare le esigenze prioritarie di carattere sanitario con quelle di ordine e sicurezza che il mandato istituzionale ci impone e tenere anche conto, in tutto questo, degli affetti familiari che ognuno di noi ha. Non è facile doversi confrontare quotidianamente con l'ansia generata dal fatto di dover stare lontani dai propri affetti e il timore di contagiarsi sul lavoro portando il virus nelle proprie case. Grazie per tutto quello che avete fatto - conclude il comandante, Gallo rivolgendosi ai suoi - per quello che fate e per quello che, sono sicuro, farete".
Il Piccolo, 27 novembre 2020
Dopo i primi tre casi, tutti sintomatici, i test rapidi hanno fatto emergere nuove positività. Entro stasera saranno testati circa 300 tra detenuti e operatori. Nell'istituto secondario di primo gradoi positivi due alunni e due docenti. Il coronavirus entra nel carcere del Coroneo a Trieste: due guardie carcerarie della Casa Circondariale di via Coroneo e un infermiere sono infatti risultati positivi al Covid-19. Si tratta di casi sintomatici che si trovano in isolamento domiciliare.
Asugi ha immediatamente avviato lo screening su tutti i detenuti, il personale e i collaboratori che operano all'interno del carcere, utilizzando i tamponi rapidi per le persone più a rischio. Dai primi tamponi effettuati - 150 su 186 detenuti - sono emerse 16 positività. Si tratta di detenuti che lavorano in cucina. A loro si aggiungono altri due agenti. Entro questa sera è previsto di sottoporre a tampone circa 250-300 persone.
di Edoardo Semmola
Corriere Fiorentino, 27 novembre 2020
Ciuffoletti, Altro Diritto: una vittoria? No, neanche la condanna lo sarebbe. Non chiamatela battaglia vinta. Almeno, non ancora. "Ma nemmeno un'eventuale condanna degli agenti lo sarebbe". È solo "un piccolo passo importante" dice Sofia Ciuffoletti, Garante dei detenuti di San Gimignano in qualità di presidente dell'associazione L'Altro Diritto.
Lo dice però con la voce colma di soddisfazione di chi tanto ha sudato, lottato e si è impegnata in una battaglia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata a molti "inutile". Perché il rinvio a giudizio di cinque agenti di polizia penitenziaria per reato di tortura ha qualcosa di storico: "Per la prima volta parliamo di tortura di Stato in Italia, anche
Sofia Ciuffoletti, 39 anni, laureata in Giurisprudenza all'Università di Firenze, è presidente dell'associazione L'Altro Diritto se ancora dobbiamo capire se verrà interpretata come un'aggravante o come un reato autonomo, ma soprattutto - insiste Ciuffoletti - per la prima volta i detenuti prendono consapevolezza che la loro voce può essere ascoltata in un'aula di giustizia". E questa consapevolezza glie l'hanno data loro de L'Altro Diritto, realtà che lavora su terreni come questo da oltre vent'anni.
Da otto svolge la funzione di garante nella struttura di San Gimignano e da due è in prima linea - con il professor Emilio Santoro dell'Università di Firenze prima, con Sofia Ciuffoletti dopo - su questo specifico caso di torture. "La totale sfiducia che si respirava prima nella popolazione carceraria in tema di possibile ottenimento di giustizia per casi di questo genere, rendeva l'omertà generale la normalità - prosegue - ma questo rinvio a giudizio mostra ai detenuti un orizzonte nuovo, gli dimostra che denunciare i maltrattamenti si può e che un giudice li ascolterà. La vera grande vittoria è poter andare a dibattimento per la ricerca delle responsabilità".
Per l'Altro Diritto, da quell'11 ottobre 2018, è iniziata una maratona faticosa e snervante, di cui però adesso raccolgono i frutti: "Abbiamo dovuto lavorare sodo sulla possibilità di portare in giudizio il conflitto, cosa fino ad ora tutt'altro che scontata, aiutando i detenuti a mettere per scritto le loro doglianze, spiegare loro che era possibile innescare una procedura e far sentire la propria voce, e come farlo, anche se la direttrice di allora gli diceva che possibile non era".
Quando arriverà la sentenza "sarà la prima pietra su cui fondare la futura tutela dei diritti contro la violenza in carcere. E se ci sarà condanna - riflette la presidente dell'Altro Diritto - sarà qualcosa di storico anche perché la denuncia non è scaturita da una vittima diretta delle torture, ma da altri detenuti".
Quello di San Gimignano è un carcere che in questi anni ha messo a dura prova il lavoro dei volontari. Una struttura "per tanto tempo lasciata in situazione di anomia, con un clima di tensione e violenza, senza che si sapesse bene come funzionava la catena di comando, lasciandoci senza un interlocutore stabile". Fortunatamente hanno ricevuto l'appoggio sia del Comune, che li ha scelti come garanti e li ha supportati in tante contestazioni burocratiche, sia del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
di Giovanna de Maio
ilpopolopordenone.it, 27 novembre 2020
Anche quest'anno, malgrado il protrarsi della pandemia, ha preso l'avvio il programma di prevenzione dei comportamenti illegali nelle scuole di tutta Italia. La nostra Associazione Carcere e Comunità di Pordenone è al lavoro con quattro Istituti Superiori e già per il 2 dicembre è programmato un incontro da remoto con il Liceo Luzzatto di Portogruaro.
Altri tre incontri sono previsti a Pordenone, grazie alla collaborazione degli insegnanti di religione e di Educazione Civica, materia che è stata ripristinata da quest'anno per gli istituti secondari di secondo grado. Gruppi di scout e gruppi parrocchiali si sono già prenotati per conoscere la situazione del sistema delle pene nel nostro paese e noi, del resto, non abbiamo mai tralasciato queste numerose e piccole realtà cattoliche e laiche neppure nei periodi precedenti, quando è stato possibile raggiungerle con modalità diverse.
La Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, inoltre, sta realizzando incontri su piattaforma e già l'11 novembre abbiamo partecipato al Seminario aperto a volontari ed insegnanti, dal titolo: Vendetta pubblica, il carcere in Italia, a commento ed approfondimento del libro omonimo pubblicato da Laterza, di Edoardo Vigna, giornalista, e Marcello Bortolato, magistrato.
I due relatori ci hanno accompagnato a comprendere temi che vanno controcorrente come l'importanza delle misure alternative. Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, ha portato una testimonianza molto intensa sul dolore delle vittime e dei carnefici di suo padre, che lei stessa ha voluto incontrare e su come il dolore e gli anni del carcere non siano una risposta che può restituire alcunché alle vittime.
Il secondo seminario, aperto a chiunque voglia partecipare è fissato per il 24 novembre dalle ore 17 alle 18.30 su Zoom e verterà sulle misure alternative al carcere: La messa alla prova e i lavori di pubblica utilità: la pena dentro la società. Interviene il magistrato Marco Bouchard, la giornalista Carla Chiappini ed un ragazzo impegnato nei lavori di pubblica utilità. Su facebook si trova il profilo della Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia e ci si può registrare come partecipanti.
Un ulteriore evento consigliato è quello organizzato dall'associazione Extrema Ratio e Antigone Emilia Romagna. Il tema sarà quello dell'affettività nelle carceri la cui privazione comporta una sofferenza ulteriore oltre alla mancanza di libertà. È previsto per il 30 novembre, con il titolo: Carcere: riforma o abolizione? I relatori saranno Marco Ruotolo, ordinario di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Roma 3; Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze; Francesca Vianello, associata di Sociologia Giuridica della Devianza di Padova; e Livio Ferrari. Garante dei detenuti di Rovigo, Movimento No Prison.
L'attenzione di studenti, insegnanti e cittadini sulle questioni che riguardano la grande ferita sociale delle carceri italiane si va estendendo e trova interlocutori prestigiosi e competenti negli stessi operatori della Magistratura italiana. Ci auguriamo che il dibattito ed il confronto con le diverse culture giuridiche possa giungere ad una sintesi che consenta di fare un passo avanti nel panorama del sistema delle pene nel nostro paese e della gestione delle carceri.
La Nuova Sardegna, 27 novembre 2020
Il Garante dei detenuti del Comune di Oristano, Paolo Mocci ha espresso in una nota la sua preoccupazione per l'incremento dei casi di Covid tra i reclusi e il personale di Massama.
"Il contagio all'interno del carcere di Massama ultimamente riflette in modo amplificato il trend in crescita registrato nella città e nel territorio provinciale di Oristano. In pochi giorni i casi di positività si sono moltiplicati, superando i casi registrati nella primavera scorsa. Allora non vi erano stati casi di contagio tra il personale, ma oggi purtroppo non è così. La diffusione del virus tra il personale di Polizia Penitenziaria crea un importante disagio. Infatti, le varie attività dei detenuti sono gestite dagli agenti, i quali, in numero ridotto e già esiguo rispetto alle necessità, non riescono a venire incontro alle esigenze, impedendo la normale attività quotidiana didattica e rieducativa. Nella prima ondata di diffusione del Virus, tutte le attività erano state sospese, chiaramente per l'inesperienza degli operatori a gestire la nuova situazione.
Oggi, però, che gli interventi legislativi hanno dato le necessarie indicazioni, appare difficile indicare una data a partire dalla quale le lezioni potranno riprendere. Le caratteristiche abitative dell'Istituto non garantiscono le distanze tra i detenuti e gli operatori. Le aule sono poche e di ridotte dimensioni. I detenuti iscritti quest'anno sono aumentati e purtroppo non è possibile garantire la didattica a tutti. La didattica in remoto, sarebbe una valida soluzione. Ma la zona adibita a scuola non è raggiunta dalla linea internet".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 novembre 2020
I presunti pestaggi nel carcere di San Gimignano sarebbero avvenuti l'11 ottobre del 2018. Rinviati a giudizio quattro agenti penitenziari. Nel nostro Paese è il primo rinvio a giudizio per reato di tortura commesso dai pubblici ufficiali. Parliamo dei presunti pestaggi avvenuti nel carcere toscano di San Gimignano l'11 ottobre del 2018. Il giudice dell'udienza preliminare di Siena ha rinviato a giudizio quattro agenti penitenziari in servizio accusati di aver esercitato una inaudita violenza nei confronti del detenuto tunisino Meher. Nello stesso tempo condannato a 4 mesi un medico per omissioni d'atti di ufficio, perché non avrebbe visitato il detenuto quando era semi nudo e dolorante in cella di isolamento.
"Parliamo di una importante pronuncia - spiega a Il Dubbio l'avvocato Michele Passione, parte civile per conto del Garante Nazionale delle persone private della libertà -, perché per la prima volta un reato di tortura viene sottoposto ad un vaglio di merito per condotte di pubblici ufficiali, questo perché la convenzione Onu ratificata dall'Italia consegna il particolare disvalore in fatto di reato quando commesso da pubblici ufficiali. Se lo Stato si dimostra inaffidabile - osserva sempre l'avvocato Passione - è giusto che venga perseguito con un reato specifico qual è la tortura. Importante che il Garante e varie associazioni siano state in questa vicenda processuale accanto ai detenuti per non farli sentire soli".
Soddisfatte le difese di parte civile - Raggiunte da Il Dubbio anche le difese di parte civile per conto dell'Associazione Yairaiha e del detenuto, testimone dei fatti, che denunciò l'accaduto a San Gimignano tramite una lettera spedita all'associazione e che il nostro giornale ha pubblicato per la prima volta. "Oggettivamente un diverso risultato - spiegano le avvocate Caterina Calia, Simonetta Crisci e associazione Yairaiha -, alla luce degli elementi emersi dalle indagini, era difficilmente ipotizzabile. Le denunce sporte dai detenuti, le convergenti dichiarazioni delle persone sentite, la mole delle intercettazioni nonché le immagini tratte dai video di sorveglianza potevano avere una lettura unica e chiara. Il dato positivo è rappresentato, in ogni caso, dal fatto che in questa fase le richieste di accusa sono state interamente accolte ed il rinvio a giudizio è avvenuto per tutti gli imputati e rispetto a tutti i capi di imputazione.
Il dibattimento potrà ancora meglio evidenziare come l'uso della violenza ingiustificata abbia integrato il reato di tortura. A nostro parere, l'uso della violenza, fisica e psicologica, da parte di appartenenti alle forze dell'ordine in servizio, nei confronti di una persona privata della libertà personale ed alla completa mercé delle figure che dovrebbero occuparsi non solo della sua sorveglianza ma anche della sua sicurezza, è una circostanza in grado di produrre uno stato di terrore ed afflizione, difficilmente descrivibile, anche in chi non viene immediatamente fatto oggetto dei medesimi ripetuti e brutali atti, ma assiste agli stessi come gli altri ristretti nella sezione di isolamento del carcere di San Gimignano".
Il detenuto sottoposto a un trattamento inumano e degradante - Ciò che sarebbe accaduto, tra l'altro supportato in parte anche dalle telecamere di video sorveglianza in servizio a San Gimignano, è ben descritto dalla pubblica accusa. Gli agenti avrebbero provocato al detenuto Meher acute sofferenze fisiche e psichiche sottoponendolo ad un trattamento inumano e degradante, abusando dei poteri o comunque violando i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto, con il pretesto di doverlo trasferire da una cella ad un'altra "con condotte di violenza - sottolinea la procura -, di sopraffazione fisica e morale e comunque agendo con crudeltà e al solo scopo di intimidazione nei confronti del medesimo Meher e degli altri detenuti in isolamento". Secondo l'accusa, il fatto sarebbe stato commesso attraverso una pluralità di condotte di violenza fisica, violenza psichica, ingiuria e gratuita umiliazione, avvalendosi della forza intimidatrice correlata al numero elevato di concorrenti.
Pugni, minacce e insulti - Secondo quali modalità avrebbero commesso la tortura? Si sarebbero riuniti volontariamente in 15 unità, fra ispettori, assistenti e agenti, presso il reparto isolamento, dietro invito degli Ispettori e per poi dirigersi - tutti previamente indossando guanti di lattice - presso la cella di Meher. Gli agenti, cogliendolo di sorpresa, avrebbero preso per le braccia il detenuto che usciva dalla cella munito degli accessori per fare la doccia e lo avrebbero brutalmente sospinto verso il corridoio, facendogli anche perdere le ciabatte. Uno degli imputati, un assistente capo, facendosi largo tra i colleghi, gli avrebbe sferrato un pugno sulla testa. Poi lo avrebbe gettato a terra, circondandolo (in modo tale da creare una sorta di parziale schermo rispetto alle telecamere) e colpendolo con i piedi in varie parti del corpo. Il pubblico ministero poi sottolinea che l'agente avrebbe minacciato il detenuto che gemeva e gridava per la violenza che stava ricevendo. Lo avrebbe ingiuriato con frasi del seguente tenore: "Figlio di puttana!", "Perché non te ne torni al tuo paese"; "Non ti muovere o ti strangolo", "Ti ammazzo" e al tempo stesso avrebbe urlato contro tutti i detenuti presenti nel reparto: "infami, pezzi di merda, vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano!". Non solo, avrebbe rialzato da terra il detenuto e continuato a spintonarlo per farlo camminare per poi, di nuovo, gettarlo a terra.
Tutto qui? No, Altri due agenti penitenziari, nel frattempo, avrebbero immobilizzato Meher mentre si trovava a terra, tenendolo rispettivamente per il braccio e per collo, ponendolo con la faccia a terra. Sempre l'assistente capo gli sarebbe montato addosso con il suo peso ponendogli un ginocchio sulla schiena all'altezza del rene sinistro.
Lo avrebbe poi fatto rialzare togliendogli i pantaloni, per poi iniziare di nuovo a trascinarlo, mentre un altro agente lo avrebbe afferrato nuovamente per la gola e sempre l'assistente capo gli avrebbe torto un braccio dietro la schiena, per poi trascinarlo nella nuova cella. Ma non si sarebbero esaurite qui le violenze. Assieme ad altri cinque poliziotti, l'assistente capo avrebbe continuato a picchiarlo con schiaffi e pugni all'interno della cella di destinazione, per poi lasciarlo lì semi nudo e senza fornirgli coperte e il materasso della branda, almeno fino al giorno seguente.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 novembre 2020
Continua la collaborazione tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e Roma Capitale per il reinserimento di persone provenienti dal carcere. Ha preso il via nei giorni scorsi un nuovo programma che offre a persone sottoposte a provvedimenti restrittivi della libertà opportunità di formazione tramite tirocini presso associazioni e cooperative convenzionate.
I destinatari del progetto, curato dal Dipartimento Turismo, Formazione e Lavoro di Roma Capitale, sono stati individuati attraverso i Centri di Orientamento al Lavoro e dalla Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà, Gabriella Stramaccioni.
I tirocinanti saranno impegnati prevalentemente in attività artigianali, di piccola edilizia, giardinaggio e manutenzione del verde. La serie di percorsi sperimentali basati su lavori di pubblica utilità - svolti cioè a titolo di volontariato - è stata avviata nel 2017 con un accordo tra Dap e Roma Capitale, rinnovato in seguito con protocolli operativi. In attività di manutenzione del verde pubblico e di ripristino del manto stradale sono state complessivamente impegnate 130 persone, cui andranno ad aggiungersi a breve altri 35 detenuti della casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso impiegati nei parchi e nelle ville della città.
Il nuovo progetto si differenzia dai precedenti perché si svolge secondo la formula dell'apprendistato retribuito: a questo scopo sono stati, infatti, destinati 100.000 euro, utili al finanziamento di tirocini trimestrali che prevedono 30 ore di lavoro settimanale, cui far corrispondere una retribuzione di 600 euro mensili.
"I percorsi di riabilitazione professionale sono una risposta alle difficoltà di inclusione incontrate da chi sconta una pena detentiva - ha dichiarato la sindaca Virginia Raggi. Restituire una prospettiva esistenziale attraverso il lavoro, aiuta a reinserire in società persone motivate a crescere e migliorare, sottraendole a criminalità ed emarginazione. Miglioramento e possibilità di riscatto per i singoli, quindi, ma anche attività benefiche e utili all'intera città".
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 novembre 2020
Giustizia in stato di agitazione in Sicilia causa Covid. La rivolta di 150 professionisti. La Giustizia siciliana in agitazione causa Covid. Con una richiesta di astensione dalle udienze civili e penali, per "gravi eventi lesivi dell'incolumità e della sicurezza dei lavoratori" firmata da circa 150 avvocati di Enna, fortemente preoccupati per il rischio Covid in tribunale.
Una paura che nasce da una condizione epidemiologica, in provincia, allarmante, con oltre 1.200 i casi positivi, dei quali oltre 230 nel capoluogo sede del Tribunale, mentre l'ospedale, che conta già molti ricoveri, "risulta essere saturo nel reparto dedicato alle cure del Covid". Le misure in tribunale, d'altro canto, non soddisfano: sono già diversi gli avvocati e i magistrati, infatti, che hanno contratto il virus, in un ambiente in cui le interazioni quotidiane tra persone sono elevate, "con il concreto rischio che l'ufficio giudiziario divenga un grande veicolo di contagio diffuso e incontrollato".
A ciò si aggiunge una condizione strutturale inadeguata: l'edificio che ospita il tribunale, affermano gli avvocati, non consente "un corretto rispetto delle misure di distanziamento per tutti gli operatori di giustizia, in particolare per gli avvocati". Le linee guida interessano, comunque, le sole aule d'udienza e le cancellerie, senza riguardare i luoghi d'attesa e senza risolvere "il continuo ripetersi di assembramenti in occasione delle udienze, sia civili che penali". Aule inidonee, mancanza di dispositivi di protezione, udienze non sempre fissate rispettando la divisione per fasce orarie e non tempestivamente comunicate: questi i fattori di rischio.
Ai quali si aggiungono "episodi di insofferenza diffusa in danno degli avvocati" e una "mancanza di confronto e concertazione tra magistrati e avvocatura". Per i 150 firmatari, che si rivolgono al Consiglio dell'ordine e alla Camera penale, la situazione rientra, dunque, tra le ipotesi di gravi eventi lesivi dell'incolumità e della sicurezza dei lavoratori, per le quali il codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati "consente la deroga delle disposizioni in tema di preavviso minimo e di indicazione della durata".
Catania, opzione rinvii - Dopo il provvedimento della Corte d'Appello, che ha deciso di organizzare - in ritardo - le udienze per fasce orarie, il tribunale ha deciso di rispondere all'appello del Coa guidato da Rosario Pizzino. I casi, in un tribunale fatiscente e raccogliticcio, sono ormai tanti e tra gli avvocati si contano, purtroppo, anche due recenti decessi. Per questo era stato chiesto il rinvio d'ufficio di tutti i processi civili e penali per venti giorni, ad esclusione di quelli urgenti.
Nel provvedimento, il presidente del tribunale condivide "pienamente le preoccupazioni" espresse dal Coa, ma nonostante ciò le richieste "non possono essere tout court accolte". Per il civile, sono previste udienze cartolari, nel caso in cui non sia richiesta la presenza di soggetti diversi dai difensori, nel cui caso le udienze saranno fissate e chiamate ad intervalli non inferiori a 15 minuti l'una dall'altra, possibilmente a porte chiuse.
Sarà però possibile chiedere un rinvio dell'udienza. Per il penale, saranno trattati i processi con imputati sottoposti a custodia cautelare, le udienze di convalida e le eventuali contestuali direttissime, i processi il cui termine di prescrizione scade tra marzo 2022 e giugno 2023, termine, quest'ultimo, valido anche per i processi con parti civili. Tutti organizzati in modo da evitare l'afflusso contemporaneo di gente. E anche su richiesta di una sola delle parti sarà possibile chiedere il rinvio causa Covid, richiesta che i giudici sono invitati a valutare positivamente, salvo diverse valutazioni legate alla presenza di imputati sotto custodia cautelare. I rinvii dovranno essere effettuati successivamente al 15 settembre, salvo casi di urgenza.
Got e Vpo in rivolta - A Palermo, invece, sono giudici onorari e vice procuratori onorari a protestare, rassegnando formalmente nelle mani, rispettivamente, del presidente del tribunale e del procuratore capo, "la propria motivata e sofferta indisponibilità alla prosecuzione del servizio a fare data dal 1 dicembre". Una protesta alla quale si aggiunge lo sciopero della fame proclamato da due giudici onorari donne. "Per noi solo rischi e nessuna tutela. Il quotidiano moltiplicarsi di casi di positività al Covid 19 tra gli operatori del settore giustizia - afferma il vice procuratore onorario Giulia Bentley - innalza l'asticella del rischio per i magistrati onorari che ogni giorno fronteggiano, come giudici o come pubblici ministeri, udienze monocratiche cariche di fascicoli e di testimoni da escutere". Ma tutto ciò, lamentano, senza tutele legislative.
di Biagio Castaldo
Il Riformista, 27 novembre 2020
Quando ho letto per la prima volta dell'omicidio di Luca Varani mi sono sentito inquieto. Quattro anni dopo, quando ho letto La città dei vivi di Nicola Lagioia, mi sono ritrovato a letto terrorizzato. Quello che ho sbrigativamente interpretato come horror vacui in verità era pura empatia. La mia empatia per degli assassini. Mi domandavo insistentemente, "... al posto di Marco Prato e Manuel Foffo sarei potuto esserci io?".
Non si trattava di uno di quei romanzi che ero solito leggere e dei quali mi affascinava la storia del cattivo. Era morto un ragazzo di ventitré anni. È morto Luca Varani, nella notte tra il 4 e il 5 marzo del 2016, in un appartamento sospeso dalla realtà, al decimo piano di Via Igino Giordani, numero 2, nel quartiere Collatino di Roma.
È morto per mano di due assassini, sotto l'effetto di alcol e di cocaina, consci di aver imputridito l'atmosfera domestica con una violenza insensata e mortificato il corpo di un altro essere umano con più di cento tra martellate e coltellate. Ricordo il brivido che mi scosse quando lessi che Manuel Foffo e Marco Prato, travestito da donna, dormirono abbracciati subito dopo l'omicidio, a pochi passi dal cadavere di Varani, e ricordo l'immediato clic nella mia testa.
Quella scena mi riportò a Vienna, a La morte e la fanciulla di Egon Schiele, la tela del 1915, emblema della catastrofe incombente e della desolazione dell'incomunicabilità di due corpi contorti su un sudario. Uno sguardo sull'abisso, nell'abbraccio di muta solitudine di fronte a un corpo seviziato, quello di un ragazzo che aveva accettato un invito infausto. Muovendosi della periferia nord di Roma, più consapevole dei ragazzi di vita della borgata pasoliniana, ma che come quelli ne rappresentava le arterie lacerate e la muscolosa corporeità, Luca era stato torturato e ucciso senza un motivo.
Tuttavia, continuavo a pensare che eravamo parte della stessa generazione, tutti e quattro, io, Marco Prato, Manuel Foffo e Luca Varani. Ci eravamo uccisi tra fratelli. Figli della crisi della categoria del maschile, della caduta del totem nel machismo introiettato di una società patriarcale che resiste, nella quale le donne sono relegate agli angoli delle tragedie e gli uomini "meglio assassini che froci". Abbiamo ribaltato il paradigma.
La castrazione simbolica dei padri ha paralizzato l'emancipazione dei figli, condannando una generazione all'abulia: "A noi Foffo piacciono le donne vere. Mio figlio non è da meno". È in quel "meno" che viene negata a Manuel la possibilità di riscattarsi da un paterno ingombrante, è in quel "meno" che si insidia il germe della mascolinità tossica che annienta l'individuo nel suo idolo, nel falso da sé dell'istrionico Marco Prato, scisso tra il travestitismo di una cultura queer un po' kitch, nel tempio dell'autoreferenzialità di un suicidio esemplare da diva Dalidà, e la mancanza di una grammatica sentimentale al suo lessico gay.
Io non ero in quell'appartamento, mi ripetevo. Eppure quella storia ha perseguitato anche me, destino avverso condiviso con Nicola Lagioia, che cinque anni dopo La ferocia, il romanzo con il quale ha vinto il Premio Strega, ha restituito ne La città dei vivi la discrasia dell'uomo contemporaneo, quella cattiva mescolanza di distorta percezione dell'io e mancato riconoscimento dell'alterità.
Lagioia si muove nella decadenza scatologica di una Roma correa, capitale dei vizi, annegata nel sangue di un topo morto alle biglietterie del Colosseo, a raccogliere interviste, atti giudiziari, intercettazioni; intrattiene un carteggio con uno dei due assassini in carcere, Manuel Foffo, condannato a trent'anni, mentre l'altro, Marco Prato, è uscito di scena, meno glam di quanto avrebbe voluto, togliendosi la vita drammaticamente con una bombola del gas nel carcere di Velletri. "Quella di Foffo e Prato era una solitudine, ma una solitudine colpevole. Avevano identità fragili, debolezze che si sono fomentate, per crollare l'una sull'altra e poi entrambe su Varani", interviene Nicola Lagioia sulle pagine de Il Riformista a proposito dei limiti della società contemporanea e quelli della giustizia ordinaria.
"La città dei vivi" è stato facilmente accostato a Capote e a Carrère. C'è chi ha intravisto Walter Siti, "I sotterranei del Vaticano" di Gide, "La scuola cattolica" di Albinati. Io credo che ci sia più Dostoevskij, specie per l'idea di libero arbitrio, di colpa e di possessione...
L'uomo moderno di Dostoevskij, nel mio libro, come già per tutto il Novecento, è crollato vertiginosamente. Nel Raskolnikov di Delitto e castigo ci sono i concetti alla base dell'uomo moderno, ovvero quello del libero arbitrio, della conseguente assunzione di responsabilità, della maturazione del senso di colpa e della scelta di consegnarsi alla giustizia. Questi elementi, pur nel loro essere duplice, stanno ancora in piedi nella struttura umana di Raskolnikov, ma sono stati completamente rasi al suolo in Marco Prato e Manuel Foffo. Da una parte, nessuno di loro nega il proprio coinvolgimento in questo omicidio, ma dall'altra nessuno dei due attribuisce l'omicidio a un atto di libero arbitrio. Piuttosto, a proposito di possessione e spossessamento, ne parlano come se fossero stati guidati da una forza superiore che li ha costretti ad agire. Se non si riconoscono un atto di volontà, dunque come possono riconoscersi a loro volta una responsabilità e di conseguenza una colpa? Per questo ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso e di tragicamente nuovo. I due assassini sono convinti e si figurano come Alex di Arancia meccanica con la cura Ludovico, ma fatta al contrario. Alex, dopo la cura Ludovico, è incapace di fare del male, non può che fare il bene. L'unico difensore della modernità è allora il prete, che è poi anche il paradosso geniale di Kubrick: "Meglio poter scegliere tra il bene e il male, e scegliere il male, piuttosto che fare il bene senza poterlo più scegliere?". A quel punto non avremo più l'uomo, o meglio, non avremmo più l'uomo come lo conosciamo, diventerebbe un'altra cosa. Quella cosa
che credono essere Marco Prato e Manuel Foffo.
Si è parlato del caso Varani come di un omicidio diabolico, mosso da forze oltre natura, di un'esasperata espiazione edipica e di delitto di matrice omofoba. Lei, che ha parlato spesso di "impossibilità di distogliersi da se stessi", che idea si è fatto?
Occupandomi di letteratura, e dato che la letteratura sa rispondere alle domande solo con altre domande, la mia risposta su come siano andati realmente i fatti non potrà ovviamente essere definitiva. Tutti questi elementi, che comunque possono essere presi in considerazione, come la questione dell'orientamento sessuale o l'assunzione di cocaina, non possono spiegare da soli tutta quella violenza ingiustificata. Il problema di questi omicidi efferati è che spesso ogni frangia culturale cerca di cavalcarli sulla base delle proprie convinzioni. Fare, però, di un caso di cronaca come il delitto Varani l'occasione per una battaglia politica è sempre ingiusto.
Il cattivo giornalismo ha immediatamente relegato i due assassini al rango di mostri, ma come lei scrive: "I mostri non esistono. Li creiamo noi di volta in volta per scaricarci la coscienza". È questa la sua interpretazione del principio di responsabilità?
I giornali oggi hanno due problemi. Il problema delle vendite, poiché hanno molte meno risorse, e il problema del sensazionalismo, del "male subito", dello "Sbatti il mostro in prima pagina", due problemi che sono ovviamente correlati. I giornali si fanno quindi influenzare dalla cultura dominante, ma sarebbe bene che si emancipassero dal mainstream. La letteratura, al contrario, si interroga sul perché noi cerchiamo di relegare i carnefici nel novero delle creature fantastiche, ovvero i mostri. Lo facciamo per un istinto umano, perché viviamo il terrore di poter vestire un giorno i panni del carnefice o quelli della vittima, per esorcizzare il terrore. Il padre di Luca Varani, al contrario, non si è mai espresso apertamente definendo gli assassini del figlio come "mostri", ha detto: "Hanno fatto delle cose mostruose", "Si sono comportati come mostri, ma non lo sono". Con le vittime invece accade un'altra cosa: o le si mettono nell'empireo o si dice che "se l'è andato a cercare". In entrambe le situazioni, il filtro che separa la nostra vita da quella delle persone coinvolte è necessario, specie se in gioco c'è il "per puro caso", perché qualora non ci fosse, ne saremmo terrorizzati.
La città dei vivi è senza dubbio un'indagine sulla percezione del male. Nel suo libro, sebbene ci sia molta folla, sembra che l'incarnazione del male sia una forma di solitudine, quella tragedia privata che è poi la malattia del nostro secolo. È questo il male per lei?
Si tratta di una solitudine, ma di una solitudine colpevole. Foffo e Prato avevano identità fragili, debolezze che si sono fomentate, crollate l'una sull'altra e poi entrambe su Varani. A questa debolezza, alla quale noi solitamente attribuiamo un privilegio, in questo caso le attribuiamo una colpa. Sono colpevoli di essere stati soli, di non essere stati abbastanza forti e definiti da resistere al vento che li ha portati a uccidere Varani, per aver aumentato vertiginosamente le probabilità di non poter più riuscire a prendere una decisione e per aver messo in moto, per eccessiva debolezza, una catena di eventi inarrestabile.
Al caso Varani si è presto affiancato il caso Prato. Il detenuto, trasferito da Regina Coeli al carcere di Velletri, ha dichiarato più volte di aver subìto questa scelta con sconforto, definendo, prima di togliersi la vita con una bombola del gas, la nuova realtà carceraria come "mera espiazione senza rieducazione". Marco Prato è stato quindi ucciso da un retaggio giustizialista che ancora alberga in molte carceri italiane?
Dopo aver incontrato anche il senatore Manconi, con il quale ho discusso di giustizia riparativa, sono arrivato alla conclusione che i limiti della giustizia ordinaria siano quelli di non mettere il responsabile di fronte alle proprie azioni, al fine di fargli riconoscere i propri errori. È sulla scorta di questa incapacità che l'approccio della giustizia trova le sue limitazioni: come si reinserisce un detenuto nella società se questi non riesce a riconoscere le proprie colpe? E come si può solo pensare di farlo se esiste l'ergastolo? Io ho l'impressione che i detenuti vengano imbottiti di psicofarmaci e che non vengano assistiti da un percorso di rieducazione volto al reinserimento nella società. Si pensi che dalla perizia psichiatrica, che ha preceduto il suicido di Marco Prato in carcere, si evince che il detenuto mantenesse ancora tutte le funzioni autoconservative intatte. Ma Prato aveva tentato il suicidio già due volte, prima della galera. Inoltre, sussiste la questione delle bombole del gas che in carcere non sono state ancora sostituite, e di cui Prato parla al padre come di "un upgrade". La situazione delle carceri italiane è quindi un problema complesso che andrebbe affrontato in maniera seria, con l'intervento di tutte le parti coinvolte, gli offesi e gli offensori.
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