di Annarita Briganti
La Repubblica, 29 novembre 2020
Hanno tra i sette e i novant'anni, si riuniscono in circolo e leggono per altri. In questi giorni si sono dati appuntamento in rete per decidere le prossime iniziative, come una rete telefonica per ascoltare storie. La carica dei giovani lettori ad alta voce, per gli altri, come forma di volontariato culturale. Succede nell'ambito del movimento "LaAV - Letture ad Alta Voce", una rete di circoli di lettori ad alta voce, presenti in tutta Italia, fondata undici anni fa ad Arezzo dal professore Federico Batini, docente di Pedagogia Sperimentale all'Università di Perugia, studioso degli effetti cognitivi della lettura ad alta voce. La quota associativa annuale è di 10 euro, 2 euro per i minorenni. Tutti possono aprire un circolo. Nessuno percepisce alcun compenso per le sue letture.
Su settecento volontari LaAV, dai 7 ai 90 anni, duecento sono bambine e bambini e ragazze e ragazzi e gestiscono in modo autonomo i circoli "Teen", da Milano, da Torino e dal Veneto a Roma, a Catania, alla Puglia e alla Toscana da dove è partito tutto. Come ci spiega Martina Evangelista, formatrice ed esperta di lettura, altra esponente di LaAV, i lettori ad alta voce "junior" hanno libertà totale. Possono costituire un circolo con chi vogliono, con una base minima di due, tre persone, e possono scegliere i libri che preferiscono, da leggere poi ad alta voce nelle scuole, negli ospedali, nelle residenze per anziani, nelle carceri e nelle altre iniziative del movimento. Così, oltre ai classici - da Gianni Rodari a J.K. Rowling - i giovani LaAV propongono anche tante opere fantasy e autori nati in rete, come la poetessa, esplosa su Instagram, Rupi Kaur.
"I più giovani/più piccoli sono equamente divisi tra donne e uomini, mentre tra gli adulti dominano le donne, e quando ci contattano, sul nostro sito o sulla nostra pagina Facebook, sono già lettori forti, curiosi di fare anche questa esperienza" dice Evangelista, che ci porta dietro le quinte dell'iniziativa.
È necessario riunirsi una volta alla settimana, di pomeriggio, dopo la scuola, o il sabato pomeriggio, magari seduti in circolo come in un gruppo di autoaiuto. Le letture, in queste riunioni, possono essere libere, qualche minuto a testa dal libro che si sta leggendo in quel momento, o a tema. Gli incontri devono durare almeno un'ora e servono anche per organizzare i turni per le missioni vere e proprie, chi deve andare dove a leggere cosa. Un format che, a causa del Covid, si è spostato in rete, usando qualsiasi piattaforma e le videochiamate per continuare le attività dei circoli Teen e dei circoli, in generale. Esisteva già una web radio letteraria, Radio LaAV, e durante il Seminario nazionale di formazione di LaAV - in formato digitale, aperto a tutti, fino a oggi sul canale Youtube di LaAV e sulla relativa pagina Facebook - sono state lanciate altre iniziative compatibili con l'emergenza sanitaria, come "LaAV in LOV (Letture Online dei Volontari)" e "Read Line". Nel primo caso si tratta di appuntamenti settimanali in streaming con letture di romanzi a puntate, in particolare di classici. Nel secondo caso è una linea telefonica per ascoltare storie. Chiamando, risponderà un volontario, compresi quelli più giovani, per letture ad alta voce sicure, dal punto di vista del virus, e più utili che mai, considerando la solitudine e l'isolamento che molti stanno sperimentando in questo passaggio della Storia.
"Come da uno studio che sta per uscire sulle riviste scientifiche di tutto il mondo, abbiamo suddiviso, con Giunti Scuola, 1.500 bambini in 7 gruppi in base al livello cognitivo di partenza, per vedere l'effetto della lettura ad alta voce. Mentre nel campione che ha continuato con la didattica "normale" sono cresciuti solo alcuni gruppi cognitivi, tra i bambini che hanno beneficiato della lettura ad alta voce sono cresciuti tutti i gruppi, indipendentemente dal livello di partenza. La lettura ad alta voce fa bene e compie un'azione democratica, perché include tutti. Sarebbe una riforma della scuola a costo zero, fornendo ai bambini e ai ragazzi, da 0 a 19 anni, un'ora di lettura ad alta voce al giorno" dichiara il professore Batini, al grido di "Io leggo per gli altri", slogan, e hashtag, del suo movimento.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 29 novembre 2020
Il Nord produttivo ha ottenuto uno sconto sulla fiducia che suona anche come un'apertura di credito, se non di dialogo, della maggioranza di governo verso le opposizioni.
Ci preoccupiamo del Natale, e manca un mese, o del cenone di Capodanno, idem, o di stabilire se rendere obbligatorio o meno il vaccino della speranza, quando il vaccino testato e validato ancora non c'è. Ci preoccupiamo meno del fatto che veniamo da settimane disperanti: per numero di contagi, ricoveri e morti. Ma appena il flagello sembra avere concesso un po' di tregua nella sua implacabile moltiplicazione, la barriera posta saggiamente dal governo al 3 dicembre, un tempo ragionevole per valutare lo stato della pandemia, ha cominciato ad aprirsi scolorando dall'oggi al domani tre regioni, Calabria, Piemonte e Lombardia, passate dal rosso relativo (i controlli nella fase di quasi lockdown non sono stati severissimi) a un arancione acceso, illuminato soprattutto dalle insegne dei negozi e dei centri commerciali.
Il Black Friday, il venerdì degli sconti, si prende una domenica insperata, e forse anche un lunedì e un martedì, il che è sicuramente un bene per i consumi ma insieme anche un rischio, non si sa bene quanto calcolato, sul fronte della guerra a un virus abilissimo a sfruttare qualsiasi crepa si apra nel nostro apparato difensivo. Tutto il resto, a parte gli studenti delle seconde e terze medie che torneranno alla scuola in presenza, resta come prima. Licei e università, bar e ristoranti, cinema, teatri e musei: continuazione di serrate difficili da motivare, specie a fronte di brecce che invece sono state concesse forse in maniera un po' frettolosa, forse nei pezzi d'Italia meno adatti all'alleggerimento dei divieti.
La Calabria fa storia a sé, ha problemi assai più urgenti di un cambio di colore sulla mappa, e tantissimi auguri al nuovo commissario alla Sanità, l'ex prefetto di ferro Guido Longo, insediato dopo tre tentativi andati a vuoto in modo sconcertante. Un bel po' differente la situazione di Lombardia e Piemonte. Sono in testa, primo e secondo posto, sia nella classifica dei nuovi positivi sia in quella generale dei contagiati e dei defunti da inizio pandemia. Se tutte le regioni, tranne Molise e Basilicata, hanno un tasso di occupazione delle terapie intensive dal 30 per cento in su, chi si aggiudica la triste vetta, con un 64 per cento di ricoverati? Lombardia e Piemonte, nell'ordine. Vero che nessuno ha regalato niente a nessuno e che i 21 parametri stabiliti per rientrare in una certa fascia di colore sono stati formalmente rispettati. Vero che il Paese è provato, anche dal punto di vista emotivo, e ogni segnale di attenuazione dell'angoscia collettiva è senz'altro utile. Ma è vero anche, purtroppo, che la seconda ondata non è affatto esaurita (4.800 decessi nell'ultima settimana) e ogni imprudenza, ogni concessione anche motivata da fini comprensibili, può tornare a infiammarla. Lo abbiamo imparato sulla nostra pelle, dopo lo sciagurato liberi tutti estivo, e sulla pelle dei nostri medici e infermieri, richiamati d'urgenza in prima linea a salvare il salvabile, rinunciando spesso a salvare se stessi.
Nessuno aspira al ruolo di Cassandra. Ma lo dice con chiarezza il ministero della Salute: "Per la prima volta da molte settimane, l'incidenza dei casi è diminuita a livello nazionale, tuttavia rimane ancora troppo elevata per permettere una gestione sostenibile dell'epidemia".
Perché la gestione sia sostenibile, secondo esperti super partes come Stefano Merler della Fondazione Bruno Kessler di Trento, i nuovi casi al giorno dovrebbero stare in una forbice compresa tra i 5 mila e i 10 mila al massimo. La scelta di allentare la guardia, oltretutto in zone tormentatissime dal virus, avviene con quasi il triplo dei contagi quotidiani (poco sotto la soglia dei 30 mila) e con più di 800 decessi nelle ventiquattr'ore.
Non era meglio aspettare che la curva di decrescita si consolidasse? Non conveniva, se l'interesse è quello di rimettere quanto prima in sicurezza il Paese, resistere ancora un po' alle pressioni dei presidenti di Regioni forti, a loro volta pressati dai territori di competenza a rimettere in moto la macchina dei consumi? La Lombardia garantisce circa il 20 per cento del Pil nazionale, con 60 mila imprese soltanto nel comparto delle vendite al dettaglio. La paura diffusa che i guasti da coronavirus possano inceppare la locomotiva d'Italia non ha bisogno di avvocati difensori, né partitici né amministrativi, per essere compresa e tenuta nel conto che merita. Stesso discorso per Piemonte e Veneto, con percentuali differenti d'incidenza ma con la stessa fretta di recuperare la competitività e il lavoro perduto.
Il Nord produttivo ha ottenuto uno sconto sulla fiducia che, al netto dei parametri su cui molto di discute, suona anche come un'apertura di credito, se non di dialogo, da parte della maggioranza di governo verso le opposizioni (Lombardia e Veneto, Lega; Piemonte, Forza Italia), in continuità con le prove di cooperazione andate a buon fine con il voto congiunto sullo scostamento di bilancio. Sconto sulla fiducia che però non è stato concesso all'industria dello spettacolo e della cultura, e nemmeno a quella parte fondamentale rappresentata dal mondo dell'istruzione, almeno dalle medie in avanti. Uno slalom tra nuovi permessi e vecchi divieti non facile da decifrare, e forse neanche da spiegare. E questo, insieme al fantasma di ricadute nel baratro da cui stiamo faticosamente emergendo, è il rischio maggiore delle variazioni cromatiche di questi giorni: che la gente non capisca, che passi il principio che la clausura è finita o stia finendo, che il virus venga dato in estinzione, e sarebbe la seconda e imperdonabile volta, quando è invece ancora molto presente e altrettanto attivo.
Il futuro della nostra Nazione non passa tanto da un rimpasto di governo né da altre alchimie della politica e dei politici. Il nostro futuro passa attraverso la consapevolezza che l'ora più buia non è terminata e che qualsiasi compromesso, qualsiasi ambiguità, qualsiasi scelta che non metta come priorità la protezione degli italiani dal nemico virus, è destinata ad avere conseguenze rilevanti. Abbiamo sbagliato una volta. Ne paghiamo un prezzo, umano ma anche economico, salatissimo. Sappiamo che il virus continuerà a riprovarci. Concedergli altri vantaggi, oltre che irresponsabile, sarebbe un suicidio civile.
La Repubblica, 29 novembre 2020
Il Covid in carcere vissuto dai detenuti di Bari. L'Università di Bari ha realizzato un cortometraggio la cui sceneggiatura è basata sul materiale raccolto nell'ambito del progetto 'Spazi Aperti' che, in collaborazione con l'Università degli studi di Brescia, ha coinvolto oltre 100 detenuti del solo carcere di Bari.
Durante l'iniziativa, promossa per "La notte Europea dei ricercatori", è stata creata una bacheca virtuale con indirizzi di posta elettronica messi a disposizione dalle carceri e dai dipartimenti universitari di Bari e Brescia coinvolti. Studenti, docenti, personale amministrativo e famigliari del corpo universitario hanno poi inviato alla casella mail diversi contenuti, come scritti, disegni, foto, poesie e pensieri.
L'obiettivo del progetto, attivato nel mese di aprile 2020 con l'esperienza "L'università va in carcere", era proprio quello di creare una via di comunicazione tra chi è privato della libertà perché in carcere e chi non può uscire di casa a causa delle restrizioni imposte per contrastare la diffusione del coronavirus.
Il cortometraggio si è sviluppato sulla base delle risposte date dai carcerati agli stimoli degli universitari. La regia e la sceneggiatura sono state curate dalla professoressa Claudia Attimonelli. https://video.repubblica.it/edizione/bari/il-covid-in-carcere-vissuto-dai-detenuti-di-bari-prigionieri-della-nostre-paure-e-della-solitudine/371985/372590?ref=search
di Coordinamento Campagne Rete Italiana Pace e Disarmo
Il Manifesto, 29 novembre 2020
Secondo i dettagli della Legge di Bilancio attualmente in discussione in Parlamento nel 2021 l'Italia spenderà oltre 6 miliardi di euro per acquisire nuovi sistemi d'armamento: cacciabombardieri, fregate e caccia torpedinieri, carri armati e blindo, missili e sommergibili. Una cifra complessiva che è in forte aumento rispetto agli ultimi anni, e che deriva dalla somma di fondi diretti del Ministero della Difesa e di quelli messi a disposizione dal Ministero per lo Sviluppo Economico.
Per la Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana Pace e Disarmo si tratta di una scelta inaccettabile. "Mentre siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l'Istruzione pubblica ci troviamo a sprecare 6 miliardi di euro per prepararci alla guerra - sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! - ma la sfida realmente importante oggi è un'altra: quella alla pandemia, quella affrontata quotidianamente negli ospedali che non hanno abbastanza posti di terapia intensiva o medici ed infermieri a sufficienza. Quella per un'istruzione di qualità per tutti, mentre invece più di 10.000 scuole hanno strutture che cadono a pezzi e non rispettano le normative di sicurezza".
Le due organizzazioni della società civile italiana sottolineano ancora una volta, come già fatto durante la prima fase della pandemia, che negli ultimi anni le spese militari sono andate aumentando mentre la Sanità pubblica è stata definanziata e le risorse per l'Istruzione pubblica sono ad un livello più basso della media europea. Purtroppo questa tendenza sembra essere confermata anche per il 2021, se il Parlamento non deciderà di modificare la proposta di budget avanzata dal Governo.
Nel 2021 il solo bilancio del Ministero della Difesa prevedrebbe infatti al momento un aumento di 1,6 miliardi (quasi tutti per spese investimento) arrivando ad un totale di 24,5 miliardi di euro. Se non è poi facile valutare con precisione la spesa complessiva di natura prettamente militare (ai fondi della Difesa vanno aggiunti quelli di altri dicasteri mentre vanno sottratte le funzioni non militari) è invece più semplice delineare il quadro delle risorse destinate all'acquisto di nuove armi: analizzando i capitoli specificamente legati all'investimento troviamo poco oltre i 4 miliardi di euro allocati sul Bilancio del Ministero della Difesa e circa 2,8 miliardi in quello del Ministero per lo Sviluppo Economico, a cui vanno aggiunti i 185 milioni per interessi sui mutui accesi dallo Stato per conferire in anticipo alle aziende le cifre stanziate per specifici progetti d'arma pluriennale. Ciò porterebbe dunque ad un totale di ben 6,9 miliardi che probabilmente è una sovrastima (nei Documenti Pluriennali di programmazione il Ministero della Difesa esplicita la cifra di 5,9 miliardi) ma che ci consente di confermare la nostra valutazione di 6 miliardi spesi nel 2021 per nuove armi. Risorse che peraltro vengono decise e destinate in un quadro di opacità e mancanza di trasparenza: nei documenti del DDL di Bilancio non vengono infatti fornite informazioni di dettaglio sui sistemi d'arma acquisiti, esplicitate dalla Difesa solo a mesi di distanza. Si chiede dunque ai Parlamentari di votare al buio.
Per questo Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo avanzano a tutte le forze politiche la proposta di una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti: 6 miliardi da destinare alla Sanità e all'Istruzione in un momento di emergenza ed estrema necessità come quello che stiamo vivendo. È questa la scelta di cura di cui oggi ha bisogno realmente l'Italia, e di cui hanno bisogno soprattutto i cittadini che stanno drammaticamente soffrendo questa crisi. Da oggi dunque parte una nuova mobilitazione, con iniziative online e materiali informativi, che punterà a far crescere la pressione dell'opinione pubblica sulle forze politiche.
"L'analisi che abbiamo potuto realizzare preoccupa e pone ancora una volta il quesito sulle priorità della spesa pubblica nel nostro Paese - evidenzia Sergio Bassoli a nome della Rete Italiana Pace e Disarmo - Mai come in questo momento tutti siamo chiamati a fare sacrifici ed agire in modo responsabile e solidale per contrastare il contagio ed uscire al più presto dalla pandemia con meno danni umani, sociali ed economici possibili e consapevoli che il debito pubblico peserà come un macigno negli anni a venire. La moratoria di un anno per sospendere l'acquisto di nuovi sistemi di arma è un atto dovuto all'Italia, a chi lotta quotidianamente per salvare le vite, a chi ha perso il reddito e forse domani il lavoro, a chi è costretto a chiudere la propria attività. Ogni euro speso deve rispondere alla coscienza del Paese. Chiediamo al Governo e al Parlamento di essere anche loro pienamente responsabili e sospendere queste spese oggi insostenibili".
Cosa ci difende meglio oggi dalla pandemia? Un nuovo cacciabombardiere o 500 posti di terapia intensiva in più e 5mila infermieri e dottori che potrebbero essere assunti per tre anni con gli stessi soldi? Per noi è chiaro: più Sanità ed Istruzione, meno armamenti!
di Martin Chulov*
Corriere della Sera, 29 novembre 2020
"Menzogne costruite per distruggerci". Parla la vedova del fondatore del gruppo umanitario: "Mio marito si è tolto la vita perché travolto da false accuse". Un fiume di fango. Bugie e documenti falsi per demolire la reputazione dei volontari che aiutavano la popolazione in Siria. Un giornalista del Guardian ha raccolto per la prima volta i ricordi della moglie di James Le Mesurier, 48 anni, co-fondatore dell'organizzazione impegnata nel soccorso ai civili nelle zone devastate dalla guerra. Era stato ingiustamente accusato di pedofilia e traffico di organi. Si è suicidato un anno fa. Ecco i retroscena di una terribile campagna di disinformazione.
L'11 novembre 2019, poco prima che il sole facesse capolino sulla città di Istanbul, Emma Winberg venne svegliata, dopo un breve sonno, dal bussare insistente sulla porta d'ingresso in ferro. Con gli occhi appannati allungò la mano nel letto vuoto, infilò un paio di pantaloni facendosi luce con l'abat-jour e attraversò di corsa il monolocale fino a raggiungere la porta della cucina. "James non c'era", affermerà in seguito. "È in quel momento che ho capito". Winberg era riuscita a dormire un po' dopo una notte agitata. Verso le 4.30, mentre stava per appisolarsi, aveva visto suo marito vicino alla finestra della camera da letto del loro appartamento al terzo piano che la fissava. Dopo essersi svegliata di soprassalto si era precipitata nello stesso punto, con la paura che cresceva a ogni passo. "Ho guardato in basso e ho pensato: "Grazie a Dio non c'è nulla". Poi però ho guardato a sinistra".
Le accuse infamanti e il suo corpo sull'asfalto - Di sotto, disteso nudo nell'oscurità, c'era il corpo di James Le Mesurier, 48 anni, co-fondatore dei Caschi bianchi, l'organizzazione impegnata nel soccorso alla popolazione civile nelle zone devastate dalla guerra in Siria (...). Winberg si precipitò giù dalle scale e aprì la prima delle due porte di sicurezza. Stava per raggiungere la seconda, quando cinque agenti di polizia le andarono incontro di corsa. "Qualcuno mi ha poi detto che continuavo a urlare "No, no, no, no, no"," mi ha raccontato Winberg di recente, parlando pubblicamente per la prima volta della morte del marito. "Ho afferrato un lenzuolo perché volevo coprirlo. Riuscivo a vederlo attraverso la porta, ma non me lo lasciavano toccare. Ho cercato di dar loro il lenzuolo per coprirlo, ma si sono rifiutati e mi hanno spinta su per le scale. Da lì tutto ha avuto inizio. È stato il momento più brutto della mia vita".
Appalti gonfiati per la sicurezza che non c'era - Già dalla fine del 2013, Le Mesurier aiutava nel coordinamento delle squadre di volontari nella Siria nordoccidentale, dove si trovava la maggior parte degli oppositori del presidente siriano Bashar al-Assad. La regione era irraggiungibile dai soccorritori statali e così, spinta dalla disperazione, la gente del posto - insegnanti, falegnami e altri civili - aveva iniziato a organizzarsi in gruppi per estrarre i membri della propria famiglia o i vicini dalle macerie causate dai bombardamenti aerei. Alcuni dei soccorritori avevano chiesto aiuto ad Ark, una società di consulenza umanitaria degli Emirati Arabi Uniti, per cui lavorava a quel tempo Le Mesurier. Dopo un decennio in Medioriente, aveva sviluppato una certa disillusione nei confronti delle società di sicurezza straniere, che disponevano di ingenti budget che, secondo lui, non facevano altro che gonfiare le tasche degli appaltatori esteri invece di sostenere le comunità locali. Pensava che le organizzazioni locali, che impiegavano i civili sul campo, potessero fare di meglio. Il lavoro dei soccorritori civili siriani sembrava la soluzione ideale.
Il successo di Mayday Rescue nel 2014 - Così Le Mesurier, con il suo progetto in tasca, lasciò Ark e si trasferì in Turchia. L'idea prese piede velocemente. Le Mesurier, che aveva prestato servizio come ufficiale nell'esercito britannico negli Anni 90, aiutava a formare i soccorritori volontari e ad assicurare finanziamenti internazionali per il loro lavoro. All'inizio del 2014 fondò l'organizzazione Mayday Rescue per fornire assistenza ai soccorritori, che diventò poi la sua principale attività per i successivi cinque anni. Ben presto l'idea diventò un marchio. I Caschi bianchi, non appena iniziarono a essere conosciuti, cominciarono a usare fotocamere montate sul casco per registrare cosa succedeva sul campo. In tutto il mondo iniziarono a circolare le immagini dei volontari siriani con indosso caschi bianchi, maschere antigas e torce frontali, mentre si inerpicavano tra le rovine per salvare vite umane.
I filmati dei 4 mila Caschi bianchi - Filmati di neonati estratti vivi dagli edifici crollati sotto i bombardamenti e di bambini tirati fuori dalle macerie fumanti delle loro abitazioni riuscirono ad aprire un varco nell'indifferenza generale causata dalla guerra. I Caschi bianchi sono stati celebrati da registi, star del cinema e leader mondiali. Al suo apice, l'organizzazione sovvenzionava 200 squadre in tutta la Siria, per un totale di 4.000 soccorritori e medici. Inoltre forniva mezzi di soccorso, ambulanze e attrezzature di scavo. I finanziamenti arrivavano a frotte: Gran Bretagna, Danimarca, Germania, i Paesi Bassi, il Qatar e il Canada donavano in totale circa 30 milioni di dollari all'anno, mentre centinaia di migliaia di persone ammassate nella Siria nordoccidentale venivano bombardate dai jet siriani e russi. A metà 2015 erano già circa 500.000 le vittime del conflitto.
La candidatura al Nobel per la pace - L'attività dei Caschi bianchi ha presto guadagnato lodi a livello mondiale. L'organizzazione è stata candidata diverse volte per il Nobel per la Pace. Nel 2016, Le Mesurier ha ricevuto l'Obe, la più alta onorificenza dell'Ordine dell'Impero britannico, per il suo impegno a favore della "protezione dei civili in Siria". Il documentario di Netflix Caschi bianchi ha vinto un Oscar l'anno seguente. Ma se da un lato la fama internazionale dell'organizzazione aumentava, dall'altro quest'ultima attirava nemici potenti, intenzionati a distruggerne la reputazione e a perseguitare chi ne faceva parte. Mentre gli specialisti forensi si occupavano del corpo di Le Mesurier, altri agenti di polizia arrivarono negli uffici di Mayday Rescue, un piano sotto il monolocale dell'uomo. In poco tempo le stanze iniziarono a brulicare di agenti. Al piano di sopra, alcuni detective trattavano Winberg come una sospetta omicida, prendendole le impronte digitali e prelevandole il Dna. Dall'altra parte della città, negli uffici dei Caschi bianchi, i dipendenti appresero la scioccante notizia della morte di Le Mesurier alle prime luci dell'alba. La notizia cominciò a circolare anche su Internet, dove fin dall'inizio imperversavano le critiche contro il lavoro dell'organizzazione e di Le Mesurier.
Blogger filo Assad e media di destra - Negli anni precedenti la morte di Le Mesurier, l'uomo e i Caschi bianchi erano diventati bersaglio di una campagna di disinformazione condotta da funzionari russi e siriani e promossa da blogger filo-assadisti, personaggi dei media di destra e sedicenti anti-imperialisti. Con l'aumento della sua attività in Siria, l'organizzazione era diventata una delle più controllate e diffamate del mondo. Non è difficile capirne la motivazione. Era un gruppo che lavorava unicamente in aree della Siria controllate dall'opposizione antigovernativa per aiutare a salvare le vittime degli attacchi perpetrati dai sostenitori di Assad. Allo stesso tempo, le immagini delle missioni di salvataggio minavano i racconti del regime e rendevano umane le sue vittime. Queste provocazioni erano considerate inaccettabili (....). La campagna di disinformazione crebbe rapidamente, con lo scopo di insinuare dubbi sui Caschi bianchi e le prove fotografiche che raccoglievano. Con l'avanzare della guerra, la Siria nordoccidentale aveva iniziato ad attrarre estremisti determinati a sfruttare il caos per lanciare una jihad globale. I propagandisti approfittavano della confusione sul campo. Ben presto, secondo alcune notizie online, i Caschi bianchi avrebbero subito l'infiltrazione di al-Qaeda, che avrebbe presumibilmente sfruttato il gruppo per ottenere fondi esteri. Secondo altre accuse, invece, il gruppo sarebbe stato creato dai governi determinati a rimuovere Assad dal potere e i volontari dei Caschi bianchi sarebbero stati in realtà "attori della crisi" incaricati di rappresentare una messa in scena per screditare la Russia e la Siria.
Teorie complottiste su YouTube e Twitter - I canali mediatici russi e siriani hanno dato visibilità e massiccia copertura a utili idioti, promotori di teorie complottiste su YouTube, Twitter e sui loro siti di posizione radicale. Lo stesso Le Mesurier è stato oggetto di attacchi di Stato quasi quotidiani perpetrati sui canali tv e attraverso social media russi: terrorista, spia, pedofilo e trafficante di organi, sono solo alcuni degli insulti da copione che gli sono stati rivolti. È stato accusato di essere un agente dell'intelligence occidentale che utilizzava un'organizzazione di soccorso come cavallo di Troia per sovvertire il regime. Gli insulti sono arrivati fino al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, attraverso un panel istituito da Mosca. L'obiettivo era quello di riversare nell'ecosistema mediatico delle falsità che avrebbero eroso la fiducia dei sostenitori, in particolare dei governi donatori. Tutto questo ha sicuramente avuto un prezzo, sia per la reputazione dei Caschi bianchi sia per lo spirito di volontari e sostenitori.
Il peso dello stress raggiunge l'apice - A settembre 2018, quando l'ho incontrato per la prima volta, Le Mesurier mi ha parlato del peso crescente e dello stress della campagna di disinformazione. Da quel momento ho iniziato a seguire da vicino la sua storia (....) Per tutto il 2019, l'organizzazione Mayday venne sottoposta a una pressione diffiusa. I diplomatici che si occupavano dell'organizzazione si trovavano sempre più ad affrontare politici che chiedevano dove e come venivano spesi i loro soldi. Ogni singolo centesimo donato doveva essere giustificato, ma si temeva che Mayday non avesse sistemi e strutture adeguati a tenere sotto controllo tutti i flussi di finanziamento e i conti. A fine 2018 venne richiesto un controllo (i cui esiti vennero resi noti a giugno 2019) da parte del Dipartimento per lo sviluppo internazionale (DfID), il dipartimento del governo britannico allora responsabile per gli aiuti umanitari. Nell'ultima settimana di vita di Le Mesurier, lo stress accumulato nel corso degli anni raggiunse l'apice.
L'oltraggio contro chi aveva svelato le atrocità - Il 7 novembre, quattro giorni prima della morte, si era riunito con una nuova squadra di revisori per un incontro decisivo. Se ne andò via temendo di avere in qualche modo perso il controllo di Mayday Rescue. Nella sua mente, tutto ciò per cui aveva lavorato stava per essere improvvisamente e oltraggiosamente contestato in maniera incomprensibile. Ancora peggio era che fosse a repentaglio la reputazione della sua fondazione e dei Caschi bianchi.
La vita e la morte di James Le Mesurier sono la storia di un uomo che è diventato il parafulmine in una guerra di narrative sul conflitto siriano, una persona che ha contribuito alla creazione di uno tra i più iconici gruppi attivi in territori di conflitto, diventando involontariamente una figura al centro di una guerra di informazione globale sulle rovine di un ordine mondiale sul punto di sfasciarsi. È anche la storia del crollo di un'organizzazione che ha svolto una delle più importanti attività di collaborazione e aiuto degli ultimi tempi, e di come, nei suoi ultimi giorni, Le Mesurier abbia ceduto sotto il peso di dichiarazioni che si sono poi rivelate false.
Il timore di un effetto tsunami - Le accuse, se provate, avrebbero avuto per Mayday l'effetto di uno tsunami, con conseguenze dannose per i Paesi donatori, che fino alla fine del 2019 avevano continuato a sostenere la fondazione - e in modo particolare, i Caschi bianchi - nonostante la disinformazione che circondava il lavoro del gruppo. Non molto prima di morire, in preda alla depressione, Le Mesurier aveva detto ai suoi amici che le accuse sembravano generarsi dal nulla.
Sebbene l'audit di giugno 2019, condotto su richiesta del DfID, avesse raccomandato l'introduzione di controlli contabili più rigidi e una governance più rigorosa, nulla lasciava presagire che il futuro di Mayday fosse a rischio. L'incontro di novembre 2019 con SMK, la società di revisione olandese, aveva sollevato dubbi sui prelievi in contanti, le posizioni fiscali e gli accordi di sovvenzione, senza tuttavia giungere a conclusioni formali. Ciononostante, la natura delle questioni emerse in tale occasione aveva colpito Le Mesurier nel profondo.
La mossa sbagliata: una ricevuta retrodatata - Dalla revisione effettuata a giugno, una transazione in particolare era rimasta una questione aperta e quindi ripresa da SMK a novembre: 50.000 dollari in contanti che Le Mesurier aveva prelevato dalle casse della Ong nel luglio 2018 per sostenere una missione di evacuazione di ben 400 membri dei Caschi bianchi e delle loro famiglie dal Sud della Siria alla Giordania. La corretta contabilizzazione di quel denaro era stata già al centro della revisione disposta dal DfID e ora veniva posta nuovamente sotto la lente (...) Alla fine di maggio 2019, Le Mesurier si incontrò con il suo team finanziario per cercare di risolvere la questione e decise di retrodatare una ricevuta da consegnare ai revisori (...).
L'8 novembre, dopo aver letto la bozza del verbale della riunione con gli auditor olandesi, Le Mesurier, temendo il disfacimento di Mayday, scelse di percorrere la strada che gli sembrava più efficace: spiegare le circostanze alla base del prelievo di 50.000 dollari e la decisione di retrodatare la ricevuta. Non prestando ascolto alle riserve dei colleghi, scrisse una lunga e-mail ai donatori in cui ammise che la contabilità di quella somma era tecnicamente una frode.
Il tentativo di dissipare i dubbi con la trasparenza - Le Mesurier credeva che mostrandosi trasparente su quello che alla fine era stato un caso di contabilità approssimativa sarebbe riuscito a rassicurare i donatori salvaguardando i finanziamenti futuri. Secondo diverse fonti, uno dei consiglieri, Johan Eleveld fece mea culpa sul presunto buco di 50.000 dollari, tema centrale dei colloqui con Vrieswijk e altri. La settimana dopo la morte dell'operatore umanitario venne ingaggiata la società di contabilità forense Grant Thornton, che per i quattro mesi successivi esaminò e-mail e log di chat telefoniche e intervistò lo staff, Eleveld incluso. La settimana prima di Natale, Winberg ricevette una lettera dai legali di Mayday in cui lei e altri venivano accusati di "arricchirsi illecitamente a spese della fondazione", sospendendola dal suo ruolo di Chief Impact Officer. "La Fondazione Mayday Rescue, rappresentata dal suo consigliere, Johan Eleveld, mi ha chiesto di informarla come segue": questo l'incipit della lettera. A quel tempo, Eleveld era l'unico membro del consiglio di amministrazione. La lettera continuava asserendo che "a seguito di una recente indagine era sorto il grave sospetto" che Winberg avesse prelevato 55.000 dollari in tre tranche nei mesi di giugno e luglio 2018 senza poi restituirli.
L'ex diplomatica che voleva fermare l'isis - Dall'Istante in cui Emma Winberg aveva parlato per la prima volta con Le Mesurier, la vita di entrambi era cambiata per sempre. Era marzo 2016 quando Winberg aveva richiesto un incontro nella capitale turca con un uomo che per due volte le avevano presentato fugacemente in occasione di alcuni ricevimenti e che l'aveva colpita per il suo fascino e la sua intensità. Winberg, ex diplomatica inglese, era approdata alla sede di Istanbul di Mayday per motivi professionali. A quel tempo lavorava infatti per una società di comunicazione del nord dell'Iraq, ideando strategie di base per fermare l'Isis che imperversava nella regione. Sperava di convincere Le Mesurier ad aiutarla con un progetto volto a riunire squadre di locali per mettere in sicurezza le comunità che vivevano sopra la diga di Mosul, a rischio di crollo, a detta degli ingegneri.
Il nuovo amore tra i due monaci guerrieri - Il piano non vide mai la luce, ma l'incontro quella notte durò a lungo. "Alla quarta bottiglia di vino mi resi conto che saremmo diventati una coppia", affermò Le Mesurier alla fine del 2018. "Era la compagna dei miei sogni". Con due divorzi alle spalle, Le Mesurier aveva fatto di Mayday il fulcro della sua vita. "Con l'amore ho chiuso", mi aveva detto a novembre 2018.
Lo stesso valeva per Winberg. "Avevo sostanzialmente rinunciato alla mia "vita" prima di incontrare James", mi avrebbe detto mesi dopo. "Entrambi ci eravamo arresi al fato diventando come dei monaci guerrieri. Avevamo anteposto il perseguimento di determinati obiettivi alla nostra realizzazione personale. Ma quando ci siamo conosciuti è cambiato tutto: abbiamo ricominciato a sperare". Si sposarono in maggio 2018 nell'albergo più maestoso dell'isola di Büyükada, a due ore di traghetto da Istanbul. Il capo dei Caschi bianchi, Raed Saleh, era uno dei testimoni di Le Mesurier (...) Con una spada da cerimonia stretta in pugno, lo sposo venne portato in giro per il ricevimento sulle spalle degli amici. Contrariamente alle affermazioni circolate in seguito, Winberg indossava un abito da 1.795 sterline (poco meno di 2.000 euro), regalatole dalla madre, che lo aveva acquistato in un negozio dell'usato nel West End di Londra.
Una coppia saldissima - Il forte legame che univa la coppia era evidente a chiunque li andasse a trovare nella casa che avevano affittato sull'isola di Büyükada e che Winberg aveva scrupolosamente risistemato, riempiendola di mobili e soprammobili, alcuni spediti da Londra e altri acquistati nei bazar della capitale turca. Vivevano in simbiosi, gestendo insieme anche la fondazione. Emma aveva infatti assunto un incarico nel consiglio di amministrazione di Mayday nel febbraio 2018 (da cui si è dimessa nel maggio 2019). Da quel momento era stata inserita nel libro paga come dirigente. Per diversi anni, pur sotto gli incessanti attacchi di coloro che li accusavano di perseguire i propri interessi personali, Le Mesurier, Winberg e i Caschi bianchi sembravano in grado di fronteggiare la continua campagna di disinformazione. Se contenere la disinformazione sembrava possibile, i problemi di gestione di Mayday Rescue stavano allargandosi a macchia d'olio.
La gestione dei fondi: milioni ogni mese - La fondazione era cresciuta rapidamente e gestiva ogni mese milioni provenienti da donazioni. A metà 2018, quando i finanziamenti dei donatori raggiunsero cifre record, fu chiaro che l'organizzazione richiedeva una supervisione finanziaria più solida e un allargamento del team dirigenziale. E i motivi di ansia non finivano qui. Operare in Turchia stava diventando sempre più complicato: il governo del presidente Recep Tayyip Erdogan era diventato sempre meno tollerante verso le Ong straniere, costringendo alcune a chiudere. Sebbene Ankara sostenesse l'opposizione anti-Assad, la sua simpatia era stata messa alla prova dall'incapacità degli oppositori di organizzarsi, e la sua tolleranza per i quasi 3 milioni di rifugiati siriani presenti nel suo territorio stava svanendo al pari della speranza che il conflitto avesse fine.
L'inizio della fine, il crollo emotivo - A novembre 2019, Le Mesurier era esausto e profondamente fragile. L'incontro con i revisori olandesi era diventato il catalizzatore di un crollo emotivo. "Sono stati due giorni tremendi", mi disse allora. "Sembra essere arrivata la fine per noi e probabilmente anche per Mayday". Winberg osservava impotente il marito nella sua discesa agli inferi. "Da tempo eravamo entrambi molto stressati", ha dichiarato.
"La posta in gioco era molto alta e l'ambiente operativo stava diventando ogni giorno più rischioso. Ci sembrava di essere intenti a schivare i proiettili, ma sempre con la paura di quello che alla fine ci avrebbe centrati". Nelle settimane successive alla morte del marito, Winberg, agli arresti domiciliari, si rifugiò da sola in quella che era la loro residenza coniugale. La casa era tappezzata di fotografie di Le Mesurier. Il pavimento in legno, che un tempo scricchiolava sotto i passi di amici e ospiti, ora era silenzioso. Il lungo tavolo da pranzo rimaneva inutilizzato e il vecchio pastore tedesco della coppia giaceva disteso su un vecchio tappeto. Nella casa risuonava l'eco di una perdita devastante.
Rimettere insieme i pezzi di una vita - Seppur ancora ufficialmente sospettata della morte di Le Mesurier, a Winberg fu permesso di lasciare la Turchia per presenziare al funerale del marito, che si tenne il 27 dicembre 2019 in una piccola cappella del Surrey vicino alla residenza di famiglia. Il suo corpo venne cremato e le ceneri consegnate alla moglie. Alla fine di gennaio 2020, una volta tornata in Turchia, Winberg ricevette una chiamata dal suo avvocato turco, che la informava di non essere più indagata per omicidio e che era definitivamente libera di andarsene. Winberg fece i bagagli e partì per Amsterdam, dove, a quasi un anno di distanza, sta ancora cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita. "James era tutto quello che avevo sempre desiderato", ha detto dalla sua nuova casa, circondata dai ricordi di una vita costruita insieme. "Lui mi ispirava, mi faceva ridere a crepapelle, mi faceva credere che niente fosse impossibile e mi faceva sentire talmente amata da sapere che non sarei mai più rimasta sola. La sua integrità, la sua passione e la sua profonda fede nella forza del coraggio e dell'operosità dell'essere umano hanno lasciato un segno inconfondibile in tutti coloro che l'hanno conosciuto. Non si può misurare né raccontare a parole l'impatto che ha avuto la sua morte".
*Traduzione Studio Brindani
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 novembre 2020
Medio Oriente. Il premier israeliano dovrà trattare con Biden, convincerlo a mantenere le sanzioni a Teheran e vendergli il patto di Abramo con le monarchie dEl Golfo, esteso dal Medio Oriente al Mar Rosso, al Corno d'Africa, come il più grande obiettivo strategico della coppia Usa-Israele per soffocare l'Iran, limitare la Turchia e frenare l'espansione cinese tra Africa e Medio Oriente.
Siamo ormai arrivati all'assassinio "preventivo", con la solita licenza di uccidere incorporata nel Mossad. L'anno si chiude - almeno per il momento - come si era aperto, quando il 3 gennaio gli Usa ammazzarono a Baghdad con un drone il generale iraniano Qassem Soleimani.
Con l'uccisione in Iran di Mohsen Fakhrizadeh, definito sui nostri media il "padre dell'atomica iraniana" - una bomba che Teheran non ha mai avuto ma Israele sì - in Occidente si incrociano pericolosamente false notizie come questa, con la politica della terra bruciata intorno alla repubblica islamica voluta da Trump e Netanyahu.
In realtà Trump ce lo siamo meritato scrivendo scempiaggini che rischiano di fare apparire giustificato un eventuale attacco diretto all'Iran. Ed ecco che Netanyahu e il Mossad hanno anticipato Trump e dato il via libera a far fuori un altro scienziato iraniano, antica specialità dei servizi israeliani. Colpire direttamente l'Iran, come vorrebbe Trump per uscire dalla Casa Bianca da effimero trionfatore e non da sconfitto qual è, potrebbe causare una reazione troppo pericolosa anche per Israele.
Trump, che ha riconosciuto Gerusalemme capitale, l'annessione del Golan e gli insediamenti illegali in territorio palestinese con l'ultimo viaggio di Mike Pompeo, ha dato molto a Israele ma una guerra aperta contro l'Iran è troppo anche per Netanyahu: con dei processi sulle spalle e al governo in condominio con l'ineffabile Gantz (per altro mai al corrente di nulla) non può permetterselo.
Il premier israeliano dovrà trattare con Biden, convincerlo a mantenere le sanzioni a Teheran e vendergli il patto di Abramo con le monarchie del Golfo, esteso dal Medio Oriente al Mar Rosso, al Corno d'Africa, come il più grande obiettivo strategico della coppia Usa-Israele per soffocare l'Iran, limitare la Turchia e frenare l'espansione cinese tra Africa e Medio Oriente.
È la vecchia strategia del "doppio contenimento", un tempo applicata a Iran e Iraq, che fa leva sui conflitti regionali. Ma con delle varianti. Tra i democratici di oggi alla segreteria di Stato c'è Blinken, legato a filo doppio a Israele, favorevole nel 2011 ai bombardamenti in Libia e Siria, uno dei complici del disastro di Hillary Clinton, e che negli omicidi mirati troverà appoggio nella nuova capa dei servizi, la signora Avril Haines, specialista in droni. Con loro c'è pure Jake Sullivan, nuovo consigliere della sicurezza nazionale, clintoniano e consulente di Obama sul nucleare iraniano. Questa è la prima linea di Biden, definita dalla stampa Usa quella degli gli "interventisti liberali": sono loro che dirigeranno eventuali negoziati con Teheran.
Ma l'agenda di Biden per la ripresa delle trattative sull'accordo abbandonato e stracciato da Trump nel 2018 deve fare i conti con la tattica della terra bruciata e il pericoloso avventurismo del presidente uscente, oltre che con la diffidenza dell'Iran dove il presidente Hassan Rohani è alle strette con la Guida Suprema Ali Khamenei e l'ala dura dei pasdaran. Trump è diventato un cane sciolto. Due settimane fa ha fatto fuori il capo del Pentagono Mark Exper, contrario a uno "strike" contro Teheran, mentre un portavoce della Difesa esprimeva la preoccupazione che il presidente potesse avviare "operazioni coperte", espressione orwelliana per dire che il presidente potrebbe colpire direttamente l'Iran.
Poi Washington ha tirato fuori la notizia che il 9 agosto scorso agenti israeliani avrebbero ucciso a Teheran Al Masri, storico capo di Al Qaeda: la "pistola fumante" che l'Iran appoggia il terrorismo. Quindi Trump ha inviato in Medio Oriente Abram Elliot, consigliere negli anni'80 dei governi massacratori del Salvador e del Guatemala, per definire nuove sanzioni a Teheran e accordo con Israele e le monarchie del Golfo. Sanzioni puntualmente arrivate con il viaggio del segretario di stato Pompeo in Medio Oriente e che hanno colpito la Fondazione degli Oppressi, il maggiore conglomerato economico che risponde direttamente alla Guida Suprema.
A questo punto l'assassinio di Mohsen Fakhrizadeh era già stato programmato. La testa dello scienziato iraniano con ogni probabilità è stata gettata sul tavolo del principe saudita Mohammed bin Salman (MBS) che a Noem sul Mar Rosso qualche giorno fa ha incontrato Pompeo e Netanyahu accompagnato dal capo del Mossad Yossi Cohen. Gli israeliani stanno facendo di tutto per invogliare Riad a entrare nel Patto di Abramo con Emirati e Bahrain.
Ma sia il principe che suo padre, il declinante re Salman, si tengono stretta la carta della normalizzazione con Israele per giocarsela con l'amministrazione Biden, insistendo su un improbabile accordo di pace con palestinesi ma soprattutto sulla fine delle pressioni negli ambienti liberali di Washington per una democratizzazione del regno saudita che si è distinto per la repressione brutale di ogni dissenso e il macabro assassinio del giornalista Jamal Khashoggi. Ma, perdinci, 450 miliardi di dollari di commesse saudite di armi agli Usa valgono pure qualche omicidio. Sarà Biden a rinunciarci? Ecco a che servono gli assassini preventivi: è l'eredità del duo Trump-Netanyahu, sono le "linee guida" per la nuova amministrazione. Tutto questo aspettando Biden. O forse Godot.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 29 novembre 2020
Abbiamo visto Gasser portato via, fuori dalla procura, su un furgone della polizia. Ha fatto in tempo a gridare alla moglie: Miriam, saluta i ragazzi, ti amo". A scrivere queste parole lo staff di Eipr, Egyptian Initiative for Personal Rights, dopo l'ondata di arresti che li ha investiti nelle ultime settimane.
L'uomo portato via dalla polizia è Gasser Abdel-Razek, direttore esecutivo dell'organizzazione che svolge attività di ricerca in difesa delle libertà civili, con cui collaborava anche Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'università di Bologna detenuto al CaIro da febbraio con l'accusa di propaganda sovversiva.
Le forze di sicurezza hanno arrestato prima Mohamed Basheer, direttore amministrativo di Eipr, poi è stata la volta di Karim Ennarah, direttore della giustizia penale. Abdel Razek ha subito denunciato gli arresti: "Sono la risposta all'incontro tenuto dall'organizzazione il 3 novembre con 13 diplomatici occidentali". Il giorno dopo è stato arrestato anche lui.
Accusati di appartenere a un'organizzazione terroristica e diffondere false notizie minacciando la pubblica sicurezza, si trovano ora nella prigione di Tora, dormono su letti di ferro, senza materassi né abiti invernali e vanno ad aggiungersi ad altri 60 mila detenuti politici egiziani. Prima di essere arrestato Abdel Razek aveva dichiarato di "essere scioccato che le forze di sicurezza si sentissero minacciate da un incontro con degli ambasciatori", soprattutto perché i delegati rappresentano paesi con cui l'Egitto ha ottimi rapporti: Francia, Germania, Canada, Svizzera, Regno Unito. Dopo gli arresti il ministro degli Esteri francese ha espresso "profonda preoccupazione", così il portavoce dell'ufficio consolare britannico "i difensori dei diritti umani dovrebbero essere in grado di lavorare senza timore di rappresaglie".
Anche l'Ue ha comunicato la sua "significativa preoccupazione" e così Antony Blinken, nuovo segretario di Stato americano scelto da Joe Biden. Ma l'Egitto rilancia, confermando le accuse all'Ong. Al-Sisi dichiara che in Egitto non ci siano prigionieri politici e che la stabilità e la sicurezza vengano prima di tutto. Il messaggio degli arresti, è tutto qui. Non solo un'intimidazione agli attivisti ma un avvertimento alle diplomazie occidentali: sedetevi a negoziare sui giacimenti e sulla vendita di armi, ma sugli affari interni non mettete bocca. Fa la parte del duro, al-Sisi, perché il tempo gli ha dimostrato che nonostante le dichiarazioni allarmate dopo ogni ondata di arresti, le diplomazie occidentali non sono state in grado di fare alcuna pressione. Lo sa bene l'Italia che aspetta la verità di Regeni e la scarcerazione di Zaki.
Il 24 novembre Matteo Renzi, premier quando Regeni è stato sequestrato e torturato al Cairo, ha tenuto un'audizione nella commissione d'inchiesta che si occupa dell'assassinio del ricercatore: "Se avessimo saputo prima, forse, avremmo potuto intervenire", ha detto. Non si è fatta attendere la precisazione della Farnesina: "Le istituzioni governative italiane furono informate sin dalle prime ore successive alla scomparsa di Giulio, il 25 gennaio 2016".
Secondo la Farnesina il governo sapeva, così come l'ambasciata al Cairo. Renzi ha anche rivendicato la mediazione affinché al-Sisi accettasse di farsi intervistare da Repubblica "abbiamo preteso che fosse il presidente a rispondere". Delle risposte pretese siamo ancora in attesa, ma Renzi continua a difendere l'azione del suo governo. D'altronde era stato il primo capo di governo occidentale a fare visita a Sisi nel 2014 e a definirlo nel 2016 "un grande leader".
La strage di piazza Rabia'a c'era già stata. Era l'estate del golpe, l'estate del 2013. Novecento persone, sostenitori del governo eletto di Morsi, furono massacrate dalle forze di sicurezza egiziane sotto il comando di al-Sisi. La difesa dei diritti umani in Egitto si scontra, spesso, con gli investimenti da difendere. Si scrive 60 mila detenuti politici, si legge giacimenti di petrolio.
La doppia faccia della politica estera. Diplomazie abili a condannare la repressione, ma ben più abili nel non menzionare abusi e violazioni ai tavoli delle trattative economiche con un regime sempre più autoritario. Ma tollerato.
di Sabrina Pignedoli
articolo21.org, 29 novembre 2020
ll caso di Julian Assange, artefice delle rivelazioni di WikiLeaks nel 2010 e ora detenuto in un carcere di massima sicurezza in Gran Bretagna, a grandi linee è ben noto a tutti. Quello che colpisce negli ultimi due anni è il silenzio quasi totale sulla sua vicenda, soprattutto sul processo iniziato il 7 settembre scorso a Londra, in cui si sta decidendo la sua estradizione negli Stati Uniti, dove rischia 175 anni di carcere. Un giornalista trattato come un capo terrorista. E il processo britannico è ben lungi dall'apparire equo e indipendente, viste anche le forti pressioni degli Stati Uniti.
Al Parlamento europeo il 25 novembre è stata votata dai deputati collegati in remoto una risoluzione non legislativa sulla libertà di stampa. È stata approvata con 553 voti favorevoli, 54 contrari e 89 astensioni (tra queste ultime anche quelle di Lega e Fratelli d'Italia). Ma sempre in plenaria era stato presentato dal gruppo Gue (sinistra) un emendamento, il 44, alla relazione sui diritti fondamentali nell'UE per gli anni 2018 e 2019 che citava espressamente il caso di Assange. A sostenere l'emendamento, tra gli italiani, solo il Movimento 5 stelle. L'emendamento non è passato perché altri gruppi - S&D e Renew - hanno presentato un emendamento alternativo molto più blando dove il nome di Assange non veniva fatto. Come M5S abbiamo sostenuto entrambi gli emendamenti, prima il 44 e poi quello di S&D e Renew.
Non capisco che cosa abbia spinto a tutta questa cautela. Non si trattava certo di una presa di posizione rivoluzionaria. Era un accenno al caso Assange, un sostegno, in concomitanza di un processo che si svolge in un Paese uscito da poco dall'Unione Europea e su cui gli Stati Uniti stanno facendo evidentemente molta pressione. La cosa mi ha colpito ancora di più perché quello stesso giorno ho parlato in plenaria delle querele temerarie come attacco e ricatto nei confronti dei giornalisti anche in Paesi democratici. Ma il caso del cofondatore di WikiLeaks, in termini di attacco alla libertà di stampa, è gigantesco.
Va detto a voce alta. L'arresto, la tortura psicologica, le arbitrarie e sospette manovre legali e governative per incastrare Assange, probabilmente costituiscono il caso più eclatante di violazione della libertà di stampa nel mondo degli ultimi dieci anni. Contro il trattamento subito dal giornalista e attivista australiano sono del resto già intervenute altre autorevoli istituzioni.
Il 28 gennaio scorso, l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, nella risoluzione 2317 (2020) approvava all'unanimità un emendamento con cui chiedeva ai Paesi membri di considerare la detenzione e i procedimenti penali contro Assange un precedente pericoloso per i giornalisti. L'anno scorso, Nmils Melzer, inviato speciale dell'Onu contro la tortura ha accusato senza mezzi termini di tortura psicologica Gran Bretagna, Svezia, Ecuador e Stati Uniti. Anche per le Nazioni Unite, l'estradizione di Assange negli Stati Uniti dev'essere vietata. E la sua detenzione è ingiusta e ingiustificata.
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 29 novembre 2020
L'Europa credeva che Daesh non fosse più un problema. Sconfitto sul terreno in Siria e in Iraq, l'autoproclamato Califfato pareva incapace di organizzare azioni in altri continenti. Invece Parigi, Nizza e Vienna sono state colpite: attacchi che - secondo i primi risultati delle indagini - sono opera di lupi solitari inquadrati in una rete in grado di guidarli e soprattutto finanziarli.
La sfida contro i tentacoli della piovra jihadista si combatte su due fronti. C'è il web, che permette di seminare propaganda e odio senza confini. Ma c'è soprattutto il denaro: l'attenzione degli inquirenti si sta concentrando sulle riserve economiche, nella convinzione che solo prosciugando le casse si riuscirà a stroncare ogni piano di rinascita, fisica e digitale. L'ultimo rapporto dell'Onu stima che Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, l'erede di Al Baghdadi, abbia a disposizione una sorta di forziere centrale con banconote per cento milioni di dollari. A questo si aggiungono oro e pregiati reperti archeologici nascosti in rifugi sicuri più altri investimenti in alberghi, ristoranti, aziende agricole e rivendite di automobili affidati a prestanome fidati.
Sono i resti dell'immenso bottino depredato quando le bandiere nere controllavano gran parte della "Mezzaluna fertile" - come veniva chiamata una volta nei libri di geografia - ossia la terra più ricca del Medioriente. Stando ad alcuni analisti, nel momento di massima espansione, tra tasse, estorsioni, furti nei musei e soprattutto vendite di petrolio il sedicente Califfato aveva raggiunto un budget di 6 miliardi di dollari. Una stima che appare credibile: lo scorso anno in un solo raid nella periferia di Baghdad l'intelligence irachena ha recuperato 500 milioni di dollari. La solerte burocrazia di Daesh aveva creato un dipartimento riservato per la gestione dei fondi, che smistava pagamenti e si occupava di trasferire le scorte in tutto il pianeta, nascondendole agli occhi degli 007.
Oggi il denaro deve muoversi per finanziare i progetti di risurrezione dello Stato islamico. Deve arrivare nelle tasche dei predicatori itineranti che diffondono il verbo fondamentalista in Asia, cercando reclute in Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Indonesia, Malesia e Sri Lanka, spingendosi fino alle comunità musulmane dell'ex Unione Sovietica. Deve contribuire alla crescita delle bandiere nere in Africa centrale, che le vede dilagare dal Mali al Niger, dal Burkina Faso al Mozambico. Deve sostenere le centrali di propaganda, che saltano da una piattaforma web all'altra riuscendo a proseguire il loro lavoro. Deve aiutare le stazioni logistiche che nel Maghreb, nei Balcani, in Turchia aiutano i fuggitivi e formano nuove reclute. E deve fare arrivare i rifornimenti alle brigate nascoste nei monti iracheni e siriani che ogni giorno conducono imboscate per dimostrare di esistere.
L'Espresso può rivelare il quadro allarmante emerso in un recente incontro riservato della Financial Action Task Force che ha raccolto le delegazioni di 26 Paesi, dall'Algeria agli Usa, dal Pakistan all'Italia, uniti dalla volontà di troncare i flussi del denaro jihadista. Le conclusioni sono chiare. Daesh continua a generare e movimentare introiti da attività criminali attraverso i network clandestini in Iraq, mentre Al Qaeda nella provincia di Idlib in Siria mantiene il monopolio di gas e petrolio. Ma sono soprattutto i finanziamenti che arrivano dall'estero con metodi sempre più raffinati a preoccupare. Una miriade di trasferimenti, ciascuno di poche centinaia di euro, raccolti nelle moschee o su Internet.
Ci sono le donazioni inviate tramite Hawala - il trasferimento di valori tra persone basato sull'onore attraverso una ragnatela di mediatori - e soprattutto i money transfer. Scaturisce da queste sorgenti il 50 per cento delle segnalazioni di operazioni sospette in Italia, con collettori spesso in Belgio o in Turchia che ricevono denaro da tutta Europa e lo smistano a chi è ancora in Siria o Iraq.
E poi la nuova frontiera della criptovaluta. Al Qaeda e Daesh richiedono l'obolo con questo sistema in ogni parte del mondo. La Francia ha monitorato di recente un sistema con codice di messaggistica diretto ai reclusi nei campi di concentramento siriani. La rete operava principalmente attraverso l'acquisto di coupon i cui riferimenti erano dati a jihadisti in Siria e poi accreditati su conti Bitcoin. Qualche mese fa il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sequestrato beni di criptovaluta per un valore di milioni di dollari. "È un'enorme scappatoia perché è difficile, se non impossibile, individuare con certezza i beneficiari finali", nota Hans-Jakob Schindler, direttore del Counter Extremism Project, tanto che siti che diffondono la propaganda hanno cambiato le richieste di donazioni da Bitcoin all'altra valuta virtuale monero perché "assicura un maggior anonimato".
Ovunque il Covid ha chiuso le persone in casa, incollate davanti ai pc, e i network del jihad si sono adattati: piattaforme open source per la collaborazione di team di lavoro, chat usate dai gamer, app di messaggistica che usano la tecnologia blockchain trasformate in canali per fare proseliti e intascare quattrini.
Dopo la decapitazione nella scuola, la strage di Nizza. Mentre la pandemia sembra fuori controllo. Ora iIl Paese dovrà dimostrare di saper far fronte a una pericolosa sovrapposizione di emergenze
Ma il segreto della loro resilienza sta nella flessibilità. Nei nuovi avamposti africani come il Niger o il Mali il finanziamento segue canoni tradizionali: diamanti, oro, droga. Dominano il contrabbando, prendono il controllo delle zone chiave per i traffici e conquistano il consenso delle popolazioni offrendo acqua e assistenza medica. Ogni strada è utile per finanziare la causa: la polizia algerina ha addirittura smascherato una filiera per importare auto dall'Iran.
E il terrorismo ai tempi della pandemia cerca di trarre profitto anche con la vendita di mascherine Ffp2. Le autorità statunitensi hanno scoperto le modalità con cui Murat Cakar, membro di Daesh e responsabile di numerosi attacchi informatici per conto di formazioni salafite, avrebbe realizzato e gestito FaceMaskCenter.com, un sito per vendere mascherine non certificate.
Ci sono meccanismi più sofisticati, con frodi fiscali complesse come quella messa in piedi da Jameleddine B. Brahim Kharroubi. Arrivato dalla Tunisia a Torino, ha aperto un negozio di tappeti e grazie a una commercialista italiana compiacente è accusato di essersi dato da fare per sfornare fatture false. Due milioni di euro sarebbero arrivati ad Al Nusra passando prima a un imam in Abruzzo e poi triangolando in Germania e Turchia.
I pilastri del riciclaggio jihadista sono stati illustrati dal capo della polizia Franco Gabrielli in un'audizione alle Camere lo scorso 3 novembre: "Lo schema è speculare a quello del reimpiego dei capitali illeciti ed è articolato in tre fasi. Nella prima i fondi di origine sia lecita sia illecita vengono raccolti e convogliati verso un collettore unico. Nella seconda le risorse economiche vengono occultate e trasmesse a gruppi o soggetti affiliati facendo ricorso a mezzi di pagamento sotterranei paralleli al circuito bancario e convenzionale. Nella terza i medesimi fondi vengono materialmente impiegati in attività preordinate al compimento di atti terroristici. A differenza di quanto accade nel riciclaggio della criminalità organizzata, il finanziamento del terrorismo può assumere forme più subdole e difficili da intercettare".
È un fiume carsico, che si disperde in tanti rivoli sotterranei per alimentare sempre nuove fonti. Spesso con coperture insospettabili, come quelle di ong islamiche al servizio dei piani salafiti. Quest'estate i Paesi membri del Terrorist Financing Targeting Center (Tftc) - Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (Uae) e Usa - hanno inserito nella lista nera quattro entità con base in Turchia e Siria, accusate di fornire aiuto logistico ed economico a Daesh. Ma soprattutto hanno messo nel mirino la Nejaat Social Welfare Organization: una ong caritatevole che faceva la questua in Qatar e Iraq, ma invece di sponsorizzare programmi di sviluppo consegnava il denaro ai capi dell'Isis a Kabul e Jalalabad. Soldi serviti all'espansione delle bandiere nere nel Nord dell'Afghanistan.
L'Italia non è immune. Anzi. La Penisola è sempre stato un ponte nel Mediterraneo, sfruttato per la logistica di ogni sigla fondamentalista. La Guardia di Finanza ha creato il Gruppo Investigativo Finanziamento Terrorismo. Nel 2019 hanno ricevuto 982 segnalazioni di operazioni sospette: l'anno prima erano state 1.282, il segno di un flusso in calo. I sospetti sono concentrati nelle regioni settentrionali, dove si è registrato il 60 per cento delle notifiche. Anche in questo caso, gli importi più significativi venivano gestiti da un'associazione caritatevole, che poi li trasferiva a un'altra ong islamista in Turchia e da lì ai terroristi in Siria.
A Cagliari è stata aperta la più importante inchiesta sull'oro nero del Califfato. Riguarda la raffineria Saras che tra il 2015 e il 2016 ha ricevuto venticinque navi di greggio proveniente dall'Iraq del Nord: ben 12 milioni di tonnellate. I carichi sono stati smistati dalla Petraco Oil company, con sede legale a Londra e filiale operativa a Lugano. Dalla ricostruzione risulta che ha acquistato dalla Edgwaters Falls, società di comodo alle Isole Vergini di proprietà della stessa Petraco, che a sua volta ha ottenuto le forniture da un'azienda turca che l'aveva acquistato in un non specificato sito in Iraq. Le contestazioni della procura sarda riguardano la legittimità delle vendite: solo il governo di Baghdad può esportare petrolio, mentre in questo caso pagamenti per quattro miliardi di dollari sono arrivati all'autorità curda di Erbil. E le consegne di greggio sono proseguite anche quando i pozzi sono finiti nelle mani di Daesh. I curdi - come evidenziano i magistrati - hanno infatti respinto una parte dei bonifici: 60 milioni di dollari, relativi a maggio e giugno 2016. Proprio mentre gli impianti erano sotto l'occupazione del Califfato.
La Saras, controllata dalla famiglia Moratti, ha respinto gli addebiti: "Abbiamo avuto un comportamento inappuntabile. Nessun illecito: abbiamo fornito tutta la documentazione alla magistratura, a cui ribadiamo fiducia e collaborazione".
Le indagini proseguono, perché - scrivono i pubblici ministeri - nella contabilità della Edgwater Falls ci sono "pagamenti internazionali per importi considerevoli, pari a 3,6 miliardi di dollari, senza indicazione del reale beneficiario, verosimilmente perché era inconfessabile". Una pista inquietante per arrivare alla caverna del tesoro.
*Inchiesta realizzata con il sostegno di Journalism Fund. Ha collaborato Giulio Rubino.
di Fabrizio Floris
Il Manifesto, 29 novembre 2020
Tigray. Dopo "pesanti bombardamenti" l'esercito federale sarebbe entrato nella capitale regionale. Ma i leader del Tplf sono già in montagna. Il premier Abiy Ahmed già pensa alla ricostruzione. Cresce l'allarme umanitario. "L'esercito federale ha il pieno controllo di Makallè", ha annunciato ieri sera il premier etiope Abiy Ahmed, che ha poi ringraziato chi nel Tigray "ha fatto del suo meglio per sostenere le forze di difesa etiopi, accelerando la sconfitta del Tplf". Ora - ha proseguito - "faremo tutto il possibile per aiutare la gente del Tigray a tornare alla vita normale".
Abiy ha dunque chiesto alla comunità internazionale di "unirsi alla ricostruzione per dare alla gente l'assistenza umanitaria e la sicurezza che merita". Intanto "la polizia federale continuerà nella ricerca dei criminali del Tplf e li porterà davanti alla giustizia".
La guerra in Tigray ruota intorno all'arresto di 64 persone, la cricca - come la definisce Abiy - che dirige Il Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). Tutti veterani di guerra ed esperti di guerriglia, quella che per 17 anni (dal 1975 al 1991) hanno condotto per abbattere il regime del Derg. È improbabile che si trovino ancora a Makallè, ma si saranno già sparpagliati sulle montagne perché "sanno di non avere possibilità in una guerra convenzionale", come spiega il Professor Awet Weldemichael della Queens University. Le forze federali sarebbero avanzate intorno alla capitale tigrina, prendendo secondo quanto dichiarato dal generale Hassan Ibrahim la cittadina di Wikro, a 50 km da Makallè. Ma i dettagli dei combattimenti sono difficili da confermare perché tutte le comunicazioni telefoniche e internet sono interrotte.
Intanto Makallè (500.000 abitanti) sarebbe finita sotto "pesanti bombardamenti", come dichiarava alla Reuters il leader del Tplf Debretsion Gebremichael. L'artiglieria avrebbe colpito anche il centro della città. "Lo stato regionale del Tigray chiede a tutti coloro che hanno la coscienza pulita, inclusa la comunità internazionale, di condannare gli attacchi di aerei e i massacri che vengono commessi". Tuttavia, Billene Seyoum, portavoce del governo, rispondeva che "l'esercito etiope non ha come missione bombardare la propria città e il proprio popolo". La rete televisiva Ethiopian Broadcasting Corporation, ha comunicato che le forze federali hanno identificato i principali nascondigli del Tplf in città, tra i quali un auditorium e un museo. Gli aerei del governo hanno lanciato volantini avvertendo gli abitanti di stare lontano dai luoghi identificati come pericolosi.
Sul piano diplomatico il premier etiope ha incontrato i mediatori designati dall'Unione africana - tre ex presidenti, Ellen Johnson-Sirleaf (Liberia), Joaquim Chissano (Mozambico) e Kgalema Motlanthe (Sudafrica). "Ricevere la saggezza e i consigli di rispettati anziani africani è per noi un dono di grande valore" ha dichiarato Abiy (tuttavia, i mediatori non potranno recarsi nel Tigray), dicendosi disposto a parlare con i rappresentanti del Tplf, ma solo quelli "che operano nel rispetto della legge".
Troppo poco per l'Unione africana che ha proprio sede ad Addis Abeba soprattutto nell'anno in cui i Paesi africani hanno deciso di svolgere un ruolo più attivo nella risoluzione dei conflitti del continente. Poi se è "vero" che le forze eritree sono sul campo, precisa Awet Weldemichael, è evidente che "qualsiasi pressione diplomatica per una risoluzione pacifica non avrà successo a meno che non coinvolga Asmara - in una forma o nell'altra". A livello internazionale il Papa ha esortato le parti in conflitto a far cessare le violenze affinché sia salvaguardata la vita, in particolare dei civili. Ma l'unica apertura del governo è stato l'impegno ad aprire "una via di accesso umanitario" alla regione. Una delegazione della Croce Rossa Internazionale che ha avuto accesso al Tigray occidentale ha raccontato di villaggi distrutti, quello di Damsha in particolare, e di sfollati che vivono in campi improvvisati senza cibo, acqua o cure mediche. Al punto in cui siamo i numeri sono questi: 3 settimane, 43.000 rifugiati, 64 ricercati, 1 guerra, e 1 Nobel per la pace (Abiy). Solo i morti non si possono contare.











