di Claudia Fusani
Il Riformista, 28 febbraio 2021
Questa è una storia che ha più domande che risposte. Che ne intreccia altre, tra cui il libro dell'ex magistrato Luca Palamara "Il Sistema", e lascia sensazioni scomode, che inquietano. Ad esempio, che le indagini talvolta dimenticano pezzi importanti per strada. Per errore, per volontà o per sciatteria, al netto dell'umana fallibilità? È una storia che potrebbe cambiare copione grazie a due variabili non previste. La prima è il virus che ha fatto slittare la sentenza di un processo di primo grado da aprile a ottobre 2020 e le motivazioni a gennaio 2021 (ne parliamo poco più avanti).
La seconda è appunto il libro di Palamara, uscito a ridosso di quelle motivazioni. A pagina 87 si legge: "A gennaio del 2015 mi attivo fortemente (è Palamara a parlare, ndr) per la nomina di Luigi De Ficchy a procuratore di Perugia. Ma non è tutto lineare.
Pignatone (procuratore a Roma, ndr) infatti non la prende per niente bene, perché teme fortemente che la competenza di Perugia sui magistrati romani possa creare dei problemi alla luce del contenzioso tra De Ficchy e Prestipino (l'aggiunto che Pignatone ha scelto come suo braccio destro a Roma, protagonista al suo fianco delle più importanti indagini contro la mafia condotte in Calabria e in Sicilia, ndr). Anche in questo caso mi attivo per trovare un punto di equilibrio. Nei mesi successivi organizzo un incontro a tre: io, Pignatone e De Ficchy.
Ci vediamo al bar Vanni, a Roma, zona Prati, una conversazione riservata che si svolge in una sala privata al piano superiore (...). La pace siglata tra i due durerà però molto poco: di lì a breve (nel 2016, ndr) la Procura di Perugia aprirà un'indagine nei confronti di uno dei più stretti collaboratori del procuratore Pignatone. Si tratta di Renato Cortese, autore della cattura di Provenzano e capo della squadra Mobile di Roma, che insieme a Maurizio Improta, responsabile dell'Ufficio Immigrazione della stessa Questura, nell'ottobre 2020 verrà condannato per la vicenda Shalabayeva, la frettolosa espulsione dall'Italia della moglie di un dissidente kazako. Indagine condotta da Antonella Duchini, in quel momento la più stretta collaboratrice di De Ficchy".
Occorre adesso fissare nella mente queste due variabili impreviste e tornare alla cronologia dei fatti. C'è un tribunale, quello di Perugia, che è convinto di aver raggiunto la verità circa la "frettolosa espulsione dall'Italia della moglie del dissidente kazako": l'ottobre scorso ha condannato due investigatori di razza nell'antimafia e nell'antiterrorismo, i questori Cortese e Improta appunto, altri quattro funzionari di polizia e un giudice di pace per sequestro di persona e falso documentale. Accuse gravi che macchiano per sempre l'onore di chi invece ha scelto di servire lo Stato, da poliziotto o da giudice.
I fatti risalgono al maggio 2013 (dopo otto anni siamo alla sentenza di primo grado...) e riguardano un caso all'epoca clamoroso, l'espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Aula, 6 anni, moglie e figlia del politico dissidente e imprenditore kazako Muktar Ablyazov, ricercato all'epoca da tre paesi (Russia, Kazakstan, Ucraina) per vari reati fiscali e aver sottratto decine di milioni dalla Banca centrale di Astana di cui era stato presidente. Nelle motivazioni depositate il mese scorso si parla di "rapimento di Stato" e si afferma che "per tre giorni è stata compressa la sovranità nazionale".
Fermiamoci brevemente su quei fatti. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013, in una villetta di Casal Palocco, zona residenziale a sud di Roma, irrompono 50 agenti della Digos e della squadra mobile allertati da un'informativa dell'ambasciata del Kazakistan sulla possibile presenza di Ablyazov sul quale pende il mandato di arresto internazionale. Nella villetta non c'è l'ex oligarca ma solo Alma e Aula, ospiti di Venera, sorella di Alma, e del marito.
Gli agenti trasferiscono la donna nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria contestando l'autenticità del documento esibito, un passaporto emesso dalla Repubblica centroafricana intestato ad Alma Ayan. La sera del 31 maggio, alle 22.30, la donna e la figlia vengono imbarcate su un volo con destinazione Astana. Il provvedimento di espulsione è possibile grazie al nulla osta della Procura di Roma. In calce ci sono le firme del procuratore Pignatone e del pm di turno, Albamonte.
Le indagini sulla vicenda restano alla Procura di Roma fino al 2016, poi vengono trasferite a Perugia perché tra gli indagati c'è un giudice di pace della Capitale che ha "attratto" la competenza in Umbria. Sempre a Perugia vive Madina Shalabayeva, sorella maggiore di Alma nonché moglie di un altro oligarca riparato in Svizzera, Ilias Krupanov, che nel 2014 aveva già presentato una denuncia per sequestro di persona. Il pm che riceve la denuncia di Madina Shalabayeva, e che poi nel 2016 attrae da Roma l'indagine sui poliziotti, si chiama Antonella Duchini, successivamente indagata a Firenze e trasferita dal Csm. I dettagli sono sostanza in questa storia complicata. Eccone altri, utili a fissare il contesto.
La Procura di Perugia all'epoca è guidata da Luigi De Ficchy, "rivale" di Pignatone che non lo sceglie come aggiunto nella Capitale. De Ficchy è anche il procuratore che nel 2017 (quindi dopo l'incontro al bar Vanni) indaga il magistrato Luca Palamara per corruzione (il gup proprio nei giorni scorsi ha chiesto all'accusa di specificare meglio le accuse nell'udienza preliminare) e che autorizza l'uso del trojan per intercettarlo. Le chat e le conversazioni captate dal trojan (fiore all'occhiello del ministro Bonafede) saranno poi all'origine dello tsunami che ha travolto il Csm, Palamara e tutta la magistratura, mettendo allo scoperto gli scontri tra le correnti della magistratura e gli accordi spartitori per le nomine apicali di procure e tribunali.
De Ficchy ha lasciato la Procura di Perugia due giorni prima che, a fine maggio 2019, i giornali comincino a pubblicare le intercettazioni del trojan di Palamara. Infine, qualche riferimento politico, anche questo utile. A maggio 2013, il governo Letta ha da poco nominato a capo della polizia il prefetto Alessandro Pansa, dopo un periodo di vacatio dovuto alla prematura scomparsa del prefetto Manganelli. Il governo Letta ha in maggioranza il nuovo partito di Angelino Alfano, ministro dell'Interno, creato dopo la traumatica scissione da Forza Italia. Torniamo all'indagine sulla "frettolosa espulsione" di Alma Shalabayeva e della figlia.
Il passaporto trovato nella villetta di Casal Palocco risulta, come si è detto, falso. Motivo per cui viene avviata la procedura di espulsione. I notam dell'Interpol parlano di un ricercato per reati finanziari (il marito Ablyazov) che non gode e neppure ha mai richiesto lo status di rifugiato politico. Motivo per cui neppure la moglie può essere compresa sotto questa protezione. Il 31 maggio 2013, quindi, il procuratore Pignatone e il pm Albamonte, dopo vari scambi di carteggi con il capo della Mobile Cortese e il responsabile dell'Ufficio Immigrazione Improta, completano il fascicolo per l'espulsione con tanto di firma del giudice per i minori. Sempre il 31 maggio, nel primo pomeriggio, quando Alma e la figlia sono ancora a Ponte Galeria, si presentano in Procura a Roma i loro legali Riccardo e Federico Olivo, che comunicano che la donna ha la protezione diplomatica come risulta dal passaporto della Repubblica centroafricana. Passaporto che però è palesemente falso.
Alle 17.30 Pignatone e Albamonte firmano il nulla osta e alle 22.30 mamma e figlia sono in volo per Astana. Dopo due giorni scoppia il caso: Shalabayeva diventa la cittadina più monitorata a livello internazionale. Emma Bonino, ministro degli Esteri, accende i riflettori e si mette al lavoro per proteggere madre e figlia che infatti torneranno in Italia pochi mesi dopo con un visto turistico, ottenendo poi l'asilo politico. Placate le acque mediatiche, la Procura di Roma, tra qualche imbarazzo visto che aveva autorizzato la partenza della donna, prosegue le indagini e nel maggio 2014 il pm Albamonte indaga per abuso e omissione il capo dell'Ufficio Immigrazione Maurizio Improta, insieme a suoi quattro collaboratori. Poiché tra gli indagati c'è il giudice di pace romano che seguì la pratica di esplulsione, il fascicolo emigra direttamente a Perugia per competenza. Dove lo aspettano, e a quanto pare già da un pezzo, De Ficchy e l'aggiunta Duchini.
Tra i primi atti istruttori c'è il verbale del pm Albamonte. Che mette nero su bianco che la Procura autorizzò la partenza di Shalabayeva e della figlia perché i documenti centrafricani della donna erano falsi e da nessuna parte risultava che godesse dello status di rifugiato politico. La domanda è: se così stanno le cose, perché Perugia cinque anni dopo arriva a condannare con accuse pesanti i due poliziotti e non coinvolge l'ufficio della Procura romana che firmò il nulla osta? Perché, soprattutto, il Tribunale non ha mai ammesso le testimonianze del sostituto Albamonte? Se errore ci fu, fu commesso da tutti, e non solo da una parte. Diversamente, non ci fu errore. E allora le condanne di oggi sono da rivalutare.
A questo punto merita leggere alcuni passaggi del verbale che Albamonte rese all'aggiunto di Perugia Antonella Duchini. È il 2 marzo 2016, il fascicolo sull'espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia (maggio 2013) è da poco stato trasferito a Perugia. Il dottor Albamonte ripercorre le ore del 31 maggio 2013. A metà mattina - racconta - "arrivò la telefonata del dottor Cortese (Mobile e Ufficio Immigrazione della questura di Roma erano responsabili della pratica per l'espulsione per cui era necessario il nulla osta della Procura, ndr) che chiese se c'erano motivi ostativi a negare il nulla osta. Domanda alla quale risposi non ravvisando tali motivi". Si tratta a tutti gli effetti di un nulla osta verbale. È una giornata intensa, quella, segno che il caso della signora Alma Ayan (questo il nome noto in Procura) assume subito un certo peso.
Dopo la telefonata infatti si presenta in ufficio l'avvocato Federico Olivo, vecchia conoscenza del dottor Albamonte: "Mi disse che c'era un problema perché era stato sequestrato un passaporto che risultava contraffatto mentre invece era originale ed era anche un passaporto diplomatico". A favore di queste tesi, l'avvocato mostra documenti consolari della Repubblica centroafricana che attestano l'autenticità del documento. Nella stessa conversazione l'avvocato "riferì anche che non tanto la signora quanto il marito era un oppositore politico del regime kazako, circostanza che risultava anche da fonti aperte".
Non un segreto di Stato, quindi. A quel punto Albamonte va dal procuratore aggiunto titolare del fascicolo (il dottor Rossi che poi però esce di scena per impegni personali) dove trova il padre di Federico Olivo, Riccardo. Insomma, il nulla osta verbale viene momentaneamente sospeso in attesa di verifiche sull'autenticità del passaporto diplomatico sequestrato dalla squadra mobile. La verifica però non fa cambiare idea: "Ci convincemmo - racconta Albamonte - che gli atti prodotti dalla difesa non erano sufficienti a escludere la falsità del passaporto diplomatico a nome Alman Ayan".
Dopo qualche minuto telefona il dottor Improta che sostiene di avere altro materiale utile al caso. "Il dottor Improta mi disse anche che l'Ufficio Immigrazione aveva bisogno di tempi celeri perché avevano la disponibilità da lì a poche ore di un volo per Astana".
Non potendo assicurare tempi celeri, il magistrato suggerisce - poi dirà di non aver mai saputo della presenza di una minore - di riportare la donna al Cie di Ponte Galeria. Albamonte sottopone il caso al procuratore Pignatone. Nel frattempo si fa pomeriggio. La documentazione aggiuntiva inviata da Improta consiste nella nota di Polaria di Fiumicino; della nota kazaka datata 30.5.2013 da cui risulta che "il vero nome di Alma Ayan è Shalabayeva, titolare di due validi passaporti kazaki e di un falso passaporto a nome Ayan"; la nota del cerimoniale del Ministero degli Esteri da cui risulta che "il nominativo di Ayan Alma era stato oggetto di una richiesta di accreditamento diplomatico per il Burundi ma che la pratica risultava poi essere stata revocata".
Raccolta e analizzata tutta la documentazione, Albamonte e Pignatone valutano che "il passaporto era falso come stabiliva la nota dell'autorità kazaka". Inoltre, "il tema della posizione di Ablyazov rispetto al regime kazako non fu centrale nelle nostre valutazioni. Avevamo la pro-va della falsità del documento. La presenza dell'indagata sul territorio italiano (richiesta dagli avvocati Olivo, ndr) non era dirimente. Tutto questo rese possibile il rilascio del nulla osta". Nello stesso verbale Albamonte sottolinea che "nessuno gli aveva mai detto le vere generalità della donna erano Alma Shalabayeva" e che "non mi era mai stato rappresentato che l'espulsione potesse comportare rischi per l'incolumità della donna". Il magistrato, proprio in chiusura di verbale, sottolinea di "non aver saputo che era coinvolta una bambina" e che nessuno gli disse che nella villa di Casal Palocco erano state rinvenute "mail da cui risultava che il nome di Alma Ayan era in realtà il nome usato da Alma Shalabayeva per ragioni di sicurezza".
Due circostanze che sembrano essere contraddette dalla lettura degli atti inviati in Procura il 31 maggio dal dottor Improta. L'oggetto scritto in testa al documento è infatti "Shalabayeva Alma alias Ayan Alma". Nello stesso documento si legge: "Pertanto la Shalabayeva è nella condizione di essere rimpatriata unitamente alla figlia minore attualmente affidata a persona nominata dal Tribunale dei minori".
Conviene qui subito dire che la bambina partì regolarmente con la mamma, come prevede la legge, e che la procedura fu seguita dal giudice dei minori, che non risultano forzature o costrizioni e che anche all'arrivo ad Astana la donna e la figlia condussero una vita protetta fino a dicembre quando il governo italiano, a mo' di scuse, le fece tornare in Italia con un regolare permesso. Nel frattempo il marito era in carcere a Nizza arrestato per fini estradizionali.
Non ultima, va riportata la nota Interpol firmata dall'allora segretario generale Ronald Noble. La data è del 23 luglio 2013. "In sintesi - si legge - per quanto riguarda l'Interpol e qualsiasi paese membro il signor Ablyazov era un soggetto ricercato da tre paesi membri Interpol per gravi reati. Nessun paese membro Interpol sarebbe stato (il 31 maggio, ndr) in grado di sapere attraverso il segretariato generale che il Regno Unito aveva concesso ad Ablyazov lo status di rifugiato politico".
Come potevano quindi Procura e Mobile sapere che la moglie sarebbe stata a sua volta in pericolo tornando ad Astana? Leggendo le motivazioni della sentenza che ha condannato Improta, Cortese e gli altri poliziotti i giudici sembrano invece essere partiti dall'assunto che quello fu un "sequestro di persona", quasi una "deportazione" e non di una regolare espulsione. Quella di Alma Shalabayeva è stata certamente una vicenda strana e per fortuna senza conseguenze su mamma e figlia. E questo è quanto più conta. Restano però aperte molte domande. La prima: come funzionò davvero la catena di comando che innescò l'irruzione a Casal Palocco?
La seconda: dalla relazione del capo della polizia prefetto Pansa si desume che il capo della Squadra Mobile deliberò l'operazione sulla base dell'input ricevuto dall'ambasciatore kazako. È tuttavia evidente che né Cortese né Improta avrebbero potuto decidere autonomamente quella espulsione. Perché, poi, la Procura di Perugia non sentì tra i testimoni anche il procuratore Pignatone e il pm Albamonte? La lista delle domande sarebbe ancora lunga. E chissà che una chiave per trovare le riposte non possa trovarsi anche in quell'incontro al bar Vanni tra i due Procuratori di Roma e Perugia di cui parla Palamara nel suo libro. Tutto questo merita un approfondimento.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 28 febbraio 2021
La denuncia del padre. Manifestazione per chiedere "Verità e giustizia". Il ragazzo di 15 anni stava tentando una rapina con una pistola giocattolo. Indagato un carabiniere ventenne per omicidio volontario.
È passato un anno dalla morte di Ugo Russo e i genitori ancora non sanno cos'è successo esattamente al figlio. Avevano protestato a luglio, ieri sono tornati in piazza, a Napoli, in corteo (presente anche Ascanio Celestini) per chiedere "quanto conta la vita di un ragazzo".
Ugo Russo aveva 15 anni e viveva in vico Paradiso, tra Montesanto e via Toledo. La notte dello scorso 29 febbraio con un amico tentò con una pistola giocattolo di rapinare del Rolex un altro ragazzo di 23 anni, che era in auto con la fidanzata. Un ragazzo che di mestiere fa il carabiniere ed era in licenza: ha estratto la pistola e ha sparato. Ugo è morto poco dopo, il carabiniere è indagato per omicidio volontario.
"L'autopsia è stata effettuata l'8 marzo e mai depositata, da un anno nessuna informazione. Dieci giorni fa la procura ha rigettato la nostra richiesta di riavere i vestiti di Ugo - spiega il padre, Vincenzo Russo -. Sono ancora in fase di indagini tecnico-scientifiche. In pratica non abbiamo nessuna certezza dalla procura, è come se mio figlio fosse morto ieri".
Eppure si tratta di un caso tragico ma non oscuro. Le telecamere della zona hanno persino ripreso il corpo di Ugo accasciato sul motorino, esanime. "I nostri periti ci hanno detto che è stato colpito frontalmente due volte, al petto e alla spalla, a distanza ravvicinata. Il terzo colpo, quello mortale, dietro la testa a 6, 7 metri dall'auto, mentre stava scappando. Ha lasciato Ugo a terra e ha inseguito l'amico di mio figlio sparando altre due volte".
Che ragazzo era Ugo lo racconta il padre: "Era intelligentissimo ma faceva fatica ad applicarsi, i professori lo sapevano che aveva le potenzialità ma non l'hanno aiutato, così lo hanno allontanato. Non è neppure colpa loro, è che non ce la fanno". Con la terza media, ha provato a fare il barista: dalle 8 alle 20 per 50 euro a settimana cioè 7 euro al giorno. L'apprendista muratore, quello che porta i sacchi di cemento e prende meno della solita paga a nero. Il fattorino: consegna di pomodori dal fruttivendolo alle trattorie. Il suo sogno era fare il pizzaiolo via da Napoli. Nel quartiere, con l'autorizzazione del condominio, è stato realizzato un murales che chiede "verità e giustizia", adesso il comune vuole rimuoverlo. Sulla stampa è finito sotto accusa come "murales dei clan".
"Questa storia tocca la tenuta delle garanzie democratiche - ribattono gli attivisti che hanno avviato una raccolta firme per impedirne la cancellazione -. Che non riguardano solo chi "non sbaglia mai". L'intera comunità dovrebbe interrogarsi sulle opportunità negate ai tanti Ugo Russo di costruirsi una strada, realizzare i propri diritti. Ragazzi dimenticati dalla politica, oggetto di facili retoriche". Il padre spiega: "Vorremmo creare un'associazione per i ragazzi del quartiere, per dare loro un'opportunità di lavoro, sport, studio ma anche in questo caso finiamo in faccia a un muro. Ma la prima cosa che vogliamo è sapere la verità. Mio figlio aveva 15 anni e una vita tutta in salita davanti, in un quartiere dimenticato dalle istituzioni. Anche da morto lo trattano come se non contasse nulla".
ilcapoluogo.it, 28 febbraio 2021
A L'Aquila sono ben 167 i reclusi in regime di isolamento del 41-bis, tra questi, diversi boss che hanno fatto richiesta di un permesso premio. Come ricostruisce Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, "solo nel carcere di L'Aquila risultano tre richieste di permesso premio da parte di boss detenuti al 41bis".
"Il primo è Maurizio Capoluongo, 59 anni boss di San Cipriano d'Aversa dalla fine degli anni Ottanta, vicino a Michele Zagaria, recluso al 41-bis. Capoluongo ha chiesto un permesso ad agosto, ma pur non avendo avuto risposta sa che comunque uscirà tra sei mesi per fine pena". "Più lontana la libertà per Giuseppe D'Agostino, 51 anni, boss della camorra salernitana. Ha chiesto un permesso di tre giorni il 23 settembre scorso. Dovrebbe uscire comunque per fine pena nel 2023".
"Pasquale Gallo, 64 anni, detto "'O Bellillo", boss di Torre Annunziata che per anni ha conteso lo scettro a Valentino Gionta, ha fatto richiesta di permesso il 17 ottobre del 2020. Gallo in cella ha preso tre lauree magistrali e l'istanza l'ha scritta da solo. Si accontenterebbe di 8 ore di permesso".
Il tutto nasce dalla sentenza della Corte costituzionale che ha di fatto eliminato l'articolo 4 bis che prima vietava i permessi ai boss e ha portato a diverse richieste che "sono basate sul cambiamento di personalità e sul comportamento corretto in carcere. La dissociazione è la nuova frontiera. Per ora compare nella richiesta di Filippo Graviano, classe 1961, recluso dal 1994. Il boss palermitano ha presentato la sua richiesta, scritta dall'avvocato Carla Archilei, il 5 gennaio del 2021. Graviano chiede un giorno di permesso".
rietilife.com, 28 febbraio 2021
Si è stabilizzata ed è monitorata costantemente la situazione in carcere, dopo l'esplosione di un focolaio Covid tra i detenuti. Sulle oltre 300 persone recluse nel carcere di Vazia, i positivi attuali sono 20: terminato il giro di tamponi su tutta la popolazione detenuta, il tasso di positività si è attestato al di sotto del 10%. I positivi, in buone condizioni, sono stati isolati e sono seguiti costantemente dal personale sanitario. Limitazioni momentanee sono attive per il carcere reatino, in termini di attività interne. La situazione è sotto controllo e, in attesa della negativizzazione, la prossima settimana è previsto un nuovo giro di tamponi tra gli oltre 300 detenuti per scongiurare la possibilità di altre positività.
Pur con numeri molto contenuti, il Covid ha riguardato anche il personale di Polizia Penitenziaria: ci sono in tutto 4 positivi (due dei quali già da tempo individuati e in isolamento) e altri sei agenti sono in quarantena. Anche loro, a breve, saranno sottoposti ai test di rito per i necessari controlli. Proprio i sindacati, su tutti la Cgil, nelle scorse settimane, avevano chiesto la vaccinazione per il personale di Polizia Penitenziaria, al pari delle altre forze dell'ordine, nel Reatino già ampiamente interessate dalla campagna vaccinale. A quanto filtra, gli agenti saranno vaccinati dalla prima quindicina del mese in arrivo.
di Nicola Astolfi
Il Gazzettino, 28 febbraio 2021
Il 31 dicembre 2010 erano detenute 448 persone nei 18 istituti penitenziari per minori in Italia. A quasi 10 anni di distanza, secondo l'ultimo aggiornamento disponibile dalle statistiche del Ministero della Giustizia, è diminuita del 32% la popolazione carceraria nella stessa classe d'età: erano infatti 305 persone, allo scorso 15 dicembre, di cui 283 in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni, nella fascia che comprende i minorenni e i giovani adulti (ragazzi di età tra i 18 e i 24 anni compiuti).
"È evidente come la legislazione relativa alla giustizia minorile releghi il carcere ad un ruolo assolutamente residuale, in quanto luogo negativo e violento nel quale il minorenne può solo peggiorare negli atteggiamenti delinquenziali, e perciò prediliga forme alternative quali le comunità, case famiglia e l'istituto della messa alla prova, percorsi che servono ad aiutare i ragazzi a ritornare in fretta alla legalità e a riprendere i loro processi di crescita e maturazione, restituendoli alle loro famiglie" commenta Livio Ferrari, fondatore e presidente dell'associazione di volontariato Centro Francescano di Ascolto, esperto di politiche penitenziarie, fondatore della Conferenza nazionale Volontariato Giustizia e del Movimento No Prison, di cui è portavoce.
C'è il rischio che il carcere minorile nell'ex casa circondariale in via Verdi diventi un carcere fantasma, mai utilizzato? "No, perché sostituirà il carcere minorile di Treviso e continuerà a recuperare principalmente i minori del territorio regionale che saranno arrestati, anche se il numero complessivo potrebbe attestarsi al massimo su una quindicina di soggetti".
Ferrari sottolinea che "entro un paio d'anni il nuovo carcere sarà operativo, visto l'appalto già assegnato per i lavori di ristrutturazione. Ora - continua - è necessario che i soggetti pubblici e privati del nostro territorio si confrontino per organizzarsi. E significa mettere in campo quelle progettualità che servano a far uscire di prigione i minorenni autori di reati in tempi brevi e inserirli in percorsi che privilegino l'istruzione e la formazione".
Che ne pensa del dibattito aperto sul tema, ormai da anni, tra gli esponenti politici locali e delle possibili conseguenze dell'arrivo dell'istituto minorile per il Tribunale e il centro storico? "La nuova casa circondariale è stata inaugurata il 29 dicembre 2015, ma si sapeva già nel 2007 che la vecchia struttura sarebbe stata chiusa, quando venne posta la prima pietra dall'allora ministro Mastella.
Pertanto è evidente come in 8 anni nessuna amministrazione comunale si sia preoccupata di indicare per tempo al Ministero della Giustizia le proprie priorità. E già a marzo del 2017 lo stesso dicastero aveva deciso per il trasferimento a Rovigo del minorile di Treviso. Le successive prese di posizione e quant'altro sono state solo tempo perso. Non vedo comunque problemi per la comunità locale per questo nuovo insediamento, considerati anche i numeri esigui che comporterà".
Il suo impegno per l'abolizione dell'attuale sistema carcerario è noto: quali percorsi sono da preferire, al posto della carcerazione, per reinserire e recuperare i giovani autori di reato? "Certamente la detenzione è la modalità più violenta e diseducativa che si possa mettere in atto, e deve essere ridotta al minimo come avviene per fortuna nell'ambito della legislazione minorile, da cui dovrebbe prendere esempio anche quella per gli adulti: 18 carceri contro 190, al massimo meno di 500 giovani contro 55.000 persone di media. Per recuperare i ragazzi devianti sono sempre da privilegiare percorsi che educhino alla legalità e insegnino loro una professionalità, perché il lavoro è l'elemento principe per il reinserimento, attraverso il dispiegarsi di una vita decorosa e lontana da possibili emarginazioni".
baritoday.it, 28 febbraio 2021
La decisione del magistrato di sorveglianza per Domenico Strisciuglio, detenuto a Sassari: accolto il reclamo proposto dal difensore. Visto il momento di pandemia, in caso di impossibilità alla visita, si può ricorrere alla tecnologia. Potrà fare una videochiamata al mese con i familiari il boss barese Domenico Strisciuglio, soprannominato "Mimmo la Luna", 48enne ritenuto a capo dell'omonimo clan mafioso del quartiere Libertà. Strisciuglio è attualmente detenuto in regime 41 bis a Sassari, dove sconta condanne per reati di mafia e omicidi.
Il magistrato di sorveglianza, come riporta oggi l'Ansa, ha accolto il reclamo proposto tramite il difensore, l'avvocato Massimo Roberto Chiusolo, ritenendo che "i colloqui visivi con i familiari costituiscono espressione di un diritto di primaria importanza: quello al mantenimento dei rapporti affettivi" e quindi, in questo momento di pandemia, "l'evoluzione tecnologica può fare ingresso nell'ordinamento penitenziario", sostituendo, in caso di impossibilità alla visita, ai colloqui telefonici le videochiamate.
di Alessio Duranti
sienanews.it, 28 febbraio 2021
"Non sono individui chiusi in una scatola, ma essere umani a cui dobbiamo provare a dare una seconda opportunità", è con questa convinzione che Giuseppina Ballistreri, funzionario giuridico pedagogico (si occupa del trattamento rieducativo dei detenuti ndr) del carcere di Santo Spirito, ha portato avanti il progetto formativo IN.SI.d.E.
L'iniziativa, che partirà a breve, è un corso rivolto a 8 persone, la metà di nazionalità straniera, della casa circondariale. I detenuti parteciperanno ad un percorso di 250 ore sulla manutenzione di impianti termoidraulici e la realizzazione di lavori edili. Successivamente è previsto uno stage di 80 ore in alcune aziende di settore della provincia. Sono incluse inoltre 10 ore di attività non formativa ed 8 ore di accompagnamento, utili a sostenere il reingresso nella società e nel mondo del lavoro dei detenuti. Tutto finirà con un esame per il rilascio di 2 certificazioni di competenze agli allievi che concluderanno positivamente il corso.
IN.SI.d.E. si pone l'obiettivo di agevolare l'inserimento/reinserimento lavorativo di detenuti, non lontani dalla dimissione, per i quali risulta determinante l'acquisizione di abilità spendibili sul mercato del lavoro. "Il carcere può dare gli strumenti per ripartire e con gli strumenti giusti tutti possono rimettersi in gioco", commenta Ballistreri che aggiunge "Santo Spirito è molto piccolo, ma nel corso della sua storia ha raggiunto tanti obiettivi che si era posto.
Molto è dovuto al Sergio La Montagna (il direttore della struttura ndr). Se non fosse per lui forse non saremmo qui, è una persona illuminata". Il corso è totalmente gratuito e si finanzia con le risorse del bando Por Fse Toscana 2014-2020. Toscana Formazione ha presentato il progetto, con l'aiuto dell'istituto Caselli "attuatore dell'iniziativa". A sostenere la realizzazione di IN.SI.d.E. ci sono stati anche il comune, l'università di Siena e le associazioni di volontariato operanti all'interno di Santo Spirito.
"Ho trovato un collaboratore eccezionale come il dottor Simone Tiezzi - prosegue Ballistreri. L'Iter burocratico è stato abbastanza veloce. Adesso dobbiamo organizzarci con l'emergenza sanitaria in corso. La prima parte teorica comunque la svolgeremo interamente on- line". Ballistreri continua: "Per il nostro stage abbiamo avuto un grande appoggio del territorio: la collaborazione con le aziende, tra pubblico e privato, ha portato a questo grande obiettivo".
di Simona Santicchia
lamiacittanews.it, 28 febbraio 2021
Il progetto di impresa e di recupero di O.R.T.O. per formare i detenuti in agricoltori. Si chiama O.R.T.O. ed è un'associazione di promozione socio-culturale. L'acronimo sta a rappresentare la sua missione: Organizzazione Recupero Territorio e Ortofrutticole. Con sede a Soriano nel Cimino, opera con l'obiettivo di aiutare le fasce di popolazione forzatamente distanti dal contatto giornaliero con l'ambiente a considerare come l'ambito naturale e rurale possa diventare un'opportunità di di attività produttiva, di riscatto personale e di tutela di un bene comune.
Quello di O.R.T.O. è in sintesi un progetto di inclusione degli appassionati di orticoltura, di chi è portatore di un disagio e dei giovani in cerca di primo impiego nel mondo del lavoro. Ha all'attivo la formazione per l'occupazione, l'inserimento lavorativo e l'inclusione con particolare riguardo alla popolazione carceraria.
Abbiamo incontrato Agnese Inverni, impegnata nell'associazione come socio e operatore. "Il ruolo della formazione professionale - racconta - rappresenta uno strumento di consolidata efficacia sia per l'ingresso che per il rientro al lavoro delle persone detenute. La riduzione delle recidive passano da circa il 70% a meno del 20% con un evidente impatto positivo sulla collettività, nonché risparmi per il sistema di amministrazione penitenziaria".
Il progetto "Semi liberi" realizzato da O.R.T.O. nasce con lo scopo di creare un punto di contatto tra la realtà carceraria e la società civile esterna. È stato ideato nel 2017 per l'attivazione di corsi di formazione professionale in ambito agricolo e vivaistico all'interno della Casa Circondariale di Viterbo. "La particolarità di "Semi liberi" sta proprio nella sua multifunzionalità - continua - Il percorso di rieducazione passa attraverso la promozione di attività che rispettano l'ambiente, la dignità del lavoratore, la qualità dei prodotti e la salute del consumatore. Il progetto non nasce in un'ottica di assistenzialismo ma offre ai partecipanti la possibilità di impiegare al meglio le proprie abilità per costruire una vera e propria impresa commerciale; lo scopo ultimo di "Semi liberi" è che i detenuti imparino a realizzare, trasformare, confezionare e rendere disponibile al pubblico i diversi prodotti in maniera completamente autonoma, sviluppando il proprio senso di responsabilità e di autogestione".
Ad oggi oltre 30 persone hanno beneficiato di questa progettualità, occupandosi della produzione di piante aromatiche e officinali, piccoli frutti, olio extra vergine di oliva, micro-ortaggi e germogli freschi attraverso tecniche di coltivazione ecosostenibili. Elton e Pierpaolo, due tra i beneficiari - prosegue l'operatore dell'associazione - hanno iniziato la loro avventura con O.R.T.O. proprio nel 2017, anno in cui la cooperativa è entrata per la prima volta nella Casa circondariale. Sono i veri e propri veterani del progetto e hanno partecipato a tutte le fasi di sviluppo del programma fino a diventare a tutti gli effetti soci. Nel tempo hanno seguito corsi di formazione sulle tecniche di coltivazione in serra e sui metodi di produzione di germogli freschi, un alimento poco conosciuto in Italia ma che riscuote molto successo negli Usa e nel Nord Europa. Si sono poi dedicati alla coltivazione di diverse varietà di piante aromatiche e officinali, alla manutenzione dell'oliveto della Casa circondariale e alla produzione di micro-ortaggi. Con il tempo e l'esperienza hanno acquisito sempre più dimestichezza nella pratica agricola e si sono indirizzati verso settori specifici".
Parlare con Agnese Inverni racconta di come le attività siano progredite nel tempo, coinvolgendo sempre più detenuti e operatori del territorio sia sotto il profilo lavorativo che relazionale. "Uno dei maggiori benefici che i detenuti ricevono da un progetto di rieducazione e inclusione lavorativa è proprio la possibilità di socializzare tra loro e con gli operatori che gestiscono le attività. Pierpaolo ed Elton ribadiscono che l'incontro con persone provenienti dalla società esterna comporta molti vantaggi da un punto di vista psicologico; il lavoro pratico e la conversazione con i volontari distolgono l'attenzione da pensieri ricorrenti che, nella monotonia della vita in carcere, possono diventare ossessivi. Per loro ogni momento passato al lavoro è un modo per impegnarsi nella praticità e tenere la testa occupata, lontana dai soliti pensieri e dai soliti discorsi". O.R.T.O. ha recentemente intrapreso una collaborazione con la onlus romana "Semi di libertà" per la realizzazione di nuove future iniziative di inclusione sociale e professionale sia dentro che fuori le mura del carcere, anche nella capitale. Per tutte le informazioni www.coopsocialeorto.it.
di Dario Di Vico
Corriere della Sera, 28 febbraio 2021
La nostra società è notoriamente vitale e ci sarebbe molto altro da raccontare e da apprendere sulle strategie di adattamento a quest'inedita situazione. In questo lungo e drammatico anno occupato dall'offensiva del virus e dalle restrizioni della mobilità decise da governo e Regioni la società italiana ha sviluppato come forma di reazione svariati processi di adattamento, che pur coinvolgendo milioni di persone, sono rimasti poco illuminati dai media e dal dibattito politico. La nostra è una società notoriamente vitale, in molti casi anarchica e in altri capace di scavare percorsi carsici, tentare di conoscerla e di mapparla non è un puro esercizio intellettuale bensì una condizione necessaria per cercare di governarla. Ancor di più in una circostanza storica nella quale la spinta alla ricostruzione non potrà venire solo dalle cospicue risorse del Next Generation Eu ma anche da comportamenti coerenti e da un movimento dal basso capace di accompagnare e valorizzare i flussi di denaro dall'alto.
Una mappatura dei cambiamenti intervenuti nella società italiana nell'anno della pandemia non può certo esaurirsi nello spazio di un articolo di giornale, vale la pena però scattare qualche fotografia e incrociarla con gli orientamenti che abbiamo maturato nel frattempo e con i progetti che andiamo stendendo per il futuro. Partiamo, ad esempio, dalla formula della città dei 15 minuti, una suggestione lanciata dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo e che sta incontrando un discreto successo in Italia. Nelle grandi città i quartieri si sono dati un loro codice di vitalità.
La circolazione delle persone avviene con sufficiente regolarità a partire dai supermercati diventati il centro della vita di quartiere ma attorno ad essi hanno trovato un proprio ritmo tutta una serie di piccole attività artigianali o di servizio che sono riuscite per questa via a conservare la relazione con i propri clienti e a sviluppare nuove soluzioni per non perderli. Il tutto si dipana con sufficiente regolarità, quasi indipendentemente dal colore delle restrizioni e con una buona osservanza delle norme di sicurezza. Sarebbe interessante sapere quanto questa modalità di funzionamento dei quartieri si sia estesa perché si tratta di un'esperienza di cui far tesoro e da portarsi dietro nel dopo-pandemia. A patto evidentemente di ricondurre nel perimetro dei 15 minuti anche quote significative di lavoro e un decentramento dei servizi amministrativo-burocratici.
Anche il lavoro da remoto va considerato una forma di adattamento alle restrizioni della mobilità che la società ha saputo far propria in un battibaleno. Non avremmo scommesso un euro che le organizzazioni e le persone sarebbero state capaci di delocalizzare i flussi esecutivi con tanta velocità e con le conoscenze tecnologiche necessarie. Invece è avvenuto. E oggi siamo in grado di fare due operazioni in una: apprezzarne i vantaggi in termini di capacità di reazione e di flessibilità e indicarne spietatamente i limiti, a cominciare dal rischio di peggiorare la condizione femminile riportandoci indietro di qualche lustro. Anche in questo caso però a dirimere la querelle sarà la capacità che avremo di operare una sintesi di quest'esperienza, di tenere il bambino e buttare l'acqua sporca. Se la città à la Hidalgo e lo smart working sono riorganizzazioni che hanno avuto come teatro la città, è rimasto in ombra forse il principale adattamento virtuoso avvenuto nel "contado" dove la comunità silenziosa delle imprese e dei lavoratori ha tenuto aperte le fabbriche applicando i migliori standard di sicurezza sanitaria. Questa continuità produttiva ha permesso di arginare la frana, di tenere agganciate le forniture italiane alle grandi catene internazionali del valore, di aumentare le esportazioni del made in Italy (+3,3%, intero 2020 su intero 2019), di modernizzare le aziende per tenerle al passo dell'evoluzione digitale e commerciale. In breve ha consentito a noi consumatori di avere sempre in tavola non solo la pasta ma anche il parmigiano e all'industria italiana di difendere il posizionamento internazionale. Scusate se è poco.
Nella categoria delle strategie dell'adattamento credo che vada incluso anche il successo del generoso eco-bonus (110%). Secondo i dati forniti da Ance sulla base di un monitoraggio congiunto Enea-Mise al 22 febbraio 2021 risultavano protocollati 4.400 interventi con uno stato di avanzamento lavori almeno del 30%. Secondo le stime il tiraggio della misura dovrebbe arrivare nell'anno a 3,6 miliardi, una stima ampiamente per difetto perché non sono ancora partiti i lavori di efficientamento energetico dei grandi condomini. Grazie all'eco-bonus la filiera delle riparazioni edili non solo è ripartita ma sembra aver fatto il pieno di ordini anche per i prossimi mesi vista la difficoltà che in alcune città si trova nel rintracciare ditte con l'agenda libera. È sicuramente grazie a questo revamping e ovviamente alla spettacolare crescita delle spedizioni in e-commerce che le immatricolazioni di autocarri in Italia nel gennaio 2021 hanno fatto segnare un sorprendente +8,5% se paragonato al gennaio 2020, ovvero al pre-pandemia.
Persino nel campo più delicato e considerato esplosivo dai politici e dai commentatori, quello dei licenziamenti post-blocco, c'è bisogno di rimanere legati ai fatti. Incrociando diversi dati di provenienza Inps, Istat e Veneto Lavoro uno dei più attenti esperti di mercato del lavoro, Bruno Anastasia, ha provato su Lavoce.info a formulare qualche analisi e previsione. In primo luogo non è pensabile che si verifichi una corsa a licenziare dal giorno dopo l'eventuale sblocco delle procedure ma caso mai inizierà un flusso destinato a svilupparsi nell'arco di qualche mese, in corrispondenza all'esaurimento delle settimane disponibili di Cig-Covid. Ad esserne colpiti sarebbero nella gran parte i dipendenti delle piccole imprese (sotto i 15 addetti) in crisi di mercato e rimaste fuori dalle filiere di fornitura. E comunque arrivando ai numeri Anastasia ipotizza da aprile circa 200-300 mila licenziamenti. "In concreto per qualche tempo il flusso ordinario di licenziamenti economici, pari a 40-50 mila al mese, potrebbe risultare raddoppiato o triplicato". Un numero evidentemente cospicuo ma che mixando misure di sostegno e politiche attive non è impossibile da fronteggiare.
Ci sarebbe molto altro da raccontare e da apprendere sulle strategie di adattamento degli italiani a quest'inedita crisi in diversi campi (sanità, scuola, ecc.) e ovviamente - prevengo l'obiezione - so benissimo che insieme al grano sarà cresciuto in questi mesi anche tanto loglio ma bisogna innanzitutto convincersi che nella difficile opera di ricostruzione post-virus non saranno sufficienti né un Super Piano né un Deus ex machina. Prima viene la società, poi la politica.
di Paolo Mastrolilli
La Stampa, 28 febbraio 2021
L'Onu in Congo indagava sui rapimenti. La strada di Attanasio nel mirino dei banditi. Giallo sulla sicurezza del diplomatico, Kinshasa: "Aveva comunicato di aver annullato il viaggio". I rapimenti a scopo di riscatto, dilaganti nella regione di Rutshuru, erano stati un tema al centro della visita che la delegazione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva fatto il 12 febbraio, nella zona dove poi è stato ucciso Attanasio. Questo conferma la pericolosità dell'area, e quindi la necessità di avere una protezione più forte, ma indica anche la pista che probabilmente gli inquirenti stanno seguendo per trovare i colpevoli. Kinshasa nel frattempo ha detto che l'ambasciatore italiano aveva comunicato di aver annullato il suo viaggio.
La delegazione guidata da Axel Kenes, direttore generale per gli Affari Multilaterali e la Globalizzazione al ministero degli Esteri belga, era arrivata a Goma l'11 febbraio. Durante un incontro, alcune attiviste di North Kivu avevano "sottolineato la necessità di azioni complessive e urgenti per ridurre la violenza nell'Est, orchestrata da gruppi armati, membri delle gang, e anche elementi delle forze di sicurezza della Drc".
Il 12 febbraio la delegazione aveva visitato Rutshuru, dove si dirigeva Attanasio. I diplomatici erano andati nella base di Monusco a Kiwanja, avevano incontrato il capo del Force Central Sector della missione Onu, e tenuto una conferenza. All'incontro c'erano l'amministratore territoriale, le forze armate del Congo Fardc, la polizia nazionale Pnc, l'agenzia di intelligence Anr, e il direttorato generale per le migrazioni Dgm. "I responsabili della sicurezza hanno sottolineato le grandi sfide nella protezione dei civili, poste dai vari gruppi armati operanti nel territorio. Hanno anche sollevato la questione dei rapimenti criminali a scopo di riscatto, dilaganti nella regione".
I diplomatici poi erano andati a Virunga, per vedere i leader del Congolese Institute for the Conservation of Nature (Iccn) che gestisce il parco. "La leadership del Virunga National Park ha spiegato che è minacciato dai gruppi armati, attraverso lo sfruttamento illegale per agricoltura, pesca, produzione di carbonella. L'Iccn ha notato come i residenti nelle vicinanze del parco cercano di sfuggire alla povertà sfruttandone le risorse, cosa che provoca frizioni".
Questa situazione nella zona dell'assalto al convoglio del Pam dimostra due cose. Primo, l'alto livello di insicurezza generale, che però non riguarda tanto i gruppi terroristi islamici, più presenti nell'area settentrionale di Beni, quanto le milizie hutu ruandesi e le bande armate. Ciò conferma che sarebbe servita più protezione, chiunque dovesse fornirla. Secondo, la probabilità che l'attacco fosse un rapimento a scopo di riscatto. A Rutshuru queste attività sono "dilaganti", spesso nemmeno condotte da gruppi armati, ma da bande criminali.
La povertà è molto diffusa, e non si rimedia col traffico di terre rare, minerali o altre iniziative sofisticate, ma anche solo con la produzione illegale di carbonella. Se un gruppo terroristico islamico, magari collegato a Shabab, avesse condotto l'attacco per alzare il proprio profilo politico, avrebbe avuto tutto l'interesse a rivendicarlo. Il silenzio invece si addice di più a criminalità e gang.
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