di Vincenzo Ammaliato
La Stampa, 26 novembre 2020
In Italia le strutture sono in crisi. Boom di contagi anche tra gli agenti: 936. Allerta rossa a Napoli. Il garante: "Impossibile rispettare le norme Covid". Quasi mille positivi al coronavirus su cinquantaquattromila individui. È una fra le incidenze più alte in Italia nel rapporto popolazione contagiati, e non poteva essere diversamente, considerando che si tratta dei detenuti reclusi nelle carceri dell'intera penisola, spesso sovraffollate e senza spazi adeguati per isolare i contagiati.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 26 novembre 2020
Salvatore, 76 anni, vecchio lo è diventato nel carcere di Opera, ci è entrato a 42 anni ed ora è finalmente fuori, scarcerato per fine esistenza. Ammazzato dal coronavirus. 34 anni di galera per la gioia dei fan della certezza della pena.
Mario, 70 anni, lungo i corridoi del carcere di Secondigliano scivolava come un treno sul binario a bordo della sua carrozzina, anche lui è fuori per sempre, liberato e ucciso dal Covid. E Antonino, 82 anni, è il decano dei morti da coronavirus fra i galeotti, un titolo che da Livorno di sicuro non avrebbe voluto detenere.
di Valter Vecellio
lindro.it, 26 novembre 2020
Quasi duemila contagi tra detenuti e agenti, ma c'è un sommerso inimmaginabile. Quando si parla di carcere e dei suoi enormi problemi, ascoltare Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, Presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari, e già Direttore del centro clinico di Pisa è imprescindibile. Ceraudo ha le idee chiare: "L'Iran e la Turchia, non proprio un esempio di democrazia, hanno rilasciato i propri detenuti.
di Angela Stella
Il Riformista, 26 novembre 2020
Allo sciopero della fame per chiedere di sfollare le celle aderiscono anche i reclusi dell'Alta sicurezza di Sulmona: "Per noi nessuno farà nulla, ma almeno aiutiamo i nostri compagni".
Sono 826 detenuti e 1042 gli operatori penitenziari positivi al coronavirus. A fare il punto sulla situazione del contagio nelle carceri italiane è stato ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, rispondendo al question time alla Camera: tra i detenuti contagiati 804 sono gestiti dall'Area sanitaria interna e 22 ricoverati presso luoghi esterni di cura.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 26 novembre 2020
"Non voglio essere rivoluzionario ma per me, utopisticamente, si dovrebbe arrivare all'eliminazione del carcere che considero una pena ormai anacronistica". Detto da un ex direttore penitenziario con 40 anni di esperienza e una carriera che lo ha portato a dirigere alcuni tra i maggiori istituti di pena italiani, ricorrendo anche ruoli di vertice all'interno del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è un'affermazione che deve far riflettere.
"È una mia utopia", spiega Luigi Pagano, oggi consulente del Difensore civico della Lombardia ma per 40 anni alla guida di penitenziari come Pianosa negli anni di Piombo, Nuoro al tempo dell'omicidio di Francis Turatello, Asinara riaperto appositamente per l'isolamento del capo della Nuova Camorra Organizzata (Nco) Raffaele Cutolo, e poi Alghero, Piacenza, Brescia, Taranto fino ad approdare nel 1989 alla direzione, durata sedici anni, del carcere milanese di San Vittore e poi alla casa di reclusione di Bollate, tra le esperienze più avanzate sul piano dell'inclusione sociale dei detenuti. Natali nel Casertano e studi in Giurisprudenza a Napoli, Pagano è autore di un libro, "Il direttore", che è un viaggio nelle prigioni italiane e fa di lui un testimone ma anche un protagonista della storia penitenziaria italiana, oltre che un fautore del cambiamento che il Paese non è stato ancora in grado di attuare.
Perché secondo lei?
"Per una lunga serie di motivi. Il problema delle carceri viene da lontano e non è mai stato affrontato seriamente. Basti pensare che la legge di riforma è del 1975 e si parla ancora di darle attuazione. Inoltre, c'è anche un aspetto culturale da considerare: la pena diversa dal carcere non è vista di buon occhio, la gente vede la condanna soltanto nella reclusione. Ci si rifà comunque e sempre al diritto penale che pure andrebbe riformato: abbiamo un codice del 1930 e questo è un grosso problema".
Oggi l'attenzione sul carcere è soprattutto legata all'emergenza Covid, tanto che si torna a chiedere amnistia e indulto...
"Si continua a cercare la misura deflattiva ogni volta che c'è un'emergenza, senza pensare che tutta una serie di rimedi si hanno già con le misure alternative e con la realizzazione di carceri adeguate a detenere le persone, rispettando la Costituzione e garantendo una pena che sia in primo luogo dignitosa e consenta il reinserimento sociale. In tutti questi anni c'è stata grandissima distrazione sulle carceri e la riforma penitenziaria è stata sempre considerata di serie B. In un'epoca emergenziale come questa, bisognerebbe fermarsi un attimo, come accadde nel 2013 quando arrivò la condanna di Strasburgo per il trattamento disumano e degradante nelle carceri. Diversamente da allora, però, bisognerebbe non lasciarsi sfuggire l'occasione di ripensare veramente al carcere. All'epoca la situazione era collasso, ci furono gli Stati generali ma alla fine mentre a Roma si discuteva di come migliorarlo. Così il carcere tornò a essere quello che è sempre stato e siamo arrivati alla situazione attuale in cui, a causa del sovraffollamento e dell'emergenza Covid, si adottano misure emergenziali che lasciano il tempo che trovano perché non prevedono cambiamenti strutturali".
Quindi anche questa attuale rischia di essere un'opportunità sprecata?
"Temo di sì. La politica, in 40 anni, si è disinteressata delle carceri e, quando ha avuto la possibilità di trasformarle, ha ceduto alle pressioni di chi voleva più detenzione e più pene. Ci vorrebbe invece un'idea, una visione che vada un po' più in là, non immaginando chissà cosa ma semplicemente rispettando la Costituzione. Dove le carceri funzionano è perché la popolazione detenuta è più o meno adeguata, le strutture sono idonee e c'è la volontà di applicare la riforma penitenziaria. Se si fosse seriamente investito nell'edilizia penitenziaria, carceri come San Vittore o Poggioreale non esisterebbero più. Un altro paradosso, inoltre, è che i detenuti in questi istituti sono presunti non colpevoli, perché questi penitenziari sono case circondariali e, in quanto tali, dovrebbero detenere soltanto o in prevalenza persone imputate. Ed è evidente che persone imputate non possono essere tenute in queste condizioni".
In carcere ci sono anche bambini, quelli al seguito delle detenute madri...
"Quando lavorammo all'Icam di Milano pensavamo di chiuderlo quasi immediatamente sperando di risolvere in maniera quasi totale il problema dei bambini in carcere. Invece scopriamo che i bambini sono ancora in carcere, pochi negli Icam e molti ancora negli istituti di pena. Purtroppo, spesso mancano le strutture esterne. Accade anche per tossicodipendenti, ultrasettantenni e persone malate per cui il carcere da extrema ratio diventa paradossalmente una sorta di comunità".
Torniamo alla sua utopia...
"Eliminare il carcere è l'utopia. Più realisticamente credo che si possa pensare di eliminarlo gradualmente, cominciando a rispettare l'articolo 27 della Costituzione, abbandonando l'idea della galera come punizione e isolamento, riformando il codice penale, puntando sull'inclusione sociale, creando più contatti tra istituti di pena e mondo esterno".
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 26 novembre 2020
Nel regolamento sull'Ordinamento penitenziario (Dpr 30 giugno 2000, n. 230) si legge che "particolare attenzione è dedicata ad affrontare la crisi conseguente all'allontanamento del soggetto dal nucleo familiare, a rendere possibile il mantenimento di un valido rapporto con i figli, specie in età minore, e a preparare la famiglia, gli ambienti prossimi di vita e il soggetto stesso al rientro del contesto sociale". Invece proprio la lontananza crea continue problematiche a moltissimi detenuti e ai loro familiari, oltre a rendere impossibile un reinserimento nel tessuto sociale di appartenenza, in violazione del principio di territorialità della pena. Ciò porta a un generale peggioramento della condotta dei reclusi, non solo nei confronti degli operatori penitenziari, ma anche dei compagni di detenzione e degli stessi familiari.
Un trasferimento sgradito, per esempio, può determinare reazioni inconsulte per rabbia più o meno repressa, per umiliazione, per frustrazione. Reazioni che, analogamente, possono arrivare in seguito a un trasferimento chiesto e non ottenuto. Per questo penso che il trasferimento imposto non possa essere utilizzato come modalità di gestione dei detenuti "problematici", ma dovrebbe rappresentare l'extrema ratio. La gestione del detenuto va piuttosto improntata al dialogo e al processo di conoscenza personale. Cosa che vedo fare, per la verità, alla maggior parte delle persone che lavorano in carcere, pur tra mille difficoltà.
La valorizzazione dei rapporti con i familiari dovrebbe essere uno degli elementi fondamentali del trattamento, insieme alla possibilità di trovare un lavoro, di migliorare la propria istruzione, di praticare la propria fede religiosa e di partecipare alle attività culturali, ricreative e sportive. Ma sotto il primo profilo, da marzo scorso le limitazioni anti-Covid (prese per la salvaguardia di tutti) hanno perfino peggiorato la situazione. Non è possibile, anche quando il giudice ne veda la possibilità, trasferire un detenuto in un istituto più vicino ai propri familiari.
E ciò sta creando crescenti malumori. Inoltre, fino ai primi di marzo a Rebibbia vi era l'area verde dove i detenuti potevano intrattenersi con i familiari, abbracciare le mogli, i genitori, i figli e condividere momenti di serenità. Ciò era più facile e frequente per chi abitava nel Lazio o in zone non troppo lontane. Ma con i divieti imposti dalla pandemia, sono svaniti anche quei pochi momenti che sapevano di casa. Ora vi è soltanto la possibilità di un colloquio settimanale dietro un divisorio di plexiglass, oppure di una videochiamata o di una telefonata, previa prenotazione.
*Cappellano Casa circondariale maschile "Nuovo Complesso" di Rebibbia
di Chiara Colangelo
ultimavoce.it, 26 novembre 2020
Spazi d'intimità per i detenuti nelle carceri? La pena serve alla rieducazione e al reinserimento sociale del recluso. Il carcere deve essere una parentesi, un percorso che aiuti il reo a vivere. In tanti forse si chiedono se al Paese serve un disegno di legge che conceda ai detenuti spazi di intimità all'interno delle carceri. A nessuno sfugge la condizione in cui versa il sistema penitenziario italiano. Il sovraffollamento, le condizioni disumane e degradanti in cui sono costretti a vivere migliaia di detenuti nelle celle, la carenza del personale penitenziario. Inefficienze che nessun governo ha ancora risolto.
In questi anni l'Italia ha subito diversi procedimenti di infrazione. A confermare la pessima situazione in cui versa il sistema carcerario italiano, la visita del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti e delle punizioni inumane e degradanti (CPT) che si è svolta tra il 12 e il 22 marzo 2019 e che ha condotto a un corposo report pubblicato il 21 gennaio 2020.
Il CPT ha denunciato, ancora una volta, il sovraffollamento - a marzo 2019 il totale dei detenuti era di 60.611 contro 50.514 posti disponibili. La situazione, già grave, porta a un'escalation di episodi violenti tra i reclusi e tra i detenuti e il personale penitenziario. A questi si aggiungono i preoccupanti comportamenti autolesionisti di tanti carcerati, i maltrattamenti, l'assenza di relazioni interpersonali tra detenuti e agenti, l'omertà e le carenze strutturali nella sicurezza.
Per non parlare, poi, della scarsa e inadeguata offerta di reinserimento sociale con proposte di lavoro, teoricamente basate su corsi e attività professionalizzanti. In tutto ciò, emerge la precarietà nella tutela della salute dei detenuti e, soprattutto, di quelli che soffrono di disturbi psichiatrici conclamati. Infine, manca un piano per la prevenzione dei suicidi nelle celle. Intanto, anche nel 2020 nulla cambierà nelle carceri italiane, costrette a fronteggiare la diffusione del contagio da Covid-19.
Il disegno di legge n. 1876, norme a tutela delle relazioni affettive dei detenuti, è nato su impulso del Consiglio regionale della Toscana, e modifica la legge 26 luglio 1975 n. 354. Con il ddl si vuole permettere al detenuto di incontrare la propria famiglia, ritrovando la spinta per uscire dal carcere. Creare degli spazi d'intimità per i detenuti serve a soddisfare bisogni che influiscono sul benessere psicofisico dell'individuo. Perché è importante che non si allontanino dal mondo esterno.
Come ricorda Liliana Milella su Repubblica, questo dibattito non è il primo. A causa della pandemia il ddl è stato messo da parte. E come spesso accade in Italia per le questioni sociali, c'è il rischio che la proposta si areni. Già tante volte l'idea ha fatto discutere senza mai portare a nulla. Nel 2012 il tribunale di sorveglianza di Firenze aveva deciso di rivolgersi alla Corte Costituzionale per ottenere il parere sugli spazi di intimità per i detenuti, dopo che un 60enne aveva chiesto al giudice di trascorrere qualche ora con la moglie.
Il ddl prevede che vengano predisposti all'interno delle carceri degli spazi, al riparo dalla sorveglianza degli agenti e delle telecamere, dove il detenuto possa trascorrere un numero limitato di ore, da un minimo di sei a un massimo di ventiquattr'ore, con la propria famiglia: con il coniuge, il compagno o la compagna e i figli. La proposta riguarderebbe solo i detenuti che non abbiano commesso crimini violenti e coloro che non siano finiti in carcere per associazione mafiosa o terrorismo.
Il ddl, che la relatrice dem Monica Cirinnà ha definito un "atto di civiltà", amplia i permessi speciali, cambiando la definizione di "eventi familiari di particolare gravità" in "eventi familiari di particolare rilevanza". Una modifica che dà la possibilità al detenuto di ottenere e chiedere, oltre ai permessi premio o ai permessi per eventi negativi, anche quelli per dedicare del tempo alla propria famiglia. Nel testo cambiano anche i colloqui telefonici che potrebbero svolgersi quotidianamente e, non più una sola volta alla settimana, passando da dieci a venti minuti.
Il senatore della Lega Andrea Ostellari ha scritto sul suo profilo Facebook: "Sentite questa, con tutti i problemi che hanno gli italiani, in commissione giustizia stiamo perdendo tempo, perché il Pd vuole gli "appartamenti dell'amore" nelle carceri, per garantire ai detenuti adeguati rapporti intimi". Ostellari è stato smentito. La commissione giustizia infatti - scrive Pagella Politica - ha dedicato circa due ore alla discussione del ddl su cui sarà il Parlamento a esprimersi votando articolo per articolo. Né i leghisti né gli esponenti di Fratelli d'Italia digeriscono l'idea che un detenuto possa tornare ad abbracciare la propria famiglia, che possa fare sesso con il coniuge, con la compagna o il compagno.
L'Italia deve confrontarsi con la Norvegia, la Danimarca, l'Austria, la Germania, l'Olanda, la Svezia dove ai detenuti condannati a pene particolarmente lunghe è concesso del tempo da trascorrere in intimità con la famiglia. Una manciata di ore di privacy prima di rientrare in cella. Le sperimentazioni sono iniziate nel 2012 in Belgio e in Francia. Lo Stato ha messo a disposizione degli appartamenti senza telecamere di sorveglianza e agenti, tenuti a stare all'esterno, dove il detenuto trascorre 48 ore con i familiari. Si sono poi aggiunte la Croazia e l'Albania, qui i reclusi hanno il diritto di passare quattro ore in completa intimità.
I problemi strutturali del sistema penitenziario italiano non possono essere risolti né con un tratto di penna né con una seduta parlamentare né infine con un solo atto del governo. Lacune e inefficienze sono il frutto della incuria e dello scarso interesse politico. Anche se ricorderete tutti le battaglie di Marco Pannella con i Radicali sui penitenziari.
Nel sostenere la importanza degli spazi d'intimità per i detenuti nelle carceri non si deva mai dimenticare l'emergenza che si sta consumando nelle carceri. Non fa bene al Paese che si apra una parentesi fulminea sulle questioni sociali senza poi concretizzare nulla. Non ci sono dubbi, il dibattito sulla tutela delle relazioni affettive dei detenuti è più di un atto di civiltà. È la misura del progresso di una società. Si torni dunque a parlare delle carceri, una volta per tutte con l'idea di ridare dignità piena ai reclusi, rimodulando la pena sulle responsabilità dell'individuo.
Che lo Stato ponga fine all'idea oscurantista di chi crede che i detenuti siano solo dei reietti. Se il piacere e il dolore sono i motori degli esseri sensibili, se tra i motivi che spingono gli uomini anche alle più sublimi operazioni, furono destinati dall'invisibile legislatore il premio e la pena, dalla inesatta distribuzione di queste ne nascerà quella tanto meno osservata contradizione, quanto più comune, che le pene puniscano i delitti che hanno fatto nascere.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 26 novembre 2020
Non siamo alla paralisi di marzo, ma anche la seconda ondata del Covid sta mettendo a dura prova un organismo fragile come la giustizia italiana. Mentre il processo amministrativo regge con il ripristino delle udienze da remoto, penale e civile hanno ridotto l'attività. Udienze rinviate fino a un anno e mezzo, arretrato che si accumula. Ieri hanno protestato i penalisti.
A Napoli contro la prenotazione obbligatoria via mail per accedere in tribunale. A Milano contro la celebrazione, introdotta dal decreto ristori bis, di processi di appello con scambi di memorie scritte (senza udienza) e camere di consiglio da remoto (giudici a casa, via web). In realtà in questa fase la linea Bonafede non dispiace agli avvocati: in primo grado no al processo da remoto, in appello e Cassazione solo con consenso delle parti. Però si oppongono alle camere di consiglio da casa, "mentre i giudici girano il sugo" è la battuta più in voga, anche tra magistrati.
Per due motivi: violazione della segretezza e sentenza sostanzialmente affidata a un solo giudice, perché nel penale il fascicolo è ancora cartaceo ed è impossibile farne più copie. Più delusi i magistrati. Temono i contagi perché distanziamento e sanificazione funzionano nelle aule, ma non negli spazi comuni dei tribunali. Nell'ultimo incontro con il ministro la Anm ha chiesto, invano, più processi da remoto. Anche in primo grado, dove talvolta le discussioni durano dieci minuti tra requisitoria e arringa. E senza consenso degli avvocati.
Ma c'è la resistenza dei sindacati dei cancellieri, che rifiutano le mansioni di assistenza informatica. Accessi, verifiche, collegamenti, malfunzionamenti delle piattaforme sono tutt'altro che un clic, soprattutto nei processi con molte parti. Peraltro ai cancellieri, per ragioni di sicurezza informatica, è vietato lavorare da remoto anche se in smart working.
Di pc abilitati ne sono arrivati alcune migliaia, ma ne servirebbero almeno il doppio. Ancor più complicata la situazione nel civile. Delle tre modalità di udienza previste, due sono problematiche. L'udienza fisica richiede un'aula adeguata, ma le stanze dei giudici civili lo sono raramente. I medici responsabili della sicurezza nei tribunali individuano spazi che rispettano le norme sanitarie.
A Torino, per dire, due aule per tutti. Per molti processi appuntamento a fine 2021. L'udienza da remoto ha altre controindicazioni: nei tribunali i computer dei giudici sono generalmente sprovvisti di webcam, per non dire del traballante wifi. Per cui i magistrati hanno chiesto di poter svolgere le udienze da casa. Dove però c'è il problema del fascicolo ormai digitale. Non potendo stampare migliaia di pagine, studiarle su un pc portatile è scomodo.
Quanto sia sentito il problema è testimoniato dal fatto che le parcelle degli avvocati sono maggiorate del 30% se negli atti inseriscono i collegamenti ipertestuali, evitando al giudice di dover cercare decine di file. Gran parte delle udienze, quindi, si svolge in modalità "figurata": vengono fissate una data e un'ora (talvolta anche a mezzanotte) ma in realtà ci si scambiano gli atti via mail. Che per alcuni è privata, perché i giudici di pace non hanno la pec.
Problema: il codice non prevede l'udienza figurata. La scorsa settimana è andata in tilt la piattaforma informatica, quindi era impossibile depositare gli atti. Gli avvocati hanno chiesto più tempo, ma alcuni giudici l'hanno negato perché avrebbero potuto farlo in cartaceo in cancelleria. Così dice il codice. Peccato che le cancellerie chiudano a metà mattinata e accettino solo accessi con prenotazioni.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 26 novembre 2020
Da stamattina sul mio computer appaiono una serie di email tutte uguali dal titolo: "Vergogna", "Basta narrazioni violente", "Adesso dovete ascoltarci". È l'iniziativa di sensibilizzazione dei media che troppo spesso scrivono articoli di cronaca in cui il femminicida di turno viene descritto come "un buon padre di famiglia", "grande lavoratore", "distrutto dalla separazione" quasi a giustificare il suo gesto. Mi associo alla protesta e pubblico il testo integrale dell'appello. Noi giornalisti siamo in prima linea nel raccontare la violenza di genere, è importante pesare le parole e rendersi conto che ognuno di noi può aiutare a fermare la strage delle donne.
Ieri 25 novembre, in occasione della giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e contro le violenze di genere la vostra redazione è sotto attacco!
Questo è un attacco costruito dal basso e diretto a tutte quelle persone e istituzioni che sfruttano il loro ruolo per veicolare notizie e narrazioni che legittimano le violenze di genere, con un modo di fare giornalismo che colpisce sempre noi donne, ci ferisce e ci uccide una seconda volta.
Da sempre femminicidi, stupri, abusi, episodi di diffusione non consensuale di immagini, vengono romanticizzati e narrati con toni di finta tragicità. Questa spettacolarizzazione normalizza la violenza che subiamo ogni giorno, rende protagonista chi abusa e uccide descrivendolo con toni affettuosi - come "il gigante buono", il manager di successo", "il padre amorevole", "il brav'uomo ferito" - e dipinge come colpevole - perché "troppo ubriaca", "troppo provocante" o perché "decisa a interrompere una relazione" - chi la subisce.
La narrazione dei femminicidi come "dramma familiare" o "raptus di gelosia" giustifica la violenza, riducendola ad un fenomeno episodico. Le parole dei giornali costruiscono delle attenuanti e hanno delle ricadute enormi nel modo in cui viene percepita la violenza maschile sulle donne in un Paese in cui una donna ogni tre giorni viene uccisa per mano di un uomo.
Finché non vi smarcherete da questo modo di fare giornalismo, sarete voi, in prima persona, i complici della cultura dello stupro e della violenza che combattiamo ogni giorno. Oggi siete sotto attacco perché vogliamo rispedire questa narrazione tossica e violenta al mittente. Vogliamo dire Basta, noi non ci stiamo e puntiamo il dito pubblicamente contro di voi!
Vogliamo un mondo libero dalla violenza maschile e di genere.
Vogliamo un cambiamento strutturale che non può prescindere da un'informazione che non supporti e non occulti la matrice culturale della violenza, che non protegga lo stupratore, che non legittimi il femminicida e che non dipinga come colpevole chi subisce violenza. Vogliamo un'informazione che sia piattaforma di denuncia e non di legittimazione della violenza.
In questo attacco vi bombardiamo con il Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere dell'informazione: condividendone i 10 punti ritenuti prioritari per la costruzione di un'informazione responsabile e consapevole del fenomeno della violenza di genere. Ve lo invieremo allo sfinimento fino a quando non deciderete di applicarlo! Questo è solo l'inizio!
di Silvia Morosi
Corriere della Sera, 26 novembre 2020
La donna fu assassinata a 32 anni nel 2007 dal marito dopo aver denunciato per 12 volte le violenze subite dall'uomo. Il premier cita Aldo Moro: "Uno Stato non è veramente democratico se non ha come fine supremo la dignità". Lo Stato risarcirà i figli di Marianna Manduca, uccisa a 32 anni nel 2007 a Palagonia (Catania) dal marito. A dare l'annuncio il premier Giuseppe Conte, in occasione dell'evento organizzato in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre.
"Lo Stato deve avere il coraggio di ammettere i propri errori e assumersi le conseguenze. Farlo significa anche tutelare la dignità di una persona vittima di violenza", ha detto Conte. "È una storia di ordinaria ingiustizia", ha aggiunto. Manduca fu uccisa dopo 12 denunce per le violenze subite rimaste senza alcun seguito.
La battaglia legale - Dopo una lunga battaglia legale, nell'aprile di quest'anno, è stato accolto dalla Cassazione il ricorso dei tre figli della donna contro la sentenza d'Appello che aveva negato loro il diritto a 259mila euro di risarcimento per la mancata tutela della loro mamma da parte dello Stato. "Eccessiva frammentazione dei fatti" e un "percorso argomentativo in contrasto con le regole che governano l'accertamento" del concatenarsi degli eventi nel ricostruire il "caso Manduca" sono i motivi per i quali la Cassazione ha bocciato la decisione presa dalla Corte di Appello di Messina, il 19 marzo 2019, di revocare l'indennizzo per danno patrimoniale.
La citazione di Aldo Moro - "Ha lasciato tre figli ancora minorenni che hanno passato un calvario giudiziario per vedere riconosciuti i loro diritti - ha detto il premier. A Carmelo, Stefano e Salvatore dico che certo non riavranno più la loro mamma, "giovane e bella" ma lo Stato sottoscriverà un accordo transattivo che riconoscerà loro non solo di poter conservare una somma che era stata riconosciuta alla loro mamma" che aveva denunciato le violenze subite, "ma gli riconoscerà anche una cospicua somma a titolo di danno non patrimoniale".
E citando Aldo Moro, ha aggiunto: "Uno Stato non è veramente democratico se non ha come fine supremo la dignità, la libertà, l'autonomia della persona umana. Lo Stato deve avere il coraggio di riconoscere i propri errori e trarne tutte le conseguenze assumendosi tutta la responsabilità. Una donna vittima di violenza non deve mai provare vergogna, mai più sentirsi sola".
"Una notizia bomba" - "Questa è una notizia bomba per me, non ne sapevamo nulla". Così Carmelo Calì commenta le parole di Conte. Calì è il cugino di Manduca che insieme alla moglie ha adottato i tre figli della donna uccisa. "Il preside Conte ci ha messo la faccia, non me l'aspettavo, mi ha sorpreso".
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