di Vincenzo Maria Siniscalchi
Il Mattino, 24 febbraio 2021
Pareva segnato il destino della Giustizia italiana come "immodificabile" e come paradigma amaro del fallimento di ogni tentativo di ritornare ad una Giustizia fatta di ragionevolezza delle regole, di responsabile riferimento ai diritti della società, pilastro della struttura costituzionale dello Stato repubblicano. Pareva che si spegnesse lentamente l'attesa del recupero elementare di una credibile giurisdizione.
Alla giustizia penale, in particolare, ridotta a mero campo di esercizio di prepotenze contro-riformatrici (riferibili ad esempio allo stravolgimento di un istituto giuridico come quello della prescrizione) ed anche l'abbandono di ogni adeguata riflessione sulle avvilenti condizioni della detenzione documentate con encomiabile fermezza e corretta analisi dal garante Mauro Palma e dai rappresentanti regionali del medesimo istituto di garanzia delle condizioni della carcerazione in Italia. Qualcuno scrive che per la Giustizia occorrerebbe dare vita ad un nuovo "umanesimo" che conferisca senso reale alla lotta per l'affermazione del diritto. È una proposta di alto valore culturale e morale.
È una proposta di indiscutibile responsabilità eppure, senza volare a quote troppo elevate, sta diventando maturo il tempo di riforme anche minimali che scuotino in special modo, per ciò che attiene al processo penale, il vero e proprio blocco di ogni percorso di recupero a fronte della vera e propria sospensione del diritto che si esprime nella irragionevole durata dei processi!
Chiara la violazione dell'art. 111 della Costituzione, la limpida norma che rispecchia la regola europea e delle statuizioni della C.E.D.U. In speciale modo negli ultimi anni, con l'abdicazione completa del dibattito legislativo a favore della decretazione di urgenza (e con l'astratta conflittualità tra "giustizialisti" e "garantisti") si è sostanzialmente aggredito il processo penale ormai garanzia solo simbolica per i cittadini che vi sono coinvolti sia dello Stato repubblicano che da questa deriva oscurantista registra la sconfitta più mortificante della sua credibilità, in una Magistratura sempre più devastata nei suoi fondamentali valori di garanzia costituzionale.
Il Presidente del Consiglio, professor Draghi, nei suoi decisi e chiari interventi programmatici innanzi alle Camere e la professoressa Cartabia Ministra della Giustizia, hanno richiamato l'attenzione sulla necessità di recuperare metodi corretti di accelerazione delle procedure per contenere l'inaccettabile lunghezza del processo penale ma anche sulle altrettanto inaccettabili complicazioni del processo civile ed amministrativo che scontano, tra l'altro, il peso dei lacci e lacciuoli che quelle procedure deprimono.
Porre riparo a queste anomalie significherebbe, a parte le ragioni di ripresa di una credibilità della giurisdizione, collegarsi alle ragioni di fondo dei piani europei di sviluppo. In sede parlamentare è stato accantonato conia proposta contenuta per ora in un significativo e vincolante "ordine del giorno", il problema del recupero alla dignità giuridica dell'istituto della prescrizione. Prima dovrà porsi riparo con urgenza alla costruzione di un quadro legislativo organico e compatibile con la situazione generale per una riforma processuale penale con un impianto organizzativo dopo la individuazione dei "tempi morti".
Possiamo indicare tre punti centrali, che ad avviso dei molti esperti, potrebbero cancellare i ritardi che l'esperienza di ogni giorno fa ricadere su difetti strutturali del processo penale. E si tratta in sintesi: a) di intervenire sulla dilatazione dei tempi prodotti da una arcaica sovrabbondanza di notifiche che soprattutto nei processi con pluralità di imputati potrebbero essere contenute con una più intensa applicazione informatica.
La dispersione dei tempi in questi casi produce rinvii che incidono sulla ritardata trattazione delle udienze più utili; quelle per la valutazione delle prove, problema centrale del processo a tendenza accusatoria come il nostro; b) nella fase delle indagini preliminari, vanno rese perentorie le decadenze dei termini di durata delle indagini stabilendo un contenimento delle richieste di proroghe previste per legge individuando un termine per le deleghe alla Polizia Giudiziaria da parte del P.M. In caso di delega alla P.G. (ad esempio per intercettazioni telefoniche o, comunque, per captazioni informatiche) la P.G. dovrà relazionare in sintesi senza operare commenti, interpretazioni, valutazioni che competono al P.M. delegante; c) valorizzare tutti i sistemi informatici, specialmente in fase di giudizio di appello, al fine di potenziare (salvo il caso di rinnovazione del dibattimento) il processo "a distanza".
Ecco, in estrema sintesi, qualche indicazione per un percorso che si ponga lo scopo di iniziare e concludere in termini di tempo ragionevoli il "giusto processo". Dalla Ministra Cartabia che, da costituzionalista di riconosciuto impegno etico e culturale, da componente e poi Presidente della Corte costituzionale, pensiamo che, proprio in attuazione di quel "moderno meccanismo" di cui si parla, possiamo attenderci una attenzione sensibile per quei primi passi che occorrono per risalire la china. E siamo sicuri che dalla Cartabia, di cui tutti ricordiamo, le limpide pagine scritte con i commenti ai Viaggi nelle carceri italiane (pagina di civiltà indimenticabile che onora la Corte Costituzionale), si apra finalmente un percorso di vero recupero in senso umanistico e riformatore per il mondo delle carceri italiane che si nutra del precetto costituzionale riassunto dall'articolo 27, comma 3 della Carta.
di Marco Tassinari
apg23.org, 24 febbraio 2021
53mila persone vivono recluse in promiscuità. Una bomba da disinnescare prima che esploda. Giovedì il webinar. Covid-19 e carcere: una emergenza nell'emergenza. Mentre le varianti del coronavirus mettono a dura prova il piano di contenimento e di cura della pandemia, oltre 53 mila persone vivono rinchiuse nelle carceri italiane in condizioni di promiscuità: un rischio enorme per loro, per i familiari, per il personale che lavora negli istituti penitenziari.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 24 febbraio 2021
Sebbene limitati dal coronavirus e costretti a seminari e convegni on line, non si arresta la riflessione sulla legalità e la detenzione. Due sono state le occasioni per sensibilizzare opinione pubblica e addetti ai lavori su questi temi.
Il primo, un seminario promosso il 5 febbraio da "Capitale Torino" e moderato da Francesco Tresso, vicepresidente della Commissione per la legalità e il contrasto dei fenomeni mafiosi, sul tema "Cittadinanza, legalità e sicurezza", ha chiamato a raccolta tutti gli attori che in città operano per garantire la convivenza civile dai Penitenziari (Simona Vernaglione, direttore del Ferrante Aporti) all'Ufficio di esecuzione Penale (Domenico Arena, direttore Uepe), dai garanti dei detenuti (Monica Cristina Gallo) ai docenti di Giurisprudenza (Miryam Borrello, Davide Petrini, Lorenzo Grignani) dai vigili del Nucleo di Prossimità (Valter Bouqulè) ai mediatori culturali (Giovanni Ghibaudi). Tutti sono stati coinvolti, come ha introdotto Tresso, per fare il punto sulla situazione della legalità e per sensibilizzare la prossima Giunta comunale, che verrà eletta in primavera, sulla necessità che a Torino la legalità si coniughi con la cittadinanza e perché la sicurezza non diventi paura e diffidenza nei confronti di chi è diverso ma si costruisca con i diritti di ogni cittadino.
A questo riguardo - a fronte (secondo i dati Istat) di una diminuzione di omicidi, furti e rapine ma di un aumento di reati informatici e atti persecutori - è in crescita la recidiva di chi ha scontato una pena in carcere: 5 su 8 ex detenuti tornano a delinquere. Un dato preoccupante su cui bisogna riflettere e mettere in atto politiche che prevengano la diffusione dell'illegalità, come hanno sottolineato Monica Gallo, Simona Vernaglione e Domenico Arena perché l'amministrazione è ancora lontana dalle problematiche carcerarie.
"Laddove infatti il tempo della pena è ricco di contenuti formativi e di avviamento al lavoro", ha detto Monica Gallo, "allora la recidiva crolla". Un concetto ribadito dalla direttrice del carcere minorile Ferrante Aporti, Istituto da sempre fiore all'occhiello in Italia per le attività di reinserimento dei ragazzi, che ha presentato l'iniziativa di creare un teatro all'interno dell'Istituto, aperto alla cittadinanza in modo che i ragazzi siano in contatto con "chi è libero": "solo così ti puoi sentire cittadino già quando "sei dentro perché non si può imparare a nuotare senza andare al mare".
Più strettamente inerente all'Amministrazione carceraria, il seminario organizzato da Bruno Mellano, Garante dei detenuti della Regione Piemonte giovedì 11 febbraio, sul tema "Senza casa, senza lavoro gli internati in misura di sicurezza e il caso Piemonte", uno dei tanti drammi "dimenticati" del sistema penitenziario italiano. Si tratta delle "Case-lavoro per gli internati in esecuzione delle misure di sicurezza", un istituto dell'Ordinamento carcerario mai riformato risalente agli anni 30 e che non ha mai raggiunto la finalità dell'inserimento nella società.
A fine gennaio erano 334 le persone internate in colonie agricole o Case-lavoro che in realtà, nel migliore dei casi, sono edifici annessi ai penitenziari, ex strutture carcerarie o ex ospedali psichiatrici se non sezioni all'interno delle galere, tra cui Biella con 53 ristretti (78 sono in Abruzzo, 54 in Emilia Romagna, 35 in Sicilia, 23 in Sardegna e in altre regioni).
Obiettivo dei lavori introdotti da Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della Libertà, portare all'attenzione dell'amministrazione della Giustizia un istituto "obsoleto" al limite della costituzionalità e da cancellare "perché frutto di una cultura penalistica e giuridica del secolo scorso che conteneva la marginalità" se si tiene conto che gli internati in quelle che dovrebbero essere Case lavoro (ma di fatto strutture carcerarie con sbarre e agenti) sono persone considerate socialmente pericolose, non condannate, né processate. "Si tratta di "disperati, malati di mente, tossicodipendenti, infermi, stranieri senza documenti, persone fragili", ha elencato Alessandro Prandi, Garante della Città di Alba, gli scarti della società direbbe Papa Francesco.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 24 febbraio 2021
Nuovo caso in Aula. Poi arriva la mediazione: il governo s'impegna sui tempi del processo. La riforma Bonafede, che congela i tempi di prescrizione dopo il primo grado di giudizio, torna a mietere consensi tra chi non la vuole. E Fratelli d'Italia, per la seconda volta in due giorni, fa riemergere le divisioni nella maggioranza sul tema giustizia.
Dopo la bocciatura, lunedì, dell'emendamento a firma Delmastro Delle Vedove, che chiedeva di bloccare la riforma, ieri è stato respinto anche l'ordine del giorno, dello stesso deputato di FdI, che invocava un impegno del governo "ad adottare ogni iniziativa necessaria al fine di superare, quanto prima, la riforma della prescrizione". Forza Italia, Italia viva e Lega si sono astenuti. Azione non ha partecipato al voto e il Pd, per evitare che l'odg venisse approvato, ha votato in favore dell'avversata riforma, assieme al M5S. "Il governo Draghi sembra sempre più una prosecuzione del Conte bis, anche nei suoi aspetti più critici fra cui quello di trasformare i cittadini in sudditi sottoposti a processi a vita", ha rimarcato il meloniano Delmastro, spingendo la maggioranza alla difesa.
"Ci asteniamo come atto di fiducia nei confronti della ministra Cartabia e di una forte discontinuità rispetto al recente periodo di oscurantismo giuridico e manettaro", spiega il forzista Pierantonio Zanettin. Ed Enrico Costa, di Azione, ammette: "Da FdI arriva una sollecitazione verso una direzione che avevamo intrapreso. Ma nel rispetto del nuovo ministro abbiamo trovato una sintesi".
Una sintesi che, come per il blocco degli sfratti, è stata trovata con un rinvio a data da destinarsi. Ad ottenerlo la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, grazie a un richiamo ai principi costituzionali e ai valori di riferimento dell'Unione europea. Già lo chiamano "metodo Cartabia". Applicato alla giustizia si è condensato in un ordine del giorno, approvato ieri, che "impegna il governo ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (art. 111 Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Carta, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena".
Soddisfatti i Cinque Stelle che, con Mario Perantoni, rivendicano: "Mi pare evidente che il clima politico sia cambiato sul tema della riforma del processo penale. Qualcuno sembra non voglia prenderne atto e continui a fare crociate". Mentre il dem Alfredo Bazoli fa notare che l'odg "consente finalmente di deporre le armi della polemica, e di concentrarsi sul merito dei problemi".
Ma è proprio nel merito che sorgono le divergenze. Anche fra i tecnici. Secondo il presidente dell'Unione Camere penali, Giandomenico Caiazza, "la soluzione è la riscrittura della legge delega". Per Bazoli, invece, ripartire da zero "comporterebbe una ulteriore rilevante dilatazione dei tempi". Mentre, sostiene, il "dl Bonafede sarà l'occasione per misurarci su una riforma di sistema che affronti il tema in modo coerente, superando forzature e le contraddizioni della riforma della prescrizione approvata da M5S e Lega".
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
I primi passi del Governo Draghi, in materia di giustizia, sono nel segno dell'agrodolce. Si percepiscono buoni propositi e impaludamenti possibili. Certo, è ancora presto: ma abbiamo materiale per riflettere, sia per quel che attiene quanto detto dal Presidente del Consiglio, sia per le iniziative prese dalla Ministra Cartabia.
Per quel che concerne Draghi, mentre il discorso di mercoledì al Senato mi aveva deluso, sui temi legati al "pianeta giustizia", la sua replica alla Camera dei Deputati in occasione del voto di fiducia, nel tardo pomeriggio di giovedì, sembra aver fatto segnare, finalmente, un positivo salto qualitativo. Ho percepito una attenzione, sia pur necessariamente sintetica, ai temi della giustizia e una consapevolezza dei relativi problemi che alimenta ragionevoli aspettative. Con il coraggio di affrontare le questioni, che prima era mancato, e con analisi e conclusioni in gran parte, dal mio punto di vista, condivisibili.
Il primo punto toccato, in materia, dal Presidente del Consiglio ha riguardato il tema della corruzione. Qui il Presidente ha dapprima utilizzato argomentazioni consuete. Ha affermato, certo a ragione, che un Paese capace di attrarre investitori deve difendersi dai fenomeni corruttivi, veicolo di ingerenza criminale anche da parte delle mafie e fattore disincentivante sul piano economico per gli effetti depressivi sulla competitività e sulla libera concorrenza. Inoltre, in riferimento allo sviluppo nel meridione, ha sottolineato che legalità e sicurezza sono una precondizione per la crescita economica. Anche qui, affermazioni corrette; ma ovvie.
Poi il tono è cresciuto e Draghi ha avuto lungimiranza e coraggio. Infatti, riferendosi al settore degli appalti pubblici, dopo aver riaffermato la centralità del ruolo dell'Anac, e sottolineato l'importanza dei presidi di prevenzione per combattere la corruzione, è andato in profondità. Il Presidente ha notato come occorra superare i controlli troppo formali, che richiedono gravosi adempimenti per i cittadini e le imprese, e che finiscono per alimentare la corruzione. E ha proseguito invocando una semplificazione con funzione anti-corruttiva, uno snellimento e una accelerazione dei processi decisionali pubblici, nei quali si annidano gli illeciti. E una reale trasparenza della pubblica amministrazione, con un virtuoso rapporto di collaborazione tra istituzioni e collettività amministrate.
Questo è un aspetto centrale. Ho dedicato due recenti volumi ai delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione e all'abuso di ufficio e, proprio da penalista, non posso che concordare in toto. Occorre superare la "burocrazia del non fare"; occorre impedire che lo Stato e tutte le pubbliche amministrazioni siano, o sembrino essere, nemici o avversari dei cittadini e delle imprese; occorre che i pubblici funzionari ci spieghino perché dobbiamo fare certe cose o non ne possiamo fare di altre, anziché, semplicemente ed autoritativamente, imporcele. Questa, sì, Presidente, che sarebbe una rivoluzione, con significative ricadute sulla giustizia amministrativa, su quella penale e sullo sviluppo del Paese. Che ci potrebbe trasformare, realmente, da sudditi a cittadini. Ma occorre sempre stare attenti alle cadute demagogiche. Draghi ha infatti proseguito sostenendo che, seppure i dati quantitativi sulla criminalità nel corso degli anni sono andati migliorando, non è tuttavia migliorata la "percezione" che ne hanno i cittadini. Per concludere che "deve essere la percezione a guidare l'azione, a stimolare una azione sempre, sempre più efficace". No, Presidente: di populismo penale e giudiziario, di "criminalità percepita", non ne abbiamo veramente bisogno. Occorre stare ai dati; lavorare sui numeri. Come ha dimostrato di saper fare in passato. Tanto più che Lei è lontano dai social, sarebbe opportuno evitare venti mutevoli e mode passeggere.
Ma, forse, è stato solo un momento. Perché poi il Presidente del Consiglio ha concluso il suo intervento sulla giustizia con veri e propri giochi di artificio, fragorosi e festosi, almeno per le mie orecchie. Ha detto, Draghi, che occorrono azioni innovative per migliorare la giustizia civile e penale quale servizio pubblico fondamentale, nel rispetto delle garanzie costituzionali, mirando ad un processo giusto e di durata ragionevole, in linea con la media degli altri Paesi europei. Esattamente quello che avevo auspicato in articoli e interviste radiofoniche.
Poi, nuovamente, un messaggio rassicurante, nel solco del consueto, forse per preparare il passaggio conclusivo: il Presidente del Consiglio ha tenuto a ribadire che occorre tutelare il sistema economico contro il rischio di infiltrazioni criminali conseguente a immissione di denaro pubblico anche proveniente dall'Unione europea. Infine, e qui il "botto" è stato fortissimo, il Presidente Draghi ha affermato che non deve essere trascurata la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, i quali sono esposti al rischio e alla paura del contagio e sono particolarmente colpiti dalle misure necessarie a contrastare la diffusione del virus. Parole sagge, non scontate e che pongono questioni delicate e complesse.
E che, a mio modo di vedere, aprono certamente al tema della vaccinazione per soggetti oggettivamente a rischio, forse anche ad un rafforzamento delle misure alternative al carcere, e persino alla opportunità di amnistia o indulto in tempi eccezionali, quali quelli che stiamo vivendo. Apparentemente, la Ministra Cartabia sembra aver toccato temi simili. Da un lato, ha avuto una prima riunione alla Camera con i capigruppo della maggioranza, nella quale pare abbia usato parole ragionevoli, per poi, tuttavia, legare la riforma della prescrizione ad una più ampia riforma del processo penale. Non dubito della buona volontà (stavo per scrivere "buona fede") della nuova Guardasigilli.
Ma chi, come me, ha firmato più appelli per il rispetto dell'art. 111 della Costituzione e il conseguente riallineamento della prescrizione ai princìpi di civiltà giuridica, ha sentito puzza di bruciato, odore di inciucio, sentore di melassa e di rinvii alle calende greche. Tanto più se si sceglie la via della delega al governo, asseritamente sulla base della considerazione che sulla questione della prescrizione gli effetti della riforma Bonafede si vedranno in tempi non brevi e dunque, non vi sarebbe particolare fretta. Spero di sbagliare; ma un mio insegnante di una vita fa, mi avvertiva: "la via del poi porta alla piazza del mai".
Del resto, l'intransigenza dell'ex guardasigilli Bonafede, disposto solo ad accettare il c. d. lodo Conte-bis, che incide solo sulle assoluzioni in primo grado, non preannunzia giorni facili e soluzioni condivise. E la Camera ha già respinto l'emendamento di Fratelli d'Italia che prevedeva di congelare la riforma Bonafede fino al 31 dicembre 2023, con 29 favorevoli allo stop, 227 contrari (Pd, M5s e Leu) e 162 astenuti (Lega, Forza Italia e Italia Viva).
L'altra iniziativa della Ministra Cartabia, la visita a sorpresa al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, lascia ben sperare. Ma, anche qui, al segnale, certo positivo, occorre far seguire i fatti. Non bastano alte testimonianze; occorrono provvedimenti concreti. Il Presidente Draghi è, certamente, persona seria e di altissimo profilo; come la Ministra della giustizia Cartabia. Ma, almeno per quel che attiene ai temi della giustizia, il Governo ha una maggioranza persino troppo ampia. Il rischio, allora, mi sembra sia quello che ai buoni propositi non seguano fatti corrispondenti e che tutto finisca in "melina". Perché neppure un Presidente del Consiglio e una Guardasigilli possono far tutto se le forze politiche presenti in Parlamento non traducono le idee in fatti.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo. Ex componente Consiglio Superiore della Magistratura
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
L'ordine del giorno preannuncia l'addio alla prescrizione 5S. Respinto il testo di FdI. A marzo resa dei conti nel ddl penale. La tregua nella maggioranza regge. La tregua sulla prescrizione, s'intende. Non vuol dire che già sia stata riscritta la norma, ma che fronte garantista e Movimento 5 Stelle aderiscono entrambi, almeno per ora, alla logica indicata nell'ordine del giorno Cartabia. Ieri alla Camera, al termine dell'esame sul decreto Milleproroghe, il governo ovviamente lo ha accolto, mentre l'Aula ha respinto quello di Fratelli d'Italia, che impegnava in modo esplicito l'esecutivo a "superare quanto prima" la legge Bonafede. Ma lo stesso obiettivo è contenuto, di fatto, anche nel "lodo" della guardasigilli.
Secondo cui si deve "raggiungere un punto di equilibrio, che assicuri il contemperamento" fra "effettività nell'accertamento dei reati e delle responsabilità personali" e "tutela dei diritti fondamentali della persona, attuazione dei principi del giusto processo e della funzione rieducativa della pena". E la pena non può essere rieducativa se "inflitta ad eccessiva distanza dai fatti", oppure si "rischia di veder vanificata la funzione che le assegna l'articolo 27 della Costituzione", giacché si andrebbe a incidere "su una personalità mutata o per la quale diventa impossibile la costruzione di un percorso rieducativo". Marta Cartabia, costituzionalista e guardasigilli, lo sa. E ha tracciato, con quel sottile richiamo, una linea chiarissima.
Ieri, dopo il voto sul testo di Fratelli d'Italia, il tabellone luminoso ha riportato numeri quasi identici a quelli mostrati il giorno prima, quando era stato bocciato l'analogo emendamento del partito di Giorgia Meloni: 241 voti contrari, quelli di Pd, M5S e Leu, 27 favorevoli, una caterva di astensioni, 189, espresse dai gruppi di FI, Lega e Italia viva, l'uscita dall'Aula di Azione. Enrico Costa chiarisce: "Non partecipo perché per coerenza avrei dovuto approvare il testo di FdI. Abbiamo trovato un equilibrio di maggioranza nell'ordine del giorno condiviso con la ministra Cartabia. Certo, se i tempi si allungassero, tornerei a proporre il congelamento della prescrizione di Bonafede".
Al di là dell'arlecchino di posizioni, prevalgono gli indizi di un intervento che vada ben oltre il lodo Conte bis. Basta ascoltare il capogruppo dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli: "Sarà il ddl Bonafede sul processo penale l'occasione per misurarci su una riforma di sistema che superi" tra l'altro "le forzature e le contraddizioni della riforma della prescrizione approvata da M5S e Lega. Una disciplina che necessita certamente di essere migliorata". Il Pd sembra ormai convinto di convergere verso l'ipotesi della prescrizione per fasi, o prescrizione processuale (come dice con chiarezza il responsabile Giustizia Walter Verini in un'intervista pubblicata in altra parte del giornale, ndr).
Non piacerà ai 5 Stelle. In parte lo ribadisce Mario Perantoni, deputato del Movimento e presidente della commissione Giustizia: nell'intesa di maggioranza vede ribaditi i "principi cardine della efficienza del sistema, dei giusti tempi di durata dei processi e della esclusione di scappatoie per l'impunità". Bonafede era stato ancora più netto nel definire invalicabile "il perimetro del lodo Conte bis". In realtà, del suo ddl penale non solo verrà cambiato quel controverso aggiustamento della prescrizione, ma anche varie ritrosie, come quelle sul patteggiamento.
Ieri è tornato a chiederlo il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza: "Non è chiaro qual è la riforma che dovrà superare la norma sulla prescrizione: se è il ddl Bonafede, Dio ce ne scampi e liberi". Il destino è segnato: l'8 marzo scade il termine degli emendamenti su quella riforma del processo penale. Il limite potrebbe slittare di altre due settimane al massimo, non di più. È in quel passaggio che Cartabia potrebbe presentare un proprio schema correttivo sulla prescrizione. Ed è lì forse che potrebbe svanire l'idillio nella maggioranza. Anche sew sembra presto per dire che a quel punto il Movimento 5 Stelle deciderebbe di non farne più parte.
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Il Segretario Maurizio Turco in prima linea nel ricorso presentato al tribunale di Lecce. La nuova norma sulla prescrizione è incostituzionale. Lo grida a gran voce il segretario del Partito Radicale Maurizio Turco, che si è rivolto al Tribunale civile di Lecce chiedendo di mandare alla Corte Costituzionale "la legge sul "fine processo mai"" dell'ex ministro Alfonso Bonafede. Turco, assistito dagli avvocati Giuseppe Talò e Felice Besostri, ha sollevato una questione semplicissima: il diritto di ogni cittadino ad un processo dalla ragionevole durata.
Ed è per questo che chiede al ministro della Giustizia Marta Cartabia di attendere la pronuncia del giudice Katia Pinto prima di decidere il da farsi sulla prescrizione. "Sulla titolarità a ricorrere in assenza di un processo in corso - hanno sottolineato Turco, Besostri e Talò -, è stata di recente la stessa Corte costituzionale (sentenza 278/ 2020) a riconoscere che tutti i cittadini hanno diritto a conoscere preventivamente la "tabella" del tempo che manca a proscioglierli da una eventuale accusa".
Nel loro ricorso, i due legali pugliesi hanno denunciato la violazione degli articoli 3, 24, 25, 27, 111 e 117 primo comma della Costituzione, rivendicando l'esigenza di accertare il "diritto ad una ragionevole durata del processo, così come attribuito e garantito nel suo esercizio dalla Costituzione italiana, dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali e dai vigenti Trattati sull'Unione Europea e il suo funzionamento e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell'unione, e di difendersi in ogni stato e grado del giudizio mediante proposizione di ricorso efficace anche nei confronti degli organi dello Stato e della pubblica amministrazione".
In quanto istituto sostanziale, sostengono Talò e Besostri, il legislatore non può intervenire sulla norma della prescrizione "in contrasto con i principi costituzionali, convenzionali ed unionali europei che tutelano le parti processuali da un'ottusa applicazione del principio tempus regit actum".
La norma deve dunque rispettare il principio del giusto processo. Ma non solo: il legislatore, laddove utilizza l'istituto della sospensione, violerebbe la semantica giuridica. "Non di sospensione si tratta - contestano i due avvocati -, ma di vera e propria abrogazione, in quanto non vi è una causa definita al cessare della quale cessi la stessa sospensione. L'unico orizzonte temporale è il passaggio in giudicato della sentenza di condanna".
Ma tale "artificio semantico" servirebbe ad ignorare la possibilità dell'assoluzione, violando il principio di non colpevolezza sancito dalla Costituzione, che dura fino al giudizio di Cassazione e non cessa, dunque, al termine del primo grado. Inoltre, tale violazione risulterebbe aggravata dal fatto che neppure una sentenza di appello confermativa dell'assoluzione di primo grado potrebbe sventare la sospensione, lasciando l'imputato in balia dell'eccessiva durata del processo, pur essendo risultato, nel merito, innocente.
Senza contare, poi, la "dilatazione infinita dei termini". E ciò vale non solo per l'imputato, ma anche per le parti offese, che rischiano di vedere l'accertamento dei fatti rimandato sine die. "Senza più determinatezza - sottolineano i due avvocati - il cittadino non sa più se e quando potrà dirsi ripristinata la certezza della sua situazione giuridica, se e quando potrà godere del risarcimento del danno da reato, se e quando potrà dirsi accertata definitivamente la sua estraneità ad una ipotesi di reato. Sono tutti elementi che inducono i sottoscritti a richiedere l'accertamento del loro diritto ad un giudizio di durata ragionevole, ai sensi dell'articolo 111 della Costituzione".
di Simona Musco
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
La difesa è diritto inviolabile per questo gli avvocati italiani vanno vaccinati al più presto. Considerare tra le categorie prioritarie per il vaccino anche i protagonisti dell'amministrazione della Giustizia, tra i quali pari rango dovrebbe essere riconosciuto alla categoria degli avvocati. È quanto chiesto dal senatore Franco Dal Mas, in quota Forza Italia, al ministro della Giustizia Marta Cartabia e al ministro della Salute Roberto Speranza. Una richiesta inoltrata alla Guardasigilli dal presidente della seconda commissione permanente Giustizia al Senato Andrea Ostellari (Lega), che ha anche chiesto di conoscere lo stato della campagna vaccinale nelle carceri.
L'iniziativa ricalca il sentimento dell'avvocatura, come dimostrato dalle richieste inoltrate dai vari ordini territoriali a governo e Consigli regionali, ottenendo in alcuni casi l'inserimento della categoria tra quelle prioritarie per la vaccinazione. E ciò perché "la Giustizia non può tollerare ulteriori ostacoli e condizionamenti al proprio regolare e corretto funzionamento, né i cittadini ingiustificabili limitazioni ai propri diritti", come si legge nella nota inviata dall'Unione degli ordini forensi della Sicilia al governo e ai vertici dell'avvocatura. Quello che viene chiesto non è una corsia preferenziale, ma un'esigenza concreta. Perché la Giustizia rientra a pieno titolo tra i servizi pubblici essenziali, con la diretta conseguenza che l'attività degli addetti a tale comparto - così come avviene per la sanità e per l'istruzione - sia da ritenere, a pieno titolo tra quelle di rilevante interesse pubblico e generale, destinate alla collettività.
Il punto di partenza di questa discussione, che da mesi tiene banco tra gli addetti ai lavori, non può che essere l'articolo 24 della Costituzione, secondo cui la difesa è diritto inviolabile. E i diritti, anche in tempo di Covid, non possono essere messi tra parentesi in nome della crisi. Tant'è vero che, nonostante le difficoltà, la macchina giudiziaria ha continuato a lavorare: a rilento, dimostrando tutte le sue criticità, ma senza sosta. Almeno per gli avvocati che, anche nel periodo più buio della crisi pandemica, hanno continuato a recarsi in Tribunale, ricominciando a farlo quasi quotidianamente con l'allentamento delle misure. La ragione è una: la Giustizia è un servizio che non può essere messo in stand by. E in particolare per quanto riguarda i "provvedimenti restrittivi della libertà personale e quelli cautelari ed urgenti, nonché i processi penali con imputati in stato di detenzione". Ora che i tribunali sono quasi completamente operativi, sono all'ordine del giorno assembramenti e problemi logistici, che rendono i luoghi della Giustizia, a tutti gli effetti, luoghi a rischio. Al momento, però, non c'è una regola che valga per tutti. Le richieste arrivano da lontano: a gennaio erano stati l'Associazione nazionale magistrati e il Consiglio nazionale forense a chiedere all'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede di far vaccinare avvocati e giudici per far ripartire la Giustizia.
Richiesta avanzata, poi, anche da Cassa Forense, che ha contato nel frattempo oltre 10mila avvocati indennizzati causa Covid. Numeri che rendono l'idea dell'effettivo grado di rischio vissuto quotidianamente.
Adesso, però, sono i singoli ordini a muoversi. In Sicilia e in Toscana i risultati sono già arrivati: i rispettivi Consigli regionali hanno, infatti, già provveduto ad inserire gli avvocati tra le categorie prioritarie per il vaccino. Mentre nessuna risposta è arrivata alle uguali richieste formulate dagli Ordini territoriali di Lazio, Lombardia e Calabria. Ad evidenziare l'assurdità di regole diverse per territorio è il presidente dell'ordine degli avvocati di Roma, Antonino Galletti. "Per quanto riguarda l'Avvocatura, siamo all'assurdo oramai di una vaccinazione a macchia di leopardo sul territorio nazionale - ha evidenziato.
Capita così che gli avvocati siano considerati categoria a rischio in Sicilia ed in Toscana e non invece altrove, ad esempio, a Roma e nel Lazio, dove fin da novembre abbiamo chiesto come Coa Roma e come Unione degli Ordini Forensi del Lazio di procedere alla vaccinazione degli iscritti quanto prima per assicurare continuità al servizio primario della Giustizia. Per ora non sono arrivate risposte - ha aggiunto - eppure sia a Palermo, sia a Firenze e sia a Roma, gli avvocati frequentano aule d'udienza affollate, visitano i detenuti, incontrano una pluralità di assistiti, contribuiscono come parte essenziale al funzionamento di un servizio pubblico essenziale quale quello della Giustizia, che non può certo fermarsi, non potendosi sbattere le porta in faccia ai diritti ed alle libertà".
Il punto, ovviamente non è chi vaccinare prima e chi dopo tra coloro che appartengono alle categorie considerate a rischio e all'interno della stessa categoria in zone diverse della Penisola, ha proseguito Galletti, "ma procedere a un intervento organico che riguardi tutto il territorio nazionale, per evitare che almeno su temi delicati come questi, il diritto alla salute e il diritto alla Giustizia, non vi siano sperequazioni e non si riproducano situazioni grottesche come quella dei provvedimenti organizzativi assunti nei Tribunali durante la prima ondata della pandemia, quando ogni sezione, ufficio e ogni singola cancelleria procedevano con disposizioni autonome e del tutto scollegate dalle altre: i famosi dieci chili di carte e burocrazia che pesammo pubblicamente a Roma".
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
"È un'occasione preziosa. Una svolta. Via il populismo giudiziario. Via il garantismo a intermittenza. Basta con la guerra termonucleare sulla giustizia che dura da vent'anni. Si intervenga sul civile, sul penale, ma poi anche sul carcere e sul Csm. Con lo sguardo rivolto alla Costituzione e all'efficienza del processo. Si può fare: se non ora, quando?". Walter Verini, che nel Pd coordina il lavoro sulla giustizia, oltre ad essere tesoriere, guarda oltre. Parte dal lodo Cartabia e lo considera un passo verso una nuova era. "Serve il contributo di tutti. Si rinunci ai totem degli uni e ai tabù degli altri".
C'è un totem, o tabù, molto ingombrante: la prescrizione. Come si fa?
Basterebbe ragionare così: interveniamo sul ddl penale in modo da ridurre davvero i tempi di tutti i procedimenti. Dopodiché, per garantire a tutti gli imputati le tutele previste dalla Carta costituzionale, si può ricorrere alla prescrizione processuale, cioè a un limite massimo di durata per ciascuna fase del processo, limite oltre il quale non si può andare. Non è poco. Solo che Bonafede, due giorni fa, in un'intervista al Fatto quotidiano, ha detto: non si va oltre il lodo Conte bis. E quindi? E quindi mi chiedo: preferiamo avere un processo interminabile, lunghissimo, e come corollario la prescrizione bloccata, o dall'altro lato la prescrizione che fa morire il processo? Ci siamo innamorati di un modello negativo? Se è così, certo, allora chi come il Movimento 5 Stelle è favorevole al blocco della prescrizione resterà abbarbicato a quella norma.
Così come chi avversa quella norma ne chiederà la rimozione, e basta. Invece io dico: lavoriamo sul testo del ddl penale. Si tratta ormai di giorni: l'8 marzo scade il termine degli emendamenti. Eliminiamo i tempi morti del processo, recepiamo le proposte venute da avvocatura e magistratura. A quel punto a che serve preoccuparsi della prescrizione? Si introduce un limite per fasi, ma nella consapevolezza che con nuove regole, assunzioni, digitalizzazione, non si arriverebbe mai al termine di prescrizione. Il famigerato pomo della discordia verrebbe confinato sullo sfondo.
Tra l'altro la prescrizione processuale evita che un reato si estingua solo perché scoperto tardi, ma nello stesso tempo evita che l'imputato resti stritolato da un primo grado o un appello interminabili...
Vorrebbe dire tenere le regole del processo entro i margini della Costituzione. Risultato a cui servono contributi precisi: innanzitutto ridurre i tempi morti, relativi per esempio alle notifiche. Così si arriva a un processo che può durare 6 anni, con garanzie per l'aspettativa della vittima, certo non interessata ad attendere vent'anni
perché maturi il pieno diritto al risarcimento, così come per l'imputato, che non può esserlo a vita, e del quale si deve presumere la non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Siamo sempre lì: i 5 stelle accetteranno la logica?
Mi pare l'abbiano già fatto. Siamo già d'accordo sulla via d'uscita dalla trappola delle bandierine: ridurre i tempi, sia del processo civile che del penale. Nel primo caso il governo è orientato ad anticipare alcune parti della riforma con un decreto. Nel secondo abbiamo la scadenza degli emendamenti dietro l'angolo. Sono leggi delega, d'accordo: ma una volta approvate, davvero credete ci vogliano più di tre mesi, per i decreti legislativi? Fra un anno ne siamo fuori. E possiamo occuparci anche di cambiare il Csm, nel rispetto dello sforzo di autoriforma di cui va dato atto, per esempio, al vicepresidente David Ermini. Vogliamo alzare ulteriormente l'asticella?
E certo, faccia pure...
Credo che una fase politica in grado di andare avanti per due anni possa sciogliere anche il nodo dell'abuso d'ufficio. Sindaci e amministratori devono poter lavorare senza l'ansia di rispondere penalmente per scelte compiute nell'interesse pubblico. Il reato andrebbe circoscritto ai fatti gravi e dolosi. Programma da condividere. Sempre che i 5 stelle si affranchino dal totem prescrizione. Basta concentrarsi sul fine ultimo di tutte le riforme della giustizia: più efficienza nel rispetto della Costituzione. È lo spirito dell'ordine del giorno, predisposto alla Camera con la ministra Marta Cartabia. È anche una preziosissima occasione per smettere di usare la giustizia come una clava. E per lasciarci alle spalle vent'anni di guerre termonucleari. Capisco le tensioni all'interno del Movimento 5 Stelle. Ma credo sia il momento di deporre le bandiere e guardare oltre. Certo, sui giornali leggo editoriali che insinuano il veleno nel fronte dei pentastellati, con messaggi del tipo "vogliono fregarvi sulla vostra riforma della prescrizione". Da sponda opposta c'è chi definisce vergognoso l'accantonamento della prescrizione. Io dico: sotterriamo l'ascia, stipuliamo una tregua e cambiamo definitivamente prospettiva. Senza concentrarci sulla bandierina della prescrizione. L'ordine del giorno è un invito sottoscritto da tutti.
Insomma, lei confida in un passo avanti...
Colgo un segnale. Nella commissione Giustizia di Montecitorio sono relatore di una legge voluta da Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra, per superare la vergogna dei bambini in carcere. Ho illustrato il testo oggi (ieri per chi legge, ndr): sono d'accordo tutti, nessuno escluso. Forza Italia ha proposto il ricorso alla procedura deliberante: vorrebbe dire legge approvata senza il passaggio in Aula, in tempi brevissimi. Mi pare il miglior auspicio possibile per liberarci delle discussioni tossiche sulla giustizia. E per andarewverso un'altra importante riforma.
Quale?
Quella dell'ordinamento penitenziario. Va recuperato il testo Orlando in tutte le sue parti, con la formazione, il lavoro, le misure alternative. Significa davvero ridurre le recidive, in vista di una maggiore sicurezza. Come Pd ne avevamo già parlato durante i tentativi di non compromettere il Conte bis, con il lodo Orlando. Abbiamo riproposto al presidente Draghi anche la necessità di riformare il carcere. Si può fare. Affrancarsi dalle bandierine sulla giustizia renderà più interessante anche il futuro dell'intesa fra Pd e M5S? Mi limito a dire una cosa. Solo sulla riforma del processo penale abbiamo svolto oltre quaranta sedute di audizione: avvocatura, magistratura, accademia, associazioni. C'è un confronto intenso. Ci sono tutte le condizioni per superare gli aspetti tossici e divisivi, in modo da dedicarsi solo alla pars costruens. Facciamolo: se non ora, quando? Non ci guadagna un'alleanza ma il Paese. Credo sia maturata una consapevolezza nuova anche all'interno della magistratura. Ho letto l'intervista al Dubbio di Giuseppe Santalucia, presidente del'Anm, figura apprezzata, che non fa esercizi di rimozione. A un impegno del genere si deve guardare con rispetto. Vedo uno sguardo rivolto al futuro, da parte di tutti. Libero, finalmente, dagli opposti estremismi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 febbraio 2021
Intervista a Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm: "Il carcere sia riformato nel rispetto dell'articolo 27 della Costituzione". Chiamatele coincidenze. Da una parte una guardasigilli come Marta Cartabia: costituzionalista, presidente emerita della Consulta, prima vera militante del garantismo alla guida del dicastero di via Arenula dopo anni contrastati. Dall'altra a presiedere l'Anm c'è un signore che si chiama Giuseppe Santalucia, che è una sorpresa, per chi non ne conoscesse già le idee, proprio quanto a cultura delle garanzie. Una convergenza da cui trarre la migliore premessa per la fase nuova della politica giudiziaria. Soprattutto se si pensa alle posizioni non scontate che il dottor Santalucia, magistrato di Cassazione, ha su prescrizione - "serve un meccanismo che governi i tempi del processo" - e carcere - "anche per il più efferato dei criminali vale il principio della pena come rieducazione, e la riforma penitenziaria dovrebbe guardare alla stella polare dell'articolo 27".
Presidente Santalucia, una ministra come Cartabia può aiutare la magistratura nella cosiddetta auto-ricostruzione?
Credo proprio di sì. Non vuol dire che riconosca limiti nei precedenti ministri, non dico questo. Ma mi sento di confidare davvero nell'aiuto che la ministra Marta Cartabia potrà dare alla magistratura nel nuovo e difficile percorso che ci aspetta. Presidente emerita della Consulta, ordinario di Diritto costituzionale: sono titoli che favoriscono evidentemente una dialettica sui problemi dell'ordine giudiziario, su questioni così strutturali. Il profilo della guardasigilli susciterà anche nell'Anm la piena disponibilità a collaborare, nelle forme che la ministra riterrà opportune, al percorso di riforme in arrivo sulla giustizia.
L'ex ministro Bonafede torna a difendere il "lodo Conte bis": ma si può lasciare in vigore la norma dell'ex guardasigilli senza sapere se la riforma del processo, seppure fosse approvata in pochi mesi, produrrà davvero l'accelerazione sperata?
È una domanda a cui credo debba rispondere la politica, non il sottoscritto: per parte mia faccio una considerazione tecnica. Da noi la prescrizione ha assunto una funzione duplice: da una parte presidiare il diritto all'oblio, dall'altra assicurare una durata non irragionevole ai processi. Certo, la seconda funzione è indebita. Però un meccanismo che governi i tempi del processo serve, va trovato, nel momento in cui la prescrizione viene abolita dopo una condanna in primo grado.
Quindi non ci si potrebbe accontentare del "lodo conte bis"?
Chiariamo una cosa: dire che la prescrizione del reato, e ribadisco del reato, debba assicurare il diritto all'oblio anche dopo che sia stato ordinato il rinvio a giudizio, o addirittura dopo una sentenza di condanna in primo grado, è contro la logica.
In che senso?
Non si può più parlare di diritto all'oblio nel senso che non c'è più oblio dal momento che la memoria della vicenda è stata vivificata dall'esercizio dell'azione penale. Però subentra la questione che dicevo, il governo dei tempi, e dunque il meccanismo della cosiddetta prescrizione processuale, per esempio.
Lei condivide l'idea che se una fase processuale dura troppo l'azione penale è improseguibile?
Non entro nel merito delle conseguenze. Non mi interessa dire qual è il meccanismo che preferisco, per il semplice motivo che non è il caso di spostare l'attenzione sul dettaglio. Conta il principio. Una conseguenza per la durata eventualmente irragionevole del processo deve pur esserci, se viene meno l'impropria funzione limitatrice assunta finora, nel nostro ordinamento, dalla prescrizione. In Paesi in cui il termine di estinzione del reato non è previsto nelle forme in cui esisteva da noi, prima della riforma del 2019, c'è sempre e comunque un governo dei tempi processuali.
I magistrati sul carcere sono stati anticipatori coraggiosi, con le ordinanze sui domiciliari anti covid, ma anche critici, in altri casi, su quell'istituto: quale anima prevarrà?
Spero ne prevalga semplicemente una ispirata al principio costituzionale del fine rieducativo della pena. Che naturalmente considera anche i casi particolari, i reati più gravi, ivi compresa la persistente legittimazione, a mio giudizio, del 41 bis. Ne ha parlato su La Stampa il dottor Pignatone. Ma anche nei confronti del più terribile dei criminali va comunque affermato il principio secondo cui il carcere ha una funzione rieducativa. In ogni caso va tenuta come stella polare sempre e comunque l'idea contenuta nell'articolo 27: si deve operare in vista della risocializzazione del condannato.
Quindi ci sarà spazio per una riforma del carcere?
Me lo auguro. La riforma era stata predisposta, poi non se ne sono realizzati alcuni degli aspetti centrali. Credo li si debba recuperare. Innanzitutto la diversificazione delle misure, a seconda del profilo del condannato: non è pensabile che la detenzione in carcere debba rappresentare la sola alternativa alla sanzione pecuniaria. Come ha scritto il professor Fiandaca sul Foglio, non è questione di buonismo ma di utilità sociale: senza una nuova visione dell'esecuzione penale non si riuscirà a ridurre la recidiva. Laddove riuscire a ridurla mi pare sia l'interesse primario della collettività.
Alcuni magistrati dell'Anm rilanciano l'iniziativa per il sorteggio al Csm: perché la maggioranza che si riconosce nella sua presidenza è contro il sorteggio?
C'è una questione costituzionale, innanzitutto: l'articolo 104 parla di magistrati "eletti": da lì non si scappa, è difficile giocare con le parole. A meno che non si modifichi la Costituzione, io credo che anche le ipotesi di sorteggio temperato o qualificato siano fuori dal perimetro della Carta. Poi c'è una considerazione più personale, di cui sono altrettanto convinto.
Vale a dire?
Non credo che la selezione random aiuti la magistratura a superare la crisi in cui si è venuta a trovare. Premesso che dobbiamo riconoscere i fatti, e cioè che la magistratura si è lasciata andare, che serve una profonda ristrutturazione culturale. Premesso che certamente ci saranno ulteriori verifiche disciplinari sui comportamenti che sono emersi, premesso tutto questo io non credo che tornerebbe utile trovarsi con un Csm formato per sorteggio. Noi magistrati non dobbiamo e non possiamo sottrarci, e dico di più: forse la crisi drammatica in cui il Paese si trova potrà, per cosi dire, costringere anche noi magistrati a completare questo processo di ricostruzione. Però mi sento di dire che non si fa tutto con le regole, che le procedure non bastano. Dobbiamo recuperare il senso della nostra funzione, prima di tutto. La vera riforma, che non si può scrivere ma che si deve profondamente realizzare, è questa.
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