di Maria Brucale*
Il Riformista, 25 novembre 2020
Accogliendo il reclamo di un detenuto al 41bis che voleva comprare riviste pornografiche, i giudici hanno definito la sessualità un diritto soggettivo assoluto. Eppure in carcere resta negato.
La sessualità è un diritto soggettivo assoluto. Si legge nella motivazione di un'ordinanza con la quale il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto il reclamo di un detenuto al 41bis, difeso dall'avo Lorenzo Tardella, teso ad ottenere il diritto ad acquistare riviste pornografiche.
Non si può ritenere che quanto richiesto rientri nel diritto all'informazione, né che attenga alla materia della ricezione della corrispondenza. È, invece - afferma il Collegio - relativo alla tutela della dignità del ristretto che non è mai comprimibile, della sessualità e del rispetto della propria vita privata e familiare di cui all'art. 8 Cedu.
E, ancora, "uno degli essenziali modi di espressione della persona umana". Va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e inquadrato "tra i diritti inviolabili della persona che l'art. 2 Cost. impone di garantire". D'altronde il regime del 41bis o.p. prevede che il c.d. "trattamento penitenziario ordinario" sia sospeso in ragione di pregnanti esigenze di sicurezza e che le limitazioni imposte ai reclusi siano tassative e strettamente correlate alla tutela dell'ordine pubblico dalla pervasività delle mafie o così, almeno, dovrebbe essere.
Nessun limite è previsto rispetto alle riviste pornografiche e allora non c'è ragione per negarle tanto più che qualunque scritto pervenga a un ristretto in regime di rigore viene sottoposto a censura prima di essere consegnato.
Ma nel provvedimento di favore - che peraltro è stato impugnato dall'autorità amministrativa che vuole negare anche il diritto alla fantasia ed è, pertanto, in attesa del vaglio della Cassazione - si coglie un aspetto davvero struggente e in patente distonia con il dettato costituzionale e con i diritti fondamentali. Si legge nell'ordinanza che la tutela di quel diritto fa sì che debba essere concesso al reclamante di acquistare le riviste a luci rosse perché possa vivere la sessualità sia pur astratta; la possibilità di visionare fotografie erotiche consentirebbe, secondo il tribunale, di migliorare la vita privata del "detenuto sottoposto al regime differenziato per il quale l'orizzonte espressivo della sfera sessuale si riduce ad una dimensione effimera e sublimata".
È sconcertante l'affermazione che esista un diritto assoluto e costituzionalmente garantito e, al contempo, che ci sia una tipologia di detenuti che non possono fruirne. La Costituzione non ammette che ci sia una carcerazione che estromette un ristretto dai diritti fondamentali. Ma a tranquillizzare su una censura di diseguaglianza c'è il dato che nessun detenuto vive in carcere la sessualità. È un diritto insopprimibile soppresso.
Strano, no? Eppure l'affettività intima è fuori dagli istituti di pena. È un beneficio per i pochi che dal carcere possono uscire a godere di un permesso premio, magari dopo molti anni di carcerazione. A volte mai. Il desiderio, la spinta naturale, l'istinto sono negati, spezzati, spenti. Il sesso fa parte dell'uomo, della sua essenza.
Trascende l'istintualità, è sostanza di uomo. Il carcere strappa all'uomo la sua individualità, comprime, forza, brutalizza la sua natura. La Corte Costituzionale già nel 1987, poi nel 2012, ha parlato di "una esigenza reale e fortemente avvertita" che "merita ogni attenzione da parte del legislatore". Il concetto è assai semplice. Se la pena mutila un diritto fondamentale della persona è inumana e degradante, non rieduca ma si limita a punire, non restituisce alla società ma annichilisce e spegne la linfa vitale di una persona.
Nel tentativo di riforma dell'ordinamento penitenziario sostanzialmente non andato a buon fine, le commissioni incaricate avevano steso le norme per attuare, finalmente, il diritto all'affettività immaginando locali adeguati nei quali permettere incontri privati e sottratti al controllo. Numerose le difficoltà (a chi riconoscere il diritto? Alle coppie di fatto, alle persone sposate, a chi può dimostrare, anche con scambi epistolari, una frequentazione stabile, ai legami omosessuali? Associarlo a un buon comportamento intramurario?
Come contenere il rischio che si consumino abusi?) e le resistenze riscontrate (l'opposizione dei sindacati di polizia penitenziaria che tuonavano "carceri come postriboli", un sentire comune che relega il sesso alla dimensione ludica e peccaminosa inconciliabile con l'istanza punitiva della reclusione) ma il limite insuperabile risiedeva nella formula contenuta in legge delega di invariabilità finanziaria che non consentiva neppure di immaginare la costruzione di spazi idonei a fare fruire di un diritto l'intera popolazione detenuta.
Il tema è oggi in commissione giustizia al Senato tradotto in una legge presentata dalla regione Toscana che tende a rafforzare il diritto all'affettività ipotizzando colloqui prolungati in apposite unità abitative dentro gli istituti penitenziari, le c.d. "stanze dell'amore". In un tempo in cui le carceri sono blindate, le attività trattamentali e formative sospese, gli affetti esclusi, sembra più che mai utopia.
Eppure ai nostri detenuti, che ormai da febbraio vivono una pena quanto mai afflittiva con le restrizioni della pandemia, nell'endemico e soffocante sovraffollamento, senza potersi proteggere da un virus che impone il distanziamento - mentre Rita Bernardini da110 novembre è in sciopero della fame invocando a gran voce un provvedimento di amnistia sorretta da un migliaio di persone tra liberi e ristretti - serve subito un segnale di speranza.
*Avvocato
Italia Oggi, 25 novembre 2020
Dopo aver individuato la migliore tipologia di strumenti per la prevenzione e il rilevamento di apparecchi telefonia mobile all'interno delle carceri, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria avvierà a breve le procedure per il loro acquisto, in modo da consentire un deciso potenziamento delle dotazioni su tutto il territorio nazionale.
Contestualmente, verrà attivata un'apposita formazione per il personale che sarà addetto al loro utilizzo e alle attività ad esso correlate. Infine, saranno sperimentate ulteriori nuove tecnologie per il contrasto al fenomeno.
È quanto ha deciso, nel corso di una riunione svoltasi nei giorni scorsi e presieduta dal Vice Capo Roberto Tartaglia, il Gruppo di lavoro in materia di contrasto dei cellulari in carcere, appositamente istituito nel maggio scorso dai vertici del Dap appena insediatisi.
Un appunto tecnico con le linee guida di quanto deciso sarà un breve inviato ai Provveditorati regionali affinché lo trasmettano agli istituti penitenziari sul territorio di competenza. È stata inoltre svolta una ricognizione di tutti i dispositivi attualmente in uso negli istituti penitenziari e uno studio specifico sulle statistiche relative ai ritrovamenti di telefoni e alle modalità di rinvenimento negli ultimi anni.
Nel corso delle riunioni sono stati inoltre analizzati anche i possibili profili disciplinari e penali per il ritrovamento e l'uso di apparecchi di telefonia mobile da parte della popolazione detenuta.
di Tiziana Campisi
vaticannews.va, 25 novembre 2020
Il messaggio di don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri d'Italia, a cappellani, diaconi e suore che prestano il proprio servizio pastorale negli istituti penitenziari: essere "come una finestra spalancata nella vita dei ristretti per indicare loro orizzonti nuovi".
Come vivere l'Avvento nelle carceri in questo tempo di distanziamento, dove tutto è rallentato e ostacolato dall'emergenza Covid-19? Cosa fare? Quali attività pastorali mettere in atto? Sono gli interrogativi sui quali riflette don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri d'Italia, nel suo messaggio per l'Avvento a cappellani, diaconi e suore che prestano il proprio servizio pastorale negli istituti penitenziari.
Indicare orizzonti nuovi - Rimarcando che il cammino dell'Avvento è un tempo di grazia, di ascolto e di vigilanza, don Grimaldi ricorda le parole di San Francesco d'Assisi ai suoi frati: "Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile". "Nelle nostre carceri, a causa della paura dei contagi - aggiunge don Grimaldi - molte attività sono state rallentate, di conseguenza i detenuti vivono maggiormente la loro solitudine e l'abbandono". L'ispettore generale esorta cappellani e altri operatori ad essere "come una finestra spalancata nella vita dei ristretti per indicare loro orizzonti nuovi", "a fare 'ciò che è necessario'" e a non vivere le limitazioni imposte dalla pandemia come frustrazioni che paralizzano l'agire, ma come stimolo per trasformare "la marginalità in opportunità".
Avvento, tempo di ascolto - "Il Natale del Signore che ci apprestiamo a vivere, ci narra di fragilità, povertà e umiltà - prosegue don Grimaldi - e questo tempo burrascoso, di crisi sanitaria, sociale ed economica, ci ha fatto scoprire ancor di più i nostri limiti e le nostre debolezze, facendoci comprendere che noi non siamo i padroni del tempo".
L'invito è a vivere questo periodo d'incertezze "con la vigilanza del cuore e con la capacità di scrutare la notte e saper attendere con Fede e carità il domani che verrà". "Il cammino di Avvento sarà, dunque, per tutti noi, un tempo per l'ascolto dello Spirito - indica don Grimaldi - e per essere sentinelle di speranza che annunciano dopo l'oscurità della notte il nuovo giorno, ma anche di rinsaldare il coraggio della Fede che ci chiede di vivere il quotidiano con la ricchezza della Speranza". Infine l'ispettore generale dei cappellani delle carceri definisce "questo tempo nuovo dell'attesa di Dio che viene (...) carico di sogni e di speranze e citando l'enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco conclude affermando che "è importante sognare insieme" perché "da soli si rischia di avere miraggi" vedendo quello che non c'è.
di Alessandra Pigliaru
Il Manifesto, 25 novembre 2020
Dal Rapporto Eures: un femminicidio ogni tre giorni. Sono 91 le uccise dall'inizio dell'anno, in particolare in famiglia. Nell'89% dei casi si tratta di uccisioni in ambito domestico per mano di conviventi. Peggio nel lockdown. Lombardia e Piemonte contano il 36% dei casi nazionali.
"Durante i primi lockdown molti Stati hanno registrato una crescita record di abusi domestici, e nonostante i recenti confinamenti siano, nella maggior parte dei Paesi, meno rigidi, le linee telefoniche nazionali stanno registrando di nuovo un drammatico incremento delle chiamate d'aiuto". A dichiararlo con preoccupazione è Marija Pejcinovic Buric, segretaria generale del Consiglio d'Europa, che ha scelto di intervenire ieri alla vigilia della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza maschile sulle donne.
Quella della violenza maschile è questione che ogni anno arriva all'attenzione pubblica a ridosso della data del 25 novembre ma che oggi, a causa dei provvedimenti per la pandemia, ha richiesto maggiore sforzo nell'individuare situazioni già complesse o rese tali dalle condizioni di chiusura in casa. Ecco perché non si può discutere di questa giornata senza valutare quanto il tempo pandemico abbia procurato, nelle sue conseguenze, dei danni alle donne che hanno sì reagito mostrando una rara capacità di resistenza ma che nel caso di ambiti violenti spesso si sono trovate in una doppia trappola, quella dei propri aggressori e quella di una perdita di movimento.
Alle violenze domestiche, aumentate negli scorsi mesi in tutta Europa, i segnali che arrivano dall'Italia - soprattutto nell'ambito dei femminicidi commessi nell'ultimo anno - sono dunque da analizzare con serietà; lo dice il VII Rapporto Eures sul Femminicidio in Italia reso noto ieri che parla di 91 donne morte in soli nove mesi rispetto alle 99 dell'anno scorso; il leggero calo tuttavia risponde alle vittime della criminalità comune, il femminicidio resta invece tragicamente stabile attestandosi in una percentuale media di uno ogni tre giorni.
Nell'89% dei casi si tratta di femminicidi in ambito famigliare, vuol dire che gli assassini sono mariti, compagni, parenti conviventi che hanno in comune una cosa: sono maschi e uccidono le donne in quanto donne; se il tempo del Covid-19 ha accelerato il fenomeno di rischio della prossimità ai violenti, è pur vero che rimuovere si tratti di un fenomeno strutturale e sistemico sarebbe un errore fatale; sarebbe come a dire che dopo la pandemia le cose riprenderanno nella buona convivenza tra i sessi che precedeva questo presente.
Non potrà essere così, anche qui il tanto agognato "ritorno alla normalità" non è né auspicabile né plausibile: negli ultimi venti anni sono state sono 3.344 le donne uccise in Italia, tanto per avere contezza dell'aspetto così poco emergenziale di ciò che è la violenza di cui oggi si domanda l'eliminazione. È tuttavia chiaro come, in ambito famigliare, vi sia stata l'aggravante di stare forzatamente dentro la stessa casa a causa delle misure anti-contagio; la maggior parte infatti delle vittime di femminicidio viveva sotto lo stesso tetto del proprio assassino.
Per la stessa ragione vi è una flessione di femminicidi commessi da amanti e non conviventi. Altri due dati emergono dal Rapporto Eures: crescono vistosamente i femminicidi-suicidi e, sia pure in forma più residuale, anche le uccisioni delle madri da parte dei figli. A proposito della collocazione geografica, si segnala un aumento delle uccisioni negli ultimi dieci mesi rispetto allo stesso periodo del 2019: +9,5% solo nel nord Italia con un allarme che riguarda Lombardia e Piemonte cui si riconosce il triste primato di coprire il 36% dei casi nazionali. La lettura non può che tenere presenti le maggiori misure di confinamento nelle case dovute alla condizione sanitaria. Una flessione che si registra invece al centro (con una diminuzione del 12,5%) e al sud (il 22,2% in meno rispetto l'anno scorso).
I casi di cronaca non riportano solo femminicidi ma anche i cosiddetti "nuovi reati". Proprio a questo proposito è stato presentato ieri in streaming dal ministro Alfonso Bonafede il report relativo al "Codice Rosso", ovvero il pacchetto di misure per punire la "Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti" (art. 612 ter del codice penale).
I numeri restituiti dipingono uno scenario tanto fosco quanto retrivo che si configura con 3932 indagini aperte tra il 10 agosto 2019 e il 31 luglio 2020 che riguardano il revenge porn (circa 1000 inchieste), la costrizione al matrimonio, la violazione delle misure di protezione per le vittime e gli sfregi permanenti. Al momento sono 120 i dibattimenti in corso, 90 i processi già conclusi, 80 le condanne e 686 i casi di rinvio a giudizio.
Accade in un Paese come l'Italia in cui si è discusso per giorni se una donna adulta e consenziente debba o no essere licenziata, oltre che variamente dileggiata, con l'unica colpa di essere stata oggetto appunto di revenge porn. Ciò per dire che i dati sono fondamentali per capire la situazione esistente ma bisogna proseguire un lavoro di sponda, deve essere culturale, di immaginario, relazionale. In una parola: politico. E femminista.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 25 novembre 2020
Il capo della Polizia Franco Gabrielli interviene nell'ambito della campagna "Questo non è amore". Campania e Sicilia le regioni in cui sono arrivate più denunce di violenze subite. "La causa primaria dei delitti di genere è legata a fattori culturali: le violenze sono il frutto di una considerazione della donna come un oggetto di proprietà".
"Le forze di polizia sono sempre più preparate, si sono dotati di luoghi idonei dove accogliere la vittima, la rete e il funzionamento dei centri antiviolenza è ormai consolidata. Il ruolo decisivo ora spetta alla comunità: tanto più una donna si sentirà protetta nel contesto in cui vive tanto più capirà che uno schiaffo ricevuto non è solo uno schiaffo, che la denuncia non sarà un atto di cui vergognarsi, ma la giusta soluzione a un percorso di violenza subita. Fino a quando la comunità non si farà carico di sostenere le vittime il nostro impegno resterà incompiuto".
L'analisi dei dati sulla violenza di genere raccolti nel report della polizia sottolinea come è stato alla fine del lockdown che i numeri dei femminicidi hanno ripreso ad impennarsi mentre durante i mesi di confinamento sono cresciuti quelli dei maltrattamenti in famiglia. Nel 62 per cento dei casi autore dei reati il coniuge, il convivente, il fidanzato o l'ex partner della vittima. Le donne italiane quelle più colpite dalla violenza, seguite da romene e marocchine.
A sorpresa, le regioni in cui si è registrata la maggiore incidenza di denunce la Campania (171) e la Sicilia (168), poi Lazio (133) e Lombardia (119), smentendo il luogo comune che al Sud ci sia una scarsa propensione a rivolgersi alle forze di polizia. Sono state 542 poi le segnalazioni arrivate sulla app YouPol attraverso la quale è possibile chattare anche in modo anonimo con le sale operative delle questure per segnalare situazioni di disagio, mandare messaggi o immagini.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 25 novembre 2020
Il guardasigilli Alfonso Bonafede ha presentato ieri il Rapporto sui risultati prodotti dalla norma a un anno dall'entrata in vigore. Si parte da un numero: 40.726. È questo il totale di procedimenti iscritti per maltrattamenti contro familiari e conviventi, catalogabili come violenza di genere, tra il primo gennaio e il 31 maggio 2020. Circa l'11 per cento in più rispetto all'anno precedente, con i 36.539 procedimenti registrati nello stesso periodo del 2019. Si tratta di un dato che traduce in cifre la difficoltà, riscontrata durante la fase più acuta dell'emergenza pandemica, di sottrarsi a dinamiche domestiche violente e a convivenze forzate.
Ma ecco il punto. A un anno di distanza dall'entrata in vigore del "Codice Rosso" - la legge n. 68/ 2019 recante "Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere" - il ministero della Giustizia analizza in un Rapporto l'efficacia della legge e trae su tutte una conclusione: senza l'introduzione di quattro nuove fattispecie di reato nel codice penale, le "gravi condotte tipizzate non avrebbero avuto risposta adeguata".
Ovvero, se non puoi catalogare un comportamento violento diffuso, non puoi neanche punirlo. Come il maltrattamento contro familiari e conviventi: il reato è stato inserito nell'elenco di quelli che consentono nei confronti dell'indagato l'applicazione di misure di prevenzione, come il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. La cui violazione prevede una pena da 6 mesi a 3 anni. Ed ecco le altre tre nuove fattispecie: costrizione o induzione al matrimonio; deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, il cosiddetto revenge porn, noto anche alle cronache di questi giorni.
Con l'intervento normativo, inoltre, sono state inasprite le pene per alcuni reati "particolarmente odiosi", come lo stalking e la violenza sessuale. Nel periodo compreso tra il primo agosto 2019 e il 31 luglio 2020, secondo le risultanze statistiche di cui dà conto Via Arenula nel Rapporto, per i quattro nuovi reati introdotti nell'ordinamento sono state aperte in tutto 3.932 indagini, e in 686 casi è stata già formulata richiesta di rinvio a giudizio. I processi già conclusi sono 90, con 80 condanne inflitte, mentre altri 120 processi sono tuttora in fase dibattimentale.
"Il dato corposo delle denunce e quello dei procedimenti già approdati alla condanna di primo grado - si legge nel Rapporto - consentono di rilevare l'utilità concreta dell'approccio procedimentale, basato sulla corsia preferenziale dell'ascolto". Il Codice Rosso, infatti, prevede una corsia preferenziale riservata alle denunce per violenza di genere: di qui la denominazione analoga ai casi più urgenti nei Pronto Soccorso. Entro tre giorni dall'iscrizione della notizia di reato, il pubblico ministero deve sentire la persona offesa che ha presentato denuncia, in modo da intervenire tempestivamente e tutelare le vittime.
Ma l'accelerazione delle indagini produce anche un altro effetto, tutt'altro che secondario: la norma vuole impedire la cosiddetta "vittimizzazione secondaria", cioè la reiterazione di un'esperienza dolorosa attraverso il racconto dei fatti subiti. "La legge sul Codice rosso è una legge di civiltà, indispensabile per assicurare una tutela immediata alle vittime di violenza domestica e di genere", ha sottolineato il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in apertura del suo intervento per presentare i risultati del primo anno di applicazione della legge.
Per Mario Perantoni, deputato M5S e presidente della commissione Giustizia della Camera, "i dati diffusi dal ministro Bonafede confermano che l'idea dei corridoi di precedenza alle richieste di aiuto è assolutamente adeguata. Tuttavia questo non deve farci dimenticare che il fenomeno è molto radicato e che non dobbiamo mai abbassare la guardia. Occorre una dura battaglia su tanti fronti per sradicarlo dalla nostra società". Sulla necessità di proseguire in questo solco si è espressa anche la senatrice Pd Valeria Valente, presidente della Commissione d'inchiesta sul femminicidio. Nel contrasto alla violenza sulle donne "l'Italia ha fatto passi da gigante, presentando oggi un quadro normativo solido e robusto", ha detto Valente. Ma "le donne continuano a morire molto spesso per mano dei loro aguzzini", ha precisato.
"Qualsiasi norma - ha aggiunto - anche la migliore possibile, da sola non sarà sufficiente se non aggrediamo due grandi problemi: da un lato la formazione degli operatori in particolare del mondo della giustizia, dall'altro il tema culturale. Per questo ci vuole un impegno sostanziale di tutte le agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola".
Serve, insomma, una "strategia nazionale per il contrasto alla violenza contro le donne", per dirla con le parole della ministra per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. "Fare un punto di verifica sull'attuazione del Codice Rosso è estremamente importante, all'interno di un processo complessivo per conoscere fino in fondo il fenomeno", ha detto Bonetti nel suo video-intervento alla presentazione del Rapporto.
Se, infatti, i dati raccolti nell'ultimo anno confermano una diminuzione, durante il periodo di lockdown, per i reati di violenza sessuale (- 4%) e di violenza sessuale di gruppo (-17%), la pandemia ha prodotto una nuova emergenza nell'emergenza: la difficoltà di allontanare l'indagato dalla casa familiare e di reperire strutture protette per accogliere chi scappa dalla violenza.
Nel corso della prima fase pandemica, molte procure hanno adottato misure specifiche per assicurare continuità nelle attività giudiziarie a tutela delle vittime di reati di genere: un'esigenza che ha spinto il legislatore a escludere dalla regola generale della sospensione dei termini processuali dal 9 marzo al 15 aprile 2020 i ricorsi riguardanti gli ordini di protezione contro gli abusi familiari. Tra le innovazioni previste dalla legge, si segnalano anche alcune pratiche virtuose adottate dagli uffici giudiziari italiani. Come la creazione di gruppi specializzati in materia, l'adozione di linee guida e la disposizione di spazi dedicati all'ascolto delle persone offese.
di Maria Masi
Il Dubbio, 25 novembre 2020
Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il Consiglio nazionale forense ribadisce il suo impegno contro la discriminazione di genere e per l'affermazione dei diritti. "Riannodare i "Tanti fili in una Rete": questo il senso della campagna di sensibilizzazione che il Consiglio Nazionale Forense ha inteso promuovere per la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
I fili rappresentano i percorsi di denuncia di dolore e di paura, ma anche quelli dell'informazione che, spesso, utilizza parole sbagliate, e della formazione, della prevenzione, della tutela. La rete rappresenta lo sforzo comune del cambiamento possibile, l'azione sinergica di istituzioni e associazioni e dei tanti che quotidianamente sono impegnati per contrastare qualsiasi forma di violenza posta in essere, a mani nude o armate o con la pressione psicologica, economica e culturale, società più paritaria e inclusiva.
Questi mesi hanno peggiorato sensibilmente la condizione di molte donne, costrette a convivere con il pericolo e con l'isolamento. Le difficoltà a denunciare e l'impossibilità di allontanarsi dalla propria casa, anche per effetto dei problemi di natura economica, sta determinando situazioni insostenibili. L'avvocatura, in Italia e nel mondo, è impegnata in prima linea nelle azioni di contrasto al fenomeno, nella quotidianità delle azioni semplici e nelle rivendicazioni di libertà per le donne, anche a costo del sacrificio della vita.
Il Consiglio Nazionale Forense da anni promuove e sostiene progetti di comunicazione e di formazione specifica interdisciplinare con il contributo della rete dei Comitati per le Pari opportunità istituiti presso gli Ordini forensi e con le associazioni specialistiche e di riferimento. Il Cnf segue con attenzione i progetti di legge, partecipa e promuove dibattiti sul tema e opera in sinergia con le altre istituzioni: Unar, Consigliera di parità, dipartimento per le Pari opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.
L'obiettivo coltivato in questi anni è stato ed è anche quello di incoraggiare azioni positive per rivendicare un ruolo paritario nella famiglia, nel lavoro, nella società, con la consapevolezza che il problema della violenza non può considerarsi isolato rispetto a quello delle discriminazioni e della violazione dei diritti umani. E la soluzione non può prescindere dalla diffusione di una cultura differente.
L'iniziativa - Cento video-appelli per dire no alla violenza contro le donne. Si chiama "Tanti fili, Una Rete" ed è la campagna di sensibilizzazione che il Consiglio Nazionale Forense metterà in rete sul proprio canale YouTube oggi, 25 novembre, per la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Una staffetta digitale ideata dalla commissione integrata per le pari opportunità del Cnf con il contributo della rete dei Cpo degli ordini forensi e della rete delle consigliere di parità.
Hanno aderito all'iniziativa, tra gli altri, la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, la senatrice e presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, Valeria Valente, la consigliera nazionale di Parità, Flavia Bagni Cipriani, la presidente Donne Magistrato, Carla Lendaro, la presidente dei centri antiviolenza D. i. Re, Antonella Veltri, il direttore Unar, Triantafillos Loukarelis e ancora avvocate e avvocati, magistrate e giudici, giornaliste e docenti.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 25 novembre 2020
Quattro decenni dopo, per l'ennesima volta, quel processo che mostra con l'impatto di nessun altro documento storico cosa sia la violenza a una donna ribaltata in tribunale in un turpe processo alla vittima, non ha potuto essere riproposto dalla Rai neppure oggi, 25 novembre, giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne.
"Qui si tratta di una ragazza, senza offesa, perché signori miei, io non ho una cattiva opinione affatto delle prostitute (...) qui si tratta di una ragazza che ha degli amanti a pagamento...". Ma come? Dove? Quando? E le prove di un'accusa così infamante? Quarantuno anni dopo esser andate (miracolosamente) in onda fanno ancora vomitare le parole usate in certi interrogatori e certe arringhe dagli avvocati che difesero con argomenti insopportabili i quattro bulli quarantenni che avevano violentato una ragazza in una villa di Latina. Aveva diciotto anni, era disoccupata, era stata attirata con la balla di un'offerta di lavoro e, sequestrata, era rimasta per ore e ore in balia della banda.
Quattro decenni dopo, per l'ennesima volta, quel processo che mostra con l'impatto di nessun altro documento storico cosa sia la violenza a una donna ribaltata in tribunale in un turpe processo alla vittima ("Signori miei, una violenza carnale con fellatio può essere interrotta con un morsetto. L'atto è incompatibile con l'ipotesi di una violenza" oppure "La violenza c'è sempre stata (...) Non la subiamo noi uomini? Non la subiamo noi anche da parte delle nostre mogli?") non ha potuto essere riproposto dalla Rai neppure oggi, 25 novembre, giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Il documentario girato da sei giovani registe (Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini, Maria Grazia Belmonti, Loredana Rotondo) e trasmesso nel '79 dalla rete pubblica con un boom d'ascolti (9 milioni di telespettatori), premiatissimo e conservato anche al MoMA di New York, è tenuto infatti a bagnomaria da una diffida di quei vecchi avvocati o dai loro eredi consapevoli (solo oggi!) di quanto ignobili fossero quelle spiritosaggini difensive.
Bagnomaria sempre più inaccettabile col passare degli anni e davanti al ripetersi di violenze dettate da un machismo mai sconfitto. Si pensi alla diciottenne sequestrata e violentata nell'attico extralusso di Milano dal nababbo tossico Alberto Maria Genovese o alle altre due diciottenni vittime di Ciro Grillo e dei suoi tre compagni di bravate a Porto Cervo. Tema: non sarebbe bello se la Rai (servizio pubblico!) esercitasse il suo ruolo pretendendo di aiutare anche i giovani di oggi a capire cosa sia un processo capovolto?
di Giudo Camera
Il Riformista, 25 novembre 2020
Prima la radicale sospensione delle attività giudiziarie, poi il "liberi tutti" dal 1° luglio. Sulla telematizzazione si è perso tempo, servono scelte coraggiose per tutelare i diritti costituzionali.
L'esperienza vissuta durante la prima ondata dell'epidemia non ha purtroppo insegnato abbastanza: da qualche settimana, infatti, la Giustizia penale sta barcollando sotto il peso dell'aumentare dei contagi, agevolati dalle modalità di lavoro in presenza, riprese come se nulla fosse stato da fine giugno a oggi.
Le misure da ultimo prese, in stretta successione tra loro, nel Decreto Ristori e nel Decreto Ristori Bis, sono in parte inattuabili sul breve periodo, e in parte lesive del diritto di difesa in modo grave e sproporzionato. Non è uno scenario rassicurante, soprattutto in considerazione del fatto che la situazione epidemiologica non sembra destinata a risolversi in tempi brevi.
Ci vuole un cambio di passo, rispetto al quale non è ancora troppo tardi. Vediamo come. All'inizio di marzo - quando era già deflagrate l'epidemia all'interno dei Tribunali - il Governo ha disposto una radicale sospensione delle attività processuali e dei termini: con il passare delle settimane, quando si era compreso diffusamente che la pandemia era un fenomeno oramai patologico e di non breve durata, il Legislatore ha provato a contemperare l'esigenza di riprendere le attività giudiziarie con la necessità di individuare forme di prevenzione e precauzione sanitaria per i protagonisti del processo.
La soluzione è stata l'introduzione di forme di telematizzazione di molti atti del procedimento penale: troppi, in prima battuta, per la struttura del processo, la nostra cultura e lo stato di grave inadeguatezza dell'infrastruttura digitale.
Le critiche mosse a questa aggressiva forma di telematizzazione - rimasta comunque sulla carta perché, anche volendo, non c'erano i mezzi (economici e tecnici) per attuarla - hanno portato a un ridimensionamento ragionevole delle attività processuali effettuabili da remoto. Purtroppo, quando a fine giugno la situazione sanitaria ha cominciato a regredire allo stato di una apparente normalità, il Legislatore ha di colpo abbandonato ogni forma di telematizzazione, riportando tutte le attività in presenza, come se nulla fosse stato, a partire dall'1 luglio: e così sono rimaste sino alla fine di ottobre, quando il Decreto Ristori ha reintrodotto delle forme di telematizzazione del procedimento penale, a oggi però ancora inattuate.
Questo perché, nei mesi scorsi, si è perso tempo prezioso, dunque gli strumenti tecnici necessari per dare vita a un processo penale telematico non sono minimamente pronti. Potremmo definirla la "sindrome della cicala", da cui sta derivando un discreto caos, in cui i processi vengono in parte rinviati, e in parte celebrati in condizioni di grave insicurezza sanitaria.
Non è purtroppo tutto: invece di investire su forme di telematizzazione nei processi di appello e Cassazione, il Legislatore, con i Decreti Ristori e Ristori Bis, ha pensato di risolvere la questione eliminando in radice - fino al prossimo 31 gennaio - ogni dialettica orale (da remoto o in presenza) grazie all'introduzione di un rito "cartolare", dove il contributo delle parti alla decisione può essere solo di natura scritta.
Nel contempo c'è grande incertezza e confusione sulle misure attuative dei depositi telematici, ovvero una novità per il nostro processo penale, la cui introduzione avviene in una fase acuta dell'epidemia, dove gli studi legali, per i vari Dpcm, dovrebbero incentivare lo smart working di collaboratori e dipendenti, e con molti cancellieri contagiati: dunque non è certo il momento migliore per dare esecuzione a una rivoluzione copernicana, alla quale, per essere pronti, dobbiamo dedicare tempo e risorse.
Per poter partire in modo serio e concreto con una stabilizzazione delle attività effettuabili da remoto, bisognerebbe fermare la celebrazione di quelle ordinarie (o meglio, di quelle poche che si riescono a fare, causa il gran numero di contagi) per almeno qualche settimana: così, peraltro, si potrebbe decongestionare la difficile situazione sanitaria, diminuendo i rischi di trasmissione del virus nei tribunali.
Questo non vuole dire però stare fermi; bisogna lavorare alacremente per essere pronti a partire senza ulteriori stop, a prescindere dall'evoluzione dello scenario epidemiologico. In questo scenario, una delle conseguenze più evidenti è l'accumularsi di cause, soprattutto per reati di competenza del tribunale monocratico, dove i numeri delle cause che ingolfano i ruoli sono davvero inquietanti anche quando non c'è un'emergenza: un arretrato che, quando vedremo finalmente la fine dell'epidemia, rischia di essere ingestibile, creando preoccupanti vuoti di tutela rispetto a fatti di particolare gravità criminale e allarme sociale, perché impegneranno moltissime risorse giudiziarie. Noi crediamo che la soluzione di queste gravi problematiche non possa essere il drastico ridimensionamento del diritto di difesa - come sta accadendo in particolare per il giudizio di appello e di Cassazione - ma debba passare attraverso scelte coraggiose, sistematiche e lungimiranti, che sappiano perciò sfruttare davvero le opportunità offerte dalle nuove tecnologie per offrire maggiore - e più rapida - tutela ai diritti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2020
La necessità di verifiche periodiche non confligge con il diritto alla salute. La disciplina con la quale il ministero della Giustizia è corso ai ripari dopo le scarcerazioni di esponenti della criminalità organizzata nella primavera scorsa non abbassa gli standard di tutela della salute del detenuto, garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo anche nei confronti dei condannati ad elevata pericolosità sociale, compresi quelli sottoposti al regime penitenziario del 41bis.
Questa la conclusione cui approda la sentenza della Corte costituzionale n. 245, scritta da Francesco Viganò e depositata ieri. Le disposizioni esaminate dalla Corte, previste nel decreto legge n. 29 e poi nella legge n. 70, impongono al magistrato di sorveglianza, una volta concessa provvisoriamente, per ragioni legate all'emergenza sanitaria, la detenzione domiciliare ai condannati per questi reati, di rivalutare periodicamente le condizioni che giustificano la misura, sulla base die pareri delle Procure distrettuali e della Procura nazionale Antimafia e delle informazioni raccolte dal Dap sulla disponibilità di strutture e posti per un ripristino della condizione di detenzione, senza compromettere il diritto alla salute del condannato.
La sentenza osserva che l'intervento contestato dal tribunale di sorveglianza di Sassari e dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, "non intende in alcun modo esercitare indebite pressioni sul giudice che abbia in precedenza concesso la misura, mirando unicamente ad arricchire il suo patrimonio conoscitivo sulla possibilità di opzioni alternative intramurarie o presso i reparti di medicina protetti in grado di tutelare egualmente la salute del condannato, oltre che sulla effettiva pericolosità dello stesso, in modo da consentire al giudice di mantenere sempre aggiornato il delicato bilanciamento sotteso alla misura in essere, alla luce di una situazione epidemiologica in continua evoluzione".
Quanto al rispetto dei diritti della difesa, la Corte costituzionale sottolinea come l'intervento del magistrato di sorveglianza, fondato anche sull'acquisizione di materiali ed elementi "acquisiti ex officio e non ostensibili alla difesa", destinato a sfociare in un provvedimento interlocutorio che poi dovrà essere confermato o smentito dal tribunale di sorveglianza dopo un procedimento a contraddittorio pieno, trova la sua ragione nella necessità di assicurare al magistrato di sorveglianza "un potere di intervento invia d'urgenza, bilanciando interinalmente le ragioni di tutela della salute e della vita di quest'ultimo con le ragioni contrapposte di tutela della collettività in relazione alla sua persistente pericolosità sociale; e ciò attraverso un procedimento attivato sì su istanza di parte, ma destinato poi a svolgersi mediante poteri di indagine officiosi (e comunque aperti alle eventuali produzioni documentali della difesa), in ragione proprio della necessità di una rapida decisione sull'istanza del detenuto".
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