di Dario Sautto
Il Mattino, 24 novembre 2020
Cinque giorni fa aveva chiesto i domiciliari. A settembre scorso ha contratto il Covid-19 nel carcere di Secondigliano, è stato ricoverato al Cardarelli e sottoposto a tutte le cure. Poi, dopo la guarigione dal virus, da qualche giorno il detenuto era nel reparto ordinario del padiglione Palermo della stessa struttura ospedaliera, dove ieri mattina è morto probabilmente per le conseguenze del contagio.
È stata sequestrata la salma e aperta un'inchiesta sulla morte del detenuto 70enne Mario Riccio, originario di Roccabernarda (Crotone) e condannato in primo grado a dodici anni per 'Ndrangheta lo scorso giugno, in uno dei maxi processi sulle 'ndrine crotonesi infiltrate proprio in quel Comune. Il suo, però, è un caso particolare perché l'ultima istanza di scarcerazione per motivi di salute era stata discussa lo scorso 19 novembre e ma la decisione è ancora riservata.
A pesare sulla decisione sono stati più i reati contestati che le reali condizioni di salute del detenuto. "Avevo chiesto che potesse avere il diritto di morire a casa, agli arresti domiciliari. Invece, è morto da solo nel reparto ordinario del Cardarelli riservato ai detenuti". Si dice "amareggiato" l'avvocato Francesco Schettino, che appena cinque giorni fa aveva discusso in Calabria l'ennesima richiesta di sostituzione della misura cautelare per il suo assistito. Un appello al Riesame, fissato quasi tre mesi dopo la sua istanza presso la seconda sezione penale del tribunale di Catanzaro. Da due anni in carcere, già il precedente difensore di Riccio aveva presentato alcune istanze di scarcerazione, tutte rigettate.
L'ultimo capitolo di questa triste vicenda comincia a giugno scorso, subito dopo la prima emergenza coronavirus, quando il difensore di Riccio presenta la nuova richiesta di scarcerazione in concomitanza con la sentenza di primo grado. Ad agosto, il perito di parte - il dottor Nicola Longobardi - riscontra che le condizioni di salute del detenuto "non sono compatibili con il regime carcerario".
Il 27 agosto, però, i giudici rispondono che, dopo aver analizzato tutta la documentazione, Riccio poteva restare in quel carcere che "può prestare tutta l'assistenza sanitaria richiesta", nonostante il detenuto fosse già 70enne, costretto sulla sedia a rotelle e affetto da diverse patologie. A settembre, l'avvocato Schettino propone appello al Riesame di Catanzaro, mentre il suo assistito contrae il Sars-Cov-2 proprio nel penitenziario di Secondigliano.
A metà ottobre è avvenuto il ricovero nel reparto Covid del Cardarelli riservato ai detenuti e ieri prima delle 13 è arrivata la comunicazione del decesso del paziente. "Si tratta del secondo detenuto morto in Campania per Covid - commenta il Garante per i detenuti, Samuele Ciambriello - e le cifre del contagio nelle carceri sono allarmanti. I detenuti vivono una forte paura per quella che è una doppia reclusione con il rischio del contagio: 752 contagi (192 in Campania), 804 tra agenti della penitenziaria, amministrativi e operatori socio sanitari.
Per limitare il Covid, vanno limitati i nuovi accessi di arrestati". Sulle scarcerazioni previste dal Decreto ristori, Ciambriello ritiene che si tratti di "una clausola fortemente discriminatoria. Alla fine, non esce nessun detenuto, nonostante siano tanti quelli che necessitano di cure mediche. Chiedo alla magistratura di sorveglianza - chiude con un appello - di avere più coraggio a scegliere misure alternative al carcere e di intervenire adesso. Ci sono 64 posti disponibili in cooperativi e associazioni per detenuti anche senza fissa dimora, si possono scarcerare i detenuti a rischio".
giustizianews24.it, 24 novembre 2020
Rita Bernardini e gli esponenti del Partito Radicale sono in sciopero della fame. I Garanti di detenuti rilanciano appelli alle istituzioni competenti un giorno sì e l'altro pure. L'ultimo, in ordine di tempo, è di Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti che si è rivolto direttamente ad Alfonso Bonafede: "Mi dispiace che il ministro della giustizia Bonafede minimizzi quello che sta accadendo nelle carceri, utilizzando parametri e percentuali che secondo lui non segnalano lo stato di allarme pandemico: secondo me servirebbe una tonalità di colore più violenta del rosso per le carceri".
Il Covid-19 dilaga nelle carceri italiane. Lo si evince anche dagli ultimi dati offerti dall'Amministrazione penitenziaria. E la Campania è la regione che per numero di contagiati tra detenuti e agenti della Penitenziaria è messa peggio. Un quadro allarmante che ha spinto l'associazione "Il Carcere possibile", formata da penalisti napoletani, a mettere in campo una giornata di protesta per mercoledì 25 novembre che si terrà all'esterno del carcere di Poggioreale e del Tribunale di Napoli (ingresso piazza Cenni).
"Vogliamo chiedere di chiudere il Portone di ingresso degli istituti penitenziari partenopei ed aprire la porta d'uscita" perché "la porta di ingresso al carcere è ancora troppo grande rispetto alla piccola porta "socchiusa" che dovrebbe consentire, di contro, la liberazione di un numero di detenuti sufficiente affinché si ripristinino i requisiti minimi di sicurezza all'interno degli istituti", si sottolinea in un comunicato dell'associazione guidata dall'avvocato Anna Maria Ziccardi.
"Le Autorità Giudiziarie - rileva il Carcere possibile - non stanno mettendo in campo tutti gli strumenti che già hanno a disposizione per sfoltire la popolazione carceraria in modo da rendere la detenzione compatibile con le istanze di tutela della salute di chi è ristretto negli istituti di pena". Peggio ancora, il ministero della Giustizia prova a svicolare: "Il Ministro Bonafede ha sostenuto che all'interno degli istituti i positivi sono per lo più asintomatici e che, pertanto, non vi sarebbe pericolo. Sul punto, va evidenziato che anche all'esterno del carcere la maggior parte dei contagiati sono asintomatici, eppure non sembra che il Governo abbia dichiarato la fine dell'emergenza epidemiologica", rilevano gli avvocati.
Per "Il Carcere possibile" l'unica soluzione, al momento praticabile per alleggerire il sovraffollamento che "impedisce o limita drasticamente ogni tentativo di porre un argine al dilagare della pandemia", è ricorrere agli "strumenti dell'amnistia e dell'indulto". Quanto, invece, a Napoli dove "si registra una situazione catastrofica", gli avvocati chiedono provvedimenti specifici partendo dalla premessa che qui "vi è ancora l'emissione (seppur ridimensionata) di ordini di carcerazione e l'applicazione di misure cautelari intramurarie che incidono sull'aumento della popolazione detenuta a fronte di una scarsa attività della Magistratura di Sorveglianza Partenopea che, specialmente in questo drammatico momento, avrebbe dovuto ancor più concedere ai detenuti, che ne hanno diritto, sia le misure alternative alla detenzione predisposte dal Governo per il periodo emergenziale sia i benefici penitenziari "ordinari" previsti dall'Ordinamento Penitenziario".
Le richieste sono poche e semplici: "bloccare l'emissione di nuovi ordini di carcerazione; ricorrere alla misura cautelare della custodia intramuraria sia limitata ai casi più gravi; far sì che il Tribunale di Sorveglianza si attivi affinché si trattino il maggior numero possibile di procedure relative a detenuti intramurari ai quali concedere una misura alternativa che consenta una rapida uscita dal carcere".
"Sappiamo che l'art. 30 del c.d. Decreto Ristori non ha prodotto alcun risultato, perlomeno nelle carceri napoletane. Nel carcere di Poggioreale, infatti, non si registra alcuna uscita legata all'applicazione di questa norma e dal carcere di Secondigliano un solo detenuto pare ne abbia beneficiato, ma soltanto formalmente, giacché è ancora in attesa del prezioso braccialetto elettronico", concludono gli avvocati.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 24 novembre 2020
Organizzata per domani alle 11,30 da "Carcere Possibile Onlus". Il direttivo del Carcere Possibile Onlus, insieme a tutte le realtà che gravitano intorno agli istituti di pena che vorranno aderire, proclama una giornata di protesta domani 25 novembre dalle ore 11: 30 all'esterno del Carcere di Poggioreale e del Tribunale di Napoli a piazza Cenni, per chiedere simbolicamente ' ai capi degli uffici indicati di chiudere il Portone d'ingresso degli istituti penitenziari partenopei ed aprire la porta d'uscita'. Il motivo? L'espandersi della pandemia da Covid 19 nelle carceri e l'inefficacia delle misure governative adottate fino a questo momento, nonostante diversi appelli a fare meglio e fare subito da parte del Partito Radicale, dei Cappellani, delle famiglie dei reclusi: "La porta di ingresso al carcere - scrivono in una nota - è ancora troppo grande rispetto alla piccola porta "socchiusa" che dovrebbe consentire di contro la liberazione di un numero di detenuti sufficiente affinché si ripristinino i requisiti minimi di sicurezza all'interno degli istituti".
La situazione dei contagi negli istituti di pena campani l'ha resa nota il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello: 188 detenuti positivi in Campania di cui 105 a Poggioreale e 69 a Secondigliano. Sono invece 223 i contagiati tra la polizia penitenziaria, il personale sanitario e amministrativo.
"Si registra una situazione catastrofica, dicono i penalisti napoletani. Se da un lato a causa del sovraffollamento "non esistono spazi ove poter isolare i detenuti risultati positivi al contagio", dall'altro lato "vi è ancora l'emissione (seppur ridimensionata) di ordini di carcerazione e l'applicazione di misure cautelari intramurarie che incidono sull'aumento della popolazione detenuta". Per questo i membri dell'associazione napoletana fanno delle precise richieste: bloccare l'emissione di nuovi ordini di carcerazione; limitare ai soli casi più gravi la custodia intramuraria; trattare da parte del Tribunale di Sorveglianza il maggior numero possibile di procedure relative a detenuti intramurari ai quali concedere una misura alternativa che consenta una rapida uscita dal carcere.
di Eloisa Moretti Clementi
Il Secolo XIX, 24 novembre 2020
Chiavari - Un impegno civile lungo cinque anni, mosso dall'impatto della tragica uccisione di Giulio Regeni in Egitto e proseguito poi nel tempo, attraverso decine di iniziative di sensibilizzazione, dalle scuole alle piazze, per promuovere i diritti umani e denunciarne le violazioni nel mondo, partendo dal piccolo Tigullio. Nato come comitato nel marzo 2016 e poi evolutosi in associazione, "Verità per Giulio Regeni: il Tigullio non dimentica" ha deciso di cambiare il proprio nome in "Verità e giustizia: il Tigullio per i diritti".
Una modifica formale e sostanziale, che tuttavia non intacca la natura e gli scopi del gruppo fondato, tra gli altri, da Donatella Nicolini, Sergio Ghio, Marco Branchetti, Barbara Possagnolo, Andrea Sanguineti, Bianca Branchetti: "Riteniamo opportuno rendere ancor più riconoscibile l'impegno a 360 gradi sui diritti umani e civili che intendiamo portare avanti anche in futuro - spiega la scelta il presidente dell'associazione nonché socio fondatore Andrea Lavarello - Pur nella fedele adesione ai principi costitutivi, in questi cinque anni il nostro raggio d'azione si è di molto ampliato, riverberando il nostro impegno anche in altre vicende attinenti i diritti umani e in iniziative di solidarietà".
Da qui, dunque, la scelta di una denominazione più ampia che non include più il nome di Giulio Regeni, la cui delicatissima vicenda giudiziaria è tuttora aperta e, forse, finalmente vicina a una svolta importante: da un lato per rispettare le sensibilità espresse in più occasioni dalla famiglia di Giulio, e dall'altro per poter garantire all'associazione piena autonomia e libertà d'azione. "Riteniamo giusto testimoniare attenzione e rispetto per Paola e Claudio Regeni giustamente preoccupati di tutelare la propria azione, finalizzata all'infaticabile ricerca di verità e giustizia, da ogni possibile rischio di differenziazione - chiarisce Lavarello, che tuttavia ribadisce con forza l'impegno a tenere viva la memoria di questa tragedia, anche attraverso la sensibilizzazione dell'opinione pubblica e soprattutto dei giovani - Crediamo che il nome che abbiamo scelto, pur nella fedeltà ai nostri valori fondativi, possa meglio interpretare la variegata gamma di sensibilità diverse e di impegno multiforme che intendiamo assecondare".
Esattamente un anno fa, l'associazione del Tigullio aveva coinvolto le scuole del territorio in una programmazione incentrata anche sui temi dell'ambiente, attraverso un ricco calendario di conferenze ma anche spettacoli teatrali, con esperti e professionisti. Un impegno che nel 2020 è stato in parte frenato dalla pandemia, ma che non si è mai arrestato. L'assemblea degli iscritti, che si è riunita alcuni giorni fa in streaming, ha approvato all'unanimità il nuovo passaggio.
"Verità e giustizia: il Tigullio per i diritti" sarà quindi in campo, fin da subito, per continuare a dare voce a chi non ha diritti e per assicurare, insieme alle altre realtà associative del territorio, la crescita di una nuova consapevolezza attorno ai temi della solidarietà e della partecipazione alla vita democratica della comunità.
primocanale.it, 24 novembre 2020
L'iniziativa nonviolenta della parlamentare Bernardini, a digiuno da 13 giorni. Ci sono anche i detenuti del Carcere di Marassi di Genova tra coloro che hanno aderito al digiuno per sostenere l'iniziativa nonviolenta di Rita Bernardini, parlamentare radicale che da 13 giorni sta facendo lo sciopero della fame.
Il motivo di questa protesta è legato alla situazione Covid nelle carceri italiane: i numeri noti del contagio sono di 827 detenuti e 1020 tra agenti e personale divisi tra 82 istituti (con diversi ricoveri in ospedale ed alcuni decessi), ma sono ampiamente sottostimati in quanto il Dap non li comunica regolarmente e il numero dei tamponi e dei test eseguiti è molto basso.
Questa situazione è stata riscontrata anche nelle carceri liguri dove spesso gli agenti di polizia penitenziaria hanno lamentato poche precauzioni: in diverse segnalazioni emerge che ci siano casi di detenuti che non risultano mai avere ricevuto mascherine e disinfettanti, di isolamento fiduciario dei nuovi giunti svolto in celle promiscue in assenza di test, di isolamento sanitario svolto in condizioni precarie per l'impossibilità di recuperare spazi adeguati (ad Imperia e Marassi in particolare), di screening di detenuti e personale non più eseguiti dai test dello scorso aprile e dati aggiornati sui contagi che le Direzioni e la Regione non comunicano.
Alla luce di tutte le difficoltà per le strutture carcerarie italiane di gestire l'emergenza sanitaria, anche a causa del sovraffollamento che da anni caratterizza le case circondariali. Da anni l'associazione Antigone promuove incontri per trovare soluzioni a questo problema, che il Covid ha reso ancora più evidente e impellente. A fine febbraio 2020 i detenuti (nelle 190 strutture carcerarie italiane) erano 61.230 a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 posti con un affollamento superiore al 119,4%. Con il Decreto "Cura Italia" (8 marzo 2020) sono entrate in funzione norme provvisorie per contenere il contagio e per ridurre l'affollamento. Agendo sui detenuti colpiti da pene definitive e grazie all'utilizzo domiciliari e all'allungamento dei permessi, i numeri si sono sensibilmente ridotti e, a fine aprile, le persone detenute erano scese a 53.904. A fine luglio erano 53.619 con un tasso di affollamento del 106,1%.
Per Bernardini non basta e la richiesta al Parlamento e al Governo è quella di immediati interventi, in particolare la proposta è di ridurre significativamente le presenze attraverso qualsiasi strumento conforme ai dettati della Costituzione e della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo: amnistia, indulto, emendamenti al Decreto Ristori che amplino la platea dei beneficiari e reintroduzione della liberazione anticipata speciale (proposta con un emendamento dall'On. Roberto Giachetti). Gli interventi richiesti, per il partito radicale, servirebbero per limitare la diffusione del virus sia tra i detenuti che tra gli agenti. A sostegno della parlamentare attualmente ci sono 898 i cittadini italiani, di cui 550 cittadini e 348 detenuti. Molti i familiari che hanno aderito organizzandosi in chat su Whatsapp e, nelle prossime ore, l'iniziativa si allargherà anche ad altri istituti.
torinoggi.it, 24 novembre 2020
Ogni giorno battono le loro stoviglie contro le sbarre e il rumore si sente anche fuori dal carcere. Intanto ieri hanno manifestato anche i familiari: accanto a loro anarchici e antagonisti. Prosegue la protesta dei detenuti nel carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino.
Oggetto della disputa sono la sospensione dei colloqui con i parenti e la riduzione delle attività dentro la struttura, entrambe dovute all'emergenza Covid. In alcuni padiglioni della sezione maschile da lunedì scorso più volte al giorno i reclusi battono le loro stoviglie contro le sbarre e il rumore si sente fin fuori dal carcere. Anche la protesta dei parenti per il momento non subisce stop: ieri infatti c'è stato il terzo presidio. Insieme ai familiari dei detenuti che si sono ritrovati fuori dal carcere c'erano anche alcuni militanti dell'area anarchica e antagonista dei centri sociali.
malpensa24.it, 24 novembre 2020
Sale a 35 il numero di detenuti positivi al Covid 19 nel carcere di Busto Arsizio. E sono 280 circa quelli messi in quarantena perché hanno avuto contatti stretti con i primi. I negativi sono una cinquantina circa e sono tutti insieme in un'unica sezione per ovvie ragioni.
Numeri in crescita ma che non devono ingannare in quanto potrebbero iniziare a scendere già alla fine di questa settimana. "Si lavora con tempi diversi - spiega il direttore Orazio Sorrentini - I detenuti non sono risultati positivi tutti nello stesso momento e non tutti i detenuti hanno iniziato la quarantena contemporaneamente. Si ragiona, dunque, sulle canoniche due settimane di tempo dal momento della positività o del contatto diretto".
L'impegno dell'amministrazione carceraria e della direzione è massimo. E nella casa circondariale di via per Cassano arriva Medici senza Frontiere che in queste ore sta formando tutti, personale amministrativo, detenuti, polizia penitenziaria ed educatori, ai comportamenti da tenere per prevenire l'ulteriore diffusione del virus, ai sintomi da non trascurare mai, ai protocolli da seguire per assistere chi ha necessità.
Il punto del direttore Sorrentini - Il punto lo fa personalmente il direttore disegnando una situazione complessa ma che l'amministrazione carceraria si è attivata per mantenere sotto controllo. "Sabato alcuni detenuti avevano iniziato uno sciopero della fama per attirare l'attenzione del Governo sulla situazione", spiega Sorrentini. Al ministro Alfonso Bonafede, vista la situazione, i detenuti chiedevano di poter scarcerare chi, positivo e con patologie pregresse come ad esempio il diabete e con un domicilio, potesse essere curato a casa. "Per nostro conto ne abbiamo incontrata una delegazione - spiega il direttore - che chiedeva un alleggerimento delle restrizioni imposte sui pacchi destinati ai detenuti".
A causa del Covid ogni pacco resta in "osservazione" per 48 ore prima di essere consegnato al destinatario garantendo in questo lasso di tempo "la morte" del virus qualora ve ne fosse sulle superfici. "In questo modo diventa impossibile per il detenuto ricevere generi alimentari freschi - spiega Sorrentini. Ci siamo però accordati sul fatto che alcuni beni, quali ad esempio insaccati o formaggi, che non devono essere conservati in frigorifero potranno essere inseriti nei pacchi".
Pronti i tamponi di controllo - Sul fronte Covid la situazione è la seguente. I detenuti positivi sono passati da 22 a 35 ma, come detto, in tempi diversi. "Entro il termine di questa settimana, tra giovedì e venerdì, i primi 22 saranno però sottoposti al secondo tampone, quello di controllo al termine delle due settimane di completo isolamento - spiega Sorrentini - Confidiamo che tutti siano negativizzati". Il dato andrebbe ad alleggerire la situazione.
Non solo: attualmente i detenuti in quarantena sono 280 circa. Quarantena non significa isolamento completo. Si tratta di detenuti che hanno avuto contatti stretti con i positivi, anche in questo caso, però, con tempi diversi. E dunque entro il termine di questa settimana una novantina di loro, 88 per essere precisi, dovrebbero terminare il periodo di quarantena andando ad alleggerire il dato più pesante.
Agenti della Penitenziaria negativi - Sul fronte polizia penitenziaria "Il dato è confortante - conclude Sorrentini - Sono 57 gli agenti sottoposti a tampone in quanto hanno avuto contatti stretti con detenuti positivi: tutti e 57 sono risultati negativi. Gli altri agenti in servizio nella mattinata di sabato (21 novembre) si sono sottoposti volontariamente a test rapido nel punto tamponi della Ugo Mara di Solbiate Olona.
Tutti dovrebbero essere risultati negativi. Uso il condizionale in quanto trattandosi di tampone volontario è il poliziotto a dover comunicare un'eventuale positività isolandosi. Nessuno lo ha fatto. Il personale è professionale e preparato: ne posso dedurre che anche questi agenti in servizio siano dunque tutti negativi". E la formazione di Medici Senza Frontiere sta dando un'aggiunta importante affinché la situazione resti sotto controllo.
bolognatoday.it, 24 novembre 2020
"Già a fine ottobre scorso aveva richiesto all'Amministrazione, e a tutti gli organi competenti, la programmazione di test sierologici e tamponi" fa sapere il sindacato.
Mentre dopo la scoperta del primo detenuto positivo al Covid-19 presso l'Istituto minorile del Pratello "la Direzione si è immediatamente attivata, provvedendo a far effettuare i tamponi molecolari a tutto il personale che era venuto a stretto contatto con il soggetto coinvolto" al carcere della Dozza "la situazione parrebbe ancora più preoccupante e non passa giorno che non si riceva segnalazione di un nuovo contagio o di misure di quarantena fiduciarie disposte nei confronti del personale, misure messe in atto al fine di limitare i rischi di diffusione del virus, ma che riguardano ormai un congruo numero di Agenti di Polizia Penitenziaria".
Lo scrive in una nota Salvatore Bianco di Fp Cgil sottolineando che il sindacato "già a fine ottobre scorso aveva richiesto all'Amministrazione, e a tutti gli organi competenti, la programmazione di test sierologici e tamponi destinati a tutto il personale, per le successive settimane, al fine di effettuare un constante monitoraggio della situazione, ma purtroppo tale richiesta è rimasta pressoché inascoltata (fra l'altro, non si sono ricevute notizie rispetto alla reale disponibilità, da parte del Provveditorato, dei tamponi "rapidi" annunciati dal Dap il 10 novembre)".
Il sindacato ricorda che "vista la carenza di organici, che l'eventuale positività di una singola unità, può provocare la paralisi di interi settori o uffici, con serie conseguenze sul normale svolgimento di tutte quelle quotidiane attività che permettono alla struttura di funzionare - e ribadisce - che è sempre più urgente effettuare un costante monitoraggio attraverso tutte le misure previste, su tutto il personale che accede presso le strutture penitenziarie bolognesi per scongiurare il possibile diffondersi dei contagi sul personale e sulla popolazione detenuta ed auspica che questa volta l'Amministrazione si adoperi con la dovuta celerità nell'interesse generale della comunità cittadina tutta - visto che ogni singola unità di personale è prima di tutto un cittadino e come tale si muove sul territorio, con tutte le possibili conseguenze che ne potrebbero derivare", conclude Bianco.
ilcittadinoonline.it, 24 novembre 2020
Accordo di collaborazione tra il Comune di Siena e la Uiepe, Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per la Toscana e l'Umbria. La Giunta comunale ha dato il via libera al progetto "una mano per la casa", un programma di intervento della Cassa delle ammende volto a fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 negli Istituti penitenziari della Regione Toscana.
L'amministrazione aveva aderito all'iniziativa nel luglio scorso accettando il ruolo di capofila dell'Area Vasta Toscana Sud Est, nel cui ambito rientrano gli Istituti penitenziari di Siena, Arezzo, Grosseto, San Gimignano e Massa Marittima. Al tempo stesso è stato previsto un finanziamento di 416mila euro e la Regione ha ripartito l'importo totale tra i tre Comuni capofila delle aree vaste individuate (Firenze, Livorno, Siena), assegnando al Comune di Siena l'importo complessivo di 62.820 euro e liquidando 20.940 euro relativi all'annualità 2020.
"È un progetto che ha strutturato sinergie importanti con le realtà del territorio che, per vocazione, si interessano di detenuti - spiega l'assessore Francesca Appolloni - ed è una risposta concreta in una fase storica affatto facile. Lo spirito che ha mosso l'amministrazione, in sintonia con il garante per i detenuti, è di prendersi cura gli uni degli altri, a partire dagli "ultimi".
Il progetto - La finalità generale dell'accordo è la realizzazione congiunta delle attività previste dal progetto "Una mano per la casa". Progetto che prevede azioni di sostegno in favore di detenuti degli istituti penitenziari della Toscana che sono nella condizione giuridica di poter accedere a misure alternative alla detenzione, ma risultino privi di riferimenti esterni, in particolare di un alloggio e di un lavoro, garantendo loro - in primo luogo - un'accoglienza temporanea presso strutture gestite da enti del Terzo settore. Oggetto specifico dell'accordo è la disciplina delle forme di collaborazione professionale e finanziaria che il Comune di Siena e l'Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per la Toscana e Umbria porranno in essere, per l'intera durata del progetto, al fine di garantire il conseguimento delle sue finalità.
Le parti si impegnano a collaborare lealmente alla realizzazione del progetto adempiendo puntualmente agli obblighi previsti e perseguendo nella propria azione i principi generali di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza dell'azione amministrativa. Nello specifico il Comune di Siena si impegna a mantenere costanti rapporti con l'Uiepe, nella sua qualità di partner istituzionale e con gli Uffici di esecuzione penale esterna territorialmente competenti per garantire la realizzazione del progetto nella sua organicità e nelle sue reti di sistema; curare la selezione degli Enti a cui affidare le attività di accoglienza e inserimento sociale previste dal progetto; realizzare e monitorare la collocazione dei beneficiari finali del progetto presso le strutture di accoglienza individuate; presentare all'Uiepe la rendicontazione delle spese del progetto, limitatamente agli importi trasferiti e con le modalità di cui ai successivi articoli, presentando la relativa documentazione giustificativa; trasmettere trimestralmente una sintetica relazione all'Uiepe sullo stato di avanzamento delle attività di progetto; garantire, nella gestione del contributo e nelle procedure di affidamento delle attività di progetto, il rispetto delle norme di Contabilità generale dello Stato e degli Enti locali e del Codice dei contratti pubblici; prevedere e vigilare, altresì, che nei rapporti con gli affidatari esterni delle attività di progetto siano rispettati gli obblighi di trasparenza, di tracciabilità dei flussi finanziari, di tutela della sicurezza e salute dei lavoratori impiegati, di raccolta e trattamento dei dati personali.
Al contempo l'Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna si impegna a trasferire al Comune di Siena un contributo a parziale rimborso delle spese sostenute per le misure di accoglienza previste dal progetto; mettere a disposizione le risorse non monetarie necessarie per la realizzazione degli interventi progettati; a fornire supporto e scambio informativo al Comune di Siena per la realizzazione di tutte le azioni di integrazione sociale parimenti previste dal progetto.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 24 novembre 2020
Tutti a giudizio per lesioni. Il fatto, ripreso dalle telecamere, è avvenuto all'interno dell'istituto durante l'ora d'aria, a giugno 2019. È stata proprio la direzione del carcere a segnalare l'accaduto all'autorità giudiziaria. Tre persone che lo tengono fermo, e una quarta che prende la rincorsa per tirargli un pugno e poi colpirlo altre quattro volte: è una scena che non sorprenderebbe in una rissa per strada, invece è l'oggetto di un processo iniziato ieri a Milano su un fatto avvenuto in carcere.
Perché la persona colpita (per fortuna senza che si sia fatta molto male) è un detenuto, mentre gli imputati sono 8 agenti di polizia penitenziaria ora a giudizio per "lesioni personali". L'episodio non è sinora mai stato conosciuto dai mezzi di informazione benché risalga al 6 giugno 2019, ma non per effetto di manovre insabbiatorie: anzi, al contrario, dagli atti del dibattimento iniziato lunedì davanti alla II sezione del Tribunale risulta che è stata proprio la direzione del carcere a segnalare l'accaduto all'autorità giudiziaria.
Se i penitenziari italiani alle prese con l'endemico sovraffollamento dei detenuti nelle celle non esplodono è solo perché - e non lo si riconoscerà mai abbastanza - a fare da custodi ma anche da assistenti di fatto, ammortizzatori delle tensioni, e persino "psicologi" quotidiani, sono gli uomini e le donne della polizia penitenziaria. Tanto più in un carcere di vecchia costruzione come San Vittore, che quindi moltiplica le difficoltà di gestione.
E ancor più in periodo di emergenza Covid (di cui San Vittore è uno degli "hub" regionali), che impone di fare miracoli per assicurare percorsi e aree e trattamenti differenziati per detenuti e agenti che siano positivi, o in quarantena, o in attesa di tampone. E ad aggravare il tutto, sempre più negli ultimi anni, è l'elevata incidenza nella popolazione carceraria non soltanto della tossicodipendenza ma anche del disagio psichico, due fenomeni che complicano moltissimo la quotidianità della vita in carcere affidata, nel suo delicato equilibrio interno, proprio alla professionalità e sensibilità degli agenti di custodia.
Ciò non toglie però che non possa essere una modalità di gestione di detenuti "difficili" quella che il capo d'imputazione del pm Paolo Filippini ora descrive sulla base dei filmati di videosorveglianza interni alle ore 13 del 6 giugno 2019.
"Dopo una discussione" con un giovane detenuto della Guinea Bissau, che sembra reagire verbalmente ma non appare mai fisicamente aggressivo, questi "veniva trattenuto con forza" da tre agenti "che bloccavano i suoi movimenti", mentre un assistente capo, "calzati i guanti, gli sferrava plurimi pugni al volto": un altro agente "lo colpiva con un pugno al volto", e altri tre agenti, in aggiunta ai tre che lo tenevano fermo, "lo spingevano a terra ove veniva percosso, immobilizzato, sollevato da terra e trasportato per gli arti all'interno della struttura".
Visitato alle 13.13, il detenuto - in passato a volte turbolento sino all'incendio della cella - alle 15.36 accusava un collasso in cella, e veniva visitato di nuovo alle 19.02, per poi essere portato per scrupolo in ambulanza al Niguarda. Per fortuna i pugni erano stati in qualche modo o parati o mezzi schivati, come si ricava dalla diagnosi di "trauma facciale" con tre giorni di prognosi nell'ex centro clinico del carcere.
Gli 8 agenti sono ora imputati di "lesioni personali" con due aggravanti: aver agito in più di 5 e nell'esercizio delle funzioni di vigilanza, e aver approfittato di circostanze di tempo e luogo (in carcere, ai danni di un detenuto) "tali da ostacolare la pubblica o provata difesa. Il processo finirà in primavera 2021, mentre una tappa intermedia a fine anno si è resa ieri necessaria perché il detenuto, nel frattempo contagiato dal Covid, non ha perciò potuto firmare la procura speciale al proprio avvocato per la richiesta di costituirsi parte civile.
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