di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 23 novembre 2020
Gli amici del giovane egiziano che studiava a Bologna sono stati arrestati per aver incontrato i diplomatici occidentali: sicuri che tacere serva ancora? C'è qualcosa di peggio del cupo silenzio che da ieri sera circonda Patrick Zaki, chiuso di nuovo nella terribile sezione Skorpion 2 del carcere di Tora: il silenzio delle istituzioni italiane. Il ricercatore dell'Alma Mater di Bologna è stato arrestato in febbraio mentre rientrava in patria dall'Italia, dove seguiva un master: prima ancora che le sue idee politiche, sconta l'essere un cittadino egiziano e quindi un semplice "affare interno", oltre che il paragone ostinato di questi mesi con la vicenda di Giulio Regeni (nonostante i due non si conoscessero e fosse fin dall'inizio evidente la diversità dei due dossier).
Naturalmente, ora è gioco facile per il dittatore accusare i media italiani di raccontare il caso Zaki in modo "errato", facendosi forte di quell'impunità che gli ha permesso di non subire mai vere condanne internazionali per le stragi degl'integralisti islamici, per l'oppressione d'ogni opposizione politica e sociale.
Ci volle la tragedia di Regeni perché l'opinione pubblica italiana s'accorgesse del marcio in Egitto e delle nostre difficoltà nel trattare con un autocrate che ci compra fregate, ci appalta giacimenti di gas, può aprire e chiudere i rubinetti di migranti e terroristi. Quel che però è successo in questo mese - gli amici di Zaki arrestati per avere incontrato i diplomatici occidentali - è un'offesa che va oltre: Al Sisi accusa l'ong Eipr di sostegno al terrorismo, laddove i terroristi sarebbero le democrazie europee. Accodarsi come al solito alle proteste dell'Ue, senza esprimerne una propria, è un segno di debolezza.
La linea della Farnesina è nota: nessun richiamo dell'ambasciatore, si rimane al Cairo ad ogni costo, con buona pace di quei pezzi di maggioranza che vorrebbero una linea più dura. Domani, in commissione a San Macuto comparirà Matteo Renzi e da ex premier racconterà come andò nei giorni drammatici di Regeni. Il 4 dicembre, la Procura di Roma presenterà il conto sulle torture di Giulio e il processo ai cinque 007 egiziani, contumaci, si trasformerà in un processo all'Egitto di Al Sisi. Siamo sicuri che tacere serva ancora?
di Luca Monticelli
La Stampa, 23 novembre 2020
Un milione e mezzo di persone può essere travolto dalla crisi: giovani precari, donne con carriere discontinue e immigrati. Sono più di 3 milioni gli italiani che per colpa della pandemia rischiano di finire in una condizione di povertà.
Diversi istituti stanno cercando di misurare l'impatto drammatico del Covid sul reddito delle persone, non c'è una stima univoca, ma almeno un milione e mezzo di famiglie potrebbe essere travolto dall'impatto della crisi, nonostante l'intervento del governo che finora ha stanziato oltre 100 miliardi di euro. I più colpiti dagli effetti economici del virus sono giovani precari rimasti senza contratto, donne con carriere discontinue che fanno fatica a conciliare i tempi di vita e di lavoro, immigrati, working poor.
Tutte categorie che statisticamente appartengono a un'area di povertà relativa, un gradino sopra la miseria. Ma soffrono anche commercianti, baristi, ristoratori, partite Iva e maestranze del mondo della cultura. Così come i 6 milioni e mezzo di lavoratori che hanno preso l'assegno di cassa integrazione o i 4 milioni che hanno percepito un bonus. Il rapporto Censis-Confcooperative parla di 2 milioni di famiglie che, a causa delle restrizioni imposte per abbattere la curva dei contagi, si trovano sul baratro della povertà assoluta, cittadini che magari vivevano situazioni di fragilità già in fase pre-Covid, con stipendi bassi e lavori in nero, soprattutto al Sud. C'è pure una bella fetta della classe media che sembra in ginocchio. L'analisi sviluppata dalla collaborazione Unipol-Ambrosetti immagina uno scivolamento di un milione e mezzo di famiglie della piccola borghesia (il 10% del totale) verso l'indigenza.
Secondo la Banca d'Italia sono aumentate di 12 punti percentuali le famiglie italiane che dichiarano di non riuscire ad arrivare alla fine del mese: se prima della pandemia erano il 46%, adesso si attestano al 58%. Questo significa che circa 6 nuclei su 10 ritengono di essere in maggiore difficoltà a seguito dell'emergenza sanitaria. Tra gli interrogativi sul futuro aleggia lo spettro delle spese impreviste. Il 30% delle famiglie interpellate in una ricerca di Palazzo Koch ha difficoltà ad affrontare un pagamento improvviso di duemila euro, come ad esempio la riparazione dell'auto o una fattura medica.
I dati dei centri di ascolto Caritas vanno proprio in questa direzione. Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso frangente del 2020 emerge che da un anno all'altro l'incidenza dei nuovi poveri è passata dal 31 al 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. In ben 136 diocesi sono stati attivati fondi dedicati a piccoli commercianti e lavoratori autonomi, utili a sostenere i pagamenti più urgenti (affitto degli immobili, rate del mutuo, bollette). In Italia ci sono 300 mila tra ristoranti e bar che secondo il barometro del terzo trimestre scontano un calo del fatturato del 64%: rosso che pesa sulle tasche di un milione e duecento mila dipendenti del settore.
L'ultimo Decreto Ristori affida altri 400 milioni di euro ai Comuni per gli aiuti alimentari, "buoni spesa" che a marzo, nel corso della prima ondata del coronavirus, i sindaci distribuirono a quasi 4 milioni e mezzo di cittadini. Lo scenario sociale su cui si muove la crisi economica legata alla pandemia è caratterizzato da una ristrettezza diffusa su tutto il Paese. I dati Istat del 2019 fotografano una condizione di povertà assoluta per 1, 7 milioni di famiglie e coinvolge 4, 6 milioni di individui. Numeri pesanti ma in calo rispetto al passato, mentre in prospettiva ci si attende un'impennata che toccherà anche i minori. Save the children stima che i bambini poveri, che oggi sono un milione, raddoppieranno.
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 23 novembre 2020
Sicuramente la resilienza è legata al temperamento personale, ma è una qualità che si può sviluppare nel corso della vita, ad esempio evitando di irrigidirsi nelle proprie convinzioni ed accettando anche il punto di vista degli altri senza sentirsene minacciati.
Cercando di ricostruire il clima emotivo e psicologico che si è vissuto durante questi mesi dalla prima ondata del contagio, il paese ha accettato le iniziali misure restrittive del Governo con sofferenza e gravi rinunce, ma anche con la convinzione che questo sacrificio necessario sarebbe servito. Si sognava che la pandemia si sarebbe progressivamente smorzata anche perché l'estate era alle porte e avrebbe bloccato o perlomeno rallentato la diffusione del contagio.
E poi è giunta l'estate, finalmente il sogno si è avverato con la ripresa della libertà di movimento, degli incontri con gli amici, delle movide e dei balli nelle discoteche. Il pericolo sembrava definitivamente esorcizzato e lo si poteva buttare alle nostre spalle. Ma non tutti erano di questo avviso, i virologi da tempo paventavano una seconda ondata in autunno, anche se molti erano diffidenti accusando i medici di essere dei menagrami. Purtroppo il ricordo di altre pandemie del passato, come la spagnola che aveva avuto tre ondate successivi, si era cancellata nella memoria collettiva per cui si è diffusa l'illusione che una nuova ondata non ricomparisse.
In questo clima di euforia il paese ha riassaporato la libertà di movimento con spensieratezza, ma anche con irresponsabilità e frenesia soprattutto da parte dei ragazzi e dei giovani che con i loro spostamenti hanno facilitato la diffusione del virus, basti pensare a quello che è successo nelle discoteche della Sardegna. Durante l'estate anche il consumo di psicofarmaci, che era aumentato durante i mesi del lockdown, si è ridotto considerevolmente, contagi, ansia ed allarme sono scomparsi dallo scenario quotidiano.
Con la fine dell'estate la diffusione dei contagi non solo non si è fermata, addirittura ha assunto un andamento inarrestabile ed ansia e paure sono ritornate a turbare la mente di molte persone, come dimostra la risalita del consumo degli psicofarmaci. È stato un ritorno doloroso del rimosso nel linguaggio freudiano, un brutto risveglio che ha suscitato incertezze e un senso di impotenza, anche perché il Governo non poteva o non voleva assumere provvedimenti prescrittivi come quelli del passato e preferiva piuttosto responsabilizzare i cittadini nell'adottare misure di protezione individuali o familiari.
Posti di fronte alle scelte personali gli anziani e i più prudenti hanno cercato di proteggersi, mentre molti hanno sottovalutato il pericolo come gli adolescenti e i giovani, per non parlare dei negazionisti che addirittura hanno ritenuto che il Covid fosse un'invenzione per instaurare un regime autoritario. Posti di fronte al dubbio e all'incertezza quotidiana nello scegliere i comportamenti più appropriati è cominciata a serpeggiare in modo sempre più insistente delusione e rabbia per la gestione del Governo, che si sarebbe mosso senza una strategia di contenimento che andasse aldilà della contingenza. E quali preoccupazioni hanno preso corpo? Una ricerca psichiatrica comparsa di recente sulla rivista scientifica Translational Psychiatry effettuata nella popolazione degli Stati Uniti e di Israele ha documentato che il 48% degli intervistati manifesta una forte apprensione che qualcuno dei familiari possa contagiarsi, ben superiore alla paura di contagiarsi personalmente o di morire. Naturalmente la situazione economica suscita molte preoccupazioni anche perché il futuro non è rassicurante.
La stessa ricerca ha anche messo in luce come questo clima di incertezza si ripercuota sullo stato psichico degli intervistati: il 22% di loro presenta un disturbo generalizzato di ansia, ben al disopra della prevalenza usuale che si colloca fra il 5% e il 10%. Anche il disturbo depressivo è presente nel 16% degli intervistati compromettendo l'equilibrio psicologico personale e la qualità della vita. Ci si può chiedere se l'unica via di uscita sia il ricorso agli psicofarmaci che possono dare solo un sollievo temporaneo. La stessa ricerca che ho citato ha messo a confronto due gruppi diversi di persone, quelle con un grado più alto di resilienza con quelle con un grado minore. Le persone con una maggiore capacità di resilienza sono in grado di adattarsi ai cambiamenti della vita, anche quelli più negativi, con una migliore disposizione nel regolare le proprie emozioni, mantenendo un atteggiamento di fiducia nelle proprie capacità.
Con queste attitudini e potenzialità individuali si è rilevata una riduzione del 65% dei disturbi ansiosi e del 69% dei disturbi depressivi. Sicuramente la resilienza è legata al temperamento personale, ma è una qualità che si può sviluppare nel corso della vita, ad esempio evitando di irrigidirsi nelle proprie convinzioni ed accettando anche il punto di vista degli altri senza sentirsene minacciati, in altri termini non mettendo in primo piano continuamente il proprio sé.
ansa.it, 23 novembre 2020
Julian Assange e gli altri detenuti del suo blocco nel carcere di Belmarsh sono stati messi in isolamento a causa di un focolaio di Covid dilagato all'interno dello stesso penitenziario di massima sicurezza londinese. Lo ha denunciato lo stesso attivista australiano 48enne, fondatore di WikiLeaks,
Tutti i reclusi, come le guardie carcerarie, sono stati sottoposti a tampone. Nel frattempo sono state imposte severe limitazioni all'interno della struttura: stop alle attività fisiche, chiusura dei bagni per le docce, e sospensione della mensa. I pasti vengono serviti poi direttamente nelle celle dalle quali i detenuti non potranno uscire fino a quando non sarà rientrata l'attuale emergenza. Le visite dei parenti erano già state sospese varie settimane fa, mentre è da marzo che i detenuti non possono incontrarsi con i propri legali.
Assange è in attesa del verdetto di primo grado della giustizia britannica sulla controversa istanza di estradizione presentata dal governo Usa, che gli dà la caccia fin da quando WikiLeaks diffuse - con la collaborazione di non poche prestigiose testate giornalistiche internazionali - montagne d'imbarazzanti documenti riservati fatti filtrare dagli archivi Usa e relativi fra l'altro a crimini di guerra commessi in Afghanistan e in Iraq. Il primo verdetto - dal quale quasi tutti i commentatori attendono uno scontato via libera alla consegna oltre oceano, malgrado le proteste di numerosi attivisti, organizzazioni internazionali e associazioni per i diritti umani - è atteso verso inizio gennaio.
di Giulia Belardelli
huffingtonpost.it, 23 novembre 2020
"L'America sta lasciando che il coronavirus dilaghi nelle carceri: un doppio fallimento, sia morale sia di salute pubblica". È la dura sentenza del New York Times sugli ultimi dati relativi alla diffusione del virus nelle prigioni statunitensi. Secondo il Progetto Marshall, che da marzo monitora questi numeri, al 17 novembre almeno 197.659 persone in carcere si sono ammalate di Covid-19, un aumento dell′8% rispetto alla settimana precedente (+13.657 nuovi casi). I morti per Covid nelle carceri sono 1.454.
Le nuove infezioni nella settimana del 17 novembre hanno raggiunto il livello più alto dall'inizio della pandemia, dopo un brusco aumento la settimana precedente. I nuovi picchi hanno superato di gran lunga il record precedente all'inizio di agosto. Il Michigan, il Wisconsin e il sistema carcerario federale hanno visto più di 1.000 prigionieri positivi al test. I casi segnalati hanno raggiunto il picco per la prima volta dalla fine di aprile, quando Stati come Michigan, Ohio, Tennessee e Texas hanno iniziato i test di massa sui prigionieri.
Con l'arrivo dell'inverno, la situazione rischia di diventare ancora più cupa, mentre il virus continua a imperversare da est a ovest: gli Usa restano il Paese più colpito in termini assoluti, con oltre 12 milioni di casi e quasi 256 mila morti; seguono l'India e il Brasile. Nelle ultime 24 ore - secondo i dati della Johns Hopkins University - gli Stati Uniti hanno registrato 177.552 nuovi contagi e 1.448 decessi legati a Covid-19.
"Mentre gli americani sono alle prese con come - o se - riunirsi con i propri cari durante le festività natalizie, i circa due milioni di detenuti nelle carceri nazionali affrontano una sfida ancora più cupa: come rimanere vivi all'interno di un sistema devastato dalla pandemia di coronavirus", scrive il Times. Il sistema penale americano è un perfetto terreno fertile per il virus. Il distanziamento sociale è quanto meno impraticabile all'interno di strutture sovraffollate, molte delle quali vecchie e scarsamente ventilate, con ambienti ristretti e standard igienici difficili da mantenere. Test irregolari, risorse mediche inadeguate e il costante viavai di membri del personale, visitatori e detenuti accelerano ulteriormente la trasmissione. I detenuti soffrono in modo sproporzionato di comorbidità, come ipertensione e asma, il che li espone a un rischio elevato di complicazioni e morte.
"A otto mesi dall'inizio della pandemia - scrive il Times - la forma precisa e la portata della devastazione rimangono difficili da definire. Ma i dati disponibili sono strazianti. I tassi di casi tra i detenuti sono più di quattro volte superiori rispetto a quelli dei cittadini liberi e il tasso di mortalità è più del doppio".
Il sistema correzionale americano impiega più di 685.000 persone: guardie, infermiere, cappellani e così via. Ad oggi sono state segnalate più di 45.470 infezioni da coronavirus e 98 decessi tra i membri del personale. Secondo gli analisti, i numeri reali del contagio nelle carceri sono verosimilmente più alti: il virus si diffonde da questi "hot spots", inghiottendo le famiglie e le comunità di reclusi e lavoratori. Questa diffusione pone un problema particolare alle comunità rurali - il 40% delle carceri si trova in contee con meno di 50.000 residenti - che tipicamente non dispongono delle infrastrutture sanitarie per affrontare tali epidemie. Anche un modesto focolaio può sopraffare rapidamente gli ospedali locali con un numero limitato di ventilatori e posti di terapia intensiva.
Un report delle National Academies indica i passi da compiere per ridurre il rischio di contagio nelle prigioni, a cominciare da una politica di decarcerazione più coraggiosa. Le misure suggerite comprendono "sanzioni non detentive" per infrazioni minori e la limitazione delle detenzioni preventive attraverso mezzi come la riduzione o l'eliminazione della cauzione.
Il rapporto sottolinea l'importanza di ridurre al minimo i rischi per le famiglie e le comunità coinvolte, come "offrire test prima della scarcerazione, un posto per la quarantena nella comunità e l'esame delle politiche sulla libertà condizionale e sulla libertà vigilata". La gestione di questo tipo di crisi non è uno sforzo unico, sottolinea il rapporto. È un processo che richiede un "impegno prolungato" da parte di un'ampia gamma di attori a tutti i livelli.
"È fin troppo facile per molti americani ignorare gli orrori di ciò che sta accadendo nelle prigioni e nelle carceri della nazione", conclude il Times. "I detenuti sono isolati dalla popolazione più ampia, la loro sofferenza è nascosta. Ma il loro benessere in questa pandemia rimane inestricabilmente legato a quello di tutti gli altri. Il continuo fallimento della nazione nel soggiogare il virus tra questa popolazione vulnerabile è sia una catastrofe per la salute pubblica sia una catastrofe morale".
di Alessandra Muglia
Corriere della Sera, 23 novembre 2020
La dottoressa, 44 anni, era stata arruolata per un rapporto sulla cultura delle forze speciali australiane: ne ha invece scoperto abusi e uccisioni di civili inermi. "Mi hanno accusata di essere una femminista che vuole "castrare" i militari".
Non si aspettava di scoperchiare dei crimini di guerra. La dottoressa Samantha Crompvoets, 44 anni, non era una donna da prima linea, abituata com'era a fare ricerche in un ufficio di sole donne nelle torri sul lago di Canberra che ospitano il quartier generale militare, presidio spiccatamente maschile. Sociologa e fondatrice di una società di consulenza, è però riuscita in questa rara missione sul campo a guadagnarsi la fiducia dei soldati più duri. Un passo fondamentale per arrivare a scoprire anni di soprusi, torture e stragi compiute in Afghanistan dalle forze speciali australiane, in particolare dalla Sas, la Special Air Service.
Fu lei a chiedere cinque anni fa di andare a parlare con i soldati. "Quando seppero del mio arrivo alcuni mi contattarono di loro iniziativa, altri accettarono di parlare in condizioni di anonimato, qualcuno mi spedì delle lettere". Come quello che le confidò: "Avevano soltanto sete di sangue. Psicopatici, dei veri psicopatici - le disse riferendosi ai superiori - E noi li abbiamo nutriti".
Crompvoets ha riferito di interi villaggi sigillati, con uomini e ragazzi deportati in guesthaouse per essere "torturati anche per giorni". "Quando le forze speciali se ne andarono, gli uomini e i ragazzi erano morti: proiettili in testa, la gola squarciata" ha scritto la sociologa nel suo report.
Su Twitter e nelle interviste rilasciate in queste ore ai media britannici e australiani, Samantha racconta del sollievo di poter finalmente parlare di una vicenda che l'ha tormentata per anni.
I contenuti del suo rapporto, rimasto secretato per 5 anni, sono stati resi pubblici ora che sono state divulgate le conclusioni dell'inchiesta ufficiale della difesa australiana, partita proprio a seguito del suo lavoro. Un rapporto che inchioda un gruppo delle proprie forze d'elite, accusato di aver ucciso brutalmente inermi innocenti mentre era impegnato al fianco della coalizione internazionale a guida Usa, tra il 2007 e il 2013: 39 vittime, tra riti di iniziazione e omicidi extragiudiziali, con una crudeltà che ha segnato la pagina "più vergognosa della storia militare" del Paese.
Quando 18 mesi fa uscirono le prime indiscrezioni sulle sue scoperte, la dottoressa Crompvoets finì sotto attacco: "A sorpresa il discorso pubblico si focalizzò sul fatto che ero una donna e che mi descrivevo come una femminista sul mio profilo Twitter" ha detto al Times. "Sono stata trollata, e calunniata sui media. Sono stata accusata di cercare di "femminilizzare" la difesa e le persone che non avevano letto il mio rapporto hanno desunto che stavo cercando di "castrare" le forze speciali. In realtà il femminismo è stato un grande catalizzatore del mio lavoro: mi ha dato la fiducia di dire una brutta verità a uomini potenti in un'organizzazione dominata dagli uomini".
In realtà la dottoressa Samantha era stata ingaggiata per altro: il generale Angus Campbell, a capo dell'Australian Defence Force (Adf), nel 2015 le aveva chiesto un rapporto sulla cultura delle forze speciali e le tensioni con altre unità d'élite. Quello che Crompvoets ha scoperto è una storia che scuote i vertici militari australiani e rovina la reputazione di quanti venivano rappresentati come "eroi" che rischiano la loro vita in Afghanistan, la guerra più lunga per l'Australia.
I contenuti del suo rapporto, rimasto secretato per 5 anni, sono stati resi pubblici ora che sono state divulgate le conclusioni dell'inchiesta ufficiale della difesa australiana, partita proprio dopo il lavoro di Crompvoets. Un rapporto che inchioda un gruppo delle proprie forze d'elite, accusato di aver ucciso brutalmente inermi innocenti mentre era impegnato al fianco della coalizione internazionale a guida Usa, tra il 2007 e il 2013: 39 vittime, tra riti di iniziazione e omicidi extragiudiziali, con una crudeltà che ha segnato la pagina "più vergognosa della storia militare" del Paese. Nel suo rapporto choc inviato nel 2016 al generale Angus Campbell le testimonianze di soldati che paragonano questi orrori ai massacri di civili a My Lai nella guerra del Vietnam e alle torture dei detenuti di Abu Ghraib in Iraq. La brutalità delle forze speciali australiane è un'ulteriore macchia sulle forze di intervento straniere nei teatri di guerra del XXI secolo.
di Amira Hass*
Internazionale, 23 novembre 2020
Di recente i mezzi d'informazione israeliani hanno riferito che in appena due giorni sono stati diagnosticati 66 nuovi casi di covid-19 tra i detenuti palestinesi del carcere di Gilboa. Mi chiedo se la notizia abbia solleticato la memoria dei giudici della corte suprema Ofer Grosskopf, David Mintz e Isaac Amit.
Alla fine di luglio i tre giudici avevano respinto una petizione che sottolineava il rischio che il covid-19 si diffondesse in quella struttura, che si trova nel nord di Israele. Grosskopf, Mintz e Amit avevano accettato il parere della procura di stato, secondo cui il servizio penitenziario israeliano stava facendo il possibile per evitare il contagio dei detenuti in tutte le strutture del paese. A giugno la corte suprema aveva respinto un'altra petizione che chiedeva la scarcerazione anticipata a causa della pandemia anche per alcuni detenuti nelle carceri di sicurezza.
Le nuove regole del servizio penitenziario nell'era della pandemia consentono la scarcerazione dei detenuti condannati a non più di quattro anni di prigione e a cui resta da scontare meno di un mese. La normativa ha portato a mille il numero delle persone rilasciate in libertà vigilata, e permette la scarcerazione anche in penitenziari al limite della capienza. Ma è stata fatta un'eccezione per i prigionieri palestinesi nelle carceri di sicurezza. La corte suprema non ha fatto una piega davanti a questa ennesima discriminazione, e ha respinto la petizione.
Fin dall'inizio della pandemia la maggior parte dei detenuti (arabi e israeliani) ha vissuto nel terrore del contagio. Le condizioni delle carceri israeliane sono pessime, con un enorme sovraffollamento. Non sorprende che il fenomeno sia particolarmente grave nelle strutture che ospitano i palestinesi. La grandezza media di una cella di Gilboa è di 22 metri quadrati, da cui bisogna sottrarre circa sei metri quadrati per la doccia, il bagno e il cucinino. In ognuna di queste celle vivono sei persone, con meno di tre metri quadrati a testa.
Fino alla settimana scorsa la situazione nei penitenziari sembrava sotto controllo. Il numero di detenuti infettati era relativamente basso, e i malati erano sparsi in diverse strutture. A luglio i contagiati erano sette, di cui soltanto due nelle prigioni di sicurezza. Nessuno a Gilboa. Ma il 3 novembre è arrivata la notizia che 66 palestinesi detenuti a Gilboa erano positivi. Il 5 novembre il numero è salito a 87: ben 21 contagiati in due giorni su una popolazione carceraria di 450 detenuti. In meno di una settimana il virus ha colpito il 20 per cento dei detenuti.
I giudici della corte suprema hanno riflettuto su questa impennata dei contagi? Hanno pensato che i promotori della petizione sapevano bene di cosa stavano parlando, quando hanno sottolineato il rischio di un focolaio a Gilboa? Hanno pensato che forse le autorità carcerarie non si stanno impegnando al massimo per evitare un focolaio proprio nella struttura indicata dalla petizione? Ricordano cosa hanno sostenuto gli avvocati del Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele?
In quell'occasione i giudici hanno ripetuto l'opinione del governo, ovvero che il "distanziamento fisico" per ostacolare il contagio non si applica ai detenuti, che invece devono essere considerati come componenti di un'unica unità familiare che vivono insieme in un singolo ambiente. Anche a Gilboa. Gli avvocati del Centro legale per i diritti delle minoranze arabe hanno sottolineato che le guardie carcerarie entrano in ogni cella circa cinque volte al giorno. "Non è come una casa privata dove si può impedire l'ingresso delle guardie per essere al sicuro", hanno spiegato. "Le guardie entrano ed escono, poi rientrano a casa e il giorno dopo tornano al lavoro".
Israele e le sue istituzioni sono ormai drogati dal disprezzo per le vite dei palestinesi. È per questo che hanno respinto due petizioni che chiedevano l'adozione di misure facilmente applicabili, che avrebbero potuto ridurre il rischio di contagio tra i detenuti palestinesi. Il 3 novembre ho chiesto al portavoce del servizio penitenziario i dati sui contagi tra tutti i detenuti, uomini e donne, israeliani e palestinesi. Volevo conoscere il numero di quelli risultati positivi dall'inizio della pandemia, il numero di persone attualmente infette e il numero di malati gravi.
Ho chiesto se in altre strutture, oltre a Gilboa, si era verificato un aumento dei casi così importante. Ho pensato che i dati sarebbero stati immediatamente accessibili sui sistemi informatici. Invece il portavoce del dipartimento ha trattato la mia richiesta come fosse un'indagine complessa. Dopo un secondo tentativo, ho ricevuto subito i dati: 23 detenuti sono risultati infetti negli ultimi nove mesi. Altri 87 detenuti sono risultati infetti nell'ultima settimana. Tutti nel penitenziario di Gilboa. Fino al 5 novembre.
*Traduzione di Andrea Sparacino)
di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 23 novembre 2020
Abiy Ahmed ha inviato una lettera alla popolazione annunciando la fase finale dell'offensiva contro Mekelle, la capitale della regione ribelle. "I vostri giorni sono giunti al termine". Il conflitto ha già provocato oltre 11mila sfollati. "Ai membri della cricca distruttrice del Fronte di Liberazione del Tigré: il vostro viaggio di distruzione è arrivato alla fine. Arrendetevi pacificamente entro le prossime 72 ore, ammettendo di aver raggiunto un punto di non ritorno". Sono le parole conclusive della lettera del premier etiope Abiy Ahmed indirizzata alla regione ribelle nel Nord del Paese pubblicata oggi nel tardo pomeriggio.
Il governo federale, secondo quanto confermato dal premier, si trova ormai alle porte della capitale del Tigray, Mekelle, dove "si nascondono i traditori dello stato di diritto". Secondo Abiy, l'elite tigrina si nasconderebbe "nelle scuole, negli istituti religiosi e addirittura nei cimiteri". Varie aree della regione sono state già conquistate: Adigrat, Axum Dansha, Humera. Manca la capitale e i vertici del Fronte di liberazione del Tigray (Tplf).
Il 4 novembre il governo federale dell'Etiopia ha lanciato un'offensiva militare contro la regione del Tigray, accusata di aver tenuto elezioni illegali, lo scorso settembre, e di aver attaccato la base militare federale del comando del Nord. I tigrini hanno governato il Paese per quasi 30 anni, nonostante rappresentino solo il 6% della popolazione, fino alla nomina a primo ministro per investitura parlamentare di Abyi Ahmed nel 2018. Da allora i rapporti tra Addis Abeba e l'elite tigrina si sono deteriorati sempre di più con accuse di corruzione e arresti da parte del governo e di ostruzionismo da parte tigrina. La miccia è stata la decisione di Abiy di rimandare al 2021 le elezioni presidenziali e legislative, previste in agosto, a causa del Covid. Il Tigray e i suoi vertici hanno reputato illegale e incostituzionale la decisione del premier e hanno tenuto le elezioni per proprio conto. Il partito principale, il Tplf, ha vinto con numeri schiaccianti.
Nella lettera Abiy si appella a tutta la popolazione del Tigray, più e più volte, scrivendo che proprio grazie al sostegno degli etiopi,"lo stato di diritto sta vincendo". Parlando delle città liberate nel Tigray scrive che le truppe federali si sono mosse con cura e attenzione per limitare il più possibile i danni ai civili e ai monumenti storici. "Stessa cosa non si può dire del Tplf. Abbiamo sospeso un attacco aereo perché sapevamo che avrebbe colpito i civili".
La terza fase dell'offensiva richiede "saggezza, cura e pazienza". Il premier sostiene che è quella finale: "L'obiettivo ora è di consegnare i traditori alla giustizia. Loro non hanno pietà". E quindi l'appello alla popolazione: "Consegnateli". L'ultimatum è di 72 ore: "I vostri giorni sono giunti al termine". Il conflitto in 18 giorni ha già provocato lo sfollamento di più di 11mila persone in viaggio verso il vicino Sudan. L'agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati, in un briefing a Ginevra, stima che saranno almeno 200mila. Il premier ha garantito che intende "riportare a casa tutti quanti. Aiutiamoci l'un l'altro e vinceremo".
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 23 novembre 2020
Il report di Human Rights Watch denuncia l'impunità dei criminali di guerra. Uccisioni extragiudiziali e corruzione. Le vittime degli abusi aspettano ancora giustizia dopo 14 anni. La ricerca condotta da Human Rights Watch. e Advocacy Forum, "Né legge, né giustizia, né Stato: la cultura dell'impunità nel Nepal post-conflitto", riporta 62 casi di uccisioni extragiudiziali in Nepal, documentate per la prima volta nel 2008. Da allora, nonostante le sentenze della corte suprema e i richiami internazionali, non è stato fatto nulla per indagare. Il governo invoca l'intervento della "giustizia transizionale" sorta alla fine del conflitto nazionale ma che, di fatto, è poco sviluppata e poco autorevole. Nel frattempo, gli abusi delle forze di sicurezza continuano. E affondano le radici nelle impunità commesse durante la guerra civile.
1996-2006, la guerra civile in Nepal. Nel 2006 terminava il conflitto nepalese tra le forze governative e gli insorti maoisti iniziato dieci anni prima. Decine di migliaia le vittime di sparizioni, torture, stupri ed esecuzioni sommarie, vittime per le quali ancora non è stata fatta giustizia. Deboli le proposte di legge e ancora più debole l'impegno del governo nell'attribuire colpe e responsabilità. Questo comportamento ha avuto un impatto sullo sviluppo democratico del paese negli anni seguenti, fino ai giorni nostri.
La Nuova Costituzione tra le proteste delle minoranze. Al termine del conflitto nepalese, dove più di 13.000 persone sono rimaste uccise e altre 1300 scomparse, è stato siglato l'Accordo comprensivo di pace, nel quale era prevista l'istituzione di un sistema di giustizia transizionale. Occorreva inoltre scrivere una nuova Costituzione. Tuttavia, la mancanza di accordi politici ha ritardato il processo fino al 2015, quando la Costituzione è stata approvata seguendo un iter accelerato, a seguito del grave terremoto che ha colpito il paese. Il documento è stato subito oggetto di proteste, in particolare da parte di due gruppi: le persone di etnia Madhesi e Tharu, i cui diritti erano lesi dalla nuova costituzione.
Crimini di guerra: 60.000 segnalazioni, nessuna condanna. Nello stesso anno, sono state create due commissioni speciali per trattare le questioni relative ai crimini commessi durante la guerra civile. Pur avendo ricevuto oltre 60.000 segnalazioni, le commissioni non hanno completato alcuna investigazione. "Il governo nepalese ha mantenuto una fortissima impunità, proteggendo chi abusa a discapito dei diritti umani e minando di fatto lo stato di diritto", afferma Meenakshi Ganguly, direttrice della sezione Asia Meridionale di Human Rights Watch. "Le strutture di giustizia transizionale messe in piedi sono deboli, creano ritardi nelle indagini e sfavoriscono le riforme necessarie, invece di offrire riconciliazione e giustizia".
I casi di tortura. Secondo le ricerche di Advocacy Forum, negli ultimi anni la polizia ha utilizzato la tortura su un numero elevato di persone in particolare delle comunità Dalit, considerati "intoccabili", Tharu e Madhesi. Da quando è stato introdotto il reato di tortura, nel 2018, non c'è stata ancora nessuna condanna. "Le vittime si sentono doppiamente insicure e vulnerabili, perché lo stato continua a proteggere i colpevoli e a mettere sotto pressione chi è indifeso", afferma Om Prakash Sen Thakuri, Direttore di Advocacy Forum. In questo clima di stagnante impunità, complice il fallimento delle riforme del sistema di sicurezza, anche i più recenti casi di violazioni di diritti umani vengono insabbiati. Si parla di uccisioni extra giudiziali, torture, uccisioni durante proteste pacifiche, eventi che sono spesso documentati.
La Commissione nazionale per i diritti umani. La Commissione nazionale per i diritti umani, organo costituzionale del Nepal, nel corso degli ultimi anni ha individuato centinaia di presunti criminali e suggerito al governo di prendere provvedimenti. Lo scorso ottobre, ha pubblicato i nomi di 286 persone, inclusi 98 ufficiali di polizia, 85 soldati, 65 ex insorti maoisti che si sono macchiati di crimini negli ultimi 20 anni. Tuttavia, pochissimi sono stati messi a processo.
Comunità internazionale e finanziamenti. La comunità internazionale ed in particolare i paesi che hanno legami economici con il Nepal, soprattutto per quanto riguarda programmi di supporto e sviluppo come Regno Unito e Stati Uniti, dovrebbero fare pressioni sul governo nepalese, afferma la ricerca. "Gli ufficiali nepalesi offrono solo frasi retoriche sui diritti umani e sulla giustizia, per placare l'uditorio internazionale. Ma a parlare sono le azioni, o meglio, l'inazione" afferma Ganguly.
Il rischio di riforme censorie. Nell'ultimo decennio le organizzazioni per i diritti umani e i singoli attivisti sono stati una risorsa preziosa in grado, spesso, di contrastare gli abusi dei governi e le strette autoritarie. Hanno rappresentato un punto di osservazione e una cassa di risonanza fondamentale per far uscire dal silenzio abusi che altrimenti sarebbero rimasti in ombra.
Per questo motivo molti governi, incluso quello nepalese, cercano di ridurre questi movimenti al silenzio. L'attuale primo ministro del Nepal K.P. Sharma Oli per esempio ha proposto delle leggi che contengono accenni al danneggiamento dell'"orgoglio nazionale" e dell'"immagine e prestigio individuali" che potrebbero essere facilmente utilizzate per limitare la libertà di espressione sui social e sui mezzi di comunicazione di massa.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 22 novembre 2020
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