Ristretti Orizzonti, 22 febbraio 2021
Giovedì 25 febbraio, dopo quasi due mesi di chiusura a ogni attività che prevedesse la partecipazione di persone o volontari provenienti dall'esterno, nella Casa Circondariale Lo Papa - S. Pio X di Vicenza inizia la seconda parte (la prima si è conclusa il 30 dicembre dello scorso anno) del corso "Oltre il carcere: una nuova possibilità di reintegrazione sociale" finanziato con i fondi dell'8 per mille della Chiesa Valdese e promosso da Progetto Carcere 663 - Acta non Verba OdV con il sostegno dell'Area Giuridico - Pedagogica del carcere vicentino.
Più breve della precedente, si articolerà in 5 incontri su Educazione Civica e Ricerca attiva di un lavoro sostenute da una parte psicologica dedicata a "Comunicazione & Autostima".
Sarà tenuto da professioniste legate all'OdV PC663 (avvocato, criminologa e psicologa) che alterneranno nell'esposizione dei vari argomenti secondo la loro specifica competenza.
Si confida, anche questa volta, in un'attiva partecipazione dei detenuti, selezionati dai funzionari dell'Area Giuridico - Pedagogica, poiché, al solito, analoghe iniziative proposte anni scorsi, hanno sempre incontrato un'ottima accoglienza dai partecipanti che hanno manifestato grande soddisfazione per questo tipo di azione formativa e per le docenti.
Dario Ronzoni
linkiesta.it, 22 febbraio 2021
Pablo Hasél è stato condannato per avere offeso il re e incitato al terrorismo. Il suo arresto ha sollevato un dibattito sulle pene per i reati di opinione, anche se a suo carico si contano anche altre condanne. Ha definito il re Juan Carlos "un cretino", un "mafioso di Borbone" che festeggia con la monarchia saudita, i suoi "amici criminali". La corona di Spagna è "fascista", i poliziotti sono "mercenari", "assassini", che pestano e uccidono gli immigrati. Sono alcune delle espressioni, usate sui social e nelle canzoni, per cui è stato condannato Pablo Rivadulla Duró, rapper spagnolo conosciuto come Pablo Hasél, a nove mesi di carcere per insulti alla corona e incitamento al terrorismo.
Chiamato a entrare in carcere dall'Audiencia Nacional, il cantante ha preferito barricarsi nell'università di Lleida, obbligando la polizia a fare irruzione martedì 16 febbraio. All'arresto sono seguiti scontri e manifestazioni tra Madrid e la Catalogna, dispersi dalle forze dell'ordine con lacrimogeni e proiettili di gomma. Il risultato, al momento è di una sessantina di arresti e altrettanti feriti. Cui si aggiunge un dibattito serrato sulla libertà di espressione, i suoi limiti e le pene previste dal codice, giudicate troppo severe.
Ma il caso di Pablo Hasél è qualcosa di più, perché si pone all'incrocio di una serie di tensioni che agitano la Spagna. Il rapper, comunista, è un grande sostenitore dell'indipendenza della Catalogna, ha preso le difese dell'ETA, l'organizzazione terroristica basca, e si è fatto fotografare insieme a Victoria Gómez, rappresentante del gruppo marxista Grapo (ora dissolto) dicendo che apprezzava le proteste ma a volte bisognava fare come loro, cioè andare oltre. L'incitamento alla violenza è indiscutibile, ma il suo messaggio cade in mezzo a questioni irrisolte - passate e presenti - che accrescono la visibilità dei suoi gesti.
A tutto questo si aggiunga la mancanza di rispetto per la corona. I testi incriminati risalgono al biennio 2014-2016. Il processo, iniziato subito dopo, si è concluso con una prima condanna nel 2018 a due anni e un giorno di carcere e una multa di 24.300 euro. Nell'appello è stata abbassata a nove mesi, con la motivazione che i messaggi non rappresentassero un rischio reale. Nel 2020 arriva la conferma del Tribunal Supremo. Troppo pesante? Secondo i giudici no. Pablo Hasél non meriterebbe alcuna sospensione perché, era stato già condannato nel 2015 per fatti simili, e nel 2017 è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e nel 2018 per irruzione in un locale. Si tratta di un soggetto che - hanno scritto - per condotta e circostanze non merita attenuanti. In più solo nel 2020 ha ricevuto due condanne in primo grado per lesioni nei confronti di un giornalista di TV3 e per l'aggressione contro un uomo che aveva testimoniato a favore di un poliziotto della Guardia Nacional di Lleida. Ha fatto ricorso in appello.
La Repubblica, 22 febbraio 2021
La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio. Manifestazioni di massa in tutto il Myanmar, dove nonostante i divieti imposti dalla giunta militare si continua a scendere in piazza contro il golpe del primo febbraio.
Gli attivisti hanno ribattezzato la giornata di oggi la "rivoluzione dei cinque due", con riferimento alla data del 22.2.2021, e l'hanno paragonata alla data all'8 agosto 1988 (i "quattro otto") quando i militari hanno risposto con una dura repressione, uccidendo e ferendo centinaia di manifestanti. Manifestazioni oceaniche si sono viste oggi nella principale città del Paese Yangon, nella capitale Naypyidaw e a Mandalay, come riporta Frontier Myanmar.
Nelle ultime ore la giunta militare ha avvertito che "la via dello scontro" significherà la morte per molti. Sin dalla mattina le principali arterie di Rangun, Naypyidaw, Mandalay e altre città sono state occupate dai manifestanti, che chiedono il ripristino della democrazia e il rilascio dei prigionieri politici. La mobilitazione è così massiccia tanto che quella odierna potrebbe diventare la più imponente giornata di protesta dal giorno in cui è stato compiuto il colpo di Stato, il 1 febbraio.
A Yangon, la città più popolata, le strade vicino alla maggior parte delle ambasciate, soprattutto quelle di Usa e Corea del Sud, sono state bloccate dalle forze dell'ordine. Le marce sembrano ignorare, anzi sfidare la repressione della polizia, particolarmente violenta da qualche giorno e che sabato scorso è costata la vita a due manifestanti a Mandalay. Un alto manifestante è morto a Yangon: la prima a morire era stata la scorsa settimana una ventenne, diventata simbolo della protesta. "I manifestanti ora incitano le persone, soprattutto adolescenti e giovani che si lasciano trasportare dalle emozioni, a un percorso di confronto in cui subiranno la morte", si legge nel comunicato dei militari trasmesso dalla televisione di stato birmana.
Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Birmania, si è detto preoccupato per questo messaggio "minaccioso" e ha avvertito la giunta militare su Twitter che, a differenza di quanto accaduto durante le sanguinose rivolte del 1988, le azioni delle forze di sicurezza vengono registrate e quindi dovranno assumersi la responsabilità di quanto accadrà.
Con le tre vittime delle ultime ore, ci sono già quattro morti nelle proteste: venerdì infatti è stato confermato il decesso di Mya Thwe Thwe Khine, la giovane colpita alla testa da un Naypyidaw e che non si è mai ripresa; ieri, domenica si sono svolti i suoi funerali nella capitale amministrativa e anche quello è stato occasione di una forte protesta, nel ricordo di una giovane che ormai è diventata il simbolo delle manifestazioni.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 21 febbraio 2021
È morto Raffaele Cutolo, l'uomo che ha "vissuto" tre vite. La prima l'ha bruciata nell'unica scuola che ha potuto frequentare, quella del crimine, un po' per strada e un po' in prigione. La seconda l'ha consumata tra delitti e castighi in un carcere "normale". La terza vita è stata per lui solo castigo, una pena senza fine espiata al carcere "duro", fino alla morte. È morto lì dove era stato sepolto vivo nel 1995, nella tomba dei "mafiosi per sempre", gli irredimibili, marchiati a vita dalla pena di infamia che si commina a chi perde la dignità di persona, la speranza, il diritto a una vita civile e sociale.
agensir.it, 21 febbraio 2021
Ceri pasquali dipinti dai detenuti per le cappelle delle carceri italiane: è quanto si propone il progetto artistico formativo dal titolo "La luce della libertà" che avrà inizio oggi, 21 febbraio, prima domenica di Quaresima, per iniziativa dell'Ufficio Ispettorato dei cappellani delle carceri italiane in collaborazione dell'associazione "Liberi nell'arte" (affiliato Acli del Molise) e dell'Associazione Caritas Regina Pacis. L'iniziativa si svolgerà presso la Casa di Reclusione di Paliano (Fr). I ceri, si legge in un comunicato, verranno dipinti interamente a mano da alcuni detenuti del carcere di Paliano che frequenteranno un corso di formazione guidati da un maestro d'arte figurativa.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 21 febbraio 2021
Ho incontrato Raffaele Cutolo il 22 luglio 2019 nel supercarcere di Parma. Se si escludono i familiari, il legale e gli agenti penitenziari della cittadina emiliana, sono stato l'ultima persona ad averlo visto, a incrociare il suo sguardo, a parlare con lui. Mi aspettavo di riconoscerlo seppure fosse invecchiato: avevo impresse nella mente le immagini che lo ritraevano nelle aule dei tribunali, che lasciavano trasparire la sua arroganza e la sua saccenteria. Tuttavia, con mia grande sorpresa, mi sono trovato di fronte un anziano smagrito, con le mani tremanti e deformate dall'artrite reumatoide, un po' trasandato con la barba incolta e i capelli spettinati. Devo dire che se non avessi saputo chi fosse, non l'avrei riconosciuto.
di Catello Maresca e Antonio Pagliano
ilsussidiario.net, 21 febbraio 2021
Carcere di Poggioreale, 7 novembre 1980. Cutolo rientrava da una delle tante udienze del processo alla Nuova Camorra Organizzata. Una guardia penitenziaria si affaccia con aria contrita nella stanza della direzione: "Dottò, Cutolo non si vuole far perquisire. Cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia...". Giuseppe Salvia, che del carcere di Poggioreale era il vicedirettore, alla cui porta quell'agente aveva bussato, non ci pensò due volte. Uscì dal suo ufficio e fece ciò che prevedeva il regolamento: la perquisizione dei detenuti che rientravano in carcere dopo aver partecipato ad un'udienza processuale.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 21 febbraio 2021
Lo intitolammo Barriere di vetro il libro che la Camera Penale di Roma pubblicò nel 2002 sul 41bis. Nella quarta di copertina scrivemmo "questo libro non è imparziale: la tesi che propugna è che tutto questo non dovrebbe avere cittadinanza in una società democratica".
Il "tutto" che veniva raccontato nel libro erano le storie che avevamo raccolto nei mesi precedenti direttamente dai detenuti allora sottoposti al regime speciale: le condizioni di vita, la segregazione totale, le limitazioni alla socialità, la difficoltà nelle cure mediche, l'impedimento ad ogni sia pur minima manifestazione della personalità, l'impossibilità degli incontri con i familiari.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 21 febbraio 2021
La riforma Bonafede della prescrizione è stata giudicata senza appello, dalla intera comunità dei giuristi italiani -con due rispettabilissime, ma isolatissime eccezioni - uno sgrammaticato obbrobrio senza capo né coda, un autentico oltraggio all'art. 111 della Costituzione.
Quella voce unanime delle Università di tutta Italia ne aveva peraltro, oltre ogni altra censura di merito, sottolineato la grottesca disfunzionalità. Eliminato lo stimolo a concludere la celebrazione dei processi prima che si consumi la prescrizione del reato per il quale si procede, i ritmi già pachidermici dei processi di impugnazione raddoppieranno, a dir poco. Non vi sarà più una sola ragione al mondo per la quale le Corti di Appello di tutta Italia dovranno caricare i propri ruoli di udienza come avviene oggi. A ora di pranzo, tutti a casa.
Comprendo bene l'esigenza politica di sminare il percorso del nuovo Governo, e della sua inedita e variegata maggioranza, già ai suoi primissimi vagiti. Aggiungo che nessuno di noi - parlo del vasto e maggioritario fronte avverso a quella riforma- ha mai investito più di tanto su emendamenti soppressivi infilati alla bene e meglio in un Milleproroghe.
E nella lettera con la quale l'Unione delle Camere Penali ha inteso rivolgere al nuovo Ministro di Giustizia, professoressa Marta Cartabia, i più sinceri e partecipi voti augurali, abbiamo preannunciato proposte volte ad affrontare in modo organico, serio ed il più possibile condiviso un concreto percorso riformatore, al quale infatti stiamo già lavorando.
Ma rinviare, come leggiamo all'esito di un incontro informale del Ministro con la sua maggioranza, la riforma della prescrizione "nell'ambito di un più organico disegno per la riforma del processo penale", crea più di un allarme.
Da un lato, questa tempistica equivale alla passiva accettazione proprio della logica propagandistica di quella riforma, che aveva esattamente invertito l'ordine logico degli interventi. Se le cose hanno un senso, viene prima la riforma dei tempi del processo penale, poi - semmai, e se davvero dovesse residuarne la necessità - la riforma della prescrizione, cioè dell'unico rimedio al momento conosciuto per porre un argine agli effetti devastanti del processo penale infinito. Il secondo - e più grave- motivo di preoccupazione, riguarda poi profilo, identità e natura di questa ventilata "riforma del processo penale".
Leggo le entusiastiche dichiarazioni dell'On. Bazoli (Pd), e ne deduco purtroppo che detta riforma sarebbe quel coacervo di pericolose, velleitarie insensatezze compendiate nella legge delega, sempre recante la firma del Ministro Alfonso Bonafede. Una riforma che, letteralmente dissipando il patrimonio di proficue intese raggiunte al Tavolo ministeriale tra Avvocatura e Magistratura, ha praticamente abbandonato la strada maestra del potenziamento dei riti alternativi (e della udienza preliminare), perché non spendibili a cospetto dell'elettorato populista e della sua grancassa mediatica; vale a dire l'unica soluzione utile, d'altronde comune a tutti i sistemi di rito accusatorio, per incentivare le soluzioni negoziali del processo penale, riducendo in modo drastico e massiccio, il numero dei dibattimenti.
In cambio, quella legge delega si balocca nel fissare termini di durata predeterminati (con logiche di calcolo misteriose) per i vari gradi di giudizio, senza tuttavia alcuna sanzione processuale in caso di mancato rispetto di quei termini (ma solo improbabili, discutibili e per di più del tutto teoriche sanzioni disciplinari per i magistrati).
Come per gli yogurt: "da consumarsi preferibilmente entro". Al contrario, quella legge delega è infarcita di interventi volti a limitare gravemente garanzie difensive del cittadino, e a mortificare le connotazioni peculiari del giusto processo (ipertrofia delle letture degli atti rispetto alla oralità ed alla immediatezza della prova, solo per dirne una). Una riforma che si accompagna a modifiche dell'ordinamento giudiziario di portata letteralmente devastante, quali un sistema elettorale destinato ad affidare il Csm interamente nelle mani dei Pubblici Ministeri, ed il definitivo affidamento agli uffici di Procura delle scelte di priorità delle politiche criminali.
L'auspicio dunque è che si ridiscuta interamente quella delega, ripartendo dagli originali approdi del Tavolo, così irresponsabilmente abbandonati. I penalisti italiani rilanceranno con forza la propria iniziativa politica, con il conforto della migliore Accademia, per porla al servizio di un'autentica volontà di riforma liberale e costituzionalmente orientata della prescrizione e della durata irragionevole dei processi nel nostro Paese. Non possiamo credere che il Ministro Cartabia abbia inteso davvero dare alla politica giudiziaria del nuovo Governo in materia di giustizia penale il segno e la prospettiva della sopravvivenza di questa controriforma della prescrizione, e di questa legge delega di riforma del processo penale. Per fare questo, d'altronde, bastava di gran lunga il precedente governo.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 21 febbraio 2021
L'avvocato: "Vero, ci saranno resistenze ma sarà svolta nel segno del garantismo". Non ci proveranno. "Sono consapevole dei rischi che Draghi corre e non mi nascondo le difficoltà ma credo che questa volta le riforme arriveranno". Giuliano Pisapia, eurodeputato ed ex sindaco di Milano, guarda con cauto ottimismo all'eterno cantiere della giustizia tricolore.
Avvocato Pisapia, perché Draghi dovrebbe riuscire dove tutti gli altri hanno fallito?
"Ci sono condizioni eccezionali, mai verificatesi finora, per adeguare finalmente gli standard del nostro Paese alle aspettative dell'Europa. Proprio l'Europa ci garantirà risorse finora inimmaginabili. Diciamo pure che Draghi risponde a queste attese ed è l'espressione di un momento storico unico e irripetibile".
Ottimista?
"No, realista".
Ma il partito dei giudici non si metterà di traverso?
"Io non l'ho mai chiamato così".
Lo chiami come vuole, cosa accadrà?
"Abbiamo un premier e un ministro della giustizia, Marta Cartabia, autorevolissimi e al disopra delle parti".
Certo, la Cartabia non è Bonafede ma proprio questo potrebbe essere un ostacolo.
"No, guardi, la situazione non è più quella di dieci o vent'anni fa. La magistratura non ha più l'interesse e nemmeno la forza per bloccare o rallentare un processo di rinnovamento che è necessario. Di più: magistratura e avvocatura vogliono voltare pagina e la Ue, se non dovessimo procedere, ci taglierebbe i fondi. Davvero, siamo davanti a un'occasione storica e confido che non la sprecheremo".
Il diavolo però sta nei dettagli: cosa succederà se il governo cambierà la legge sulla prescrizione, bandiera dei duri e puri?
"Ci saranno resistenze e difficoltà, ovvio, ma mi pare difficile che si possa mandare all'aria una svolta nel segno del garantismo e dell'efficienza".
Cosa si aspetta dal governo?
"Intanto il potenziamento, grazie al Recovery Fund, della pianta organica, insomma, del numero dei magistrati, e degli operatori del settore. E già questo è o sarebbe un passaggio storico".
Poi?
"Vedo tre versanti. Il potenziamento dei riti alternativi, la riforma del processo penale che non può durare all'infinito, e quella del Csm, per eliminare lo strapotere delle correnti. Ma non solo: pensi alla Sezione disciplinare del Csm: giudici che giudicano altri giudici. Un meccanismo che dev'essere corretto, portando la Disciplinare all'esterno di Palazzo dei Marescialli, mantenendo la sua piena autonomia e indipendenza. E, ancora, mi lasci dire che Draghi ha toccato un altro nervo scoperto come quello delle carceri: è un tema drammatico, il sovraffollamento pare insuperabile, come una malattia endemica, ma anche qui il ministro Cartabia ha mostrato una sensibilità altissima. Quando era alla Consulta ha proseguito il viaggio nelle carceri italiane iniziato dai suoi predecessori. Dovremo anche promuovere la giustizia riparativa: non è detto che la pena debba essere scontata tutta in galera, puntando invece al reinserimento sociale".
Ma i partiti non si metteranno di traverso?
"Per andare avanti non ci vuole l'unanimità. E poi Draghi non ha bisogno del consenso elettorale. È stato chiamato per aiutare il Paese in una situazione difficile e non credo che misurerà il proprio appeal nelle urne. I suoi obiettivi sono chiari e farà di tutto per raggiungerli".










