unina.it, 23 novembre 2020
Il Coordinamento Nazionale dei Poli Penitenziari Universitari (Cnupp) prende parte all'edizione 2020 della "Notte europea dei ricercatori in Italia", un'iniziativa promossa dalla Commissione Europea fin dal 2005 e che vedrà quest'anno coinvolti in Italia 7 progetti per un totale di oltre 80 città.
L'Università degli Studi di Napoli Federico II, che ha promosso e realizzato il polo universitario campano, partecipa con altre 4 Università al progetto "MeetmeTonight con "A che bello caffè": riflessioni sulla ricerca, la conoscenza e il contributo di queste dimensioni al miglioramento della vita dei cittadini e all'integrazione dei detenuti.
L'iniziativa avrà la forma del caffè letterario a distanza dando vita ad un dialogo tra ricercatori, detenuti iscritti alla Federico II collegati su Teams e operatori della giustizia e del campo penitenziario.
Il gruppo Terza Missione della Cnupp, di cui per l'Università Federico II è referente il professore Giacomo Di Gennaro, partecipa coinvolgendo l'Istituto penitenziario "P. Mandato di Secondigliano".
Un gruppo di ricercatori federiciani presenterà i risultati di numerose ricerche che hanno interessato in questi anni il campo delle carceri e l'esperienza della didattica negli istituti penitenziari. Si porterà l'attenzione sul valore della ricerca e della conoscenza. Aprirà l'incontro il saluto del rettore della Federico II, Matteo Lorito.
"La centralità - sottolinea il professore Di Gennaro - è data dalla consapevolezza che se la sostenibilità sociale implica il diritto di vivere in un contesto che possa esprimere le potenzialità di ogni individuo, l'Università contribuisce alla realizzazione di questo obiettivo anche nel complesso mondo della detenzione. Obiettivo è discutere come ricerca e conoscenza siano in grado di giocare un ruolo importante nel rendere la privazione della libertà rispettosa dei diritti fondamentali e proiettata verso il positivo reinserimento sociale, come imposto dalla Costituzione". Gli ospiti della casa circondariale interverranno anche per raccontare la loro esperienza di studenti universitari. L'incontro, registrato, andrà in onda all'interno del Format nazionale di MeetMeTonight il 27 novembre giornata europea della ricerca.
messinaoggi.it, 23 novembre 2020
Sta sempre aumentando la tensione nelle carceri alle prese con l'emergenza coronavirus. "Gli ultimi disordini si sono registrati a Barcellona, dove la positività di due detenuti ha scatenato una violenta protesta. Alcuni detenuti avrebbe forzato i cancelli, riuscendo ad aprire due celle. La tempestività della polizia penitenziaria ha evitato il peggio": è quanto denuncia Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa polizia penitenziaria.
"Barcellona Pozzo di Gotto è solo l'ultimo degli episodi di tensione - spiega De Fazio - ma grande e inquietante fermento si registra pure a Santa Maria Capua Vetere, già teatro di ripetuti e gravi disordini. Non vorremmo rivivere quanto già accaduto a marzo. Anche perché, rispetto ad allora, la Polizia penitenziaria è decimata negli organici, stremata nelle forze, colpita nell'orgoglio ed intimidita da una serie di procedimenti penali avviati e ancora non conclusi.
Dover intervenire con organici insufficienti ed equipaggiamenti inadeguati per sedare rivolte, rischiando persino la vita, per poi essere inevitabilmente esposti a procedimenti penali senza adeguate garanzie da parte dello Stato e doverne sostenere le spese di difesa legale, umanamente, non aiuta neppure la spinta motivazionale. Chiediamo al ministro Bonafede ed al Governo di intervenire immediatamente".
di Salvatore Giuffrida
La Repubblica, 23 novembre 2020
Positivi in aumento nei penitenziari della Regione. I detenuti in sciopero della fame. Di sera battono pentole e scodelle contro le sbarre della cella, per far sentire la loro protesta al mondo libero. Oppure rifiutano il cibo del carcere per urlare la loro rabbia e chiedere diritti e sicurezza contro il Covid. Che ormai ha portato a nudo il problema cronico delle carceri laziali: il sovraffollamento nelle celle.
I detenuti protestano a Regina Coeli e Rebibbia, a Latina e adesso anche nel carcere di Viterbo, dove oltre alla battitura (le proteste con pentole e scodelle) stanno rifiutando il vitto e lo donano alla Caritas: accettano solo zucchero, caffè, acqua e tabacco, e due rappresentanti per ogni sezione del carcere viterbese sono entrati in sciopero della fame.
Al ministero dell'interno l'allarme è rosso: si sta tornando al punto di non ritorno di marzo, quando le proteste infiammarono le carceri del paese. Del resto crescono i focolai nelle celle: nella sezione femminile di Rebibbia ci sono almeno 17 casi accertati, erano 6 la settimana scorsa. Pochi giorni fa nel carcere di Frosinone si sono registrati 22 casi, ora sono 16.
In tutto sono poco più di 30 i detenuti positivi nel Lazio ma si tratta solo dei casi accertati: il timore, fondato, è che ce ne siano altri. Il virus è entrato di nuovo dentro il carcere dove la sua diffusione è facilissima visto che in questi giorni, per fare un esempio, a Rebibbia ci sono celle di 14o 16 metri quadrati che contano fino a 6 detenuti.
I positivi sono in isolamento, ma si naviga a vista. Sospese le attività di reinserimento: niente scuola, niente lavoro all'esterno, niente legge 199 che prevede di scontare la pena fuori dal carcere al di sotto dei 18 mesi e per reati non gravi. Rimane l'ora d'aria ma martedì alcuni detenuti della sezione reati comuni di Rebibbia si sono rifiutati di rientrare in cella e altri rifiutano le mascherine. Rimangono attivi solo i servizi essenziali di vitto e pulizia ma sono sospesi corsi e laboratori, attività lavorative, studio, sport, anche l'assistenza spirituale è ridotta all'osso: due preti di Rebibbia hanno il virus.
Anche le visite sono in sostanza sospese: niente volontari né familiari. L'impatto è devastante: pure a Latina, nell'istituto penitenziario di via Aspromonte, si sentono pentole e scodelle dalle 19 in poi. E se aumenta la "battitura", la tensione sale. Gli occhi della polizia penitenziaria sono puntati sulle carceri più affollate: Rebibbia ha una capienza di mille detenuti ma ne conta 1400, Regina Coeli mille detenuti ma ne ha 200 in più del previsto e il carcere di Viterbo ha 440 posti ma 513 detenuti: difficile convivere in cella, rispettare i turni per farsi una doccia o curarsi dal medico o telefonare alla famiglia. Ed è impossibile mantenere il distanziamento.
"I detenuti manifestano in maniera non violenta - spiega il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia - chiedono la riduzione del sovraffollamento: speriamo che le Camere potenzino le misure alternative. Come ha indicato il procuratore generale Salvi, occorre ridurre gli ingressi in carcere ai casi gravi e potenziare la rete di accoglienza dei detenuti con pene brevi". Anche la Garante dei detenuti di Roma Capitale Gabriella Stramaccioni lancia l'allarme: "È urgente che la magistratura di sorveglianza applichi le leggi per alleggerire la presenza negli istituti penitenziari".
di Laura Guardini
milanosud.it, 23 novembre 2020
Compatibilmente con i limiti imposti dalla pandemia, la fattoria didattica-ranch-maneggio (con cavalli sequestrati alla criminalità organizzata) è aperta anche agli esterni. L'iniziativa, realizzata con contributo di Fondazione Cariplo, seguita da Giacche verdi e Polizia penitenziaria.
Freedom-Libertà è il nome dato al grande maneggio, alla fattoria didattica e al ranch inaugurati un mese e mezzo fa e nel carcere milanese di Opera. Un progetto al quale hanno dato vita le "Giacche verdi" della onlus attiva con i cavalli all'Idroscalo, assieme ai membri della Polizia penitenziaria dell'istituto di pena, con il contributo di Fondazione Cariplo.
L'iniziativa è sostenuta anche dal Municipio 5, attraverso la Commissione per i rapporti con Istituti penitenziari e realtà collegate, presieduta da Fabrizio D'Angelo (Forza Italia), che di questo progetto sottolinea i molteplici aspetti di rilievo educativo e sociale: dalla tutela ambientale, all'educazione al rispetto del verde; senza dimenticare la possibilità di avvicinarsi a uno sport affascinante come l'equitazione con l'assistenza delle Giacche verdi "volontari a cavallo per la protezione civile e ambientale", come si legge nella home page del loro sito (www.giaccheverdilombardia.it/).
Ma torniamo al progetto Freedom, così come è stato illustrato al suo debutto: all'evento ha partecipato anche il Garante dei detenuti di Regione Lombardia Carlo Lio, invitato dal Direttore dell'Istituto di pena Silvio Di Gregorio e dal Comandante Amerigo Fusco. "La libertà è un percorso di rieducazione e reinserimento", è stato sottolineato: per questo i detenuti - due hanno già iniziato la loro attività - potranno imparare il mestiere del maniscalco, dell'artiere e del sellaio. Compatibilmente con i limiti imposti dalla pandemia, il maneggio è aperto agli esterni a prezzi contenuti ed è volto ad accogliere in particolare ragazzi diversamente abili.
Oltre ai cavalli (si tratta di animali sequestrati alla criminalità organizzata) nel ranch ci sono asini, maialini thailandesi, pavoni, tartarughe e pappagalli. Il progetto è dunque aperto alla città, realizza uno scambio fra società esterna e struttura detentiva e offre un'opportunità di reinserimento sociale e lavorativo, dando così concretezza alla finalità riabilitativa della pena prevista dalla Costituzione e dall'Ordinamento Penitenziario.
E proprio questa possibilità di apertura alla città è la chiave che il Municipio 5 si propone di trovare per stabilire un rapporto concreto con questo progetto e con le Giacche Verdi. In un momento delicato e difficile come questo che il Covid impone, il consigliere D'Angelo non vuole sbilanciarsi. Ma si intuisce che la possibilità di ospitare nel verde del Parco Sud passeggiate a cavallo organizzate con l'associazione offrirebbe un'opportunità sportiva e ricreativa e, insieme, un presidio contro il degrado.
di Camilla Dionisi
abitarearoma.it, 23 novembre 2020
Ritornano le lezioni in presenza nel carcere di Rebibbia femminile a Roma grazie al progetto "Le Donne del muro alto". La testimonianza di Francesca Tricarico, regista e coordinatrice del progetto.
L'esperienza nella casa circondariale femminile di Rebibbia a Roma nasce sette anni fa grazie a Francesca Tricarico, incuriosita dalla poca diffusione delle attività culturali nelle carceri femminili rispetto a quelli maschili. I progetti organizzati riguardavano il cucito, la cucina, ma pochi di questi erano a sfondo culturale. La coordinatrice del progetto ha iniziato la sua avventura nel carcere femminile di Rebibbia, che non aveva mai incontrato l'esperienza teatrale. Questo progetto ha avuto un impatto fortissimo sulle detenute, che offre loro un incontro con il mondo, oltre le sbarre, e la libertà.
Che impatto ebbe sulle ragazze la proposta di un tale progetto?
C'era molta diffidenza tra le ragazze con cui abbiamo lavorato perché temevano che fossimo lì per interesse personale, finché è nata una meravigliosa collaborazione. La voglia di scoprirsi fu più forte e la dedizione al lavoro fu grande nel processo creativo, dalla scrittura fino alla messa in scena.
Farmacia Federico consegna medicine
Cosa ha significato il teatro per queste ragazze?
Come spesso dicono, l'incontro con il mondo e la libertà. Noi siamo la finestra sul mondo perché si relazionano con persone che non parlano di processi, salute, detenzione, problemi familiari. Inoltre è la scoperta di sé stessi attraverso l'altro, la possibilità di essere libere che le appassiona. Dopo ogni spettacolo mi raccontano di stare male perché tornano a sentirsi davvero detenute: durante la messa in scena vivono un momento nel quale si dimenticano di essere in carcere. Il laboratorio è uno spazio e un tempo altro che offre loro una sensazione di libertà all'ennesima potenza, ma è anche uno spazio per superare i preconcetti e le diffidenze. Da sempre il teatro fa abbattere questa barriera, come cade nel momento in cui lo spettatore va a vedere lo spettacolo, che dimentica che sul palco le protagoniste sono recluse.
C'è un copione che preferiscono o hanno preferito su cui si sono maggiormente impegnate, attratte da dialoghi e trama?
Noi le facciamo lavorare sui testi di grandi autori che ci fanno da struttura ma poi li riscriviamo per vedere cosa risuona nella storia di ognuna nel momento che vivono. L'ultimo a cui stiamo lavorando è una rivisitazione di Romeo e Giulietta, ma abbiamo lavorato anche su Medea, dove abbiamo deciso di parlare dell'abuso dei farmaci all'interno degli istituti penitenziari, oppure di cosa vuol dire per una donna vivere l'allontanamento dei figli.
di Michela Murgia
La Stampa, 23 novembre 2020
Non ci sarebbe nemmeno materia di discussione: è evidente che la Rai ha fatto bene a cancellare dalla programmazione l'intervista a Luca Varani, l'uomo condannato per aver gettato l'acido sul volto di Lucia Annibali, sfregiandola per sempre. La domanda che dovremmo farci è come sia finita in programmazione una simile intervista, ma il fatto che capiti nella settimana contro la violenza sulle donne è solo un'aggravante. Se è offensivo l'atto di intervistare in uno studio tv o su un giornale il carnefice di una donna, questo è vero sempre, non solo nell'inopportuna vicinanza del 25 novembre. Ad eccezione del tribunale, nella narrazione di nessun altro reato si lascia al criminale la possibilità di esporre il suo punto di vista pubblicamente.
Nessun ladro viene intervistato nelle reti del servizio pubblico per sapere quali motivazioni lo abbiano spinto a rapinare una banca lasciando sul lastrico i suoi risparmiatori. La ragione è ovvia: tutti danno per scontato che a muoverlo alla rapina sia stata l'avidità di denaro. Chi penserebbe mai di credergli se dicesse che ha rubato milioni di euro per bisogno, o lo giustificherebbe per questo? D'altro canto, a nessuno verrebbe mai in mente di pensare che la banca, con l'esistenza stessa dei suoi conti, possa avere qualche responsabilità nel furto che ha subito, perché tutti sono d'accordo sul fatto che le banche non si rapinino. Purtroppo, quando si parla di reati di violenza nell'ambito delle relazioni, la certezza della colpa del carnefice non sembra essere così categorica e tutti i media, televisioni e giornali, sentono l'improvvisa esigenza di capire anche le sue ragioni.
C'è da dire che sentire quelle della vittima può essere complicato, dato che di solito è morta, ma questa è una ragione di più per non lasciare il suo assassino senza il contraddittorio dell'unica persona che può raccontare l'esattezza della sua violenza.
Ha poco senso dire che una professionista come Franca Leosini gli avrebbe fatto le domande più scomode: è l'azione stessa di porgli le domande che è sbagliata, perché trasmette l'idea che in una situazione di violenza possano esserci punti di vista di pari dignità e valore. Portando entrambi nella cornice rassicurante e salottiera di uno studio televisivo, con quel faccia a faccia che sottintende la possibilità di un dialogo paritario, il racconto di chi ha abusato e quello di chi ha subito la violenza finiscono sullo stesso piano della valutazione, col risultato di insinuare in chi ascolta il dubbio sulla versione della vittima e farla sentire meno creduta e meno compresa, rinnovando la violenza subita. Lucia Annibali per fortuna è sopravvissuta al suo aguzzino e io posso solo immaginare cosa avrebbe potuto provare nel vederlo esporre le giustificazioni del suo gesto dalla poltrona di uno studio televisivo del servizio pubblico.
Come organi di informazione c'è una scelta di responsabilità da fare. Se davvero crediamo alle vittime e alle sopravvissute, la versione del carnefice ha rilevanza solo per il giudice e in questo caso specifico il giudice l'ha già ascoltata, condannando Varani. Non c'è niente da capire, se non l'esistenza di un odio di genere che tutti i giorni agisce sul territorio italiano in milioni di case, partendo dal controllo della vita della partner fino ad arrivare a distruggerla, non di rado con quella dei figli. Fino a quando la versione del carnefice continuerà ad avere dignità di interrogazione, anche noi resteremo complici nel confermare il pregiudizio che esista un concorso di colpa della vittima nel subire la violenza. Decidere da che parte stare non è più una scelta rimandabile.
di Emanuela Abbadessa
La Repubblica, 23 novembre 2020
Mondadori pubblica "Terramarina" di Tea Ranno. È un mondo misterico quello di Terramarina, ultima fatica di Tea Ranno uscita con Mondadori, in cui uomini e bestie condividono una sorta di comune sentire. Questa, d'altra parte, è la cifra narrativa che accompagna da sempre la scrittrice di Melilli: dall'anno del suo esordio (Cenere, edito da e/ o nel 2006 e finalista ai premi Calvino e Berto) e fino al più recente L'A-murusanza (Mondadori, 2019), ha infatti sempre rappresentato la più intima e selvatica identità siciliana soprattutto attraverso le voci femminili, costrette in realtà troppo asfissianti e spesso violente, eppure capaci di slanci libertari.
Terramarina è un luogo sospeso tra terra e mare "in cui c'è il sole pure quando piove ", un villaggio in cui le case sono sempre aperte perché gli abitanti sono talmente contigui da essere diventati amici fraterni, tanto da poter condividere gioie, dolori e stupori. Proprio lo stupore li coglie riuniti alla vigilia di Natale quando, preparandosi per la cena prima della messa, si trovano a ricoverare in casa una neonata lasciata nel freddo della sera accanto a un cassonetto.
Di natalità, dunque, di nascite e rinascite si occupa questa volta la Ranno, in una favola a tratti ingenua, in cui i buoni sono tutti coloro che sanno guardare nel cuore del prossimo, sanno aprire il proprio e sanno come fare a tenere a bada la ragione quando c'è da mettere in campo i sentimenti; i cattivi, invece, sono i Caini e i Cainazzi, i senza scrupoli, gli approfittatori e i malavitosi, come Occhi janchi, ex sindaco del paesino implicato in loschi affari.
Al centro della vicenda è ancora una volta la donna: qui la femminilità viene suddivisa in due personaggi, Agata e Lori, e a ciascuna è affidato il compito di esemplificarne uno degli aspetti. Da una parte Agata Lipari "la Tabbacchera", latrice della passionalità, giovane e bellissima sindaca di Terramarina che " non si scorda di essere femmina " e che ha coinvolto l'intero paese in una guerra contro la mafia "a colpi di poesia"; dall'altra Lori, la personificazione della maternità, una ragazzina spaurita, arrivata da chissà dove con in grembo un dolore atroce, l'ombra di un mistero e il fardello di una bimba non abortita, Luce. Intorno a loro ha corpo il cuore pulsante di Terramarina, ossia le molte voci dei paesani, Toni Scianna, Violante, Luisa, il padre-parroco don Bruno che sembra trarre pazienza e prudenza dall'Ecclesiaste, Lisabetta. Ciascuno di loro ha una storia a sé, un vezzo, un tic, un amore, un dolore.
È al colmo dei preparativi per il Natale, in una notte di neve e di vento, che il vero natale anima Terramarina con il sapore dell'accoglienza senza remore, perché il miracolo della vita esige sempre una celebrazione. Dove l'amore è nutrizione, la pietà è anche ricerca della verità e a questo scopo, uno dei personaggi maschili meglio tratteggiati è Andrea Locatelli, maresciallo dei carabinieri piemontese con cui "la Tabbacchera" ha combattuto il malaffare che " infesta la terra come una gramigna ", per il quale si è accesa in lei " la vampa del desiderio " a forza di versi di grandi poeti scambiati via sms ma dal quale è fuggita per paura dell'enormità stessa dell'amore, rifugiandosi nel lutto per la morte non troppo lontana del marito.
In questo tempo, ora che parole come accoglienza, verità e giustizia vengono manipolate ad arte per pura propaganda politica, Tea Ranno orchestra una grande metafora di rinascita in cui il luogo d'elezione perché la carità diventi voce e chieda giustizia è proprio la Sicilia. Nessun altro posto potrebbe esserlo con altrettanta forza perché la Sicilia "non è solo malaffare, neppure magarìa e incantamento e acque chiare e cieli blu e soli ardenti", la Sicilia è "passione perniciosa".
di Monica Perosino
La Stampa, 23 novembre 2020
Il rapporto Open Society: confusi sui dati scientifici e sulle ripercussioni. Confusi, moderatamente preoccupati, poco inclini a rinunciare a qualcosa. Insomma, siamo angosciati dal cambiamento climatico, almeno la maggior parte di noi, ma non abbiamo le idee troppo chiare su quello che significherà per la nostra vita e, soprattutto, non siamo inclini a prenderci le nostre responsabilità per fermarlo.
È la fotografia del rapporto dell'Open Society European Policy Institute, realizzato in esclusiva per il gruppo Europa, che mostra quanto ancora troppe persone non accettino l'urgenza della crisi climatica e solo una minoranza creda che avrà un grave impatto su di loro e sulle loro famiglie nei prossimi quindici anni. Il sondaggio mostra gli atteggiamenti sull'esistenza, le cause e gli impatti del riscaldamento globale in Germania, Francia, Italia, Spagna, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Regno Unito e Stati Uniti.
E i dati rispecchiano la confusione generalizzata che, senza sorprese, produce conseguenze allarmanti. Sebbene tutti, tranne una piccola minoranza, siano convinti che le attività umane abbiano un ruolo nel cambiamento climatico (solo il 10% rifiuta di crederci), fino a un quarto degli oltre diecimila intervistati crede ancora il surriscaldamento sia causato allo stesso modo dall'uomo e dai processi naturali. Per questo "ineluttabilità" della natura il senso di responsabilità nel prendersi cura dell'ambiente viene azzoppato. Non solo: "Molti cittadini non si rendono ancora conto di quanto sia schiacciante il consenso scientifico sul fatto che gli esseri umani siano responsabili del cambiamento climatico - spiega Heather Grabbe, direttrice dell'Open Society European Policy Institute.
Sebbene il negazionismo totale sia raro, è diffusa una falsa convinzione, deliberatamente prodotta da interessi che si oppongono alla riduzione delle emissioni, che gli scienziati siano divisi sul fatto che gli esseri umani stiano causando il cambiamento climatico, quando in realtà il 97% degli scienziati sa che è così". Questo "negazionismo morbido" induce a "non rendersi conto di quanto ci sia bisogno di cambiare radicalmente il nostro sistema economico e le nostre abitudini per prevenire il collasso ecologico".
E sebbene la grande maggioranza di cittadini europei e statunitensi concordi sul fatto che il cambiamento climatico richieda una risposta collettiva solo il 47% ritiene di avere, come individui, una responsabilità diretta, che invece spetta ai singoli Stati e all'Unione Europea. In Italia, soprattutto tra i giovani, le donne e gli elettori della sinistra, la consapevolezza ambientale è alta: il 73 % pensa che "dovremmo fare tutto il possibile", il secondo punteggio più alto dei Paesi intervistati, dietro la Spagna con l'80%.
Tuttavia, solo il 46% degli italiani pensa di avere la responsabilità personale di agire sul cambiamento climatico (uno dei punteggi più bassi). Per gli italiani la migliore azione che un individuo può intraprendere per contrastare il cambiamento climatico è "ridurre i rifiuti e riciclare di più", ma guai a imporre prezzi più alti, per esempio alla carne (solo il 2% sosterrebbe un aumento), o tasse per contribuire alla salvaguardia dell'ambiente.
di Tiziana Platzer
La Stampa, 23 novembre 2020
Marta Barone, autrice del romanzo "Città sommersa", oggi incontra Benedetta Tobagi e la regista Monica Repetto al Tff. "Dalle prime immagini ho riconosciuto gli stessi filmati in cui mi sono immersa per i sei anni della mia ricerca. Quel linguaggio, quei volti, mi sono emozionata". Marta Barone, autrice di "Città sommersa", un romanzo su suo padre, Leonardo, militante di estrema sinistra nella Torino degli Anni Settanta e imputato in un processo per banda armata, oggi alle 15 è ospite dell'incontro sul Youtube del Tff "Narrare gli Anni 70" legato al film "1974-1979. Le nostre ferite" di Monica Repetto, anche lei in collegamento insieme a Benedetta Tobagi.
Il film della Repetto sugli Anni di Piombo le è sembrato una ricostruzione che ancora mancava?
"È privo di sbrodolature romantiche, non ha narratore né musica: per questo è diverso e mi è piaciuto. Non lancia messaggi e lascia spazio alle voci".
Qualcuna l'aveva già trovata lei per il libro?
"C'è il ragazzo a cui sparano nell'attentato alla Saa, quello a cui resta un proiettile nel corpo: sono certa di aver incontrato la sua voce, di averla inserita nel libro, ma i giornali dell'epoca proteggevano le vittime, non c'erano fotografie. Nel film ho scoperto un volto".
È stata colpita da qualche protagonista donna?
"Dal gruppo di casalinghe femministe che da Radio Città Futura trasmettevano un'ora sulla liberazione della donna. Un giorno sono entrati i fratelli Fioravanti e hanno aperto il fuoco, una è rimasta paralizzata, una ha perso l'utero, un massacro. Eppure una di loro, novantenne, oggi pensa che quella militanza non doveva finire, "non saremmo arrivati così" ci dice".
Lei è nata nel 1987: pensa ci sia bisogno di una nuova spinta ideologica?
"C'è bisogno di idee, necessita una cultura civile, un ripensamento della comunità fatta dalle persone comuni, che sono i militanti".
Crede che per gli anni bui del terrorismo oggi si cerchino testimoni?
"Non percepisco grande attenzione. In Italia continua a mancare l'elaborazione della responsabilità politica".
Vi conoscevate già con Benedetta Tobagi?
"Al festival è la prima volta, abbiamo parlato del mio libro".
Accanto a una vittima di terrorismo si è mai sentita in difficoltà?
"Con Benedetta no, in lei vedo la storica che ammiro e non la bambina a cui hanno ucciso il padre. Se fossi davanti al figlio di Alessandrini sentirei una sofferenza, e la sua sofferenza".
Ha fatto riferimento al cinema per la ricerca, considerando ad esempio "La meglio gioventù" di Giordana o "La seconda volta" di Moretti?
"Sono stati importanti film meno ricercati, come i poliziotteschi, per vedere la Torino di allora. Marco Tullio Giordana ha letto il libro e mi ha scritto una mail molto bella, così come mi ha cercato un altro grande regista italiano, viveva con mio padre a Roma, erano nei nuclei marxisti leninisti, ma non voglio dire il suo nome".
Le hanno già chiesto i diritti per un film? E quale attore potrebbe essere suo padre?
"Per ora no, ma mi piacerebbe. Penso a Elio Germano".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 23 novembre 2020
Altri 45 giorni per Zaki. È stata rinnovata la custodia cautelare in carcere al Cairo di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell'Università di Bologna sotto accusa per propaganda sovversiva. A darne notizia è Hoda Nasrallah, annunciando l'esito dell'udienza di ieri. Nasrallah non ha saputo precisare la data precisa della prossima udienza che - calcolando 45 giorni da ieri - comunque dovrebbe cadere intorno a Capodanno e a ridosso del Natale che i copti (i cristiani d'Egitto come Patrick e la sua famiglia) festeggiano il 7 gennaio.
L'udienza per Zaki, in carcere già da oltre nove mesi, si era svolta davanti a una Corte d'assise del Cairo ed era stata annunciata il 7 novembre, al momento del rinvio di una convocazione slittata per motivi di sicurezza legati a una tornata elettorale. Amnesty International l'altro ieri si era detta pessimista per l'esito dell'udienza di ieri visti i recenti arresti di tre dirigenti dell'Ong egiziana per la difesa dei diritti umani "Eipr" per la quale Patrick era ricercatore in studi di genere. "Ho parlato con lui dieci minuti dopo l'udienza: sta bene ed è in buona salute", ha detto ancora la sua avvocatessa al telefono. Patrick Zaki "ha parlato davanti ai giudici circa i suoi studi e ha detto che è un bene per il Paese che uno dei suoi figli sia professore all'estero", ha aggiunto la donna.
Lo studente dell'Alma Mater bolognese è stato arrestato in circostanze controverse il 7 febbraio e, secondo Amnesty, rischia fino a 25 anni di carcere. In Egitto la custodia cautelare può durare anche due anni. L'udienza si era svolta di nuovo all'Istituto per sottufficiali di polizia di Tora, la zona meridionale del Cairo dove si trova il complesso carcerario in cui il giovane è detenuto dal 5 marzo, quasi un mese dopo l'arresto. Le accuse a carico di Patrick sono basate su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano fake ma che hanno configurato fra l'altro il reato di diffusione di notizie false, incitamento alla protesta e istigazione alla violenza e al terrorismo.
"Siamo di fronte a un vero e proprio accanimento giudiziario da parte dell'Egitto nei confronti di Patrick", ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia all'Ansa.
"Questi nove mesi e mezzo trascorsi - aggiunge Noury - che diventeranno ormai 11 con questo rinnovo di detenzione preventiva, chiamano in causa l'inerzia dell'Italia, l'assenza di un'azione forte. Mi chiedo cos'altro ci voglia dopo il rinnovo della detenzione di Patrick e tre arresti di fila dei dirigenti della sua organizzazione per i diritti umani (Eipr, ndr) per un'azione diplomatica molto forte nei confronti dell'Egitto".
"Ieri - aggiunge Noury a proposito di Patrick - aveva detto in udienza che il suo Paese dovrebbe essere orgoglioso di aver un'eccellenza così ricca, così bella, all'estero in un master prestigiosissimo come quello dell'università di Bologna. Evidentemente all'Egitto questo non importa, le eccellenze le lascia in carcere".
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