Messaggero Veneto, 22 novembre 2020
Preoccupazione in Carnia per i numerosi contagi in carcere. Al momento si contano 132 positivi al Covid: 116 detenuti (sui 203), 15 agenti di polizia penitenziaria e un impiegato (su 180). Coi contagi in casa di riposo, Tolmezzo è il settimo Comune in Fvg per rapporto fra abitanti/contagi.
L'avvocato Cesare Vanzetti, che assiste 5 detenuti nella sezione "Alta Sicurezza" martedì ha chiesto un intervento al magistrato di sorveglianza, al garante regionale e a quello nazionale dei diritti delle persone private della libertà segnalando il mancato isolamento di detenuti positivi da altri negativi e il ritardo nei tamponi ai detenuti. "Si tratta - dice - del più grave episodio a livello italiano di contagio interno alle carceri".
La Fns Cisl del Fvg chiede al provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto di sostenere la Direzione carceraria di Tolmezzo in ogni iniziativa con l'azienda sanitaria e di sospendere l'invio di personale nel carcere carnico per traduzioni o videoconferenze. Per la Fns Cisl il penitenziario va dichiarato zona rossa e vanno dirottati altrove nuovi arresti. Problematico l'eventuale ricovero di un detenuto di alta sicurezza, per il personale richiesto ai piantonamenti.
Per l'europarlamentare friulano Marco Zullo (M5s) "si potrebbe pensare a una mancata gestione interna, ma sono consapevole - afferma - che gran parte del problema abbia radici molto più in alto. Mi rivolgo alla direttrice: sono disponibile a darvi il mio supporto, uniamo le forze.
Questa situazione è frutto di anni di disinteresse da parte delle istituzioni, a pagare è tutto il comparto penitenziario. Il programma di gestione in grado di fronteggiare l'emergenza è carente, le sezioni separate dove ospitare i detenuti contagiati insufficienti, manca personale sanitario e assistenziale, la polizia carceraria è abbandonata a sé stessa, per non parlare dei detenuti. Chiedo al Ministero e al Dap di prendersi le dovute responsabilità e intervenire sul sovraffollamento".
lecceprima.it, 22 novembre 2020
Anche nelle carceri italiane e nell'istituto di borgo San Nicola a Lecce il pericolo della diffusione dei contagi tra detenuti e operatori di polizia è sempre dietro l'angolo. In quest'ottica dopo i continui solleciti giunti anche dalle organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria anche il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della città di Lecce, la professoressa Maria Mancarella, è intervenuta sul tema della riduzione delle presenze in carcere al fine di prevenire il diffondersi del contagio nelle strutture.
Il tutto richiamando i contenuti che la Conferenza dei Garanti dei detenuti ha deciso, nell'incontro del 12 novembre scorso, e deciso di inviare, come appello, al Parlamento italiano per sollecitare la riduzione del numero delle presenze in carcere, al fine di tutelare il diritto alla salute di detenuti e operatori penitenziari.
"Il carcere è di per sé un luogo in cui il rischio della diffusione del covid-19 è molto alto" rileva la referente leccese, "il fisiologico assembramento di un numero considerevole di persone in spazi ristretti, non consente il rispetto del distanziamento fisico e delle misure di igiene indispensabili alla prevenzione del virus e contribuisce inevitabilmente ad accrescere il rischio di diffusione del contagio.
Dalle informazioni che emergono è evidente come nelle carceri italiane la situazione cominci a diventare seria ma non ancora allarmante. Accanto ad istituti in cui vi sono dei veri e propri focolai, in molte carceri i casi presenti sono pochi e si riferiscono a persone asintomatiche, sia tra il personale penitenziario che tra i detenuti, segno questo che le misure di prevenzione stanno ancora funzionando, se pur a fatica".
I dati degli ultimi giorni mostrano, tuttavia, una tendenza verso un rapido e progressivo aumento dei casi. Si è quindi ripresentato, prepotentemente, il tema della riduzione delle presenze insieme a quello della definizione, in tutti gli istituti, di spazi adeguati a una gestione efficace della prevenzione e dell'assistenza, cosa che finisce per contrarre inesorabilmente i già ristretti spazi destinati alla restante popolazione detenuta.
"Una significativa riduzione delle presenze in carcere" scrivono i garanti nel loro appello, richiamato da Maria Mancarella, "contribuirebbe positivamente ad affrontare nel migliore dei modi la gestione sanitaria interna della prevenzione e dei focolai, favorendo migliori condizioni lavorative per gli operatori penitenziari e permettendo, ove possibile, la prosecuzione in condizioni di sicurezza, delle attività lavorative e formative, di istruzione, culturali o sportive".
I garanti fanno perciò appello alla magistratura perché eviti arresti e misure cautelari in carcere, quando non strettamente indispensabili e affinché favorisca licenze straordinarie ai semiliberi, ai lavoranti all'esterno e a coloro che usufruiscono abitualmente di permessi. E infine auspicano che si conceda la detenzione domiciliare ai detenuti in fine pena.
Nel carcere di Lecce la situazione non è al momento preoccupante: dai controlli sono emersi sette agenti positivi, tutti appartenenti al Nucleo traduzioni. Tra i detenuti, invece, non risulta alcun positivo. La direzione, sotto l'egida di Rita Russo, continua a fare il possibile di facilitare i contatti con l'esterno almeno fino a quando ciò sarà possibile, utilizzando tutte le modalità comunicativa a disposizione e con ogni mezzo, cercando, anche se a fatica, di non far ricadere il carcere nell'isolamento.
"Il carcere da sempre e non solo in tempo di Covid, è fatto da problemi sociali che altri preferiscono non risolvere perché scarsamente coinvolgenti sotto il profilo della strategia politica come riferisce la direttrice" spiega ancora Maria Mancarella, "ma vi assicuro che ciò che incombe sulle coscienze dei direttori sono il disagio psichico, una tutela della salute mentale inadeguata, persone senza fissa dimora, poveri ed ancora tossicodipendenti, che si preferisce lasciare in terapia metadonica piuttosto che progettare per loro una vita migliore e libera".
Purtroppo le disposizioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria hanno limitato al massimo la presenza dei volontari, costringendo alla chiusura delle attività laboratoriali. Le attività scolastiche, invece, proseguite in presenza anche dopo l'ordinanza del presidente Emiliano, e precauzionalmente sospese dopo la rilevazione dei casi di positività al Covid tra gli agenti di polizia penitenziaria, si svolgono al momento regolarmente in presenza.
I detenuti che lavorano continuano regolarmente ad uscire per lavorare all'esterno (due presso il comune di Caprarica, uno presso il comune di Lequile, uno presso l'istituto Olivetti, uno presso l'ex convitto Palmieri, quattro presso la procura della Repubblica, due presso datori di lavoro privati). L'ufficio matricola ha invece compilato d'ufficio le istanze di detenzione domiciliare per tutti i detenuti, circa cinquanta, che hanno i requisiti richiesti dall'ultimo decreto.
di Franco Giubilei
La Stampa, 22 novembre 2020
La madre di un detenuto: la situazione peggiora, fatemelo uscire. Una mamma racconta la paura del figlio, condannato ad un anno ma ormai a fine pena: "Il medico passa a visitarli una volta alla settimana" e la sensazione generale è "di abbandono". Nelle carceri italiane cresce il malessere legato alla paura del contagio.
"I detenuti sono abbandonati a loro stessi, bisogna dare voce anche a loro", denuncia Lorena Ruggiero, madre di un ospite del nuovo reparto G8 di Rebibbia, a Roma, teatro qualche giorno fa di una protesta pacifica dei reclusi: molti di loro si sono rifiutati di rientrare nelle loro celle "per problemi legati alla positività al coronavirus", spiega Maurizio Somma del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe. La situazione poi si è risolta senza tensioni particolari, ma il malcontento e la preoccupazione per i ritmi di diffusione dell'infezione restano. Ritmi alti, come testimoniato dai dati diffusi ieri dal Garante dei diritti dei detenuti: i positivi nell'ultima settimana sono cresciuti del 28% su scala nazionale e mancano gli spazi dove isolarli all'interno degli istituti.
Il figlio di Lorena Ruggiero ha trent'anni, gli mancano quattro mesi prima di finire di scontare una pena di un anno, condizione che gli permetterebbe di passare quanto gli resta ai domiciliari, come previsto dall'ultimo decreto emanato proprio per allentare la pressione della pandemia sulle carceri (chi ha una pena sotto i diciotto mesi può godere della misura alternativa, ndr). Eppure niente, è ancora a Rebibbia: "Quindici giorni fa abbiamo fatto l'istanza al giudice via mail certificata, ma non abbiamo avuto risposte, allora il nostro avvocato è andato di persona in cancelleria a depositare la cartella per cercare di velocizzare la pratica".
Lo stato delle cose dentro Rebibbia, così come descritto alla madre dal giovane recluso, è problematico: "I detenuti trovati positivi al Covid sono stati messi in isolamento, ma la conseguenza, visto che hanno dovuto sistemarli nella lavanderia del carcere, è che non cambiano più le lenzuola da tre settimane perché non possono più lavarle".
Questo però è solo un effetto collaterale, perché la vera fonte di ansia per ospiti e familiari è il virus e l'efficacia delle contromisure per contenerne la diffusione dietro le sbarre: "Mio figlio ha fatto il tampone tre giorni fa ma non ha ancora avuto risposte, e intanto le persone continuano a restare a contatto fra loro, col rischio che il contagio cresca".
Il medico, aggiunge Ruggiero, "passa a visitarli una volta alla settimana" e la sensazione generale è "di abbandono". Condizione condivisa, fa notare la madre del detenuto, anche dal personale degli istituti, agenti di polizia penitenziare ed educatori. Una nota del Sappe ricorda che "sono positivi al virus 866 poliziotti penitenziari e 758 detenuti, quasi tutti seguiti e gestiti internamente dagli istituti, 70 sono i positivi fra i dipendenti civili. "Probabilmente, se fossero state raccolte le nostre grida di allarme lo scorso gennaio, avremmo potuto fronteggiare l'emergenza con i quantitativi necessari di dispositivi".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 novembre 2020
Non ci stanno a essere considerati il capro espiatorio. Che si tratti di criticità organizzative o strutturali, gli avvocati si sentono i più penalizzati in questa situazione di emergenza. E il provvedimento deciso dai vertici degli uffici giudiziari napoletani, in base al quale da martedì prossimo in Tribunale e in Procura si potrà accedere solo dopo aver preventivamente inviato una mail a un indirizzo dedicato, crea un nuovo strappo.
"I processi che si trattano non vanno oltre la costituzione delle parti per le comprensibili defezioni di testi, consulenti e così via. La principale causa degli assembramenti è il mancato rispetto dell'orario di udienza, in una con il fallimento delle fasce di udienza e più generalmente dei cosiddetti tavoli tecnici che spesso non trovano compiuta applicazione.
E su tutto, quello che fa stridere con la logica e con un senso di realtà tale provvedimento è la condizione del sistema digitale che viene presentato come risolutivo di ogni criticità del sistema giudiziario. I vari canali di comunicazione digitale recentemente attivati spesso vanno in default, la loro progettazione è imperniata sulle esigenze del personale amministrativo e non anche su quelle degli avvocati. E le cancellerie non sono in grado, per inadeguatezza dei sistemi informatici o carenze organizzative, di fornire puntuali e esaustive risposte".
In un documento stilato dai penalisti Gaetano Balice, Alessandra Cangiano, Francesco Benetello, Raffaele Miele, Laura Angiulli, Alfonso Tatarano, Rosario Marino, Raffaele Monaco, Giuseppe Scarpa e sottoscritto da molti colleghi, gli avvocati si dicono contrari alle nuove disposizioni dei vertici della Corte d'Appello e ne chiedono la revoca.
"La misura è colma", tuonano. "Il provvedimento appare tardivo e ultroneo, nonché eccessivamente gravoso in particolare per gli avvocati. Non è certo garantendo una par condicio tra gli obbligati che si salva la credibilità di un provvedimento", aggiungono a proposito del fatto che le nuove disposizioni valgono anche per magistrati e forze dell'ordine.
"Gli unici provvedimenti utili in questo momento sono quelli che dovranno richiamare i magistrati al rigoroso rispetto delle disposizioni che attengono allo svolgimento delle udienze", scrivono puntando l'attenzione sulle contraddizioni vissute nel quotidiano. Ma le polemiche sono anche interne all'avvocatura stessa, perché alla riunione che ha preceduto la stesura delle nuove regole hanno partecipato anche rappresentanti di Camera penale e Ordine degli avvocati. Torna così a infiammarsi il dibattito sulla giustizia a Napoli. "La risoluzione dei problemi - sostengono i penalisti criticando le nuove disposizioni - non può essere l'emarginazione degli avvocati in labirinti digitali o in sacche di burocratismo".
di Antonio Gibelli
Il Manifesto, 22 novembre 2020
Noi sappiamo chi sono i colpevoli. E non stiamo parlando delle classi dirigenti europee, delle responsabilità storiche. Restiamo in Italia e facciamo nomi e cognomi. Ricordate un bambino africano di sei mesi di nome Joseph? Acqua passata sopra il suo corpo. Compiute le esequie, svanite le buone parole, la sua vita mediatica è già finita come la sua vita reale.
Così è successo a tanti e tante prima di lui. Come l'altro bambino siriano con qualche anno in più, sdraiato per sempre in una spiaggia non si sa dove. L'unica fortuna di Joseph, l'unica fortuna dell'altro bambino, relitto abbandonato sulla spiaggia, è di non essere finiti semplicemente in fondo al mare. In questo caso, per sapere almeno il loro nome, avremmo dovuto affidarci ad Elena Cattaneo, al suo pietoso ufficio di decifrare le identità dei cadaveri, di raccogliere le loro pagelle di scolari sepolte in mare insieme a loro.
Per tutti gli altri, l'anonimato. Come milioni di migranti di tutti i tempi dispersi negli oceani, sulle montagne alpine che tentavano di superare, soffocati nelle miniere, nel chiuso dei container, nel sottofondo di un camion, nel canale della Manica. Sono gli invisibili. Invisibili anche quando si vedono. Come ha detto in questi giorni il sindaco di un comune ligure, pieno di buon senso, non un razzista, attento al benessere dei suoi cittadini: con tutta questa gente irregolare che gira per le strade, la qualità della nostra vita si abbassa.
Ma la cosa non finisce qui, perché noi sappiamo chi sono i colpevoli di tutto questo. E non stiamo parlando delle cause prime, dei fenomeni mondiali, delle responsabilità storiche, delle classi dirigenti europee. Limitiamoci all'Italia e facciamo nomi e cognomi. E non parliamo di colpevoli in senso giuridico (il processo a Salvini sarà sempre e comunque un diversivo), ma in senso morale e politico.
I nomi e i cognomi sono questi. Il primo è Matteo Salvini, degno erede e interprete della tradizione leghista, che ha montato e cavalcato la marea dell'odio. Ha tenuto in mare persone provate e stremate per fare bella figura con la gente stregata dall'idea che la colpa dei suoi mali sia di quelli che arrivavano dall'Africa e per ricattare un'Europa egoista dominata da suoi compari come Farage e Johnson. È lui che ha chiamato crociere i viaggi della sofferenza e della speranza, prendendo a calci i principi di umanità, proclamando che era finita la pacchia. È lui che ha aizzato la ferocia istigando all'assalto degli alberghi dove i rifugiati venivano ricoverati, a chiudere i centri di accoglienza, ad abolire le forme di integrazione diffuse sul territorio. È lui che ha violato i principi della Costituzione, i diritti dell'uomo, le leggi del mare, i principi cristiani della solidarietà. Lui è il primo colpevole. Lui è l'abominevole.
Il secondo è Di Maio, insufflato da Grillo amico di Farage. Lui che - forse informato in anticipo da un magistrato che ha inventato reati inesistenti per denigrare e sanzionare comportamenti virtuosi - ha coniato la formula spietata dei taxi del mare, trasformando un salvataggio in un crimine, e quindi un crimine, l'omissione del soccorso, l'interdizione del soccorso, il rifiuto di salvare chi annega, in un'azione gloriosa, e l'azione umanitaria in azione riprovevole. È ancora Di Maio che in estate si è indignato perché i profughi, ammassati in maniera disumana nei centri di detenzione, fuggivano, anziché indignarsi perché quei centri erano immonde baraccopoli a 40 gradi.
Il terzo - e qui la penna sanguina perché le sue intenzioni non erano perverse, perché ha agito sotto la pressione degli altri due, perché temeva in buona fede che l'onda alta della demagogia rendesse incontrollabile la situazione e minacciasse direttamente la democrazia italiana - è Marco Minniti. È lui che ha trasformato la scellerataggine degli altri in provvedimenti precisi con un preciso effetto e in condotte precise di politica estera: colpevolizzare i soccorritori, limitare la loro presenza, trattare coi Libici, puntare sul trattenimento dei migranti nei loro lager, respingerli nelle braccia degli aguzzini. Era l'estate del 2017. Se Joseph potesse risvegliarsi dovrebbe chiedere conto anche a lui.
E allora finiamola una buona volta con le lacrime di coccodrillo, con il cordoglio unanime, con le foto che cambieranno la storia, con le sequenze cinematografiche del dolore che rimarranno per sempre. Il povero Joseph non sa che farsene, non se ne può fare più niente. E nemmeno noi possiamo farcene niente.
Non saremo per questo migliori. E se non vogliamo puntare il dito contro le persone, parliamo delle parole e delle cose: sono quelle parole, quelle decisioni che fanno annegare uomini, donne e bambini. Sono le navi ferme nei porti, i mari senza soccorritori, i messaggi di soccorso inascoltati, le motovedette libiche che se devono salvare non arrivano, se devono sequestrare i disperati sono sempre pronte.
Se sono le cose, queste cose devono finire. Bisogna fare marcia indietro, bisogna promuovere i soccorsi, organizzare le accoglienze, invertire totalmente, non correggere blandamente, la politica di Salvini e Di Maio. Bisogna dire ai 5 Stelle che non devono riconquistare l'identità originaria, ma negare la loro identità originaria di concorrenti di Salvini. Bisogna riportare i soccorritori dove la gente annega. Bisogna premiarli, bisogna lodarli. Bisogna dire che noi ci riconosciamo in loro, che lo spirito dell'Europa nata dal crollo del nazismo è con loro, non con Salvini, non con Di Maio. Bisogna far presto. Bisogna tagliare netto. O altrimenti tacere. Dimenticare Joseph e tutti quelli come lui. Meglio il silenzio che l'ipocrisia.
di Andrea Esposito
Il Riformista, 22 novembre 2020
Aveva chiesto di essere trasferito nel carcere di Vallo della Lucania: una struttura non troppo distante da Napoli, città di cui è originario, ma sicuramente meno affollata di Poggioreale. Per Angelo Esposito, recluso dal 10 gennaio scorso, la vita nella cella 55 bis era diventata insostenibile: 14 persone in uno spazio di circa 20 metri quadrati, con un solo bagno e una sola finestra, come lo stesso 59enne aveva denunciato in una lettera al garante regionale poi rilanciata dal Riformista.
Alla fine Esposito è stato accontentato, ma il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha pensato bene di spedirlo a Forlì. Cioè a più di 500 chilometri di distanza da Napoli, dalla sua famiglia e dai suoi avvocati. Ufficialmente si tratta di un trasferimento "per motivi di ordine e sicurezza". L'impressione di molti, incluso il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello, è che si tratti di una punizione. Magari per aver denunciato lo strazio al quale sono sottoposti i detenuti nella cella più affollata d'Italia e d'Europa.
Esposito, cardiopatico e asmatico, deve scontare una pena definitiva a sei anni e sette mesi di reclusione. Il 10 gennaio scorso gli si sono spalancate le porte della cella 55 bis di Poggioreale. Qui Angelo è subito diventato il punto di riferimento degli altri reclusi e non ha esitato a denunciare le condizioni di vita all'interno di quell'ambiente.
Lì, per esempio, i detenuti non possono stare seduti contemporaneamente perché lo spazio a disposizione è troppo esiguo. E poco importa che la Cassazione abbia recentemente ribadito che ciascun recluso ha diritto a uno spazio minimo vitale di tre metri quadrati da calcolare al netto delle suppellettili. E il distanziamento sociale, indispensabile in una fase in cui il Covid dilaga a Poggioreale? Nemmeno a parlarne.
Tanto che, in una lettera al garante Ciambriello, Angelo aveva lanciato l'allarme: "Se arriva il virus, per noi anziani sarà difficile uscirne vivi". Di qui la richiesta di trasferimento nel carcere di Vallo della Lucania, dove c'è un reparto idoneo ad accogliere persone chiamate a scontare la pena per lo stesso tipo di reato che a Esposito è costato la condanna. Stesso discorso per i penitenziari di Secondigliano, Benevento e Carinola. Il Dap, però, ha optato per Forlì. Poteva trasferire Esposito a una manciata di chilometri da Poggioreale, invece ha preferito spedirlo dall'altra parte dell'Italia, tra l'altro in una fase in cui il Covid dilaga fuori e dentro le celle. Il tutto nonostante la circolare, emanata proprio dal Dap il 10 novembre scorso, che impone di ridurre i trasferimenti dei detenuti "alle sole situazioni indispensabili correlate a gravi motivi di salute e a gravissime e documentate ragioni di sicurezza". In effetti è proprio questa la ragione del trasferimento indicata dai vertici di Poggioreale e del Dap: motivi di sicurezza.
Eppure Esposito è tutto tranne che un pericoloso criminale e le sue condizioni di salute, per quanto preoccupanti, non erano tali da giustificare un trasferimento tanto repentino. Secondo il Dap, l'assegnazione del 59enne a Forlì è stata disposta il 29 ottobre su indicazione del Provveditorato regionale che "sconsigliava la movimentazione ambito distretto per motivi di sicurezza". Fatto sta che Angelo è stato trasferito dopo aver segnalato per mesi l'inferno della cella 55 bis e tre giorni dopo la pubblicazione dell'articolo-denuncia sulle pagine del Riformista. Coincidenza?
Non secondo Samuele Ciambriello che ha segnalato la vicenda al garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e al capo del Dap Bernardo Petralia, evidenziando come il trasferimento di Esposito sia avvenuto "a seguito delle sue denunce circa il sovraffollamento e le condizioni igienico-sanitarie invivibili" di Poggioreale. E la famiglia di Angelo? "Sono pronta a qualsiasi sacrificio - dice la figlia Martina - pur nella consapevolezza che, d'ora in poi, incontrare mio padre sarà più difficile in termini economici e logistici".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 22 novembre 2020
Il mondo rischia di affogare nella tempesta virale, e il vaccino ci offre - finalmente! - un salvagente. Rifiutarlo sarebbe una follia. Chi, per professione, esprime opinioni deve essere consapevole di questo. "Sobbalzare" è un verbo impolverito. Quando siamo sorpresi, spalanchiamo gli occhi, rimaniamo a bocca aperta, allarghiamo le braccia, ci giriamo di scatto. Ma non sobbalziamo. Gli italiani hanno smesso di sobbalzare dopo Giovanni Pascoli. Ma in questi giorni, devo ammettere, sono sobbalzato. Un paio di volte.
La prima quando ho letto quest'affermazione di Andrea Crisanti, microbiologo: "Senza dati, il vaccino non me lo faccio, perché voglio essere rassicurato che è stato testato e soddisfi tutti i criteri di sicurezza ed efficacia. Come cittadino ne ho diritto, non sono disposto ad accettare scorciatoie". Ma come? È evidente che il vaccino verrà testato con immensa cautela dalle autorità sanitarie: uno scienziato dovrebbe saperlo.
Ha ragione il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Franco Locatelli: "In un Paese che si connota per qualche perplessità, dubbio o addirittura ostilità alle strategie vaccinali, è bene ricordare sempre la responsabilità delle affermazioni che possono avere riverbero mediatico". Riassunto di Massimo Gramellini sul Corriere: "Chi per mesi va in televisione a incarnare la scienza, dovrebbe pesare gli effetti delle sue parole. Non è al bar".
Il secondo sobbalzo? Quando ho sentito riecheggiare gli stessi dubbi in televisione. Uscivano dalla bocca di persone ragionevoli, professionisti della comunicazione. Distinguo, precisazioni, generica diffidenza. Perfino accenni alle conseguenze del vaccino sui figli. Tema scivolosissimo. Non esiste collegamento tra vaccini e autismo: la scienza l'ha escluso. Ma c'è chi specula sul dolore di tante famiglie e cerca di far passare questa convinzione. Non va incoraggiato.
Ha ragione Anthony Fauci, massima autorità in materia negli Usa: "La velocità nel trovare il vaccino non compromette la sua sicurezza, né l'integrità scientifica. È un riflesso degli straordinari progressi che ci hanno permesso di fare in pochi mesi ciò che poco tempo fa avrebbe richiesto anni". Mi chiedo, e vi chiedo: com'è possibile aver dubbi? Il mondo rischia di affogare nella tempesta virale, e il vaccino ci offre - finalmente! - un salvagente. Rifiutarlo sarebbe una follia. Chi, per professione, esprime opinioni deve essere consapevole di questo. Il dubbio, in Italia, confina spesso con la superstizione. Oggi non possiamo permettercela.
di Maurizio Costanzo
La Nazione, 22 novembre 2020
Lavorano nei campi, al frantoio e nel marketing: è il progetto dell'azienda agricola Santissima Annunziata di San Vincenzo per l'istituto penitenziario dell'isola. Un olio unico, reso ancora più speciale da chi lo fa: i detenuti del penitenziario dell'isola di Gorgona. In ogni bottiglia c'è molto più di un prodotto di qualità, nato da una varietà particolare di olive, ma ci sono percorsi di formazione per acquisire le conoscenze agronomiche biologiche, le competenze sul marketing e la comunicazione e soprattutto la possibilità di trovare in un lavoro il riscatto di una vita.
E' questo il cuore del progetto Recto Verso, vincitore del bando 'Agro-Social: seminiamo valore' realizzato da Confagricoltura e JTI Italia. Ieri l'annuncio del primo premio da 40mila euro per l'azienda agricola Santissima Annunziata di San Vincenzo, alla presenza del presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, del presidente e amministratore delegato di JTI Italia, Gian Luigi Cervesato. All'appuntamento hanno preso parte anche il viceministro all'Economia e Finanze, Antonio Misiani e il sottosegretario Mipaaf, Giuseppe L'Abbate.
Un'idea che è nata un anno fa e "che è cresciuta grazie all'entusiasmo di tutti e 85 i detenuti e soprattutto dei responsabili del penitenziario", racconta Beatrice Massaza, titolare dell'azienda agricola vincitrice, da sempre impegnata nel sociale. "Non è beneficenza, ma uno scambio alla pari tra persone che cercano una strada nuova e aziende che hanno bisogno di lavoratori che sappiano fare un mestiere.
Il nostro progetto è nato lì perché l'azienda agricola di Gorgona è il luogo ideale. Da qui è nato un percorso articolato, che diventerà entro due anni un modello di lavoro da esportare anche in altri istituti penitenziari. Grazie ad Apot-Associazione produttori olivicoli toscani abbiamo creato una rete di aziende, circa un centinaio, interessate a partecipare e attivare percorsi formativi e di inserimento lavorativo. Vogliamo che dal carcere non escano ex detenuti, ma potatori esperti o agricoltori". La raccolta delle olive è in corso, come il lavoro al frantoio.
Il passaggio successivo sarà la formazione sulla commercializzazione e la comunicazione, dalla creazione delle etichette fino alle campagne pubblicitarie e le strategie di vendita. Sono previsti anche corsi di degustazione. Verranno poi creati dei video-tutorial che serviranno a far conoscere ed esportare il modello di lavoro di Gorgona ad altri istituti penitenziari italiani.
"Stiamo pensando di creare anche una web tv - aggiunge Beatrice Massaza - Vogliamo sviluppare e divulgare il più possibile questo modello che si basa sul rispetto dell'ambiente, il rispetto del lavoratore, la qualità del prodotto e l'attenzione al consumatore, fino ad arrivare alla creazione di un ente certificatore con tecnologia blockchain". Il bando "Agro-Social: seminiamo valore" ha ricevuto la candidatura di numerose idee progettuali di qualità provenienti dai territori coinvolti di Toscana, Umbria, Veneto e Campania ed è nato con l'idea di stimolare la creazione di opportunità e nuovi modelli di sviluppo per le comunità locali rurali del Paese sostenendo progetti concreti di impresa, sostenibilità e solidarietà. "Il nostro Paese - ha ricordato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti - è leader in Europa per l'agricoltura sociale. Confagricoltura ha sempre creduto al ruolo determinante del settore nel contesto sociale ed economico. In questo momento storico poi, così delicato per l'Italia, siamo convinti della necessità di investire in questo modello di sviluppo virtuoso e competitivo, che permette di coniugare le politiche del welfare con la produttività e la salute".
Tutti i progetti finalisti hanno avuto a disposizione durante la precedente fase di tutoraggio un patrimonio di esperienze, suggerimenti e competenze per dimostrare come inclusione sociale, sostenibilità ambientale e visione imprenditoriale possono davvero coesistere. L'obiettivo, in linea con il Piano di Ripresa e Resilienza del Governo, è di contribuire alla riduzione del divario economico e sociale, creare occupazione, sostenere la transizione verde e migliorare la capacità di ripresa dell'Italia. "È arrivato il momento di prendere atto che non può esserci crescita se non si garantiscono sostenibilità economica, sociale e ambientale.
In questa visione rientra il nostro impegno pluriennale per supportare un comparto strategico della produttività del Paese e stimolare le capacità innovative che il territorio stesso può esprimere - ha detto Gian Luigi Cervesato, presidente e amministratore delegato di JTI Italia - Per portare a casa la sfida alle disuguaglianze serve un dialogo costante tra tutti gli attori della società. Questo progetto realizzato con Confagricoltura ne è un esempio: solo insieme possiamo trovare le migliori soluzioni, a partire dal giusto equilibrio che consenta di sviluppare una visione di lungo periodo per ripensare i modelli produttivi e di consumo del futuro" ha concluso.
All'incontro hanno preso parte anche le istituzioni che hanno ribadito la rilevanza e il valore che il settore agricolo ha per il tessuto produttivo del Paese. "Oggi abbiamo avuto il piacere e l'onore di premiare progetti che hanno saputo dare concretezza alle potenzialità del welfare rurale su cui abbiamo creduto sin dal 2015 quando, in Parlamento, approvammo la tanto attesa norma sull'Agricoltura Sociale. I soggetti più vulnerabili della società, grazie ad iniziative come queste, divengono così protagonisti attivi della vita agricola e produttiva dei territori, coniugando innovazione e antichi saperi. Risultati ancor più determinanti alla luce del tragico momento storico che stiamo vivendo e che dobbiamo fronteggiare facendoci comunità. E in ciò l'agricoltura dimostra, ancora una volta, la sua importante funzione sociale" ha sottolineato Giuseppe L'Abbate, sottosegretario alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Il Gazzettino, 22 novembre 2020
Il video dal carcere postato sul social Instagram dal detenuto ed ex boss della baby gang di Mestre Angelo Valerio Alesini di 19 anni, ha fatto scattare un'indagine interna nella casa di reclusione Due Palazzi. Gli agenti della Polizia penitenziaria hanno già perquisito la cella del giovane, alla ricerca dello smart-phone con cui avrebbe girato le immagini dal penitenziario per poi metterle in rete. I poliziotti, al momento, non hanno trovato alcun cellulare, ma le indagini sono solo all'inizio. Gli inquirenti vogliono capire come l'apparecchio possa esse entrato nel carcere.
Tre le piste su cui stanno battendo gli agenti della penitenziaria: Alesini potrebbe essere stato aiutato da un amico non recluso. Oppure potrebbe essersi fatto prestare o avere acquistato il cellulare da un detenuto. La Procura è stata avvisata dell'accaduto, ma per ora non ci sono persone iscritte nel registro degli indagati. Alesini all'inizio era ospite del carcere lagunare, poi è stato trasferito al Due Palazzi. Deve scontare una pena di oltre quattro anni e mezzo di reclusione in seguito a due condanne. La principale è un patteggiamento a tre anni e dieci mesi per nove furti, un danneggiamento e una tentata estorsione commessi tra giugno e agosto 2018. Poi a gennaio era arrivata una seconda sentenza che aggiungeva al conto con la giustizia nove mesi per altri furti e tentati furti aggravati.
Alesini non è nuovo nel postare le sue azioni criminali nei social. E questa volta sembra avere voluto sfidare in maniera plateale l'autorità: si è filmato all'interno della sua cella al Due Palazzi, mentre fuma quello che ha tutta l'aria di essere uno spinello. Il video, con tanto di sottofondo musicale del trapper Sfera Ebbasta, è stato postato sul profilo Instagram del diciannovenne.
Era il luglio del 2014 quando gli uomini della Squadra mobile, coordinati dal sostituto procuratore Sergio Dini, hanno iniziato a indagare sulla casa di reclusione Due Palazzi portando allo scoperto un intenso traffico di droga, telefoni cellulari, Sim card e chiavette Usb. Lo stupefacente finiva nelle mani di un albanese che gestiva poi le ulteriori cessioni all'interno del Due Palazzi. Due guardie trattenevano per sé un quantitativo di droga come guadagno per la loro attività di spaccio. Gli altri canali di rifornimento per lo stupefacente, i telefoni cellulari e le Sim card facevano invece capo a due esponenti della malavita organizzata che si dividevano i profitti.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 22 novembre 2020
Oggi il verdetto sul 28enne, ma entra nella partita il fermo dei vertici della sua ong. In aula è apparso deciso e motivato, rinvigorito dal fatto di aver potuto lasciare la cella dopo settimane di attesa e incontrare, seppur brevemente, i suoi avvocati. Con calma, ha ribadito al giudice quello che va ripetendo da febbraio: "Sono uno studente. Non ho commesso nessuno dei crimini di cui mi accusate. Voglio solo tornare a studiare". Ma Patrick Zaky sa bene che le speranze che oggi il magistrato egiziano lo rilasci sono poche, e che con tutta probabilità il suo arresto sarà prolungato di altri 45 giorni.
Lo sa perché domenica sera è stato lui stesso ad accogliere a Tora, Mohammed Basheer, il primo dei tre dirigenti della sua ong, l'Eipr, arrestati dalle autorità in cinque giorni: e perché ha saputo dalla sua avvocatessa, Hoda Nasrallah, che dopo Basheer sono stati fermati anche Kareem Ennarah, direttore delle analisi, e Gasser Abdel Razek, presidente di Eipr.
I due sono stati anche loro trasferiti a Tora ma in un'area diversa del super carcere alle porte del Cairo: non hanno dunque incontrato Patrick. Ma Patrick sa che contro la sua ong è in corso un'offensiva e che dunque il suo caso, invece di semplificarsi, si complica. E non di poco. Come lui, gli altri arrestati sono accusati di aver diffuso notizie false contro lo Stato e di aver complottato contro lo Stato stesso. Il ragazzo, da quello che filtra dal Cairo, è in buona salute e determinato a non arrendersi.
L'attacco ai vertici dell'ong ha riacceso i riflettori sulla questione dei diritti umani nell'Egitto di Abdel Fatah Al Sisi. Chi segue il Paese crede che ci troviamo di fronte alla stretta maggiore sul dissenso dal 2013, quando il presidente ordinò di sparare sui simpatizzanti dei Fratelli Musulmani: nel massacro morirono circa 2 mila persone. Ieri il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha espresso il disappunto per l'arresto dei membri di Eipr, così come avevano fatto poche ore prima dagli Stati Uniti senatori come Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Chris Coons, possibile segretario di Stato dell'amministrazione Biden.
E proprio guardando agli Usa vanno interpretati gli arresti di questi giorni, secondo quanto aveva detto a Repubblica Abdel Razek poche ore prima di essere prelevato. "Si sono spaventati per l'incontro con gli ambasciatori occidentali che abbiamo avuto. Temono che la questione diritti umani possa tornare centrale e che Biden, come Obama, possa fermare gli aiuti militari".
Poco dopo il presidente di Eipr è stato arrestato: il suo destino, come quello dei collaboratori e di Patrick Zaky - per il quale da mesi lavorava senza tregua - è nelle mani di quei Paesi i cui rappresentanti diplomatici aveva incontrato. La Ue-Italia compresa - ha inviato un messaggio alla presidenza egiziana esprimendo "preoccupazione" per l'accaduto. Alcuni Paesi presenti all'incontro - Germania, Norvegia, Francia e Irlanda - sono anche intervenuti con singole note critiche. Che hanno non poco infastidito il Cairo: mercoledì il ministro degli Esteri ha criticato direttamente Parigi per la sua ingerenza.
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