di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 20 febbraio 2021
Prescrizione. La neo ministra giovedì sera, appena Draghi ha terminato la sua replica in aula, ha riunito alla Camera i capigruppo di maggioranza nelle Commissioni giustizia. Favorendo un accordo sul testo di un ordine del giorno che sarà presentato lunedì. E ieri ha inaugurato il suo mandato andando a far visita al Garante dei detenuti Palma.
Camera dei deputati, giovedì sera. Mario Draghi ha appena finito la sua breve replica alla discussione generale sulla fiducia. Un po' a sorpresa ha parlato anche di giustizia penale e delle carceri sovraffollate. Ha promesso impegno per "un processo giusto e di durata ragionevole, che rispetti tutte le garanzie costituzionali". Cominciano le dichiarazioni di voto, ma non le ascoltano i deputati e senatori capigruppo nelle commissioni giustizia che si radunano nella sala del governo a Montecitorio per la prima riunione politica della nuova maggioranza. A volerla è la ministra "tecnica" per eccellenza, l'ex presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che si muove con grande accortezza politica. Il suo primo obiettivo è sminare lo scontro sulla prescrizione.
Cartabia, nei quattro giorni che sono passati dal giuramento, ha già fatto il primo lavoro. Ai rappresentanti della maggioranza radunati dal ministro D'Incà si presenta con un testo, un ordine del giorno. Propone di farlo approvare alla prima occasione, che è proprio quella del passaggio in aula, lunedì, del decreto Milleproroghe dove sarebbe potuta esplodere la mina prescrizione. In realtà anche i partiti decisi a smontare la riforma dell'ex ministro Bonafede - il centrodestra più Iv e +Europa Cambiamo - hanno già annunciato che non insisteranno con gli emendamenti che avrebbero messo in crisi la maggioranza al suo debutto. Gli emendamenti residui, dopo una serie di rinvii ieri, si voteranno oggi nelle commissioni riunite affari costituzionali e bilancio.
Ma la neo ministra non vuol lasciar cadere l'occasione di fissare un punto, in linea con quanto detto da Draghi in aula. Non c'è solo la giustizia civile negli impegni del nuovo governo, anche la giustizia penale avrà attenzione. Offre così ai nuovi arrivati nella maggioranza l'impegno a sterilizzare gli effetti negativi della riforma Bonafede sulla durata dei processi. Ma senza troppa fretta, spiega, perché gli effetti della legge grillina - la cosiddetta "Spazza-corrotti" - che cancella l'istituto della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, si vedranno tra anni (quando, appunto, la prescrizione avrebbe cominciato a fare effetto, spingendo per la definizione dei processi). Un po' è vero. Un po' non lo è, perché tenere aperto a lungo un regime che si intende cambiare non fa che complicare ulteriormente i calendari delle udienze.
Nell'ordine del giorno proposto dalla ministra c'è l'impegno del governo ad assicurare tempi ragionevoli del processo (richiamato l'articolo 111 della Costituzione) "assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea" nel pieno rispetto "dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena". E tutto questo si impegnano a firmarlo anche i leghisti.
"È stato un incontro molto positivo - dice il capogruppo Pd in commissione giustizia alla camera Alfredo Bazoli - i nodi delicati come la prescrizione vanno affrontati dentro il campo più largo del processo penale per trovare soluzioni condivise". "È un'inversione a U rispetto all'approccio giustizialista di Bonafede", approva il forzista Pierantonio Zanettin. E Federico Conte di Leu, autore dell'ultima mediazione tra Pd, Iv e M5S sulla prescrizione, spiega che se i due governi precedenti della legislatura si sono affrontati sul tema a colpi di tesi e antitesi, "quello in carica può trovare la sintesi". Resta un problema, perché Lega e Fi non vorrebbero che il testo di legge dove introdurre questa sintesi sia la legge delega di riforma del processo penale già avviata (prevista anche dal vecchio Recovery plan). Gli ex giallo-rossi insistono. La ministra ha chiesto tempo: "Fatemi entrare dentro i dossier". Ma chiudendo la riunione ha detto che il lavoro già fatto non va sprecato. E ieri mattina la sua prima visita Cartabia l'ha fatta al garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Mauro Palma. Quello che per i leghisti era "il garante dei delinquenti".
di Valter Vecellio
Italia Oggi, 20 febbraio 2021
Un paradosso niente male, come spesso se ne incontrano a frequentare il paludato mondo del diritto e delle leggi. Questo, almeno, strappa un sorriso, anche se venato da amarezza. La storia comincia con un libro. Nel carcere di Viterbo c'è un detenuto sottoposto al regime del 41bis. Chiede di poter acquistare il libro, "Un'altra storia inizia qui".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2021
Riflessioni da un'innovativa esperienza di "messa alla prova" iniziata sei anni fa e ancora in itinere.
di Enrico Sbriglia
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
Il testo scritto da Marta Cartabia con Adolfo Ceretti sul magistero dell'arcivescovo Carlo Maria Martini. Ho letto più volte l'articolo di Damiano Aliprandi apparso su Il Dubbio il 29 gennaio scorso, in cui descriveva una storia "impossibile".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 febbraio 2021
Come avvenuto sulla prescrizione, la Guardasigilli punta al dialogo tra i partiti sui dossier più urgenti. A partire dall'utilizzo dei fondi Ue. Marta Cartabia parte dal "metodo". Quello di una Guardasigilli che non farà "giustizia" a colpi di decreti. Né tantomeno di forzature. Bensì di "dialogo" con le forze politiche per ottenere un risultato "condiviso". Dopo decenni in cui s'è vista la giustizia come luogo principe dello scontro tra giustizialisti e garantisti, decolla un "metodo" nuovo, quello del confronto che punta ad ottenere un risultato migliore e condiviso.
Buoni propositi? Libro dei sogni? No, realtà. Come s'è visto giovedì sera quando, sulla questione più drammaticamente divisiva della giustizia - la prescrizione - Cartabia ha fatto un piccolo miracolo. Questione di "metodo", appunto. E, va detto, anche del suo prestigio di ex presidente della Consulta e di studiosa del diritto di fama internazionale.
Ma nella sala del governo di Montecitorio non si è gridato. M5S non si è accapigliata con Forza Italia, né la Lega con il Pd, Italia viva era soddisfatta, Costa di Azione poteva vantare di aver aperto la via al ritiro degli emendamenti nel Milleproroghe. Ma è stata la Guardasigilli Cartabia - che certo non ha esperienza parlamentare - a spiazzare tutti quando ha messo sul tavolo, tirandolo fuori dalla sua borsa, l'ordine del giorno già scritto che poi tutti hanno condiviso.
Ma cosa significa "metodo Cartabia"? Vuol dire partire da quello che c'è sul tavolo, capire le ragioni dei problemi, ascoltare tutti e proporre una sintesi "alla luce dei principi costituzionali ed europei", come Cartabia ha ripetuto anche giovedì. Con il suo "metodo" la ministra tenterà di risolvere gli inevitabili punti di dissenso tra le parti - attenuando gli scontri, in un clima di confronto - per risolvere le grane della giustizia. Partendo da dossier più urgenti che in questa settimana si sono già accumulati sul suo tavolo.
Dove, in bella vista, c'è quello del Recovery fund, 2,7 miliardi di euro destinati al personale e alla digitalizzazione, cioè gli architravi tecnici su cui far camminare rapidamente i processi civili e penali. Ecco, subito dopo, il dossier sul Covid, l'emergenza che incombe anche sulla giustizia e sul carcere. Un pianeta, quest'ultimo, fatto non solo di detenuti, ma anche di agenti penitenziari, di operatori, che, come dice Cartabia, "non sono solo dei numeri", ma rappresentano altrettante vite. A chi sta in cella "va garantito il rispetto dei diritti umani", come Cartabia ha detto visitando le carceri da giudice costituzionale, ma anche "la certezza che la pena sia scontata nel senso indicato dalla Costituzione".
In bella vista, sul tavolo di Cartabia, ci sono le riforme del processo civile e penale. Che già vedono in Parlamento i disegni di legge del suo predecessore Alfonso Bonafede. Con il noto carico di polemiche. Ma Cartabia intende guardare avanti. E qui varrà il suo "metodo": si parte da lì, si ascoltano i partner della maggioranza, si cerca insieme una sintesi, non si fanno riforme a colpi di decreto, bensì leggi delega, sui quali governo e Parlamento devono trovare un perfetto equilibrio.
Ma, per Cartabia, non saranno sufficienti solo le riforme sui processi, perché per accelerare i tempi della giustizia non basta puntare sulle formule numeriche che garantiscono un tot di tempi ai tre gradi di giudizio, ma servono tribunali efficienti, serve personale adeguato e qualificato. Per questo Cartabia vuole accelerare i concorsi, sia quelli per i magistrati, che quello per gli avvocati, dove 26mila iscritti attendono ancora di fare le prove scritte e, Covid permettendo, se ne riparlerà in primavera.
È aperto il dossier delle toghe onorarie, 5mila anime inquiete, protagoniste di scioperi della fame e flash mob, che attendono solo l'occasione di essere considerate come protagoniste di un dialogo con il Guardasigilli. Insomma, la formula della "giustizia celere" non è fatta solo di una legge che fissa i tempi dei processi, ma è fatta di uomini sulle cui gambe la giustizia stessa cammina.
Per esempio quelle del futuro capo dell'ispettorato di via Arenula, poltrona adesso vacante, che non avrà solo il compito di scoprire le toghe inette per punirle esercitando la giustizia disciplinare, ma anche quello di esercitare una sorta di vigilanza collaborativa. Perché, secondo Cartabia, per puntare alla giustizia in chiave europea di cui ha parlato il premier Draghi, è indispensabile spingere verso la riorganizzazione dei tribunali per diffondere le "good practices" che pure già esistono, ma sono ancora delle isole.
di Viviana Lanza
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
"Esiste una norma costituzionale, l'articolo 27, che stabilisce che la detenzione debba avere una finalità punitiva ma anche rieducativa: il regime carcerario del 41bis incarna la negazione ontologica di questo principio. Impossibile individuare la finalità precipua voluta dai Padri Costituenti nell'isolamento del detenuto da chiunque, dagli stessi affetti primari, negare il diritto a ricevere e leggere libri o ricevere determinati cibi.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 20 febbraio 2021
41bis, la regola illegale e feroce. Lo dicono le "regole di Mandela" adottate nel 2015 in onore dell'ex presidente del Sudafrica. L'isolamento di Cutolo si è protratto ininterrottamente per più di un quarto di secolo. Un sepolto vivo. Morto Raffaele Cutolo, l'uomo che ha "vissuto" tre vite. La prima l'ha bruciata nell'unica scuola che ha potuto frequentare, quella del crimine, un po' per strada e un po' in prigione.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 febbraio 2021
Drammatico appello, scritto a mano e con tutte le firme in calce, dei reclusi nel carcere romano che lamentano, per via del Covid, una detenzione dura, in sei in una cella, senza poter vedere da mesi le famiglie e i figli, e senza poter usufruire dei trattamenti.
Scritto a mano, e sottoscritto dai detenuti di Rebibbia. Un drammatico appello per la Guardasigilli Marta Cartabia che, proprio oggi su Repubblica, mette il carcere tra le priorità del suo programma di governo da ministro della Giustizia. E basta leggere la lettera per comprendere come abbia ragione Cartabia quando dice che nelle prigioni vanno garantititi i diritti umani e la funzione rieducativa della pena scritta nella Costituzione.
Ma proprio leggendo "l'accorato appello" dei detenuti di Rebibbia si ha la conferma che il mondo delle patrie galere, purtroppo, non va affatto in questa direzione. Come del resto aveva testimoniato il "Viaggio nelle carceri" condotto dalla Corte costituzionale, che aveva visto sette giudici, tra cui la stessa Cartabia, entrare in altrettanti penitenziari. E il viaggio, con l'ex presidente Giorgio Lattanzi, era partito proprio da Rebibbia in una giornata di grandi emozioni nel momento del primo incontro dei detenuti da una parte, dei giudici costituzionali dall'altra.
La lettera - "Gentile professoressa - scrivono adesso i detenuti - le chiediamo di adoperarsi affinché possa esserci restituita quella condizione di rispetto che ogni persona meriterebbe e che invece, da ormai troppo tempo, ci è sottratta, la dignità".
Essere colpevoli e scontare una pena non può comportare anche la rinuncia ai propri diritti. Scrivono ancora i detenuti di Rebibbia: "A causa dei nostri errori portiamo giustamente la nostra croce quotidiana, tuttavia non riteniamo corretto che a questo peso se ne aggiungano altri a causa dell'inefficienza del sistema penitenziario". E qui segue l'accorata denuncia di una situazione ormai abituale per le carceri italiane dove però l'esplosione della pandemia ha aggravato le carenze e le inefficienze del sistema. Con il blocco dei colloqui, lo stop ai pacchi dall'esterno, le docce negate per via della promiscuità da Covid, le ore d'aria cancellate. "L'avvento della pandemia - scrivono i detenuti di Rebibbia - ha peggiorato le condizioni di vita di chi è costretto a vivere 24 ore su 24 in celle di 20 metri quadri con sei persone". È l'antico male del sovraffollamento che, nonostante i numeri dei detenuti siano calati - da oltre 60 a 51mila - continua a ripresentarsi.
Il primo e terribile effetto, sin dal marzo 2020, è stata la riduzione dei colloqui e dei contatti con i familiari, ritenuti possibili agenti patogeni che potevano introdurre il virus nelle celle. È divenuto impossibile "incontrare i propri cari", con la conseguenza che alcuni rapporti sono stati definitivamente recisi. I detenuti di Rebibbia segnalano il drammatico rapporto con i loro figli. "Tantissimi bambini, anche in tenera età, non vedono il proprio genitore da troppo tempo". E secondo chi ha scritto alla neo Guardasigilli "nessun rimedio concreto è stato adottato dalle autorità competenti" per risolvere il problema. Perché certamente "non possono bastare pochi minuti di videochiamata per tenere in piedi i legami affettivi".
Il Covid "ha anche bloccato da mesi ogni attività di studio e di lavoro" condannando di fatto i detenuti alla più completa inattività. Senza contatti con le famiglie, ma solo pochi minuti di videochiamata, senza un sostegno terapeutico interno, senza ora d'aria, senza il lavoro dentro il carcere. Una situazione "disperata" che, denunciano i detenuti di Rebibbia, "stiamo vivendo da troppo tempo". I detenuti, nella lettera, citano Voltaire quando scrive "il grado di civiltà di una nazione si misura osservando le condizioni delle sue carceri". E poi fanno appello a Cartabia perché, "discostandosi dall'inerzia del precedente esecutivo si allinei agli altri Paesi che sono intervenuti con misure urgenti e straordinarie".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 febbraio 2021
L'argomento eterno è quello della ragionevole durata del processo, ma l'esperienza obbligata della pandemia ha aggiunto anche altri temi, che vanno perfezionati. E non bisogna lasciare indietro il penale e il carcere, perché una pena in grado di rieducare per davvero restituisce molto alla società anche in termini economici. A dirlo è la dem Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, che non rinuncia alla strategia del suo partito: affrontare parallelamente le due riforme e arrivare ad una loro approvazione in tempi ragionevoli.
Il Pd non vuole mollare la presa sul penale. Però la Commissione europea ha insistito, in maniera particolare, sulla riforma del processo civile...
Questo per via del fortissimo legame che ha con lo sviluppo, con il sistema creditizio e quello imprenditoriale e con i diritti dei singoli e delle imprese. La novità è che con il Recovery abbiamo a disposizione un investimento senza precedenti. Si parla di 2- 3 miliardi, con capitoli di spesa che riguardano anche le cittadelle giudiziarie. Risorse che ci danno la possibilità di intervenire sul personale amministrativo e giudiziario e anche sulla loro specializzazione. Poi c'è la questione della digitalizzazione, un percorso iniziato da tempo e che va portato a termine, facendo tesoro anche delle esperienze fatte durante la pandemia, alcune delle quali, almeno nel civile, meritano di essere mantenute. Ma ciò implica anche una migliore e diversa organizzazione, perché non si tratta di una mera sommatoria di dati informatici. Poi c'è un altro aspetto che, come avvocato, mi sta particolarmente a cuore: la salvaguardia del diritto di difesa e della qualità dei giudizi.
La Corte dei Conti ha infatti evidenziato la necessità di non lasciare indietro la riforma del processo penale, che sull'economia incide, basti pensare alle misure cautelari reali. C'è spazio per accelerare anche questo iter?
Penso non solo che si possa, ma che lo si debba fare. In ogni caso non partiamo da zero e di questo troviamo le tracce anche nella legge di Bilancio approvata a Natale, con un investimento forte proprio in termini di assunzioni nel comparto giustizia. Aggiungo inoltre che c'era stata un'autorizzazione di spesa di 25 milioni di euro per l'ampliamento e l'ammodernamento degli spazi che riguardano il lavoro dei detenuti e quindi sulla pena, sulla funzione rieducativa e il reinserimento. Cosa manca affinché l'Europa sia contenta di queste riforme? Coniugarle con un ulteriore ampliamento delle risorse umane e materiali e un arricchimento professionale. Aspetti importanti, quando si parla di qualità dei giudizi, sono anche la specializzazione e la preparazione, come sottolineato anche dal presidente Draghi. E poi interventi molto mirati sulla procedura. Ovviamente con la semplificazione dei riti, però in modo molto puntuale. E bisogna anche investire su esperti che si occupino di fare un piano di riorganizzazione che tenga conto della sfida digitale. C'è un altro aspetto: questo piano di ripresa e resilienza inaugura una indispensabile nuova stagione di investimenti industriali e la transizione ecologica, che a maggior ragione necessita di un "sistema civile" dei rapporti economici, commerciali e giuridici tra imprese che funzioni. Quindi non è solo un problema di allineamento con l'Europa: questo grande input di sviluppo ha bisogno di un nuovo servizio giustizia su cui poggiare. Pensiamo a quanti contratti partiranno, anche con aspetti innovativi: dobbiamo prevedere un'agilità contrattuale.
Il Cnf ha proposto di esternalizzare alcuni aspetti della giustizia civile, può essere una strada?
Ci sono due problemi distinti: il primo riguarda l'arretrato, male endemico, soprattutto nel civile, e nessuna riforma può partire se non lo si elimina. Nella scorsa legislatura si era provveduto con un decreto che aveva consentito di eliminarne una grossa parte e questo ci aveva anche fatto meritare degli apprezzamenti in Europa. La conditio sine qua non, dunque, è un investimento di risorse straordinarie in questa direzione. Con riferimento al ruolo dell'avvocatura, per quanto riguarda l'esternalizzazione, credo che si possa lavorare su quegli aspetti di volontaria giurisdizione laddove non c'è contenzioso, sul potenziamento della negoziazione assistita e dell'arbitrato. Tutto ciò a patto che si lavori contemporaneamente su un alleggerimento del peso fiscale e sulla sua onerosità, in quanto, per cultura politica, il Pd è contrario a una giustizia selettiva, basata sul censo: selezionare e ridurre i costi per lo Stato aumentando i costi per i cittadini non va bene. D'altra parte, proprio nella scorsa legislatura si era aperta una grande strada sulla negoziazione assistita, non solo per alleggerire il carico, ma anche per dare maggiore ruolo e responsabilità all'avvocatura, che deve essere considerata una parte del sistema giurisdizionale con delle competenze e una funzione pubblica.
C'è anche da rivedere, sempre in tema di Recovery Plan, l'investimento sull'infrastruttura carceraria. Cosa bisogna fare?
Puntare sulle misure alternative. Abbiamo lavorato molto nella scorsa legislatura e anche se all'inizio di questa era rimasto un po' nell'angolo, continuo a ritenerlo un tema molto importante. Sia le misure alternative sia i modi differenti e differenziati con i quali scontare una pena nelle strutture detentive hanno molto a che vedere con i costi in termini sociali, che si traducono anche in costi economici per la società. Questo è un punto di discussione sul quale magari non la pensano tutti allo stesso modo, ma sicuramente il mio partito non ha mai mollato la presa su una rivisitazione dell'esecuzione della pena in questo senso. E mi piace ricordare, considerato che la ministra della Giustizia è la presidente Cartabia, che la Corte Costituzionale con la presidenza di Giorgio Lattanzi, ha fatto una cosa rivoluzionaria portando la Consulta nelle carceri; ritenendo che i detenuti sono cittadini titolari di diritti e di doveri e che imparando questo possono, a maggior ragione, adempiere ai loro doveri. Sappiamo ancora quanto ci sia da fare per le nostre carceri, perché per le attività rieducative e lavorare servono strutture attrezzate e spazi. Tutte cose molto restitutive nei confronti della società, non solo nei confronti di queste persone. Tra l'altro, la pandemia ha accentuato tutta una serie di problemi, come il sovraffollamento.
La ministra Cartabia ha annunciato un ordine del giorno sul tema della prescrizione. Cosa ne pensa?
Lo vedo molto favorevolmente. Sulla politica giudiziaria non la pensiamo tutti allo stesso modo, ma se si sta al merito è più facile trovare delle soluzioni. La prescrizione non è lo strumento per accelerare i processi e va rivista nel quadro generale della riforma del processo penale e quindi affrontando la questione della ragionevole durata del processo. Non vorrei sembrare affezionata al passato, ma avrei aspettato di vedere gli effetti della riforma Orlando, che aveva inserito un breve periodo di sospensione, argine a un perimento anticipato del processo, insieme a una serie di misure deflattive. In realtà non c'è stato il tempo di poterne osservare i risultati, ma si potrebbe ripartire da quella impostazione. In ogni caso, la cultura giuridica dell'attuale ministra della Giustizia è una garanzia per tutti.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 febbraio 2021
Tregua nella maggioranza, ma Bonafede vuole la Commissione giustizia. Il gesto distensivo della ministra che va alla Camera dai capigruppo. Marta Cartabia fa la prima mossa da ministra sulla scacchiera della politica e vince. A sorpresa l'altra sera si è presentata alla Camera e ha chiesto un incontro con i capigruppo della maggioranza. Non capita quasi mai che il ministro Guardasigilli vada dai parlamentari; in genere li convoca. Mosse significative, come quella di ieri, quando ha scelto di visitare gli uffici del Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, un modo plateale per sottolineare la sua attenzione, finora dottrinale, domani concreta, al mondo delle carceri.
Giovedì la ministra aveva l'urgenza di parlare della prescrizione, ovvero gli emendamenti al decreto Milleproroghe contro la riforma che porta la firma del grillino Alfonso Bonafede, e che potevano portare a un'immediata esplosione delle tensioni. In tasca, Cartabia aveva un ordine del giorno che hanno poi firmato tutti. È uscita insomma dalla riunione, tenutasi nella sala del governo, con un'inattesa tregua e un generale apprezzamento. Sulla prescrizione, seguendo l'invito della ministra ("evitiamo strappi, c'è il tempo per ragionare") è stata stipulata una "pax" che durerà qualche tempo. Nel frattempo lei studierà i testi ereditati da Bonafede e tra questi la riforma del processo penale: se funzionasse, e i tempi si velocizzassero, allora la questione della prescrizione perderebbe di forza. Sia a mantenerne lo stop, sia a ripristinarla.
La soluzione Cartabia sarà un prossimo disegno di legge delega, entro il quale sarà affrontato, come recita l'ordine del giorno, "il nodo della prescrizione all'interno delle riforme del processo penale, nell'ambito cioè di un disegno più organico che consenta il bilanciamento dei principi costituzionali". Ha spiegato infatti la ministra, con il piglio di ex presidente della Corte costituzionale, che occorre contemperare l'efficacia della giustizia con i diritti degli imputati, la ragionevole durata del processo con la necessità di un processo giusto. E ha poi spiegato che il tempo per operare c'è, dato che i primi effetti pratici del blocco della prescrizione si vedranno a partire dal 2024 per le contravvenzioni e dal 2025 per i reati minori.
Nelle stesse ore, Draghi, che procede in stretto coordinamento con la ministra, rimarcava in Aula uguali concetti, invocando un processo che "rispetti tutte le garanzie e i principi costituzionali, che richiedono ad un tempo un processo giusto, e un processo di una durata ragionevole". La traiettoria politica è segnata, insomma. Si sospendono le ostilità e si prova a ragionare su una riforma del processo penale che funzioni sul serio. Dice perciò Alfredo Bazoli, Pd: "Ho condiviso la proposta. Ricalca quanto abbiamo più volte suggerito per la nuova fase politica: affrontare nodi delicati come quelli della prescrizione dentro il campo più largo della riforma del processo penale". Gli fa eco Enrico Costa, Azione: "Bene il metodo, di rispetto per il Parlamento. Ora però viene il difficile: calibrare una riforma che sia efficace sul serio". Si respira molta speranza anche nel centrodestra, specie dopo avere sentito un Draghi così chiaro sulle garanzie e i tempi del Giusto Processo.
Sulla voglia di lavorare assieme, si staglia però un'ombra: l'ex ministro Bonafede vuole tornare alla commissione Giustizia, forse con il ruolo di capogruppo M5S. È evidente che se intende battagliare per una difesa a oltranza delle sue proposte, così indigeste a tutti gli altri, si rischia un clima da scontro continuo. Con buona pace della tregua. Dice intanto una voce molto addentro alla materia: "I grillini non hanno più quel peso determinante che avevano. Dovranno rendersi conto che non possono più imporre diktat".










