di Ascanio Celestini
comune-info.net, 21 novembre 2020
In Italia si parla di carcere quando arriva l'estate. Fingiamo di non sapere che i problemi che viviamo qui fuori lì dentro sono enormemente più grandi. Negli ultimi giorni la crescita dei contagi è stata impetuosa. Credo che dobbiamo cominciare a migliorare la società cominciando dagli ultimi. Qualcuno condividerà questo pensiero perché è credente. Qualcuno perché è di sinistra.
Io penso che possiamo condividerlo anche per egoismo. Perché dobbiamo arginare il contagio dove è più facile che faccia danno. E soprattutto perché non vorrei un vicino di casa che esce da una galera che l'ha torturato. Nel nostro paese si parla di carcere quando arriva l'estate. Con il caldo c'è qualcuno che si ricorda del sovraffollamento nelle galere. Poi, ovviamente, la maggior parte dei cittadini se ne frega, ma intanto c'è qualche commentatore che ha fatto bella figura ricordando con un po' di pietà i poveri detenuti.
Adesso sta cominciando il freddo e nei prossimi mesi nessuno parlerà dei ristretti nelle nostre prigioni. Io ne parlo lo stesso perché i problemi che viviamo qui fuori... lì dentro sono enormemente più grandi.
Qualcuno dirà:
- se stanno in galera è perché se lo sono cercato
- stanno in "albergo", mangiano e dormono a spese nostre
- è vero, stanno stretti. Facciamo nuove galere!
- pensate alle vittime!
- fateli lavorare gratis così servono a qualcosa
- chissenefrega
Sarebbe facile rispondere che molti stanno in carcere in attesa di giudizio e altri perché non hanno avuto i mezzi per difendersi. Moltissimi perché sono finiti in un circolo vizioso dal quale nessuno ha provato a salvarli. Eppure nell'articolo 27 della nostra Costituzione è scritto che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva" e che le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato".
Io penso ancora che "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri". E soprattutto credo che dobbiamo cominciare a migliorare la società cominciando dagli ultimi.
Qualcuno condividerà questo pensiero perché è credente. Qualcuno perché è di sinistra e pensa che, come si diceva un tempo, bisogna spezzare le catene che ci imprigionano. Tutte le catene.
Io penso che possiamo condividerlo anche per egoismo. Perché dobbiamo arginare il contagio dove è più facile che faccia danno. E soprattutto perché non vorrei un vicino di casa che esce da una galera che l'ha torturato. Preferirei che avesse ricevuto gli strumenti per migliorarsi.
di Elena Tebano
Corriere della Sera, 21 novembre 2020
Tra marzo e giugno 2020 sono raddoppiate le chiamate al numero antiviolenza 1522. Ma le Regioni non hanno ancora erogato il 90% dei fondi del 2019 per le strutture che aiutano le vittime. E quelli del 2020 non sono ancora stati stanziati.
Durante la prima settimana di lockdown, a marzo, il cellulare per le emergenze del Centro contro la violenza sulle donne Roberta Lanzino di Cosenza non ha mai squillato. "Era un silenzio assordante: abbiamo capito subito che la situazione era così difficile per le vittime che non riuscivano neppure a fare una telefonata" racconta Chiara Gravina, una delle avvocate del Lanzino. "Poi ha squillato e abbiamo avuto la dimensione della nostra impotenza", aggiunge. A chiamare era una donna che era dovuta fuggire da casa perché rischiava la vita. "Era nella piazzola di un distributore di benzina e non sapeva dove andare.
Le strutture di prima accoglienza, a causa del lockdown, non potevano far entrare nuove ospiti. Il nostro centro era chiuso alle persone esterne. Gli spostamenti tra comuni erano vietati. Dopo un pomeriggio al telefono con case rifugio e forze dell'ordine siamo riuscite ad accordarci con la prefettura ed è andata lì. Ma una volta arrivata abbiamo perso tutti i contatti" spiega. È un problema, perché il percorso per uscire dalla violenza è complesso e le donne hanno bisogno di un sostegno integrato - psicologico, legale, a volte medico, spesso di inserimento al lavoro - che solo l'assistenza continuativa dei centri riesce a dare.
Non è un caso isolato. Secondo il rapporto 2020 di Action Aid sul sistema antiviolenza in Italia, le richieste di aiuto al numero antiviolenza 1522 tra marzo e giugno 2020 sono state 15.280, più del doppio che nello stesso periodo del 2019 (+119,6%). Le donne chiuse in casa erano ancora più esposte agli abusi degli uomini maltrattanti. Ma i cronici ritardi nei finanziamenti e la mancanza di un coordinamento tra le istituzioni sui territori hanno reso ancora più difficile il lavoro dei centri: molti, ha rilevato Action Aid, sono stati costretti a sospendere gli stipendi delle operatrici e a cercare fondi esterni per comprare mascherine e guanti (distribuiti solo in pochissimi casi dalle istituzioni locali). Non hanno avuto la possibilità di accedere ai tamponi necessari per far entrare le donne nei rifugi, si sono trovati senza spazi adeguati per le quarantene cautelative delle donne e dei bambini soccorsi e hanno dovuto pagare extra bed & breakfast e alloggi per le vittime che avevano bisogno di protezione immediata dagli uomini violenti.
"Noi accogliamo molte donne in emergenza: di norma stanno da noi una settimana e poi vengono trasferite in strutture specifiche. Ma è diventato e tuttora è tutto molto più difficile, perché c'è la quarantena cautelativa e tutti i percorsi si sono allungati, compresi quelli giudiziari e l'assistenza dei servizi sociali per i figli. Anche il codice rosa, il triage nei pronto soccorso per le possibili vittime di violenza, che permette di ricoverarle in ospedale per 24 ore in attesa di trovare una struttura di accoglienza, è messo in difficoltà dalla crisi sanitaria" dice Cristina Rubagotti, operatrice del centro Cadom Monza.
Il 21 marzo il Dipartimento delle pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri ha stabilito che le spese in più dovute all'epidemia sarebbero state a suo carico. E il ministero dell'Interno ha chiesto a tutti i prefetti di individuare ed eventualmente requisire delle strutture, una sorta di hotel Covid per la quarantena preventiva, che funzionassero da cuscino tra la presa in carico in emergenza delle vittime e l'ingresso nelle strutture di accoglienza.
Ma i fondi straordinari non sono ancora arrivati ai centri. E anche le strutture intermedie prefettizie mancano ancora, praticamente ovunque. "Con la seconda ondata della pandemia e le nuove chiusure territoriali, i centri antiviolenza corrono il rischio di arrivare al limite delle proprie capacità di sopravvivenza - spiega Elisa Visconti, Responsabile dei Programmi di Action Aid. Servono un Fondo di emergenza straordinario e coordinamenti per le reti territoriali".
Anche perché sul sistema antiviolenza pesano i problemi strutturali di finanziamento che già ne mettono a rischio il funzionamento ordinario. "Nonostante le Regioni negli ultimi tre anni abbiano fatto qualche passo, i fondi ci mettono ancora dai 10 ai 12 mesi per arrivare" dice Isabella Orfano che ha curato il rapporto di Action Aid.
Al 15 ottobre, data d chiusura del rapporto, le Regioni dovevano ancora erogare il 28% dei finanziamenti per il 2015-2016, il 33% di quelli del 2017, il 61% per il 2018. E il 90% dei soldi stanziati per il 2019. Ma i centri li hanno già spesi. Solo cinque regioni hanno iniziato a trasferire i fondi dell'anno scorso e solo parzialmente: Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto. Il Dipartimento delle Pari opportunità, infine, non ha ancora firmato il decreto per stanziare i 28 milioni di euro previsti per il 2020.
di Errico Novi
Il Dubbio, 21 novembre 2020
Timori eccessivi? Chi può dirlo. Enrico Costa, che ha il merito di essere il solo vero guardasigilli ombra oggi in Parlamento, avanza un quesito tremendo per lo Stato di diritto: "La Corte costituzionale sdogana la retroattività delle norme in materia di prescrizione?".
Secondo il deputato di Azione, l'incubo potrà essere allontanato solo dopo aver letto "la motivazione" della pronuncia anticipata due giorni fa, quando in una nota la Consulta ha spiegato di aver rigettato le questioni di legittimità poste sulla norma che ha bloccato il decorso della prescrizione per i procedimenti penali sospesi del lockdown (dal 9 marzo all' 11 maggio). Solo dopo aver studiato al microscopio il filo logico che ha portato la Corte a quella decisione si potrà, eventualmente, "scongiurare il rischio che qualche giudice utilizzi questa sentenza per applicare retroattivamente la riforma Bonafede, che sopprime la prescrizione dopo il primo grado", nota Enrico Costa.
Mercoledì scorso il collegio presieduto da Mario Morelli ha dichiarato infondate le questioni di legittimità, avanzate da tre diversi Tribunali, sull'articolo 83 quarto comma del decreto Cura Italia. Si tratta del primo vero provvedimento di chiusura del Paese, entrato in vigore nel marzo scorso, con cui s'introdussero limitazioni a tutto, processi compresi. Nel decreto (il 18 del 2020) c'era pure il rinvio della gran parte dei processi civili e penali, con contestuale stop al fluire dei termini, prescrizione inclusa. Fin qui nulla di sconvolgente anche per i Tribunali di Siena, Spoleto e Roma. I giudici dei tre uffici giudiziari hanno però deciso di sottoporre al giudice delle leggi un particolare profilo di quello stop al termine di estinzione dei reati: l'efficacia della sospensione rispetto agli illeciti commessi prima dell'entrata in vigore del decreto.
Hanno riscontrato, in quella possibile estensione, un tradimento del principio sancito all'articolo 25 della Costituzione, la irretroattività della legge penale sfavorevole alla persona accusata. Non si è trovata d'accordo la Consulta, che nel comunicato diffuso mercoledì ha spiegato appunto di aver ritenuto immotivato l'allarme sia rispetto all'articolo 25 che al diritto europeo. Insomma, per il giudice delle leggi un improvviso stop al corso della prescrizione decisa dal legislatore in virtù di una paralizzante pandemia può estendersi ai reati del passato.
Ieri Costa, alfiere alla Camera di Azione dopo esserlo stato per tre lustri di FI, ha svelato un retroscena della riforma "universale" della prescrizione, inserita tre anni fa da Bonafede nella spazza-corrotti: "Avevo, a suo tempo, presentato un emendamento per precisare che la norma si applicasse solo ai fatti sopravvenuti, in linea con la riforma Orlando che contiene la norma transitoria: nel respingerlo il governò specificò che era inutile, vista la natura sostanziale della prescrizione. Ora", dice Costa, "ribadire quella certezza giuridica sarebbe quanto mai opportuno".
Il blocca-prescrizione voluto dal M5S è entrato in vigore il 1° gennaio del 2020. Si è sempre ritenuto potesse applicarsi solo ai reati commessi a partire da quella data. Ne è sempre stato convinto lo stesso Alfonso Bonafede, che provò a rassicurare, almeno su questo, gli avvocati e i partiti ostili alla riforma con il seguente discorso: "Prima che la nuova prescrizione faccia sentire i propri effetti passeranno almeno quattro o cinque anni, visto che riguarderà solo i nuovi reati". Al di là dei motivi tecnico- processuali che sembrano anticipare a ben prima del 2024 l'effetto della mannaia, nessuno aveva mai contestato il fatto che la norma Bonafede inserita nella spazza-corrotti si sarebbe davvero applicata ai soli reati successivi all'entrata in vigore. Ma ora la pronuncia della Corte costituzionale sul mini- blocco della prescrizione in tempo di covid rende non del tutto astratto il timore di Costa su una sorta di effetto valanga.
Come dice il deputato di Azione, adesso si dovrà studiare al microscopio la logica seguita dalla Corte costituzionale. Intanto, un dato di cronaca: mercoledì sera il giudice Nicolò Zanon ha rinunciato al ruolo di relatore sulla prescrizione-covid, in dissenso dal resto del collegio. Non è un segreto: Palazzo della Consulta l'ha voluto rendere noto, con apprezzabile rispetto della diversità di giudizio, in una appendice al comunicato stampa relativo alla decisione. Lo si potrebbe considerare persino l'indizio di una preoccupazione che forse inquieta lo stesso Zanon (sulla quale il Dubbio ha provato, senza successo, a interpellare il giudice costituzionale): anche lui potrebbe aver notato i pericoli, indicati da Costa, della collisione con l'articolo 25.
Anche Zanon potrebbe non escludere del tutto il rischio di una retroattività estesa, almeno da qualche singolo giudice ordinario, al blocca- prescrizione vero, quello voluto da Bonafede dopo tutte le sentenze di primo grado. Oltretutto, all'ipotesi che la riforma inserita tre anni fa nella spazza-corrotti possa essere modificata, dall'attuale Parlamento, in direzione garantista, non ci crede più manco Renzi.
Nella commissione Giustizia della Camera, che esamina il ddl penale, si parla di tutto fuorché di rendere più tranchant il lodo Conte bis, come pure ha esortato a fare Giovanni Canzio nei giorni scorsi. Ora, la prescrizione- covid era inserita in un decreto riguardante un periodo breve, di otto settimane, e chissà se la stessa Consulta sarebbe mai potuta arrivare a giudicare retroattivo anche il blocca prescrizione universale del 2019. Ma ora chi può metterci la mano sul fuoco?
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 novembre 2020
Il no dell'avvocatura all'opzione che subordina la scelta di fare udienza in presenza ad una richiesta "motivata". L'Ucpi: "Così a decidere sarà solo il giudice". Più processi da remoto, più ricorso al cartolare e un protocollo nazionale per proteggersi dal rischio epidemico. Sono le proposte avanzate dall'Anm al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha dato il suo ok all'istituzione di un tavolo permanente con le categorie interessate. La richiesta è quella di un intervento normativo finalizzato ad "ampliare al massimo gli strumenti per la trattazione dei processi in sicurezza, e tra essi i casi di udienza da remoto". Un'idea che non trova d'accordo il Consiglio nazionale forense, contrario a qualsiasi compressione dello spazio decisionale delle difese: "Tocca agli avvocati scegliere quando è il caso di chiedere l'udienza in presenza".
Le richieste dell'Anm - Per il sindacato delle toghe, la possibilità di udienze da remoto prevista dal dl Ristori è "eccessivamente ristretta". Al punto da chiederne l'estensione anche per le discussioni nei giudizi abbreviati e dibattimentali, lasciando al difensore la possibilità di avanzare richiesta "motivata" di trattazione in presenza, così come per l'appello.
Ed è proprio questo il punto più delicato, quello che rischia di svilire, secondo il Cnf, il ruolo del difensore. Per l'Anm, l'udienza online andrebbe estesa anche per le preliminari e dibattimentali in cui non si debba svolgere attività istruttoria, mentre per le camerali l'auspicio è di consentire "la trattazione cartolare in mancanza di richiesta motivata delle parti di procedere da remoto ovvero in presenza".
La sospensione dei giudizi penali per le udienze istruttorie andrebbe estesa anche ai casi in cui il testimone debba spostarsi da e verso zone rosse, per limitare il più possibile gli spostamenti tra regioni, mentre ai dirigenti degli uffici giudiziari delle regioni più a rischio dovrebbe essere concessa la possibilità di stabilire criteri di priorità nella celebrazione degli affari penali in presenza, con la possibilità di differire nel tempo la trattazione dei processi considerati non prioritari. Per il settore civile, le toghe chiedono una precisazione normativa "sull'applicabilità delle disposizioni previste per il processo civile al rito del lavoro, caratterizzato da concentrazione, immediatezza e oralità, e ad altri riti speciali", mentre per i giudizi di Cassazione "una generalizzata trattazione scritta". E una revisione complessiva delle materie delegabili ai giudici onorari, "per verificare se sussistano le condizioni per estenderle a materie finora precluse".
Il Cnf dice no - L'avvocatura è chiara: la salute viene prima di tutto. Ma per tutelarla bastano le indicazioni del dl Ristori, "equilibrate", secondo il Cnf, e comprensive dei criteri necessari per stabilire cosa svolgere da remoto, cosa in presenza e dove sia facoltà della difesa scegliere. Una soluzione che, conferma il Consiglio nazionale forense, deve essere in sinergia con una corretta organizzazione dei tribunali, sia in termini di calendarizzazione oraria delle udienze in presenza, sia in termini di distanziamento generale. Ma ciò che lascia perplessi, nel documento dell'Anm, è il riferimento - "per la prima volta" - a subordinare l'udienza in presenza ad una "richiesta motivata dell'avvocato". Il no è secco: "si tratta di una valutazione che tocca al difensore fare, sulla base delle esigenze e dalle indicazioni del cliente. Se dipendesse dalla valutazione di un giudice allora va da sé che tutte le udienze sarebbero da remoto, perché gli avvocati non avrebbero alcun concreto potere decisionale sulla gestione del processo".
Non è chiaro, infatti, quale sarebbe il criterio di valutazione, così come nel caso della scelta delle udienze da svolgere in via prioritaria. Per quanto riguarda il civile, il Cnf condivide "l'esigenza di chiarezza" sui termini della limitazione temporale al 31 gennaio del dl Ristori per la trattazione scritta. Non ci sarebbero gli estremi, invece, per applicare le modalità cartolari al giudizio di Cassazione, anche sotto il profilo della mancata copertura normativa. In merito al monitoraggio dell'attività dei giudici onorari, invece, l'approccio sarebbe sbagliato: "È una valutazione importante, ma non in un contesto emergenziale, perché si corre il rischio che la stessa sia viziata e che l'obiettivo non sia realizzabile".
Le obiezioni dei penalisti - Per Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali, il documento di Anm mira ad un'estensione del processo da remoto non necessaria, allo stato attuale. Mentre ciò che effettivamente va fatto è mettere in sicurezza i tribunali. "È un'idea burocratica del processo che si è impossessata dell'attuale dirigenza di Anm in modo desolante - sottolinea Caiazza. La discussione, così come l'attività istruttoria, è fisica per definizione, è la rappresentazione fisica delle ragioni del proprio assistito. E soprattutto è il luogo dove il difensore ha la percezione chiara dell'attenzione del giudice. Non so l'Anm a questo punto a nome di chi parli: abbiamo firmato un documento con dieci tra le più importanti procure d'Italia, per le quali la fisicità della trattazione del processo non doveva essere messa in discussione. Il provvedimento governativo è stato fortemente ispirato da quel documento. Anm dovrebbe porsi qualche domanda". Anche per Caiazza è inaccettabile "l'idea che ci debba essere una motivazione a supporto della richiesta della trattazione orale da parte del difensore, che equivale a dire che è il giudice che decide se la richiesta è giustificata - afferma. Ma l'unico criterio per alterare le modalità fisiologiche di svolgimento di un processo è l'interesse dell'imputato".
di Silvia Ferreri
La Repubblica, 21 novembre 2020
Il carteggio tra F., 16 anni, e la magistrata che ha firmato il decreto per consentire al padre, accusato di abusi sessuali sui figli, di incontrarli. "Perché devo vedere chi ci ha fatto del male? A volte penso che mia madre abbia fatto male a denunciare". La risposta: "Decidiamo nella speranza di farvi stare meglio".
Scrive a nome di tutti F., il più grande dei quattro fratelli di Cuneo. Scrive al ministro della giustizia, Alfonso Bonafede pregandolo di rivolgere gli occhi verso la loro vicenda che è diventata un calvario. Il ragazzo sedicenne, insieme alla sorella di 14 anni, a luglio aveva fatto uno sciopero della fame, per chiedere di tornare a casa dalla madre insieme ai suoi fratelli, dopo che un decreto del tribunale dei minori di Piemonte e Val d'Aosta, il 10 luglio, li aveva traferiti coattamente in comunità, con un blitz dei carabinieri che, di mattina presto, mentre i ragazzi erano ancora nei loro letti, erano entrati dalla finestra per impedirgli la fuga. Destinazione, per i più grandi tre comunità differenti, per la piccola una famiglia affidataria.
Una battaglia legale tra i genitori, dopo una separazione consensuale, che comincia nel 2018, quando tre dei quattro bambini raccontano abusi sessuali del padre. La madre denuncia e chiede l'affidamento esclusivo dei figli, ma il tribunale dei minori li colloca prima presso i nonni paterni, poi in comunità tutti divisi. Questo su richiesta del padre, perché i ragazzi smettano di influenzarsi a vicenda e ritrattino finalmente le accuse a lui rivolte, che i suoi legali negano fermamente, per le quali è fissata oggi l'udienza per il rinvio a giudizio.
Come se non bastasse, all'atto del prelevamento coatto, ai più grandi vengono requisiti telefoni e pc, per non comunicare tra loro e con la madre. Facendo trasparire il dubbio che le accuse di abuso siano frutto di condizionamento. Sono passati più di 4 mesi e i ragazzi sono ancora lì. Quattro mesi in cui non hanno mai smesso di chiedere di tornare a casa dalla madre.
Intanto, però, la corte d'Appello il 21 ottobre ha rigettato il ricorso del legale della donna, Domenico Morace, e ha confermato che i bambini debbano restare in comunità e inoltre che debbano riprendere a vedere il padre in incontri protetti. Cosa che i tre più grandi si rifiutano di fare, e si domandano perché debbano essere costretti a incontrarlo.
Lo chiede F. in una lettera che scrive alla giudice onoraria Raffaella Taricco che è parte di quel collegio che ha firmato il primo decreto.
Perché? "Se io e i miei fratelli glielo abbiamo detto in tutte le lingue che non vogliamo più avere a che fare con lui?"
E comincia un carteggio tra il ragazzo e la sua giudice, in cui lei risponde che "ascoltare i minori, non significa poi fare tutte le cose che i ragazzi chiedono o desiderano. (...) Spesso i ragazzi non sanno da soli individuare le scelte migliori per loro, anche se ne sono convinti".
Ma lui, che ha 16 anni, dice di sapere quello che è bene per lui e per i suoi fratelli. E le domanda perché dopo aver subito quello che raccontano di aver subito, "i giudici, gli avvocati, gli assistenti sociali ci stanno infliggendo altro dolore?"
Non si spiegano, loro, nella logica lineare e rigorosa degli adolescenti che la colpevolezza è un fatto di sentenze, non capiscono che il buon senso degli adulti delle volte si perde nelle maglie del diritto. E aggiunge: "Lei dovrebbe prima vedere se è vero ciò che diciamo, e in attesa tenermelo lontano e consolarmi e sostenermi e proteggermi, da lui e dai brutti ricordi". Una riflessione impietosamente pura la sua, su un'istituzione che dei minori dovrebbe essere protettrice ma che finisce per tutelare prima i diritti degli adulti. Che ha perso il principio per cui, in caso di dubbio, il gesto supremo è farsi scudo per il bambino.
Una riflessione alla quale la giudice risponde, apparentemente abbassando la guardia: "Quando i giudici decidono per i ragazzi lo fanno sempre nella speranza e con l'obiettivo di farli stare meglio e risolvere le difficoltà che hanno: non sempre ci riescono e a volte si possono sbagliare come tutti, ma non c'è nessuna cattiva fede".
Ma se errare humanum est, due sentenze non dovrebbero lasciare spazio a dubbi. E lo capisce anche un ragazzo di 16 anni che le risponde. "Mi dice che lavorate in buona fede, e che se sbagliate non c'erano cattive intenzioni. Ma quando la verità verrà fuori lei semplicemente dirà che ha lavorato in buona fede? E tutta la vita schifosa che mi state facendo fare?".
È sufficiente avere buone intenzioni? E poi affonda, alla richiesta della giudice di ricominciare a frequentare la scuola:
"Mi ricorda che noi ragazzi abbiamo diritti e doveri come quello di andare a scuola. E i suoi doveri di tutelare i minori dove sono? Di tutelare mia madre che con coraggio ha denunciato?".
Ed è commovente l'immagine di un ragazzo di 16 anni, metà uomo e metà bambino, che si alza per proteggere sua madre, dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggere lui e lei. Come F. scrive amaro al ministro Bonafede e in copia alla senatrice Valeria Valente, presidente della commissione d'inchiesta per il femminicidio: "A volte penso che sarebbe stato meglio se mia madre non avesse denunciato, o meglio se non avessimo raccontato nulla su nostro padre, perché forse a quest'ora saremmo a casa con la nostra famiglia".
di Paolo Comi
Il Riformista, 21 novembre 2020
La riunione odierna per eleggere il nuovo leader finirà quasi certamente con una fumata nera. Si va verso l'ennesima proroga a Poniz. Area non molla. E sono poi toghe di sinistra i capi delle Procure più importanti del Paese, da Milano a Napoli. Area, che per circa centotrenta voti ha battuto Mi alle elezioni di ottobre, ottenendo così un seggio in più, vorrebbe allora il bis per il presidente uscente, il pm milanese Luca Poniz, primo degli eletti.
"Fuoco amico" sull'ipotesi di affidare la presidenza alla seconda classificata, il giudice del Tribunale di Roma Silvia Albano. Ad esacerbare gli animi, poi, un comunicato dei giorni scorsi in cui Area dettava la linea per i prossimi anni, ad iniziare dal "riconoscimento della piena legittimazione dell'Anm ad intervenire nella discussione pubblica sui temi della giustizia e della tutela dei diritti fondamentali".
Immediata era stata la risposta delle toghe di Mi secondo le quali l'Anm "per essere un interlocutore serio e credibile non deve porsi quale soggetto politico oppositore o collaterale a questo o quel governo e non deve essere lo strumento per affermare tesi e posizioni ideologiche funzionali a determinate interpretazioni valoriali ed etiche".
Il compito dell'Anm, per le toghe di Mi, è "la tutela dei magistrati e i temi sindacali, evitando comunicati pro o contro l'indirizzo politico del governo e le scelte che ne costituiscono attuazione". Tradotto per i profani, basta iniziative, come nel recente passato, contro i due Mattei nazionali, dopo Silvio Berlusconi, i bersagli preferiti delle toghe di sinistra. Su tali presupposti, ovvio, che una giunta unitaria dell'Anm risulta impraticabile.
Cosa succederà allora? Nella riunione in programma oggi, molto probabilmente si valuterà una nuova proroga per il presidente uscente Poniz, affiancandolo a un direttorio composto da un rappresentante di ogni gruppo associativo. Sul fronte Csm, infine, sono ormai due mesi che si attende la sostituzione dell'ultima "vittima" del Palamaragate, il giudice Marco Mancinetti, costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione della sua chat con lo zar delle nomine.
Pasquale Grasso, che dovrebbe subentrargli in quanto primo dei non eletti alle suppletive del 2019, è ancora in attesa di conoscere la decisione del Plenum. Non essersi candidato alle prime elezioni del 2018, secondo alcuni, renderebbe nulla la sua nomina. Difficilmente, comunque, accetterà di far parte del Csm quando manca poco più di un anno e mezzo alla sua scadenza naturale, preferendo ricandidarsi per un intero mandato.
Dura accusa, infine, da parte di Andrea Reale, giudice a Ragusa e neo eletto all'Anm, sulla decisione di "graziare" quasi tutte le toghe coinvolte del Palamaragate. "Ritengo che il potere di "cestinazione" senza controllo vada al più presto abolito e che, nel caso in esame, per la gravità dei fatti emersi dalle chat e per il discredito prodotto alla magistratura, la Procura generale presso la Cassazione dovrebbe usare la "cortesia" di rendere conoscibili i motivi per i quali condotte che sembrano di analoga gravità siano rimasti senza capi di accusa e senza accusati".
di Giulia Merlo
Il Domani, 21 novembre 2020
Oggi nuova riunione per eleggere la giunta, ma non c'è convergenza né sul presidente né sul programma. L'ipotesi di proroga dell'uscente Poniz con 4 rappresentanti per gruppo non convince ma è l'unica sul tavolo.
Due settimane non sono bastate per trovare un accordo sul nome del presidente e su un programma unitario per la nuova Associazione nazionale magistrati, anzi sono servite a fare qualche passo indietro nel dialogo tra gruppi. I 36 eletti entrano oggi in assemblea con meno certezze di quelle con le quali erano usciti i17 novembre.
L'esito da alcuni temuto e da altri considerato inevitabile è quello di una non scelta: la proroga del presidente uscente di Area Luca Poniz, a cui affiancare informalmente 4 commissari in rappresentanza delle altre correnti. Una soluzione del genere, tuttavia, rappresenterebbe una sconfitta per chi auspicava un cambiamento radicale delle logiche che guidano il sindacato delle toghe: la certificazione dell'impasse in cui galleggia la magistratura.
La situazione attuale sarebbe il prodotto di un duplice irrigidimento nei due gruppi che contano il maggior numero di eletti. Da una parte c'è Area, la corrente progressista che può contare sulla maggioranza relativa con 11 eletti: a lei spetta di indicare il presidente e il gruppo, seppur non compatto al proprio interno, ha scelto di continuare a sostenere il nome del più votato Luca Poniz, ritenendolo inscindibile dal programma.
Dall'altra c'è Magistratura indipendente, la corrente dei moderati che conta 10 eletti e che chiede prima di tutto "discontinuità" rispetto all'Anm uscente. Una discontinuità che Poniz non potrebbe garantire, proprio perché è stato il presidente che ha estromesso Mi in seguito al caso Palamara-Ferri. Il punto cardine rimane la cosiddetta "questione morale": la nuova Anm dovrebbe essere quella del nuovo corso, che riforma gli assetti delle correnti.
Ha avviato nei mesi scorsi un difficile processo di rinnovamento interno e chiede che la nuova giunta riconosca pari dignità a ogni gruppo. Poniz, invece, rappresenterebbe una figura divisiva. Di fatto, ogni gruppo si è arroccato sulle sue posizioni. Unitari contro scettici C'è chi ancora non dispera che dalla riunione si possa arrivare a una soluzione condivisa.
Unità per la Costituzione, il gruppo centrista, chiede che le correnti di maggioranza si adoperino proprio in questa direzione: dare all'Arun una giunta unitaria e un programma comune. Un auspicio che non trova porte chiuse, soprattutto in Mi. La segretaria, Paola D'Ovidio, ha confermato che "in questo momento una convergenza è ancora tutta da costruire", ma spera che "lo si faccia nella discussione: noi lavoriamo per l'unità e io ritengo che sia ancora possibile una nuova Anm, che dia un taglio netto col passato. Non prendo nemmeno in considerazione che si esca con un nulla di fatto, ma ci vorrà il tempo per un lungo e responsabile confronto".
Chi invece non vede soluzioni sono le due correnti estreme. "Non ci sono 19 voti per Poniz e nemmeno un programma condiviso. Finirà che ognuno vota il suo capolista e un niente di fatto", si dice in Autonomia e indipendenza, che però non drammatizza la situazione: il direttivo è organo insediato, sta funzionando con metodo confederativo con un rappresentante per gruppo e con questo assetto ha incontrato il ministro Alfonso Bonafede per discutere dell'emergenza Covid pubblicando anche un documento condiviso, è il ragionamento. Tradotto: si può anche continuare così, con Poniz prorogato che sarebbe solo il portavoce collettivo. In questo modo, l'Anm tornerebbe a svolgere una funzione più sindacale e meno politica. Anche Articolo 101 si è sfilato dalla logica della giunta unitaria.
"Non condividiamo le dinamiche politiche con cui ci si approccia alla giunta: nessuno rinuncia alle sue priorità e manca comprensione delle ragioni altrui", dice Andrea Reale. Il suo gruppo "anti-correntista" chiede l'introduzione del sorteggio nell'elezione del Csm, per rompere la dinamica clientelare. Ma su questo solo Mi ha condiviso un'apertura, con il sorteggio temperato. "Non abbiamo pregiudizi su nessuno ma servono una giunta operativa e un programma forte e di questo non si vede l'ombra", conclude Reale, scettico sull'ipotesi del presidente prorogato e dei commissari. L'Anm è un mare in burrasca, che solo un grande lavoro di diplomazia potrà provare a calmare.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 21 novembre 2020
Un'omertà sociale e culturale ha visto protagonisti specialmente ambienti significativi di borghesia democratica laica e cattolica di alcune città simbolo del nostro Paese - Milano, Roma, Firenze, Torino - la quale, direttamente o per il tramite dei propri figli, si trovò in varia misura a costeggiare fatti o protagonisti dell'eversione rossa.
Che cosa fu il terrorismo italiano? Che cosa accadde davvero nell'Italia negli "anni di piombo"? Sono queste le domande che pone libro di Mario Calabresi sull'assassinio di Carlo Saronio Quello che non ti dicono con la discussione che ne è nata anche in seguito a un'intervista con Aldo Cazzullo. Domande allora e poi rimaste almeno in certo senso senza risposta.
In verità di terrorismi, come si sa, in quegli anni ce ne furono due, uno nero e uno rosso. Ma del primo - tranne i suoi rapporti in parte tuttora oscuri con apparati deviati dei servizi di sicurezza, ciò che vale anche per l'altro - ormai sappiamo tutto quello quel che importa di sapere. È vero, su alcuni episodi anche gravissimi come l'attentato alla stazione di Bologna restano dei dubbi soprattutto circa eventuali collegamenti internazionali, ma in generale conosciamo i fatti e i nomi dei responsabili e dei loro referenti. Il terrorismo nero fu opera di gruppi di giovani militanti delle organizzazioni neofasciste e neonaziste e di alcuni loro capi, ma fatto salvo quanto ho detto sopra, dietro di esso socialmente c'era il nulla ed esso non ha lasciato nulla.
Cosa ben diversa fu il terrorismo rosso. Perché dietro il terrorismo rosso ci fu un ambiente. Ci furono infatuazioni intellettuali diffuse, collusioni personali in buon numero, e un frequente voltarsi di molte "persone normali" da un'altra parte per poter dire di non aver visto né sentito. Tutto di svolse come in un crescendo. Prima degli atti terroristici veri e propri, infatti, e a lungo intrecciata con essi, ci fu una vasta e dura violenza di strada. Auspicata, preparata ed esaltata dai gruppi dirigenti extraparlamentari di Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia, il Movimento studentesco. La violenza dei cortei con le spranghe, con i caschi e i passamontagna, con le molotov; la violenza del ritornello "basco nero, basco nero, il tuo posto è al cimitero" gridato contro i carabinieri. Rapidamente nei luoghi sociali più inaspettati la legalità sembrò divenuta un optional. Tutto ciò che appariva contestazione, rottura delle regole, eversione iconoclasta, venne divulgato dai cataloghi delle migliori case editrici, approvato da stuoli d'intellettuali influenti, predicato da cattedre autorevoli. La rivoluzione insomma assurse a fatto di moda, e come si sa una rivoluzione senza almeno un po' di violenza non s'è mai vista.
Fu questo clima che preparò la successiva omertà nei confronti del terrorismo che ci sarebbe stata per tutti gli anni a venire. La quale è stata sì, anche un'omertà generazionale, come ha scritto Giampiero Mughini, ma assai di più, mi pare, è stata un'omertà sociale e culturale. Un'omertà che ha visto protagonisti specialmente ambienti significativi di borghesia democratica laica e cattolica di alcune città simbolo del nostro Paese - Milano, Roma, Firenze, Torino - la quale, direttamente o per il tramite dei propri figli, si trovò in varia misura a costeggiare fatti o protagonisti dell'eversione rossa. E anche a condividerne il retroterra ideologico; talvolta non sapendo né vedere né capire; più spesso, invece, vedendo e capendo benissimo ma restando zitta perché incapace di dirsi contro o perché percorsa dal pericoloso brivido della complicità.
È a causa dell'atteggiamento di questi settori della classe dirigente - incaricata assai spesso di importanti ruoli di direzione culturale e intellettuale - che ha preso piede un meccanismo di rimozione di questo passato. E così, come già accadde dopo la fine del fascismo, anche questa volta è stata rimossa una fase cruciale della storia del Paese. È stato rimosso il deposito di suggestioni e di modi di pensare che negli anni 60 e 70 numerose élite intellettuali e molti esponenti di una certa borghesia colta fecero propri sotto l'influenza della sinistra di orientamento marxista. E insieme è stata rimossa tutta una serie di comportamenti conseguenti, vale a dire i molti casi di una condotta compiacente o benevolmente accomodante, quando non concretamente collusa, con la violenza e con lo stesso terrorismo, con le giustificazioni e gli attori dell'uno e dell'altro.
Ma la rimozione evidentemente non poteva che valere per tutti. Per chi stava negli studi professionali, nelle aule universitarie o nei salotti, come per chi invece frequentava da militante le strade e le piazze. Nessuna meraviglia dunque se - come si legge nelle parole del figlio del commissario Calabresi che ha rifiutato di stringere la mano ad alcuni di loro incontrati casualmente - nessuna meraviglia, dicevo, se da molto tempo ci troviamo in mezzo a noi capi e sottocapi dei gruppi extraparlamentari i quali a suo tempo si fecero banditori di violenza o in vario modo non si tirarono indietro neppure davanti al terrorismo.
Non solo indisturbati e magari con ruoli importanti in questo o quel settore (di preferenza giornalistico-culturale), ma magari anche pronti a farci lezioni di moralità e di civismo, a spiegarci le regole della democrazia. Naturalmente senza essere stati mai costretti a ricordare nulla, senza aver mai ammesso nulla, senza aver chiesto mai scusa di nulla. Fiduciosi per l'appunto nella generale rimozione scesa dall'alto sul passato della Repubblica. Un passato che tuttavia chi ha buona memoria e conserva in casa qualche libro e qualche giornale ricorda ancora benissimo.
Il Mattino, 21 novembre 2020
Il Garante regionale dei detenuti: "Bonafede non minimizzi. "Mi dispiace che il ministro della giustizia Bonafede minimizzi quello che sta accadendo nelle carceri, utilizzando parametri e percentuali che secondo lui non segnalano lo stato di allarme pandemico: secondo me servirebbe una tonalità di colore più violenta del rosso per le carceri": così Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti, che rende note le cifre del contagio nelle carceri della regione. Sono 188 detenuti positivi in Campania più uno ricoverato nell'ospedale Cardarelli e uno al Cotugno. A Poggioreale i detenuti attualmente positivi sono 105 e 69 a Secondigliano. Sono invece 223 i contagiati tra la polizia penitenziaria, il personale sanitario e amministrativo.
di Francesca Buzzi
tusciaweb.eu, 21 novembre 2020
L'allarme Covid-19 non risparmia il carcere viterbese di Mammagialla. Anche qui, come in molti istituti penitenziari italiani, è esplosa da alcuni giorni una dura protesta dei carcerati per il rischio che sentono di correre ogni giorno per via del Coronavirus. Dall'inizio dell'epidemia, infatti, i detenuti non possono più ricevere visite dall'esterno, ma il timore è che qualcuno che lavora nella struttura (ad esempio i poliziotti penitenziari o il personale sanitario) possano inconsapevolmente portare il virus nella struttura.
"Da qualche giorno a questa parte - racconta Alessandra (nome di fantasia), fidanzata di un detenuto di Mammagialla - i carcerati hanno iniziato a rifiutare il vitto che gli viene consegnato per donarlo alla Caritas. Inoltre hanno ridotto al minimo anche la loro spesa per il sostentamento e comprano soltanto acqua, caffè, zucchero e tabacchi". Una protesta simbolica, ma molto organizzata e strutturata che punta ad appoggiare la battaglia della ex deputata dei Radicali Rita Bernardini, presidente dell'associazione Nessuno tocchi Caino, che da giorni ha iniziato lo sciopero della fame per ottenere l'applicazione di indulto, amnistia e altre misure per liberare il più rapidamente possibile gli spazi delle carceri.
"Il Covid in carcere fa molta paura - prosegue Alessandra -. Il mio compagno e tutti gli altri detenuti sono ben consapevoli che se il virus entra la possibilità che si propaghi con velocità tra tutti loro è altissima. È già successo in altri istituti penitenziari d'Italia e anche a Viterbo nei mesi scorsi c'erano stati dei contagi tra il personale di polizia penitenziaria". Ora, in questa seconda ondata, che nella Tuscia è stata molto più veemente della prima, il pericolo che possa svilupparsi un cluster a Mammagialla non è da escludere.
I detenuti, oltre a rifiutare il vitto, stanno mettendo in atto anche altri comportamenti di protesta pacifici che possano però richiamare l'attenzione di chi vive fuori da quelle celle. "Ogni sera dalle 19 alle 19,15 - continua Alessandra riportando quello che il suo compagno le ha scritto in una lettera - i carcerati fanno la cosiddetta "battitura" sulle finestre, ovvero danno colpi sulle grate delle loro celle per fare rumore tutti insieme e farsi sentire, se possibile, anche dall'esterno".
Il Covid, poi, si somma al problema del sovraffollamento con il quale Mammagialla fa i conti ormai da anni. "Se già contrarre il virus è facile in una qualsiasi struttura chiusa all'esterno dove però vengono mantenute tutte le massime distanze di sicurezza del caso - conclude Alessandra -, figuriamoci in un posto in cui la distribuzione delle persone è ancor più contingentata del previsto".
La richiesta dei detenuti, quindi, è di applicare (o creare ad hoc) il prima possibile e il più possibile delle norme che puntino a uno svuotamento graduale o parziale degli istituiti penitenziari. Almeno fino a che l'epidemia continuerà a correre come in queste settimane. Alessandra in questi giorni scriverà una lettera di risposta al suo compagno cercando di rassicurarlo e spiegandogli che lei, da qui fuori, sta cercando di far sentire la sua voce e quella degli altri reclusi. La sua risposta, però, la potrà leggere soltanto la prossima settimana perché fino a lunedì a lui è vietato inviare altre email.
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