altarimini.it, 19 febbraio 2021
Galere sovraffollate ma non mandano detenuti. In Emilia-Romagna alcune comunità per il recupero di carcerati hanno posti liberi che però non vengono occupati, perché dalle carceri non vengono inviati i detenuti. A denunciarlo è la Comunità educante con i carcerati dell'associazione Papa Giovanni XXIII, che si occupa di reinserimento sociale. "Abbiamo messo a disposizione 11 posti, ma ne abbiamo occupati soltanto tre" nonostante "ora vi siano i finanziamenti".
"Non è un problema solo nostro, ma di tutte quelle comunità che hanno dato disponibilità", afferma il coordinatore della comunità, Giorgio Pieri. Perché gli altri posti non vengono occupati? "Perché non sono state inviate le richieste dalle carceri della regione Emilia-Romagna", afferma Pieri, per il quale vi è "un blocco organizzativo dentro le carceri", "non c'è informazione. I detenuti - aggiunge - non vengono a sapere di questa opportunità. Fatto sta che i soldi ci sono, ma sono fermi. Le comunità ci sono ma sono vuote. E ci si lamenta che il carcere è pieno e il Covid avanza". Per Pieri cogliere l'occasione delle comunità sarebbe come "cogliere due piccioni con una fava", ovvero alleggerire le carceri e diminuire il rischio di focolai.
primavercelli.it, 19 febbraio 2021
Con l'adesione al nuovo tavolo carcere-volontariato. L'Assessore alle Politiche Sociali Ketty Politi, comunica l'adesione al nuovo progetto del Tavolo carcere volontariato e della Casa Circondariale di Vercelli. Il Comune di Vercelli - Settore Politiche Sociali, impegnato da anni in progetti condivisi con la Casa Circondariale di Vercelli, intende continuare la collaborazione aderendo ad un progetto di accoglienza dei detenuti in permesso premio. Questa iniziativa riguarda l'accoglienza temporanea dei detenuti che escono dalla Casa Circondariale in permesso premio per breve tempo.
In collaborazione con l'associazione Argilla - Nell'adesione all'iniziativa il Comune metterà a disposizione un alloggio situato in città, in comodato d'uso gratuito all'associazione di volontariato Argilla, la quale si occuperà della gestione e dell'organizzazione dell'attività con le associazioni facenti parte del Tavolo carcere volontariato, sempre in accordo con la Direzione della Casa Circondariale.
La permanenza dei detenuti e familiari, in alloggio, sarà limitata al solo tempo del permesso premio di uscita concesso, e permetterà loro di trascorrere momenti di quotidianità familiare, in un ambiente sereno.
di Francesca Soro
La Stampa, 19 febbraio 2021
Vendite ferme a causa dello stop di mercatini e fiere: "Chi desidera fare un acquisto solidale ci scriva". Senza mercatini e fiere ormai assenti da mesi, è difficile per i piccoli produttori agricoli piazzare il frutto del loro lavoro nei campi. E questo vale anche quando il campo è all'interno della casa circondariale. L'Associazione volontariato carcerario Onlus (Avvc), attiva nel carcere di Brissogne, lancia un appello ai cittadini: "La mancata edizione della Fiera di Sant'Orso ci ha privati della nostra consueta vetrina. Se per quanto riguarda i lavori in legno possiamo dire "sarà per la prossima volta", non vale altrettanto per quanto riguarda la nostra piccola produzione di zafferano".
Come fare? "Chi volesse effettuare un acquisto solidale (0,5 grammi di zafferano a soli 12 euro) può scrivere alla nostra email
Il progetto agricolo carcerario dell'Avvc era stato premiato con il Premio del volontariato regionale 2016, patrocinato dal Consiglio Valle.
"Assieme ad alcuni detenuti disponibili al lavoro volontario abbiamo recuperato un'area dismessa all'interno del perimetro del carcere impiantandovi un migliaio di bulbi acquistati da un'azienda specializzata in Sardegna. Gli stessi detenuti ne hanno curato la manutenzione e con l'arrivo dell'autunno sono sbocciati i primi fiori, permettendo così di effettuare il primo raccolto" racconta Maurizio Bergamini, presidente dell'associazione. I detenuti al carcere di Brissogne si avvicendano velocemente, "ma anche se ogni anno cambiano i protagonisti umani, la natura segue il suo corso e le piante si sono rafforzate e moltiplicate, moltiplicando il primo raccolto che è arrivato a 60 grammi". Cambiano le persone ma il sapere agricolo rimane: "I detenuti si sono "tramandati" il know-how passato loro dal nostro primo consulente e pur con metodi un po' caserecci, riescono ad ottenere un prodotto di qualità, che merita essere lavorato e degustato con attenzione". Ci lavorano in tre.
L'obiettivo del progetto "non è quello di mettere sul mercato una merce, ma quello di fornire ai detenyti una triplice opportunità" sottolinea il presidente. Spiega: "Innanzitutto un momento di attività all'aperto (sempre gradito), poi un gettone di presenza erogato a sorpresa, dato che i detenuti si candidano convinti di lavorare gratis, e infine una competenza tecnica che può rientrare nel bagaglio di conoscenze individuali".
L'ultimo aspetto è quasi un ponte con la vita che li aspetta fuori dal carcere. "Alcune persone di estrazione contadina ci hanno detto di volerci riprovare una volta ottenuta la libertà". Lo zafferano in vendita ora è stato raccolto a ottobre 2020. "Purtroppo il secondo lockdown ci ha impedito di completare il lavoro con la consueta confezione con etichetta in cartoncino legata con la rafia, ma il prodotto è ottimo!".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 19 febbraio 2021
Il protocollo d'intesa firmato stamani dal capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) Bernardo Petralia e dal sindaco di Favignana Francesco Forgione, aggiunge l'isola alla lunga lista di enti, istituzioni pubbliche, soggetti del settore privato e imprese di grandi dimensioni che si avvalgono del lavoro di detenuti in progetti a favore della collettività.
L'accordo intende favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti secondo il modello Mi riscatto per il futuro, basato sull'offerta a condannati di opportunità formative spendibili una volta in libertà e sull'adesione ad attività di utilità sociale.
Un percorso reso possibile dall'articolo 20 ter dell'Ordinamento penitenziario (come modificato dal D.lvo 124/2018) che consente l'impiego di condannati, su base volontaria e gratuita, nei lavori pubblica utilità. Lavoro, come strumento fondamentale di reinserimento sociale, e "sviluppo della cultura della restituzione, intesa come riparazione indiretta dei danni provocati dai reati" sono due delle finalità evidenziate nell'accordo e condivise dai firmatari.
I detenuti, provenienti dalla locale casa di reclusione Giuseppe Barraco, saranno occupati principalmente in attività di manutenzione del verde e di recupero del patrimonio ambientale, area d'interventi definita come prioritaria dall'accordo, sulla base del successo di analoghe esperienze e per le caratteristiche naturali e paesaggistiche dell'isola. L'individuazione delle attività lavorative, la selezione delle persone detenute, interessate a seguire il percorso, e le relative attività di formazione saranno programmate - prevede il protocollo - da un Comitato di coordinamento, composto da rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria, del Comune di Favignana e della casa di reclusione.
Dopo una sperimentazione iniziata a Roma (con oltre 4500 detenuti coinvolti) e proseguita in altri capoluoghi, il progetto è divenuto un modello d'inclusione lavorativa che ha dato vita, nel novembre 2019, alla istituzione presso la segreteria del capo del Dap di "Mi riscatto per il futuro - Ufficio centrale per il lavoro penitenziario", per garantire l'uniformità degli interventi e delle procedure esecutive.
Per la sua caratteristica di coniugare riabilitazione e riparazione, la formula ha assunto rilevanza internazionale ed è stata adottata anche a Città del Messico, dove il sindaco di Favignana, componente della delegazione italiana, ha avuto modo di conoscerla e apprezzarla.
Presenti alla stipula della convenzione, avvenuta a Palazzo Florio, oltre ai firmatari, il provveditore regionale della Sicilia, Cinzia Calandrino, e il responsabile dell'Ufficio Centrale per il lavoro penitenziario, Vincenzo Lo Cascio. "Il lavoro è nobiltà, serenità, democrazia e tutto ciò che ruota attorno alle virtù fondamentali delle Stato. Sul lavoro puntiamo per dare una funzione sociale all'attività trattamentale" ha dichiarato il Capo Dap Petralia.
"Più lavoro significa più garanzie per il singolo, la comunità, lo Stato stesso". Sono in tutto 108 gli accordi firmati dal Dap con enti locali e associazioni operanti sul territorio e 7 i protocolli stipulati con soggetti dell'imprenditoria privata di rilevante entità.
primocomunicazione.it, 19 febbraio 2021
Grande emozione, nei giorni scorsi, alla Casa di Reclusione di Fossombrone per due nuove lauree di due studenti del Polo Universitario, attivato dal 2015 e che vede a oggi iscritti 20 studenti a 10 corsi di laurea differenti. A poco più di un anno dal primo laureato, altri due studenti hanno concluso il percorso triennale, conseguendo, con 110 e lode, il titolo in Informazione Media Pubblicità.
La commissione di laurea presieduta dalla professoressa Gea Ducci e dai docenti Anna Tonelli, Lorenzo Giannini, Guido Capanna Piscé, Carlo Magnani e Franco Elisei, ha ascoltato la discussione delle due tesi dal titolo: "La marca: un sogno per dare un senso" e "Un maestro di giornalismo nel mondo del calcio: Giovanni Luigi Brera".
La seduta di tesi ha risentito del periodo di emergenza in corso e si è svolta in modalità online nella biblioteca del carcere, alla presenza della Tutor del Polo, Dott.ssa Vittoria Terni de Gregory, dell'educatrice Dott.ssa Angela Rutigliano e del personale della Polizia Penitenziaria.
Docenti e collaboratrici del Polo hanno fatto comunque sentire il loro sostegno ai laureandi assistendo in remoto alla discussione: tra di loro la Coordinatrice del Polo, professoressa Daniela Pajardi, i docenti Rowena Coles, Paolo Stauder, Massimo Russo, e le collaboratrici che hanno lavorato in questi anni nel servizio di tutorato Silvia Lecce, Mara Cirimbilli e Viola Ceregini. Anche i familiari hanno potuto collegarsi e seguire i laureandi in questo momento così importante, che ha un così profondo significato di cambiamento e di impegno.
"Questo progetto si conferma di grande valore" ha affermato la professoressa Tonelli "che va avanti grazie ad un lavoro reciproco tra l'impegno degli studenti e la collaborazione dei docenti, delle tutor, della Direzione, dell'Area Trattamentale e della Comandante del carcere. I due laureati di oggi, tra i primi ad essersi iscritti al Polo Universitario, hanno mostrato grande forza e tenacia fino a raggiungere questo traguardo".
Come sottolinea la professoressa Pajardi, "si tratta di un traguardo culturale ma soprattutto personale, visto che loro, come molti detenuti hanno proprio iniziato a studiare in carcere, alcuni dalle medie altri dalle superiori. Lo studio universitario è vissuto spesso come qualcosa di troppo complesso e difficile, mentre con l'impegno e il supporto, ma soprattutto con una grande motivazione a mettersi in gioco, sono riusciti a concludere il percorso e già sono orientati a proseguire con la magistrale".
Dopo la proclamazione, i neodottori hanno voluto ringraziare chi li sostenuti in questo percorso e le loro parole sono state di sincera e commossa gratitudine per chi ha creduto in loro e li ha incontrati come persone e come studenti a prescindere dalle sbarre alle finestre dell'aula del Polo in carcere. "Conseguire una tesi in carcere è una tripla vittoria" ha dichiarato uno dei laureati "per le istituzioni coinvolte, per la cultura, per il detenuto e per il suo gruppo familiare".
grossetonotizie.com, 19 febbraio 2021
È tutto pronto a Massa Marittima per la partenza di "Orti in carcere", un'opportunità per i detenuti di formarsi e fare pratica sull'attività agricola, ai fini di un futuro inserimento nel mondo del lavoro.
Si tratta di un progetto della Regione Toscana, finanziato da Cassa Ammende, per cui il Comune, in collaborazione con la casa circondariale di Massa Marittima, ha presentato uno specifico programma pensato per la struttura cittadina, ottenendo 30mila euro per la sua realizzazione. Proseguendo sulla scia di un'attività già avviata in passato, che ha visto nel cortile della casa circondariale la messa a dimora di alcuni olivi e alberi da frutto, il nuovo progetto prevede l'integrazione di quest'area verde con un'oliveta composta da diciotto piante e da colture di erbe aromatiche. Il progetto prevede una prima fase di orientamento rivolta a tutti gli ospiti della casa e un secondo step in cui, in base all'interesse dimostrato, saranno selezionati quindici detenuti per attività formative interne; per alcuni di loro sarà anche possibile uno stage pratico, grazie alla collaborazione delle aziende agricole del territorio.
Il programma formativo comprenderà l'approfondimento di varie tematiche: la conoscenza delle colture e degli aspetti tipici del paesaggio agricolo locale, la tutela ambientale, la sicurezza sui luoghi di lavoro e la collaborazione con le realtà produttive della zona. "Crediamo che questa sia una bella occasione per i detenuti che presto potranno affrontare una nuova vita all'esterno della struttura - commenta l'assessore alle politiche sociali del Comune di Massa Marittima, Grazia Gucci - sia ai fini del loro reinserimento sociale, sia per l'acquisizione di una formazione lavorativa specializzata in un territorio fortemente vocato alla olivicoltura".
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Non possiamo prendere alla leggera la notizia sui senzatetto morti a causa del freddo: 25 nelle strade italiane in poco tempo. È uno scandalo inaccettabile! Nella Roma di fine VI secolo, Papa Gregorio Magno, quando gli fu comunicato che un uomo senza fissa dimora era morto per fame, reagì in questo modo come scrive un suo biografo: "Quel giorno Gregorio non volle celebrare la messa: "Oggi è venerdì santo" (giorno in cui non si celebra la messa), disse, "perché in quell'uomo è morto Gesù" e se ne fece una colpa personale come se lo avesse ucciso con le sue mani" (Giovanni Diacono, Gregori Magni vita 2, 29). Dovremmo celebrare 25 volte il Venerdì Santo, in Italia. E Papa Francesco, domenica 20 gennaio - era morto qualche giorno prima un "barbone" che stava al colonnato di San Pietro - all'Angelus fece suo questo episodio storico. Non si può tacere. E neppure stare inerti. Sarebbe complicità.
Purtroppo i morti per freddo, i senzatetto, non fanno notizia. Anche perché sono considerati come vittime collaterali di una situazione difficile come l'emergenza freddo. No, non sono vittime inevitabili. Non sono scarti comunque da eliminare. Sarebbe già un passo se provassimo vergogna per quanto è successo. E magari inizieremmo a non considerarli un fastidio, anzi come persone con le quali incrociare lo sguardo, chiedersi come mangeranno, come e dove vivono, perché sono caduti in una povertà così dura. Inizieremmo a capire che non debbono essere abbandonati e ancor meno scomparire in questo modo. Se sono in questa condizione non è - come spesso si sente dire - per colpa loro. Chi di noi ha piacere di non avere una casa? O comunque un luogo ove stare per ripararsi dal freddo?
Eppure loro esistono. Come anche le soluzioni esistono. Eccome! Basterebbe intanto accorgersi di loro. Fermarsi. Parlargli. Papa Francesco diceva anche di toccare le loro mani quando diamo qualche spicciolo. In realtà è davvero raro che la gente li guardi, e ancor meno che si fermi. In genere ognuno continua la sua strada. Ma lì, in quel tratto di strada, quell'uomo (quella donna) ci abita. È di qui che inizia la soluzione: fermarsi e cercare di capire. Si potrebbe dire, alla lettera, è questa la strada della carità, la via del Samaritano, la strada del prendersi cura di chi ha bisogno di aiuto. L'antica storia evangelica (quell'uomo non è chiamato "buono", come in genere facciamo noi, era semplicemente "samaritano" uno che era pure inviso ai correligionari di Gesù) ci aiuta a capire anche il nostro oggi.
Quella pagina inizia con una domanda del dottore della legge: chi è il mio prossimo? "Prossimo" è una parola da riscoprire. Il dottore della legge intendeva chiedere chi avrebbe dovuto aiutare. Appunto, chi era il "prossimo". La narrazione sembra indicare nell'uomo mezzo morto, appunto, il prossimo da aiutare. Ma al termine Gesù ne rovescia il significato: "prossimo" non è l'uomo mezzo morto, bensì il samaritano che si avvicina, che si fa prossimo a quell'uomo. Da notare che il termine prossimo è il superlativo della parola latina "proper" (vicino) e quindi significa "il più vicino". Che rovesciamento! O anche quale arricchimento: la stessa parola unisce chi aiuta e chi è aiutato. Il samaritano (a differenza del prete e del sacrestano) sentì l'obbligo di avvicinarsi e prendersi cura sino a portarlo in un ostello e affidarlo perché potesse essere curato sino alla guarigione.
È una pagina da rileggere in questo tempo con attenzione. Durante la pandemia abbiamo visto vivere in questo modo la parola "prossimo", anche a volte nel dramma della morte che ha visto medici e malati morire per aiutarsi a vicenda. Come anche ristabilirsi a vicenda. È così che si è semplicemente umani. Uomini e donne davvero. Chiunque è umano - non necessariamente "buono", semplicemente umano - sente dentro di sé i sentimenti di quel samaritano: procurare una casa a chi non l'ha (è l'albergo della parabola) e un aiuto (l'albergatore) perché venga curato. La "carità" chiama alla responsabilità politica, ossia al coinvolgimento più largo per ridare una casa a chi non l'ha, una compagnia a chi è solo, una speranza a chi ha perso tutto. Va riscoperta - e presto - la responsabilità perché la società tutta possa garantire la dignità a tutti i suoi figli. Purtroppo, una cultura sempre più individualistica ci ha come polverizzati, atomizzati, separati, nebulizzati...Il poeta aveva avvertito: "nessun uomo è un'isola". Ma lo siamo diventati. E le conseguenze amare sono sotto i nostri occhi, a partire dalla pandemia, frutto di una cultura esasperatamente individualista tesa unicamente al benessere individuale.
Ma torniamo al tema dei morti in strada per il freddo. Ripeto, dobbiamo sentirne tutti la responsabilità. E non è retorica. Deve emergere anche culturalmente l'oggettiva responsabilità che ci lega gli uni agli altri. L'esaltazione dei soli diritti individuali ci ha fatto dimenticare i rispettivi doveri a essi correlati. Tutti, a partire dai poveri, hanno il diritto a essere aiutati. E noi il dovere di aiutarli: siamo gli uni debitori dell'aiuto degli altri. E i più deboli vanno inclusi per primi. Certo, so bene che è davvero difficile eliminare la povertà. E chi ha esperienza "di strada" sa anche che esistono sempre persone problematiche. Molti infatti fanno difficoltà per accettare il recupero e il reinserimento: le loro ferite sono complesse, gravi, corporali e psichiche, e spesso si cronicizzano... Di nuovo carità e politica - o, se volete, diritti e doveri - sono chiamate a farsi carico di queste situazioni difficili.
Vanno combattute ingiustizie, disoccupazione, discriminazione... E con sollecitudine. Quando si entra nella spirale, non è facile uscirne. In questo senso l'indagine condotta dalla Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, ha un grande merito: scuote le nostre coscienze, ricorda una grave ingiustizia sociale e punta il dito sull'indifferenza con cui guardiamo - e non vediamo - quanto accade davanti a noi. In un anno di pandemia abbiamo capito che le più colpite sono state le categorie più fragili: gli anziani, vittime inconsapevoli di un sistema di "case di riposo" oramai da ripensare e i giovani e giovanissimi, strappati dalla vita di relazione e dalla scuola. La pandemia ha mostrato la vastità dell'ingiustizia sociale: appena leviamo quel velo di benessere e di soddisfazione economica che domina la nostra vita, ci scopriamo "nudi", senza risorse, indifesi e deboli. Indifesi e deboli soprattutto se pensiamo di essere soli o se pensiamo a dare soluzioni individuali ai problemi.
La soluzione alla pandemia incrocia necessariamente il prendersi cura gli uni degli altri. Certo, c'è bisogno delle risorse scientifiche per sconfiggere il Covid-19. Ma è altrettanto indispensabile l'impegno per una prossimità reciproca tra i popoli e le persone. A partire da coloro che sono abbandonati, appunto, come i poveri che vivono per la strada. Sono passati duemila da quando l'esempio del Samaritano sta davanti agli occhi soprattutto dell'Occidente. E abbiamo maturato idee ed esperienze proprio da quella ispirazione. Dovremmo finalmente - proprio a partire dai morti per il freddo - apprendere che la casa è un diritto, come il lavoro, come il dovere di accogliere ed essere accolti. C'è bisogno che questa "visione" torni a ispirarci. In una sua poesia, Karol Wojtyla scriveva: "l'uomo soffre soprattutto per mancanza di visione". Aveva ragione.
Ci siamo fermati al presente degli interessi individuali o comunque particolari. Ma la pandemia e queste morti ci offrono l'opportunità di riprenderla e tradurla in azioni concrete. E abbiamo anche le risorse, la consapevolezza, la capacità di intervenire più e meglio rispetto al passato. La "prossimità" - nel suo duplice versante: unendo chi aiuta e chi è aiutato - può e deve ispirare il domani dopo la pandemia. Ma lo sarà se iniziamo da oggi, ripartendo senza dimenticare i dimenticati. Insomma, dobbiamo riaprire la frontiera della solidarietà - o della fraternità - per farla diventare uno stile di civiltà sin da ora. È nella forza dei legami umani che si riapre oggi il futuro. Per noi deve essere un punto d'onore.
di Marco Zatterin
La Stampa, 19 febbraio 2021
Una nuova repubblica contro il declino. Rifondare le aspettative per curare la politica. L'Italia tracolla perché non innova e per colpa di uno stato iniquo. Un saggio per capire la crisi e continuare a sperare. La notizia è in testa, come si deve. "L'Italia è in declino perché è organizzata in modo iniquo e insufficiente", con l'aggravante di non essersi mai davvero domandata come abbia fatto a precipitare negli abissi del malessere diffuso. Certo non è colpa dell'euro, avverte subito Andrea Capussela, economista di ottimo curriculum, visiting fellow alla London School of Economics. Piuttosto, argomenta, il danno si deve a mali strutturali ben noti, economici e istituzionali. E non soltanto.
In questo "giorno primo" del governo non-tecnico di Mario Draghi colpisce soprattutto la fetta di responsabilità pesante e lorda che lo studioso attribuisce "all'usuale dialettica politica che nasconde i problemi di fondo dietro quelli secondari". Essa si è imposta come "reazione di una società sfiduciata" che riconosce la debolezza delle élite, nella furia di gente che ha patito la crisi degli ultimi decenni ed è delusa dal voto itinerante con cui ha inseguito più i sogni che le soluzioni, più la percezione che la realtà. Così, non incomprensibilmente, molte donne e molti uomini hanno smesso di vedere risposte possibili. E hanno lasciato che il declino, protagonista (per ora) incontrastato dello scorcio che viviamo, facesse il suo corso.
Capita da un quarto di secolo, ma - evviva! - non sarebbe irreversibile. Basterebbe aprire gli occhi e praticare il buon senso, ristabilire i valori, magari distribuendo rispetto, etica e volontà virtuosa sino a favorire una "Rifondazione repubblicana". Nel chiudere la prefazione del suo Declino Italia (Einaudi, 144 pagine, 12 euro) Capussela confessa di vedere lo spazio intellettuale per un Paese diverso e all'altezza delle possibilità. Sentenzia che "il pessimismo è una scelta!". Ma è chiaro che occorre coraggio.
La lunga ola che saluta con poche eccezioni l'arrivo di Mario Draghi alla presidenza del Consiglio probabilmente conforterebbe il cuore dell'economista. Come il discorso programmatico dell'ex banchiere centrale, il suo saggio si offre non come fotografia ma come specchio. Il popolo della Penisola può leggere e vedersi ritratto, con le grandi potenzialità troppo spesso nascoste e tradite, gli evidenti difetti reiterati non senza bagnarsi miseramente nell'illegalità.
Le ragioni economiche del tracollo sono quelle che da anni leggiamo nei bollettini della Banca d'Italia come nelle raccomandazioni della Commissione Ue. Capussela le riassume in una frase: "l'Italia ha smesso di crescere perché ha smesso di innovare". Ciò è successo perché - analizza -, rispetto alle rivali europee, le nostre aziende sono più piccole, meno capitalizzate, meno stimolate dalla concorrenza, peggio gestite, senza tralasciare che si muovono in una scena di regole inadeguate. Un disastro.
Ne consegue che viviamo sdraiati su una bomba d'incertezza che alimenta povertà e diseguaglianze. Con un'aggravante. Il talento insegue il reddito e, dalle nostre parti, il reddito tende a manifestarsi più generosamente in attività socialmente dannose, la rendita, la corruzione, la predazione. Risultato: "La bassa mobilità sociale e la debole supremazia della legge distorcono la distribuzione dei talenti italiani".
Troppo debito, inefficienza dello Stato, riforme ineludibili mai fatte. Capussela sembra il ghostwriter di Draghi. Col vantaggio di poter apertamente parlare male della classe politica (e della stampa), privilegio che il neopremier può concedersi solo fra le righe e con misura. Già, la politica. Il declino, nota l'economista, è frutto di problemi di azione collettiva che si segnalano nella "drastica caduta della qualità dei parlamentari", come nella "retorica addirittura violenta" di eletti e candidati, sebbene "gli interessi materiali li conducano a colludere".
Racconta la volatilità di un elettorato confuso, il trasformismo "molecolare" alla Gramsci. I partiti sono l'uovo e la gallina. Sono l'acceleratore del male e la sua conseguenza. Finché viene il punto di rottura e spunta SuperMario nel tripudio generale. Capussela nega il pessimismo come religione, ma ricorda che non è per nulla facile fermare il motore dei declini.
"L'esito di Mani Pulite fu deludente", si sovviene. Il libro spiega bene perché e, pagina dopo pagina, matura la convinzione che l'oggi sia una tragedia già scritta e inevitabile. Arriva così a descrivere una spirale composta da "circoli viziosi distinti ma armonici che schiaccia l'Italia su un equilibrio politico-economico meno equo ed efficiente dei suoi pari". Potrebbe andare peggio, concede, ma qui a salvarci interviene la partecipazione all'Ue e la qualità di molti cittadini. Sollievo.
Ce la faremo? Possibile. Sono danni reversibili. Come? "Cambiando le aspettative dei cittadini", risponde Capussela. Il senso è che la profezia funzionerà se i cittadini riterranno che una grande percentuale fra loro è pronta a credere nella efficacia dei suoi vaticini.
"Per questo serve una organizzazione", punteggia. Ai sensi della teoria dell'azione collettiva, sarebbe "per condurre la battaglia e delle idee, e per costruire sui risultati un programma politico credibile". In altre parole, e questo Capussela poteva solo immaginarlo (o sperarlo), è proprio quanto potrebbe accadere col meccanismo generato dalla chiamata di Draghi a Palazzo Chigi.
"Una rifondazione repubblicana", suggeriva il saggio. Per far diventare i cittadini "più esigenti". Per ridare speranza e fiducia. Ci si può riuscire affermando che "l'unità è un dovere guidato dall'amore per l'Italia". Concetto draghiano che potrebbe calzare bene a una futura edizione di Declino Italia. Ora che - nello specchio della crisi- si guarda un Paese che potrebbe aver scoperto la voglia e il piacere di essere diverso da come si è dipinto troppo a lungo.
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 19 febbraio 2021
Ambrogio Crespi non è solo un regista di film che osserva e dirige dall'alto lo svolgersi di una storia, è innanzitutto un uomo che pensa, sente e agisce in comunione con la vita del protagonista della storia. È un cantastorie incantato dalla storia che canta. Si muove e si commuove sulla scena. Mentre gira e rigira, la vita che racconta scorre e risuona nella sua.
Il suo pensiero va. il suo cuore batte, la sua opera si compie in armonia con lo spirito, il corpo e il vissuto dei protagonisti dei suoi film. Non sono mai i potenti ma le vittime dei poteri del nostro tempo e della nostra società: i ricattati e gli avvelenati dai poteri criminali, i servitori dello stato di diritto vittime degli stati di emergenza, i malati e gli emarginati della società, i detenuti e i detenenti, entrambi vittime e testimoni della pena fino alla morte e della morte per pena.
L'ho visto emozionarsi fino alle lacrime cinque anni fa, durante le riprese di "Spes contro spem-Liberi dentro", il film che ha messo a nudo i detenuti di Opera, li ha resi visibili, ne ha scoperto l'anima, li ha fatti concretamente sperare contro ogni speranza. L'umanità dolente del carcere lascia il segno in chiunque.
Lo ha lasciato anche in Ambrogio che quel film non voleva fare, un po' per pudore, quello di violare la vita dei condannati a vita, un po' per timore, quello di accostarsi alla banalità del male che avevano arrecato. Ma come sempre accade, l'umanità emerge sempre, anche nell'essere più disumano e si prende cura di chi se ne cura. Cosa ha fatto Ambrogio? Ha - gandhianamente - preso un raggio di sole e lo ha proiettato là dove regna la notte. "Spes coma spem", è stato queste il trionfo nonviolento della luce sul buio.
Così è accaduto che dai detenuti di Opera, artefici del proprio cambiamento, sia partito il "viaggio della speranza" che ha raggiunto Strasburgo e i giudici supremi europei, creatori del diritto umano alla speranza La via della nonviolenza e del Diritto ha poi portato a Roma, innanzi ai massimi magistrati italiani della Corte Costituzionale, che hanno aperto una breccia nel muro di cinta del "fine pena mai".
È stato l'effetto anche dell'opera miracolosa di Ambrogio Crespi, "Spes contra spem-Liberi dentro". Un'opera che un Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non ha esitato a definire un "manifesto della lotta alla mafia". paradossale e. umanamente oltre che giuridicamente, inaccettabile che l'autore di questo capolavoro artistico, politico e civile sia oggi sotto processo per associazione di stampo mafioso, e rischi una condanna definitiva a sei anni di carcere. Quando in tutta la sua vita ha invece testimoniato a viso aperto, incarnato valori, sentimenti e opere di nonviolenza, di incrollabile speranza e continua conversione del male in bene, dell'odio in amore, di persone detenute in persone autenticamente libere.
Di questo film, insieme a Nessuno tocchi Caino e al fratello Luigi, Ambrogio Crespi ha iniziato in questi giorni, a cinque anni di distanza dal primo, le riprese del suo seguita "Spes contra spem-La colpa e il perdono". Dopo il "senso di colpa" e la consapevolezza del danno arrecato, il "senso della colpa", l'immersione in una nuova vita alla luce della coscienza. Dopo aver distrutto, nella loro prima vita, la vita del prossimo e la loro stessa vita, i detenuti di Opera rinascono a una seconda vita e, come Caino, diventano costruttori di città.
Testimoni e artefici di una grande opera di conversione, interiore e culturale, da un sistema di giustizia che punisce e separa a un sistema di giustizia che riconcilia e ripara. Con il seguito di "Spes contra spem", il "viaggio della speranza" continua e corre ora verso una nuova frontiera, quella invocata da Aldo Moro: "non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale". In questo altro viaggio, Ambrogio si è commosso di nuovo, alcuni giorni fa, alle prime riprese de La colpa e il perdono.
Quando ha sentito le parole e le emozioni di Gherardo Colombo, il giudice che si è dimesso dalla magistratura, dopo trentatré anni di servizio, perché l'idea di mandare in galera una persona lo tormentava, perché ha cominciato a pensare che il carcere non fosse più compatibile con il suo senso della giustizia, perché ha sentito tutta l'ingiustizia della prigione.
Ambrogio si è commosso ancora, il giorno dopo, quando ha ripreso il volto sereno e il sorriso di Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, i suoi pensieri a favore di una giustizia gentile, temperata dalla grazia, che tuteli i diritti delle persone detenute e sappia cogliere la diversità dell'uomo della pena rispetto a quello del delitto.
Afferma Giovanna Di Rosa: niente resta sempre uguale, tutto scorre. "La flessibilità della pena è una cosa meravigliosa: permette a un fatto brutto qual è un reato, che causa dolore, di essere sanato sotto forma di riconciliazione". È questa, secondo lei, la missione di un magistrato di sorveglianza: valutare il cambiamento sempre possibile nella natura dell'uomo; avere fiducia nel cambiamento e nel valore dell'uomo, valore che non va mai perso per nessuna delle persone che esistono sulla iena.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 19 febbraio 2021
Il legale: sentenza assurda, stavano facendo il loro lavoro. L'oppositrice Tikhanovskaya dall'esilio: Lukashenko non può spezzarci. Due anni di carcere per aver fatto il loro lavoro. Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso.
La sentenza, l'ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita "assurda" dal legale delle reporter dato che le giornaliste "stavano solo facendo il loro mestiere". Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell'opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. "Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci", ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter.
Le due croniste lavorano per la testata Belsat e come riporta il quotidiano locale Belarus Feed, sono state arrestate il 15 novembre scorso a Minsk per aver filmato e trasmesso in streaming quanto avveniva nella piazza dove pochi giorni prima era stato picchiato e ucciso il 31enne Roman Bondarenko. Della sua morte i familiari e le associazioni per i diritti umani hanno accusato le forze di sicurezza. In quel luogo, i manifestanti antigovernativi hanno portato per giorni fiori, candele e bandiere bielorusse per commemorare l'attivista e proseguire la protesta pacifica contro il governo del presidente Aleksander Lukashenko, contro cui il movimento popolare protesta da mesi. Le due reporter avevano filmato anche i momenti in cui gli agenti di polizia sgomberavano e arrestavano i dimostranti.
"Questa condanna è assurda e infondata, come lo sono tutte le condanne e le persecuzioni nei confronti dei cittadini che partecipavano alle manifestazioni pacifiche dal 9 agosto scorso" ha dichiarato Sergey Zikratsky, l'avvocato di Andreyeva e Chultsova. "Nel caso specifico- ha continuato l'avvocato- l'assurdità sta nel fatto che le giornaliste stavano semplicemente mostrando quello che stava succedendo. Il giudice ha considerato come un crimine alcuni passaggi della diretta in cui le due croniste raccontavano i fatti in modo neutrale ed obiettivo". Secondo Zikratsky "il diritto a informare e ad essere informati nonché il diritto dei cittadini a esprimere la propria opinione mediante la protesta pacifica sono gravemente violati. Presenteremo sicuramente ricorso e continueremo a difendere i nostri diritti".
Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato che lunedì prossimo, il 22 febbraio, si incontrerà con Vladimir Putin per "estesi colloqui". Lukashenko ha negato che chiederà a Mosca un altro prestito, questa volta per tre miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci.
"Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese", ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vice segretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev. Il Cremlino ha confermato l'incontro precisando che i due leader si concentreranno sui "rapporti bilaterali", benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell'agenda "internazionale". Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell'Unione in un'ottica di "maggiore integrazione". Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un'annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.
Assieme a Putin, il presidente bielorusso vedrà anche l'ex premier russo, competente per le questioni di sicurezza, Dmitry Medvedev per discutere di difesa. In Bielorussia proseguono per il sesto mese consecutivo le proteste di massa scatenate dalla conferma di Lukashenko al massimo incarico politico del paese alle presidenziali di agosto. I manifestanti arrestati da allora dalle forze di sicurezza sono stati oltre trentamila, centinaia i feriti e diversi i morti.
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