Il Dubbio, 21 novembre 2020
Un'altra ondata di arresti di massa contro gli avvocati per i diritti umani e le loro attività legittime e professionali si è verificata oggi di prima mattina, a Diyarbakir, in Turchia. L'elenco dei mandati di arresto comprende 101 persone in totale, inclusi avvocati per i diritti umani molto noti, rappresentanti di organizzazioni per i diritti umani e così via. Il numero degli avvocati arrestati non è ancora certo, ma per ora almeno 20 professionisti sono finiti agli arresti, tra i quali Bünyamin Seker, co-presidente dell'Öhd/Lawyers Association for Freedom.
La polizia, nell'ambito dell'indagine contro il Congresso della società democratica (Dtk) condotta dall'ufficio del procuratore capo di Diyarbakır. ha fatto irruzione nelle case degli avvocati e dei rappresentanti delle organizzazioni della società civile e sono stati confiscati computer, libri e molti materiali digitali. Secondo l'accusa, i detenuti avrebbero "fondato organizzazioni a favore di un'organizzazione illegale".
"L'Ordine degli avvocati di Diyarbakir non si è arreso e non si inchina - si legge in una nota dei legali turchi. La riforma giudiziaria è iniziata con l'arresto di avvocati e rappresentanti di organizzazioni non governative. Alle 4:30 di questa mattina, nell'ambito di un'indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Diyarbakir, con l'affermazione che "i loro nomi sono stati trovati nei documenti fisici e digitali ottenuti nelle ricerche effettuate nell'edificio del Congresso della Società Democratica in date diverse". Per molto tempo sono state fatte repressioni sistematiche, minacce e osservazioni nei confronti della struttura istituzionale dell'Ordine degli avvocati di Diyarbakir, dei suoi membri e dipendenti nel campo della società civile. Ci hanno dimostrato ancora una volta che con i raid effettuati questa mattina si voleva soffocare la voce dell'Ordine degli avvocati di Diyarbakir e che la società civile è stata direttamente ostacolata. Stiamo attraversando i giorni in cui la legge viene calpestata e la magistratura cerca di reprimere gli avvocati agendo su ordini e istruzioni dell'autorità di governo. Ribadiamo la nostra opinione che l'unico modo per vivere in pace e tranquillità è convertirsi alla democrazia. Chiediamo la fine di questa operazione non legale, che elimina la libertà personale e la sicurezza e la sicurezza legale, e l'immediato rilascio dei nostri colleghi e di altri rappresentanti di Ong arrestati".
Dall'Italia arriva la solidarietà dei Giuristi democratici, che condannano con fermezza l'accaduto. "Si tratta dell'ennesimo uso politico della legislazione
antiterrorismo, in violazione del diritto di difesa, non essendo avvenute tali perquisizioni in presenza del Pubblico Ministero e del Presidente dell'Ordine degli avvocati, come previsto dalla legge. Richiamiamo le autorità turche al rispetto degli obblighi internazionali e chiediamo un immediato interessamento delle autorità italiane, europee, del Consiglio d'Europa e delle Nazioni Unite per verificare le condizioni degli arrestati e favorire la loro immediata liberazione.
Il Sole 24 Ore, 21 novembre 2020
Si chiama Recto Verso, il progetto di agricoltura sociale che insegnerà a fare l'olio extra-vergine d'oliva ai detenuti del carcere della Gorgona: dalla conduzione dell'oliveto fino alla spremitura delle olive nel frantoio, dall'imbottigliamento fino alle strategie di marketing.
A mettere insieme detenuti e produzione olivicola è stata Betarice Massaza, dell'azienda Santissima Annunziata di San Vincenzo, in provincia di Livorno. Che per questa iniziativa si è aggiudicata il primo premio del bando "Agro-Social: seminiamo valore" realizzato da Confagricoltura e JTI Italia. Dopo aver appreso la tecnica della coltivazione e della trasformazione delle olive, i detenuti della Gorgona esporteranno questo modello prima in altri istituti penitenziari, e poi in altre aziende, con l'obiettivo di inserire nel mondo del lavoro chi come loro appartiene a una categoria socialmente fragile.
E proprio di persone fragili l'agricoltura sociale si occupa: malati psichici, portatori di handicap, detenuti, anziani. Istituite in Italia con una legge del 2015, le fattorie sociali sono oggi quasi 4mila, danno un lavoro vero a 35mila persone e producono un fatturato che sfiora i 250 milioni di euro. Una vera e propria realtà economica, questa, capace di crescere a un ritmo annuo del 25% e di generare non solo reddito, ma anche servizi di welfare in aree del territorio nazionale periferiche.
Per sostenere questo - che è un vero e proprio comparto della nostra economia - il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, e quello di Japan Tobacco Italia, Gian Luigi Cervesato, hanno voluto istituire da quest'anno un bando di finanziamento a fondo perduto, con un primo premio di 40mila euro e un secondo di 30mila. Lanciato la scorsa estate, il concorso ha ricevuto oltre 20 candidature provenienti dai territori coinvolti di Toscana, Umbria, Veneto e Campania.
Ad aggiudicarsi il secondo premio è stata l'Associazione Cenci di Amelia, in provincia di Terni, che coinvolge persone con fragilità fisica e psichica. Grazie ai fondi ricevuti, Franco Lorenzoni costruirà uno strumento astronomico a cui ci si affiderà per coltivare l'orto, secondo la più antica tradizione contadina.
"Il nostro Paese - ha ricordato il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti - è leader in Europa per l'agricoltura sociale. La nostra associazione ha sempre creduto al ruolo determinante del settore nel contesto sociale ed economico. In questo momento storico poi, così delicato per l'Italia, siamo convinti della necessità di investire in questo modello di sviluppo virtuoso e competitivo, che permette di coniugare le politiche del welfare con la produttività e la salute". "Non può esserci crescita se non si garantiscono sostenibilità economica, sociale e ambientale - ha aggiunto Gian Luigi Cervesato, presidente e ad di JTI - in questa visione rientra il nostro impegno pluriennale per supportare e stimolare le capacità innovative che il territorio stesso può esprimere".
Alla premiazione hanno preso parte anche il viceministro all'Economia e Finanze, Antonio Misiani, e il sottosegretario al ministero dell'Agricoltura, Giuseppe L'Abbate: "Abbiamo avuto il piacere e l'onore - ha detto il sottosegretario L'Abbate - di premiare progetti che hanno saputo dare concretezza alle potenzialità del welfare rurale su cui abbiamo creduto sin dal 2015 quando, in Parlamento, approvammo la tanto attesa norma sull'Agricoltura Sociale. I soggetti più vulnerabili della società, grazie ad iniziative come queste, divengono così protagonisti attivi della vita agricola e produttiva dei territori, coniugando innovazione e antichi saperi". Ulteriori informazioni sui progetti vincitori sono consultabili sul sito www.coltiviamoagricolturasociale.it
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 21 novembre 2020
In ogni conflitto ci sono abusi: dalle operazioni segrete delle truppe speciali all'attività di contractor con pochi scrupoli che non rispondono direttamente alle autorità politiche. In tutte le guerre ci sono "lavori sporchi", di cui qualcuno si fa carico: l'idea di uno scontro su regole cavalleresche, con correttezza estrema e rispetto, è la bugia più vecchia del mondo, che gli Stati maggiori ripetono e le opinioni pubbliche ascoltano guardandosi bene dall'approfondire. In Afghanistan poi le distanze culturali incolmabili fra le truppe occidentali e le frange più tradizionaliste della popolazione hanno complicato le comunicazioni e facilitato gli abusi.
È quasi un luogo comune: dopo l'invasione seguita all'11 settembre, chi aveva un nemico, un vicino di casa antipatico o un concorrente negli affari, doveva solo denunciarlo come simpatizzante dei talebani. E il malcapitato sarebbe finito a Guantánamo, a vestire per un lungo periodo la tuta arancione e nutrire odio per anni, senza potersi spiegare i motivi della detenzione e senza poter dire la sua versione.
Nel 2019 il Washington Post ha avuto accesso a una robusta documentazione che testimoniava le bugie del governo americano sui progressi nella guerra, i cosiddetti Afghanistan Papers. In mezzo c'erano le prove del sostegno statunitense ai signori della guerra, quale che fosse il loro record di abusi. "Questo fa fare agli Usa la parte di protagonisti cinici, pronti a chiudere gli occhi davanti a ogni abuso", denunciava un funzionario meno spregiudicato degli altri.
Com'è ovvio, i casi che emergono sono solo una piccola parte. Gli esperti e gli psicologi garantiscono che la tortura non serve a ottenere informazioni, perché davanti agli abusi chiunque è pronto a mentire, accusando anche le persone più vicine. Eppure il metodo resta diffuso, più o meno nascosto nelle aree opache fra le pieghe dei regolamenti. Human Rights Watch denunciava già nel 2013 che le truppe di Enduring Freedom erano coinvolte in almeno 18 omicidi di civili slegati dai combattimenti, in almeno 600 casi di abusi sui detenuti, per non parlare dell'utilizzo abituale di sistemi di tortura come il waterboarding per estorcere informazioni.
Al centro delle denunce c'era il carcere ospitato nella base aerea di Bagram, poco lontano da Kabul. A giudicare dalle foto delle gabbie circondate da filo spinato, o dai disegni delle posizioni insostenibili a cui i detenuti venivano costretti, non è fuori luogo un parallelo con il famigerato centro di detenzione iracheno di Abu Ghraib, rimasti famoso per gli orrori sui prigionieri immortalati dagli stessi secondini e diventati oggetto di scandalo in tutto il mondo.
Di fronte allo sdegno delle proprie opinioni pubbliche, gli eserciti dei Paesi democratici hanno escogitato vari sistemi. Una delle strade è l'utilizzo dei cosiddetti contractor, in genere ex militari disposti a menare le mani senza troppi scrupoli e ovviamente non obbligati a rendere conto alle autorità politiche, oltre che slegati dalle "regole di ingaggio". C'è poi una cappa di opacità che copre l'uso delle truppe speciali. Omicidi mirati di leader talebani, attacchi a cellule di insurgents, distruzione di assetti nemici in territori lontani: le operazioni sono segrete, e questo non vuol dire ovviamente che siano irregolari. Ma in questi ambiti si creano spazi di scarsa trasparenza, di cui i governi approfittano per evitare di rendere conto ai parlamenti e che possono offrire opportunità per abusi.
di Raffaella Scuderi
La Repubblica, 21 novembre 2020
Da due giorni si protesta per la detenzione del musicista (poi rilasciato su cauzione) che sfida Museveni alle presidenziali di gennaio. Il ministro della Sicurezza: "La polizia ha il diritto di sparare e uccidere". Sono almeno 37 le vittime degli scontri in Uganda per l'arresto di Bobi Wine, il 38enne musicista che il prossimo 14 gennaio sfiderà alle urne l'attuale presidente Yoweri Museveni, al comando da 35 anni. Il rapper, rilasciato ieri su cauzione, è stato accusato di violazione delle misure imposte contro la diffusione del Covid. Restrizioni che prevedono che i candidati alla presidenza non possano parlare a gruppi di più di 200 persone.
Il candidato presidenziale è stato arrestato mercoledì scorso poco dopo essere arrivato nella sede della sua campagna elettorale nel distretto di Luuka e da allora era detenuto presso la stazione di polizia di Nalufenya, nel distretto di Jinja. Alla notizia del suo arresto, migliaia di persone si sono riversate in piazza in tutto il Paese. Museveni, che con i suoi 76 anni è alla ricerca di un sesto mandato, ha schierato l'esercito in strada affiancandolo agli agenti. Nelle proteste sono state arrestate e fermate 350 persone.
La polizia ha giustificato gli arresti affermando che i dimostranti hanno partecipato alle violenze, appiccando incendi e attaccando chi non fosse sostenitore della Piattaforma di Unità nazionale (Nup) - il partito di Wine - e il ministro della Sicurezza ieri ha dichiarato che "ha anche il diritto di sparare e uccidere se si raggiunge un certo livello di violenza. Posso ripetere? La polizia ha il diritto di spararti e tu muori per niente". Dai manifestanti e i video sui social, sale invece la denuncia contro uomini armati in abiti civili e non affiliati ad alcun servizio di sicurezza, accusati di aver aperto il fuoco contro la folla.
Intanto gli altri quattro candidati dell'opposizione, Mugisha Muntu, Henry Tumukunde, Norbert Mao e Fred Mwesigye, hanno sospeso le loro campagne elettorali in solidarietà nei suoi confronti. La moglie di Wine, Barbara Itungo, ha rilasciato un'intervista alla Bbc in cui racconta l'arresto di mercoledì scorso: prelevato con forza dalla sua auto mentre si recava al comizio. Due giorni, racconta, senza poter vedere parenti né avvocati. Tutti coloro che si oppongono a Museveni e stanno facendo comizi in giro per il Paese, sono stati presi di punta dalle autorità.
Bobi Wine è il suo nome da rapper. Il giovane oppositore si chiama Robert Kyagulanyi, è parlamentare dal 2017 ed è la grande paura del longevo dittatore ugandese, l'unico che potrebbe davvero esautorarlo. Sfida Museveni da sempre e lo fa a ritmo di rap. Conosce bene le carceri del Paese e i modi brutali della polizia. Questo non è il suo primo arresto. Ad agosto 2018 fecero il giro del mondo le immagini che lo ritraevano massacrato da calci e pugni in faccia e su tutto il corpo, subiti durante il suo ennesimo arresto. Due anni fa il mondo della musica internazionale insorse, tra cui grandi nomi come Brian Eno e Chris Martin.
Un ragazzino del ghetto che ha qualcosa da dire attraverso la musica. Così si definisce il popolare rapper che fa musica dal 2000 e sostiene di portare ai giovani ugandesi la speranza di un futuro migliore proprio in virtù della sua provenienza dalla strada. In tribunale, prima della libertà su cauzione, rivolgendosi al giudice ha detto: "Questo caso non dovrebbe essere l'Uganda contro Kyagulanyi, dovrebbe essere l'Uganda contro Museveni. Dovrebbe essere Museveni su questo banco degli imputati". Wine dovrà comparire nuovamente in tribunale il prossimo 18 dicembre. "Quando i nostri leader sono diventati imbroglioni e maestri, sono diventati aguzzini. Quando la libertà di espressione diventa il bersaglio dell'oppressione, l'opposizione diventa la nostra posizione". È uno dei testi di Wine che si intitola Situka, "alzatevi" in Uganda, cantata dal musicista prima delle elezioni generali del 2016.
di Alessandro Giordano*
Il Messaggero, 20 novembre 2020
Un Paese moderno deve essere in grado di saper gestire le emergenze, ma anche di programmare il proprio futuro, sia prossimo che a lungo termine. Si tratta di scelte di indirizzo, non soltanto dettate dalla rincorsa del contingente, ma fondate su di una visione ad ampio raggio. I responsabili di una nazione efficiente, insomma, sono tenuti a governare l'oggi e il domani dei problemi degli amministrati.
Cito, a mero titolo esemplificativo, i temi delle infrastrutture e del territorio, che necessitano di una programmazione anche per quanto riguarda gli interventi manutentivi dell'esistente prima che si verifichino delle tragedie, spesso annunciate, la gestione dell'inquinamento e dei rifiuti (ricordo in Germania che già nell'anno 1980 era stata avviata un'attenta raccolta differenziata, tanto che oggi, dopo quarant'anni, i tedeschi si collocano al primo posto in Europa in tale campo), le politiche della sanità, che devono tenere conto del fabbisogno di assistenza medica della popolazione nei decenni a venire, ma pure in caso di scenari critici e tanti altri.
Anche il sistema carcerario nel suo complesso, dimenticato (spesso volutamente) dalla maggioranza della popolazione, rientra tra questi temi: uno Stato efficiente deve prospettarsi i fabbisogni futuri e supplire alle carenze di strutture e di personale con interventi risolutori, ma anche porsi il problema della gestione straordinaria, oggi costituita dalla pandemia da Covid-19 negli Istituti penitenziari afflitti dall'ormai cronica piaga del sovraffollamento.
È infatti di poco tempo fa la notizia di nuovi casi verificatisi proprio all'interno della Casa Circondariale di Rebibbia. Già la scorsa Pasqua, in pieno lockdown, il Papa aveva rivolto un appello ai potenti al fine di trovare "una strada giusta e creativa" per risolvere il problema del sovraffollamento nelle carceri nell'epoca della diffusione del virus.
In quella occasione avevo proposto alla Politica di approvare una normativa, non già demenziale, ma diretta ad applicare delle nuove misure alternative al carcere, più "agili", come l'impiego in lavori socialmente utili di quei ristretti destinatari di pene brevi, non pericolosi, non macchiatisi di reati odiosi e non autori di disordini o sommosse (il suggerimento è stato pubblicato nella rubrica "Lettere" di questo giornale, mercoledì 15 aprile 2020).
Una soluzione del genere permetterebbe di alleggerire il carico penitenziario in un periodo così delicato per la situazione sanitaria del Paese e di garantire l'esecuzione della pena in condizioni umane e non degradanti. Dunque, il messaggio di Papa Francesco oggi è sempre attuale, sia nell'ottica dello spirito evangelico diretto alla ricerca del bene comune, sia nella prospettiva laica, programmatica e gestionale, di uno Stato di diritto. Tuttavia, finora l'invito del Papa è rimasto senza eco, la pandemia continua a far sentire la sua voce, il legislatore il suo silenzio.
*Magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma
di Livio Ferrari*
Ristretti Orizzonti, 20 novembre 2020
Nel quadro della pandemia in corso i reclusi delle nostre patrie galere si ritrovano a pagare un sovraprezzo non previsto in sentenza, a causa di mancanza di attenzione e responsabilità nei loro confronti, il loro essere sempre e solo vite a perdere per una società che non è in grado di integrare, soprattutto non coloro che hanno il torto di essere soprattutto poveri.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 novembre 2020
Circa il 40% dei detenuti che escono dal carcere dopo anni di detenzione presentano patologie psichiatriche o oncologiche. È una percentuale alta, che rende l'idea di come espirare la pena in celle sovraffollate, fra scarsa igiene e troppa promiscuità, con poca luce e poco spazio, e farlo per anni e anni, possa segnare duramente la mente e il corpo di un detenuto. Sono ferite interne. "Chi entra in carcere colpevole di aver commesso un reato rischia di uscirne vittima di malagiustizia o malasanità", tuona il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello.
Il garante è in prima linea a tutela della salute dei detenuti, soprattutto in questo periodo di grande emergenza sanitaria causata dal Covid che avanza nelle carceri e fa moltiplicare i contagi. Nelle prigioni campane, in poche settimane, si è sfondato il tetto dei 500 contagiati fra detenuti reclusi nelle celle e personale in servizio negli istituti di pena. I detenuti positivi al Covid sono 202, gli agenti della penitenziaria 221 e 30 gli operatori socio-sanitari risultati positivi al virus. E, come se non bastasse, i posti per l'isolamento dei contagiati negli istituti di pena sono sempre più scarsi. In tutto questo la politica resta in silenzio e per sollecitare un intervento che contribuisca concretamente a risolvere il dramma delle carceri si stanno mobilitando soltanto garanti, cappellani e penalisti. Dopo aver incontrato nei giorni scorsi il prefetto di Napoli Marco Valentini, oggi il garante campano Ciambriello incontrerà il prefetto di Caserta Raffaele Ruberto. Si chiedono interventi da parte del governo Conte per alleggerire il peso del sovraffollamento negli istituti di pena, liberare spazi che possono servire a gestire meglio l'emergenza ed essere utilizzati per la quarantena e l'isolamento dei positivi.
Il Covid, in questo momento, è un problema primario nelle carceri. Per sopperire alle più stringenti restrizioni che la zona rossa impone, sono state autorizzate le videochiamate tra i detenuti e i garanti, non solo con quello regionale ma anche con i garanti di Napoli, Pietro Ioia, di Caserta Emanuela Belcuore, e di Avellino Carlo Mele.
Uno spiraglio riluce nel buio della pandemia. Mentre sullo sfondo restano le criticità di sempre, quelle che in decenni non si sono mai risolte. Quelle legate alla qualità di vita nelle carceri e alla qualità della tutela della salute dei detenuti.
Vivere dietro le sbarre e in celle affollate può produrre un arresto del processo biologico di maturazione e una diminuzione delle facoltà sensoriali. Abituandosi alle minuscole dimensioni di una cella, si perde il senso della distanza e delle proporzioni e, assuefacendosi ai colori non naturali, si può cadere facilmente in alterazioni e infermità della vista. Inoltre il moto, ridotto ai soli spostamenti fra stanze e corridoi, incide sull'equilibrio fisico riducendolo.
Per non parlare della sfera più intima, legata all'equilibrio psicologico: in carcere si perde l'intimità, non c'è riservatezza, si è costretti a convivere con persone che non si sono scelte e la solitudine diventa uno dei sentimenti prevalenti che, assieme a fattori come la privazione della libertà, la convivenza coatta, la monotonia, l'ozio, il microclima, la lontananza dai parenti, l'abolizione dei rapporti sessuali, le preoccupazioni processuali, l'esposizione al pubblico giudizio, la perdita dell'autodecisione, finiscono per diventare fonte enorme di stress e capaci di segnare il detenuto, nel fisico o nella mente.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 novembre 2020
Parla Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria. "L'Iran e la Turchia (non proprio un esempio di democrazia) hanno rilasciato i propri detenuti. Perché dobbiamo essere più khomeinisti degli ayatollah? La politica deve saper recuperare in un momento così grave e oscuro la dignità, la forza e il senso di responsabilità che le dovrebbe competere.
Il Governo e il Parlamento devono avvertire la sensibilità di intervenire prima che sia troppo tardi per ridurre drasticamente la popolazione detenuta attraverso qualsiasi intervento di legge che sia aderente alla nostra Costituzione e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo".
Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria, già direttore del centro clinico di Pisa e presidente del Consiglio internazionale dei servizi medici penitenziari, sottolinea la necessità di intervenire sul sistema carcere.
"L'amnistia e l'indulto - spiega - in questo particolare momento costituiscono un atto significativo di medicina preventiva". Dunque, non è solo un discorso di clemenza e garantismo. Viste le curve dei contagi e i dati sempre più allarmanti che arrivano dagli istituti di pena, la questione diventa anche di tipo strettamente sanitario.
"L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Coronavirus nelle carceri. Tra queste - osserva Ceraudo - assume un significato particolare il distanziamento che prefigura l'abitudine a stare ad almeno un metro di distanza. Questo non può essere assolutamente assicurato in carcere in preda a un cronico sovraffollamento, mentre è forte la difficoltà di rispettare accuratamente le norme igienico-sanitarie e le opere di sanificazione degli ambienti".
Come si può quindi immaginare di gestire la pandemia in un luogo dove la prima basilare regola di prevenzione e sicurezza, quella del distanziamento, non può essere rispettata perché non c'è lo spazio fisico per consentirlo?
"Tra la popolazione detenuta è alto il numero delle persone maggiormente esposte al rischio di gravi conseguenze in caso di contagio: anziani, soggetti affetti da malattie pregresse, persone immunodepresse. Le carceri - dice Ceraudo - costituiscono delle bombe epidemiologiche. Vi è di fatto l'impedimento di approntare opportunamente degli spazi idonei per l'isolamento dei contagiati e la quarantena delle persone entrate in contatto con i contagiati. Pertanto devono essere messe in atto, con estrema urgenza, politiche deflattive, laddove le misure alternative al carcere devono trovare un legittimo riconoscimento".
Che il Covid potesse fare vittime anche all'interno delle carceri non era difficile da prevedere. Dopo i primi decessi per Covid nelle carceri piemontesi e toscane, l'altro giorno è accaduto anche a un detenuto del carcere napoletano di Poggioreale. Il sovraffollamento gioca un ruolo più cruciale che mai.
"Il sovraffollamento carcerario al momento attuale si configura come una sorta di tortura ambientale e rende tutto più difficile e aleatorio. Sovraffollamento e promiscuità in ambienti fatiscenti sono gli elementi di una miscela esplosiva - sottolinea Ceraudo - Le celle piene di detenuti, con letti a castello fino a rasentare il soffitto, rassomigliano sempre più a porcilaie, a canili, a polli stipati nelle stie. Umanità ammassata, promiscuità assoluta che confonde e abbrutisce, unisce e divide, distrugge ogni rispetto, riservatezza e intimità e condanna inesorabilmente a una disperata solitudine.
Di frequente si presenta la necessità di stare in compagnia di persone che non si sono scelte, talvolta non desiderate e non gradite, e dividere con loro ogni minuto di ogni giornata: rapporti sociali imposti o subiti; odori, rumori, sapori sporcizia di altri; promiscuità assoluta che degrada. Il carcere è stress". Inoltre, "in carcere continuano a entrare a ritmo incalzante tossicodipendenti, extracomunitari, disturbati mentali, emarginati sociali, una fetta di umanità ferita e debole. E ora, come era facilmente prevedibile, siamo costretti a riscontrare il dilagare del Covid tra la popolazione detenuta e tra gli agenti di polizia penitenziaria e a contare, purtroppo, i primi detenuti deceduti. Temo - conclude Ceraudo - che esista un sommerso che supera ogni immaginazione".
di Franco Mirabelli*
huffingtonpost.it, 20 novembre 2020
Da sempre il carcere e l'esecuzione penale sono oggetto di scontro. Il tema, però, non è la necessità di garantire che le pene vengano espiate, questo nessuno lo mette in discussione: la certezza della pena non è il nodo su cui si divide davvero la politica. Le idee divergono sulla funzione della pena, sul senso della carcerazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 novembre 2020
Sono 22 i detenuti positivi al Covid 19, tra i 41bis e quelli in alta sicurezza reclusi nel carcere di Tolmezzo., ma potrebbero essere molti di più. Non solo tre, come invece risultava dall'ultimo report del Dap consegnato ai sindacati della polizia penitenziaria. I dati, ma quelli giusti, provengono dal provveditorato regionale di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Accanto ai detenuti, risultano positivi anche 16 agenti penitenziari. Parliamo, quindi, di un focolaio importante.
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