di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 18 febbraio 2021
Solide alleanze. "Basta carta bianca ad al-Sisi", aveva detto il neo presidente Usa ma i rapporti militari restano una colonna portante. L'annuncio nel giorno del caso Sultan. Dopo la sconfitta dell'amico Trump, il regime era corso ai ripari con misure di facciata, preoccupato anche dalla nuova "lobby" dem per i diritti umani.
Dopo quattro anni di carta bianca lasciata a Trump al regime di al-Sisi, che l'avvento di Biden alla Casa bianca avrebbe scompigliato un po' la situazione ce se lo aspettava. O almeno questo emergeva dalle dichiarazioni del democratico prima delle elezioni e nei mesi da presidente-eletto: "Basta con gli assegni in bianco di Trump al suo 'dittatore preferito'", come il tycoon apostrofò l'alleato. Dal Cairo ci si attendeva una virata, anche simbolica, di facciata, sulla questione dei diritti umani. Non è successo eppure i rapporti, almeno quelli militari, non ne hanno risentito. Se le autorità egiziane, dopo la pressione globale per il rilascio dei tre membri dell'ong Eipr, hanno ceduto rimandandoli a casa (ma le accuse di terrorismo restano), l'ultimo episodio in ordine di tempo ha ricordato anche a Washington che il lupo il vizio non lo perde: domenica agenti in borghese hanno arrestato a Mounofiya e ad Alessandria sei familiari di Mohamed Soltan, attivista egiziano ed ex prigioniero politico, rilasciato nel 2015 dopo due anni di carcere e un lunghissimo sciopero della fame, poi deportato negli Stati uniti dopo la rinuncia alla cittadinanza egiziana.
È da lì che prosegue la sua attività di opposizione al regime con l'organizzazione Freedom Initiative. Ed è da lì che ha lanciato la sua "bomba": una denuncia alla corte federale di Washington DC contro l'ex primo ministro egiziano Hazem el-Beblawi per le torture subite in prigione, dove fa anche i nomi del presidente al-Sisi e del capo dei servizi segreti Abbas Kamel.
Non è la prima volta che il regime prova a fermare Soltan attaccando la sua famiglia. Era già successo nel 2020: cinque familiari vennero arrestati per essere rilasciati poco dopo le elezioni americane. Il padre invece è in carcere dal 2013, condannato all'ergastolo perché tra i leader dei Fratelli musulmani, messi al bando da al-Sisi. Lo stesso Mohamed fu arrestato per aver protestato dopo il massacro di sostenitori islamisti dell'agosto 2013 a piazza Rabi'a, l'atto primo del regime.
Il rilascio di novembre 2020 rientrava nella categoria gesti di buona volontà, simile a quello concesso all'Eipr, per disinnescare la mina con cui Biden sembrava minacciare gli storici rapporti con l'Egitto. In particolare, l'intenzione di far dipendere la vendita di armi al rispetto dei diritti umani (vedi Arabia saudita), secondo quanto deciso dal Congresso lo scorso dicembre.
Eppure, se è vero che Biden non ha ancora telefonato ad al-Sisi (destino condiviso con il premier israeliano Netanyahu, sempre più nervoso a riguardo) e se è vero che il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che seguirà il caso della famiglia Soltan, è di ieri la notizia dell'approvazione alla vendita di 168 missili tattici Raytheon all'Egitto, valore totale 197 milioni di dollari. Erano stati chiesti dalla Marina egiziana per le aree costiere mediterranee e del Mar Rosso.
La vendita include anche il supporto tecnico e logistico americano. La motivazione la dà il Dipartimento di Stato in una nota: "L'Egitto continua a essere un importante partner strategico in Medio Oriente". A conferma dell'inamovibile pacchetto di aiuti militari garantito annualmente al Cairo, 1,3 miliardi di dollari.
Quella somma ha cristallizzato nel tempo le relazioni tra Il Cairo e Washington, difficili da scalfire anche nel post-Trump, sincero e indefesso ammiratore di al-Sisi. Da quando la vittoria di Biden è stata certificata al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, spiegano funzionari anonimi all'agenzia indipendente Mada Masr, il ministero degli esteri egiziano ha iniziato a lavorare a una serie di proposte per puntellare l'alleanza, dal ruolo regionale (Libia e Palestina su tutto) al possibile allentamento della pressione sulle opposizioni interne. Magari anche qualche rilascio dal carcere - esclusi a prescindere i Fratelli musulmani - un'opzione che però non andrebbe giù ai veri decisori, i servizi segreti.
A preoccupare il regime era stata anche la nascita, in occasione del decimo anniversario della rivoluzione, lo scorso 25 gennaio, dell'Egypt Human Rights Caucus, una sorta di lobby formata da parlamentari democratici per fare pressioni su Washington in merito all'Egitto. I 168 missili potrebbero ora far svanire ogni paura.
di Sarah Grieco
fuoriluogo.it, 17 febbraio 2021
Aprire anche ai volontari delle carceri italiane la vaccinazione contro il Covid. Continua la campagna de la Società della Ragione. Lo sforzo profuso da La Società della Ragione nella petizione sui vaccini in carcere, che ha raggiunto oltre 1.800 firme, non è stato vano. Tutt'altro. Gli istituti di pena, anche nel dibattito politico, sono finalmente entrati a far parte di quei luoghi che richiedono un'attenzione particolare nel piano vaccini. Attualmente, personale penitenziario e detenuti dovrebbero rientrare nella seconda e terza fascia di vaccinazioni, assieme ad altre categorie specifiche, quali il personale docente e le forze dell'ordine.
di Mauro Palma, Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Nessuno, giudice o custode, ha nella propria disponibilità la dignità e i diritti fondamentali delle persone arrestate o detenute. Ci disse un capo dell'amministrazione penitenziaria: "La tortura sta nel terzo mondo". Poi ci furono: carcere di Sassari e Global Forum di Napoli, scuola Diaz e Bolzaneto... e tanti fatti di "cronaca".
Ha ancora senso, dopo trent'anni, interrogarsi sull'intuizione che si ebbe nel 1991 quando si decise di dar vita a un'associazione volta alla tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Quel che è accaduto negli ultimi tre decenni ci racconta di quanto quell'intuizione sia servita a controbilanciare la progressiva esondazione delle politiche criminali e, più genericamente, repressive.
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. La nostra giustizia penale è classista: nelle carceri ci sono tossicodipendenti immigrati e condannati per reati di strada. Il diritto penale - almeno luogo dell'uguaglianza davanti alla legge - è diventato il luogo della massima disuguaglianza. Perché quel nome alludeva al punto di vista esterno - il punto di vista della giustizia, della morale e della politica - con cui intendevamo guardare alle durezze e alle iniquità del diritto penale, alle involuzioni inquisitorie dei processi e alle condizioni di illegalità delle nostre carceri. Allora, alla nascita della prima serie della rivista - nel 1985, sei anni prima della nascita dell'Associazione, nel 1991 - la nostra critica si rivolgeva alla legislazione e alla giurisdizione d'eccezione, che in quegli anni avevano ridotto il già debole sistema delle garanzie del corretto processo.
di Lorenza Pleuteri
ilrovescio.info, 17 febbraio 2021
A un anno dalle proteste che causarono la morte di 13 detenuti, una circolare riservata stabilisce le procedure per reprimere sommosse e azioni violente e per contrastare i picchetti. Critiche e perplessità dai direttori dei penitenziari. I dubbi che basti un atto amministrativo per disciplinare competenze in carico a soggetti diversi.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Dapprima era una rivista, edita dal manifesto a partire dal
marzo 1985, bimestrale di critica all'emergenza terrorismo. L'associazione Antigone nasce il 18 febbraio 1991. Detenzione domiciliare, divieto di estradizione verso i Paesi dove vige la pena di morte, lotta alle tossicodipendenze in cella: molte le battaglie vinte.
di Katia Poneti
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
"Senza casa, senza lavoro": è l'eloquente titolo del seminario, organizzato dal Garante dei detenuti della Regione Piemonte Bruno Mellano, che ha rimesso con forza al centro del dibattito il tema delle misure di sicurezza. Misure comminate in aggiunta alla pena detentiva, quando la persona è considerata particolarmente pericolosa e dichiarata "delinquente abituale, professionale o per tendenza". Sono 335 le misure detentive in atto al 31 gennaio di quest'anno in sei strutture. Un numero esiguo, che rischia per questo di restare invisibile; una condizione di sostanziale ingiustizia che non può essere ignorata.
La casa di lavoro e la colonia agricola erano state pensate, nel clima politico e culturale degli anni Trenta del secolo scorso, come mezzi per raddrizzare, attraverso il lavoro forzato, quelle persone per le quali la pena non era ritenuta sufficiente. Passato quasi un secolo, le misure di sicurezza sono ancora là, "ruderi mal collocati e che continuano a far danno", come le ha definite Franco Maisto. Le misure di sicurezza contrastano con i principi garantisti affermati dalla Costituzione perché non sono diverse, nella sostanza, dalla pena detentiva, e in molti casi realizzano una forma surrettizia di ergastolo. Se ne potrebbe, per questo motivo, mettere in dubbio la legittimità costituzionale.
La Consulta dovrà confrontarsi a breve con questo istituto e forse sciogliere qualche nodo, visto che la Corte di Cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 41bis O.P., in quanto consente di applicare il regime di rigide restrizioni anche dopo la fine della pena, a quelle persone assoggettate a misura di sicurezza detentiva. La politica ha difficoltà nel fare riforme su temi cruciali per i diritti dei detenuti, mentre le spinte al cambiamento arrivano da decisioni giurisprudenziali, così anche la proposta di riforma delle misure di sicurezza, elaborata della Commissione presieduta dal Prof. Marco Pelissero, rimase bloccata.
Le Case Lavoro sono collocate in sezioni degli istituti penitenziari, in cui gli internati conducono la stessa vita dei detenuti, e il lavoro, che dovrebbe caratterizzarle, manca. Quale lavoro dovrebbe essere svolto dai reclusi? Non certo quello che aveva in mente il legislatore del 1930, un'idea terapeutica di lavoro attraverso la coazione, da cui è bene allontanarsi dice Stefano Anastasia, Garante della Regione Lazio e dalla Regione Umbria. Servirebbe piuttosto un lavoro dignitoso, retribuito in modo giusto, e volontario, come previsto dal nuovo art. 20. O.P., che ha abolito l'obbligatorietà del lavoro detentivo. Un lavoro che sia la base di un reinserimento sociale reale per le persone internate, che per la maggior parte si trovano recluse in quanto si ritiene che, una volta uscite, torneranno a delinquere, perché sono senza fissa dimora, non hanno supporti affettivi, hanno problemi di dipendenze.
La testimonianza della Garante di Biella, Sonia Caronni, conferma che la marginalità sociale caratterizza i reclusi in Casa Lavoro, e rende necessario pensare a percorsi di reinserimento sociale di persone con particolari difficoltà di recupero. Sembra improcrastinabile l'iniziativa di riforma legislativa, proposta da Franco Corleone. A partire dal principio di reinserimento sociale affermato dalla Costituzione e dall'Ordinamento penitenziario, è necessario superare le Case di Lavoro e pensare invece a luoghi non detentivi, case che siano veramente tali e contesti di lavoro protetti, prevedendo misure alternative di reinserimento sociale.
I Garanti (ne hanno discusso il Garante nazionale Mauro Palma e Alessandro Prandi, Garante di Alba) possono fare molto per modificare lo stato di cose, e sarebbe bello festeggiare i 90 anni dall'entrata in vigore del Codice Rocco, nel prossimo luglio, con l'abolizione delle misure di sicurezza, segno di una archeologia criminale.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 febbraio 2021
I 30 anni dell'Associazione Antigone. Parla l'ex sindaco di Milano, europarlamentare S&L e vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo. "Dal 9 maggio al via la nuova Commissione, luogo di ascolto del territorio e delle organizzazioni civili da parte delle istituzioni Ue". L'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, europarlamentare S&L e vicepresidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, da sempre è una delle personalità più vicine all'associazione Antigone, con la quale ha collaborato in numerose occasioni.
Onorevole, qual è il primo risultato che le viene in mente tra i più importanti ottenuti dall'associazione Antigone?
Di battaglie importanti ce ne sono state tante, alcune siamo riusciti a vincerle anche insieme a tante altre associazioni. Ma Antigone ha da sempre una caratteristica che non è di molti: non si limita a criticare o a denunciare, ma fa sempre proposte concrete sulla base di dati reali ed esperienze vissute. Penso al tema delle misure alternative al carcere, che all'inizio ha visto erigersi alti muri, ma che sono oggi una realtà positiva (anche se sarebbe necessario più coraggio). Ma direi che la grande battaglia è stata, ed è, quella sui diritti dei detenuti nella quale Antigone ha avuto un ruolo fondamentale. Sembrava un'iniziativa di pochi, è diventata un'iniziativa italiana ed europea. Quando ero sindaco di Milano abbiamo istituito non solo il garante comunale dei diritti delle persone private della libertà ma anche il garante dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e la delegata alle pari opportunità e alla parità di genere.
Guardando all'Europa e a come ha reagito sulla questione di Giulio Regeni e Patrick Zaki, quale potere ha l'associazionismo nel far cambiare passo alle istituzioni europee nella tutela dei diritti umani?
Come parlamentare europeo da soli due anni ho un'esperienza limitata ma molto positiva sul tema dei diritti, del carcere e delle garanzie. Ma quando si parla di Europa bisogna tenere conto che ci sono tre istituzioni indipendenti. Il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, che ha preso posizioni molto forte nei confronti dei Paesi che violano i diritti umani, civili e politici e che ha deciso anche sanzioni nei loro confronti. La Commissione europea che pure va in questa direzione. Il blocco e il silenzio assordante in molte occasioni in cui l'Europa dovrebbe dimostrare forza e unità è purtroppo il Consiglio europeo, al quale partecipano i rappresentanti dei governi dei Paesi membri, e dove per le decisioni più delicate è necessaria l'unanimità. Lì basta un singolo Paese - come è già capitato con l'Ungheria, la Polonia e altri - per azzerare le decisioni prese dalle altre istituzioni. Ecco, bisogna superare questa assurdità e questo potrà avvenire solo se vi sarà una spinta e una mobilitazione dal basso verso l'alto. Posso anticipare che finalmente nei prossimi mesi dovrebbe vedere la luce la "Conferenza sul futuro dell'Europa" che sarà un luogo di ascolto del territorio da parte delle istituzioni europee. Questa conferenza durerà 9 o 12 mesi e, su temi come quelli dello stato di diritto, della pace e della solidarietà, l'associazionismo potrà dare un contributo fondamentale per superare l'attuale normativa che fa vincere gli egoismi dei singoli Stati.
Se ne parla da mesi, ora l'iniziativa si sta concretizzando?
Alla proposta hanno aderito la Commissione europea e il Parlamento a grande maggioranza. Doveva iniziare lo scorso maggio ma è stata rinviata al 9 maggio 2021 perché si è ritenuto fondamentale il rapporto diretto anche col territorio. I dibattiti, i confronti, le riunioni on line, che evidentemente sono indispensabili in periodi di emergenza, non debbono far venire meno la possibilità di partecipare a chi non ha la possibilità di collegarsi in rete.
Lei nel giugno 2006 fu a capo di una Commissione per la riforma del codice penale italiano: mettendo a frutto anche il lavoro di tre precedenti commissioni, elaborò una proposta di riforma che conteneva tra l'altro l'abolizione dell'ergastolo, la limitazione della durata dei processi, argini alla discrezionalità dei giudici, decise depenalizzazioni. Oggi di quelle sue proposte non rimane nulla?
Si, ho avuto l'onore di presiedere quella Commissione e avevamo elaborato un testo che, partendo dal diritto penale minimo e mite, aveva fatto molte proposte concrete, realizzabili e garantiste che avrebbero diminuito i tempi processuali ma non a scapito delle garanzie. Le nostre proposte erano già assegnate alla commissione Giustizia del Senato quando è caduto il governo Prodi e il cammino riformista si è fermato. Non solo, ma negli ultimi anni le varie maggioranze parlamentari sono andate proprio nella direzione opposta.
Qual è il suo giudizio sull'imprinting dato al sistema italiano di giustizia dal ministro Bonafede?
Una parte delle proposte avanzate dalla Commissione del 2006 sono state fatte proprie dal ministro Orlando, purtroppo bloccate poi dal governo M5S- Lega. Successivamente si è pure aggiunta la norma sulla prescrizione, ahimè approvata anche dal Pd, che è molto negativa e in aperto contrasto con la nostra Costituzione che garantisce, o dovrebbe garantire, il giusto processo e la sua "ragionevole durata". Quindi non solo non sono stati fatti passi avanti, ma si sono fatti molti passi indietro sui temi fondamentali del diritto di difesa nel processo penale.
Cosa si aspetta dalla nuova ministra Marta Cartabia?
Ci ridà la speranza di vere riforme che incidano positivamente non solo sui tempi dei giudizi civili ma anche sui tempi troppo lunghi della giustizia penale e sulle condizioni, spesso disumane e degradanti, delle nostre carceri. La ministra della giustizia è stata ordinaria di Diritto Costituzionale e Presidente della Corte Costituzionale e ha sempre mostrato concretezza e attenzione ai temi dei diritti e della giustizia.
Il sistema di giustizia italiano è in linea con gli altri Paesi europei? Cosa si aspetta l'Europa da noi in questo campo?
Sulla giustizia e sulle condizioni carcerarie siamo fanalini di coda: la durata media dei processi civili e penali è di gran lunga maggiore di quella di altri Paesi europei. Anche sulle condiziono delle nostre carceri siamo maglia nera. Proprio per questo una delle priorità dell'attuale governo dovrà essere una vera riforma della nostra giustizia. Lo ha detto esplicitamente l'Unione europea: per poter beneficiare delle ingenti somme messe a disposizione dal "Next generation Eu" l'Italia dovrà fare alcune riforme ferme da tempo e non procrastinabili. Tra le priorità vi è la riforma della giustizia. Spero che questa possa essere la volta buona...ma non sono molto ottimista.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 17 febbraio 2021
Non bastasse un curriculum formidabile, gli insulti preventivi e frustrati dei nostalgici di Bonafede al nuovo ministro della Giustizia, sono la garanzia migliore per chi diffida dai processi vendicativi, per cattiveria o distrazione. Più che il curriculum formidabile che pesa addosso a Marta Cartabia, spinge a un allegro ottimismo il livore stridulo che le riservano gli sfrattati di via Arenula, guidati dal Travaglio, dibattista minore.
Le tre o quattro cose che ho saputo di lei da quando sollevò la mia attenzione - dapprincipio solo per una curiosità superficialmente estetica, l'eleganza con la quale guidava Floris e il suo pubblico televisivo attraverso la casa chiusa, fino ad allora, della Consulta, il collo che la fa somigliare a un uccello d'acqua - la raccomandano a chi diffidi della giustizia vendicativa, per cattiveria o per distrazione.
Cartabia sembra aver fatto tesoro della visita alla galera, sulla scia del cardinale Martini. Suoi pensieri, affiancati a quelli del maggior protagonista dell'impegno per la giustizia riparativa, in Italia e fuori, Adolfo Ceretti, sono raccolti nel volume Bompiani dell'autunno scorso, "Un'altra storia inizia qui. La giustizia come ricomposizione". (Di Ceretti ora si legga "Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo", con Niccolò Nisivoccia, il Saggiatore).
Messi da parte gli insulti preventivi e frustrati, mi pare che si addebitino a Cartabia due supposte colpe, o due preoccupazioni. La prima, di essere "legata a Comunione e liberazione". Persone e associazioni impegnate per i diritti civili temono per le libertà delle minoranze.
Ma la frequentazione delle esperienze di Cl quanto alla giustizia è una buona referenza, salvo che le convinzioni e le opinioni, in particolare sulla sessualità, non si lascino tentare a invadere la libertà altrui di disporre del proprio corpo: mi aspetto che non sia il caso. La seconda ragione di diffidenza sta nel descrivere Cartabia come "predestinata" a ogni più alta carriera, come se questa candidatura a tutto le venisse da una fortuna di nascita, e non dal curriculum di cui sopra. Per restare ai giorni appena trascorsi, Cartabia era candidata a guidare il governo e restava candidata alla prossima presidenza della Repubblica pressoché alla pari di Mario Draghi.
Nei confronti del quale ha qualche svantaggio immediato - lui è uomo, la Banca centrale europea è più influente della Corte costituzionale italiana - e qualche vantaggio a più lungo termine - lei è donna ed è parecchio più giovane. Andare al governo ora non è esattamente un passo sicuro nella carriera. Non lo è nemmeno per Draghi, che avrà i famosi 209 miliardi da smaltire ma ha anche, oltre al guazzabuglio partitico e antropologico che si sa, l'incognita di una pandemia molto riottosa. Meno ancora lo è per chi vada ad abitare al ministero della Giustizia, luogo che somiglia a un letto di altrettanti Procuste quanti sono i partiti e i loro mosconi cocchieri, e che deve far tremare chi senta lo sguardo di Dio. Non si esce facilmente con un guadagno di popolarità da Via Arenula. E però guai a starci con l'anima tiepida, contando di uscirne con l'impopolarità minore. Auguri.
di Marta La Placa
interris.it, 17 febbraio 2021
Riusciresti mai a dire che la prigione rende liberi? Alcune persone ci riescono, e queste non sono né dei grandi giuristi, né studiosi particolarmente convinti dell'efficacia del sistema penale nazionale. A dirla tutta, sono prigionieri. Ci sono alcune iniziative in Italia che offrono ai prigionieri la possibilità di lavorare, così che questi possano avere una possibilità di lavoro futura anche una volta usciti da prigione, e, allo stesso tempo, si ri-scoprano come persone in quest'attività. In quest'articolo, ci concentreremo principalmente sulle iniziative del carcere di Siracusa, Venezia e Padova.
Ri-nascere nella laguna Veneziana - L'Associazione "Rio Terà dei pensieri" si occupa del re-inserimento in diversi ambiti lavorativi dei prigionieri delle carceri veneziane, sia maschile che femminile, offrendo loro diverse possibilità di lavoro durante il periodo in prigione. I fondamenti della loro attività sono la produzione di materiali ecosostenibili, che siano fatti con materiali riciclati nel rispetto dell'ambiente, e, come già menzionato, la possibilità di dare una "seconda chance" ai carcerati. Ciò che i carcerati coinvolti hanno da dire riguardo alle iniziative proposte è abbastanza commovente, ed è chiaro che le proposte sono state in grado di cambiare in modo significato le loro vite.
"Rio Terà dei Pensieri" propone diversi lavori: un laboratorio di cosmetica, in cui si creano saponi e prodotti per la cura personale con delle ricette inedite, e interamente con prodotti naturali. Inoltre, l'Associazione coinvolge i carcerati nella creazione di borse, piccole sacche e portafogli in pvc, un materiale che si ottiene con particolari tecniche di riciclo della plastica. Ancora, nel carcere femminile si trova un piccolo campo coltivato, in cui le ragazze coltivano 40 specie diverse tra frutti, verdura e erbe naturali, e che poi vendono al mercato locale una volta a settimana, sotto la sorveglianza di poliziotti, e con permessi speciali. Le attività comprendono anche un laboratorio di serigrafia, nel carcere maschile della laguna, un'attività che i carcerati imparano a fare volentieri con alcuni brevi corsi che vengono loro offerti, o che, in alcuni casi, sapevano già fare per loro qualifiche personali. Il laboratorio realizza stampe di diverso tipo con disegni di diversi esperti e specialisti del mestiere, ma offrono anche stampe personalizzate su richiesta.
Le mandorle di Siracusa - A Siracusa, invece, gli internati del carcere locale hanno la possibilità di lavorare in un laboratorio che si occupa della lavorazione delle mandorle, uno dei prodotti locali tipici più importanti e conosciuti. In questo caso, il lavoro è possibile attraverso l'impegno della cooperativa "L'Arcolaio". Inizialmente, la loro attività consisteva quasi esclusivamente nella produzione di pane biologico, solo con ingredienti locali, ma col tempo, la loro produzione si è orientata verso le mandorle, creando dolcetti, biscotti e salse di mandorle con cui guarnire diversi piatti. Il loro obiettivo, anche in questo caso, è quello di dare una seconda chance ai prigionieri, un percorso lavorativo da seguire una volta usciti dal carcere; allo stesso tempo, facendo ciò, valorizzano e promuovono le mandorle siciliane: uno dei prodotti tipici più importanti per loro. Grazie all'associazione "Le Galline Felici" i loro prodotti sono distribuiti e venduti in tutta Italia, e in Europa.
Regali di Natale dalla prigione - Un'iniziativa simile, e altrettanto nota in Italia, è quella del carcere di Padova, sostenuta dalla Cooperativa Giotto. Il carcere di Padova è infatti famoso per essere una elle migliori pasticcerie del paese; non a caso, infatti, ha vinto più di un premio, tra cui il "Dino Villani", dell'accademia Italiana della cucina, per il miglior Panettone d'Italia. Il riconoscimento è significativo per l'associazione, non solo perché valorizza il loro lavoro a livello nazionale, ma anche perché è uno dei premi più importanti nell'ambito della "cucina a km 0".
Un lavoro a cui dare valore - Ciò che colpisce, e che è davvero ammirabile di tutte queste iniziative, non è solo il fatto che tutte valorizzano enormemente l'ambiente in cui hanno origine, rispettandolo e valorizzandone prodotti e tradizioni. Tutte, oltre a ciò, hanno in comune il fatto che tutti i prigionieri coinvolti siano estremamente grati per il lavoro che viene loro offerto. Questa gratitudine non deriva solo dal fatto che attraverso questi lavori i detenuti hanno la possibilità di mandare ai loro famigliari un contributo economico pur essendo in carcere, ma soprattutto dalla consapevolezza che il lavoro che viene loro offerto li salva.
Max Cosham ha 44 anni, oggi è uno dei manager del lavoro offerto da "L'Arcolaio" ai prigionieri del carcere di Siracusa. Ciò che Max porta nel cuore dei suoi anni in prigione è il fatto che in tutti quei mesi egli abbia incontrato principalmente persone che volevano aiutarlo; in questi anni ha imparato che indipendentemente dal fatto che tu sia in prigione oppure no, la vera libertà la puoi trovare solo dentro di te. Inoltre, Marco, che lavora per la cooperativa Giotto, afferma che scopre con piacere che "la gente là fuori non ci guarda come dei mostri" dicendo "hanno sbagliato, butta via la chiave, lasciali là"; allo stesso modo, Marco ammette che "Nel carcere di Padova ho avuto la possibilità di scendere, imparare un mestiere. Cioè io sono diventato una persona nuova", e, ancora, Pierin della stessa pasticceria sorride, grato: "Per chi lavora, in carcere è diverso. Il lavoro praticamente, ti fa avere una vita dignitosa".
Una carcerata di Venezia, inoltre, afferma che prima di lavorare per "Rio Terà dei pensieri" come creatrice di prodotti cosmetici, non faceva altro che fumare in cella; anche per lei, cominciare a lavorare ha cambiato tutto, nonostante il fatto che all'inizio fosse convinta del fatto che il lavoro che le era stato proposto non facesse per lei. Tutte queste iniziative sono da valorizzare, e dovrebbero diventare un esempio per molti in quanto sono in grado di ribaltare la visione che molti hanno sui prigionieri: quanto sarebbe più facile abbandonarli nelle loro celle? Non da ultimo, il lavoro e il tempo che tutti i volontari e collaboratori di queste associazioni dedicano alle iniziative è commovente: la loro capacità di valorizzare tutto ciò che li circonda dall'ambiente circostante alle persone intorno a loro non è scontata, ma, oserei dire, unica.
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