redattoresociale.it, 19 novembre 2020
Lettera indirizzata al Governo e ai parlamentari della Commissione Giustizia di Camera e Senato e sottoscritta da Antigone, Anpi, Arci, Cgil, Gruppo Abele e a cui hanno aderito altre realtà. Ecco le proposte contro il sovraffollamento e per rendere "non rischiosa e piena di senso la vita in carcere".
"Anche il carcere sta subendo le conseguenze della seconda ondata della pandemia di Covid-19, con numeri peraltro più ampi rispetto a quanto non sia avvenuto nei mesi di marzo e aprile. Il numero dei detenuti e degli operatori positivi sta raggiungendo le 1.000 unità per ciascuna di queste categorie, con ritmi di crescita che destano preoccupazione".
Così una nota di Antigone, che rende note alcune proposte contenute nella richiesta sottoscritta assieme ad Anpi, Arci, Cgil, Gruppo Abele. Il tutto in una lettera indirizzata al governo e ai parlamentari della commissione giustizia di Camera e Senato, a cui hanno aderito anche Ristretti Orizzonti, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-CNVG, CSD - Diaconia Valdese, Uisp Bergamo, InOltre Alternativa Progressista.
di Luigi Manconi
La Stampa, 19 novembre 2020
Dilaga la falsa credenza che il carcere sia il luogo più sicuro. Se i 21 parametri utilizzati dal governo per tracciare la mappa cromatica del contagio Covid fossero applicati al sistema penitenziario italiano, il rosso non basterebbe a segnalare lo stato di allarme pandemico: servirebbe una tonalità di colore più violenta.
E forse andrebbero rivisti anche altri indicatori, quali quelli relativi alle fasce di età maggiormente colpite: come spiegare, infatti, che su una popolazione detenuta infantile (avete letto bene: infantile) di 33 minori, si registrino più casi di positività?
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 19 novembre 2020
I numeri del contagio in cella fanno sempre più paura. Ed è di diffusa la sensazione, maturata anche in alcuni partiti della maggioranza, che le norme introdotte dal decreto Ristori non bastino. I dati ufficiali del Dipartimento di amministrazione penitenziaria sono aggiornati a lunedì sera e restituiscono un panorama preoccupante: 758 positivi fra i detenuti e 936 casi tra agenti penitenziari e altri operatori.
Il Dubbio, 19 novembre 2020
L'adesione di Manconi, Veronesi e "A Buon Diritto" allo sciopero della fame di Rita Bernardini. Di seguito l'appello di Luigi Manconi, Sandro Veronesi e della Onlus "A Buon diritto", che aderiranno allo sciopero della fame di Rita Bernardini per ridurre la pressione sulle carceri e salvaguardare la salute dei detenuti durante la pandemia di Covid.
Il carcere è il luogo più affollato d'Italia. E una cella di prigione può essere lo spazio più congestionato e patogeno dell'intero sistema penitenziario: per chiunque vi si trovi, detenuto o membro del personale amministrativo e di polizia.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 19 novembre 2020
Ci sono, a ieri, circa 1.000 agenti penitenziari positivi al virus del Covid, e circa 800 detenuti. Ci sono positivi al virus tra i detenuti delle sezioni "irraggiungibili dal contagio" del 41bis - a Tolmezzo, a Opera e altrove, dicono le cronache più avvertite. C'è un incremento dei contagi di galera molto più veloce che nel mondo di fuori, documentano i sindacalisti degli agenti.
Ci sono casi di contagio di bambini incarcerati con le loro madri. Ci sono più di 54.800 detenuti a fronte di 47 mila posti molto teoricamente disponibili. C'è paura e mortificazione. C'è da giorni un digiuno iniziato da Rita Bernardini e Irene Testa, senza scadenza, cui partecipano variamente militanti radicali, personalità e persone solidali, famigliari di detenuti. Le solite cose, insomma.
È così raro trovare fatti e parole nuove che vale la pena di trascrivere l'illustrazione del cosiddetto sovraffollamento in tempi di pandemia fornita dal famigerato recidivo Salvatore Buzzi, insieme all'adesione al digiuno: "Per provare a capire cosa si prova basta sistemare un letto nel proprio bagno di casa - continua Buzzi - A quel punto, quando hai disegnato il lavandino, la brandina, i sanitari, va piazzato un letto sopra a quello già esistente. Quello è il sovraffollamento, e lì come lo applichi il distanziamento sociale?".
di David Allegranti
Il Foglio, 19 novembre 2020
I fu paladini della trasparenza e dello streaming che siedono al ministero della Giustizia (citofonare Alfonso Bonafede) non riescono neanche a fornire i dati precisi dei contagi nelle carceri. Si sa però, grazie al lavoro dei Garanti delle persone private delle libertà e delle associazioni come L'altro diritto e Antigone, che il numero dei ristretti che hanno contratto il coronavirus è in aumento.
Per questo i Garanti hanno rivolto un appello al Parlamento: "Il carcere è una realtà in cui il rischio della diffusione del Covid-19 è molto alto: il fisiologico assembramento di un numero considerevole di persone in uno spazio angusto non permette, infatti, di rispettare le regole minime di distanziamento fisico e di igiene funzionali alla prevenzione del virus. La patologica situazione di sovraffollamento che caratterizza le nostre carceri contribuisce inoltre fatalmente ad accrescere il rischio di diffusione del contagio".
Secondo i dati del Garante nazionale aggiornati al 13 novembre 2020, sono 32 le persone detenute ospedalizzate e più di 600 quelle risultate positive a seguito di screening diffusi. "Rispetto al numero di tamponi effettuati in questa nuova tornata di epidemia - scrive il Garante nazionale nell'ultimo report - il tasso di positività in carcere è alto (più del 15 percento), ma comunque in linea con quello del territorio nazionale. Accanto a questi numeri, quello di più di 800 persone dell'Amministrazione penitenziaria che operano con diverse funzioni nel mondo della detenzione penale".
I numeri, dice al Foglio Sofia Ciuffoletti, direttrice dell'Altro diritto e Garante a San Gimignano, "sono super preoccupanti: la questione davvero problematica è dovuta al fatto che prima i risultati dei tamponi arrivavano in 24 ore, adesso i risultati dei tamponi arrivano in 4-5-6-7 giorni. Questo fa sì che le sezioni di isolamento precauzionale, in cui le persone appena giunte si trovano di fatto completamente bloccate, siano piene: il turn over si è molto ridotto. Il problema dunque adesso è non fare arrivare più nuove persone". I contagi non risparmiano nessuno, neanche i bambini.
A Torino ce ne sono due positivi. Il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa dice che la situazione è ancora peggiore, citando dati aggiornati a lunedì. "Altro balzo in avanti dei contagi da coronavirus nelle carceri del paese". Alle ore 20 di lunedì sera erano ben 758 fra i detenuti (distribuiti in 76 penitenziari) e 936 fra gli operatori i casi accertati di positività al virus: "Erano, rispettivamente, 638 e 885 solo venerdì scorso alle ore 13", dice Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia penitenziaria.
"In due settimane" il contagio da Covid-19 nelle carceri è aumentato "di circa il 600 per cento", diceva venerdì scorso un altro sindacato della polizia penitenziaria, Osapp, in una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e al capo del Dap Dino Petralia, denunciando "una generale e quanto mai pericolosa promiscuità nei reparti detentivi", accompagnata dall'"assenza di dispositivi di protezione individuale".
Il sindacato denunciava anche "la sostanziale assenza di disposizioni di carattere nazionale" da parte del Dap per prevenire il contagio. Il Dipartimento ha emanato una circolare, che ha trovato il parere favorevole e il supporto del Comitato tecnico-scientifico, per definire "luoghi adeguati all'assegnazione delle tre tipologie di soggetti che devono necessariamente essere separate tra loro e dalla rimanente comunità penitenziaria".
E quali sono? Coloro che sono in isolamento precauzionale perché provenienti dall'esterno, coloro che sono in isolamento perché venuti a contatto con persone positive al virus, coloro che sono risultati positivi al virus, diversificando "ove possibile" gli asintomatici dai sintomatici. "La necessità di spazi e, quindi, della riduzione dei numeri complessivi emerge chiaramente anche da queste indicazioni", osserva il Garante nazionale.
La circolare individua, inoltre, due soglie di possibile estensione del contagio (al 2 per cento delle persone complessivamente presenti in carcere - sia operatori sia detenuti - e al 5 per cento), per ciascuna delle quali sono previste misure, ricorda il Garante, di specifica cautela rispetto all'igiene dei luoghi e alle attività che possono richiedere maggiore contatto tra le persone.
"Deve restare fermo il principio che quella capacità, da più parti affermata, di convivere in modo consapevole con il rischio di contagio senza determinare automaticamente l'impossibilità di condurre una vita il più possibile simile all'ordinarietà, deve riguardare tutte le realtà in cui la complessità sociale si esplicita, incluse quelle dove maggiore deve essere lo sforzo perché tale diversa normalità sia in grado di conciliare tutela della salute individuale, garanzia di non diffusione del contagio e tutela dei diritti fondamentali della persona".
Insomma, non è che se sei detenuto lo stato ha l'autorizzazione a farti ammalare di Covid19. Tutt'altro. "Sin dall'aprile scorso, nel pieno della 'prima ondata', il Consiglio d'Europa ha richiamato l'attenzione degli stati membri su norme e pratiche per aiutare i servizi penitenziari e della giustizia ad affrontare la pandemia da Covid-19, nel rispetto dei principi dello stato di diritto e dei diritti umani", dice Giulia Crivellini, tesoriera di Radicali Italiani.
"Ebbene, ancora oggi, nel mezzo di una seconda ondata pandemica e con il numero di contagi tra detenuti e agenti penitenziari in preoccupante aumento, queste indicazioni rimangono colpevolmente ignorate dalle istituzioni italiane e dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede".
Insomma, a oggi, dice Crivellini, "non si conoscono i dati precisi del livello di contagio nei nostri istituti di pena, già sovraffollati, e come si intenda far fronte a questa emergenza. È più che mai urgente introdurre un sistema di monitoraggio quotidiano e centralizzato della pandemia nelle carceri, al contempo approvando misure più incisive per ridurre il numero di detenuti e il sovraffollamento carcerario".
Ristretti Orizzonti, 19 novembre 2020
"È evidente che c'è bisogno di ridurre il sovraffollamento delle carceri. Il Governo ha già preso dei provvedimenti in tal senso e al Decreto Ristori, il Pd ha presentato una serie di emendamenti. Tra le proposte contenute negli emendamenti c'è quella di sospendere l'esecuzione delle pene e delle condanne che passano in giudicato (che, però, finita l'emergenza, andranno eseguite), perché c'è, in questa situazione emergenziale, la necessità di ridurre il numero degli ingressi in carcere.
Inoltre chiediamo di essere più chiari rispetto alla possibilità, per i detenuti che hanno permessi di uscita o di lavoro, di restare fuori dal carcere fino alla fine dell'emergenza, cioè fino al 31 gennaio. Si possono, poi, prendere anche altri provvedimenti come ad esempio aumentare gli sconti di pena per buona condotta.
Ci auguriamo che il Governo accolga le nostre proposte che riguardano l'oggi. Poi c'è una strada di più lungo respiro, che riguarda gli investimenti, per mettere le strutture dei nostri istituti di pena in condizioni di consentire una vita migliore agli agenti e ai detenuti.
Quello che non vogliamo fare, su un tema così delicato, è giocare una campagna elettorale permanente che la Lega continua a portare avanti. Le nostre sono proposte serie, ed escludono da queste misure i condannati al regime di 4bis. L'unica idea presentata dalla Lega in questi giorni è arrivata da Giulia Bongiorno, che ha chiesto di mettere fuori dal carcere tutti i detenuti in attesa di giudizio, senza distinguere tra i reati. Mi sembra davvero parlare d'altro".
Così il senatore Franco Mirabelli, Vicepresidente del Gruppo PD al Senato e Capogruppo PD in Commissione Giustizia del Senato.
affaritaliani.it, 19 novembre 2020
Possibilità di aumentare da 45 a 75 giorni la riduzione prevista, per ogni 6 mesi di pena scontata, per i detenuti che tengono una buona condotta in cella.
Accogliere la proposta, avanzata dai Garanti dei detenuti, di una "liberazione anticipata speciale" per affrontare in modo risolutivo l'emergenza Covid nelle carceri. È l'appello che, Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva ed esponente del Partito Radicale transnazionale, rivolge al Governo e ai relatori del dl Ristori - nel quale sono contenute alcune misure in materia penitenziaria - affinché nel corso dell'esame in Senato del provvedimento per la conversione in legge venga introdotta la possibilità di aumentare da 45 a 75 giorni la riduzione prevista, per ogni 6 mesi di pena scontata, per i detenuti che tengono una buona condotta in cella.
"Diminuire di 2 o 3 mesi la pena per chi si comporta bene in carcere e che sta finendo di scontarla - osserva Giachetti, che ha aderito nei giorni scorsi allo sciopero della fame intrapreso dalla leader radicale Rita Bernardini per l'emergenza carceraria - vorrebbe dire allargare la platea di beneficiari a 10mila persone: si tratta di una misura che è stata già applicata in passato in fase emergenziale, dopo la sentenza Torreggiani" con cui la Corte di Strasburgo condannò l'Italia nel 2013 per le condizioni detentive nel nostro Paese.
I detenuti attualmente presenti fisicamente negli istituti penitenziari sono circa 53.900 (53.965 è il numero reso noto sabato scorso dal ministero della Giustizia), mentre gli ultimi dati - forniti dall'Amministrazione penitenziaria ai sindacati - parlano di 758 positivi al Covid fra i detenuti - distribuiti in 76 istituti di pena - e 936 fra gli operatori.
"Dentro le carceri - ricorda inoltre Giachetti - ci sono molti detenuti che non dovrebbero starci: penso a chi è in attesa di giudizio, ai tossicodipendenti e, dopo la chiusura degli Opg, alle persone con problemi psichiatrici. Le misure ora contenute nel decreto Ristori a quanto mi risulta non stanno portando a grandi risultati per ridurre la pressione nelle carceri. Serve un passo ulteriore - conclude - di fronte a un rischio di esplosione, con i numeri che crescono, ed evitare il pericolo che scoppino altre rivolte come accaduto in marzo".
di Cecilia Gabrielli
Il Dubbio, 19 novembre 2020
Gentile direttore e redazione tutta, vi ringrazio per il lavoro di informazione che garantite col vostro giornale e soprattutto per la rubrica "Lettere dal carcere", perché la lettera è l'unica finestra autentica attraverso un confine di muri, blindati e cancelli. Sono stata istigata a scrivere dall'utile articolo del 14 novembre riguardo l'esplosione dei contagi in carcere, per raccontare esperienza e sensazioni che spero possano servire.
Devo premettere che io ho conosciuto il carcere duro e l'ergastolo ostativo perché sono responsabile del Circolo della Lettura di Roma e una sera di sette anni fa presentavo un romanzo che raccontava la storia di un fine pena mai, ma non potevo intervistare l'autore e protagonista. Così gli ho scritto e sono stata risucchiata in un legame e in un'esperienza di autenticità senza paragoni. A distanza di sette anni sono diventata, a dire solo il meno che qui rileva, il tutore legale di quell'uomo incontrato tra le pagine e ho l'autorizzazione di penetrare il varco inaccessibile una volta al mese per pochissime ore.
Questo non accade, ovviamente, dal 10 febbraio scorso, in alcuni periodi per i divieti, nel resto del tempo perché ci è sembrato doveroso contribuire con la nostra rinuncia ai rischi di diffusione del contagio, per essere parte dello sforzo collettivo rivolto a vincere una sfida senza precedenti per le nostre generazioni in un'ottica di solidarietà sociale.
Un giorno di giugno di due anni fa, dunque molto tempo prima che la pandemia cominciasse, in un tempo normale, dopo essermi messa in viaggio all'alba come di consueto, per raggiungere un carcere di massima sicurezza del Settentrione, giunta allo sportello dell'ufficio colloqui, mi sono scontrata con la faccia stupita del personale che mi informava che "il detenuto" - entità amorfa e indistinta in cui tutti i reclusi vengono inglobati - era in ospedale da diversi giorni. Ma come non è stata avvisata?
Ora, io so che è arduo, ma provate solo per pochi secondi a immaginare come possa essere, tentate di figurarvi se accadesse a voi con qualcuno a cui volete bene. Io ho perso le parole, fatto per me davvero insolito. La mia mente dondolava fra due pareti: la preoccupazione per le ragioni del ricovero e l'ansia di doverlo comunicare a sua madre, che è anziana e malata.
Mentre andavo e venivo su questa altalena senza respiro, una guardia ha sottolineato che il ricovero era programmato da tempo, che era strano che nessuno lo sapesse, che era impossibile che nessuno ci avesse telefonato a noi fuori. Bisogna capire cosa s'intende nel codice penitenziario con "programmare", gli spiego, perché c'era un intervento per il quale aspettava di essere chiamato da dieci anni circa, ma ormai avevamo perso le speranze.
Nessuno sapeva nulla. Torno a tacere, sono francamente triste, confrontarsi con il "carcere" toglie le forze, annienta, perché è un'impresa quasi sempre inutile. Per fortuna in quel momento io davanti a me ho avuto persone, non solo regole e istituzioni, è stato il personale stesso a fare in modo che avessi subito, pur per pochissimi minuti, un colloquio in ospedale, per rasserenarmi e tranquillizzare a mia volta. Insomma io ho incontrato gli esseri umani e con umanità sono stata aiutata perché c'erano i presupposti per farlo (autorizzazioni, turni compatibili, etc.). Se così non fosse stato, sarei tornata a Roma dopo un viaggio a vuoto, ma carica di dispiacere e preoccupazione.
Dopo qualche mese è seguito un nuovo ricovero, è arrivata la consueta telefonata asettica, immediatamente successiva al trasferimento, in cui si viene informati che il detenuto è stato ricoverato per un fatto programmato e niente più. Leggo ora nell'articolo citato a monte che i familiari hanno diritto a ricevere informazioni quotidiane sulle condizioni di salute. Davvero esiste una norma che dispone in tal senso? Dopo dieci giorni, l'unica informazione che abbiamo ricevuto è stata grazie a una parente in visita a un suo congiunto, che ci faceva sapere che l'intervento era riuscito e le dimissioni prossime. Punto.
Queste sono le condizioni che si avverano, tra le intercapedini delle norme d'acciaio. Condizioni ulteriormente sconvolte dall'arrivo della pandemia. Ora anche i liberi sono stati privati della loro capacità di programmare, il loro tempo è divenuto una moneta indisponibile, proprio come avviene in carcere in condizioni sociali fisiologiche. Certo chi conosce la reclusione e i gironi più duri non può che sorridere di questo paragone, fatto è che la riduzione della libertà dei "giusti e buoni" si è tradotta inevitabilmente in un aggravamento della reclusione dei prigionieri veri.
Ci indigniamo per l'impossibilità di accompagnare i congiunti nel decorso della malattia, ma l'impossibilità per i detenuti c'è sempre stata e ora ne risulta aggravata come si potrà immaginare. Chi volete che abbia tempo di occuparsi di informare e di garantire le comunicazioni minime fra un malato detenuto e i suoi familiari, in un momento in cui il sistema è in corto circuito manifesto per tutti?
Quello che vorrei che venisse fuori da questo breve racconto è far capire che in carcere la burocrazia e i meccanismi automatici spersonalizzati sono mastodontici. Vengono ingigantiti dal legislatore per ragioni di sicurezza e prevenzione, per lasciare il meno possibile alla discrezionalità del singolo e proteggerlo così dai rischi conseguenti a una vera responsabilità decisionale. Eppure è quello stesso personale che si ritrova ingabbiato a un certo punto in regole e divieti che lo costringono ad agire contro buonsenso. Le istituzioni penitenziarie devono curare la malattia sociale, non possono essere un rullo che asfalta l'umanità e schiaccia le persone come il cemento.
di Lorenzo Trigiani*
Il Dubbio, 19 novembre 2020
Continua con il quotidiano Il Dubbio il viaggio "Sui pedali della libertà", Italia 2040. Il viaggio in bicicletta di duemila chilometri da Nord a Sud, affrontato a giugno da Roberto Sensi per avere una visione diretta e "dal di dentro" sul mondo del carcere, ha fatto scalo a Gorizia.
Le testimonianze delle 12 tappe in occasione delle visite negli istituti penitenziari italiani, le opinioni e le proposte di chi opera nelle istituzioni, dei detenuti e di chi partecipa alla vita carceraria donando tempo e competenze specifiche, sono state raccolte e analizzate da Spoiler, un think tank di futuristi che fin dall'inizio del progetto ha affiancato Il Dubbio con i metodi della previsione sociale (Futures Studies) e dell'anticipazione per provare a costruire immagini alternative per l'esecuzione della pena in Italia nel 2040, nel rispetto delle sole finalità rieducative, o meglio riabilitative. I primi esiti della ricerca sociale ci parlano, invece, di un carcere chiuso, senza speranza e senza idea di futuro, in cui prevale la concezione della pena come penitenza, nella continuità di un processo penale destinato a non concludersi mai.
Importanti contributi sono emersi dall'incontro di lavoro organizzato il 30 ottobre nella città di Gorizia - che dopo aver acceso nel lontano 1961 la miccia del dibattito politico e sociale sulla possibilità di trasformare gli ospedali psichiatrici in luoghi dove i diritti del malato fossero rispettati - ha ospitato Spoiler per il primo esercizio di futuri sul carcere del 2040. Nella sede del Comune si sono dati appuntamento alcuni dei protagonisti degli incontri di Roberto Sensi e altri attori rilevanti delle istituzioni e della politica locale, del volontariato, dell'imprenditoria carceraria, della comunicazione nonché professionisti e consulenti filosofici con l'obiettivo di raccogliere una sfida complicata e dalle innumerevoli sfaccettature: immaginare possibili alternative e futuri impensabili per strutture in grado di garantire alla pena di assolvere concretamente alla sua unica finalità, quella riabilitativa.
L'incontro, facilitato dall'avvocata e futurista Carla Broccardo e da Fabio Millevoi, socio fondatore dell'Associazione dei Futuristi italiani, ha messo in luce la grande sfida culturale e di civiltà, con la prospettiva di cui è portatore Enrico Sbriglia, già dirigente generale del Dap, di avviare il primo laboratorio sistemico (i contributi sono vari: neuro- scienze, architettura e le sue connessioni ambientali, medicina e discipline sociali e antropologiche) finalizzato a realizzare, con altri paesi europei, un Centro per la sicurezza e la giustizia che possa costituire una cerniera, vista la posizione e la storia di Gorizia, per unire l'Europa, in una visione federalista e rispettosa dei diritti umani e offrire una concreta armonizzazione del trattamento esecutivo con finalità di istruzione e formazione professionale.
"Da sempre Gorizia è il luogo ideale in cui far incontrare genti, culture, idee e progetti internazionali e la candidatura a capitale europea della cultura per il 2025, con la città slovena di Nova Gorica, va in questa direzione. Accogliamo con grande favore questa idea che rivoluziona il concetto di detenzione carceraria e mi farebbe davvero piacere che avvenisse a Gorizia, già teatro della grande rivoluzione di Basaglia sulla psichiatria", ha spiegato il sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna.
L'attività previsionale proposta nella città friulana - solo l'inizio di una più ampia ricerca - ha coinvolto i partecipanti nella strutturazione di pensieri collettivi rendendo evidente la complessità delle interrelazioni e la molteplicità degli impatti che conseguono ad ogni nostra decisione. Il viaggio "Sui pedali della libertà" proseguirà con la metodologia e i contributi dei Futures Studies nel solco dell'alfabetizzazione ai futuri invocata anche dall'Unesco.
*Co-founder di Spoiler
- I bambini in carcere al tempo del Coronavirus
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- Grimaldi (cappellani carceri): al tempo del Covid "essere sentinelle di speranza" per i detenuti
- Caro Caselli, sul 41bis sbagli, ci porti allo stato d'eccezione
- Salviamo la giustizia dal diritto penale











