di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 19 novembre 2020
Respinte due questioni di costituzionalità sollevate entrambe da tre tribunali. Promossa l'esclusione dal rito abbreviato dei reati condannabili con l'ergastolo (vecchia bandiera della Lega) e lo stop retroattivo alla prescrizione per l'emergenza Covid.
Respingendo due questioni di costituzionalità sollevate entrambe da tre diversi tribunali, la Corte costituzionale ha messo ieri sera il sigillo su due delle norme più contestate in materia di processo penale del governo Conte uno e del governo Conte due. Nel primo caso si tratta dell'esclusione dal rito abbreviato dei reati punibili con l'ergastolo, legge bandiera della Lega firmata dall'allora sottosegretario all'interno e colonnello di Salvini Nicola Molteni. Nel secondo di un ulteriore stop alla prescrizione - ormai cancellata per tutti i processi dopo la sentenza di primo grado - legato all'emergenza Covid nei tribunali, e stabilito retroattivamente prima dal decreto Cura Italia a marzo e poi dal decreto Liquidità ad aprile.
In questo secondo caso le questioni di costituzionalità erano state sollevate dai tribunali di Siena, Spoleto e Roma, convinti che la sospensione dei termini di prescrizione violasse il principio di legalità penale - scolpito sia nella nostra Costituzione (articolo 25) sia nella Convenzione europea per i diritti umani (articolo 7) - che vieta l'applicazione retroattiva di norme sfavorevoli al reo. E la prescrizione nell'ordinamento italiano è (era?) pacificamente considerata un istituto di natura sostanziale, non una regola processuale.
La decisione della Corte - relatore il giudice Zanon - per quanto limitata al caso della sospensione a causa dell'emergenza Covid (che ha tenuto fermi i tribunali) andrà letta con attenzione nelle motivazioni. Perché può pesare nel dibattito politico sulla prescrizione più in generale, congelato dal compromesso di maggioranza nella formula bizantina dell'articolo 14 del disegno di legge delega Bonafede sul processo penale. Dove si introduce lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado, prescrizione che però si recupera se in appello interviene il proscioglimento. Così come la prescrizione si ferma ugualmente, per 18 mesi, se viene proposto appello contro l'assoluzione in primo grado e il reato rischia di prescriversi entro l'anno. Il disegno di legge delega di riforma del processo penale che contiene questa norma, presentato otto mesi fa, è ancora in commissione alla camera sottoposto alle critiche dagli esperti che sfilano in audizione.
La seconda sentenza della Corte ieri sera in camera di consiglio è stata ugualmente di non fondatezza, in questo caso con qualche sorpresa in più. Oltre al gip di La Spezia, al gup di Piacenza e alla Corte di assiste di Napoli che avevano sollevato la questione di legittimità sulla non applicabilità ai reati punibili con l'ergastolo del rito abbreviato, diversi tribunali avevano nel frattempo scelto di fermarsi per aspettare la decisione dei giudici delle leggi. In effetti i reati gravi astrattamente punibili con l'ergastolo sono quelli per i quali gli imputati hanno più convenienza ad accedere al giudizio abbreviato e ai conseguenti sconti di pena, anche perché è frequente che le prove siano già agli atti e il dibattimento non sia indispensabile. Riportare questi reati nel rito tradizionale sta già avendo pesanti ricadute sui tribunali oberati dalle cause. Tant'è che sia il Csm in un parere del febbraio 2019, sia l'Unione camere penali, sia la stessa Associazione magistrati nel novembre 2018 si erano espressi contro questa legge voluta dalla Lega (5 Stelle a ruota) prevedendone l'effetto negativo sulla durata dei processi. Ma la Corte, anche in questo caso in attesa delle motivazioni (il relatore ieri in udienza è stato il giudice Viganò), non ha ravvisato la violazione degli articoli 3 (uguaglianza), 24 (diritto di difesa), 27 (presunzione di non colpevolezza) e 111 (ragionevole durata del processo) della Costituzione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 novembre 2020
Non è una notizia esaltante per la tutela delle garanzie. Ma è una lezione doppia. Che arriva da quella stessa Corte costituzionale capace, con altre recenti pronunce, di estendere i confini dello Stato di diritto ben oltre i pregiudizi del giustizialismo. Con due decisioni assunte ieri, e di cui naturalmente si conosce solo il senso ma non le motivazioni, la Consulta ha infatti dichiarato infondate le questioni di legittimità poste sia sullo stop al decorso della prescrizione nella fase 1 del lockdown (blocco esteso dal Dl Cura Italia ai reati commessi in epoche precedenti le restrizioni anti- covid) sia per la legge con cui la Lega a inizio 2019 riuscì ad abolire l'abbreviato per i reati da ergastolo. Sarebbero due pessime notizie, al primo sguardo. In realtà, a chi le vorrà leggere in modo serio, suoneranno come una sveglia. Nel senso che ci sono norme tollerabili, sì, all'interno del perimetro della Carta ma comunque viziate da una logica restrittiva, claustrofobica, sul significato del processo e della pena. Non è pensabile che il giudice delle leggi ripari a qualsiasi strappo deciso o avallato dal Parlamento. Non si può sempre confidare, con un filo di vigliaccheria, nel solito provvidenziale intervento della Consulta, di fronte alle inerzie (come sul fine vita) o alle iperboli giustizialiste. O il legislatore riesce da solo, senza tutele postume, a tenere l'ordinamento sui binari dello Stato di diritto, o i deragliamenti possono essere così perfidi da non consentire neppure la sanzione della Corte costituzionale.
Certo, è un discorso che vale soprattutto per lo stop all'abbreviato sui reati da ergastolo, legge bandiera del Carroccio e contestatissima - soprattutto per il conseguente ingolfamento delle Corti d'assise - non solo dagli avvocati ma pure dalla magistratura, Csm in prima linea. È chiaro che la decisione assunta ieri a Palazzo della Consulta sulla "prescrizione bloccata causa covid" ha un altro orizzonte. Evidentemente si è ritenuto che un evento straordinario qual è il rinvio di gran parte dei processi imposto dalla pandemia rientri nel novero delle circostanze che possono bloccare i termini di estinzione dei reati, a prescindere dall'epoca in cui i reati sono stai commessi. Non esulteranno i giudici di Siena, Spoleto e Roma che nelle loro ordinanze di remissione avevano proposto ben altre valutazioni. Ma sulla prescrizione il vero rischio è che una pronuncia tecnica come quella comunicata ieri venga tradotta in incoraggiamento da chi, come il guardasigilli Alfonso Bonafede, ha voluto il blocco della prescrizione dopo tutte le sentenze di primo grado, non solo di fronte alle pandemie. Quando uno snodo delicatissimo delle garanzie qual è la prescrizione diventa oggetto di trattative disinvolte, come quelle condottte dalla Lega con i 5 Stelle, il minimo è che una sentenza costituzionale metta il bavaglio anche chi, come Renzi, vorrebbe ora ridiscutere la riforma. Se una frittata è fatta, le cose possono solo peggiorare.
In ogni caso, nel primo dei due comunicati diffusi nel tardo pomeriggio di ieri, la Consulta ha fatto sapere di aver innanzitutto "esaminato le questioni di legittimità riguardanti l'applicabilità della sospensione della prescrizione - prevista dai decreti emanati per contrastare l'emergenza coronavirus - anche nei processi per reati commessi prima dell'entrata in vigore delle nuove norme, dichiarando che "le questioni sollevate non sono fondate".
Secondo i tribunali di Siena, di Spoleto e di Roma", ricorda il comunicato della Corte, "la sospensione retroattiva della prescrizione, prevista per la stessa durata della sospensione dei termini processuali, dal 9 marzo all' 11 maggio del 2020, poteva violare il principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole". Ma il giudice delle leggi ha appunto ritenuto che invece "la disciplina censurata non contrasti con l'articolo 25 della Costituzione né con i parametri sovranazionali richiamati dall'articolo 117". Nella seconda nota diffusa da Palazzo della Consulta si legge che "non viola la Costituzione la legge che esclude la possibilità di essere giudicati con rito abbreviato per reati per cui è prevista la pena dell'ergastolo. La Corte costituzionale", ricorda il comunicato, "ha esaminato le questioni di legittimità sollevate dai tribunali di La Spezia, Napoli e Piacenza e", appunto, "le ha dichiarate "non fondate".
La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane, ma la Consulta fa già sapere che "tale legge, approvata dal Parlamento nell'aprile 2019, è "espressione della discrezionalità legislativa in materia processuale", e che "non si pone in contrasto" con i "principi di uguaglianza e di ragionevolezza" (articolo 3 della Costituzione), con il "diritto di difesa" (articolo 24), con la "presunzione di non colpevolezza" (articolo 27, secondo comma, della Costituzione), "né con i principi del giusto processo, in particolare con quello della ragionevole durata" (articolo 111, secondo comma, della Costituzione)".
Due notizie non incoraggianti. Di fronte alle quali chi, nell'attuale maggioranza, dal Pd a Italia viva, crede nelle garanzie, non dovrebbe arrendersi ma cominciare a scuotersi.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2020
Solo la parte civile può ricorrere per la lesione dei propri diritti a seguito della misura cautelare richiesta dal Pm. Contro il sequestro preventivo per lesione dei diritti della parte civile può ricorrere solo quest'ultima. Il sequestro conservativo non è ricorribile per cassazione da parte dell'imputato se non per violazione di legge od omessa motivazione e non nel merito, come il valutato rischio di incapienza del suo patrimonio.
Non ha quindi interesse l'imputato a ricorre contro l'ordinanza del tribunale della libertà per la lesione dei diritti della parte civile perché impossibilitata a costituirsi. Così la Corte di cassazione ha respinto, con la sentenza n. 32467/2020, il ricorso e ha chiarito che il sequestro preventivo richiesto dal Pm non incide sul medesimo diritto della parte civile, anzi precisa che la misura domandata dal Pubblico ministero e disposta dal Gip tutela anche gli interessi della persona offesa assente nel procedimento una volta che si sia costituita.
Il caso - Nel caso in esame si procedeva per il reato di circonvenzione di incapace e la vittima non era costituita in giudizio all'atto del sequestro. La misura era stata quindi esplicitamente richiesta a garanzia del pagamento della pena pecuniaria e delle spese del procedimento, ma ciò - come già chiarito in altro precedente dalla stessa Cassazione - va a vantaggio anche della parte civile, che è la sola legittimata a ricorrere contro il decreto di sequestro per lesione della garanzia delle obbligazioni civili.
Infatti, se ricorrono problemi e conseguenti ritardi alla costituzione della parte offesa il sequestro chiesto dal Pm tutela anche la parte civile, la sola figura che oltre al Pm ha la prerogativa di richiedere la misura. Quindi se è vero che il Pm può chiedere la misura solo a garanzia della pena pecuniaria, delle spese processuali e di qualsiasi altra somma dovuta all'Erario è anche vero che la concreta difficoltà alla costituzione della parte civile determina che la misura conservativa tuteli anche la parte civile assente non ancora costituita.
umbriadomani.it, 19 novembre 2020
"La situazione di diffusione del contagio da Covid 19, dovuto anche al sovraffollamento, sta diventando esplosiva negli istituti penitenziaria di tutta Italia. Il Ministro Bonafede intervenga immediatamente per ridurre il rischio di contagio negli istituti penitenziari dove i nuovi casi sera aumentano spaventosamente di ora in ora". A chiederlo è la senatrice di Italia Viva, Nadia Ginetti, in un'interrogazione urgente presentata al Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"Nel solo carcere di Terni - prosegue - risultano oltre 70 gli infettati tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria. È notizia di pochi giorni fa che di questi 30 sono risultati negativi ma che ci sia malcontento sia per la gestione dei tamponi sia per l'assenza di percorsi dedicati ai detenuti Covid. Sempre nelle stesse ore, inoltre, si sono registrati i primi positivi alla Casa Circondariale di Perugia con 10 casi tra detenuti ed agenti".
"I dati del Ministero sembrano non coincidere con l'allarme lanciato dal personale e dai sindacati che riportano alle 20 di ieri sera 758 casi fra i detenuti - distribuiti in 76 penitenziari - e 936 fra gli operatori. Bonafede faccia immediatamente chiarezza: occorre un Piano di gestione che indichi una modalità per affrontare subito tale emergenza con sezioni separate per detenuti contagiati, personale sanitario per una adeguata assistenza e personale di polizia per la sorveglianza", conclude la senatrice Nadia Ginetti.
di Nico Falco
fanpage.it, 19 novembre 2020
Un detenuto di 68 anni, che stava scontando la pena nel carcere di Poggioreale, è deceduto ieri mattina, 17 novembre, nell'ospedale Cotugno di Napoli, dove era ricoverato da alcune settimane dopo essere stato contagiato dal coronavirus. L'uomo soffriva di diverse patologie pregresse. I garanti dei detenuti hanno chiesto di applicare i domiciliari a chi ha meno di un anno da scontare.
Un 68enne napoletano, Giuseppe I., detenuto nel carcere di Poggioreale da tempo per reati gravi, è deceduto per Covid nell'ospedale Cotugno di Napoli, dove era stato trasferito alcune settimane fa; l'uomo, in sovrappeso e con 3 pacemaker, soffriva già di diverse patologie ed era stato inizialmente ricoverato all'ospedale Cardarelli, dove era rimasto per qualche giorno, per essere poi trasferito nella struttura specializzata in malattie infettive in seguito al peggioramento delle condizioni di salute. La morte risale a ieri mattina, martedì 17 novembre, il contagio sarebbe avvenuto in cella.
Nei giorni scorsi Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, garanti dei detenuti rispettivamente per la Campania e per il Comune di Napoli, insieme ai rappresentanti di associazioni di ex detenuti e ai parenti di alcuni detenuti si erano rivolti al prefetto di Napoli Marco Valentini perché si facesse portavoce col Governo delle problematiche all'interno delle carceri per quanto riguarda l'emergenza Covid-19 in carcere.
"Rilancio il mio appello alla politica a fare la sua parte - dice Ciambriello - si ridiscutano gli articoli 23, 24 e 28 del decreto Ristori del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede relativamente alle norme anti Covid. È una questione di civiltà". Per i garanti sarebbe preferibile convertire in arresti domiciliari la pena per chi ha un anno di carcere da scontare e fare ricorso al braccialetto elettronico per chi ha invece ancora da espiare pene tra uno e due anni. Arresti domiciliari chiesti anche per chi ha una pena residua di 6 mesi, compresi i condannati per reati ostativi, con la possibilità di curarsi al di fuori delle carceri per chi soffre di malattie croniche.
di Stefano Di Bitonto
internapoli.it, 19 novembre 2020
Una bomba epidemica. È quella che si rischia nel carcere di Poggioreale dove ogni giorno si conta un positivo al Covid in più. Nello specifico sono stati accertati 102 casi nel carcere di Poggioreale. Una situazione di estrema criticità testimoniata da una drammatica lettera inviata da un detenuto, risultato positivo al Covid. L'uomo, Raffaele Di Grazia, tramite il suo legale, l'avvocato Gandolfo Geraci, ha scritto di suo pugno una missiva in cui racconta il dramma che si sta consumando all'interno delle celle. Una lettera che arriva a poche ore dalla notizia di un detenuto morto di Covid proprio nel carcere napoletano.
"Sono costretto a condividere la mia quarantena con altri sei detenuti in un'unica cella. Non sono state messe in atto misure anti-contagio adeguate lasciando le celle aperte a regime dinamico, mettendo in quarantena un'unica cella senza un'adeguata misura di sanificazione o spostamenti specifici tra reparti specifici per quarantena".
I detenuti specificano che il contagio si sarebbe propagato nel padiglione Venezia a causa di un uomo che, prima di essere stato trasferito in comunità, è stato trasferito in quest'ala del carcere di Poggioreale: "Così il virus si è propagato provocando il diffondersi dell'epidemia tra noi detenuti tra cui uno grave che è stato portato all'ospedale Cardarelli di Napoli a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni. In seguito al risultato dei tamponi effettuati a pandemia già in corso i detenuti sono stati suddivisi tra positivi e non positivi in stanze non sanificate nello stesso reparto riunendo i carcerati positivi da un minimo di sette o nove persone a un massimo di tredici".
Nonostante queste misure il rischio contagio rimane alto come si evince da un altro passaggio della lettera: "Gli spazi del passeggio e i telefoni del reparto sono condivisi tra detenuti positivi e non e non assistiamo alle necessarie opere di sanificazione". Il vero alleato del virus è il sovraffollamento grazie al quale non si riesce ad arginare la diffusione.
"Nel nostro padiglione ci sono tossicodipendenti, malati di Hiv, epatite, detenuti che necessitano di cure costanti. Non ci sono strumenti funzionanti nella struttura, l'altro giorno il termometro era sprovvisto di batterie, dopo essere state sostituite dall'infermiere di turno davano una temperatura di 33,3 gradi, ovviamente non corretta e mi è stata misurata la temperatura con il termometro al mercurio risultando di 38,5 gradi.
Solo a quel punto sono stato trasferito al pronto soccorso interno dove viene ripetuta la misurazione con un termometro elettronico risultando 36,6. Mi è stata data una pasticca di Bentelan e senza approfondire il caso sono stato riportato nel padiglione di provenienza. La mia preoccupazione riflette quella degli altri detenuti". Sulla situazione a Poggioreale è intervenuto anche Pietro Ioia, garante cittadino dei detenuti: "La situazione è esplosiva, il vero problema è il sovraffollamento. È successo quello che non avremmo mai voluto accadesse. Ormai la pandemia sta prendendo il sopravvento e i carcerati hanno poco spazio, difficilmente potranno difendersi da questa pandemia che porterà sulla coscienza in primis il ministro della giustizia Bonafede".
di Luca Fazzo
Il Giornale, 19 novembre 2020
Guida è stato un luogotenente della camorra. Ma ora è in cella per storie di denaro prestato. È stato uno dei nomi importanti della mala milanese degli anni Ottanta, il rappresentante sotto la Madonnina della camorra napoletana: ora Enzo Guida è un detenuto alle prese con problemi di salute drammatici che rischiavano di spedirlo al Creatore già prima che in carcere contraesse il Covid. Cancro e Coronavirus fanno di lui un paziente a massimo rischio, eppure non gli viene permesso di curarsi fuori dalla prigione. Così la figlia, la compagna e il fratello ieri hanno scritto al Dap, la direzione delle carceri, per chiedere quali siano i provvedimenti che sono stati presi o che verranno presi per fronteggiare la situazione in cui versa l'anziano boss.
Ma la risposta si sa già: nessuno. Il Tribunale di sorveglianza di Torino (Guida è detenuto alle Vallette) continua a respingere tutte le istanze di differimento della pena presentate dal legale di guida, il milanese Angelo Colucci. Unica finestra, quella tra aprile e maggio, quando Guida venne mandato a casa insieme a qualche centinaio di altri detenuti proprio per l'emergenza Covid.
Si sollevò un'ondata di indignazione e il ministero rispedì Guida e gli altri detenuti di peso a scontare la pena in cella. Eppure, rispetto alla primavera scorsa, la situazione di Guida è peggiorata: allora doveva fare i conti con il tumore, ora in carcere ha contratto anche il virus.
Era stato lui stesso a segnalarlo al difensore il 12 novembre scorso: "Il virus Covid-19 è stato contratto all'interno della sezione di appartenenza - scrisse il giorno stesso l'avvocato al giudice - e oltre a lui altre diciotto persone sono state attinte dal virus". Niente da fare, anche se persino dalla Procura generale della Cassazione è venuto nei giorni scorsi un appello alla magistratura perché riduca all'indispensabile le carcerazioni.
Certo, Enzo Guida ha un passato di grande caratura: è a Milano da una vita ("ormai mi sento milanese, se giro per Napoli mi perdo"), ha diretto traffici di droga, organizzato rapine, contrabbandato, si è seduto al tavolo delle trattative con gli emissari della mafia siciliana.
Nel 2005 gli diedero l'ergastolo per l'omicidio di Carlo Biino, un camorrista ammazzato alla Bovisa nel 1991, ma poi fu assolto. E ora è in carcere per un reato quasi da pensionato, i prestiti a tassi spropositati che faceva insieme al suo vecchio sodale Alberto Fiorentino, Un brutto reato, ma abbastanza da farlo morire dentro?
di Carlo Catena
Il Cittadino, 19 novembre 2020
Situazione precipitata in poche settimane nonostante i controlli serrati, ma in dieci sono già guariti. Venti detenuti positivi nel carcere di Lodi su un totale di poco meno di settanta, e alcuni giorni fa la situazione sarebbe stata ancora più critica con una trentina di persone positive, quasi la metà del totale: nella casa circondariale di via Cagnola a Lodi si è sviluppato un focolaio di covid-19, come ha confermato nel pomeriggio di ieri anche la Commissione speciale sulla situazione carceraria di Regione Lombardia, dopo aver incontrato il provveditore dell'amministrazione penitenziaria regionale Pietro Buffa. Il carcere di Lodi viene indicato come sede di un focolaio assieme a quello di Busto Arsizio. A Lodi la malattia ha colpito anche due agenti della polizia penitenziaria, almeno uno dei quali ha avuto bisogno di cure ospedaliere.
Ad affrontare la situazione, il direttore Gianfranco Mongelli, che è in applicazione e che è anche impegnato come vice direttore del carcere di Bollate, ma il sistema carcerario lombardo non si è presentato impreparato alla seconda ondata: l'organizzazione prevede il trasferimento di tutti i detenuti positivi in un carcere hub, inizialmente individuato solo a San Vittore e poi con il coinvolgimento anche di Bollate, e, in caso di necessità, anche di altre strutture, per un totale di 403 posti Covid.
Il bilancio fornito ieri dalla Commissione regionale speciale sulla situazione carceraria in Lombardia era di 172 detenuti contagiati, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena per positività o contatti con positivi. L'obiettivo è di tenere la maggior parte delle carceri, Lodi compresa, covid free, allontanando subito chi ha segni di contagio per riportarlo poi nella struttura di provenienza solo a guarigione avvenuta. Situazioni critiche di salute non ce ne sarebbero, anche per l'età media non elevata dei detenuti, e rispetto al picco di alcuni giorni fa, una decina di loro sono già rientrati a Lodi. A preoccupare è la velocità con la quale è esploso il contagio, appena tre settimane fa si parlava di una guardia e di un solo detenuto. Chiunque acceda è sottoposto a prova della temperatura e saturimetria nella tenda triage esterna. I colloqui con i familiari sono possibili solo via telefono e sono sospesi quelli con i volontari.
aostasera.it, 19 novembre 2020
Tutti positivi asintomatici o paucisintomatici. Solo un 62enne ha avuto bisogno di ricovero, ma è già stato dimesso ed è rientrato in carcere. Sono 20 i detenuti della casa circondariale di Brissogne, all'11 novembre, risultati positivi al Coronavirus. "Sono tutti positivi asintomatici o paucisintomatici - ha spiegato in Consiglio regionale l'Assessore regionale alla Sanità Roberto Barmasse, rispondendo ad una interrogazione del capogruppo della Lega Vda Andrea Manfrin - Solo per un caso un 62enne con altre patologie si è reso necessario il ricovero in ospedale". L'uomo, dopo essersi negativizzato, ha fatto ritorno nei giorni scorsi in carcere.
Nove sono invece i casi positivi al virus rilevati fra gli agenti penitenziari, di cui sei "per contagio extra-lavorativo" e tre a seguito dello screening - 143 tamponi rapidi, seguiti dai tamponi molecolari per i positivi - effettuato su tutti i detenuti e il personale. Positivi anche due amministrativi, mentre nessun caso è stato rilevato fra il personale sanitario.
Per cinque detenuti, con patologie, in accordo con il Magistrato, sono state previste misure alternative alla carcerazione. "Il primo caso riscontrato nella casa circondariale - ha spiegato Barmasse - risale al 10 ottobre e riguarda un detenuto tradotto dal carcere Lorusso Cutugno di Torino, dove non venivano effettuati test prima del trasferimento".
L'Assessore ha, quindi, spiegato come in base al protocollo sanitario adottato a maggio gli spazi siano stati rimodulati, andando ad individuare "dieci posti letti per isolamenti per detenuti asintomatici, 22 posti di isolamento per eventuali sintomatici". I colloqui con i visitatori sono stati sospesi, mentre vengono garantite le telefonate e le videoconferenze. Ai detenuti è stata poi proposta la vaccinazione antinfluenzale e sono state fornite, "regolarmente" le mascherine chirurgiche.
di Simona Carnaghi
malpensa24.it, 19 novembre 2020
Sono 22 i detenuti in isolamento nel carcere di Busto Arsizio perché positivi al Covid 19. Ma questi "Se ne aggiungono una novantina circa che sono stati messi in quarantena. Proprio oggi (mercoledì 18 novembre) abbiamo incontrato una delegazione dei detenuti dopo aver concordato, che i vertici regionali della sanità penitenziaria, che per contenere il contagio sarebbe stato meglio adottare questa misura per tutti coloro che hanno avuto contatti stretti con i positivi. Perché tra questi potrebbero nascondersi dei negativi in incubazione". Il direttore della casa circondariale bustocca Orazio Sorrentini inquadra così una situazione complessa che si sta cercando di tenere sotto controllo.
Quarantena meno rigida - "La quarantena è meno rigida dell'isolamento - spiega ancora il direttore - I detenuti in quarantena possono, ad esempio, uscire per il periodo d'aria consentito". Naturalmente sempre a distanza e con tutte le cautele del caso. "Al momento non mi risultano episodi di contrarietà alle misure". Il punto sulla situazione della diffusione del Covid-19 nelle carceri lombarde è riassunta in questi numeri: 174 detenuti contagiati, accolti in gran parte nei Covid hub di San Vittore e Bollate, 11 ricoverati e 142 operatori in quarantena fiduciaria per positività o contatti con persone risultate positive. Sono alcuni dei dati resi noti ieri pomeriggio, mercoledì 18 novembre, nella Commissione speciale sulla situazione carceraria, presieduta da Gianantonio Girelli (PD), che ha fatto il punto sull'andamento della situazione sanitaria all'interno degli istituti penitenziari lombardi con il Provveditore per la Lombardia, Pietro Buffa.
Buffa ha spiegato che rispetto all'ondata del marzo scorso, si è voluto cambiare strategia, vista la velocità di diffusione del virus. Si è passati quindi da un hub solo, quello di San Vittore, a 403 posti, distribuiti tra le varie carceri lombarde, per accogliere i detenuti malati.
Buffa ha poi sottolineato che focolai importanti sono stati registrati negli istituti di Busto Arsizio e Lodi e ha sollevato il problema della difficoltà di reperire sanitari, medici e infermieri, in grado di eseguire e processare i tamponi. Concludendo il suo intervento ha confermato l'impegno dell'amministrazione anche sul tema del tracciamento "passaggio fondamentale per capire come si muove il virus e come si veicola l'infezione".
Struttura pronta davanti all'emergenza - "Non si può che esprimere apprezzamento per il lavoro che si sta facendo nelle carceri lombarde - ha detto il Presidente Girelli - in un momento ancora più critico rispetto a quello già impegnativo del marzo scorso. Significa che ci troviamo di fronte a una struttura penitenziaria pronta ad affrontare l'emergenza, che non dimentica ma anzi fa tesoro di quanto vissuto nei mesi scorsi".
- Busto Arsizio. Covid nelle carceri: situazione esplosiva e detenuti in sciopero della fame
- Benevento. Covid, 13 contagi tra operatori e detenuti del carcere di Capodimonte
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