di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 novembre 2020
Possibile che ci siano ancora bambini chiusi in carcere? Possibile che non si riescano a trovare luoghi alternativi? Il Riformista aveva già sollevato questi interrogativi a giugno scorso, affrontando il tema delle detenute madri con figli al seguito. E ora torna a riproporli alla luce degli effetti che la pandemia sta scatenando all'interno degli istituti di pena, dell'assenza di provvedimenti mirati nei decreti del Governo e alla luce delle ultime statistiche del Ministero della Giustizia secondo cui, dalla scorsa estate, i bambini in carcere sono addirittura aumentati. Ebbene sì, mentre i contagi si diffondono, il numero di piccoli costretti a vivere in una cella anziché diminuire aumenta.
E in Campania è più alto che altrove. Negli istituti di Lauro, Pozzuoli e Salerno si contano, secondo dati ministeriali aggiornati al 31 ottobre scorso, complessivamente otto detenute madri (tre delle quali straniere) con figli al seguito, per un totale di dieci bambini. Si tratta, quindi, di dieci piccoli, che hanno meno di tre anni d'età e vivono in cella con le loro mamme, costretti a scontare una condanna per una colpa mai commessa.
La loro casa è una cella, con poca luce e le sbarre alle finestre. Spazi e affetti sono ridotti al minimo e le giornate hanno sempre gli stessi ritmi. L'orizzonte è una linea vicinissima, i suoni e i colori sono pochi e sempre uguali: grigio alle pareti e rumore di ferraglia ogni volta che una cella si apre o si chiude. Le prime parole che si apprendono sono "apri", "fuori", "aria" e le prime regole non sono quelle della libertà e dell'esperienza, ma della reclusione e della privazione. E non basta certo qualche giocattolo o una ninna nanna a restituire loro quel diritto all'infanzia negato e calpestato.
"Come Commissione per l'infanzia e l'adolescenza visitammo poco dopo la costituzione della Commissione l'Icam di Lauro, struttura dove ho avuto modo di tornare anche successivamente - racconta la deputata Gilda Sportiello, membro della Commissione - Nel dicembre 2019, con il collega Paolo Siani, ho invece visitato la casa di Leda a Roma, un bene confiscato con tre donne, con una pena inferiore a quattro anni, e quattro bambini, lontani da una classica situazione di detenzione, in un contesto molto più vicino a un ambiente comunitario in cui i bambini e le loro madri hanno la possibilità di vivere una condizione sicuramente meno repressiva". Una soluzione alternativa, quindi, sulla carta sarebbe possibile. "Fu allora - continua Sportiello - che decidemmo di depositare una proposta di legge per superare il modello dell'Icam a favore di un contesto molto più simile a quello della casa famiglia".
Intanto i dati ministeriali fotografano una realtà ancora difficile. "Nessun bambino dovrebbe vivere la detenzione - conclude Sportiello - È chiaro che, soprattutto in un'emergenza come quella che stiamo vivendo, bisogna adottare misure specifiche per le madri detenute con i loro figli". E allora non resta che raccogliere il grido dei garanti: "Bisogna agire presto". In Italia si contano 31 detenute madri e 33 bambini. La percentuale maggiore è in Campania: a Lauro, istituto a custodia attenuata, ci sono sei detenute con sette bambini in totale; nel carcere femminile di Pozzuoli c'è una detenuta con due figli al seguito; nella casa circondariale di Salerno ancora una con un figlio. Totale dieci bambini costretti a vivere dietro le sbarre.
In Lazio e Piemonte se ne contano in tutto sei, in Lombardia quattro. E se si confrontano i dati di ottobre con quelli degli anni scorsi, si nota che il dato attuale, a eccezione del picco nel 2018 (14 bambini nelle celle campane), è superiore a quello degli ultimi anni: nel 2016 solo due bambini, nel 2017 tre, nel 2019 sette. A rendere la situazione più drammatica c'è il fatto che siamo in periodo di pandemia e sembra quasi paradossale che mentre si discute di come svuotare al più presto le carceri in vista del diffondersi dei contagi (102 detenuti positivi a Poggioreale, 55 a Secondigliano, 7 a Santa Maria Capua Vetere, uno a Salerno, 5 a Benevento), il numero di detenute madri con figli al seguito è in aumento.
Corriere della Sera, 18 novembre 2020
"Molti del Reparto G8 hanno fatto resistenza per problemi legati alla positività al Covid-19 di due compagni e all'isolamento sanitario cautelativo dei loro contatti". Momenti di tensione oggi nel carcere di Rebibbia.
"Molti detenuti del Reparto G8 si sono rifiutati di rientrare dal cortile del passeggio per problemi legati alla positività al Covid 19 di due loro compagni e al conseguente isolamento sanitario cautelativo di altri a diretto contatto. Dopo un intervento del personale di polizia penitenziaria e un colloquio con un vice direttore, i detenuti sono poi rientrati pacificamente nelle celle" riferisce Maurizio Somma, segretario nazionale per il Lazio del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Sappe.
"Secondo gli ultimi dati diffusi dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, proprio nella casa circondariale nuovo complesso di Rebibbia i detenuti positivi al Covid-19 sono cinque, solamente uno dei quali gestito all'esterno del carcere: positivi anche 14 poliziotti penitenziari e un impiegato - precisa il sindacato. Nelle ultime settimane c'è stato un netto aumento di contagi negli istituti penitenziari. Secondo gli ultimi dati sono positivi al virus 866 poliziotti penitenziari e 758 detenuti, quasi tutti seguiti e gestiti internamente agli istituti.
Settanta i positivi tra i dipendenti civili, appartenenti alle funzioni centrali. Se fossero state raccolte le nostre grida di allarme lanciate lo scorso gennaio, avremmo forse potuto fronteggiare meglio l'emergenza".
"Non entriamo nel merito di eventuali amnistie, indulti e condoni - aggiunge Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria. A poco servono, se non seguono riforme strutturali. Piuttosto, servirebbe un potenziamento dell'impiego di personale di polizia penitenziaria nell'ambito dell'area penale esterna. Fondamentale potenziare i presidi sul territorio per farsi carico dei controlli sull'esecuzione delle misure alternative alla detenzione. Servono nuove assunzioni".
cronachedellacampania.it, 18 novembre 2020
Il Covid fa registrare il primo detenuto morto in Campania mentre di fronte all'avanzare della pandemia delle carceri i cappellani delle carceri della Campania scrivono al ministro Alfonso Buonafede chiedendo un indulto che liberi posti degli istituti penitenziari.
Il detenuto vittima del Covid - come riporta Cronache di Napoli - è deceduto al Cotugno dopo due settimane di lotta al virus. Era stato prima trasferito al Cardarelli e poi nell'ospedali dei Colli specializzato nelle malattie infettive. Attualmente si registrano 115 detenuti positivi a Poggioreale, 62 Secondigliano 220 tra genti penitenziari e personale ausiliario. È risultano positivo anche Antonio Fullone, direttore del carcere di Poggioreale.
A livello nazionale ci sono 1.694 casi, 758 detenuti distribuiti in 76 penitenziari, e 936 tra agenti della polizia penitenziaria e altre persone che lavorano nelle prigioni. Numeri diffusi da Gennarino De Fazio, il segretario generale del sindacato Uilpa della polizia penitenziaria, che ha chiesto al governo "urgenti e ulteriori misure" per "diminuire la popolazione detenuta, aumentare l'organico degli agenti, potenziare i servizi sanitari".
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma chiede la "liberazione anticipata". Lo dicono anche i cappellani delle carceri della Campania dicono che scrivono una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in cui chiedono di "rivedere la sua posizione sull'indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano".
E poi aggiungono: "Chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un'esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico. Ma chi soffre di più sono i detenuti, che sono dimenticati e pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso, causando rivolte e morti".
Nella lettera (sottoscritta dal direttore della pastorale carceraria di Napoli don Franco Esposito, da don Alessandro Cirillo della Casa di tutela attenuata di Eboli, dai cappellani di Poggioreale don Giovanni Liccardo e padre Massimo Giglio, di Secondigliano don Giovanni Russo, di Salerno don Rosario Petrone, dal vicario episcopale della Carità della diocesi di Nola don Aniello Tortora, dal cappellano dell'ex carcere Lauro di Nola don Carlo De Angelis, oltre a padre Alex Zanotelli e numerosi magistrati ed esponenti della società civile), i firmatari - come riporta Avvenire - parlano di "un'informazione su quanto accade tra le mura delle carceri pressoché inesistente e quindi di uno stato di paura e angoscia costante".
I cappellani della Campania invocano "la riforma dell'ordinamento penitenziario che è stata procrastinata da tutti i governi. In un momento in cui le carceri si affollano e prende corpo nella società una visione spregiudicata che tende a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male. Istituti penitenziari gonfi all'inverosimile, in cui, di fatto, la situazione è ingestibile".
E per questo che chiedono di "estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei Comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive. È necessario considerare con urgenza l'ipotesi di una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca. Riformando gli uffici di sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi. Questa lentezza - scrivono i sacerdoti - si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società".
La richiesta è, dunque, quella di un carcere più umano, in cui i colloqui non siano eliminati ma, con le dovute cautele, solo ridotti. E, nello specifico, siano istituiti presidi sanitari interni perché - è la conclusione - "non possiamo arrenderci. Non accettiamo l'idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in una giustizia dal volto umano".
cataniatoday.it, 18 novembre 2020
Offrirà opportunità di occupazione ai detenuti in prospettiva di un loro reinserimento sociale e lavorativo. Dai laboratori di riciclo, arte-terapia e riuso creativo con la realizzazione di opere artigianali in mostra, ai tirocini lavorativi retribuiti e alle assunzioni all'interno dell'azienda Dusty, leader nel settore dell'igiene urbana.
In questo saranno impegnati un gruppo di detenuti all'interno del progetto "Fuori le Mura" ideato e realizzato dalla cooperativa Prospettiva Futuro insieme all'ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna per la Sicilia, con il sostegno di Fondazione con Il Sud. Per tre anni il progetto coinvolgerà le carceri di Catania Piazza Lanza, Barcellona Pozzo di Gotto, San Cataldo, Gela, istituto penale per i minorenni etneo e anche gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna di Messina, Catania, Caltanissetta, Enna e Palermo con l'apporto dell'Ufficio del Garante dei Diritti dei Detenuti della Regione Sicilia.
"Fuori Le Mura rappresenta una rarità non solo nel campo dell'inclusione sociale di soggetti deboli nel mercato del lavoro - afferma Domenico Palermo, responsabile del progetto - ma anche nel settore della progettazione sociale. In genere, si propongono a queste persone solo misure di politica attiva del lavoro, come i tirocini. Fuori Le Mura, invece, offrirà vere e proprie opportunità di occupazione".
"Fuori le mura è inoltre un percorso di inclusione sociale nella comunità - racconta Rosanna Provenzano, direttrice dell'Uepe di Caltanissetta - grazie agli uffici di esecuzione penale esterna della Sicilia si attiveranno percorsi di riabilitazione sociale e di promozione di reti abilitanti e inclusive". "Fuori le Mura è un progetto semplice - dichiara Silvio Indice, presidente della Cooperativa Prospettiva Futuro - ma fortemente ambizioso. L'obiettivo, in linea con il nostro impegno che va avanti da oltre 20 anni, è offrire posti di lavoro stabili a soggetti fortemente svantaggiati".
Grazie alle partnership con Arché Impresa Sociale, Centro Astalli Catania, Centro di Accoglienza Padre Nostro, Consorzio Il Nodo e Cooperativa Sociale Golem i detenuti potranno partecipare a un innovativo percorso formativo nell'ambito della raccolta e del riciclo dei rifiuti solidi.
La Dusty, durante il triennio del progetto, si impegnerà a inserire in azienda (nelle cinque sedi provinciali: Catania, Messina, Palermo, Siracusa e Caltanissetta) 60 candidati in qualità di tirocinanti. Di questi, 50 verranno assunti con un contratto di lavoro a tempo determinato per 6-12 mesi con orario part-time. Ad almeno 5 soggetti che avranno svolto con ottimo esito sia il tirocinio che il rapporto di lavoro, Dusty riserverà un contratto a tempo indeterminato per 24 ore settimanali.
"La nostra responsabilità sociale d'impresa - afferma l'amministratore di Dusty Rossella Pezzino de Geronimo - ci spinge a operare al servizio dell'Ambiente e della sua salvaguardia, ma ci sprona anche, da oltre 40 anni, a combattere per un mondo migliore, per la sua bellezza, intesa non soltanto come concetto meramente esteriore, ma come etica, solidarietà, credibilità, rispetto di noi stessi, del prossimo e del territorio. Contribuendo all'obiettivo del progetto 'Fuori le Mura', Dusty concretizza ancora una volta i valori aziendali su cui si fonda. Offriremo un'opportunità di tirocinio e di assunzione ai detenuti e alle detenute che prenderanno parte al progetto perché siamo convinti che possano essere nuove risorse. Soltanto diventando tali il loro futuro può essere di cambiamento, di rigenerazione e rinascita".
Messaggero Veneto, 18 novembre 2020
Situazione difficile nel carcere di Tolmezzo, dove, durante lo screening mensile al personale sono stati riscontrati per ora (il dato è provvisorio, in attesa nei prossimi giorni di ulteriori esiti) 16 positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria.
Tra i detenuti sono invece risultate positive 25 persone, di cui 7 in regime di 41bis. Erano state sottoposte a tampone dopo aver manifestato alcuni sintomi. Il sindaco, Francesco Brollo, sta seguendo questa situazione, che si somma ad altri fronti in città. A metà aprile durante la prima ondata il virus era giunto in carcere in seguito a cinque positività riscontrate tra i detenuti che erano stati trasferiti dal carcere di Bologna e un agente di polizia penitenziaria poi era risultato positivo. I successivi tamponi avevano dato esito negativo.
In questo caso, vista anche la crescente diffusione in Carnia del Covid, è difficile dire come sia entrato in struttura. Il carcere conta circa 200 detenuti e altrettanti addetti, tra agenti di polizia penitenziaria, personale amministrativo e sanitario) vi prestano servizio. "Oggi stiamo finendo gli ultimi tamponi al personale - spiega la direttrice della Casa circondariale, Irene Iannucci - c'è ancora una cinquantina di persone da dover verificare, perciò i numeri sono ancora parziali.
Per quanto riguarda i casi di positività fra i detenuti, sono 25, di cui 7 in regime di 41bis. Era stato concordato con l'azienda sanitaria di effettuare i tamponi a tutta la popolazione detenuta e a tutto il personale una volta al mese. Quindi abbiamo iniziato una settimana fa dai dipendenti e poi avremmo finito col personale e iniziato coi detenuti.
Ci sono stati dei tamponi effettuati a detenuti perché in quei casi avevano lamentato dei sintomi e quindi abbiamo proceduto con la verifica. Per il grosso dei detenuti i tamponi iniziano domani (oggi per chi legge ndr). I detenuti positivi si trovano in reparti diversi. In un reparto c'è una sezione isolamento destinata come con la prima ondata a trattare le persone positive al Covid, nell'altra Sezione i detenuti sono in camera singola e pertanto restano isolati nella loro stanza" commenta la direttrice.
palermotoday.it, 18 novembre 2020
ìIl presidente dell'associazione Pino Appprendi e Simona Di Dio: "Nel penitenziario ci sono 1.278 detenuti a fronte di una capienza di 1.158 e 760 appartenenti alla polizia penitenziaria, assistenti sociali, educatori, psicologi, infermieri, medici, impiegati amministrativi, volontari e un direttore. Il pericolo è alto".
Dopo la visita di venerdì al carcere Ucciardone, oggi il presidente dell'associazione Antigone Sicilia Pino Appprendi, insieme a Simona Di Dio, hanno visitato il carcere Pagliarelli. "Il Covid in carcere c'è, ed è un fatto che deve preoccupare tutti - afferma Apprendi - Il carcere è un luogo vissuto oltre che dai detenuti anche da tante persone che equivalgono quasi il numero dei reclusi. A Pagliarelli ci sono 1.278 detenuti a fronte di una capienza di 1.158 e 760 appartenenti alla polizia penitenziaria, assistenti sociali, educatori, psicologi, infermieri, medici, impiegati amministrativi, volontari e un direttore. Quasi lo stesso numero dei ristretti. Il pericolo è alto: nella prima fase eravamo un poco più tranquilli, ma ora il Covid è entrato prepotentemente in carcere".
Alla fine della visita, gli osservatori di Antigone si sono incontrati con i rappresentanti del comitato Esistono i Diritti con i copresidenti Gaetano D'Amico e Alberto Mangano, Giulio Cusumano e Domenico Pane e dagli esponenti radicali Donatella Corleo e Marco Traina, che hanno organizzato un sit in su viale Regione Siciliana, all'altezza del carcere di Pagliarelli, per chiedere l'istituzione del garante comunale dei detenuti e l'amnistia.
"Bisogna alleggerire la presenza in tutte le carceri con l'amnistia e, in attesa, applicare misure alternative come gli arresti domiciliari, soprattutto per chi non ha commesso reati gravi, chi è in attesa di giudizio o gravemente malato - conclude Apprendi - Anche la Corte Europea ha richiamato l'Italia per applicare misure alternative alla detenzione in carcere".
di Andrea Sparaciari
businessinsider.com, 18 novembre 2020
Il personale sanitario dell'Hub Covid del carcere di Bollate: un medico e tre infermieri. Chiamereste "Hub Covid" un reparto con 198 posti-letto affidati a un solo medico e a tre infermieri? Probabilmente no. Ma nell'universo delle carceri italiane, anche un reparto adibito a ospitare solamente detenuti positivi diventa automaticamente un "Hub Covid". Pur assomigliando più a un lazzaretto di manzoniana memoria che a un padiglione di terapie intensive.
Parliamo del nuovo "Hub" aperto il 9 novembre scorso nella Casa di Reclusione di Milano Bollate. Il reparto - partito con i primi 66 posti e che nei prossimi giorni sarà ampliato fino a raggiungere una disponibilità di 198 letti su tre piani detentivi - è stato ricavato all'interno del 7° reparto, di solito occupato dai sex offenders. Scelto perché l'unico ad avere una porta con apertura elettromagnetica all'ingresso, unica minima misura di sicurezza anche in ottica sanitaria.
Ma non bisogna farsi illusioni: il 7° reparto per il resto è assolutamente identico agli altri, con gli stessi spazi angusti che portano promiscuità, certamente non concepiti per il distanziamento sanitario. L'unica differenza rispetto agli altri reparti è di avere un paio di locali adibiti ad infermeria, in modo da renderlo "autonomo" nella dispensazione delle terapie. Stop.
Nonostante ciò, l'Hub a regime dovrà ospitare tutti i detenuti positivi delle carceri lombarde, ora assistiti dai singoli istituti: secondo il Provveditore regionale all'Amministrazione penitenziaria, Pietro Buffa, oggi ci sarebbero complessivamente 156 detenuti Covid-positivi tra tutte le carceri della regione.
L'associazione Antigone stima che a San Vittore, al 7 novembre 2020, fossero 82 tra malati e asintomatici; a Bollate 45; 4 a Opera, più due in regime del 41bis. Questi i numeri ufficiali, tuttavia sono decine (probabilmente centinaia) i reclusi che attendono di fare il tampone.
Una situazione che si fa ogni giorno più pesante e quindi preoccupante, perché tutti hanno ancora fresco il ricordo delle rivolte scoppiate nelle carceri italiane del marzo scorso. E dei morti che esse causarono, sui quali si sta ancora indagando.
malpensa24.it, 18 novembre 2020
Un focolaio di Coronavirus è stato scoperto nella Casa circondariale di via per Cassano. Sono 22 i detenuti risultati positivi al Covid, tutti asintomatici. Si tratta di reclusi di due sezioni l'una posta di fronte all'altra e già unificate, creando così di fatto una sezione speciale Covid all'interno del carcere. Lo ha confermato all'Ansa il direttore della Casa circondariale, Orazio Sorrentini: "È stata creata una sezione Covid interna al penitenziario, i detenuti stanno dimostrando collaborazione e responsabilità, e non hanno avanzato alcuna protesta".
Tamponi per tutti - Il direttore ha inoltre confermato che il 23 novembre prossimo verranno effettuati i tamponi di controllo. Nel frattempo, si sta calendarizzando l'esecuzione dei tamponi anche su tutto il personale di Polizia penitenziaria impiegato nel carcere di via per Cassano. L'obiettivo è contenere il focolaio.
di Massimiliano Minervini
ìgnewsonline.it, 18 novembre 2020
Ha preso il via il progetto Lav(or)ando, che prevede un servizio di lavanderia industriale all'interno del carcere "E. Scalas", di Cagliari-Uta. Una opportunità di lavoro e possibile reinserimento sociale per i detenuti che vi prenderanno parte. Marco Porcu, direttore dell'istituto di pena sardo, ricorda il cammino che ha condotto a un simile risultato: "Abbiamo aderito come partner a un progetto presentato dalla cooperativa Elan, che già gestisce il servizio di lavanderia al carcere minorile di Quartucciu, partecipando al bando della Fondazione per il sud e siamo stati selezionati. L'iniziativa, che ha durata quadriennale, si basa sulla formazione di circa 24 detenuti, con graduale immissione al lavoro di altre persone, in base alle necessità contingenti".
"Verrà gestito il servizio interno di lavaggio - prosegue Porcu - oltre alle altre attività connesse. La vera sfida, però, sarà ottenere commesse esterne, in modo da equiparare l'attività interna alle modalità operative di una qualsiasi azienda. Prima di essere adibiti alle mansioni lavorative, gli interessati prenderanno parte a un tirocinio della durata di due mesi. Questo percorso permetterà, magari, agli interessati di acquisire competenze spendibili anche successivamente al termine della pena".
Il direttore quindi rimarca che: "Nella fattispecie, non parliamo di semplice attività di pubblica utilità, ma di vera e propria attività di impresa che ci auguriamo possa incrementare nel tempo in maniera sempre più significativa". "Viviamo in un tessuto economico piuttosto disagiato - conclude Marco Porcu - per cui non è facile trovare un soggetto imprenditoriale che voglia investire in un istituto di pena e, quindi, questa iniziativa è da salutare con grande favore".
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 18 novembre 2020
Cannabis che, pur in calo, continua a farla da padrona anche nelle operazioni di polizia. Il numero delle operazioni con obiettivo la cocaina ha ricominciato a salire dopo anni di letargo e distrazione.
La scorsa settimana è stata finalmente pubblicata sul sito del Dipartimento Antidroga, la "Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia", riferita ai dati del 2019. Un ritardo di quattro mesi rispetto alla prescrizione di legge ma anche sul Libro Bianco sulle droghe che invece, puntuale da 11 anni, è stato presentato il 26 giugno scorso.
Quest'anno la relazione governativa appare molto più completa rispetto alle ultime, addirittura 100 pagine in più di dati, alcuni interessanti. È però assente la stima aggiornata del consumo delle sostanze da parte della popolazione generale.
L'ultimo studio pubblicato risale al 2017, quello di quest'anno è stato rinviato causa Covid. In questa relazione da un lato vengono riportate le stime dell'Istat basate sui dati 2017 sul mercato delle droghe, dall'altro viene presentato lo studio sulle acque reflue, che appare una rimasticatura di ricerche assolutamente inutili. È evidente che non sono elementi sufficienti per capire quali sostanze consumino e con che modalità gli italiani. Fra i dati disponibili invece, vi sono quelli dell'indagine del CNR sugli studenti. Secondo lo studio Espad 2019 ci sarebbe una sostanziale stabilità nei consumi, con addirittura una tendenza alla diminuzione dei consumi di molte sostanze e di alcune di queste anche dell'uso frequente.
Nonostante i periodici allarmi della stampa, la realtà sembrerebbe quindi assai diversa. Il dato sull'accessibilità delle sostanze per i più giovani contraddice le aspettative che potrebbero venire dal vantato sforzo dell'apparato delle forze dell'ordine. L'83% degli studenti che la usano dichiara di potersi procurare con facilità la cannabis, quasi l'80% di questi "in strada". La cocaina è facilmente reperibile per il 77,5% degli utilizzatori, l'eroina per il 68%. Si conferma dunque la forza del mercato illegale.
Veniamo alla cannabis: nel 2019 sono 15.446 gli utenti in carico ai SerD, in aumento del 2% rispetto al 2018. Rappresentano circa lo 0,2% dei consumatori italiani di cannabis, mentre per 426 persone (0,007%) è stato necessario un ricovero a seguito del consumo di cannabinoidi. Anche quest'anno nessun morto è attribuibile alla sostanza illegale più consumata e perseguita in Italia, mentre sono state 373 le morti per overdose, la maggior parte per eroina, purtroppo in aumento di circa il 10% come accade ormai da tre anni.
Interessante l'analisi nel dettaglio delle segnalazioni ai Prefetti per consumo (art. 75): l'età media è 24 anni e si conferma un costante aumento dei minorenni segnalati, la quasi totalità (97%) per cannabis. Cannabis che, pur in calo, continua a farla da padrona anche nelle operazioni di polizia. Il numero delle operazioni con obiettivo la cocaina ha ricominciato a salire dopo anni di letargo e distrazione. Importanti conferme emergono per le nostre analisi dal capitolo riguardante il rapporto fra i processi per droga e le condanne.
Se analizziamo i dati consolidati, constatiamo come nel 2009 il 70% dei reati per droga ha portato alla condanna passata in giudicato. Un rapporto che arriva all'85% via via che ci avviciniamo al 2019 (dato che sconta la velocità dei riti abbreviati). Comunque sia un terzo dei condannati per droga termina l'iter processuale entro l'anno dalla denuncia, il 76% entro i tre anni. Il Testo Unico sulle droghe conferma un'efficienza senza pari nel mandare in carcere le persone.
Drammatica conferma che viene dai dati abnormi del carcere per violazione dell'art. 73 del Dpr 309/90, sia sulle presenze che sugli ingressi. Manca anche questa volta una qualsiasi assunzione di responsabilità politica e una vera discussione sulla riforma non è all'orizzonte. Altro che discontinuità. Negli Stati Uniti anche con i referendum si legalizzano cannabis e psilocibina e in Italia dobbiamo difenderci dall'arresto anche per i fatti di lieve entità!
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