di Paola Cortese
Gazzetta di Mantova, 15 febbraio 2021
Decorati l'ingresso, il corridoio, la sala della socialità e le aule. Il progetto di arteterapia proseguirà per coinvolgere la sezione maschile. Balconi con vista sul mare e fiori oltre i cancelli, tra le finestre con le sbarre, annullano i confini. Grazie al progetto di arteterapia, iniziato a dicembre, le pareti della sezione femminile della casa circondariale di via Poma sono state decorate dalle detenute coordinate da Valeria Pozzi, restauratrice e decoratrice.
"Sono molto soddisfatta dell'esito di questo progetto che è andato ben oltre le aspettative - dice la direttrice del carcere Metella Romana Pasquini Peruzzi - alcune detenute all'inizio erano titubanti, ma quando il corso è finito si sono mostrate spiaciute. Si era creato un bel clima tra loro e l'operatrice, hanno lavorato con piacere e sono state molto gratificate dall'esito. Hanno abbellito gli spazi in cui vivono lasciando un segno, durevole nel tempo e fruibile anche da altri, il personale e i medici ad esempio, che hanno espresso apprezzamenti. È importante dare ai detenuti la possibilità di sperimentarsi e di occupare le giornate, infinite e senza scopo nella maggior parte dei casi, esprimendosi in maniera creativa".
Sono donne italiane e straniere tra i trenta e i quarantacinque anni quelle che hanno partecipato al progetto che ha portato alla decorazione dell'ingresso, del corridoio e della sala della socialità della sezione femminile, oltre che delle due aule scolastiche.
"Abbiamo cercato di evitare l'isolamento dal mondo esterno, molto pesante soprattutto in questo periodo di pandemia e di distogliere i detenuti dai pensieri ricorrenti del tempo della carcerazione - aggiunge Giuseppe Novelli, funzionario giuridico-pedagogico - dare la possibilità di riqualificare degli spazi e decorarli ha fatto molta presa. Le partecipanti al progetto hanno anche imparato a rispettare questi spazi proprio perché hanno contribuito ad abbellirli e renderli più piacevoli".
L'arteterapia è stato l'unico corso che la direzione ha mantenuto in questo periodo in cui sono state limitate al massimo le occasioni di possibile contagio tra detenuti, un centinaio tra la sezione femminile, maschile e speciali. Sulle pareti sono comparsi un ponticello tra cielo e acqua, ispirato al giardino di Givency di Monet, trompe l'oeil sul mare, cani e gatti, fiori rampicanti, glicine e rose, vasi disegnati, da terra, con gerani e ortensie, atmosfere familiari e rassicuranti che hanno dato luce e aria tra le sbarre di ogni porta e finestra. Le parole uomo, libertà, scelta vanno a comporre la frase dello psichiatra e filosofo austriaco Viktor Frankl "tutto può essere tolto a un uomo ad eccezione di una cosa: la libertà di scegliere il proprio comportamento in ogni situazione" scritta sui muri delle aule didattiche, una decorazione realizzata sempre dal gruppo delle detenute.
"È parlando con loro che sono emerse le idee - spiega infine Valeria Pozzi - ho portato delle immagini da cui abbiamo preso spunto e deciso i tipi di decorazione. Le detenute hanno partecipato e la prima cosa che mi hanno chiesto è stato di dipingere il mare, poi sono venute le richieste di realizzare i loro animali d'affezione e i fiori, sempre tenendo conto degli ambienti in cui andavamo a dipingere con la presenza di porte, finestre, caloriferi, estintori e altri elementi strutturali.
La ricerca della natura, l'uso dei colori in maniera terapeutica, ha fatto sì che si appassionassero e acquisissero nel tempo maggior sicurezza e competenza. Nella sala della socialità, dove leggono e giocano, abbiamo scelto decorazioni geometriche colorate di giallo, che aiuta la concentrazione, arancione caldo, che induce alla serenità, e viola che produce armonia".
Il programma di arteterapia proseguirà nei prossimi mesi nella sezione maschile, sempre grazie alla collaborazione e disponibilità degli agenti di polizia penitenziaria. In procinto di partire anche un corso di pasticceria, nel laboratorio di panificazione, attivo da anni con commesse dall'esterno, mentre prosegue, attivo anche durante i lockdown, il lavoro nell'orto del carcere, appena avviato, con produzione di ortaggi. Ancora da decidere la loro destinazione, se l'esterno o il consumo interno.
cn24tv.it, 15 febbraio 2021
Si scrive "Women Free", si legge "insieme per sostenere le donne vittime di violenza". È l'obiettivo del progetto promosso dalla Fondazione Città Solidale Onlus e l'Ammi di Catanzaro (Associazione Mogli Medici Italiani) che offre servizi di aiuto e accompagnamento per donne sole o con figli minori, vittime di violenza psicofisica, sessuale, economica o di maltrattamenti.
"Il progetto "Women Free" - spiega Silvana Aiello Bertucci, presidente Ammi Catanzaro - nasce dall'esigenza di fornire una risposta reale ai problemi che le donne maltrattate si trovano ad affrontare durante il loro percorso di fuoriuscita dalla situazione di violenza e di disagio. Le donne che si rivolgono ai Centri Antiviolenza, ad esempio, quasi sempre lamentano serie difficoltà a rompere la situazione di isolamento a causa della mancanza di soldi e lavoro".
"La nostra associazione - afferma la presidente - favorisce la costruzione di una rete a supporto delle donne; un modello operativo per gestire e fare prevenzione e screening. Questa nuova modalità organizzativa è ora possibile grazie alla buona sanità capace di fare rete, con l'obiettivo unico di porre al centro la donna e di garantire il miglior percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale.
Tra le azioni portate avanti con questo progetto vi è l'attivazione di un servizio di screening gratuito con visite senologiche per le donne vittime di violenza, considerando la nostra collaborazione con la Breast Unit - Organizzazione Unità Multidisciplinare nata per curare il cancro al seno - dell'Azienda Ospedaliera "Pugliese-Ciaccio" di Catanzaro".
di Massimo Cacciari
La Stampa, 15 febbraio 2021
Dobbiamo proprio arrenderci? Impossibile ragionare sull'onda lunga della crisi di sistema che sta travolgendo il nostro Paese? Per quanto tempo potremo continuare a rammendare e tamponare? Ricordiamolo ai più giovani. È l'eterno ritorno dell'uguale in forme sempre più asfittiche, deboli, emergenziali. Al crollo della prima Repubblica suonò il primo appello alla Banca d'Italia, nel 1994 il secondo. Da Ciampi a Dini. E il Gotha dei "tecnici-competenti" al loro interno, dai Cassese agli Elia, dai Barbera agli Spaventa, dai Bassanini ai Treu. I massimi esperti che la Patria ha generato in materia delle riforme ad essa necessarie.
I frutti? Deboli vagiti in alcuni settori, profondo nulla in altri. La mano passa, allora, ai politici-politici i quali, attraverso raffazzonate maggioranze tra forze e movimenti che hanno magari un passato, ma nessuna comune destinazione, catastrofizzano di nuovo durante la grande crisi 2007-2008, e si deve ritornare al Salvatore che proviene dai grandi organismi economico-finanziari, a chi appaia innocente degli sfracelli commessi.
Ora la Banca d'Italia è sostanzialmente la Banca centrale europea, e perciò... Così da Monti a Draghi. E Draghi, come Monti, altro non potrà che ripetere il ritornello del piano di riforme di cui il Paese ha bisogno, senza le quali neanche un Recovery fund dieci volte maggiore servirebbe a rimetterci in sesto. Monti lo sapeva, Draghi ancora di più, e già lo sapevano benissimo i Ciampi e i Dini. Le riforme, come tutti gli atti decisivi, in tempo di pace come di guerra, che siano crisi economiche o pandemie, possono essere intraprese soltanto da forti maggioranze politiche che si sentano partecipi di una comune visione e di un comune destino. Vale la pena ripeterlo: politica è anche competenza o non è.
Una politica incompetente è chiacchiera demagogica per definizione. Non si tratta affatto dell'assurda pretesa che chi fa il politico di professione abbia la competenza di un Draghi in materia finanziaria o di un Cassese in pubblica amministrazione o di una Cartabia in diritto. Ciò che è necessario è che una forza politica contenga in sé, nella sua struttura, nel modo in cui si organizza, un rapporto continuo e organico con quelle competenze che rendono possibile fondare una strategia realistica, credibile nei suoi obbiettivi e nel percorso da compiere per realizzarli.
Abbiamo disfatto in questo trentennio l'idea stessa di questa forma di azione politica, l'idea stessa di una forza così strutturata. Ma lo si sappia finalmente: se la competizione politica non avviene tra partiti che compongono in se stessi tecnica-e-politica, politica-e-competenza, non solo mai si avvierà un processo reale di riforme, ma dileguerà agli occhi del "popolo sovrano" l'interesse stesso per la democrazia.
A che servono, infatti, le rappresentanze politiche se nei momenti più difficili bisogna ricorrere a Autorità "da fuori"? Se per la terza volta in un decennio è capo del governo chi nessuno ha eletto? Vi pare questo un fatterello irrilevante, dal momento che, certo, la Costituzione rimane inviolata, e tutto si svolge secondo le regole del puro parlamentarismo? Gli dèi accecano coloro che vogliono perdere. E' assolutamente inevitabile che il "popolo sovrano" si chieda: perché tanto spreco di rappresentanti e assemblee se il mio destino, nei momenti decisivi, non può essere loro affidato, mentre nei momenti normali può benissimo esserlo a capaci amministratori?
La domanda ha una risposta sola: perché in democrazia i governi Monti, Draghi e quelli prima citati si configurano necessariamente come "servizi di emergenza" e mai potranno realizzare riforme di assetti istituzionali, né quelle della pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola. Possono fare leggi di bilancio equilibrate, permetterci di ridurre lo spread, evitare sprechi e errori di "calcolo". E sono tutte cose giuste e buone. E dobbiamo essere loro grati quando le combinano.
Ma se vogliamo davvero che i "governi del Presidente" assumano, loro, la responsabilità di metter mano al sistema Paese, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di "superare" l'idea di democrazia nel cui grembo siamo stati allevati. Delle due l'una e il terzo non è dato: o i partiti sono capaci di ricostruire il loro radicamento sociale, di formare gruppi dirigenti realmente rappresentativi, di elaborare strategie sulle quali costruire alleanze operative, non dettate esclusivamente dal primum vivere, oppure si elegga un Presidente-Capo che nomina il proprio governo, al quale è lui a dettare l'agenda.
Ma la si faccia finita con questo presidenzialismo surrettizio. Per quanto tempo ancora si potrà andare avanti nell'equivoco? All'ombra protettiva di Mario Draghi destre, sinistre e centri nostrani hanno un anno per rifletterci. Se, fatto il nuovo presidente della Repubblica, all'esito delle prossime elezioni politiche, dovesse ripresentarsi una situazione analoga al 2018 e ancora una volta, dopo defatiganti tentativi, l'invenzione di nuovi Conte, di altri e sempre uguali responsabili e ricostruttori, Draghi, divenuto nel frattempo capo dello Stato, dovesse ricorrere al suo collega di turno di via Nazionale o di Francoforte per salvare la baracca, non sarebbe più soltanto il crollo definitivo del nostro ceto politico, ma della fiducia stessa nella democrazia rappresentativa. E l'opera iniziata con tanta passione dai populismi, sovranismi e "vaffa" giungerebbe al suo felice coronamento.
bariseranews.it, 15 febbraio 2021
Quale è il modo migliore per ricordare una persona se non continuare a mettere in pratica i suoi insegnamenti e trasmettere alle future generazioni il suo impegno civile? Nel nome di Stefano Fumarulo, impegnato sul versante della legalità, morto a 38 anni nel 2017, è stato indetto un premio letterario nelle carceri: il dirigente antimafia. Il premio, rivolto ai detenuti di Puglia e Basilicata si divide in tre sezioni: poesia, narrativa e lirica. Al concorso è possibile partecipare fino al 4 maggio.
L'iniziativa dall'associazione barese Giovanni Falcone, per celebrare il 25° anniversario della fondazione, in collaborazione con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà. Il presidente dell'associazione Falcone, Corrado Berardi ha voluto così mantenere l'impegno preso un anno fa. Gli elaborati devono pervenire in un plico con la dicitura "Premio letterario in memoria di Stefano Fumarulo 2021" entro il 4 maggio, all'indirizzo "Associazione culturale G. Falcone, via dei Narcisi 1 a Bari Santo Spirito-Catino" (info 340.5824196). Una giuria di esperti, formata da umanisti, esperti nel campo dell'editoria e della scrittura poetica, valuteranno le opere.
Nella sede della scuola Falcone di Catino il 26 giugno alle 18, si terrà la premiazione. Inoltre è in programma la realizzazione di un murales raffigurante Fumarulo. L'associazione G. Falcone, nata il 6 luglio1995, grazie all'impegno di 25 soci, opera sul quartiere Catino organizzando, tra l'altro, eventi culturali, sportivi e di utilità sociale.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 15 febbraio 2021
Dopo anni di silenzio e di indifferenza. L'impegno di Ciampi, e la nobile testimonianza di Mattarella. Ho conosciuto molto presto la tragedia delle Foibe, nonostante nei libri di storia non fosse neppure citata. Non soltanto grazie alla Giornata del ricordo, voluta dall'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, galantuomo tra i più grandi della nostra Repubblica.
Quella tragedia l'avevo conosciuta molto prima, da ragazzo. La famiglia di Franco, mio amico d'infanzia e compagno di scuola, fu costretta a fuggire dall'isola di Lussinpiccolo, oggi Mahli Losinj in Croazia, abbandonando tutto, per rifugiarsi in Argentina e poi per tornare in Italia per ricostruire a Genova la propria vita, cercando di vincere la malinconia.
Il papà di Franco, che dovette sfuggire alle vendette, lasciando la splendida Lussinpiccolo, viveva il suo passato con tristezza, in rassegnato silenzio. Uno dei più grandi amori della mia vita, una meravigliosa ragazza di Fiume che si chiama Giuliana, mi ha regalato momenti indimenticabili mentre frequentavo ancora l'Università. I suoi erano fuggiti appena in tempo da Fiume, oggi Rijeka, abbandonando casa, amici e affetti per sottrarsi alle vendette dei comunisti di Tito, che non facevano distinzione tra italiani per bene e italiani fascisti.
Giuliana, che avevo conosciuto nella discoteca genovese "Psichedelik", ne parlava raramente. Ne parlavo di più con sua madre, quando andavo a casa sua per ascoltare racconti di vita vissuta. Allora, visto che avevo cominciato a collaborare con il mio primo giornale, il Secolo XIX, una sera andai con Giuliana a sentire Nicola di Bari, di cui ero diventato amico. Nicola, cantante famosissimo (ricordate "Il cuore è uno zingaro"?) alla fine dell'esibizione, mi venne vicino, mi salutò e, abbagliato da Giuliana, mi chiese: "Ma dove hai trovato questo angelo del cielo?" Ecco perché la figlia di profughi che ho amato con tutto il cuore, non la dimenticherò mai.
È stata una fortuna, per me, condividere quelle sofferenze, figlie degli orrori della guerra e dei successivi aggiustamenti politici, perché la Jugoslavia di Tito, dopo gli eccessi feroci, era diventata un caposaldo filoamericano e antisovietico, visto che si contrapponeva allo strapotere dell'Urss. Giuliana ogni tanto si rabbuiava e mi parlava di quella ferita insanabile, ed è anche per questo non ho mai accettato né tantomeno condiviso la propaganda comunista di allora.
Avrei capito di più qualche anno dopo, quando cominciai a frequentare, ai tempi della primavera di Praga, oltre 50 anni fa, i Paesi dell'Est comunista. Esperienza dolorosa e unica. Ma anche nella mia vita professionale ho incontrato persone straordinarie, che avevano le loro radici in Istria e Dalmazia, terre di frontiera frequentate dai migliori, come diceva Hemingway.
Toni Concina, che dal 2003 al 2006 è stato direttore delle relazioni esterne del nostro Corriere della Sera, ai tempi della gestione di Cesare Romiti, ne è esempio lampante. Abbiamo subito simpatizzato, e visto che già a quel tempo mi occupavo assiduamente di Turchia, entrai assieme al collega Massimo Gaggi nel ristrettissimo gruppo di coloro che rappresentavano il nostro giornale, allora partner del gruppo laico Dogan (da non confondere con l'attuale presidente-sultano Erdogan, che poi ha cannibalizzato il gruppo turco). Insomma, eravamo spesso invitati nel Paese.
Di Toni Concina ho sempre ammirato il rigore, la coerenza, l'amore per il lavoro e per le sfide più ardue. Non ho saputo subito la sua storia. Sapevo solo che i suoi genitori erano una coppia che riuscì, a fuggire in tempo da Pola, abbandonando tutto. I legami con quella dolce porzione della nostra Europa di frontiera, per me sono continuati e continuano ancora perché una carissima collega della Rai, Daiana Paoli, che considero una mia straordinaria allieva, e lei mi tratta con l'affetto riservato a un secondo padre, è figlia, da parte della madre, di quella regione jugoslava che tanto sta a cuore anche a me.
Le dure parole pronunciate sulla strage delle foibe dal presidente della Repubblica Mattarella sono davvero di grande fierezza, rigore e nobiltà. Un'altra persona, che mi è molto cara, Vera Vigevani Jarach, alla cui storia con la collega Alessia Rastelli abbiamo dedicato la serie per il Corriere TV "Il rumore della memoria", poi diventata un film con la regia di Marco Bechis, è andata a testimoniare il proprio impegno per gli orrori delle foibe. Vera, che vive in Argentina, ha avuto il nonno ammazzato ad Auschwitz e la figlia Franca, resistente anti-Videla, lanciata viva nel Rio de la Plata da uno degli aerei del dittatore fascio-piduista che guidava il Paese. Queste sono storie di vera vita vissuta, quindi indimenticabili.
Italia Oggi, 15 febbraio 2021
Contro il cyber-bullismo, per adesso, solo armi spuntate. Se i cyber-reati denunciati (solo una percentuale di quelli avvenuti) aumentano di anno in anno, vuol dire che si deve pensare a strumenti più efficaci di quelli predisposti dalla legge.
I numeri presentati dalla Polizia postale sono inequivocabili: nel 2020 si è registrato un aumento dei casi trattati di vittimizzazione dei minori per reati quali la pedopornografia, l'adescamento, il cyber-bullismo, la sextortion, le truffe online, il furto di identità digitale, altri reati online pari al 77% rispetto al 2019 (2.379 casi trattati nel 2019 contro i 4.208 trattati nel 2020). Se questa è la cruda realtà delle cifre, bisogna chiedersi quale sia il grado di effettività degli strumenti previsti dalla legge. Prendiamo per esempio la legge 71/2017, sul cyber-bullismo.
Ci sono, sulla carta, almeno due strade, oltre quelle rinvenibili nel codice di procedura penale. Una cyber-vittima può contare sull'intervento del Garante della privacy, che ha il potere di intervenire sul gestore del sito internet o del social media con lo scopo di ottenere l'oscuramento, la rimozione o il blocco di contenuti diffusi per via telematica.Per la maggiore efficacia dell'intervento il Garante ha stipulato un protocollo d'intesa con la Polizia postale, nei casi in cui sia necessario identificare il titolare del trattamento o il gestore del sito internet o del social media dove sia stato pubblicato un contenuto (informazioni, foto, video, ecc.) ritenuto atto di cyber-bullismo.
Nei confronti di chi non rispetta le misure disposte dal Garante possono essere applicate sanzioni amministrative. Tra l'altro può avviare l'intervento direttamente il minore, se ha più di 14 anni, oppure chi esercita la responsabilità genitoriale.
Altra possibilità è quella che vede protagonista il questore, che può ammonire il minorenne di età superiore a 14 anni autore di un fatto di cyber-bullismo ai danni di un altro minorenne. Non sono, allo stato, però note statistiche a riguardo del numero di segnalazioni pervenute al garante della Privacy di ammonimenti pronunciati dai questori.
di Francesca Sabatinelli
vaticannews.va, 15 febbraio 2021
La giunta golpista decide l'arresto dei leader della disobbedienza civile. Sette i ricercati, minacce contro chiunque li aiuti a nascondersi. Sospese le leggi che proteggevano la privacy e la sicurezza dei cittadini. A due settimane dal golpe della giunta militare in Myanmar e dall'arresto della leader Aung San Suu Kyi, il 1° febbraio scorso, sono stati emessi gli ordini di cattura per i leader della protesta che, negli ultimi otto giorni, hanno portato enormi folle in piazza, in aperta sfida ai generali.
A firmare i mandati di arresto sarebbe stato lo stesso capo dei militari, il generale Min Aung Hlaing, che ha anche ordinato la sospensione della legge che, dal 2011, con l'insediamento di un governo di transizione democratica, dopo quasi 40 anni di dittatura militare, proteggeva i cittadini da arresti, perquisizioni e detenzioni arbitrari da parte delle forze di sicurezza.
Nella lista delle persone da arrestare vi sarebbero sette nomi, si tratta di personaggi di alto rango che si oppongono al governo militare attraverso i social, tra loro persone con alle spalle già molti anni di carcere durante la precedente dittatura militare. I militari avrebbero anche minacciato pesanti sanzioni contro chiunque darà loro rifugio o ne coprirà la fuga. La condanna, secondo una nuova legge, potrebbe arrivare fino ai due anni di carcere senza processo.
Negli ultimi giorni si conta un moltiplicarsi di arresti a danno di chiunque si unisca al movimento di disobbedienza civile. Un appello alla pace e alla giustizia sociale è stato lanciato da monsignor Ivan Jurkovic, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, il quale ha anche richiamato le parole del Papa, lo scorso 7 febbraio, quando Francesco aveva assicurato al popolo del Myanmar "vicinanza spirituale, preghiera e solidarietà" e poi quelle del giorno successivo, quando ricevendo in udienza il corpo diplomatico, il Papa aveva auspicato "la pronta liberazione" dei leader politici incarcerati in Myanmar, come "segno di incoraggiamento a un dialogo sincero per il bene del Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 febbraio 2021
In occasione della Giornata internazionale degli avvocati in pericolo, che si celebra ogni anno il 24 gennaio per ricordare il massacro di Atocha, avvenuto a Madrid nel 1977 e in cui persero la vita cinque avvocati, l'avvocata Lucia Lipari (*) ha intervistato il collega Emin Aslanov, perseguitato in Azerbaigian per essersi occupato di diritti umani.
Iniziamo col raccontarci qualcosa di lei...
Difendo i diritti umani dal 2009. Da quel momento, ho assistito a una progressiva erosione dei diritti. La repressione del governo azero nei confronti della società civile, dei politici, degli attivisti, dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani ha raggiunto il suo apice nel 2015. Quell'anno sono dovuto andare in Georgia per sfuggire al regime. Durante il mio soggiorno in Georgia, ho continuato a lavorare per la difesa dei diritti umani e nel 2017 ho deciso di andare a studiare negli Usa. Nel 2018 ho deciso di tornare. Conoscevo i rischi che mi aspettavano, ma non volevo più restare all'estero.
E poi cos'è successo?
A distanza di quattro giorni dal mio arrivo in Azerbaigian, sono stato accerchiato per strada da un gruppo di persone in borghese, che mi ha intimato di andare con loro. Sapevo che non aveva senso disobbedire al loro ordine. Mi hanno portato al Dipartimento per la lotta alla criminalità organizzata, dove mi hanno interrogato e accusato di avere agito in spregio al potere amministrativo.
Il giorno successivo è stata stilata un'imputazione priva di ogni fondamento: non avrei obbedito ad un ordine della polizia. Secondo la legge, non avendo subito precedenti condanne, doveva essermi elevata una sanzione. Tuttavia, il giudice mi ha condannato a 30 giorni di carcere, la pena massima per quel reato.
Al momento dell'arresto non fui in grado di contattare il mio avvocato o i miei familiari, non me ne fu data l'opportunità. Lo Stato aveva nominato un avvocato d'ufficio, che incontrai tre giorni dopo la cattura e che tuttavia non riuscì a contestare le accuse a mio carico. Aveva timore della polizia. Fu comunque presentato il ricorso in appello, ma venne confermata la sentenza di primo grado. Il caso ora è pendente dinanzi alla Corte europea dei diritti umani.
Dopo il rilascio è stato ulteriormente perseguitato?
Mi fu impedito di lasciare il paese per più di un anno. Quando per la prima volta provai a partire, il servizio di frontiera non me lo consentì e non mi venne neanche detto chi aveva ordinato o decretato il mio divieto di espatrio. Ho invano tentato di capire le ragioni di quel provvedimento, perché alla fine nessuna delle agenzie governative mi aveva spiegato chi e per quale motivo era
stata emessa quella misura restrittiva. Solo un anno dopo e a seguito di molte denunce alle autorità competenti, il divieto è stato revocato.
Anche adesso non ho il diritto di muovermi liberamente, perché ogni volta che attraverso il confine, il Servizio doganale mi chiede di scrivere un rapporto sulle mie disponibilità economiche. Tutto ciò è del tutto illegale. Secondo la legge si dovrebbero dichiarare importi di $ 10.000, ma nel mio caso sarebbe obbligatorio anche per $ 10. Questo è il chiaro segnale che sono ancora nel mirino del governo.
Cosa può dirci della situazione in Azerbaigian?
La radice del problema è il sistema di governance. Purtroppo la democrazia non esiste, il potere esecutivo ha assunto il pieno controllo sia del parlamento che della magistratura. La subordinazione della magistratura all'organo amministrativo poi ne ha ridotto il ruolo e ogni impulso nella tutela dei diritti umani e delle libertà.
Questi problemi hanno un impatto determinante e negativo sull'istituto della difesa. Anche l'Ordine degli avvocati dipende dall'autorità amministrativa. Il governo, con l'aiuto dell'Ordine, punisce i legali attraverso azioni repressive, ma non sono risparmiati neanche i giornalisti, i giudici indipendenti e tutti i coloro che si occupano di diritti umani.
Attualmente, ci sono pochi avvocati. La maggior parte dei colleghi ha paura di essere ingiustamente coinvolta in procedimenti orchestrati e subire ritorsioni. Alcuni hanno proprio cessato l'attività, altri si sono impegnati in campi diversi, ma molti sono stati costretti ad andare via. Fatto sta che gli avvocati sono sempre meno.
Come viene visto il sistema giudiziario dai cittadini azeri?
Le persone non ripongono alcuna fiducia nella giustizia in Azerbaigian. L'assenza di ogni diritto è oramai una convinzione radicata in tutti i cittadini e dal momento che si ritiene che lo stato non garantisce alcuna forma di tutela, si cerca di risolvere i propri problemi di natura legale e personale ricorrendo a conoscenze personali, che aprono le porte al dilagare della corruzione.
Come affronta la questione la stampa nazionale?
In Azerbaigian l'accesso delle persone a fonti d'informazioni diversificate è fortemente limitato. I media tradizionali come la televisione e la radio sono interamente sotto il controllo statale e ci sono pochi media online indipendenti e comunque situati all'estero. Il governo vieta ogni accesso e limita la libertà di pensiero all'interno del paese. Le persone usano la VPN per avere accesso a questi media.
Se potesse rivolgersi alla comunità internazionale cosa chiederebbe?
Credo sia essenziale continuare a dimostrare solidarietà. In molti casi, alzare la voce contro la brutale repressione del governo può aiutare i difensori dei diritti umani a venire fuori da situazioni di grave pericolo.
(*) Avvocata, giornalista e data protection officer. Ha perfezionato gli studi presso l'Abat Oliba CEU University di Barcellona e l'Università Tor Vergata di Roma. Esperta di comunicazione istituzionale e politica, ha maturato esperienze presso la Direzione generale della Rai - Settore Relazioni istituzionali e internazionali e presso enti pubblici. Referente di diverse realtà associative, scrive per diverse testate di cultura e diritti.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 15 febbraio 2021
La campagna di Intersos, Human Rights Watch e Unicef in occasione della giornata che ne ricorda l'esistenza. È un'altra emergenza umanitaria in atto in tutto il mondo. Una barbarie nella barbarie, la guerra combattuta dai minori. Per "bambini soldato" si intende qualsiasi persona minore di 18 anni reclutata o utilizzata da gruppi e forze armate per fini bellici e non solo. Bambine e bambini coinvolti lavorano anche come spie, messaggeri, cuochi, assistenti di campo e per fini sessuali. Il 40% dei minori arruolati sono bambine, spesso vittime di violenza di genere.
Sono sempre di più coinvolti nelle guerre. Sono 18 i Paesi nei quali, dal 2016 ad oggi, è stato documentato l'impiego di bambini-soldato in conflitti armati: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen.Nonostante gli sforzi delle organizzazioni internazionali e benché non esistano stime ufficiali, il numero di casi documentati è in costante aumento dal 2012 al 2020 ed è nell'ordine delle decine, forse centinaia di migliaia.
Quasi 8.000 bambini reclutati nel 2019. Le Nazioni Unite hanno adottato nel 2002 il primo protocollo opzionale alla convenzione sui diritti dei bambini, che condanna fermamente il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati. Secondo il rapporto Onu 2019 per i bambini nei conflitti armati, sono state accertate oltre 25.000 gravi violazioni contro bambini e bambine. Per quanto riguarda il reclutamento, i dati specifici parlano di 7.747 bambini, alcuni dei quali di soli 6 anni, utilizzati all'interno di un conflitto. I numeri, tuttavia, potrebbero essere molto più alti.
Povertà, insicurezza e rapimenti. I bambini diventano parte di una forza armata o di un gruppo per vari motivi. Alcuni vengono rapiti, minacciati, manipolati psicologicamente. Altri sono spinti dalla povertà e dal bisogno di sopravvivenza. Anche la diffusione sempre maggiore di armi leggere, che non necessitano di forza fisica per essere maneggiate, ha incoraggiato ulteriormente il ricorso a bambini-soldato. L'allarme di Human Rights Watch. Secondo l'organizzazione internazionale Human Rights Watch, con la crescita di gruppi come ISIS, Boko Haram, Al-Shabab, molti paesi occidentali hanno adottato misure di controterrorismo sempre più dure che spesso comportano la detenzione e la condanna di minori. Dal 2012 ad oggi, l'Onu ha registrato una crescita di cinque volte del numero di bambini detenuti. Secondo Human Rights Watch si è creato un doppio standard: nelle guerre "tradizionali", i bambini sono visti come vittime che necessitano riabilitazione, mentre nei conflitti con i gruppi terroristi i bambini coinvolti sono trattati come criminali.
La campagna di Intersos. Tra le organizzazioni internazionali impegnate a contrastare il fenomeno c'è l'Ong italiana Intersos, che ha lanciato la campagna #Stopbambinisoldato in occasione della Giornata Mondiale che ne ricorda l'esistenza. Intersos coordina la Coalizione Italiana Stop all'uso dei bambini soldato, e dedica la campagna all'impegno delle organizzazioni, degli operatori e degli attivisti della società civile che si impegnano affinché gli ex bambini-soldato possano reintegrarsi nella società.
Progetto Intersos-Unicef per il reinserimento. Uno dei progetti di Intersos condotto con il sostegno di Unicef riguarda la reintegrazione di ex bambini-soldato nella Repubblica Centrafricana, dove il fenomeno ha ormai i contorni dell'emergenza umanitaria. Qui, il 34% dei 299 casi verificati di reclutamento forzato tra minori riguardava bambine e ragazze. Durante il 2020, Intersos ha aiutato 214 minori liberati dai gruppi armati e ad oggi 180 di loro stanno completando il percorso di reinserimento sociale e lavorativo, lungo e difficile ma possibile. In una prima fase il minore accede alle cure mediche e al supporto psicologico.
I ricongiungimenti familiari. Nella seconda fase avviene il ricongiungimento familiare o l'affidamento e, per i minori di 15 anni, il reinserimento a scuola. Altrimenti è previsto un inserimento professionale e formativo. "La piena reintegrazione di un ex bambino soldato è un percorso lungo e complesso, ma possibile" spiega Federica Biondi, operatrice di Intersos che ha lavorato insieme agli ex bambini-soldato. "Significa dare a un minore la possibilità di reinserirsi nella società, accettando di riconoscersi in un nuovo ruolo e in una nuova identità, venendo accettato in questa nuova veste dalla famiglia e dalla comunità in cui va a vivere."
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Era il 15 ottobre 2018 e l'allora vicepresidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, oggi ministro della Giustizia, aveva trascorso una intera giornata con i detenuti del carcere milanese di San Vittore: "I vostri problemi - aveva detto loro - mi faranno compagnia nel lavoro e nella vita" E ora nel mondo delle carceri l'aspettativa è enorme.
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