di Riccardo Arena
ilpost.it, 17 novembre 2020
"Noi detenuti viviamo ogni giorno nel terrore di essere contagiati dal virus e di morire qui dentro. Sì terrore, perché in queste celle sovraffollate è impossibile rispettare il distanziamento e non abbiamo mascherine o gel disinfettante. Terrore perché ci sentiamo abbandonati e la nostra incolumità sembra essere lasciata al caso. Ma perché in carcere non contano le regole per il Covid che valgono fuori?".
Ristretti Orizzonti, 17 novembre 2020
Alla vigila dell'esame degli emendamenti per la conversione in legge del decreto Ristori, i Garanti territoriali dei detenuti scrivono ai presidenti dei gruppi parlamentari al Senato
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà ha inviato un appello ai presidenti dei gruppi parlamentari del Senato, dove è in procinto di iniziare l'esame degli emendamenti al decreto legge 137/2020, Ristori, affinché il parlamento adotti "tutte le misure opportune, per poter giungere ad una significativa riduzione del numero delle presenze dei detenuti negli istituti di pena, a partire da quelle già indicate dal Garante nazionale, applicando in modo estensivo e razionale le stesse previsioni previste dal decreto, senza sacrificio della sicurezza sociale, nell'auspicio che le stesse possano andare a beneficio anche dei soggetti più deboli (psichicamente fragili, tossicodipendenti, alcoldipendenti, senza fissa dimora)".
di Anna Franzutti
thepasswordunito.com, 17 novembre 2020
L'emergenza sanitaria ha colpito tutti, in un modo o nell'altro. Mentre noi ci chiudevamo in casa per limitare i contagi, cosa succedeva là dove le persone sono già chiuse e con pochi contatti? Nelle 231 carceri italiane, da subito si è rivelato essenziale limitare che il Covid-19 si trasmettesse ai detenuti e al personale. La situazione del sistema carcerario italiano però non ha facilitato il compito. Primo fra tutti i problemi, il sovraffollamento: secondo i dati del Ministero della Giustizia del 29 febbraio 2020, infatti, i detenuti previsti a livello regolamentare sarebbero dovuti essere 50.931, ma quelli effettivi erano 61.230, con le logiche conseguenze in termini di igiene, privacy, salute fisica e mentale. In alcune strutture la situazione è notevolmente peggiore, ma la media nazionale è di 120% di affollamento e il rispetto dei 3 metri quadrati per persona detenuta previsti in cella è ben lontano dalla realtà.
Durante quella che viene ormai chiamata prima ondata, tra marzo e giugno, sono state decise limitazioni ai colloqui con visitatori e legali, possibili solo a distanza, e sono state sospese le attività interne o esterne all'edificio, parte fondamentale dell'obiettivo rieducativo previsto dalla costituzione per la pena. La parziale soluzione che è stata messa in atto per cercare garantire il distanziamento necessario alla gestione dei contagi, è stata quella di diminuire le persone presenti negli istituti penitenziari. Col Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 è stata introdotta la possibilità di ottenere la detenzione domiciliare per coloro con una pena o un residuo di pena inferiore ai 18 mesi per un reato non grave. In questo modo circa 5000 detenuti hanno potuto "liberare il posto".
Il provvedimento ha ricevuto numerose critiche in quanto con l'occasione sono stati concessi i domiciliari anche ad alcuni detenuti di alta sicurezza o in regime di 41bis, tra cui boss mafiosi. Nella nota del 21 marzo del dipartimento responsabile, che richiedeva di segnalare i detenuti a rischio per una possibile scarcerazione, si individuavano parametri riguardanti l'età (over 70) e patologie eventuali, ma non si teneva conto della situazione giudiziaria, che era invece citata nel decreto del 17 marzo, a cui la nota non faceva però riferimento, creando confusioni e scarcerazioni probabilmente non previste inizialmente. Adesso che stiamo vivendo la seconda ondata, i numeri dei contagi crescono tra detenuti e polizia penitenziaria. Il ministro della giustizia Bonafede esprime l'importanza di nuove misure come quelle attuate a marzo, che non si applichino per chi sia condannato per reati gravi, con vittime, abbia preso parte alle sommosse o sia in regime di sorveglianza speciale.
Nei confronti di un tale provvedimento non mancano le critiche, che trovano legittimazione con le scarcerazioni di condannati per reati gravi avvenute tra marzo e giugno. Sicuramente è necessario che questa volta ci sia un controllo e una limitazione più stretta e definita, ma finora si è evitata una crisi sanitaria almeno per quanto riguarda il sistema penitenziario. La certezza non si può avere, ma un contributo essenziale potrebbe essere arrivato dai provvedimenti effettuati. È necessario fare tutto il possibile per evitare che la crisi colpisca ora. Bisogna tener conto che sì, esistono persone condannate per reati gravi, ma la maggior parte dei detenuti non sono parte di quella categoria. In Italia il 31% delle persone recluse lo è per crimini di droga, caratterizzati da scarsa pericolosità. Il sovraffollamento è una realtà, la pratica di concedere i domiciliari a chi ha fine pena brevi potrebbe andar oltre le sole tempistiche per l'emergenza sanitaria. Inoltre, spesso la pena detentiva non soddisfa l'obiettivo della rieducazione come dovrebbe. Che questa crisi, dopo aver messo in luce i problemi quotidiani del carcere, sia anche un'occasione per rivalutare l'istituzione e modificarla di conseguenza, o, perché no, cercare un'alternativa?
di Liana Miella
La Repubblica, 17 novembre 2020
La giudice Ezia Maccora contro le norme anti-Covid di Bonafede. La presidente aggiunta dei gip di Milano, già vittima del virus a marzo, boccia come insufficienti le misure del decreto Ristori per fare comunque solo una parte dei processi da remoto. E critica i colleghi dell'Anm che non hanno ancora eletto i nuovi vertici.
"Preoccupazione, paura, negazionismo, impreparazione e improvvisazione". Ma anche "l'esigenza di rendere comunque giustizia e di pensarsi come collettività". Le norme "inadeguate" del decreto Ristori, il Covid, la sua seconda ondata. Ezia Maccora, presidente aggiunto dei giudici per le indagini preliminari di Milano, è già stata vittima del virus tra febbraio e marzo. Ne parlò, su Questione giustizia, la rivista online di Magistratura democratica, in un articolo che un mese dopo conteneva una scioccante testimonianza. Adesso torna a scrivere della pandemia, sotto un titolo apparentemente di routine - "La mia seconda testimonianza".
Partendo da una critica che va al di là della sua materia, la giustizia, perché "la ricaduta della virosi era del tutto prevedibile ed era attesa dal mondo scientifico, eppure nel periodo estivo la politica ha agito come se la pandemia fosse alle nostre spalle e non dovesse più tornare, e nessuno ha utilizzato il periodo di remissione per attrezzarsi ad affrontare adeguatamente quanto oggi stiamo rivivendo". Moglie di un cardiologo, anche lui vittima del Covid e ricoverato al suo fianco, Ezia Maccora anche stavolta fornisce un'analisi che si basa non solo sulla sua vita da giudice nel tribunale di Milano, ma anche di chi vive a stretto contatto con il mondo ospedaliero, per di più in una città come Bergamo, protagonista di una drammatica stagione di malattia.
"Un lavoro improbo e quasi impossibile" - La giustizia non può fermarsi, ma "il lavoro è improbo, e quasi impossibile". Ezia Maccora parte da qui per portare la sua testimonianza sui tribunali nei giorni di pandemia: "La virosi galoppa, colpendo magistrati, avvocati, personale amministrativo, tirocinanti, polizia giudiziaria. Rendere giustizia rimane l'obiettivo primario di tutti, che però si scontra con la realtà organizzativa ed amministrativa.
Le condizioni logistiche di molti palazzi di giustizia sono assolutamente inadeguate, non vi sono sufficienti aule di udienza in grado di assicurare il distanziamento, le condizioni igieniche e di sanificazione lasciano a desiderare, gli strumenti per la protezione personale mancano e quelli informatici sono del tutto insoddisfacenti. Siamo di fronte all'inadeguatezza assoluta dei luoghi di lavoro, ma la giustizia, quale servizio essenziale, non può fermarsi.
Ed ecco il rischio che sui singoli, qualunque sia il loro ruolo, si scarichi di fatto la responsabilità di far funzionare la macchina. I dirigenti (magistrati e amministrativi) cercano, con direttive più o meno stringenti, di predisporre possibili linee guida per assicurare lo svolgimento dell'attività giurisdizionale nel rispetto delle regole sanitarie poste a presidio del diffondersi della virosi. Un lavoro improbo e quasi impossibile".
La giustizia non può fermarsi - Se il punto di partenza imprescindibile è che "la giustizia non può fermarsi", allora il giudizio negativo sulle norme in vigore diventa inevitabile. Su queste, ma, come vedremo, anche sui colleghi. Maccora analizza il decreto Ristori, in particolare l'articolo 23, inserito dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nel testo due settimane fa. Norme che Maccora definisce "del tutto insoddisfacenti e inadeguate a garantire il funzionamento della giustizia e il rispetto delle regole sanitarie per contenere la virosi". Frutto quantomeno di "improvvisazione" perché consente il processo da remoto "per una parte veramente minima della giurisdizione penale di primo grado".
All'opposto Maccora cita la disponibilità data dagli avvocati milanesi che riguardava invece un'area molto ampia, che volutamente il presidente aggiunto dei gip cita testualmente nel suo articolo: "Udienza di smistamento; udienze di conferimento di incarico peritale; udienza a seguito di opposizione al decreto penale di condanna con richiesta di patteggiamento, messa alla prova, oblazione; udienza preliminare; udienza preliminare in caso di patteggiamento e di discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio; udienza di discussione abbreviato su istanza del difensore dell'imputato; udienza di rinvio; udienza per la valutazione della capacità dell'imputato a partecipare coscientemente al processo; udienza di declaratoria di intervenuta prescrizione; udienza di discussione in giudizio su istanza del difensore dell'imputato".
La negazione dei diritti - Tutti casi - chiosa Maccora - "in cui non vi è, all'evidenza, alcuna lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa e che consentirebbero alla giurisdizione penale di continuare ad operare nell'emergenza e nel rispetto delle regole stabilite per fronteggiare la virosi, un accesso contenuto al palazzo di giustizia, udienze tenute nel pieno rispetto del contraddittorio e senza rischio di possibili contagi".
Conclude Maccora: "La vera posta in gioco la conosciamo tutti: il blocco della giurisdizione si traduce nella negazione dei diritti, ma se non si tutela innanzitutto la salute dei cittadini, non vi saranno comunque diritti da tutelare. In questa morsa occorre agire a tutti i livelli per ricercare un possibile punto di equilibrio avendo in mente la precisazione terminologica richiamata da Nello Rossi (il direttore della rivista Questione giustizia ed ex avvocato generale in Cassazione nonché per anni pm a Roma, ndr.): si tratta sempre di ragionare su un diritto nell'emergenza e non di un diritto dell'emergenza".
Le critiche a Bonafede - Non mancano, seppure garbate, le critiche al ministro della Giustizia, il quale "non ha fornito le risorse necessarie materiali, personali e informatiche per consentire lo svolgimento dell'attività giudiziaria in piena sicurezza". Secondo Maccora "i presidi di sicurezza personale stanziati sono sicuramente insufficienti, le stesse dotazioni di computer e videocamere faticano ad arrivare, l'assistenza informatica non è adeguata e vi è il rischio concreto che la piattaforma Teams, sui cui dovrebbero svolgersi i processi da remoto, possa non reggere effettivamente il carico di lavoro complessivo sia del settore penale, sia del settore civile".
Maccora aggiunge che "solo lunedì 9 novembre sono stati forniti agli uffici giudiziari gli indirizzi Pec per consentire il deposito telematico di alcuni atti nel settore penale senza dare agli uffici tempi congrui per predisporre i necessari adeguamenti organizzativi". In più, anche lo smart working utilizzato dal personale amministrativo, in assenza, per il settore penale, della possibilità di accedere ai registri informatrici, "se si rivela utile per contenere gli accessi sul luogo di lavoro non favorisce però lo svolgimento regolare delle incombenze amministrative indispensabili per il funzionamento della attività giudiziaria".
In conclusione, "chi vive oggi negli uffici giudiziari ha la netta impressione che tutto continua ad essere affidato ad interventi estemporanei, non ragionati ed adottati sull'onda dell'emergenza". Secondo Maccora "di certo la situazione che stiamo vivendo è senz'altro eccezionale, ed è giusto sottolinearlo e tenerne conto, ma forse, in questa seconda ondata della virosi già annunciata, ci si poteva attendere quantomeno un tempismo diverso e scelte più adeguate costruite nel periodo estivo per mettere in campo un progetto organizzativo complessivo che oggi avrebbe attenuato le disfunzioni e i forti disagi che tutti viviamo. Purtroppo ciò non è avvenuto".
Bocciata anche l'Anm senza presidente - Inevitabile anche la bocciatura per la nuova Anm. Perché "in molti si aspettavano che i nuovi eletti, sentendo appieno la drammaticità del momento, riuscissero a eleggere, all'esito di un confronto anche duro, che poteva proseguire senza limiti e orari, la giunta esecutiva centrale e il suo presidente predisponendo un programma anche minimo ed essenziale in grado di affrontare le questioni vere che affliggono la magistratura e la giurisdizione, in questo momento storico, senza privarla in queste settimane di una voce di rappresentanza unica e autorevole verso l'esterno". Invece così non è stato, il nuovo appuntamento è per sabato 21 novembre, ma le divisioni tra le correnti sono profonde. Ed è auspicabile, secondo Ezia Maccora che è stata anche componente del Csm, che "i nodi evidenziati in quel dibattito associativo vengano sciolti al più presto per consentire all'Associazione piena agibilità politica".
Le "fughe in avanti" dei procuratori - E non manca una bacchettata anche per i suoi colleghi procuratori della Repubblica che hanno stilato un accordo con l'Unione delle Camere penali proponendolo al Guardasigilli. "Nel difficile contesto che viviamo non sono mancate fughe in avanti da parte di alcuni procuratori della Repubblica, che, pur di far fronte alle carenze organizzative e legislative, senz'altro esistenti, si sono di fatto posti come interlocutori privilegiati del ministro della Giustizia. I risultati che ne sono conseguiti in termini di previsioni normative e di predisposizione delle risorse necessarie sottovalutano che la principale fetta della giurisdizione, cioè quella giudicante, doveva essere messa in condizione di operare. Il sistema giudiziario è come una filiera di lavoro, mettere solo un settore in condizione di operare non raggiunge l'obiettivo di far funzionare l'intero sistema. Di questo forse non si è tenuto sufficientemente conto".
Un appello per tutti, no al blocco della giurisdizione - Quando il virus colpisce il Paese deve essere unito. Per questo, secondo Maccora, "tutti sono chiamati a mettersi in gioco pensandosi non come singoli ma come collettività, in cui ognuno fa la propria parte, sapendo che la giurisdizione è una macchina complessa che richiede soluzioni non improvvisate".
La sua conclusione va letta con attenzione e meditata: "Un compito importante spetta a ogni singolo magistrato, che deve evitare di essere intrappolato dalla paura che i cambiamenti spesso ingenerano, acquisendo uno sguardo lungo che vada oltre il rischio oggi non rimediabile di creare un arretrato sul proprio ruolo e tempi più lunghi per la fissazione e trattazione dei processi, investendo sempre di più sulle prospettive di gestione informatica del procedimento, ripensando e innovando tutti i modelli organizzativi fin qui adottati.
Tutte le attività produttive e tutte quelle essenziali del Paese si stanno confrontando con questa tremenda emergenza sanitaria, la giustizia non può tirarsi fuori e ognuno di noi deve essere responsabile anche oltre ciò che può oggi apparire un limite invalicabile. Il rischio, da un lato, di assumere atteggiamenti di sottovalutazione di questa emergenza sanitaria continuando a operare come prima senza curarsi delle esigenze di tutela della salute di tutti i soggetti che entrano in rapporto con noi, e l'idea, dall'altro, che occorra rassegnarsi a questa pandemia accettando il blocco della giurisdizione, sono i due estremi a cui non bisognerebbe avvicinarsi".
Corriere del Veneto, 17 novembre 2020
Ci sono bambini che possono arrivare a trascorrere sei anni in carcere, pur essendo gli innocenti per definizione: sono i figli delle detenute, che le madri portano con sé negli Istituti a custodia attenuata per madri (Icam). Ci restano fino a quell'età e poi possono uscire, ma il loro distacco spesso avviene senza l'accordo con la madre, nonostante una legge, la 62 del 2011.
Per tenere viva l'attenzione sulle necessità dei bimbi "indirettamente detenuti" si è mossa l'associazione "La Gabbianella e altri animali" di Venezia, che per 16 anni ha accompagnato alla scuola dell'infanzia i bambini provenienti dal carcere della Giudecca, e ha lanciato una petizione al Parlamento italiano perché si ponesse fine a questa situazione.
A Venezia esiste un Istituto a custodia attenuata per madri (Icam), struttura prevista dalla legge e costruita appositamente alla Giudecca, dove sono passati decine di bambini. Le stanze sono più belle ma non si può uscirvi con la mamma; non ci sono porte blindate ma porte robuste, che però rimangono invalicabili.
di Erica Battaglia
vita.it, 17 novembre 2020
Lanciata la piattaforma che riunisce in un unico grande contenitore di vendita online i prodotti realizzati nelle case circondariali italiane. Obiettivo dell'iniziativa, accelerata dal Covid-19, spiega il cofondatore Paolo Strano "è quello di aumentare le attuali 13 realtà d'impresa presenti e coprire tutti gli istituti di pena impegnati in attività produttive, pur nella difficoltà di una mappatura in Italia".
Vino, birra, caffè, croccanti, condimenti, sale, ma anche creme dolci, biscotti, dolciumi, miele: sono solo alcuni dei prodotti realizzati dalle imprese sociali che operano in contesti complicati e complessi come quelli delle case circondariali italiane. A mettere insieme tutti questi prodotti, in un unico grande contenitore di vendita online, è la piattaforma "Economia Carceraria", lanciata pochi giorni fa dai suoi ideatori e sostenitori.
"Un obiettivo concreto - ha spiegato Paolo Strano, cofondatore della piattaforma insieme ad Oscar La Rosa - che parte da un sogno costruito un paio di anni fa in occasione del primo Festival dell'economia carceraria. Eravamo a Roma, all'interno della Città dell'Altra Economia, e ci è sembrato naturale immaginare un luogo, o forse anche un modo, in cui dare ai prodotti realizzati dalle persone detenute il giusto contesto competitivo e di mercato. Si tratta infatti di buone esperienze di impresa che, prese singolarmente, sono troppo deboli per affrontare le sfide della vendita; insieme invece si è capito che si potevano evidenziare numeri, qualità e quindi anche spazi competitivi".
"Da quel momento, è nata la società che sottintende tutto questo lavoro di rete e anche la piattaforma che consente un vero e proprio e-commerce. Si tratta - ha continuato Strano - di una operazione importante perché permette al comparto di presentarsi insieme con una varietà di prodotti, ma anche perché consente di dare supporto ad un settore che è fortemente condizionato dal pregiudizio di fare impresa in un contesto carcerario".
"Il Covid - ha poi concluso - ha accelerato il processo di costituzione della piattaforma per il commercio online. L'obiettivo è quello di aumentare le attuali 13 realtà d'impresa presenti e coprire tutti gli istituti di pena impegnati in attività produttive, pur nella difficoltà di una mappatura in Italia".
Impossibilitati, causa pandemia, a realizzare il "Gran Mercato dell'economia carceraria" a Roma nelle giornate comprese tra l'11 e il 13 dicembre prossimo, presso i locali del "We Gil" gentilmente concessi dalla Regione Lazio, "Economia carceraria" lancia comunque il suo appuntamento in rete.
"Faremo comunque un momento di acquisto aperto a chiunque voglia avvicinarsi alla qualità di questi prodotti - ha chiosato Strano. Dall'11 dicembre apriremo alla possibilità di confezionare pacchi e cesti natalizi, con prodotti che tengono insieme la qualità, ma anche i valori".
Frutto di tanto orgoglio, i prodotti "carcerari" hanno quella qualità in più che deriva dalla capacità di mettere insieme l'impresa con il lavoro delle persone che vivono uno stato di detenzione. Sono stati tanti in questi anni i buoni esempi che hanno visto splendere, nella loro funzione di rieducazione e reinserimento lavorativo, alcuni contesti detentivi italiani: la produzione di beni e prodotti ha permesso molte volte di dare un senso ad una vita dietro le sbarre, ma soprattutto fuori da esse. Al di là di tanta ipocrisia e di tanto pregiudizio che ancora ostacola l'effettivo reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. Per saperne di più, anticipare gli acquisti o semplicemente farsi un'idea, si può sempre visitare il sito https://economiacarceraria.com
di Simona Musco
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Il parlamento di Strasburgo approva una risoluzione per "salvare" i valori dell'Ue. Sì a larga maggioranza: "Rispettare le garanzie degli imputati, soprattutto l'accesso alla difesa e quello a un giusto processo". "I valori europei devono prevalere anche in stato di emergenza pubblica".
Il che vuol dire anche garantire i diritti degli imputati, soprattutto quella alla difesa, nonché quello ad un giusto processo. A stabilirlo è l'Unione Europea, attraverso una risoluzione della Commissione libertà civili, votata a larga maggioranza (496 voti favorevoli, 138 contrari e 49 astensioni), attraverso la quale viene rimarcato l'invito a non trasformare la pandemia in una scusa per ridurre gli spazi di libertà dei cittadini.
Così come non deve diventare una scusa per legiferare aggirando il controllo del Parlamento, attraverso un abuso del potere legislativo in capo al governo. Un'urgenza avvertita praticamente da tutti i parlamentari europei, che durante il dibattito di giovedì con il Commissario per la Giustizia, Didier Reynders, hanno espresso "preoccupazione per i diritti dei cittadini e dei gruppi vulnerabili in diversi paesi Ue in cui sono state adottate delle misure di emergenza".
Nella risoluzione un capitolo è dedicato a carceri e giustizia. Con la constatazione che la crisi pandemica ha influenzato, con le restrizioni che ha prodotto, i sistemi giudiziari, con la chiusura temporanea di numerosi tribunali o la riduzione delle loro attività, "cosa che si è in alcuni casi tradotta in ritardi e tempi di attesa più lunghi per le udienze". I diritti procedurali degli indagati e il diritto a un giusto processo sono, dunque, "sotto pressione, poiché l'accesso agli avvocati è diventato più difficile a causa delle restrizioni generali e perché i tribunali fanno sempre più spesso ricorso alle udienze online". Da qui l'invito agli Stati membri a garantire i diritti degli imputati, "compreso il loro libero accesso a un difensore, e a valutare la possibilità di udienze online come soluzione e alternativa alle udienze in tribunale o al trasferimento degli indagati in altri Stati membri dell'Ue nell'ambito del mandato d'arresto europeo". È importante, soprattutto, il rispetto di tutti i principi che disciplinano i procedimenti giudiziari, compreso il diritto a un processo equo e a tutelare "i diritti e la salute di tutte le persone in carcere, in particolare i loro diritti all'assistenza medica, ai visitatori, al tempo all'aperto e alle attività educative, professionali o ricreative".
Le misure di emergenza nazionali, secondo l'Ue, rappresentano un "rischio di abuso di potere" e qualsiasi restrizione che riguardi democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali deve essere "necessaria, proporzionale e limitata nel tempo". Sono, dunque, necessari "controlli adeguati ed equilibri parlamentari e giudiziari".
Esattamente quello che, in questi mesi, ha chiesto l'opposizione in Italia, che ha duramente contestato il ricorso ai dpcm, che poco spazio hanno lasciato al dibattito parlamentare. Nella risoluzione viene evidenziato che anche in uno stato di emergenza "i principi fondamentali dello Stato di diritto, della democrazia e del rispetto dei diritti fondamentali devono prevalere".
Le misure straordinarie dovrebbero, infatti, "essere accompagnate da una più intensa comunicazione tra governi e parlamenti", per evitare anche che la pandemia diventi una scusa per scavalcare il controllo del Parlamento, approvando, dunque, norme non direttamente legate al Covid. Da qui l'invito ai Paesi membri a considerare la possibilità di uscire dallo stato di emergenza o di limitare in altro modo il suo impatto sulla democrazia, prevedendo migliori "garanzie", attraverso un atto legislativo che stabilisca gli obiettivi, il contenuto e la portata della delega di potere dal legislativo all'esecutivo. Un'eventuale dichiarazione o proroga dello Stato d'emergenza, per l'Ue, deve passare dunque da un controllo parlamentare e giudiziario, assicurando ai parlamentari "il diritto di sospendere lo stato di emergenza".
Nel caso in cui, invece, i poteri legislativi vengano trasferiti al governo, è necessario, comunque, un successivo controllo parlamentare degli atti, senza il quale cessano di avere effetti. Ma non solo: è necessario anche "garantire pienamente l'accesso a una procedura di asilo e a preservare il diritto individuale all'asilo, come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali, e ad attuare procedure di reinsediamento e di rimpatrio dignitoso nel pieno rispetto del diritto internazionale".
Senza dimenticare che, secondo la risoluzione, il periodo di crisi legato alla pandemia ha provocato un aumento della discriminazione e dei discorsi di incitamento all'odio e di misure discriminatorie, contro i quali gli Stati membri sono invitati a mettere in atto azioni di contrasto. In particolare, l'Ue segnala i casi di discriminazione ai danni di rom e omosessuali, da qui l'invito agli Stati "a proseguire gli sforzi per combattere l'omofobia e la transfobia, dal momento che la pandemia ha esacerbato la discriminazione e le disuguaglianze di cui le persone Lgbti+ sono vittime".
di Davide Varì
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Nel centrosinistra si litiga sul garantismo e sul giustizialismo. E forse è una buona notizia. Dopo anni di "sudditanza psicologica", la politica, e il centrosinistra in particolare, sembra aver finalmente aperto una crepa nel "soffitto di cristallo" della giustizia italiana.
La prima falla nella visione panpenalista che ha dominato la nostra politica da tangentopoli in poi è arrivata quasi per caso, con l'esplosione del caso Palamara. Il sistema delle nomine e del correntismo malato - perché il problema non è il correntismo ma la sua degenerazione a sistema di potere - ha infatti mostrato il lato più nebbioso della magistratura italiana.
E per la prima volta quella stessa magistratura si è mostrata dilaniata e attraversata dalle stesse logiche di potere che in questi decenni ha combattuto. Si è presentata come una sorta di autorità superiore agli altri poteri dello Stato, quasi fosse la sentinella della tenuta morale della società italiana, per poi disvelare meccaniche sembrano mutuate da quella stessa politica additata come il più negativo dei termini di paragone. Negli anni in cui ha implicitamente rivendicato una propria superiorità morale, la magistratura ha spesso trattato il diritto di difesa e l'avvocatura come una sorta di ostacoli quasi furfanteschi, rivolti ad impedire, con artifici e retorica, la scoperta dei responsabili e della verità.
Paradossalmente, la prima vittima della degenerazione è stata la magistratura stessa. La stragrande maggioranza dei giudici - convinti che il proprio ruolo fosse quello di esercitare la funzione giurisdizionale con la massima serietà e serenità - è stata arruolata suo malgrado in una battaglia pericolosissima e portata avanti da una "avanguardia" che, non di rado, ha superato i confini tracciati dalla Costituzione. Il tutto col beneplacito della gran parte dei partiti, impauriti e incapaci di bilanciare l'equilibrio dei poteri. Ma è bene ribadire che il Dna della nostra magistratura è sano e che il processo di riforma probabilmente è già iniziato con la saggia e discreta supervisione del Colle.
E la politica? La politica in tutto questo deve ritrovare la sua centralità e liberarsi da paure, pigrizie e scorciatoie. E chissà che il caso Bassolino, il governatore processato diciannove volte e diciannove volte assolto, possa rappresentare l'inizio di questa trasformazione.
Certo, ha fatto bene il direttore di Huffington post, Mattia Feltri, a ricordare alle vittime della giustizia malata di oggi - Bassolino compreso - la connivenza interessata con le degenerazioni di alcune Procure nei confronti degli avversari politici. E potremmo contare sulle dita d'una mano il numero di onorevoli che si indignarono quando nel nostro Parlamento venivano esibite le manette usate come simbolo osceno di vendetta e non di giustizia.
Ciò non toglie che oggi qualcosa finalmente si muove. E si muove proprio a cominciare dalla parte sana della magistratura che ha deciso di prendere in mano il proprio destino e liberarsi delle scorie avvelenate che in questi anni hanno portato a più di un deragliamento. Ma l'ultimo miglio spetta proprio alla politica, che sbaglierebbe a presentare il conto a un ordine giudiziario in difficoltà e al minimo storico del gradimento popolare, perché il ruolo della politica non è quello di comminare pene o vendette ma di costruire un destino comune.
di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 17 novembre 2020
Scrissi della diciottesima assoluzione di Antonio Bassolino. Non ho scritto della diciannovesima. Credo che il direttore abbia rispettato la mia volontà. Gli avevo detto che non avrei più scritto sul sistema di giustizia del nostro Stato. Per sfinimento. E per inutilità.
Tuttavia, la diciannovesima vicenda giudiziaria di Antonio Bassolino si presta a considerazioni che poco hanno a che vedere con la giustizia e niente con il processo. Per me Bassolino era ed è una persona perbene. La sentenza della Corte d'Appello nulla ha aggiunto alla stima per l'uomo.
Eppure, egli ha avvertito il bisogno di una sorta di timbro di autenticità che la confermasse: il sigillo dell'autorità. Ho preso a riflettere su ciò che ha spinto Bassolino ad affrontare un ulteriore grado di giudizio. È stato un lampo che, in questi tempi di cupa depressione, mi ha condotto a ripercorrere, lungo sessant'anni, le mie esperienze di vita: giudice, avvocato, docente, e per un breve periodo pubblico amministratore.
Ho ricercato il filo rosso che le ha legate tutte e l'ho trovato nel mio amore per la democrazia, che non è tale se non si nutre del culto della libertà, e nella consapevolezza che la democrazia è il frutto di una continua ricerca dei punti di equilibrio tra individualismo e solidarietà, tra etica dei diritti ed etica della responsabilità. E di fronte ad un pubblico potere, quale è quello esercitato dalla magistratura, che non ha altri controlli che non siano quelli provenienti dal suo interno, mi sono sforzato, lungo l'arco della mia vita, di raccomandare soprattutto ai magistrati il rispetto dei limiti. L'inventario della mia esistenza si conclude, tuttavia, con un saldo negativo. Infatti, ho capito, nei miei ultimi anni, che il problema è irresolubile, perché dipende dal nostro bagaglio genetico. Dopo la guerra uscivamo da una ideologia statolatra, che riposava sulle malferme gambe del fascismo (la cui ideologia di fondo non mi è stata mai chiara) e per questi quasi settant'anni ne abbiamo sposata un'altra, che ha il suo brodo di cultura nel cattocomunismo, che è la vena sotterranea che ha percorso le nostre vite in questo periodo. Abbiamo e continuiamo ad avere bisogno dello scudo protettivo dell'autorità. Stiamo agli esempi concreti.
Ho parlato di Bassolino. Analoghe considerazioni potremmo fare per la vicenda Juve-Napoli. Quasi tutti i commenti, paventando un terzo verdetto negativo, si chiedono come sia possibile che non ci sia il controllo del giudice statale. L'idea di fondo è che gli organismi di giustizia sportiva siano giudici inferiori e necessariamente sottoposti all'autorità dello Stato. Chiediamoci. Che cosa rende superiori i giudici dello Stato?
C'è una sola risposta. È un fatto formale: l'investitura a seguito di un concorso pubblico. Ma il magistrato statale è un uomo come un altro; se è assiso su di uno scranno superiore è soltanto perché lo Stato gli conferisce il potere di uso legittimo della forza. Di conseguenza, nel mondo globalizzato attuale in cui il mito della sovranità delle Nazioni è al tramonto, è inevitabile che vi siano plurime giurisdizioni, che operano all'interno degli ordinamenti cui si riconosce autonomia. Pensate. Anche le sentenze del giudice statale sono soggette al controllo delle Corti europee.
E queste ultime, se ravvisano errori gravi, non annullano le sentenze, ma condannano lo Stato a risarcire i danni. È lo stesso meccanismo, avallato dalla Corte costituzionale, che delinea i rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale con una scelta di ragionevole equilibrio. Si rispetta l'autonomia del mondo dello sport, ma si rispetta anche il principio del neminem laedere. Il tifoso, tuttavia, non si rassegna facilmente e pensa che la sua squadra abbia il diritto di giocare in nome della legge sportiva. Questo è il punto.
I diritti non sono come i frutti dell'albero della vita, di cui tutti possiamo godere. I diritti sono prodotti del pensiero umano che elabora gli ordinamenti per dare tutela ai bisogni, agli interessi, alle esigenze. Il pensiero corrente è che lo Stato sia al di sopra di tutto, che gli spetti di provvedere in via esclusiva e che, di conseguenza, i suoi giudici siano gli unici regolatori delle nostre esistenze. Il pensiero democratico liberale trova, invece, la sua bandiera nell'art. 2 della Costituzione "che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità".
È il pensiero che si oppone all'idea che tutto debba e possa essere controllato dallo Stato e che rivendica spazi di autonomia e di libertà negli ambiti in cui non nascano conflitti con esigenze irrinunciabili del vivere collettivo. La legge sull'autonomia del fenomeno sportivo si muove in questa direzione. Per quanto riguarda la vicenda in corso, poi, vorrei essere moderatamente ottimista. La decisione della Caf è un "boomerang" per la Federazione.
Se fosse confermata, la esporrebbe a plurime azioni risarcitorie e, addirittura, a un eventuale processo penale. Si è parlato di giustizia politica. Ma la difesa della Lega e del Protocollo va contestualizzata. Eravamo alle prime esperienze ed erano inevitabili incertezze applicative. Ci sono, perciò, margini per dare soddisfazione allo sportivo senza compromettere il Protocollo. In quest'ottica non so se valga la pena di tirare troppo la corda.
di Massimo Iaquinangelo
istituzioni24.it, 17 novembre 2020
"Bisogna mandare a casa i più deboli. Siamo assistendo ad un'emergenza senza precedenti, che sta implacabilmente coinvolgendo anche il sistema penitenziario". Così, esordisce nell'intervista esclusiva rilasciata a Istituzioni24.it, il Professor Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania che esorta: "bisogna mandare a casa i più deboli, come ad esempio i detenuti che hanno patologie croniche, oncologiche".
Professor Ciambriello, Lei è il Garante dei detenuti della Regione Campania, l'esplosione della Pandemia da Covid 19 ha colpito anche le carceri italiane. Qual è, oggi, realmente la situazione?
Siamo assistendo ad un'emergenza senza precedenti, che sta implacabilmente coinvolgendo anche il sistema penitenziario. Su tutto il territorio italiano il numero di contagiati tra le persone detenute si aggira intorno a 700 persone e più di 800 tra il personale di polizia penitenziaria.
La situazione in Campania è incandescente, risultano contagiati più di 150 detenuti, tra i quali 6 ricoverati presso ospedali, più di 200 tra agenti di polizia penitenziaria, personale medico, e personale amministrativo. Questa situazione grave, preoccupante, mi ha indotto a scrivere al Prefetto di Napoli, che sabato 14, ha ricevuto me ed una delegazione composta da altri garanti, cappellani e membri di associazioni che a vario titolo operano con i ristretti. Durante l'incontro il Prefetto si è impegnato a scrivere al Governo, ai colleghi delle altre provincie della Regione per creare spazi adeguati al di fuori degli istituti penitenziari per eventuali ricoveri di detenuti.
Cosa è stato fatto dalle istituzioni per tamponare tale emergenza?
L'emergenza legata al "Covid-19" ha imposto notevoli innovazioni in termini di gestione e di organizzazione nelle carceri del nostro paese. Essa ha dato "voce e corpo" alle tante difficoltà relative al nostro sistema penitenziario, facendo emergere punti critici ma stimolando anche un processo di rinnovamento. L'ingresso entro le mura delle nuove tecnologie ha consentito la riduzione delle visite in carcere. Nel mese di marzo sono state rese note anche le misure straordinarie che il Governo ha adottato per far fronte al pericolo d'ingresso e di propagazione massiva del covid-19 nelle carceri, con l'obiettivo inoltre di ridurre il sovraffollamento. A tal fine, con l'art.123 del c.d. "Cura Italia", il Legislatore ha inteso estendere le misure alternative alla detenzione e gli arresti domiciliari, producendo un processo di collaborazione istituzionale che ha visto coinvolte determinazioni interne ed esterne al carcere, che tuttavia non ha prodotto i risultati auspicati.
Quali soluzioni propone per cercare di risolvere questa emergenza?
Siamo in una situazione di grave emergenza e occorre prendere decisioni urgenti. La mia proposta parte da questa constatazione e dal fatto che già di per sé quello del carcere è un mondo in grave sofferenza; il Covid 19 sta sottolineando drammaticamente questa situazione. Il messaggio per me è chiaro, è il momento di passare alle misure alternative per evitare la pressione alla quale gli istituti di pena sono sottoposti a maggior ragione in questo periodo: bisogna mandare a casa i più deboli, come ad esempio i detenuti che hanno patologie croniche, oncologiche. Inoltre, propongo che coloro i quali devono scontare una pena inferiore a sei mesi, anche con reati ostativi, possano essere affidati alla detenzione domiciliare. Allargando il discorso mi viene in mente anche la situazione dei detenuti che scontano pene lievi e sono senza fissa dimora. È quindi il caso di utilizzare le case alloggio previste per questi soggetti che non hanno alcuna protezione sociale e rischiano di restare in cella come detenuti ignoti e contribuiscono al fenomeno del sovraffollamento che oggi è un ottimo alleato del Coronavirus.
Professore, un suo appello alle istituzioni...
Io parto dal caso emblematico di Poggioreale, il carcere più affollato d'Italia, che sta diventando una polveriera perché in dieci giorni il numero dei detenuti positivi è aumentato del triplo e sono stati contagiati anche numerosi agenti penitenziari e membri del personale addetto sociosanitario. Il discorso vale per tutta Italia, è inutile negarlo, il carcere vive un momento di grande difficoltà. C'è bisogno di una risposta della politica che sia una svolta, e con questo intendo un indulto o un'amnistia, affinché si possano svuotare le carceri per un paio di anni. Bisogna fare questo passo per scongiurare il peggio. Non c'è tempo, le istituzioni devono rendersi conto che l'universo carcere sta esplodendo e la politica deve occuparsi seriamente e concretamente di questo problema mettendo da parte la demagogia e il populismo penale.
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