di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 14 febbraio 2021
Nel 2020 oltre ai morti per il coronavirus sono nettamente aumentati gli episodi di violenza, i casi di tortura e le violazioni dei diritti umani nelle carceri brasiliane. È quanto emerge dall'ultimo rapporto sugli istituti di pena pubblicato dalla pastorale carceraria che illustra le difficili condizioni dei circa 800.000 detenuti, costante preoccupazione per la Chiesa e le organizzazioni caritative cattoliche.
"Abbiamo ricevuto attraverso vari canali - conferma al nostro giornale il missionario della Consolata padre Gianfranco Graziola, membro del Coordinamento nazionale della pastorale carceraria brasiliana - numerose denunce di episodi di tortura all'interno degli istituti di pena". I casi denunciati nel 2020 sono cresciuti di quasi il doppio rispetto a quelli registrati nel 2019. Tra il 15 marzo e il 31 ottobre del 2020, la pastorale carceraria, che pubblica il rapporto dal 2010, ha ricevuto 90 denunce di casi di tortura, contro le 53 dello stesso periodo del 2019.
Padre Graziola non ha dubbi nell'affermare che "per sua natura il sistema carcerario è tortura, le forme coercitive sono le più svariate e non si limitano alla semplice violenza fisica, ma hanno a che vedere con la violazione dei diritti essenziali dell'individuo, come l'ora d'aria, l'acqua, i prodotti per la pulizia personale, il cibo, nonché il diritto all'incontro con i familiari, che in teoria, vista l'emergenza sanitaria, dovrebbe avvenire in video, ma che in molti casi non è stato fatto o se si è svolto - rimarca il missionario della Consolata - con un controllo da lager da parte degli agenti penitenziari per impedire che circolassero notizie all'esterno sulla reale situazione pandemica".
Le violazioni avvengono nella quasi totale indifferenza delle istituzioni. La maggior parte delle denunce inoltrate alle autorità non hanno avuto seguito. Spesso lo Stato si rifiuta persino di indagare sulle denunce. "Purtroppo - prosegue il sacerdote - i numeri che le segreterie diffondono sulla questione penitenziaria sappiamo non essere attendibili e sono ben al di sotto della realtà della pandemia che, se è letale in un ambiente normale, immaginiamo nei luoghi dove le condizioni igienico-sanitarie sono pessime e il sovraffollamento non consente di mantenere le distanze richieste dagli organismi sanitari".
In Brasile l'impatto della pandemia, infatti, è stato particolarmente drammatico nelle carceri. Il Paese sudamericano, infatti, con 800.000 detenuti e detenute, è al terzo posto nel mondo per popolazione carceraria, dopo Cina e Stati Uniti. Secondo il rapporto, solo tra maggio e giugno, durante il primo picco della pandemia, nelle carceri si è registrato un aumento del 100 per cento dei morti, mentre nello stesso periodo i contagi sono cresciuti dell'800 per cento.
L'unica vera soluzione percorribile, secondo Graziola, "è la riforma delle carceri con la trasformazione del sistema penale da punitivo e vendicativo a un tipo di giustizia riparativa, che aiuti e si preoccupi realmente del bene della persona.
Credo che i temi dell'ecologia integrale e del rispetto della casa comune - conclude il responsabile - siano fondamentali per la costruzione di "un mondo senza prigioni" che i popoli nativi hanno elaborato e sintetizzato nel "ben vivere" e "nella terra senza mali" o, come direbbe san Paolo VI, nella "civiltà dell'amore" rielaborata e attualizzata da Francesco in Fratelli tutti".
di Fabio Polese
Il Giornale, 14 febbraio 2021
Risultati elettorali annullati e arresti di massa solo per timore che i generali perdessero potere e privilegi. Il primo febbraio il Tatmadaw l'esercito del Myanmar ha preso il potere con un colpo di Stato, proprio nel giorno in cui i vincitori delle ultime elezioni del National League for Democracy (Nld) di Aung San Suu Kyi si sarebbero dovuti riunire nella capitale Naypyidaw per l'inaugurazione del nuovo Parlamento. Min Aung Hlaing, il numero uno delle forze armate, ha preso il controllo del Paese e ha nominato l'ex generale Myint Swe presidente ad interim. In simultanea con il golpe militare, diversi esponenti di spicco del movimento per la democrazia, compresa la stessa Suu Kyi, sono stati arrestati. Nei giorni successivi sono iniziate le proteste di piazza in molte città del Paese, che hanno visto centinaia di migliaia di persone chiedere la liberazione dei detenuti politici e il rispetto dei risultati elettorali del novembre scorso, che hanno visto la vittoria schiacciante del Nld.
Nelle settimane prima del golpe, i militari avevano denunciato irregolarità nelle votazioni, affermando "di aver identificato milioni di casi di frode" minacciando di "passare all'azione" se le accuse di brogli non fossero state considerate dal governo. Secondo Zachary Abuza, docente al National War College di Washington ed esperto di Sud-Est asiatico, "il golpe era prevedibile perché l'esercito aveva la legittima preoccupazione che con l'83% dei voti, la Suu Kyi potesse spingere per emendamenti costituzionali che li avrebbero indeboliti. Con un forza elettorale così schiacciante, infatti, la leader del Nld, al contrario del primo mandato, dove sostanzialmente non ha fatto nulla per provare a cambiare la situazione, avrebbe anche potuto non fare dei compromessi con loro". Nonostante si sia spesso parlato di un nuovo corso del Myanmar verso la democrazia, facendo di fatto aprire il Paese agli interessi occidentali, i militari hanno continuato ad avere un enorme potere, controllando la vita politica, economica e sociale della ex Birmania. "Credo che l'Occidente sia stato troppo frettoloso nel definire la Birmania una democrazia e allentare le pressioni in questi anni. Dal 2015, nel migliore dei casi, si è trattato di un regime ibrido o una quasi democrazia. È chiaro che dopo cinque decenni di dittatura militare, gli ultimi sviluppi politici sono stati promettenti", sostiene Abuza.
"L'esercito ha sempre mantenuto un potere incredibile. Basti pensare che il 25% del parlamento è riservato a loro indipendentemente dall'esito delle elezioni e controllano anche il ministero degli Interni, quello della Difesa e quello per gli Affari di confine, oltre a gestire vaste fasce di risorse naturali, che anche grazie alla guerra costante nelle zone etniche, gli garantisce privilegi unici", spiega l'analista. Ma non solo: la vecchia giunta militare che ha comandato e insanguinato il Myanmar per decenni, è parte del Consiglio per la difesa e la sicurezza nazionale, che in qualsiasi momento gli avrebbe permesso di modificare le leggi considerate pericolose per l'unità e la sicurezza della Nazione.
Min Aung Hlaing è il numero uno delle forze armate birmane dal 2011, proprio in concomitanza con l'inizio della transizione democratica del Myanmar. Da soldato taciturno si è trasformato in un politico molto attivo e in poco tempo è diventato l'uomo più potente del Paese.
Nominato a capo delle forze armate al posto del generale Than Shwe, padre-padrone del Paese dal 1992 al 2011 e tuttora "padrino" del Tatmadaw, è stato considerato l'uomo giusto per garantire la continuità delle pressioni militari nella vita politica birmana, anche se ha ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo nelle atroci violenze contro la minoranza musulmana Rohingya. Nel 2018, infatti, una missione indipendente istituita dal Consiglio dei diritti umani dell'ONU aveva accusato proprio Min Aung Hlaing e diversi alti funzionari militari di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.
Nonostante il controllo costante dell'esercito nel Paese, durante questi ultimi anni le sanzioni internazionali sono state revocate e il denaro degli investitori stranieri, delle istituzioni finanziarie internazionali e delle agenzie di aiuto si è riversato in Myanmar, facendo ingrassare i portafogli dei vecchi generali del Tatmadaw.
"Le riforme non sono mai state intese a realizzare la storia di successo democratico in cui il mondo era così disposto a credere", spiega Yadanar Maung, portavoce di Justice for Myanmar (Jfm). Ma "erano semplicemente la fase successiva di un piano diverso e più oscuro per espandere la ricchezza dell'élite militare. La fase precedente era quella di stabilire una rete di canali in tutte le parti dell'economia per garantire che i benefici del boom economico della Nazione fluissero direttamente ai vertici delle forze armate".
Il futuro della ex Birmania è incerto, ma sicuramente i militari non lasceranno il potere facilmente. Secondo il decente del National War College di Washington, "sebbene l'esercito abbia annunciato di mantenere il controllo per un anno e voler poi tenere nuove elezioni, ci troveremo di fronte a una situazione molto simile a quella che stiamo vedendo in Tailandia, dove lo stato di emergenza è stato esteso. Penso che studieranno ciò che il premier Prayut Chan-o-cha ha fatto nel suo Paese: partiti politici esautorati, potere consolidato nelle mani di organismi non eletti e controllati dai militari". Non a caso, infatti, nei giorni scorsi Min Aung Hlaing ha inviato una lunga lettera al leader thailandese spiegando i motivi del golpe e chiedendogli supporto.
di Riccardo Liberatore
open.online, 14 febbraio 2021
Parte la causa per aver lavorato come schiavi nelle piantagioni di cacao. Sono stati reclutati nel Mali quando erano ancora piccoli e costretti a lavorare senza alcuna retribuzione nelle piantagioni di cacao in Costa d'Avorio. Gli hanno persino tolto i documenti per evitare che fuggissero.
Adesso che non sono più bambini ma giovani adulti, otto di loro hanno deciso di fare causa ad alcune delle multinazionali più importanti nel settore - Nestlé, Cargill, Barry Callebaut, Mars, Olam, Hershey e Mondel?z - accusandole di sfruttare la manodopera di migliaia di minorenni trattati come schiavi per coltivare e raccogliere la materia prima usata per produrre i cioccolatini, tra cui quelli che verranno consumati a quintali proprio a San Valentino.
La condizioni di lavoro - Come racconta il Guardian, uno di questi bambini è stato reclutato a soli 11 anni nella sua città natale di Kouroussandougou, nel Mali, con la promessa di un lavoro in Costa d'Avorio e un stipendio di 34 sterline al mese. Dopo due anni passati a lavorare nei campi in cui è stato costretto a svolgere mansioni logoranti e pericolose, come applicare pesticidi ed erbicidi senza le protezioni necessarie, neanche quelle 34 sterline si sono mai materializzate.
Anche un altro bambino, che riportava tagli sulle braccia e sulle mani a causa di incidenti sul lavoro con un machete, dopo anni non ha mai visto una sola sterlina. Molti dei querelanti citati nei documenti del tribunale riferiscono di essere stati nutriti poco e di aver lavorato giornate lunghissime. Spesso affermano di essere stati isolati o separati da bambini che parlavano altri dialetti.
L'accusa - Una delle accuse centrali della class action indetta per conto di questi bambini dall' International Rights Advocates (Ira) a Washington D.C., la prima del suo genere negli Stati Uniti, è che gli imputati, pur non possedendo le coltivazioni di cacao in questione "hanno approfittato consapevolmente" del lavoro illegale dei bambini nel Paese che, stando ai dati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), viene produce il 32% del cacao al mondo. Secondo l'accusa, le aziende erano in grado di fornire prezzi di molto inferiori rispetto a quelli che avrebbero realizzato assumendo degli adulti e non dei bambini per lavorare nei campi e utilizzando le protezioni necessarie. Inoltre, le società sono anche accusate di aver ingannato attivamente il pubblico impegnandosi nel 2001 ad "eliminare gradualmente" il lavoro minorile, un obiettivo che doveva essere raggiunto nel 2005 (secondo il protocollo Harkin-Engel), ma che non si è mai avverato.
Interpellate dal Guardian, diverse aziende hanno preferito non commentare. La Nestlé ha affermato che la causa "non promuove l'obiettivo comune di porre fine al lavoro minorile nell'industria del cacao" aggiungendo che "il lavoro minorile è inaccettabile e va contro tutto ciò che sosteniamo". Nel frattempo, stando a quanto deciso dalla World Cocoa Foundation, un ente industriale a cui appartengono tutti gli imputati, la scadenza per eliminare il lavoro minorile dalle proprie filiere è slittata al 2025.
di Maria Gabriella Romano
gnewsonline.it, 13 febbraio 2021
Si è svolta ieri a Roma, al Parco del Foro Italico, la cerimonia di sottoscrizione di un Protocollo d'Intesa tra il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap) e Sport e Salute S.p.a, la struttura che per conto dello Stato si occupa di rendere funzionali e realizzabili i progetti del movimento sportivo italiano su tutto il territorio nazionale.
di Davide Varì
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Governo Draghi, l'ex presidente della Consulta Marta Cartabia alla guida di Via Arenula. La nomina era nell'aria da tempo e del resto il nome è così autorevole e convincente che non poteva che essere accolto con favore anche dal nuovo presidente del Consiglio Mario Draghi. Naturalmente parliamo della nomina dell'ex presidente della Consulta, Marta Cartabia, al ministero della Giustizia. Il nome, nei giorni più caldi della crisi del governo Conte, era addirittura stato accostato a Palazzo Chigi. E non è un segreto che molti parlamentari la vedano come candidata ideale per il Colle del dopo Mattarella. Ma per questo c'è tempo.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 febbraio 2021
Docente di diritto, ha presieduto la Corte costituzionale fra il dicembre 2019 e il settembre 2020. Si sa tutto di Marta Cartabia, classe 1963, fino alla sua elezione plebiscitaria, l'11 dicembre 2019, al vertice della Consulta, prima donna a ricoprire quell'incarico dopo 45 presidenti al maschile. È noto come abbia mescolato la sua vita di accademica, con un'attenzione specifica al diritto costituzionale europeo, con quella di moglie e di madre di tre figli.
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 13 febbraio 2021
Non sappiamo quale sia il programma del nuovo governo sulla giustizia. Sappiamo che Draghi la considera una priorità - ed in effetti lo è - perché la lentezza dei processi e l'incertezza del diritto incidono gravemente sull'economia che rappresenta oggi, assieme alla salute, l'emergenza maggiore. Abbiamo anche scritto, e lo ripetiamo, che proprio per questo occorre intervenire, prima di tutto, sulla giustizia civile, i cui ritardi compromettono gli investimenti e lo sviluppo, e contemporaneamente su quei settori che paralizzano la pubblica amministrazione. L'abolizione del reato di abuso di ufficio e la limitazione dei ricorsi al Tar ridarebbero vitalità a sindaci e assessori oggi paralizzati dalla minaccia delle inchieste.
Sarebbero riforme a costo zero e, quel che più conta, abbastanza condivise. Soprattutto l'accelerazione delle cause civili troverebbe - riteniamo - un ampio consenso parlamentare.
Detto ciò, aggiungiamo che questa potrebbe essere l'occasione per una strategia di più ampio respiro. Il governo Draghi ha tre punti di forza: l'impronta genetica del Presidente della Repubblica, l'avallo dell'Europa e la conseguente fiducia dei mercati e, ultima ma non ultima, la certezza che la sua caduta comporterebbe lo scioglimento delle Camere e il ritorno a casa di molti soggetti che passerebbero dal congruo emolumento parlamentare al più modesto reddito di cittadinanza. Con questo viatico favorevole, non è utopistico pensare che, almeno in seconda battuta, il nuovo premier possa proporsi di riscrivere la pergamena marcita della nostra giustizia.
I tarli che l'hanno corrosa sono molti. Il codice di procedura penale è un'arlecchinata di cui nessuno capisce più nulla. Nato con il nobile intento di sostituire il fascistissimo codice Rocco con quello anglosassone (detto appunto alla Perry Mason) di impronta liberale e garantista, è stato snaturato e stravolto dal legislatore, dalla Corte Costituzionale (dove sedeva, ironia della sorte, il suo stesso autore, professor Giuliano Vassalli) e dall'interpretazione giurisprudenziale.
L'abominio della modifica della prescrizione, voluta da Bonafede, ha posto il sigillo finale del giustizialismo più ottuso e giacobino.
Per il resto c'è solo l'imbarazzo della scelta: l'uso eccessivo e strumentale delle intercettazioni, la loro oculata selezione con la diffusione pilotata attraverso giornalisti compiacenti, l'azione penale diventata arbitraria e quasi capricciosa, l'adozione della custodia cautelare come strumento di pressione investigativa, lo snaturamento dell'informazione di garanzia diventata grimaldello di estromissione degli avversari politici, e più in generale la sottomissione umiliante e servile della politica davanti alle iniziative giudiziarie più sconsiderate.
Su questo fallimento si innesta il progressivo - e per noi doloroso - discredito della magistratura dopo lo scandalo Palamara: il mercimonio delle cariche, lo strapotere delle correnti, le contiguità opache tra toghe e partiti, insomma la più bassa baratteria clientelare mercanteggiata al ristorante o nelle case dei magistrati. Il trojan inserito nel cellulare di Palamara ha rivelato solo in parte questo sistema disgustoso, peraltro ben noto da anni a tutti i magistrati.
Per di più, come ha detto lo stesso intercettato, nelle conversazioni pubblicate "c'è di tutto, ma non c'è tutto". Aspettiamo il seguito. Infine il sospetto più grave: che la giustizia sia stata piegata a fini politici da chi la amministrava, per eliminare protagonisti sgraditi. L'intercettazione su Salvini è su questo significativa: se così fosse, più che un reato sarebbe un sacrilegio.
Si tratta, come direbbe De Gaulle, di un vasto programma; ma di incerta realizzazione, per due ragioni. La prima, che non sarebbe facile ottenere in Parlamento una maggioranza disposta ad approvare riforme così radicali, ancorché indispensabili. L'ala cosiddetta giustizialista del Pd e dei grillini potrebbe porvi il veto, anche a rischio di perdere il seggio e lo stipendio. La seconda, connessa alla prima, sarebbe l'ostilità della parte più politicizzata della magistratura.
Nessuno pensa che reagirebbe con iscrizioni sul registro degli indagati, spedizioni di informazioni di garanzia, intercettazioni sapientemente diffuse, e magari qualche buon arresto cautelare. Sarebbe un'ignominia alla quale non vogliamo nemmeno pensare. Ma certamente reagirebbe, come ha sempre fatto, con quella "moral suasion", ora lamentosa ora arcigna, dei convegni, degli appelli, delle petizioni culminanti nella stucchevole litania del depotenziamento della lotta alla mafia, agli evasori fiscali e, naturalmente, ai politici corrotti. Una pressione fortissima cui sarebbe difficile resistere.
L'altro giorno, nell'indirizzare il nostro rispettoso augurio al nuovo premier incaricato, citammo le doti che Gibbon attribuisce al grande statista: la mente per comprendere, il cuore per risolversi, il braccio per eseguire. Quest'ultimo non dipende da Draghi, perché spetta al potere legislativo. Ma se Draghi, con la sua indiscussa autorevolezza, dimostrasse il cuore per progettare una simile riforma, sarebbe già un significativo passo avanti verso il ripristino di una civiltà giuridica decrepita e moribonda. Anche se non avesse successo, sarebbe un bel messaggio: in fondo la battaglia più nobile è quella che sappiamo perduta in partenza. E, poi, non si sa mai, potrebbe anche essere vinta.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
La nuova ministra della giustizia è stata la prima donna presidente della Corte costituzionale. Vicina a Comunione e liberazione, sulle carceri criticò la propaganda leghista. "Sentenza indegna, mi sale la pressione, ma che testa hanno questi giudici? Ma che cazzo di paese stiamo diventando?". La reazione di Salvini alla decisione della Corte costituzionale di porre dei limiti all'ergastolo ostativo fu terribilmente aggressiva, persino per i suoi standard. Il leghista era da poco passato all'opposizione e in quei giorni Marta Cartabia veniva scelta dai giudici costituzionali per guidare la Consulta. La prima donna presidente, nella sua prima conferenza stampa decise di rispondere colpo su colpo. Imputando alla propaganda della Lega sui presunti mafiosi in libertà "allarmi del tutto ingiustificati, menzogne che non aiutano a capire".
di Giovanni Monaco
cr.piemonte.it, 13 febbraio 2021
È necessario "rivedere e riconsiderare l'istituto delle misure di sicurezza, che per come oggi sono svolte all'interno delle cosiddette Case lavoro, rappresentano un rudere, un fossile vivente", come ha spiegato l'organizzatore del seminario Bruno Mellano, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà del Consiglio regionale del Piemonte.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 13 febbraio 2021
L'affaire Palamara, non meno delle dichiarazioni del Procuratore Gratteri, hanno marcato gli ultimi tempi sul fronte della questione giustizia. Due vicende che apparentemente non hanno punti contatto, e che sembrano lontane dall'agenda politica del nuovo governo, ma in realtà non è così. Partiamo dalla prima, già nota ma rilanciata dalla pubblicazione del libro intervista "Il sistema". Al riguardo va subito sgomberato il campo da un equivoco: chi prende spunto dai fatti narrati da Palamara a Salisti non per questo deve darli tutti per assodati, visto che i chiamati in causa, e sono molti, hanno tutto il diritto di sottolineare che la versione di Palamara non è il verbo.
Allo stesso tempo, però, vale anche il contrario: francobollare il libro come "una memoria difensiva", e per ciò stesso non solo come un contributo di parte. come è ovvio, ma anche di per sé sospetto di falsità perché viene da un accusato, dimostra una (in)cultura, assai diffusa, per la quale non solo un indagato è un presunto colpevole ma quel che dice falso per definizione. Tra gli alfieri della seconda opinione si ritrova l'associazione sindacale della magistratura, che ha bollato con "sdegno" il contenuto del libro, per una volta in compagnia, e questo è invece sorprendente, anche di voci dell'avvocatura che, con l'aria di saperla lunga, hanno ritenuto sbagliato persino farlo parlare. lo ritengo che di fronte alla straordinaria gravità di alcuni di quei fatti - quelli riguardanti lo sviamento della giurisdizione e l'alterazione dei suoi esiti, a parte il funzionamento del Csm - l'unica reazione legittima sarebbe quella di accertarli.
Del resto, assistendo al dibattito, capita spesso di registrare affermazioni un po' surreali come il paragone tra Palamara e Buscetta che viene avanzato sia dai suoi supporter che dai suoi avversari. Il succo sarebbe che Palamara è un pentito e che, quindi, le sue parole valgono quel che valgono: per gli estimatori sono oro colato perché vengono dall'interno della magistratura; per gli avversari, oltre che messaggi di dubbia natura, sono sospette perché servono a guadagnare l'immunità in vista di un futuro ingresso in politica.
Il bello è che tra quelli che sostengono il verbo palamaresco "a prescindere" si ritrovano alcuni che sui pentiti hanno sempre avuto una visione critica, mentre tra quelli che lo avversano dandogli icasticamente del "pentito" si ritrova quella fetta di magistratura che sulle parole dei collaboratori di giustizia ha costruito camere, o tentato di riscrivere la storia di Italia, non sempre con esiti giudiziari confortanti. Paradossi del Bel Paese, dove la coerenza è la virtù degli imbecilli e il trasformismo una dote di governo. Ora, che il libello di Sallusti e Palamara abbia diversi punti di caduta a me pare evidente, soprattutto quando, attraverso una visione che pone al centro sé stesso e i suoi consoni della magistratura, l'ex leader dell'Anni legge diversi episodi solo dal buco della serratura del Sistema facendo torto a figure come Napoli - tano o D'Ambrosio; oppure quando mette sullo sfondo protagonisti centrali, come Ferri e la sua corrente di Magistratura Indipendente; o ancora quando relega la promiscuità opaca con il sistema dei partiti alla sola sinistra giudiziaria.
Tutte cose che chi segue la vita del Csm non può che ritenere discutibili. Per non parlare della beatificazione di Ingoia e De Magistris e Di Matteo, le cui vicende semmai dimostrano che il mitico Sistema, come un orologio rotto due volte al giorno, ogni tanto c'azzecca.
Ancora più discutibile, assai discuti bile, pare poi circoscrivere la predisposizione della magistratura ad un utilizzo orientato del potere di azione, come se fosse un attributo esclusivo della sinistra giudiziaria. Palamara all'epoca andava al liceo ma se avesse interpellato protagonisti politici degli anni settanta o ottanta avrebbe scoperto che la storia viene da lontano.
Come viene da lontano la concezione proprietaria della giustizia che l'Ordine Giudiziario riafferma da decenni e che, tanto per fare un esempio, ha finito per identificare persino un sindacato, cioè l'Anm stessa, con il Potere Giudiziario ovvero permesso diktat al parlamento sulle leggi sgradite. Per informazioni basta chiedere a Boato. questo il punto centrale che il libro racconta e che, al di là degli episodi, costituisce il nodo della vicenda, che non può essere liquidato, con sdegno o con degnazione, dalla magistratura.
La quale, sia detto senza recare offesa ai molti, moltissimi, magistrati che lavorano sodo e non fanno la questua correntizia anche per tino strapuntino in qualche ufficio periferico, deve riconoscersi perlomeno responsabile di aver mantenuto in vita un sistema di potere intenso che, molto più dei condizionamenti esterni, ha posto in pericolo il requisito della indipendenza dei singoli magistrati. Insomma, non è possibile liquidare la vicenda come il racconto di un Bel Arti che scala i vertici di un potere giudiziario illibato ed adamantino in cui la platea degli elettori, in perfetta buona fede e senza neppure sospettare conte sarebbe stato svolto, affidava lo sporco lavoro del clientelismo ai rappresentanti delle correnti. Come dire che gli italiani che hanno votato per cinquanta anni Dc ignoravano il sistema clientelare sul quale quel partito prosperava.
Chi cerca di accreditare questa versione, quella del "Palamara colpevole Magistratura inconsapevole" fa torto prima di tutto alla intelligenza dei magistrati italiani. Anche perché, a dire il vero, il pamphlet del nostro segue altre pubblicazioni, come "Ultracasta", di Stefano Livadiotti - firma dell'Espresso non sospetta di collusioni berlusconiane pubblicato nel 2010, oppure le analisi di Giuseppe di Federico, che quel sistema lo avevano già descritto anche nelle sue miserie.
Come negli stessi termini, e dal di dentro, nel libro Toga Rossa, molti anni fa, Francesco Misiani rivelava anche l'altro corno del problema, quello più importante a mio modo di vedere: lo strapotere delle Procure all'interno della magistratura, nel processo e in definitiva nel Paese. Perché questo è il tema vero che pone oggi il libro di Palamara, anche se la sua è una versione interessata e segnata dalla sua attuale condizione.
Su questo il suo racconto combacia con la denuncia che altri fanno da tempo - l'avvocatura penale italiana, tanto per dire, lo dice da decenni - e serve a poco gridare dagli all'untore. Il che porta anche all'altro fatto che ha tenuto banco nei giorni passati, cioè le dichiarazioni del pm Gratteri sulle quali, al di là di una difesa di categoria fatta in automatico dal Presidente di Anni, ci si attendeva una riflessione da parte del parlamentino dell'associazione, che invece è mancata. Una riflessione incentrata, ovviamente, sul ruolo che Procure e Procuratori hanno assunto nel dibattito pubblico, tanto sulle singole vicende giudiziarie che sui temi di politica giudiziaria.
Un molo che esonda dall'alveo segnato nella Costituzione a proposito della magistratura inquirente, e che, non a caso - da ancor prima di tangentopoli - si fonda sul rapporto diretto ed esclusivo cori gli organi di informazione alla ricerca di un consenso ed tra sostegno popolare all'esercizio dell'azione penale che è la negazione del Giusto Processo. Ciò anche perché passa per l'innaturale propaganda delle attività delle Procure, di cui l'esibizione sui media, come selvaggina catturata, degli indagati raggiunti dalle ordinanze di custodia cautelare - con corredo di illegittima ed anticipata pubblicazione di atti, intercettazioni, e persino foto segnaletiche senza alcuna necessità - è l'iconica raffigurazione della inciviltà del sistema.
Ecco, questo è uno dei temi su cui la politica italiana, nel momento in cui affronta un passaggio epocale, dovrebbe interrogarsi. L'Europa non guarda all'Italia solo come il paese dai processi interminabili e dalle carceri incivili che relega la presunzione di non colpevolezza negli armadi della storia, ma anche come un paese ove i pm sono più potenti dei giudici.
Un paese che erige monumenti di credibilità a procuratori il cui carnet registra più sconfitte che affermazioni e che spenderà un bel po' di quattrini per l'ingiusta detenzione anche nei prossimi anni, visto che negli ultimi venticinque ha pagato molte centinaia di milioni per Io stesso motivo a cittadini privati della libertà poi riconosciuti innocenti, in molti casi previa cannibalizzazione a mezzo stampa dalle veline giudiziarie. Spesso poveri cristi, sovente personaggi pubblici. Non c'era bisogno di Palamara per sapere che nel corso delle indagini i pm comandano la giurisdizione, da lui abbiamo avuto notizia di come la possono condizionare anche dopo.
Sebbene nessuno dotato di buon senso pensi che al governo Draghi si possa addossare il peso insopportabile della "questione giustizia' ciò non toglie che fin da subito un segnale debba essere dato. La questione giustizia non può essere messa sotto il tappeto in quanto "divisiva", come già avvenuto in passato e come sta accadendo in questi giorni. Nessuno pretende che Draghi metta nel programma la riforma costituzionale che dovrebbe riequilibrare il sistema incidendo sui temi più significativi, come la reale terzietà del giudice, l'obbligatorietà dell'azione penale, la conformazione del Csm, ma qualcosa si, questo è necessario, altrimenti finirà per accorgersi sulla sua pelle che i poteri più forti, in Italia, stanno nelle Procure.
Sulle sabbie di quel deserto culturale in tema di giustizia penale che avvolge la nostra classe dirigente, da ultimo denunciato da Giovanni Fiandaca, i nuovi diano tua segnale: congelino la riforma stalla prescrizione; vietino le conferenze stampa trionfalistiche dei pm; limitino l'applicazione della custodia cautelare in carcere a pochi, selezionati, casi; cancellino la dissennata decisione di estendere l'utilizzo del trojan e tornino per legge a limitare la circolazione probatoria delle intercettazioni come stabilito in una sentenza dalle Sezioni Unite liquidata da una legge pretesa dalle Procure; dissotterrino la riforma dell'ordinamento penitenziario.
Si ampli e si rafforzi il diritto di tribuna nei consigli giudiziari, spezzando lo scudo autoreferenziale che protegge le questioni interne; si inseriscano manager per i grandi uffici giudiziari; si pensi ad una scuola della magistratura sottratta alle correnti.
Poi facciano una amnistia ed un indulto, visto che ora i numeri paradossali che la politica si è autoimposta si potrebbero raggiungere. So che quest'ultima proposta sembra una follia impraticabile ma, almeno su questo, l'orgia retorica sulla ricostruzione post Covid potrebbe prendere esempio dalla ricostruzione vera, quella del dopoguerra.
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