di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 17 novembre 2020
L'ultimo leader, Manuel Merino, si è dimesso ieri dopo soli 5 giorni al potere: è l'ultima tappa di una vicenda che va avanti più di un anno e che ha portato quello che era il Paese più virtuoso della regione in piena crisi costituzionale. La soluzione sarebbe un paradosso. Fa sorridere, perché grottesca. La più improponibile. Ma, come dicono molti osservatori, in Perú può accadere di tutto. Si torna indietro, si cancella tutto: Martín Vizcarra torna al suo posto di presidente e si prosegue la legislatura fino al prossimo aprile quando si tengono le previste elezioni generali. Nelle convulse e caotiche ore che vive il Paese andino, il Congresso cerca di salvare sé stesso. Perché è questo emiciclo composto da 130 eletti, di cui 68 sono imputati a vario titolo in decine di inchieste per corruzione, ad aver fatto e disfatto in pochi giorni una trama politica che ha trascinato il Paese nel baratro costituzionale.
Richiamato in fretta e furia dal Canada - dove era stato spedito come ambasciatore in una forma di esilio - per sostituire il presidente Pedro Pablo Kuczynski costretto alle dimissioni, questo ingegnere di 57 anni, un passato di governatore della provincia di Moquegua, ha osato fare quello che altri si erano ben guardati dal fare. Ha messo il dito nella piaga della corruzione che lo scandalo Odebrecht, la multinazionale brasiliana, aveva scoperchiato anche in Perú e ha promosso un referendum su una riforma che avrebbe contrastato il sistema ormai dilagante delle tangenti in tutti i gangli privati e pubblici del Paese.
I quesiti prevedevano una riforma della Corte Costituzionale, la cui nomina era prerogativa solo del Congresso, una regolamentazione del finanziamento pubblico dei partiti, il divieto di rielezione immediata dei parlamentari. Il referendum fu approvato a larghissima maggioranza dai peruviani ma il Congresso, controllato dall'opposizione, si guardò bene dall'applicarlo. Metterlo in pratica significava perdere il controllo sulla Corte Suprema, sui soldi ai partiti, il rischio di finire dentro per tutti quei deputati e senatori indagati dalla magistratura senza più immunità parlamentare.
Avevano i voti e si misero a fare ostruzionismo. Per un anno si opposero a qualsiasi riforma e lo scontro si allargò al potere giudiziario, all'esecutivo, alla classe imprenditoriale. Ognuno a difendere i propri interessi che, nel frattempo, erano diventati rilevanti. Dieci anni di crescita a due cifre avevano trasformato il Perú nel Paese virtuoso dell'America Latina. Aveva accumulato una ricchezza che lo portava a snobbare alcune importanti dismissioni di investitori stranieri, soprattutto europei, travolti dalla crisi del 2008: c'erano sufficienti riserve da colmare qualsiasi buco.
Il Paese era cambiato e in meglio, la classe media continuava ad essere il motore dell'economia, si costruiva e si rendeva tutto più moderno. Giravano molti soldi. Miliardi di dollari. In questa euforia che contagiava tutti e accontentava molti, si assiste a una guerra senza esclusione di colpi: a suon di video, documenti, audio che il Congresso usava per scuotere la gente, ricattare i nemici, lanciare messaggi trasversali.
Vizcarra perse la pazienza e sciolse l'emiciclo. Ma anche qui trovò un muro. I parlamentari si opposero appellandosi alla Costituzione. Per un anno il presidente ha governato in piena solitudine, avvolto da un limbo politico surreale, e gli altri ne hanno approfittato per mettere a punto la trappola. Con lo stesso sistema hanno tirato fuori la presunta tangente percepita da Vizcarra quando era governatore e gli hanno fatto capire che poteva essere fatto fuori. Lui ha resistito, si è proclamato innocente e loro hanno presentato una mozione di impeachment. Alla seconda votazione sono riusciti a raccogliere i voti sufficienti. Nelle cronache dettagliate dei quotidiani si riportano le fasi di questa trama diretta in prima persona dallo speaker della Camera Manuel Merino, lo stesso che una volta estromesso Vizcarra verrà nominato presidente a interim.
Il golpe era così sfacciato ed evidente da far insorgere l'intero Perú. A guidare la protesta oceanica sono stati i giovani e i giovanissimi: uno scatto d'orgoglio che nasce da lontano ma che il benessere e l'opulenza avevano attenuato, certi di un futuro sicuro tutto basato sulla competitività e sui privilegi. Il Covid ha risvegliato dal letargo una generazione che viveva sui genitori e con i genitori. Molti hanno perso il lavoro, il sistema sanitario pubblico è collassato, c'è stato il più alto numero di morti e contagi di tutta l'America Latina. Non si è più studiato; le scuole, quasi tutte private, sono state chiuse. Il sogno si è infranto. Le previsioni parlano di una caduta del pil del 27 per cento. Chi aveva molto si è impoverito, chi aveva poco oggi non ha più nulla.
Adesso si tratta di arrivare fino ad aprile per nuove elezioni. Si sono dimessi 13 ministri su 19. Ha gettato la spugna anche Merino. Bisogna scegliere una figura autorevole, tra quelli, pochissimi, che hanno votato contro le dimissioni di Vizcarra. Oppure puntare sullo stesso Vizcarra che i sondaggi chiedono di tornare. Il Perú, in fatto di eccezioni, vanta molti primati: un presidente in carcere per violazione dei diritti umani, un altro latitante fuggito negli Usa con la cassa, il successore finito dentro per corruzione, un quarto dimessosi per tangenti, un quinto cacciato dai ladroni per ruberie, un sesto travolto dalla folla dopo appena sei giorni.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
I servizi egiziani hanno preso Mohamed Bashir, che dirige l'Eipr, l'ong frequentata dall'universitario egiziano di Bologna incarcerato da febbraio. Ottocento cinquantacinque. La paura fa novanta, e in Egitto anche di più. 855 è il numero dell'indagine giudiziaria che ti fa seppellire nelle peggiori galere del Cairo con accuse di terrorismo, diffusione di false notizie social e tutto quanto possa costarti infinite torture stile Regeni, assieme al fine-pena-mai.
Tra gli oltre 114mila detenuti politici cascati nell'inchiesta 855, l'ultimo si chiama Mohamed Bashir. L'hanno preso domenica notte per tenerlo dentro minimo un paio d'anni, prima di processarlo. Come accade a tutti. La sua sorte però ci riguarda da vicino: Bashir dirige l'Eipr, l'ong frequentata da Patrick Zaki, l'universitario egiziano di Bologna incarcerato da febbraio; i servizi accusano Bashir d'avere incontrato il 3 novembre i diplomatici d'undici Paesi, e tra questi il nostro ambasciatore Cantini, temi in agenda proprio Zaki e i diritti umani. Con ben altre emergenze nell'aria, e dopo aver ricevuto sempre e solo sfingei e terrei silenzi, è improbabile che il governo italiano voglia o sappia rispondere all'ennesimo atto d'arroganza egiziana.
Anche se l'arresto di Bashir è un pessimo segnale, perché l'inchiesta 855 è un estremo tentativo del regime di zittire il dissenso una volta per tutte. Il generale Al Sisi ha fretta. E il 3 novembre dell'incontro incriminato dev'essergli suonato malissimo: nelle stesse ore, alla Casa Bianca si stava eleggendo il peggior (per lui) candidato possibile.
Quel Joe Biden che lo scorso luglio twittò "basta con gli assegni in bianco al dittatore preferito di Trump", quando l'Egitto aveva rilasciato un attivista mezzo americano, ingabbiato per imputazioni come quelle di Bashir e di Zaki. L'assegno annuale che gli Usa staccano ad Al Sisi - 1,3 miliardi di dollari in armi - è secondo solo a quello per Israele. E Biden, che da vice di Obama si rifiutava di definire Mubarak un dittatore, non è detto voglia strapparlo. Qualcosa però dovrà cambiare, per tutti gli Al Sisi del mondo. E questo silenzio da paura, alla Sfinge potrebbe non bastare più.
di Karima Moual
La Repubblica, 17 novembre 2020
Il terrorismo di un gruppo separatista come quello del Fronte Polisario mette in gioco la stabilità non solo della regione ma anche del continente africano con conseguenti ripercussioni in Europa.
In piena pandemia, il rischio che si abbassi l'attenzione nelle zone calde del mondo è reale e concreto. Da ultimo lo testimonia quanto avvenuto in questi giorni al confine tra il Marocco e la Mauritania, esattamente nella zona cuscinetto di Guerguerat, dove è avvenuto un vero e proprio attacco del gruppo armato Polisario, nonostante l'Onu da ormai decenni svolga un ruolo di sorveglianza per il cessate il fuoco secondo gli accordi del 1991.
Le milizie del Polisario, in flagrante violazione del cessate il fuoco, si erano introdotte nella zona dal 21 ottobre scorso, bloccando la libera circolazione civile e commerciale. La pandemia imperversa - come dicevamo - e qualcuno prova ad approfittarne con il rischio di compromettere la sicurezza dell'area - e non da meno - del continente africano con conseguenti ripercussioni anche in Europa, come dovremmo aver ben imparato da questa nostra epoca di globalizzazione, nella quale ogni evento, seppur lontano, ha sempre un'eco anche altrove, e tutt'altro che secondaria.
Pensare infatti che quanto succede al confine del Sahara marocchino sia solo un affare del Marocco, è miopia politica. L'instabilità in quel confine, compromesso dalla violenza, l'illegalità, il terrorismo di un gruppo separatista come quello del Polisario - in barba a tutte le risoluzioni Onu - mette in gioco non solo la stabilità di quella regione, i suoi abitanti ormai infiltrati da terroristi ben addestrati, trafficanti di droga e maestri della radicalizzazione islamica pronti a colpire ovunque.
Quanto è successo con il blocco del passaggio e della libera circolazione civile e commerciale da parte dei separatisti del Polisario, l'interruzione dei collegamenti tra la frontiera del Marocco e la Mauritania, le provocazioni continue contro i membri della missione Onu, costituiscono una violazione degli accordi del cessate il fuoco e una chiara violazione della giurisprudenza internazionale in particolare delle ultime cinque risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Un fanalino d'allarme che dovrebbe interessare anche l'Italia.
Il Marocco, e il popolo marocchino, è pacifico e di certo non vuole la guerra, ma semmai far prevalere la giustizia e la legge. Un percorso che porta avanti da decenni nonostante le provocazioni, le violenze, i limiti e le privazioni che costituisce la contesa - portata avanti da un piccolo gruppo di separatisti ma spalleggiato e armato da un paese vicino, l'Algeria - di un territorio, il Sahara marocchino, di cui il paese e i cittadini marocchini non intendono privarsene, e con lungimiranza e la sola arma del diritto internazionale, proveranno a far prevalere in nome della civiltà e contro la barbarie. Questa visione è riconosciuta al Paese nel suo percorso politico, economico e sociale, che lo ha reso il Paese più stabile nell'area. Un Paese che nonostante i limiti cresce, è in continuo movimento ed evoluzione in tutti i settori. Per questo serve un cordone di solidarietà e riconoscimento sempre più allargato, per la difesa dell'integrità territoriale del Marocco, che di certo non si basa sull'emotività o la simpatia per il paese ma sulla conoscenza approfondita della sua storia e il dossier che riguarda la contesa sul Sahara marocchino.
Purtroppo, in Italia continua a prelevare la narrativa emotiva e militante pro-polisario, che manca di obiettività e soprattutto di dati, fatti e risoluzioni internazionali nero su bianco che raccontano chiaramente il processo in atto, facilmente consultabili per avere un'idea bilanciata sul dossier "Sahara marocchino", e non una storia mutilata.
A questa storia, si aggiungono i fatti di questi giorni. La ribellione contro la legalità internazionale del Fronte Polisario. Ma a che prezzo? Lo spiega bene l'ambasciatore marocchino in Italia, Youssef Balla. "Le ultime pericolose azioni provocatorie per mano del Polisario, sono in realtà un fallito tentativo di nascondere la profonda ribellione scoppiata all'interno delle milizie costrette ad affrontare il crescente malessere e la contestazione della popolazione nei campi di Tindouf, esasperate da false promesse e utopie indipendentiste che durano da 40 anni, seppellite dal 2000 dalle risoluzioni dell'Onu. La popolazione di Tindouf protesta, come denunciano tutte le organizzazioni umanitarie, per una vita dignitosa e soprattutto per fuggire dall'inferno dei campi e fare ritorno alla loro terra nel sahara marocchino".
La verità - continua l'ambasciatore Balla - è che quanto avvenuto a Guerguerat rappresenta una foglia di fico per nascondere la sconfitta del Fronte Polisario sotto i colpi delle risoluzioni dell'Onu, e da ultima, la 2548, che ha definitivamente ribadito la "soluzione politica" come unica via per risolvere la controversia artificiale creata intorno al Sahara marocchino, sulla base della proposta di autonomia fatta dal Marocco". Perseverare nella legalità e giustizia, questo il percorso del Marocco che vuole superare un conflitto decennale, e su questo terreno l'Italia non può che essere un partner solidale.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 16 novembre 2020
"Amnistia e indulto? Per certi versi rappresentano una sconfitta dello Stato, ma non c'è dubbio che, alla luce delle vergognose condizioni delle carceri italiane e campane, un atto di clemenza sia necessario": ne è convinto il magistrato Raffaele Marino, per anni in prima linea contro la camorra e oggi sostituto procuratore generale della Corte d'appello di Napoli.
di Caterina Iannotti
istituzioni24.it, 16 novembre 2020
A causa del coronavirus sono venute a galla sempre di più le precarietà del sistema carcerario italiano, in cui i casi registrati di contagi aumentano in maniera esponenziale mettendo in luce il sovraffollamento e le condizioni disumane in cui vivono i detenuti, ora privati anche di ciò che li teneva in vita: il contatto umano dei volontari e dei familiari.
di Fulvio Miele
juorno.it, 16 novembre 2020
Catello Maresca, magistrato antimafia, nel mese di marzo denunciò con forza l'esistenza di una questione carceraria. Fu facile Cassandra. Pochi giorni dopo aver denunciato quei segnali inquietanti che arrivavano dai penitenziari, scoppiarono rivolte ovunque negli istituti di pena italiani. Per chi l'avesse dimenticato, per quelli che hanno memoria corta, tra il 7 e il 9 marzo di quest'anno, nelle carceri d'Italia in rivolta morirono 14 detenuti, ci furono decine di feriti e danni per una trentina di milioni di euro alle strutture devastate e incendiate.
di Alice My
internationalwebpost.org, 16 novembre 2020
L'emergenza sanitaria da Covid-19 colpisce duramente anche quella fetta di popolazione che vive dietro le sbarre, più per cause indirette che dirette. Se, da un lato, gli episodi di contagio sono piuttosto sporadici, dall'altro le condizioni psichiche in cui versano i carcerati sono peggiorate proprio come conseguenza della pandemia e del rischio percepito.
radiocittafujiko.it, 16 novembre 2020
Ciò che si vive in carcere in questo momento è "una situazione di doppia ansia". Così Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti, parla ai microfoni della nostra trasmissione Mezz'ora d'Aria della condizione negli istituti di pena italiani. Dopo le rivolte del marzo scorso e i casi di contagio registrati nelle celle, con anche alcune vittime, la tensione dettata dalla pandemia nelle carceri italiane non è mai scemata del tutto. E, appunto, la rabbia sembra aver ceduto il posto all'ansia.
di Annalena Benini
Il Foglio, 16 novembre 2020
Colpevoli di marginalità, i figli delle madri detenute imparano per prima una parola: apri. La vita quotidiana "al gabbio", i danni permanenti e la speranza, sempre, di uscire da lì insieme. Passi avanti e poi indietro nella liberazione dei più piccoli.
I bambini che crescono in carcere hanno problemi di vista. I loro occhi non sanno abituarsi a un orizzonte, perché in carcere un orizzonte non c'è. Ci sono porte di ferro, c'è il cortile con il muro alto, e oltre le sbarre delle finestre c'è un pezzo di cielo a volte, ma c'è sempre anche un altro muro grigio e livido contro cui sbattere anche lo sguardo. I bambini che crescono in carcere giocano senza orizzonte, costruiscono la prospettiva su spazi molto piccoli, e la continua luce al neon causa problemi di sdoppiamento degli oggetti e delle persone e di messa a fuoco.
I pediatri devono ordinare la visita oculistica, e molto presto gli occhiali. I bambini che crescono in carcere sviluppano anche problemi di udito, perché i loro rumori non sono i rumori che sentiamo tutti noi, di chiacchiere, strada, vicini di casa, motorini che passano, vento e uccellini, persone che si incontrano, rumore di biscotti messi nel carrello del supermercato, anche canzoncine di padri sotto la doccia, ma ascoltano rumori strani, molto forti, troppo acuti: ascoltano la battitura dei ferri, quando un agente batte la sbarra metallica contro l'inferriata della finestra, o quando le altre detenute battono contro la porta di ferro per farsi aprire, o quando urlano di dolore e rabbia, quando litigano fra loro, e poi ecco il rumore delle chiavi che chiudono e delle chiavi che aprono.
Non è vero che il carcere è un luogo silenzioso: è un luogo di grida e di rumore di ferro, e anche di rumore di televisione accesa, ma non il rumore che sentiamo noi fuori, nelle nostre case e nelle case degli altri, è il rumore della cella accanto che non la vedi ma è a un metro e gracchia con ferocia. C'è a volte un silenzio pauroso, diverso da ogni altro silenzio, e a volte il silenzio pauroso è interrotto da urla disperate. I bambini che crescono in carcere imparano a camminare in uno spazio minuscolo, imparano a correre tra la cella e il corridoio e faticano a concepire il movimento. Sbattono contro le cose. I bambini che crescono in carcere però imparano a parlare presto, e non a dire mamma o papà o babbo, come quasi tutti gli altri che muovono le labbra, ma imparano per prima una parola difficile da pronunciare: apri.
Apri è la prima parola di un bambino che cresce in carcere con sua madre, e poi: fuori, e anche: aria. Andrea, che non si chiama così e che tre volte la settimana esce con i volontari, adesso la sera piange, quando sente che chiudono la porta alle otto di sera con tanti giri di chiave.
Non vuole stare chiuso, e piangendo dice: apri mamma. Fino ai tre anni i bambini non se ne accorgono, di essere in carcere, non connettono le privazioni, non sanno che il mondo sta da un'altra parte. Vogliono la mamma, stanno con la mamma e vanno ai giardinetti con gli operatori la mattina, a volte vanno anche in una fattoria ad accarezzare i conigli e l'asino, ma anche le cose belle vanno calibrate, gli operatori lo sanno che non si può esagerare con la gioia. Non si può fare indigestione di cose belle perché un bambino che vive in carcere non deve sentire troppo il contrasto con la sua stanzetta che alle otto si chiude, non deve diventargli intollerabile. Ma un bambino in carcere è già di per sé un fatto non tollerabile.
La domanda infatti è: perché quel bambino è in carcere? Perché in Italia ci sono bambini che crescono in carcere? Sono trentatré, secondo il controllo effettuato dal ministero della Giustizia al 31 ottobre 2020, poche settimane fa. Sono stabilmente in crescita da qualche mese. Trentuno madri, trentatré bambini: ci sono due madri che hanno ciascuna con sé due figli, in due prigioni della Campania. Il 31 marzo scorso però erano cinquanta bambini: un effetto positivo del Covid-19 è stato far uscire un po' di bambini, con le madri, dalla prigione.
L'estate del 2009 è stato raggiunto il numero massimo di bambini minori di tre anni in istituto, 75, con 73 detenute madri. Adesso, mi spiega Sofia Ciuffoletti, filosofa del diritto, esperta del Tribunale per i minori e direttrice dell'associazione Altro diritto, c'è una stabile tendenza al rialzo, che arriverà fino alla capienza totale dei posti. Alcuni bambini sono nati in carcere, altri arrivati molto presto in carcere, perché, mi dice Sofia Ciuffoletti, "si tutela in questo caso la dimensione biologica dell'allattamento".
Si considera che il bambino abbia bisogno della madre sopra ogni cosa per i primi tre anni della sua vita (i padri detenuti sono completamente estromessi, non esistono, non vengono presi in considerazione dall'ordinamento, si dà comunque per scontato, a livello giuridico e morale, che siano evidentemente "cattivi padri") si protegge "il miglior interesse del fanciullo". "Quando la dimensione biologica e quella giuridica si incontrano nascono spesso dei mostri", pur con le migliori intenzioni.
Perché questo miglior interesse del fanciullo si concretizza in una infanzia in carcere, che da nessuno, nemmeno il più distratto dei legislatori, dei politici e dei cittadini può considerare un ambiente adeguato alla crescita di un bambino.
Non è ancora morte, ma non è più vita, ha scritto una volta Adriano Sofri, e com'è possibile accettare, senza una vera discussione, l'idea che in questo momento ci siano trentatré bambini che si addormenteranno questa sera in un istituto penitenziario, e al risveglio non potranno aprire la porta finché un'agente di custodia non arriverà con le chiavi? A meno di ritenere bambini di dieci mesi, o di due anni, colpevoli di qualcosa. Colpevoli di avere una madre detenuta. Colpevoli di famiglia incasinata. Colpevoli di marginalità.
I bambini in carcere sono, formalmente, degli ospiti nella struttura, formalmente sono liberi, come la piccola Dorrit di Dickens, cresciuta accanto al padre imprigionato per debiti, "ma la loro pena non è diversa da quella delle loro madri", mi spiega Sofia Ciuffoletti, ed è una cosa molto evidente, e semplice da capire, ma per capirla bisogna guardarla. Un bambino è in carcere e segue le regole del carcere perché la madre è in carcere, perché è nato in carcere, perché ha bisogno di sua madre ma questo bisogno viene poi brutalmente ignorato quando diventa troppo grande per stare in carcere. Se la madre deve restare in carcere, il bambino viene portato in una casa famiglia, e poi dato in affidamento a una nuova famiglia.
Tutto secondo le regole, tutto senza il pensiero sostanziale di avere fatto, proteggendo il miglior interesse del fanciullo, un enorme danno al fanciullo. Un danno che concima le radici della sua esistenza. Mi dice Silke Stegemann, psicoterapeuta berlinese e referente di Bambini e carcere di Telefono Azzurro per il territorio fiorentino, che se un bambino esce da lì, dalla sezione Nido, a tre anni di vita, non avrà ricordi, come noi non abbiamo ricordi della nostra primissima infanzia.
Ma avrà flashback, sensazioni, paure improvvise, qualcosa di importante che si è piantato dentro. "Il carcere, anche nella forma degli istituti a custodia attenuata, è come un vaso rotto che continuiamo a incollare, anche con cura, e quindi è pieno di crepe ma ancora ci mettiamo dentro i fiori, e l'acqua dopo un po' ricomincia a uscire dalle crepe, come esce umidità dalle pareti delle stanzette per i problemi di infiltrazioni del carcere di Sollicciano, dove in questo momento ci sono due bambini con le loro mamme.
I fiori che mettiamo nel vaso crepato sono i bambini. Se lei mi chiede: quel vaso crepato è il posto adatto per un bambino? io con onestà non posso che rispondere che, con tutto l'impegno e gli adattamenti, i giocattoli, le pareti dipinte di azzurro, certo che no: non lo è e non lo sarà mai", spiega Silke Stegemann, che pur nella ricerca caparbia e collettiva delle migliori condizioni, che tutelino la relazione dei bambini con le madri e che anche favoriscano un sano distacco, qualche ora di respiro (ventiquattro ore su ventiquattro con il proprio bambino in un posto chiuso, senza altri filtri, senza la prospettiva di un pomeriggio di libertà, senza un proprio spazio, non sono salutari nemmeno in una condizione diversa dalla detenzione), pur nel tentativo costante, insomma, di incollare i pezzi del vaso e di ottenere altri spiragli - e le videochiamate sono uno spiraglio, ma ne parleremo dopo - si batte per "il pensiero che sta alla base": è il pensiero che sta alla base che va modificato. È il pensiero che un bambino possa stare in carcere che va abbandonato. Il pensiero di chi lo consente, e anche il pensiero di chi ascolta distratto e dice: trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta bambini, che sarà mai?
Luigi Manconi, professore, ex senatore del Pd e presidente dell'associazione A buon diritto, li chiama con amore e con rabbia "i bambini galeotti", e vede nella loro detenzione la prova dell'insensatezza e della ferocia del carcere: l'idea assurda di una riabilitazione di un essere umano adulto mentre si impone il danno esistenziale alla crescita di un bambino.
L'Organizzazione mondiale della Sanità ha codificato negli ultimi anni un preciso riconoscimento: "Oggi sappiamo che il periodo che va dalla gravidanza ai 3 anni di vita di un bambino è il più critico, perché è in questo periodo che il cervello cresce più velocemente che in ogni altro periodo della vita: l'80 per cento del cervello di un bambino si forma in questo periodo. Per uno sviluppo sano del cervello in questo periodo i bambini hanno bisogno di un ambiente sicuro, protettivo e amorevole, di alimentazione e stimoli adeguati da parte dei genitori o dei caregiver".
È un documento molto approfondito, che scatena infinite considerazioni, e che termina così: "Nel periodo che va dalla gravidanza ai 3 anni di età i bambini sono maggiormente sensibili alle influenze dell'ambiente esterno. Si tratta di un periodo che getta le basi per la salute, il benessere, l'apprendimento e la produttività di un individuo per tutto il corso della sua vita, e che ha un impatto anche sulla salute e sul benessere della generazione successiva".
Questo periodo che getta le basi per la salute e il benessere del nostro futuro è lo stesso periodo in cui è istituzionalizzato che i bambini stiano in carcere con la madre, e anzi questo periodo in determinate circostanze viene prolungato fino ai sei anni di età del bambino, e a volte anche oltre, nel caso in cui la madre sia sottoposta a pene esecutive.
Ci sono bambini che vanno a scuola la mattina, accompagnati dai volontari, e che alla domanda del compagno di banco o del nuovo amichetto, e tu dove abiti? la prima volta rispondono con candore assoluto: al gabbio con mamma, e poi cominciano a vergognarsi, a negare, e anche a rifiutare quel rapporto simbiotico e quel luogo livido, e a soffrire.
La sera tirano calci alle porte. Corrono incontro agli educatori perché hanno capito che loro possono uscire. E la notte diventa anche per loro il regno degli incubi. La scoperta del mondo, in questo caso, passa attraverso la vergogna e il dolore. Il cielo si squarcia e un bambino scopre di non essere un bambino, ma un detenuto bambino. Si scopre che quel muro è una cosa brutta, non solo perché è brutta ma perché tutti la considerano brutta.
La seconda domanda allora è: si può essere abbastanza piccoli per stare in carcere eliminando il dolore del carcere? e la risposta è: no. È la risposta semplice che si fonda su un principio, ma è la risposta che darebbero anche tutti coloro a cui questo principio non interessa affatto, se solo vedessero che cos'è un carcere.
"Visite guidate, cacce al tesoro, escursioni zoologiche. Non migliorate niente delle carceri: solo, fatele vedere a tutti", dice Adriano Sofri, e allora adesso insieme entriamo nelle carceri, e nel sistema legislativo, e negli Icam, Istituti a custodia attenuata per detenute madri, e nel cuore delle persone e delle associazioni che cercano di migliorare la vita dei bambini in carcere, bambini detenuti perché colpevoli di marginalità.
Anna Finocchiaro, ministro per le Pari opportunità durante il governo Prodi, presentò per la prima volta alla Camera nel 1997 il disegno di legge "Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori", che dopo quattro anni, l'8 marzo 2001, è stato definitivamente approvato.
Una legge mossa dal principio che maternità e infanzia sono incompatibili con il carcere, e spiegata in modo chiaro: "L'ingresso in carcere dell'infante, volto a non interrompere la forte e insostituibile relazione con la madre, non solo non è apparso risolutivo del problema, poiché comunque non fa che differire il distacco dalla madre, rendendolo semmai ancor più traumatico, ma è addirittura dannoso per lo sviluppo psicofisico del bambino, il quale viene incolpevolmente a trovarsi collocato in un ambiente punitivo, povero di stimoli e connotato dalla privazione di autorevolezza della figura genitoriale".
La legge Finocchiaro, poi modificata nel 2011, stabilisce che "le condannate madri di prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, possono essere ammesse a espiare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo di privata dimora, ovvero in luogo di cura, assistenza o accoglienza, al fine di provvedere alla cura e all'assistenza dei figli".
La legge del 1997 e la sua applicazione accidentata. Pochissimi i luoghi di cura, assistenza e accoglienza. La bambina con la neve in tasca rimasta nei ricordi di Leda Colombini. Akin, nato in carcere, che ha perduto il rapporto con la mamma quando è uscito. Il poco che basterebbe per creare alcune case famiglia.
Dopo un anno e mezzo Anna Finocchiaro e altri deputati presentarono un'interrogazione parlamentare in cui si evidenziava che "la legge risulta pressoché inapplicata, mentre sale il numero dei bambini d'età inferiore ai 3 anni detenuti in carcere insieme alle madri". Dopo vent'anni, i luoghi di cura, assistenza e accoglienza per le madri detenute e i loro bambini sono pochissimi (uno è a Roma, una villa confiscata alla mafia, è un posto bello: la casa famiglia Leda Colombini, in memoria di Leda che ha dedicato la sua vita ai deboli, e quindi anche ai bambini in carcere, li ha portati al mare, ha assistito alle loro scoperte e alla loro gioia, si è battuta per i loro diritti, ed è morta una mattina uscendo da Regina Coeli, dopo una riunione per eliminare le rigidità delle uscite dei bambini.
Leda Colombini era nata nel 1929, a Fabbrico di Reggio Emilia in una famiglia di braccianti poveri, e subito dopo le elementari era già una piccola bracciante, con tre sorelle e una madre sola. Grazie a lei centinaia di bambini sono usciti dal carcere, grazie a lei negli anni Novanta si sono aperte le porte dei nidi comunali esterni per i bambini detenuti. Leda Colombini si ricordava sempre di una bambina che cercava di mettersi la neve in tasca per portarla a sua madre in carcere).
Purtroppo, spiega Sofia Ciuffoletti, che va in carcere ogni giorno, "è un problema sostanziale che contribuisce ad alimentare un contesto terrificante, perché in carcere con i figli ci finiscono quelle donne che appartengono a una marginalità sociale particolarmente caratterizzata: non hanno un domicilio, possono reiterare il reato che quasi sempre è legato alla droga o alla prostituzione, non hanno famigliari a cui affidare i bambini e soprattutto sono vittime di un pregiudizio spaventoso, di una dinamica di pensiero che se adottata non al bar ma nel mondo giuridico e nell'ideologia normativa, tra gli uomini e le donne che prendono decisioni, è ancora più grave: il pregiudizio che considera i figli strumentali per queste madri. Strumentali per evitarsi la galera, strumentali per ottenere dei vantaggi personali.
Una relazione strumentale, dunque, che l'ordinamento alimenta e rende simbiotica fino almeno ai tre anni di vita. Queste donne non sono considerate rieducabili, e c'è già nei loro confronti un terribile giudizio morale: cattiva madre. Questo giudizio morale sulla madre si concretizza nel danno esistenziale del bambino". Cattiva madre, eccoti qui. Il tuo mondo è deteriore: ecco il pensiero discriminatorio, il giudizio tra il morale e l'ideologico.
Non può esistere una relazione affettiva, non c'è granché da recuperare, non c'è nemmeno un posto dove stare: sei fortunata, c'è il carcere. "Dovremmo cominciare a discutere dei confini giuridici del concetto di cattiva madre e promuovere un dibattito culturale per la decostruzione di questa categoria, usata ancora oggi con troppa facilità, spesso dai maschi, per etichettare le madri", dice Ciuffoletti.
Il figlio di una di queste cattive madri, che chiameremo Akin, è nato nel carcere di Sollicciano, Firenze, ed è sempre vissuto lì. Gli operatori ne parlano adesso con commozione, come di una ferita. Hanno fatto di tutto, ma non sono riusciti a salvare quella relazione tra madre e figlio. La madre non ha accesso alle misure alternative al carcere, per un reato legato alla prostituzione, ma ha questo bambino splendido, Akin, davvero splendido e amatissimo da lei e da tutti i volontari. Anche Akin amava moltissimo sua madre, e comunque "quando nasci in carcere hai solo tua madre".
Al compimento dei tre anni di età, nessuno ha osato staccarli, nessuno ha osato portare Akin lontano da sua madre. "Ti strappava il cuore", dice Sofia Ciuffoletti. Hanno continuato a fare istanze per farla uscire dal carcere, ma sono state tutte respinte. A sei anni Akin ha iniziato ad andare a scuola, accompagnato dagli operatori, felice di andarci, e adorato dalle maestre e dai compagni, che lo invitavano a giocare a casa il pomeriggio, poiché loro avevano una casa, e lui non poteva mai perché casa sua era il carcere. Akin ha capito a sei anni che il carcere non è un posto normale in cui tornare. È stato molto doloroso.
Tutta quella bellezza, quell'entusiasmo, quella meraviglia dentro il vaso crepato e reincollato ogni giorno, veniva messa in pericolo dalle regole del carcere. Quell'attaccamento biologico, di sangue e di latte e di vita quotidiana, allora era stato sempre finalizzato al nulla? Un giorno Akin è stato portato via, in una casa famiglia che è un posto migliore di un carcere perché non è un carcere, che è il posto in cui le madri con i loro figli dovrebbero stare, e infatti gli hanno detto: poi tua madre ti raggiungerà, ma non è mai successo perché questa madre non è stata ammessa alla casa famiglia.
Akin dopo un po' di tempo è stato dato in affidamento a una nuova famiglia. È passato altro tempo. E sua madre, adesso?, chiedo a Sofia Ciuffoletti, che si rabbuia. "Loro due non hanno più rapporti significativi, fanno ancora qualche incontro protetto, ma la relazione si è interrotta". La relazione si è interrotta dopo che è stata resa simbiotica: come quando si tolgono i gattini alla madre che li ha allattati fino al minuto prima. Forse si ritiene che le cattive madri siano come i gatti, che si dimenticano dei loro figli. Forse si ritiene che questi bambini siano come i gatti, che si dimenticano delle loro madri.
La legge Finocchiaro, approvata quasi vent'anni fa, stabilisce l'esatto contrario di questo principio dei gatti, ma dopo vent'anni e altre modifiche, e dopo la nuova legge del 2011, ci sono bambini che nascono e crescono in carcere e che trascorrono in carcere il tempo del lockdown, quello in cui ognuno di noi si è avvicinato, in maniera molto parziale, alla scoperta di che cosa significhi stare chiusi dentro.
Ma qualunque senso di oppressione proviate chiusi nelle vostre case, piccole o grandi, belle o brutte, soli o in compagnia, dovreste resistere alla tentazione di dire: mi sento in prigione. Abbiate rispetto per chi sta in prigione. Abbiate orrore per la prigione dei bambini.
A partire dal lockdown dello scorso marzo, quasi tutti i genitori sono insorti per l'ora d'aria dei propri figli, e hanno denunciato molte sofferenze, molto disagio, molta oppressione, hanno invocato gli alberi, gli amichetti, le passeggiate, la scuola, la città e la campagna, ma soprattutto: la socialità. Dentro il carcere ci sono bambini per cui il lockdown significa che nessun operatore può portarli ai giardinetti, nessun operatore può andare lì a giocare, nessun famigliare può andare in visita. Il lockdown sospende il volontariato.
E succede anche che le madri rifiutino le visite per il terrore del contagio. Tutto questo avviene anche negli Icam, gli istituti a custodia attenuata per detenute madri, strutture introdotte nel 2011, spesso dentro al carcere stesso, ma con personale non in divisa, e con le pareti della zona comune colorate, con i giocattoli e i libretti per i bambini.
È meglio del carcere? Sì, certo, quasi tutto è meglio del carcere, ma l'Icam è un luogo penitenziario a tutti gli effetti, con gli orari, gli agenti, molti giri di chiave, alle otto di sera si chiude, alle otto di sera un bambino viene rinchiuso con la madre, fino alla mattina dopo. "In Icam i bambini possono rimanere fino ai 6 anni di età se la madre è in misura cautelare e fino ai 10 anni se la madre è in esecuzione pena. Abbiamo innalzato l'età dei bambini incolpevoli reclusi in un istituto penitenziario", dice Sofia Ciuffoletti.
L'Icam è un luogo, spiega Silke Stegemann, che non deve diventare la soluzione finale: "Posso creare un contesto carino, posso portare dei mobili decenti, posso chiedere di chiudere le crepe che ogni volta si riaprono, posso portare i bambini in una fattoria il sabato mattina, ma non posso dire: va bene così, devo continuare a pretendere soluzioni alternative".
La casa famiglia lo è, perché non è un carcere. Perché le madri detenute possono incontrare madri che si trovano lì per altre problematiche, e ampliare i loro orizzonti, modificare le relazioni, capire che esiste qualcosa di diverso dalla detenzione. Una finestra per lasciar passare la luce, delle routine che siano rassicuranti anche per i bambini, come pranzare insieme in cucina e non nelle celle. Negli Icam questo avviene a fatica, ed è invece per questo che si lavora e che si cerca di aggiustare di continuo il vaso crepato.
Le videochiamate, dicevamo: le videochiamate durante il lockdown hanno permesso ai bambini in carcere di mostrare i loro giocattoli alle persone del mondo fuori, o dell'altro mondo dentro. I padri hanno visto dove giocano i loro figli, c'è stata per la prima volta la condivisione della quotidianità: è una piccola cosa, ma è gigantesca.
Non erano mai entrati, prima, gli uni nelle vite degli altri. "È importante - spiega Silke Stegemann - che le madri e i padri detenuti, sappiano che anche lì dentro restano genitori, è importante che sappiano che quel rapporto non gli viene strappato, e anzi che hanno il dovere di conservarlo". È importante non solo per i bambini, è importante per la dignità degli adulti: io sono un padre, io sono una madre, non sono soltanto un detenuto, non ho perso tutto e ho molto da riprendermi.
Ci si batte, in tutta Italia, per contrastare gli impedimenti fisici, ci si batte anche perché le visite siano concesse un pomeriggio alla settimana, e non solo la mattina, in modo che i bambini e gli adolescenti non debbano saltare la scuola per andare in carcere dai genitori e dai fratellini, vergognandosene, ci si batte perché i colloqui avvengano anche la domenica (a Sollicciano ci sono riusciti, una volta al mese), ci si batte perché sia permesso, come accade in altri luoghi in Europa, che un operatore aspetti al cancello l'adolescente minore, lo accolga e lo accompagni al colloquio con la madre o con il padre, e poi lo riaccompagni fuori, in modo che quel legame non sia continuamente filtrato da un terzo. Incontrarsi dentro, finché non si può uscire fuori.
Ci si batte perché si trovino per i bambini e le loro madre soluzioni alternative al carcere, come è stabilito dalla legge. Basterebbero un milione e mezzo di euro, ripete Luigi Manconi, per ristrutturare spazi già esistenti, creare cinque o sei case famiglia in cui si possa ricominciare a vivere, e prepararsi alla vita fuori.
Adesso nel carcere di Sollicciano sono rimasti due bambini piccoli, coetanei. Hanno un legame molto stretto, come fossero fratelli. Giocano insieme, e a volte mangiano insieme, escono insieme con gli operatori, vanno ai giardinetti alle nove e trenta del mattino.
Tra sei mesi compiranno tre anni, e intanto regalano a tutti le cose migliori che un essere umano ha: la luce nello sguardo, l'amore a prima vista, l'intelligenza dell'infanzia, la voglia di giocare, la capacità di meravigliarsi. È una cosa bella, ed è una enorme preoccupazione per tutti. Tra sei mesi che cosa succederà? Tra sei mesi, ed è già tardi, il mondo deve mantenere le sue promesse. Giovedì scorso, intanto, è arrivata in carcere una bambina, con sua madre. Ha quattro mesi.
di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 16 novembre 2020
Si ripropone il tema dell'adozione di criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti. La giustizia penale è uno dei settori che più hanno sofferto le conseguenze negative della pandemia. Agli effetti generali del lockdown della primavera scorsa si sono aggiunti quelli legati alla natura stessa del processo penale basato sul contraddittorio diretto e personale, per cui le udienze da remoto sono state - e rimangono - un'eccezione.
E la possibilità di fatto estremamente ridotta che il personale amministrativo svolga efficacemente da casa il proprio lavoro. Inoltre le limitazioni degli spostamenti, in generale, e degli accessi ai palazzi di giustizia, in particolare, ha fortemente rallentato tutte le attività, comprese quelle dei pubblici ministeri e della polizia giudiziaria.
L'arretrato esistente è quindi aumentato ed aumenterà ancora nei prossimi mesi con il prolungarsi della pandemia. Anche prima della crisi pandemica, infatti, gli uffici giudiziari non erano assolutamente in grado -salvo qualche rara eccezione - di trattare tutti gli affari che avevano in carico. I motivi sono ben noti, in primo luogo l'eccessivo numero di reati e la complessità del sistema penale, e ne ho parlato altre volte su questo giornale (Troppi reati frenano la giustizia, 9 ottobre 2019).
Si ripropone pertanto ancora una volta, e con maggior forza, il tema dell'adozione di criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti, da sempre oggetto di dibattito e polemiche, con particolare riguardo alla fase delle indagini preliminari. Di fronte al dato oggettivo del numero dei procedimenti pendenti non hanno senso, a mio parere, i due atteggiamenti opposti di chi grida allo scandalo: "Sono le Procure a scegliere chi indagare e chi no" (cogliendo così l'occasione per attaccare - ad ogni buon conto - i pubblici ministeri) e di quanti invece, anche per evitare accuse o semplici sospetti di parzialità, pensano che si debba seguire rigorosamente l'ordine cronologico, salvo casi di particolare urgenza come i processi con detenuti.
Questa è stata, peraltro, la posizione per così dire ufficiale della magistratura, confermata dalle circolari del Csm fino al 2014. Si sono così trattati, anche per non incorrere in possibili sanzioni disciplinari, moltissimi procedimenti inevitabilmente destinati a prescriversi, con l'unico risultato di rinviare ad un momento successivo la dichiarazione di prescrizione da parte di qualche altro ufficio. Un sostanziale spreco di risorse in ossequio una dinamica sostanzialmente burocratica su cui inciderà ben poco la c.d. legge spazza-corrotti che non si riferisce ai procedimenti già pendenti. Ho parlato di posizione "ufficiale" perché, al di là delle affermazioni di principio, la realtà delle cose e l'urgenza dei problemi che le Procure devono affrontare hanno imposto spesso in concreto scelte diverse, rimesse di volta in volta - in assenza di criteri generali predeterminati - alla decisione del Procuratore o, molto più di frequente, a quella dei singoli sostituti.
Da qualche anno, su impulso di alcune Procure e soprattutto sulla spinta della realtà delle cose (e dei numeri), Il Csm ha riconosciuto la necessità che tutti gli uffici giudiziari, a cominciare proprio da quelli requirenti, fissino in via preventiva dei criteri di priorità adottati in maniera chiara e trasparente, coinvolgendo nella scelta anche gli altri uffici del distretto di Corte di appello e i Consigli dell'Ordine degli avvocati, che possono dare in questa materia un contributo prezioso. Su questa linea si muove anche il nuovo disegno di legge governativo attualmente all'esame delle Camere. Sulla base di una analisi preventiva seriamente condotta ogni ufficio può conoscere e valutare meglio le esigenze e le caratteristiche del suo territorio e così programmare le strategie opportune e il miglior uso delle sue risorse. È evidente, infatti, che ben diversa è, per fare un esempio banale, l'attività della procura in un piccolo centro o in una grande città, in una zona agricola del Sud o in un distretto industriale del Nord e così via.
In breve: è finalmente maturata la consapevolezza che, nell'impossibilità di trattare tutti gli affari, bisogna usare le risorse disponibili, sempre più scarse, per trattare prima quelli più rilevanti. Proprio per questo molto spesso le priorità sono indicate in negativo, cioè selezionando - anche sulla base dei principi fissati da una legge del 1998, oggi non più in vigore - i reati, ovviamente tra quelli meno gravi, per i quali rinviare la trattazione dei procedimenti salvo che ci sia l'espressa richiesta di una delle parti. Non è certamente la soluzione ideale ma il problema, come si è detto, è a monte e l'adozione dei criteri di priorità è solo un modo per limitarne gli effetti negativi. Nè sono state finora individuate soluzioni migliori. A volte si affaccia l'ipotesi che sia il Parlamento a formulare con cadenza annuale i criteri di priorità; ma tale indicazione non potrebbe che essere estremamente generica, avulsa dalle peculiarità delle situazioni concrete, e quindi sostanzialmente inutile. Diverso è invece il caso in cui il legislatore dispone la trattazione prioritaria di specifiche materie, com'è avvenuto di recente con la legge sul cosiddetto codice rosso in tema di violenze sessuali e di reati nell'ambito familiare; in questo caso l'indicazione è specifica e ovviamente vincolante per gli uffici giudiziari.
Naturalmente, anche nell'ambito dei procedimenti considerati "prioritari", molto resta affidato alle scelte del singolo magistrato, che dipendono dalla valutazione del caso specifico (la gravità del fatto, le richieste della persona offesa, le concrete possibilità di successo delle indagini che in concreto è possibile svolgere), ma su cui contano anche la sua capacità professionale, la sua sensibilità a particolari tematiche (per esempio, quelle ambientali piuttosto che la criminalità organizzata) e - non ultimo - il suo carico di lavoro.
Questo ci porta a ribadire una considerazione che va molto oltre il tema delle priorità. La giustizia penale non può essere affidata a un computer ed è una pia illusione quella di poter fissare regole che riducano ogni decisione a una mera operazione tecnica, che eviti tanto la necessità di una scelta quanto la possibilità dell'errore umano. Ci sono certamente ampi spazi per fissare in modo chiaro e trasparente i criteri di azione degli uffici giudiziari, in particolare delle Procure, per assicurare l'uniformità dell'esercizio dell'azione penale e la prevedibilità delle decisioni.
In questa direzione deve essere fatto ogni sforzo possibile. Rimane però sempre un margine, più o meno ampio, di valutazione discrezionale, che non significa arbitrio ma lo sforzo di individuare la soluzione migliore e più corretta nella situazione concreta, tenendo conto di tutta la complessità delle questioni in gioco e - insieme - dei limiti oggettivi costituiti dalle risorse di mezzi e di tempo disponibili. Questo rimane inevitabilmente compito e responsabilità del magistrato, ricordando che, come scrisse Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" assassinato in Sicilia trenta anni fa, "decidere è scegliere e, a volte, scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni. E scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare".
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