di Filippo Femia
La Stampa, 13 febbraio 2021
L'ondata siberiana minaccia chi non ha una casa: "Ora abbiamo paura". Un senzatetto: "Vivo in tenda, più volte mi sono svegliato senza respiro". Tutti in coda, battendo i denti sotto la mascherina. Alle 14.30 davanti al Cenacolo eucaristico della trasfigurazione, in via Belfiore 12, c'è una lunga fila: "Qualcuno non ha ancora pranzato, altri invece ritirano già la cena", spiega don Adriano Gennari. Le persone in attesa non hanno molta voglia di parlare. Quasi tutti sanno del clochard romeno morto nella notte in corso Taranto e chi riceve la notizia per la prima volta non è sorpreso: "Con questo freddo, non sarà l'ultimo. Poco ma sicuro", sussurra un uomo sulla cinquantina.
Ion, romeno di 36 anni, ha appena ritirato la busta con i pasti caldi insieme a un amico che stanotte gli offrirà un tetto: "Fortunatamente ho incontrato lui, oggi mi ospiterà a casa sua - racconta - Ma i giorni scorsi ho dormito in strada anche io, a Porta Palazzo". Non era la prima volta: da quando ha perso il lavoro, due anni fa, gli accade spesso. Ma l'ondata di gelo, dice, non lo spaventa: "Mi fa più paura la fame. Se trovassi un lavoro non sarei più obbligato a venire qui per poter mangiare", aggiunge.
In attesa del proprio turno allo sportello della mensa si sorseggia una caffè caldo. Una donna ha recuperato una vecchia sedia vicino a un cassonetto e la utilizza per riposarsi. Via Belfiore 12 è una casella sulla mappa del pellegrinaggio che i disperati intraprendono ogni giorno: una giornata in coda, in attesa del cibo o che una doccia si liberi. Si comincia dall'alba, per la colazione, fino all'ingresso nei dormitori per i più fortunati.
Gli altri tornano alle loro case con le pareti di cartone. La pandemia ha sconvolto le loro abitudini, spazzando via tasselli importanti di normalità. "Prima molti trovavano tregua dal freddo per qualche ora nelle biblioteche o in altri centri, che ora sono chiusi a causa del Covid", racconta una suora da anni al fianco dei senzatetto.
Il 49enne Gianni si definisce artista di strada e cartomante. Dorme quasi sempre ai Giardini Reali. "Tranne quando arriva il reddito di cittadinanza e posso permettermi qualche notte in hotel - racconta. Ma di solito sono nella mia tenda sul prato", racconta. A volte, per scaldarsi, le cinque coperte che utilizza non bastano ed è costretto ad accendere un piccolo fuoco.
"Un paio di volte mi sono svegliato nel cuore della notte, pioveva e mi mancava il respiro per il freddo. Mi spiace per il clochard morto, lo avevo incrociato un paio di volte. Non si può negare: abbiamo paura di questo gelo". Qualche metro più in là c'è Alì, un ragazzone algerino di 27 anni. È arrivato a Torino a dicembre dopo un'odissea di 7 mesi a piedi: dalla Turchia attraverso i Balcani fino all'Austria. "Mi ritengo fortunato, dormo insieme ad altre 60 persone in una struttura della Croce rossa - racconta - Ma non so fino a quando potrò fermarmi in quel dormitorio".
La maggior parte di chi frequenta il Cenacolo eucaristico della trasfigurazione vive in strada. Con loro hanno borsoni e zaini, dove stipano tutta la loro vita. "Ognuna di loro ha un dramma alle spalle - spiega don Adriano, che grazie all'aiuto di 15 volontari e Banco alimentare serve 250 pasti ogni giorno. Non vogliono solo cibo, cercano anche il calore di un sorriso o una parola di conforto. E sono molto riconoscenti", sorride mostrando una confezione di chewing gum che gli ha regalato un clochard.
di Cristian Cappelletti
open.online, 13 febbraio 2021
Parlano i prigionieri delle carceri di Lukashenko in. Tre manifestanti hanno raccontato a Open il periodo di detenzione: "L'obiettivo del regime? Farci crollare". Le loro storie.
Sei mesi di proteste, migliaia di arresti, e le accuse di torture contro i manifestanti. Dopo le elezioni dello scorso 9 agosto, la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko si è trasformata in un quotidiano campo di battaglia. Ma per il presidente, rieletto in agosto, con un risultato dietro cui per molti osservatori si nascondono brogli elettorali, le proteste degli ultimi mesi sono state "una guerra lampo". Le rivendicazioni democratiche sono state frutto di tensioni "create artificialmente da forze esterne", ha detto Lukashenko intervenendo l'11 febbraio a un'assemblea davanti a funzionari civili e militari. A parlare di resistenza, in un'interpretazione ribaltata della realtà, è proprio il presidente bielorusso in carica dal 1994: "Dobbiamo resistere a tutti i costi e il 2021, quest'anno, sarà decisivo". Nel tentativo di rimanere in carica, il presidente ha cosi annunciato che una bozza di riforma costituzionale sarà presentata entro la fine di quest'anno e "sottoposta a referendum" all'inizio del 2022.
"Dalle 6 alle 22 ci era proibito toccare letti" - Ma mentre Lukashenko cerca di consolidare il suo potere, nelle strade del Paese protestare continua a essere illegale. "Sono stato arrestato per la prima volta il 10 ottobre", racconta a Open Tim Suladze, 41 anni, detenuto per un totale di 28 giorni nelle carceri bielorusse. Artista di strada, Saladze si mantiene con la sua musica.
"Quel giorno stavo suonando la tromba quando la polizia mi ha presto, caricato su un blindato, e portato in questura". Un processo di cinque minuti via Skype e poi la condanna a 15 giorni di reclusione per aver partecipato alle proteste contro Lukashenko. Uscito di prigione 23 ottobre, Suladze, cittadino bielorusso, con un passaporto georgiano e russo, è stato arrestato nuovamente il 4 novembre. "Per otto giorni non è stato possibile fare una doccia. Dalle 6 del mattino alle dieci sera ci era proibito toccare letti, potevamo solo sederci per terra, o su panchine di 60 cm". Un divieto che è continuato anche quando Suladze si è ammalato: "Dormivo per terra e usavo la mia giacca come cuscino".
Una volta uscito il 41enne ha scoperto che la famiglia gli aveva inviato dei medicinali in carcere ma "le autorità li avevano requisiti". Durante il periodo in carcere i detenuti sono inoltre obbligati ad ascoltare musica di propaganda: "Ci facevano calpestare la bandiera bianco rossa", simbolo delle proteste pro-democrazia. Una volta uscito, Suladze è riuscito a rifugiarsi in Lituania: "Ho ottenuto asilo politico, ma sono riuscito ad attraversare il confine solo grazie al mio passaporto russo". Il confine tra Mosca e Minsk è infatti chiuso, e per i bielorussi non è possibile lasciare il Paese, a meno che non dimostrino di doversi spostare per motivi di studio o lavoro.
Calci e spray urticante - Aleksander è invece stato arrestato lo scorso 20 novembre da un gruppo di uomini in borghese: "Si erano mescolati tra la folla. Ma addosso avevano manganelli e coltelli". Dopo essere stato perso a calci, "mi è stato anche spruzzato dello spray urticante negli occhi", racconta Aleksandr. "Mi hanno fatto spogliare in mutande per perquisirmi, cercavano simboli del movimento di protesta". Una volta arrivato nel carcere di Baranovichi, a circa 160 chilometri dalla capitale Minks, anche uno spazzolino diventa prezioso. La carta igienica è rara e le celle sono sovraffollate. "Ci facevano correre per il cortile senza lacci alle scarpe, volevano vederci disperati e afflitti. Ci chiedevano "perché continuate a manifestare?".
Secondo il centro sui diritti umani Viasna, sono almeno 873 le persone che nel mese di gennaio sono state detenute per aver partecipato alle proteste. E ogni gesto di resistenza è diventato motivo di arresto. È successo ad Arianna (nome di fantasia per proteggere la sua identità, ndr), 31 anni, arrestata per aver confezionato e venduto braccialetti bianchi, indossati come segno di riconoscimento da chi, lo scorso agosto, non ha votato per Lukashenko. "Sapevo mi avrebbero fermata", dice Arianna a Open che rileva di essere stata avvicinata anche dal Kgb: "Mi hanno chiesto di fare la spia, ma quando ho rifiutato mi hanno mandato una settimana in cella cosi che "potessi avere tempo per pensarci".
"Candeggina nelle celle per non farci respirare" - La destinazione per Arianna è stata quella della prigione di Okrestina. "Vivevamo in condizioni disumane, i letti erano fatti di ferro e non avevamo materassi, né lenzuola o coperte", racconta Arianna. "Era una tortura. Ho cercato di dormire sul tavolo, o per terra. Ma faceva molto freddo". Dopo la notizia degli arresti, i familiari provano di solito a inviare dei pacchi ai detenuti. "Ma vengono puntualmente requisiti. Se riesci ad avere un cambio di biancheria allora sei fortunata, altrimenti devi rimanere per tutta la durata della detenzione con gli stessi indumenti e le stesse mutande, era terribile". Gli unici prodotti di igiene che si riescono a trovare nel carcere di Okrestina sono la carta igienica e il sapone.
"Nelle celle progettate per cinque persone eravamo in realtà in dodici. Era impossibile respirare perché non si poteva aprire la finestra", dice Arianna che racconta anche dell'atteggiamento delle autorità. "Dopo aver protestato per diversi giorni ci hanno finalmente portato fuori. Ma visto che c'erano -20 gradi, ci hanno tenuto all'aperto per ripicca per due ore. Una volta rientrate - aggiunge - abbiamo trovato la candeggina su tutto il pavimento della cella, cosi era impossibile respirare". L'obiettivo del regime di Lukashenko è solo uno: "Vogliono spezzare il nostro spirito, farci crollare psicologicamente. Ma continueremo la nostra resistenza, in carcere ho trovato molta solidarietà. Molti mi consigliano di lasciare il Paese - conclude Arianna - ma non lo farò, questo non è il momento".
di Carlo Pizzati
La Stampa, 13 febbraio 2021
Dalla Bbc ai social media, quando regimi e autocrati spengono le voci libere. Pechino bandisce la tv inglese, l'India minaccia Twitter, a Varsavia e Mosca leggi anti-Facebook. Sempre più governi nel mondo temono il dissenso e oscurano vecchi e nuovi mezzi d'informazione.
In questo momento si sta combattendo una battaglia planetaria per il controllo dell'informazione tra Stati autoritari (ma anche qualcuno di più democratico) e social media (e anche qualche network tv). È uno scontro per stabilire chi ha il diritto di controllare le informazioni ed entro quali limiti. Da una parte troviamo interventi di censura in Cina, India, Birmania, Polonia, Ungheria e Russia, ma anche nel Regno Unito. Dall'altra parte, Facebook, Twitter e Instagram, spalleggiati da Google e Amazon.
La notizia più immediata è che la Bbc è stata bandita dalla Cina. I firewall dell'Internet cinese rendono già difficile vedere i programmi dell'emittente britannica nelle case dei cinesi, ma da oggi nemmeno nel milione di stanze d'albergo e di quartieri per stranieri ci si potrà sintonizzare sulla Bbc. La motivazione ufficiale è l'aver trasmesso un reportage sulle donne di etnia uigura che denunciavano stupri di massa nei grandi campi di "rieducazione". La Bbc, secondo l'Amministrazione nazionale per la radio e la televisione cinese, è "faziosa e imprecisa nel suo giornalismo che danneggia il senso di unità etnica della Cina". In realtà, si tratta di una ritorsione. Una settimana fa, la Ofcom britannica, ente che regola le trasmissioni tv e radio, aveva ritirato la licenza dell'emittente di Stato China Global Television Network perché è controllata dal Partito comunista cinese. E, secondo il regolamento britannico, le tv che trasmettono nel Regno Unito non possono essere controllate dai partiti. Si tratta, in verità, di una presa di posizione aggressiva contro Pechino da parte del governo di Boris Johnson, che si schiera con la linea americana. L'ex presidente Donald Trump, difatti, un anno fa aveva limitato il numero di reporter cinesi negli uffici di corrispondenza americani delle cinque emittenti statali di Pechino. In risposta, la Cina aveva fatto espellere dozzine di corrispondenti del Wall Street Journal, Washington Post e New York Times.
Ma la vera guerra, ora, non si combatte nel censurare i reciproci mezzi di informazione tradizionali, bensì nel controllare il flusso di comunicazione dei social media. Il governo indiano, che blocca spesso tutti i collegamenti Internet nelle zone delle proteste come il Kashmir o l'Assam, ha già vinto una battaglia minacciando i dirigenti di Twitter a Delhi di arresto e reclusione fino a sette anni se non avessero bloccato centinaia di account degli agricoltori che scioperano alle porte della capitale. Twitter si è dovuta adeguare, violando i propri standard.
Il motivo principale del contendere è chi debba detenere l'autorità di censurare i post sui social. I generali golpisti della Birmania hanno subito chiarito che Facebook, utilizzato dalla metà dei suoi 53 milioni di abitanti anche per commercio e affari, deve adeguarsi alle normative dei militari, che hanno avanzato una proposta di legge per decidere loro quali post limitare su Facebook, Instagram, Messenger e addirittura controllare l'utilizzo di WhatsApp. Immediate le proteste dell'Asia Internet Coalition, che raggruppa Facebook, Google, Amazon e Apple: "Una minaccia significativa alla libertà d'espressione che rappresenta un passo repressivo dopo anni di progressi". Ma il punto è: chi ha diritto di censurare i post? I proprietari dei social o i governi?
Ancora più preoccupante la sfida che si svolge in Europa. In Ungheria, il governo conservatore propone una legge con multe salate contro Facebook perché censura i post della destra. Il premier Viktor Orban teme infatti di venire bandito dai social come l'amico Trump, cosa che potrebbe pregiudicare la sua ri-elezione. Così si è mosso d'anticipo. Judith Varga, ministra della Giustizia, accusa Facebook di "limitare la visibilità delle opinioni cristiane, conservatrici e di destra".
E in Polonia, Sebastian Kaleta, viceministro della Giustizia, ha proposto una legge con multe fino a undici milioni di euro per i social che non rimettono online i post di destra censurati "per proteggere le idee della sinistra". Intanto in Russia, dove la protesta contro l'arresto del leader dell'opposizione Aleksey Navalny si è mobilitata grazie ai social, Vladimir Putin ordina al governo di preparare nuove leggi che limitino il potere di Facebook, Twitter e Instagram, compreso l'obbligo per le ditte di Silicon Valley di avere degli uffici a Mosca, così da monitorare le scelte sui post da censurare. E far pagare le conseguenze a manager e dipendenti.
È una battaglia importante, che determinerà il futuro di una delle basi del concetto di democrazia, quello della libertà d'espressione. Per questo l'Unione europea, che ieri ha denunciato l'oscuramento della Bbc in Cina, sta cercando di convincere sia Silicon Valley sia gli Stati membri ad aderire a normative comuni: ma potrebbe essere troppo tardi, perché i social media, in diversi fronti globali, si trovano già a dover proteggere il proprio diritto al controllo dei post da molte spallate dei governi.
di Vladimiro Polchi
La Repubblica, 13 febbraio 2021
La vicenda di un giovane ex detenuto nel carcere della città campana che, a pena scontata, ha fatto poi un percorso di integrazione di 10 anni. Ma non è bastato. Riportiamo la testimonianza raccolta da Sale della Terra, una Rete di Economia civile che conta 11 cooperative consorziate, 257 dipendenti e ospitano persone fragili, oltre che un Albergo Diffuso, undici Sprar-Siproimi - Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati - in altrettanti Piccoli Comuni chiamati "del Welcome"
"Neanche gli animali sono trattati così, i letti sono tutti attaccati e senza spazio, merda e urine ovunque e una puzza di stalla umana": si chiama Hassan Gedi Abtidon, è di nazionalità somala, ma a Benevento è conosciuto e amato da tutti come Gedi. Adesso, però, Gedi a Benevento non c'è più. È nel Centro per i Rimpatri di Bari e parla sconvolto, dice che vuole raccontare a tutti quello che succede in una Struttura della Repubblica Italiana che dovrebbe semplicemente ospitare persone. È una storia che poteva e doveva essere di integrazione, di successo. Una di quelle a lieto fine per una persona e per una intera comunità che lo aveva accolto.
L'encomio ricevuto per la sua condotta. Gedi è arrivato nella Casa Circondariale di Benevento nel 2012 e lì il Centro Ascolto Carcere promosso dalla Caritas Diocesana di Benevento ha accolto da subito le sue richieste di beni di prima necessità, perché Gedi era privo di qualunque aiuto materiale. Grazie alla Caritas e grazie alla mediazione degli educatori del carcere, Gedi ha ricevuto l'attenzione e la considerazione che gli hanno consentito di ritrovare sé stesso in quanto uomo e non detenuto. Nel Carcere di Benevento Gedi si è impegnato, ha lavorato, ha persino avuto un encomio "per il particolare impegno e senso di responsabilità" mostrati durante le attività lavorative.
L'esperienza da bracciante agricolo. Dopo i primi permessi premio, la stima verso Gedi è cresciuta fino a fargli guadagnare la possibilità di muoversi liberamente sul territorio. Un passaggio importante, reso possibile dall'atteggiamento responsabile e di ravvedimento mostrato da Gedi che, così rinforzandosi, ha apprezzato con pazienza e tenacia le piccole evoluzioni della sua "lotta per la libertà". Anche per le autorità, dunque, Gedi era pronto a reintegrarsi e far ritorno nella società prima del suo fine pena definitivo. E così prende a casa nel centro storico di Benevento, lavora con un contratto come bracciante nell'agricoltura della Rete "Sale della Terra", al Bistrot "Alimenta", nel progetto S.I.P.L.A. Sud - "Sistema Integrato di Protezione per i Lavoratori Agricoli", nel Centro Aziendale "Gioosto"
E alla fine, il decreto di espulsione. Ma è all'Orto di Casa Betania" che Gedi viene conosciuto e amato da tutta la città di Benevento. Ne diventa il simbolo e il punto di riferimento, l'animatore e il tutor. Gedi e l'Orto sono l'identificazione dell'accoglienza, della coesione sociale e della possibilità di riscatto che la Costituzione Italiana prevede dopo un percorso di detenzione. Gedi ha scontato la pena. Tutta. Ma per la legge italiana non basta scontare la pena, non bastano i contratti di lavoro, non basta essere il punto di riferimento di una comunità, non basta essere una persona amata, "restituita" alla bellezza e alla umanità, non basta essere accolti e voluti, non basta amare quella che si considera la propria città. La pena ha fatto di lui una persona rieducata, ma non basta. A Gedi, richiedente asilo, è stato notificato decreto di espulsione. Non sono bastati dieci anni di vita integrata perfettamente. Non è bastato nulla.
L'appello e la raccolta di firme dei beneventani. E mentre lo trasferivano a Bari, la comunità "Sale della Terra" si è attivata, lo ha raggiunto a Bari, lo ha incontrato e gli ha promesso che questo legame non si spezzerà. Intanto la città si sta interrogando e si sta mobilitando e, nell'appello per la raccolta delle firme si legge, tra l'altro, anche che "Gedi ama Benevento e non l'avrebbe mai lasciata. Benevento è una città piccola e Gedi fa parte di Benevento, fa parte delle nostre famiglie. Gedi parla con tutti, gioca con i bambini, si confronta con gli amici beneventani sulla sua vita e su quello che vorrebbe fare. Gedi è amico, è zio, è nipote, è fratello di tutti quelli che lo conoscono. Questo è stato possibile solo per merito suo. I bambini lo aspettano nell'area giostrine dell'"Orto di Casa Betania". Gedi guarda al futuro con speranza. Rispetta questa città che gli ha dimostrato che un'altra vita è possibile. Gedi deve rientrare nella sua città, perché è giusto così. Restituitecelo. È una cosa giusta".
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 13 febbraio 2021
Dalla fuga in gommone nel Mediterraneo per "poter vivere in sicurezza e con dignità" alla candidatura per entrare nel parlamento tedesco. La "rotta dei Balcani" ha come ultima tappa il Palazzo del Reichstag. Questa, almeno, è la speranza di Tareq Alaows, il primo rifugiato siriano che si propone di entrare nel Parlamento tedesco dall'ingresso per i deputati.
L'appuntamento è per il 26 settembre, il giorno in cui i cittadini dovranno decidere come andare avanti senza Angela Merkel, la donna che ha aperto la Germania, cinque anni fa, a tanti uomini e tante donne che hanno condiviso le sofferenze di questo trentunenne che oggi li vuole rappresentare. "Voglio essere la voce - dice - di tutti quelli come me e voglio lottare per una società equa e diversa".
Certo, non è detto che Alaows "ce la faccia", se vogliamo citare la famosa frase pronunciata nell'agosto 2015 dalla cancelliera. La sua intenzione è quella di correre con i Verdi nel collegio di Oberhausen. Perché proprio con loro? Lo ha spiegato a Deutsche Welle. "La crisi climatica - ha sostenuto - aggraverà ulteriormente la situazione delle popolazioni del Sud del mondo: questa è la ragione per cui una giusta politica nei confronti dell'ambiente deve avere al centro la questione delle migrazioni". Va anche aggiunto che circa il 15% di tutti i deputati dei Grünen ha radici nel mondo dell'emigrazione in Germania, quasi il doppio di quanto accade nel totale del Parlamento. In un Paese, non dimentichiamolo, dove circa un quarto degli abitanti ha origini straniere.
Molto critico (forse anche troppo) sulla gestione dell'accoglienza da parte del governo di Berlino, Tarek Aleows ha messo a frutto gli studi di giurisprudenza compiuti ad Aleppo per dedicarsi dopo il suo arrivo a Dortmund (avvenuto nel 2015, quando insieme a lui varcarono i confini della Germania un milione di migranti) alla tutela legale dei profughi che ne hanno bisogno. La sua è una di quelle storie personali che spesso vengono messe da parte, come se fossero normali: le proteste contro il sanguinario regime di Assad, l'impegno nelle organizzazioni di assistenza durante la guerra civile, la fuga in gommone nel Mediterraneo per "poter vivere in sicurezza e con dignità", la marcia attraverso terre spesso ostili. Il suo primo passaporto ha i timbri dell'inferno. Il secondo si augura di riceverlo in tempo per potersi candidare.
di Maria Brucale
Il Riformista, 12 febbraio 2021
In quasi trent'anni il "carcere duro" è diventato sempre più espressione di una esasperazione punitiva, che vuol silenziare la mente e le coscienze. Sono passati quasi trent'anni da quando la feroce uccisione dei Giudici Falcone e Borsellino portò una società stordita dalla violenza di quelle morti ad accettare una legislazione di emergenza che si annunciava già palesemente incostituzionale l'introduzione del regime "41bis", una carcerazione sostanzialmente sottratta alla tensione rieducativa della pena per chi fosse accusato di essere al vertice di un sodalizio mafioso.
di Giovanni Pitruzzella
Il Foglio, 12 febbraio 2021
La riforma della giustizia è da tanto tempo ritenuta condizione abilitante della crescita ma è stata anche un terreno di scontri partigiani. Perciò è bene che si cominci dalla giustizia civile, dove minori sono i conflitti ideologici e la cui funzionalità è indispensabile per garantire l'adempimento dei contratti e la tutela dei diritti economici, cioè il buon funzionamento dell'economia di mercato. Ma quale deve essere l'obiettivo della riforma? La risposta che campeggia nel dibattito pubblico consiste nella riduzione dei tempi della giustizia civile. Obiettivo sacrosanto visto che mediamente per avere una decisione definitiva ci vogliono circa quattro anni e che certi processi, specie quelli di grande rilevanza economica, durano molto di più. Ma concentrare l'attenzione su questo aspetto porta a tralasciare un altro aspetto non meno rilevante della questione giustizia, e cioè quello della "qualità" delle decisioni giudiziarie.
Aspetto che coinvolge due esigenze basilari dello Stato di diritto: la certezza e prevedibilità del diritto e la legittimazione degli organi giurisdizionali, ossia la loro indipendenza. Lo Stato di diritto richiede la sottoposizione sia dello Stato che dei privati alla legge, cioè a una regola di condotta che sia previamente fissata e conosciuta (e quindi che non sia retroattiva).
Il governo della legge garantisce insieme la libertà, perché la sfera di libertà dei privati non dipende dai capricci e dalle passioni di chi esercita i poteri pubblici, e il mercato, perché rende possibile il calcolo economico degli imprenditori.
Questi ultimi accettano il rischio legato all'incertezza degli esiti delle loro iniziative, ma non possono sottostare all'incertezza sulle conseguenze giuridiche del loro agire. L'economia di mercato, l'efficienza delle transazioni economiche, la possibilità di investire richiedono un quadro di regole preventivamente conosciute e la possibilità di ottenere una tutela effettiva dei diritti che ne derivano. Di contro, oggi in Italia gli operatori economici, quando si confrontano con le regole fiscali, con le regole ambientali o urbanistiche, con il diritto del lavoro, persino con il diritto penale, hanno l'impressione che il diritto sia divenuto "inconoscibile".
Per affrontare questo nodo bisogno risalire al modo come viene prodotto il diritto nelle liberal-democrazie. In esse coesitono due circuiti: il circuito della politica, basato sulla legittimazione democratica proveniente dalle elezioni e dai partiti, e il circuito della giurisdizione, fondato sulla competenza tecnica e l'indipendenza dei giudici. Il primo produce la legge e le altre fonti del diritto, il secondo applica le norme al caso concreto. Il diritto e la sua certezza dipendono dal modo in cui interagiscono i due circuiti. Se le disposizioni legislative si accavallano senza un disegno e sono scritte in maniera incomprensibile, è difficile avere certezza del diritto.
Quindi la riforma della giustizia deve andare di pari passo con la razionalizzazione delle fonti del diritto. Poi però ci sono i giudici, che sono molto lontani dalla stilizzazione proto-liberale di "bocca della legge", perché l'interpretazione è un'attività creativa. La discrezionalità del giudice è ineliminabile ed è anche necessaria per adeguare il diritto legale al caso e alle rapide trasformazioni sociali ed economiche che il legislatore non poteva prevedere.
Come ha scritto Aharon Barak, "la domanda fondamentale non è se debba esistere la discrezionalità, ma: dove una società democratica che sia retta dal diritto debba porre i limiti appropriati alla discrezionalità". Limiti che non possono consistere nei gusti e nelle tendenze politiche del singolo ma in standard oggettivi, tratti dalla Costituzione e dal diritto europeo con l'accento che essi pongono sulla libertà del singolo e delle formazioni sociali, sulla ragionevolezza e la proporzionalità, sul giusto processo.
Limiti che per funzionare postulano un contesto istituzionale che garantisca la piena indipendenza dei giudici e che perciò affidi la loro selezione per gli incarichi più importanti esclusivamente alla competenza tecnica. Approfittando del clima di pacificazione nazionale, su questi temi sarebbe utile avviare riflessioni e confronti costruttivi tra tutti gli attori coinvolti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 febbraio 2021
L'umanità della pena è tra i suoi pilastri, e nella futura alleanza di governo può essere l'unico ponte fra garantisti e giustizialisti. Aleggia un serio rischio sulla giustizia. Una dicotomia paradossale. Ci sarà la riforma del processo civile improvvisamente messa sui binari dell'alta velocità: ora giace semi inerte al Senato, per le incertezze della vecchia maggioranza, con Draghi premier viaggerà spedita verso l'approdo sollecitato dall'Ue.
di Franco Corleone
Il Riformista, 12 febbraio 2021
La crisi della politica e della cultura, binomio inscindibile, è precipitata in un burrone terrificante e terrorizzante. Questo scenario desolante ha spinto il presidente Mattarella a chiedere al prof. Mario Draghi, la personalità più autorevole in campo, di formare un governo di alto profilo e quindi con la presenza di personalità di valore indiscusso e indiscutibile. La discussione si sta avviluppando sulla natura del governo, politico o tecnico, rendendo ancora più plastica la povertà concettuale dei contendenti. Il compito di Draghi non è facile, ma forse avendo presente l'esempio di Ciampi la soluzione non è impossibile.
Mi piace ricordare un dialogo che ebbi con Pietro Bucalossi, fondatore dell'Istituto dei Tumori e sindaco di Milano che mi disse che non avrebbe mai accettato di fare il ministro della Sanità per molte ragioni. Così lui medico divenne un eccezionale ministro del Lavori pubblici e ancora si parla della legge Bucalossi sulle concessioni edilizie e il diritto di edificazione come un modello. In seguito fu presidente della commissione Giustizia alla Camera dei deputati e fu determinante per l'approvazione del diritto di famiglia. È la dimostrazione che il tratto determinante risiede nella capacità di capire i nodi delle questioni e di decidere. Ogni decisione è inevitabilmente politica e se una persona è per esperienza abile a sciogliere i nodi lo può fare forse meglio in un campo dove non è condizionato da interessi corporativi o da pregiudizi.
Una questione dirimente oggi è condizione della giustizia, penale e civile, e la situazione delle carceri e delle leggi criminogene che alimentano il sovraffollamento. Cominciano a circolare nomi per il ministero delle Giustizia e si fa anche quello di Paola Severino che ha già ricoperto tale funzione nel governo Monti.
A futura memoria riporto integralmente quanto avevo scritto nell'Introduzione del volume "Volti e maschere della pena", curato con il costituzionalista Andrea Pugiotto e pubblicato nel 2013 dalle edizioni Ediesse per la collana della Società della Ragione. "In occasione della discussione al Senato sulla legge anticorruzione, in sede di replica il Guardasigilli Severino (ministro della Repubblica nata dalla Resistenza, come si diceva un tempo) non ha avuto remore nell'elogiare il codice penale vigente e il suo autore, Alfredo Rocco: "[ne] sono personalmente orgogliosa, perché è stato redatto da chi, essendo un tecnico e vivendo in un periodo estremamente negativo nella sua significatività, ha saputo mantenere la barra del timone dritta e costruire un codice valido tecnicamente, tant'è che ancora oggi, a decenni di distanza, è in vigore".
Alfredo Rocco fu certamente un insigne giurista. Ma è stato anche un politico, direttore della rivista intitolata proprio Politica, esponente del movimento nazionalista prima di aderire al fascismo, di cui divenne uno dei più influenti esponenti. Il codice penale che porta il suo nome ha posto le fondamenta giuridiche su cui edificare lo Stato etico e la dittatura: basterebbe la lettura della biografia di Benito Mussolini, scritta da Renzo de Felice, per comprenderne il ruolo nel Regime. Oppure rileggere le parole di Piero Gobetti, che nel suo libro "Rivoluzione Liberale" dipinge Alfredo Rocco come un "candido giurista inesperto di storia" e lo irride come teorico del sindacalismo nazionalista: "I sindacati di Rocco sono un'invenzione di carattere professionale, sono un semenzaio dei nuovi clienti".
Ancora più grave è che un ministro della Giustizia dimentichi (o ignori) che proprio ad Alfredo Rocco si deve il regolamento carcerario del 1931, che tracciò l'impronta teorica sulla funzione della pena propria del fascismo, e in cui abbandonava le raffinatezze dello studioso per assumere le vesti del crudele torturatore.
Sarebbe davvero paradossale che a novanta anni dall'entrata in vigore del Codice Rocco, invece di mettere nell'agenda della politica l'approvazione di un nuovo codice, utilizzando i lavori delle tante Commissioni che hanno negli anni prodotto testi riformatori (Pagliaro, Grosso, Nordio, Pisapia) si insediasse in via Arenula una tifosa dell'ideologo dello stato totalitario.
Per fortuna nella scelta dei ministri il ruolo del presidente della Repubblica è decisivo come indica la Costituzione e quindi Mattarella fornirà tutti gli elementi per una scelta saggia. D'altronde i nomi di garantisti, uomini e donne, sono ben presenti e in campo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 12 febbraio 2021
Il tema è da affrontare perché la fiducia dei cittadini nella legge e nello Stato di diritto è ai minimi termini. Una delle questioni che probabilmente verranno tra le prime nell'agenda del nuovo governo sarà quella della giustizia.
Dalla sua soluzione dipendono infatti molte cose certamente importanti - la rapidità nell'attribuzione degli appalti nonché dell'esecuzione dei lavori pubblici, la ripresa degli investimenti stranieri, la durata dei processi in virtù della regolamentazione dell'istituto della prescrizione - ma una più importante di tutte: la fiducia dei cittadini nella legge e nello Stato di diritto.
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