di Sara Perria
La Stampa, 12 febbraio 2021
L'attivista 20enne colpita da un proiettile durante le manifestazioni è in fin di vita. Il suo sacrificio sta mobilitando ancora di più i giovani: "Non torneremo al passato". Continuano gli arresti di politici e attivisti. I medici in sciopero. Sta diventando una rivoluzione come nessun'altra vista finora, quella contro il colpo di Stato dei militari in Birmania. In questo Paese di 54 milioni di abitanti e molte etnie, ogni piccola parte della società è determinata a esprimere il suo dissenso qualunque sia il costo, tragedia o satira.
La tragedia è il colpo di pistola che ha colpito Mya Thwe Thwe Khaing alla testa due giorni prima dei suoi vent'anni. La ragazza aveva preso parte a una delle tante manifestazioni pacifiche nel Paese e la foto del poliziotto che ha sparato è subito girata sui social.
Portata in terapia intensiva all'ospedale della capitale Naypitaw, le sue condizioni sono poi scivolate verso la morte cerebrale. Non diventerà una martire perché è un concetto estraneo alla cultura birmana, ma il suo volto si è aggiunto alla lista di donne cadute sotto i colpi di un regime che in passato non ha esitato a reprimere violentemente le proteste. Questa volta, però, i generali sanno di dover cambiare strategia e la repressione è finora stata contenuta, al di là di alcuni incidenti gravi nelle zone etniche e l'utilizzo dei cannoni ad acqua.
La protesta è diventata invece una immensa performance teatrale a cui stanno prendendo parte milioni di persone, intente a realizzare marce, quadri, travestimenti e cartelli. Il volto di Mya Thwe Thwe Khaing con gli occhi chiusi, raccolto dagli amici, è diventato il soggetto di una delle tante opere artistiche di una protesta contro il ritorno della dittatura che ha spodestato Aung San Suu Kyi, amata nel Paese al limite della venerazione.
"Sentiamo che questa volta non sarà lo stesso", dice l'attivista A.R. a Yangon. Quasi nessuna delle persone sentite al telefono da "La Stampa" vuole comparire con il proprio nome, ora che la campagna di arresti si sta ampliando, colpendo politici, attivisti e anche un cartomante che aveva predetto un futuro sfavorevole per i militari. "Questa volta c'è Internet. Possiamo raccontare quello che vogliamo, far sapere cosa sta succedendo al mondo", dice ancora A.R. "E i generali non possono pensare di chiudere Internet per sempre, perché il Web serve anche a loro per governare il Paese".
Non è un caso che sia la generazione Z a guidare le proteste, quella più tecnologica in un Paese giovanissimo dove Facebook lo usano tutti. E Mya Thwe Thwe Khaing era proprio una di questi giovanissimi cresciuti negli anni della agognata transizione democratica, senza alcuna voglia di tornare indietro al mondo isolato dei propri genitori.
Così è un profluvio di ironia e decisa sfida ai militari, presi in giro in ogni forma possibile. Dalle orecchie di coniglio sulla faccia del nuovo dittatore del Paese, ai video di Tik Tok dove a ritmo di rap si canta "è diventato matto, è andato nella casa dei matti". Un gruppo di muscolosi ragazzi ha scatenato gli applausi presentandosi per le vie della capitale commerciale Yangon a torso nudo, chiedendo di liberare Aung San Suu Kyi. Sui social è una gara al cartello da più condivisioni: "Voglio solo un fidanzato, non la dittatura", è fra i più gettonati.
Ma ci sono anche i richiami alla tradizione in questa protesta birmana: le piccole barche dei pescatori del lago Inle, meta prediletta dai turisti, si sono radunate in una straordinaria coreografia in cui faceva capolino lo stesso messaggio visto ovunque: "No alla dittatura, liberate i prigionieri". Un gruppo di donne a Bagan, la città dei templi, ha offerto ceste di frutta ai tradizionali spiriti Nat chiedendo di porre fine al colpo di Stato.
Il grattacapo maggiore per i militari sono le proteste dei dipendenti pubblici. Si parla di primi arresti fra medici e infermieri che hanno lanciato la sfida di disobbedienza civile, mentre a scioperare ci pensa anche il personale dell'aeroporto di Yangon. E non solo: si sono visti poliziotti rispondere al saluto pro-democrazia delle tre dita adottato in queste proteste birmane.
In alcuni Stati etnici, intere file di poliziotti sono passate dall'altra parte. Fino a qualche giorno fa, la tv birmana mostrava scene di tranquillità. Ma lunedì il generale Aung Ming Hlar si è rivolto alla nazione e alla comunità internazionale promettendo un regime diverso, una "democrazia vera e disciplinata", aperta ai soldi stranieri.
Il presidente Usa Biden ha risposto con l'annuncio di sanzioni mirate ai militari. La Cina, comunque firmataria di una rara dichiarazione congiunta del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ha invece mandato una delegazione a Yangon e i birmani non hanno gradito. "Abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile da parte della comunità internazionale. Dovete aiutarci", dice Soe, l'imprenditore che ha chiesto al suo personale di non andare a lavorare e distribuire invece 473 uova sode ai manifestanti affamati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Nell'ultimo mese il sovraffollamento carcerario è diminuito di 35 unità, mentre la diffusione del Covid resta stabile. Esaurito l'effetto delle misure deflattive varate dal decreto Ristori. Nel decreto di gennaio, sono usciti solo 35 detenuti. Al 31 dicembre del 2020, erano presenti 53.364 ristretti, mentre nell'aggiornamento al 31 gennaio ne risultano 53.329.
L'unico dato positivo è che, sempre rispetto al mese precedente, risultano quattro bimbi dietro le sbarre in meno. La diffusione del contagio, invece, rimane stabile. Sono 495 detenuti e 597 agenti penitenziari positivi al Covid 19. Numeri stazionari, ma non sono riassicuranti visto che i focolai all'interno delle carceri vanno e vengono.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Parla Rita Bernardini. "Accolgo con favore la proposta del Pd di riforma dell'ordinamento penitenziario, avevamo un dialogo aperto con l'allora guardasigilli Andrea Orlando. Mi chiedo perché abbiano dovuto aspettare Draghi". Uno dei nodi principali del nuovo governo che Mario Draghi si sta prestando a comporre è quello relativo alla giustizia.
Sì, perché se la parola d'ordine è far ripartire l'economia, la giustizia (non solo civile) è strettamente correlata. Non solo dal punto di vista repressivo, ma anche quello relativo all'esecuzione penale. Più è efficiente e tutela i diritti fondamentali, e meno si hanno ricadute disastrose nel nostro tessuto economico.
di Paola Federico
ondanews.it, 11 febbraio 2021
Siglato fra Ministero della Giustizia-Dap e l'Associazione Percorsi, un protocollo di intesa per la diffusione, all'interno degli istituti penitenziari, del Programma di educazione alla pace, ideato dalla The Prem Rawat Foundation. All'interno delle carceri saranno trasmessi video-corsi, composti da dieci sessioni, sui temi, fra gli altri, della pace, della dignità, della capacità di scegliere, cui seguiranno momenti di riflessione individuale e di discussione con il coordinamento dell'Associazione Percorsi. Si tratta di un Programma già utilizzato con successo a livello internazionale come strumento di riabilitazione nelle strutture carcerarie di diversi paesi nel mondo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Prescrizione, Csm, carcere: temi troppo divisivi, maggioranza già instabile. Mario Draghi è concentrato sul Recovery. Priorità doverosa, ma necessaria anche politicamente. Certo il futuro premier non può pretendere di riconciliare i partiti sulla giustizia. Non su prescrizione, Csm, separazione delle carriere o carcere.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 febbraio 2021
Impossibile pensare di rilanciare il Paese relegando ad un fatto secondario la giustizia penale. A dirlo è Vittorio Manes, professore ordinario di diritto penale all'Università di Bologna, che al Dubbio ricorda come non sia solo la giustizia civile ad incidere sull'economia e la ripresa dell'Italia: "La giustizia penale - spiega - coinvolge e travolge diritti fondamentali, dei singoli, e spesso ha conseguenze incapacitanti ed esiziali anche per le imprese". E sulla prescrizione ricorda: "È un istituto di civiltà giuridica che garantisce un preciso equilibrio nei rapporti tra cittadino e Stato".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 11 febbraio 2021
È forse giunto il tempo di distogliere lo sguardo dalle miserie umane e istituzionali compendiate nel noto libro di Palamara e tornare a una discussione meno intralciata da singoli destini e minute controversie al limite, qualche volte, del pettegolezzo. La virata non è né facile, né si può negare che si presti a qualche sospetto da parte dei girondini di turno ora a caccia di scalpi. Tra l'altro, l'azione di bonifica è appena iniziata sia in sede disciplinare (Csm) che deontologica (Anm) e ci vuole pazienza, ma è innegabile che già se ne intuiscono gli inevitabili limiti.
Per carità, non è poca roba. Ma non si può fare a meno di constatare che - salvo un paio di casi, uno dei quali connesso a una scabrosa, quanto controversa vicenda personale - a rotolare nel canestro sembrano destinate poche teste coronate e molte terze e quarte file della magistratura italiana. I clientes, per intendersi, quelli più adusi alle lusinghe dei potenti e, ora, più esposti alla minuziosa rilettura di grappoli di chat. Mentre i boss stanno in disparte, si godono posti di prestigio lucrati, spesso, senza passare dall'infido Whatsapp del reprobo e attendono furbescamente, come giunchi sulle rive del fiume agitato, che passi la piena.
Certo sovviene alla mente il fatto che già da tempo i più avveduti complottisti prediligessero Telegram e non si può escludere che risalenti origini e oblique propensioni abbiano indotto altri persino ad adoperare i più tradizionali pizzini. Quale che siano state le mille forme delle interlocuzioni clientelari è del tutto evidente che solo una parte del fondale fangoso è stata smossa e che troppi "scampati" attendono che l'acqua torni limpida e meno perigliosa per riprendere a dipanare le proprie trame.
Un'operazione di risanamento, quella in corso su vari fronti, inevitabilmente destinata a un drenaggio incompleto delle scorie venute a galla e che pone l'urgenza di comprendere se quanto accaduto sia il frutto di un'occasionale inquinamento delle pure e limpide acque dell'associazionismo togato, ovvero se a essere contaminate siano state le falde più profonde dell'ordine, le sorgenti stesse della vita associativa e, con esse, purtroppo, le fonti della giurisdizione.
Perché, a ben guardare, resta una cifra oscura in tutta questa vicenda: sinora chat e conversazioni sono state prese in esame volgendo lo sguardo in modo pressoché esclusivo alle carriere e alle connesse faide. Il J'accuse di Palamara, nello stesso titolo del libro (Il Sistema), è uno squarcio nel drappo pesante che celava la costruzione e la gestione di queste carriere. Ma non è ancora chiaro quale riflesso tutta questa convulsa azione clientelare abbia potuto avere nella gestione di indagini e processi.
In fondo, ma non troppo, ai cittadini potrebbe anche non interessar nulla di come Caio sia divenuto procuratore o Tizio presidente, purché siano resi sicuri che i protocolli delle nomine non abbiano avuto e non avranno alcuna incidenza sui loro processi e sulle loro vicende. Non sarà certo la magistratura l'unico ramo di quel lago opaco che è la pubblica amministrazione italiana in cui troppi dirigenti e capibastone hanno provenienze improbabili di origine politica, massonica o legate a consorterie varie.
Di questo profilo ovvero dell'inquinamento della giurisdizione, in queste settimane, si discute poco o nulla. Certo si è scoperto che esistono cordate di pubblici ministeri, appartenenti alla polizia giudiziaria e giornalisti che prendono in carico i propri nemici, interni ed esterni, per abbatterli. Fatto inquietante - noto a tutti da anni con tanto di nomi e cognomi - rispetto al quale però nessun provvedimento legislativo o organizzativo è stato mai seriamente messo in campo, perché il Cerbero ha tre teste tutte capaci di azzannare e far male a chiunque.
Ma non basta. A sprazzi, e con molta cautela, emergono nel racconto del ripudiato Palamara anche le interferenze di certi magistrati su certi processi, la costruzione artefatta delle fonti di prova, le manipolazioni investigative, le complicità poliziesche. Il tutto pare giustificato da una sorta di stato di belligeranza della corporazione con settori della politica che, ahimè, costringeva quelle toghe a una certa disinvoltura. Ma come stare tranquilli che i solerti regicidi e tirannicidi non fossero disposti anche a tagliar gole a qualsiasi altro malcapitato non è ben chiaro.
Messo da parte l'intento nobile che ispirava i novelli Bruto, resta forte l'impressione di un uso improprio della giurisdizione, di una confidenza disinvolta con l'obliquità, della giustificazione postuma di un atto non consentito. Dopo l'assassinio Bruto tessé un discorso di grande rilievo: "Preferireste voi Cesare vivo e noi tutti morire come schiavi, oppur Cesare morto, e tutti liberi? Ma fu troppo ambizioso, ed io l'ho ucciso. Lacrime pel suo amore, compiacimento per la sua fortuna, onore al suo valore, ma morte alla sua sete di potere!" (W. Shakespeare, Giulio Cesare, atto III, scena II).
Sappiamo com'è andata a finire dopo il discorso di Antonio e quanto lieve peccato sia stata considerata l'ambizione di Cesare. Parimenti nessuna abiezione politica o morale può giustificare l'esercizio improprio della giurisdizione. Ci saranno pur altre storie, altre vite, altre vittime che hanno pagato la stessa colpa di Cesare. Ma non è lecito attendersi che il racconto del magistrato vada oltre. Ha già troppi impicci perché sia lecito pretendere che ammetta fatti di reato ancora nascosti di cui potrebbe essere stato parte o che potrebbe aver subito e non denunciato. Troppo poco perché possa trovare una risposta tranquillizzante la domanda "ma se hanno liquidato Mevio o Sempronio perché non dovrebbero averlo fatto altre volte?".
La questione resta lì sul tappeto, in tutta la propria inquietante dimensione etica e giuridica, ma inesplorata. Eppure questo interessa, eccome, i consociati i quali avrebbero il diritto di sapere se - sia pure occasionalmente e sia pure a macchia di leopardo - quella separazione tra coniugi, quella causa di risarcimento, quella lite condominiale, quella denuncia o quel fallimento abbiano visto agire la consorteria clientelare venuta a galla in queste settimane o altre omologhe. La linea di galleggiamento del sistema giudiziario è alle soglie dell'affondamento, a dispetto delle centinaia di toghe oneste, capaci e laboriose che, comprensibilmente, vorrebbero che tutto questo passasse in fretta per tornare a lavorare e rendersi utili al paese.
Ma il corpo morale della magistratura è inscindibile dal suo corpo istituzionale perché interamente costruito sulla fiducia dei cittadini e sul credibile esercizio di una enorme autonomia e dell'indipendenza. Se il corpo morale imputridisce per una cancrena circoscritta, ma non sanata, anche il corpo istituzionale rischia di soccombere. Ma di questo discuteremo un'altra volta abusando della pazienza di queste pagine.
di Linda Laura Sabbadini
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Oggi il raptus di gelosia di cui ci capita di sentir parlare sui media o nei tribunali, in occasione di un femminicidio, è un retaggio di una cultura arcaica che pone di fatto un'attenuante culturale.
Pregiudizi. Stereotipi. Molto diffusi nella nostra società. Non sempre li riconosciamo, eppure spesso li trasmettiamo. La verità è che non sono eliminabili. Ognuno di noi può esserne veicolo, anche inconsapevole. Ma possono causare danni gravi, perché riproducono ingiustizia e discriminazione, si trasformano in catene culturali nefaste, limitano percorsi di libertà.
E allora dobbiamo porvi attenzione. Ancora di più se lavoriamo e agiamo in contesti cruciali come aule dei tribunali, scuole o mass media. C'è un'unica strada per prendersi cura degli stereotipi: esserne consapevoli, imparare a riconoscerli e a prevenirli, perché ci sono alcuni più di altri che possono pagarne le conseguenze come le donne, le persone Lgbt e tutte le minoranze, etniche, religiose e non. Voglio ricordare due date, il 19 maggio 1975 e il 5 agosto 1981. Vi chiederete il perché. Il 1975 è l'anno del nuovo diritto di famiglia.
Con quella legge, una pietra miliare della nostra legislazione, si abroga il "diritto" ad avere rapporti sessuali con la propria compagna anche se non consenziente. Fino a quel momento in Italia vigeva formalmente la cultura del possesso e non quella del rispetto. E, in fondo, non è un tempo poi così lontano. Fino al 1981, invece, esisteva un articolo del codice penale che puniva con il carcere da 3 a 7 anni chi uccideva la propria moglie o la propria compagna a seguito di un adulterio, e la ragione di una pena così mite era il riconoscimento dello "stato d'ira" determinato dall'offesa all'"onore".
Oggi il raptus di gelosia di cui ci capita di sentir parlare sui media o nei tribunali, in occasione di un femminicidio, è un retaggio di una cultura arcaica che pone di fatto un'attenuante culturale. Corte di Cassazione e Corte Costituzionale nelle loro sentenze hanno più volte messo in guardia dai retaggi di cultura arcaica presenti nel nostro Paese. È importante comprendere che la battaglia dei diritti è prima di tutto una battaglia culturale.
Se non cambia la cultura, i diritti rimangono formali e non diventano sostanziali, non vivono nella quotidianità e ostacolano il raggiungimento dell'uguaglianza. L'articolo 3 della Costituzione è proprio lì ad indirizzarci. Per questo è essenziale la consapevolezza di ognuno di noi, per evitare di essere un anello nella catena di trasmissione di pregiudizi che limitano la libertà e l'inviolabilità delle donne, e di tutte le minoranze.
Per questo è urgente che si sviluppi una educazione ai diritti, alla parità, alla cultura del rispetto che è diametralmente opposta a quella del possesso, all'autonomia finanziaria, alla cura, alla corretta gestione delle relazioni, fin dalla più tenera età, nelle famiglie e nella scuola.
Aggiungo un ultimo dato su cui riflettere. Esiste una regola nel nostro sistema giuridico secondo la quale si può condannare una persona avendo solo come prova la testimonianza della vittima, e sulla base di un vaglio adeguato e di una valutazione del giudice, qualunque sia il reato. Viene usata nei casi di rapine, di furti, di spaccio di droga. Eppure, quando si arriva alla violenza contro le donne, soprattutto se l'abusante e il maltrattante è suo marito, questa norma vale molto meno. Chiediamoci il perché.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Dalla "gelosia morbosa" all'impulso sessuale "irrefrenabile". Una bara bianca e un cuscino di roselline rosa. Roberta Siragusa, 17 anni, è stata sepolta così, nel cimitero di Caccamo, in Sicilia. Pietro Morreale, 19 anni, il suo assassino, è in carcere.
Nell'ordinanza che ha portato all'arresto di questo giovanissimo e spietato killer, c'è scritto più volte che sarebbe stato mosso "da una fortissima gelosia". E per gelosia dunque Morreale l'avrebbe bruciata viva e buttato il suo corpo in una scarpata quella gelida notte tra il 24 e il 25 gennaio. Parole che pesano. Soprattutto se scritte in un atto giudiziario che costituirà poi l'ossatura di tutta la vicenda processuale di questo femminicidio.
Come se la gelosia, parola che in questo inizio del 2021 già insanguinato dall'omicidio di cinque donne da parte dei loro partner o ex, viene citata dietro ognuna di queste vite spezzate, potesse costituire un movente, o addirittura un'attenuante per gli autori di questi delitti. Perché "gelosia" (spesso seguita da aggettivi come incontenibile, morbosa, patologica) è una parola-spia di quanto nelle nostre aule dei tribunali, resistano pregiudizi e stereotipi contro le donne.
Uccise non da lucidi killer, ma da maschi "accecati" ora dalla gelosia, ora dalla rabbia, in re-azione a un loro comportamento: una separazione, una nuova relazione. "La nostra cultura è intrisa di sessismo e anche una parte della giustizia, di conseguenza, lo è", denuncia Paola Di Nicola, magistrata, che a questo disvelamento ha dedicato un libro fondamentale, "La mia parola contro la sua".
"Il pregiudizio contro le donne porta spesso i giudici ad attenuare le condanne perché la violenza viene letta non come pura sopraffazione, ma come reazione a un comportamento della vittima. Il famoso "raptus" ad esempio. O l'impulso sessuale. Uno studio del Ministero della Giustizia rileva che nel 70% delle sentenze dei femminicidi vengono concesse le attenuanti, è davvero un dato che fa riflettere".
Infatti. Nella lotta che sembra a volte perduta contro la violenza maschile, analizzare cosa accade nei tribunali è diventato, oggi, un punto centrale. Può aiutarci a capire la resistenza delle donne italiane nel denunciare. Secondo il report della Polizia di Stato "Questo non è amore" del 2019 nel nostro paese ogni giorno 88 donne sono vittime di violenza. Ma di questa persecuzione soltanto poco più del 10% dei casi si trasforma in una denuncia".
La commissione d'inchiesta sul femminicidio del Senato sta ultimando un'indagine su oltre 200 sentenze per comprendere le cause dei femminicidi. E sono recentissimi i dati di una ricerca dell'università della Tuscia, in collaborazione con "Differenza Donna" che ha dimostrato come nella rappresentazione giuridica della violenza di genere ci siano tre "pregiudizi" ricorrenti: la lite familiare, la gelosia e il raptus. Per spiegare in che cosa consista il sessismo giudiziario, Paola Di Nicola fa l'esempio di alcune sentenze.
La prima riguarda un femminicidio avvenuto a Genova nel 2018, in una coppia dell'Ecuador. La difesa afferma che l'uomo non avrebbe "agito sotto la spinta di un moto di gelosia fine a sé stesso, ma come reazione al comportamento della donna, che l'ha illuso e disilluso nello stesso tempo, con la promessa di un futuro insieme. Tale contesto, giustifica, la concessione delle attenuanti generiche". Dunque, in sostanza, sottolinea Paola Di Nicola, "questo femminicidio è stato in un certo senso provocato dalla vittima stessa".
È incredibile ma è così. Un secondo caso riguarda il processo a due stupratori di Viterbo, esponenti del gruppo neofascista di Casapound, Francesco Chiricozzi e Riccardo Licci, che nel 2019 picchiarono e violentarono per ore una ragazza conosciuta in un pub. Nella sentenza vennero applicate le attenuanti generiche. Semplicemente perché i due ventenni "avevano riaccompagnato a casa la ragazza" e per i giudici questa sarebbe stata "conferma della loro inconsapevolezza del rilievo penale della loro condotta... non determinata da dispregio della persona, ma da impulsi esclusivamente sessuali".
"Qui, addirittura - dice Di Nicola - ci troviamo di fronte a due aggressori inconsapevoli di compiere uno stupro". La terza sentenza riguarda un caso di maltrattamenti. Nonostante 9 referti di pronto soccorso il tribunale di Torino, nel 2017, assolve un uomo che picchiava e terrorizzava la moglie, affermando che in più occasioni questa si era difesa, quindi, evidentemente "non era in stato di prostrazione fisica e morale".
Conclude Paola Di Nicola: "La violenza sulle donne bisogna saperla leggere. È fondamentale che tutti coloro che operano in questo settore siano formati, altrimenti nei tribunali continuerà ad agire lo stereotipo culturale per cui quello stupro, quelle botte sono la reazione a un comportamento della vittima. Gli aggressori vengono condannati, certo, ma ridimensionando la violenza e quindi la pena. O addirittura, in certi casi assolti. Ma c'è anche una parte importante della magistratura impegnata ogni giorno a disvelare nelle aule questi limiti per superarli".
di Marco Lignana
La Repubblica, 11 febbraio 2021
Due anni fa a Genova l'aggressione a un giornalista di Repubblica durante una manifestazione. Il giudice decide una pena soft: 40 giorni. "Ma adesso risarciscano i danni alla vittima". Lui: "Mi aspettavo di più". La mano ancora non è posto. Non lo sarà mai. Impossibile compiere i gesti quotidiani più banali, aprire una bottiglia, tenersi alla maniglia sul bus. Faticoso lavorare, battere le dita operate due volte sulla tastiera del pc. Poi c'è la tensione nervosa, lo stress accumulato in un anno e mezzo. Soprattutto dopo le udienze, quando "sembrava che il colpevole fossi diventato io. Colpevole di aver fatto il mio lavoro, di essere dove deve stare un giornalista".
Invece un giudice ha messo un primo punto fermo sulla brutale aggressione del cronista di Repubblica Stefano Origone da parte di quattro agenti del Reparto Mobile di Bolzaneto, il 23 maggio 2019 durante una manifestazione di piazza contro un comizio di Casa Pound. Tutti e quattro i poliziotti rinviati a giudizio sono stati condannati dal giudice per le udienze preliminari Silvia Carpanini. Le pene sono molto distanti da quanto chiesto dal pm Gabriella Dotto: non un anno e quattro mesi, ma quaranta giorni.
Per il giudice gli agenti erano legittimati a usare la forza durante gli scontri di piazza in un momento di tensione, e hanno percepito Origone come un pericoloso manifestante. Ma infierendo sul suo corpo a terra hanno abusato del proprio potere: non più un reato doloso, ma colposo. Quanto scritto, di fatto, nella relazione della Squadra Mobile, organo di polizia chiamato a indagare sulla stessa polizia.
Fra attenuanti generiche e riduzione della pena per la scelta del rito abbreviato, ecco spiegate le lievissime condanne: "Certo mi aspettavo di più, non mi vergogno a dire che in quei momenti ho avuto paura di morire, gridavo sono un giornalista ma nessuno smetteva di picchiare - dice Origone, rappresentato dall'avvocato Cesare Manzitti - ma è stata riconosciuta la responsabilità di un pestaggio e di questo non posso che essere soddisfatto. I poliziotti in quel momento stavano fermando un manifestante e un cronista non può che seguire da vicino un evento del genere".
Soltanto l'intervento di un altro poliziotto che conosceva personalmente Origone, il vicequestore Giampiero Bove, aveva interrotto il pestaggio, i calci e le manganellate: il referto del pronto soccorso diceva due dita spappolate, lesioni alla testa e alla schiena.
Non è finita qui, l'appello è scontato: "Leggeremo le motivazioni e ci riserviamo di impugnare la sentenza. La tesi della Procura è ben diversa da quella sposata dal giudice", premette il procuratore aggiunto Francesco Pinto. Mentre Rachele De Stefanis la legale che difende due degli agenti condannati, parla di "una sentenza pilatesca e non coraggiosa, il comportamento dei miei assistiti è stato impeccabile, l'uso della forza in quel frangente era pienamente legittimo e rispondeva ad esigenze di ordine pubblico condivise dallo stesso pm nelle sue controrepliche".
Il Gup ha stabilito anche il risarcimento dei danni morali subiti da Origone, una partita che si giocherà in sede civile. Per ora, i quattro condannati dovranno pagare 5mila euro di provvisionali. Per ordine dei giornalisti e Fnsi "si conferma che il lavoro dei giornalisti non è mai esente da rischi, ma l'esigenza di raccontare, documentare un fatto non è temeraria o imprudente, bensì fondamentale per soddisfare il diritto dei cittadini ad essere informati".
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