di Franco Mirabelli*
Il Riformista, 14 novembre 2020
Che cosa fare? Il limite di pena residua per avere i domiciliari va alzato da sei mesi a un anno, va aumentato lo sconto di pena per buona condotta. 610 detenuti positivi, più di mille in isolamento sanitario. La proroga delle misure di marzo è insufficiente. Proporremo perciò nuovi emendamenti al decreto Ristori: il governo deve dare risposte.
Adnkronos, 14 novembre 2020
"Sono disposto a unirmi all'iniziativa promossa da Rita Bernardini con uno o due giorni di sciopero della fame. Condivido interamente gli obiettivi di questa azione e partecipo volentieri alla staffetta". Lo dice all'Adnkronos Luigi Manconi, presidente dell'associazione "A buon diritto".
di Liana Milella
La Repubblica, 14 novembre 2020
Ma i detenuti protestano: "In preda al virus, mandateci fuori". Aumenta il numero di positivi, in crisi soprattutto Lombardia e Campania. La madre di un detenuto: "Capisco l'emergenza, ma anche in carcere ci sono essere umani non carne da macello".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 14 novembre 2020
Per avere un risultato serio nella lotta alla vergogna delle carceri-inferno occorre un atto di rottura, una svolta, che permetta ad almeno 20 o 30mila detenuti di lasciare le prigioni. Tutti quelli che hanno un residuo pena inferiore, diciamo, ai tre o quattro anni devono poter uscire. Subito. In modo da dare respiro ai detenuti che restano.
Immediatamente dopo bisogna lavorare a una legge di amnistia e di indulto. Poi bisogna rivedere il codice penale e procedere a una depenalizzazione massiccia. Infine rendere effettiva la legge che prevede l'arresto come extrema ratio, e quindi ridurre praticamente a zero la carcerazione preventiva. Non è un programma di utopia. È il minimo indispensabile per rientrare nella legalità e nella civiltà.
Caro senatore Mirabelli, le sue proposte a me paiono molto ragionevoli. Solo che siamo arrivati a un punto di crisi così grande, nel nostro sistema carcerario, che nessuna iniziativa ragionevole è sufficiente. Occorre un atto coraggioso. Una rottura. Io personalmente ho sempre pensato che la sinistra, in una società moderna, servisse esattamente a questo: a imprimere delle svolte nella lentezza della politica, a rompere gli schemi, a osare.
La destra forse ha più un compito legato alla conservazione, al buon senso. La sinistra ha il ruolo dell'acceleratore. La destra deve soprattutto garantire l'establishment, il ceto medio, i settori produttivi, la pace sociale. La sinistra dovrebbe aprire i conflitti e prendersi sulle spalle i problemi degli ultimi. Qui, certo, nasce una grande discussione, perché non è più chiarissimo chi siano gli ultimi, né quale sia il confine tra popolarismo e populismo, tra masse e plebe.
Ne discuteremo un'altra volta, senatore. Per ora una cosa possiamo dircela: se Marx non funziona più alla perfezione, prendiamo il Vangelo di Matteo. Si ricorda di quel passo nel quale ci invitava a visitare i detenuti e dar da mangiare ai disperati, no? Credo che oggi i disperati siano i profughi, i carcerati invece, pochi dubbi, son sempre loro. Gli stessi di allora. Sono la parte più debole e vessata della società. Sono quelle persone che vivono in condizioni inumane e per di più pagano per la mancanza totale di libertà, per lo stato di sottomissione al quale sono fisicamente costretti e per il disprezzo pubblico, espresso nei bar, nei parlamenti, in Tv, sui giornali. La sinistra può restare a guardare, può ignorarli?
Io apprezzo molto, senatore, il suo sforzo per introdurre emendamenti umani nelle leggi di un governo dominato da una forza oltranzista, illiberale (io credo reazionaria), come sono i 5 stelle. E le sono grato per questo sforzo. Lo so che ci vuole coraggio, oggi, in politica, per schierarsi a favore dei diritti degli oppressi invece di abbellirsi opprimendo i diritti. Comanda Travaglio, oggi, comanda Di Maio, aspiranti carcerieri, cacciatori di migranti.
Vedo bene che lei non si è fatto intimorire. Però, senatore Mirabelli, serve qualcosa di più. Un piano di scarcerazioni immediate che vada molto oltre quel limite di un anno di residuo pena che lei ha indicato. Almeno tre anni, senatore. Dobbiamo fare uscire immediatamente dalle prigioni 30mila persone se vogliamo avere un risultato serio, sia nella lotta alla pandemia sia nella lotta alla vergogna delle carceri-inferno. Il mio amico Gian Carlo Caselli ha definito le carceri dei Grand Hotel. Io spero che possa ripensarci, che torni al pensiero libero e moderno.
Che la smetta di inseguire Il Fatto. Ma il nostro dovere è non farci intimidire dalla propaganda di chi vorrebbe massacrare i detenuti. È anche il suo dovere, senatore. Scarcerazioni subito, dico: subito. E poi indulto, amnistia, revisione del codice penale e fortissima depenalizzazione, infine applicazione rigorosa della legge che prevede l'arresto come extrema ratio. Le carceri avranno un senso se diventeranno luoghi particolarissimi, decenti, che ospitano non più di due o tremila persone. E le ospitano per ragioni di sicurezza e di rieducazione, non di vendetta, pena, di ritorsione.
Senatore, viviamo nel 2020, i nostri nipoti ci giudicheranno per questo orrore che stiamo facendo nelle prigioni. Possibile che nel mondo politico nessuno se ne accorga o sia in grado di farsene carico? Possibile che non esista più qualcuno, come fu il senatore Gozzini, in grado di scrivere leggi umane? Possibile che Rita Bernardini, che da qualche giorno ha iniziato lo sciopero della fame, debba restare sola, solissima, quasi fosse una persona stravagante da trattare con simpatia e disprezzo? Provi a rispondere, senatore, E provi a ottenere qualche risposta anche dai dirigenti più potenti del suo partito.
P.S. Grazie, grazie, grazie a Rita Bernardini
P.S 2. Quella clausola che esclude dai benefici chi sia stato condannato per reati di mafia è discriminatoria, ipocrita e direi incostituzionale. Siamo tutti uguali di fronte alla legge, dice la Costituzione. Se una persona ha un residuo di pena di uno, o due, o tre anni, vuol dire che non è considerata pericolosa. Una persona condannata per reati di mafia resta una persona, come tutti noi. E ha i nostri stessi diritti.
di Eduardo Savarese
Il Riformista, 14 novembre 2020
Con il crescente rinvigorirsi della pandemia, riemerge il problema - mal posto e malissimo risolto - della conduzione in sicurezza delle attività giudiziarie e della celebrazione delle udienze. Mi riferirò a quest'ultimo aspetto, per le sole udienze civili.
In primo luogo, restano profondissime perplessità circa le condizioni strutturali del Palazzo di Giustizia napoletano, sviluppato in verticale su circa 30 piani, al Centro Direzionale. Perplessità serie, riguardanti l'areazione e l'uso necessario degli ascensori, sulle quali, ad oggi, nessuna specifica e argomentata rassicurazione è stata fornita, nonostante ci attendano i mesi più duri della pandemia e l'attivazione del riscaldamento dei locali.
In secondo luogo, proprio per ridurre l'affluenza di pubblico in Tribunale, il legislatore ha pensato di prorogare al 31 dicembre 2020 l'utilizzo della trattazione scritta (uno scambio di note fuori udienza: nessuno più si guarda e si parla) e il ricorso alla connessione da remoto (col dispositivo in uso ministeriale Microsoft Teams) per la quale, con soluzione tardiva ma di buon senso, si è stabilito che non sia necessario, per celebrare un'udienza valida, che il giudice sia fisicamente in ufficio (se la ragione è la sicurezza, lavoreranno in sicurezza i giudici, gli avvocati e le parti. E, speriamo, il personale amministrativo, poiché ora, cioè a distanza di mesi, si sta implementando lo smart working per quel personale. Incredibile: come se la ripresa della pandemia in autunno fosse evento imprevedibile prima dell'estate).
La terza considerazione riguarda l'utilizzo dell'udienza da remoto: non c'è che dire, è un mezzo non neutro. Voglio dire che soppiantare il contatto fisico e la discussione orale con la presenza mediata dagli schermi dei computer implica mutazioni significative della percezione della realtà che andrebbero studiate con grande rigore, se vogliamo che diventino soluzioni stabili e non solo eccezionali. Ma anche a volerle utilizzare come soluzione eccezionale, resto semplicemente basito per il fatto che, dopo lo scompiglio di marzo e aprile - con una politica della giustizia sostanzialmente inesistente - dopo l'estate, dopo la ripresa di settembre, ancora non sia stata valutata una regolamentazione scritta, uniforme e generale della celebrazione dell'udienza da remoto, in un apposito decreto legge oppure attraverso una modifica integrativa delle norme del codice di procedura civile.
La cosa ancora più sconcertante è che a questo disordine mentale, politico e normativo ci stiamo abituando in uno scivolamento inconscio verso la salvaguardia della nostra pelle (più che legittima aspettativa di tutti, intendiamoci) che non è più in grado di rivolgere uno sguardo d'insieme e storicizzante su quanto sta accadendo.
E di tutti i bei dibattiti che insorsero in primavera - l'equo processo, la celebrazione pubblica dell'udienza, l'articolo 6 della Convenzione europea - si smarriscono le già evanescenti, sulfuree tracce. In questo clima di smarrimento ci siamo tutti: ogni giorno ho la sensazione di un mondo - quello della giustizia - abbandonato a se stesso, un vascello fantasma in cui avvocati e giudici e personale amministrativo navigano alla giornata e a vista. Faccio un esempio concreto e significativo: l'attuale normativa (articolo 221 della legge 77/2020) prevede che il giudice civile possa stabilire d'ufficio (cioè senza richiesta di parte) la trattazione scritta, mentre per la connessione da remoto ha bisogno di un'istanza di parte.
Ebbene, finora non ho ricevuto un'istanza di parte in tal senso. Tuttavia, quando poi in udienza chiedo se vada bene celebrare l'udienza da remoto, quanto meno per scambiarsi contestualmente e oralmente due parole, per fare il punto, per realizzare insomma il contraddittorio pur se attraverso gli schermi di un computer, gli avvocati hanno sempre aderito con entusiasmo. Insomma, non sappiamo bene chi deve fare cosa, a chi piaccia e a chi dispiaccia, come se tutto fosse precipitato nel prodursi incerto, quasi omertoso di una prassi quotidiana.
Anche questo prostra psicologicamente le categorie. E se avessimo una classe politica, anche a questo penserebbe: la giustizia è stata, ancora una volta, lasciata a se stessa, senza una programmazione seria che, certamente per il settore civile, sarebbe stata possibile quanto meno a partire da maggio e avrebbe anzi fornito un esempio di azione amministrativa efficace e, soprattutto, giusta. Non si tratta di Napoli, Milano o Reggio Calabria: si tratta della conduzione giusta della giustizia civile in Italia, in un tempo eccezionale che probabilmente lascerà tracce non provvisorie. Ma la giustizia giusta non è preoccupazione - a quanto pare - "sistematica".
di Concetto Galati*
varesenews.it, 14 novembre 2020
La situazione nelle carceri è oggi particolarmente critica in ragione della crescita esponenziale della diffusione del virus: il Consiglio d'Europa, l'11 novembre, ha pubblicato uno studio che colloca l'Italia fra i Paesi con il maggior numero di contagi fra i soggetti ristretti; i dati ufficiali del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, aggiornati all'8 novembre, riferiscono di 537 reclusi e 728 operatori contagiati.
La seconda ondata pandemica si abbatte, invero, su un sistema in crisi ormai da tempo, connotato da criticità che determinano un'insostenibile sospensione delle più elementari esigenze umane: spazi angusti, strutture fatiscenti e ricolme oltre la capienza tollerabile, inevitabile promiscuità, degrado diffuso, inattività coatta per l'endemico difetto di risorse.
In base ai risultati dei rapporti Space I (statistiche annuali, relative alle detenzioni nelle istituzioni penali), l'Italia si è negli ultimi anni costantemente collocata, con riferimento al problema del sovraffollamento carcerario, nelle ultime posizioni in relazione ai quarantasette Stati che aderiscono al Consiglio d'Europa, con una percentuale di detenuti non destinatari di una sentenza definitiva e di suicidi al di sopra della media europea.
Al sovraffollamento si aggiungono altre problematiche, come emerge dalla recente indagine di Associazione Antigone (v. XV e XVI Rapporto sulle condizioni di detenzioni, 2019 e 2020) e avente ad oggetto più della metà degli istituti penitenziari nazionali: il riscaldamento, nei mesi invernali, è risultato non funzionante nel 7% dei casi, mentre l'accesso all'acqua calda sanitaria, per il malfunzionamento delle caldaie, sarebbe "non garantito" nel 35% degli istituti, fra cui le più grandi carceri del Paese; la maggioranza degli istituti penitenziari non ha una doccia all'interno della cella e consente di usufruire delle docce in sezione "a turni", in molti casi solo una volta a settimana e in locali comuni spesso ammuffiti e insalubri; in molti carceri il numero settimanale di ore di presenza dei medici per cento detenuti è minimo e inidoneo a garantire le richieste di assistenza; la presenza di psichiatri e psicologi non è adeguata a far fronte a un disagio psichiatrico diffuso, dato che oltre un quarto dei detenuti assume una terapia psichiatrica.
La quotidianità della vita detentiva è inoltre connotata da sedentarietà, immobilismo e ozio forzato: "negli istituti visitati solo un terzo delle persone detenute lavora (il 28,8% alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria e solo il 4,2% alle dipendenze di altri soggetti), il 4,6% segue dei corsi di formazione professionale (nel 38,6% degli istituti non risultano attivati corsi di formazione professionale) e il 26,5% è coinvolto in un qualche corso scolastico".
Occorre a questo proposito ricordare che, nel 2013, con la sentenza Torreggiani e altri c. Italia, la Corte europea ha accertato la violazione dell'art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (Divieto di tortura, trattamenti o pene inumane e degradanti), constatando la sussistenza di "un problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario".
Difetti strutturali a cui il legislatore non è mai stato in grado di porre rimedio e che hanno reso le carceri nazionali un contesto ideale per una diffusione massiva del contagio. Ciononostante, a fronte di una pandemia inedita per gravità ed estensione, potenzialmente in grado di produrre effetti devastanti sulla popolazione ristretta, nel corso della c.d. "prima ondata" si è optato - con il d.l. 17 marzo 2020, n. 18, c.d. "cura Italia", convertito con modificazioni dalla l. 24 aprile 2020, n. 27 - per soluzioni blande, temporanee e di limitata portata applicativa. A fronte di una iniziale e comunque insufficiente riduzione della popolazione carceraria, vi è stato, a partire da fine luglio, un nuovo aumento dei soggetti ristretti.
Il problema delle condizioni di detenzione e del rischio di una incontrollata diffusione del virus si ripresenta oggi con tratti ancor più drammatici e il Governo, ancora una volta, ha scelto di adottare iniziative che assumono le sembianze del palliativo o, meglio, del rattoppo temporaneo a una falla che richiederebbe interventi di ben più ampio respiro.
Con il d.l. 28 ottobre 2020, n. 137, c.d. decreto "Ristori", infatti, sono state adottate misure analoghe a quelle previste a marzo 2020, salvo qualche differenza che non consente certo di prevederne una maggiore portata: per i limiti applicativi delle disposizioni normative, per l'impossibilità materiale della magistratura di sorveglianza di operare al ritmo del contagio, per la mancanza di un numero sufficiente di dispositivi elettronici di controllo, per i problemi di organico, per l'assenza di spazi adeguati all'isolamento dei detenuti che giungono dall'esterno, per gli standard igienici degli istituti, per i difetti strutturali che rendono particolarmente difficili le condizioni dei detenuti più vulnerabili.
Assistiamo a una crisi che mostra, plasticamente, quanto abbia inciso sul carcere il sostanziale abbandono della complessiva riforma dell'ordinamento penitenziario, le cui linee essenziali erano già state definite a seguito dei lavori degli Stati Generali dell'esecuzione penale (2015-2016) ed erano confluite nella c.d. "riforma penitenziaria Orlando".
Il legislatore, di contro, ha privilegiato iniziative securitarie di breve respiro, antitetiche rispetto ai principi costituzionali e sovranazionali in materia di funzione ed esecuzione della pena. Un problema culturale, prima che normativo, che ha fatto sì che ogni sforzo di innovazione rimanesse solo sulla carta, con il drammatico effetto di perpetuare la permanenza nell'illegalità della fase esecutiva della sanzione penale.
Il carcere è in tal modo divenuto "waste land", una "terre gaste" dove il diritto alla salute cede innanzi a indefinite istanze di sicurezza della collettività, dove il passato criminale del detenuto è anche presente e futuro, dove non conta il percorso individuale seguito dopo la condanna, dove non vi è spazio per l'affettività, dove non vi è possibilità alcuna di riscatto, dove il concetto stesso di "speranza" perde ogni contenuto semantico. Quelle descritte sono condizioni che costituiscono, evidentemente, una negazione della dignità umana, parte integrante di un patrimonio di civiltà che trova riscontro e conferma nella Costituzione e nella Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo.
L'importanza di tali principi appare oggi ancor più evidente e mette in luce l'impellente necessità di misure immediate ed efficaci per contrastare l'avanzata del contagio ed evitare che ciò si traduca in un insostenibile aggravamento delle condizioni di detenzione.
L'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane ha a tale proposito, con il comunicato del 9 novembre 2020, rivolto il condivisibile invito al Parlamento "ad emanare l'amnistia e l'indulto, parole oggi impronunziabili", ma che nel momento attuale, più che in ogni altra situazione, troverebbero giustificazione. Nel suddetto documento sono state anche individuate una serie di soluzioni, tutte praticabili, per far fronte immediatamente all'emergenza. Rimedi di urgenza allo stato attuale irrinunciabili, ma che soli non bastano.
La pandemia ha sollevato il velo sulle condizioni del sistema penitenziario nazionale, sulle sue risalenti fragilità e sugli effetti di scelte politico-legislative incapaci di valutazioni prospettiche, rendendo evidente la necessità di una riforma complessiva che sappia incidere in maniera duratura sull'esecuzione penale, dando concreta attuazione al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena.
*Avvocato, docente di Diritto processuale Università Carlo Cattaneo - Liuc
Il Sole 24 Ore, 14 novembre 2020
Nelle zone rosse gli spostamenti per fare visita alle persone detenute in carcere sono sempre vietati, non essendo giustificati da ragioni di necessità o da motivi di salute. In tali casi i colloqui possono perciò svolgersi esclusivamente in modalità a distanza mediante apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o tramite telefono, anche oltre i limiti stabiliti dalle norme dell'ordinamento penitenziario.
Nelle zone arancioni tra le 5 e le 22 gli spostamenti e dunque le visite sono consentiti, ma solo in ambito comunale. In queste zone non sono infatti possibili gli spostamenti fra comuni. Nelle zone gialle visite tra le 5 e le 22. Anche in queste due zone i colloqui possono svolgersi anche in modalità a distanza.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 14 novembre 2020
L'emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 ha, come mai nessun evento dal dopoguerra ad oggi, duramente colpito il nostro Paese e le ripercussioni hanno coinvolto ogni ambito e settore della vita dello stesso: dal punto di vista lavorativo, le restrizioni sugli spostamenti dei cittadini hanno creato il terreno fertile per compiere finalmente quel decisivo passo verso una completa transizione digitale nell'ambito della Pubblica Amministrazione. In altre parole, la pandemia è stata l'occasione per promuovere il c. d. smart working e per digitalizzare i processi burocratici.
Sembrerebbe questa, dunque, l'unica ed isolata buona notizia legata alla pandemia, se non fosse che l'opera di digitalizzazione ha coinvolto in maniera indiscriminata ogni settore della Pubblica Amministrazione, compresa la giustizia penale, ambito, tuttavia, assolutamente peculiare rispetto agli altri, in cui operano ed emergono, infatti, prerogative e diritti che coinvolgono la persona nella sua sfera più intima e delicata: la libertà personale.
In questo senso, la possibile trasformazione del processo penale in un mero rito cartolare pone inevitabilmente in serio pericolo le garanzie difensive alla base del sistema penale italiano, ambito nel quale il contraddittorio ed il dialogo fisico tra le parti - Giudice, Pubblica Accusa, Difensore e imputato - costituiscono elemento imprescindibile ed insostituibile.
La questione, già ampiamente dibattuta durante la prima fase dell'emergenza sanitaria, è riemersa in questi giorni alla luce di quanto descritto dal Decreto Ristori bis, che prevedrebbe, se confermato in sede di conversione - nuovamente l'eliminazione in forma fisica delle figure dei magistrati e degli avvocati dall'aula, in relazione - per ora - al secondo grado di giudizio.
Una simile previsione avrebbe il fine ultimo di preparare il terreno ad un futuro completamente cartolare e, per ciò privo di oralità ed immediatezza, per il processo penale. Un simile sistema di ricerca della verità è, quindi ovviamente, collegato alla presenza fisica: come si può pensare, ad esempio, di rilevare se un teste sta dicendo la verità su un fatto, senza la presenza fisica del teste stesso?
Come già detto dallo scrivente in occorrenza della prima fase emergenziale, privare il processo penale di quei requisiti essenziali per l'accertamento della verità mina dall'interno il sistema di garanzie costruito a tutela delle parti processuali; il sistema italiano si basa, infatti, sull'accertamento della verità per il tramite della regola d'oro, come recitava l'indimenticato professor Cordero, della formazione della prova in dibattimento, di fronte dell'esame, del controesame e del riesame delle parti. Se fino a ieri si è stati attenti a non cogliere i frutti dell'albero avvelenato, a non far passar prove se non acquisite nei termini di legge, cosa accadrebbe col filtro informatico?
Un procedimento penale a distanza rappresenta, peraltro, anche la negazione della collegialità, soprattutto per l'impossibilità di vederne, in tal maniera telematica - garantita la segretezza, che è un presidio alla libertà del giudice. Sempre in questa rubrica lo scrivente si era già espresso mutuando figure care al mondo militare: concedere spazi in tempi di guerra equivale a perderli, per sempre.
Anche considerando il delicato momento storico che stiamo vivendo, il processo penale fisico non può essere sacrificato neanche a fronte dell'esigenza di ridurre il rischio di contagio: i rimedi in tal senso possono essere altri. A titolo di esempio, può essere citata la scelta di creare diverse velocità dei vari procedimenti pendenti, ritardando quelli privi dei connotati di urgenza e dando la precedenza a quelli, viceversa, urgenti. Snellire la presenza solo coi depositi telematici, in tutta Italia, senza dover subire la frustrazione di leggere circolari differenti per ogni Palazzo di Giustizia. Creare un sistema uniforme, per Legge, di ricezione, accettazione ed invio atti, come avviene per il processo civile ma salvaguardando l'oralità, tipica del penalista, ultimo baluardo ed ultimo difensore della Giustizia.
*Direttore Ispeg
Interventi a tappeto negli uffici, contagi tracciati: via Arenula mobilitata per tutelare i dipenden
di Simona Musco
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Il Ministero: il contagio della dipendente morta dopo aver contratto il Covid non è avvenuto sul luogo di lavoro. Il contagio della dipendente del ministero della Giustizia morta dopo aver contratto il Covid non sarebbe avvenuto sul luogo di lavoro.
È quanto accertato dallo stesso ministero, all'esito della mappatura dei contatti della dipendente a via Arenula, dalla quale non sarebbe emersa alcune relazione tra la sicurezza del ministero e il contagio. Smentendo, dunque, quanto sostenuto in una dura nota indirizzata mercoledì ad Alfonso Bonafede e al sottosegretario Vittorio Ferraresi, nella quale l'Associazione dipendenti giudiziari italiani denunciava una situazione di sostanziale "insicurezza", arrivando a parlare di un ambiente lavorativo "non adeguatamente garantito".
La versione del ministero è, però, decisamente diversa. E supportata da un insieme di documenti e direttive che testimoniano, sin da febbraio, le attività messe in campo per monitorare il grado di rischio di contagio negli ambienti ministeriali e le misure per il contenimento della diffusione del virus. Il tutto mentre, parallelamente, si è lavorato per garantire un accesso da remoto alle attività fondamentali per impedire un nuovo blocco della Giustizia.
Così dal 20 novembre saranno accessibili da remoto i registri civili di cancelleria del Giudice di Pace e per il personale amministrativo, in via sperimentale, anche quello ai registri di cancelleria penali. Da dicembre, invece, sarà possibile consultare da remoto il fascicolo processuale da parte degli avvocati tramite il Portale dei servizi telematici. Dal 3 novembre scorso, invece, sono già accessibili i registri di cancelleria civile Sicid (Sistema informatico contenzioso civile distrettuale) e Siecic (Sistema informatico esecuzioni civili individuali e concorsuali), "per gestire integralmente da remoto anche per il personale amministrativo le procedure civili, di lavoro, di volontaria giurisdizione, fallimentari e di esecuzione mobiliare ed immobiliare".
Per quanto riguarda il tema sicurezza, il ministero è partito da una ricognizione e rimodulazione degli spazi e delle postazioni di lavoro per garantire la distanza di almeno un metro tra ogni dipendente, così come per gli spazi comuni, imponendo ferree limitazioni all'accesso e sistemi di rilevazione della temperatura automatici ed a distanza.
Tutto è descritto in una serie di atti, firmati dal capo dipartimento dell'organizzazione giudiziaria Barbara Fabbrini, che ha puntato tutto su prevenzione e smart working, relazionando passo passo le disposizioni studiate per contenere il virus. Contro il quale il ministero ha messo a disposizione 24,8 milioni di euro, destinati all'acquisto di mascherine, termo-scanner, barriere "para-fiato", gel igienizzanti e interventi di pulizia straordinaria e sanificazione. A questo investimento si aggiungono "una decisa spinta sulla digitalizzazione" e assunzioni, sia sul piano amministrativo sia sul piano dell'immissione in ruolo di nuovi magistrati. Una spesa finanziata, in parte, grazie al "fondo" di 31 milioni ottenuto dal ministro con il decreto "Rilancio".
Il dipartimento, dal canto suo, ha imposto regole ferree, abolendo le riunioni in presenza e acquistando, complessivamente, 370.800 mascherine chirurgiche - 18.700 delle quali distribuite agli uffici giudiziari più in difficoltà -, una per ogni giorno di presenza in ufficio per ogni dipendente. Dispositivi ai quali si aggiungono 42 tute- presidi medici sanitari in caso di necessità. Il ministero ha puntato tutto sulla sanificazione - inesistente, secondo l'Adgi, che parla di un semplice lavoro di pulizia ordinaria.
Stando alle relazioni fornite da Fabbrini al ministero, sin dall'inizio dell'emergenza sono stati però utilizzati disinfettanti chimici a base di candeggina o cloro, solventi e etanolo al 75%, così come indicato dal ministero della Salute, dopo l'uso dei normali prodotti di detersione. Così, ogni giorno, vengono sanificate le postazioni di lavoro, sale riunioni, corridoi e scale, con particolare attenzione a corrimano, maniglie finestre corridoi, maniglie, porte antipanico, tastiere, stampanti, corridoi, impianti elevatori, aree break e servizi igienici, igienizzati minimo tre volte al giorno.
A ciò si aggiunge l'autorizzazione ad un consistente numero di interventi straordinari in caso di dipendenti positivi. E dall'inizio dell'emergenza sono stati almeno 15 gli interventi aggiuntivi, con l'ultima sanificazione dell'intero stabile risalente all' 8 novembre. È stata assicurata, inoltre, anche la pulizia e sanificazione di tutte le autovetture di servizio in uso all'amministrazione centrale. Ma non solo: sono stati acquistati e resi disponibili paratie "para-fiato" in plexiglass, piantane per gel igienizzante, termometri no contact ad infrarossi e visiere.
A ciò si aggiunge lo smart working, da svolgersi nelle "percentuali più elevate possibili", in misura anche superiore al 50%. Obbligatorio, inoltre, differenziare l'orario di ingresso e di uscita del personale. Ma non solo: da settembre il ministero ha avviato la distribuzione di circa 16.000 personal computer portatili per consentire al personale amministrativo degli uffici giudiziari di accedere da remoto ai registri di cancelleria.
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Matteo Renzi, intervenuto ieri al dibattito on line delle Camere penali sulla giustizia: "C'è una divisione della magistratura che mi preoccupa, credo sia maturo il tempo di approfondire meglio l'argomento della separazione delle carriere e vedere come procedono oggi le carriere".
"Capisco che parliate di separazione delle carriere, penso sia maturo il tempo per approfondire meglio questo argomento ma bisogna capire come procedono le carriere oggi. Visto cosa abbiamo visto nelle correnti della magistratura, dire che un unico magistrato è responsabile unico di cosa e accaduto nel Csm è una impostazione ipocrita e farisaica".
A dirlo è Matteo Renzi, intervenuto ieri al dibattito on line delle Camere penali sulla giustizia. Il leader di Italia Viva ha evidenziato la "assoluta necessità" della classe politica di fare i conti con lo stato della Giustizia, per mettere al centro dell'agenda non soltanto una riforma, ma anche "una seria verifica di ciò che abbiamo fatto", analizzando luci e ombre di una cultura giuridica sfociata nel panpenalismo.
Ora o mai più, dice Renzi, secondo cui l'opinione pubblica ha finalmente aperto gli occhi sulle storture di una concezione idealizzata della magistratura. "Dopo decenni finalmente è chiaro per tante dinamiche che non è più vero l'assioma che ha caratterizzato un ventennio di vita repubblicana, per cui l'avviso di garanzia era una sentenza di colpevolezza e chi vi era raggiunto doveva dimettersi, anche da cittadino - sottolinea -. Durante Tangentopoli la stampa era monodirezionale. Erano rarissimi i commentatori che avevano la forza di dire "guardate che c'è lo stato di diritto".
A questo la politica ha reagito in modo sguaiato e scoordinato, con la sinistra che ha giocato di sponda con alcune procure e la destra che immaginavano riforme ad personam", aggiunge. "Il tempo è maturo per una riflessione: il mondo è cambiato, l'opinione pubblica ha compreso come non si possa accettare come verità una ipotesi di indagine.
Dall'altro c'è una divisione della magistratura che mi preoccupa, non mi fa piacere, credo sia maturo il tempo di approfondire meglio l'argomento della separazione delle carriere e vedere come procedono oggi le carriere", aggiunge.La discussione sulla Giustizia non potrà, però, non partire da un elemento oggettivo: la crisi economica causata dalla pandemia. Cosa succederà quando l'emergenza sarà finita?
"Aumenteranno le procedure per bancarotta fraudolenta di aziende che non ce la faranno. Ci saranno macerie. Abbiamo fatto processo di depenalizzazione importante - spiega -, ma abbiamo aumentato anche i limiti per alcuni reati e oggi si rischia molto di più con un reato fiscale che non con un atto contro la persona". Renzi dà dunque la disponibilità di Italia Viva ad avviare una discussione, in seno al governo, "sui danni che una cattiva giustizia fa sulle imprese", un argomento che Renzi ha intenzione di affrontare nei prossimi mesi, nel momento in cui si dovrà scrivere il nuovo contratto fra le forze di maggioranza.
"Non propongo guerre sante, non alimento tensioni ideologiche, non apro allo scontro tra politica e magistratura - conclude - ma nel contratto di governo Italia Viva si impegna a proporre un approfondimento delle questioni per togliere dal piatto ogni tipo di diatriba ideologica, per capire cosa si può migliorare. Si è distrutto realtà importanti dal punto di vista economico solo con l'apertura delle indagini e c'è una crisi economica che ci impone di guardare a questi temi con sguardo laico".
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