di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 13 febbraio 2021
I nostri processi durano un'eternità e l'appello rappresenta un collo di bottiglia che da solo "brucia" il 48% della durata totale del processo. Caro direttore, con la prescrizione il reato si estingue per decorso del tempo, non è più procedibile. Accade in tutti i Paesi, ma solo da noi fa litigare così tanto. Ciò avviene per due principali motivi.
Primo - I nostri processi durano un'eternità, il che causa centinaia di migliaia di prescrizioni ogni anno. Per cui quel che altrove funziona come rimedio fisiologico contro i pochi scarti che l'ingranaggio non è riuscito a concludere, da noi si è strutturato come fenomeno patologico. Difatti la percentuale italiana di prescrizioni è del 10/11 %, contro quella dello 0,1/0,2% degli altri paesi europei. Un vero disastro. Favorito dal fatto che solo in Italia (prima della riforma del 1° gennaio 2020) non erano previsti casi in cui la prescrizione si interrompesse definitivamente; c'erano solo sospensioni temporanee.
Secondo - La prescrizione intacca persino il principio di eguaglianza. Per "colpa" della prescrizione, infatti, coesistono nel nostro sistema due distinti codici. Uno per i "galantuomini" (le persone che appaiono, in base al censo o alla collocazione politico-sociale, "per bene" a prescindere...); l'altro per i cittadini "comuni". I "galantuomini" possono contare su difese costose e agguerrite, in grado di sfruttare le eccezioni d'ogni tipo generosamente offerte da una procedura malandata. Così, il processo può ridursi all'attesa che il tempo si sostituisca al giudice finché la prescrizione non riuscirà ad ingoiare tutto. Mentre per i cittadini "comuni", nonostante la durata biblica, il processo riesce più spesso a concludersi, segnando vita, interessi e relazioni delle persone coinvolte. Una asimmetria incostituzionale, fonte di ingiustizia e disuguaglianze. Un "doppio" processo al quale ha dato un forte contributo proprio la prescrizione "infinita" (senza mai uno stop definitivo), in quanto incentivo a far durare all'infinito certi processi, di modo che i "galantuomini" non paghino dazio. Il che consente di ritenere che non sono gli aspetti tecnici, ma l'importanza di certi interessi in gioco a scatenare la bagarre sulla prescrizione.
Le cose sono cambiate il 1° gennaio 2020, con la norma (inserita nella cosiddetta "spazza-corrotti") secondo cui la prescrizione si interrompe con la sentenza di primo grado (anche di assoluzione) fino alla sentenza definitiva. Impossibile calcolare gli effetti della riforma dopo un solo anno, anche perché nel 2020 il Covid ha stravolto tutto, causando una pesante contrazione del numero dei processi trattati.
Del tutto impossibile quindi stabilire se la riforma sia riuscita ad impattare in qualche modo sulla iniquità del "doppio" processo. Così pure è impossibile dire se avessero ragione (e in che misura) coloro che preconizzano effetti nefasti perché dopo la sentenza di primo grado si aprirebbe la prospettiva di una pendenza perpetua dei processi, non essendo più previsto un termine entro cui debbano essere conclusi, con grave pregiudizio per tutte le parti in causa.
Com'è impossibile verificare sul campo la tesi (ragionevole) secondo cui, se è vero che con la riforma alcuni processi potrebbero restare pendenti in appello per un tempo relativamente più lungo, è altrettanto vero che il rischio riguarderebbe alcuni casi soltanto e non "tutti" i processi. E sarebbe in ogni caso un rischio bilanciato dall'azzeramento dei casi in cui - con la prescrizione - la giustizia deve riconoscere il suo fallimento, negando all'innocente l'assoluzione o regalando al colpevole l'impunità.
E ciò con riferimento ai processi che sono passati al vaglio del tribunale, di regola quelli di maggior rilievo, per i quali si pone con più intensità il problema di evitare un default dello stato. La vera questione è che (in attesa della generale riforma del processo) andrebbe fatto funzionare meglio l'appello, che da sempre è il collo di bottiglia del sistema, al punto che da solo "brucia" il 48% della durata totale del processo.
Comunque sia, in base alla situazione obiettivamente data (anche per effetto del blocco Covid), a me sembra di poter concludere che la fretta e la voglia di tornare all'antico - senza possibilità di valutare in concreto il nuovo - sembrano basate su schemi ideologici precostituiti, piuttosto che su analisi concrete. Un buon motivo per dubitare della loro opportunità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Le audizioni in commissione Giustizia al Senato, dove è incardinata la riforma del processo civile, sono terminate. E il termine di presentazione degli emendamenti, fissato al 10 febbraio, è superato dalla crisi di governo che, di fatto, ha congelato ogni cosa. Ma ora si potrebbe ripartire da capo, con un nuovo piano per il Recovery che, di fatto, implicherebbe anche una nuova riforma per il processo civile, da scrivere necessariamente entro 60 giorni per rispettare il cronoprogramma europeo. Anche perché la bocciatura che arriva dalle audizioni al Senato, da Corte dei Conti, Bankitalia e authority, è sonora.
Il piano, dunque, è tutto da rifare. E ciò consentirebbe di "aggiornare" le riforme della giustizia civile e penale all'epoca post-covid magari con qualche risorsa in più - dal momento che per entrambi i disegni di legge è trascorso circa un anno dalla presentazione al Parlamento, risultando, come spiega al Dubbio il leghista Emanuele Pellegrini, componente della commissione Giustizia di Palazzo Madama, "già fuori dal tempo".
Quel che è certo, al momento, è che anche a causa delle fortissime pressioni che arrivano dall'Europa tutte le luci sono puntate sul processo civile. Così gli iter delle due riforme, pur essendo partiti contemporaneamente alla Camera e al Senato, nelle rispettive commissioni Giustizia, hanno seguito un percorso diverso, e ora è sul civile che si spingerà l'acceleratore affinché il testo vada in porto quanto prima.
Una riforma non a costo zero, e che dunque impone il ricorso ai finanziamenti del Recovery Fund (2,3 miliardi, ai quali si somma un miliardo e 10 milioni stanziati nella legge di Bilancio). Il tema principale è accorciare i tempi della giustizia, che in Italia, nel campo civile, arrivano fino a 1.750 giorni, contro i 600 della media europea, portando il debito per irragionevole durata del processo alla cifra di 327 milioni di euro al 2019.
Ma in commissione i partiti di maggioranza si sono scontrati con la Lega, che mal digeriva l'idea di non velocizzare i tempi anche per il penale. E su questo la Corte dei Conti, audita nei giorni scorsi al Senato, sembra dare ragione al partito guidato da Matteo Salvini. Aggiungendo alle riforme necessarie anche quelle sull'edilizia giudiziaria, sintomo dell'efficacia del sistema penale e della funzione rieducativa della pena, che porterebbe giovamento anche all'economia.
"Quanto all'effetto volano delle riforme normative in corso in materia di procedura civile e penale - si legge nella relazione depositata a Palazzo Madama - si rimarca la necessità di perseguire al contempo la qualità del giudizio, anche in termini di tutela dei diritti di difesa e di effettivo contraddittorio delle parti e di tutte le correlate garanzie costituzionali.
Dato tale presupposto, appare chiara la necessità di una rapida definizione del nuovo quadro procedurale in entrambi i settori, proprio alla luce dei tempi stretti concessi per il pieno avvalimento dei fondi Next Generation in funzione proattiva per il rilancio del Paese". Tradotto: puntare sui diritti, non solo sui tecnicismi, e in fretta, o si rischia di perdere il treno del Recovery. Un rischio che l'Italia non può permettersi. Ed è per questo che pensare di lasciare indietro il penale risulterebbe un grandissimo errore. Le riforme, secondo la Corte dei Conti, se portate a compimento assieme ad un aumento delle piante organiche di magistratura e personale amministrativo, "appaiono poter rispondere all'istanza di miglioramento della celerità e dell'efficienza del settore giustizia tanto rimarcata ai fini della ripresa economica del Paese anche in tempi antecedenti alla pandemia".
Ed è quindi opportuno anche ragionare sui tempi - problematici - del procedimento di selezione del personale: "Da una corretta e tempestiva gestione dei tempi delle selezioni - affermano i giudici contabili - dipende in buona parte la possibilità del raggiungimento degli obiettivi". Altrimenti, scaduto il termine del 2026 per la realizzazione del Piano, il Paese potrebbe trovarsi di fronte agli oneri restitutori senza aver efficientato la giustizia.
Ma come anticipato, secondo la relazione mancano interventi per l'edilizia penitenziaria, scelta non in conformità alle Linee guida delle Commissioni Riunite per l'adozione del Piano, "che avevano sottolineato l'emergenza di interventi edilizi per le carceri, al fine del superamento del problema ormai annoso del sovraffollamento, peraltro accentuato dalla situazione di oggettiva crisi emersa nel contesto pandemico del 2020, limitando le risorse destinate a tali fini agli stanziamenti a copertura nazionale in legge di Bilancio 2021".
E qui l'ammonimento della Corte: "La spesa per edilizia penitenziaria attiene ad una corretta gestione della fase dell'esecuzione della pena ed è essenziale per quei fini educativi che dovrebbero portare ad immettere personalità capaci di affrontare la vita civile in modo non delinquenziale una volta scontata la reclusione, con conseguenze virtuose per la creazione di un contesto di sicurezza sociale utile ed incentivare l'economia e gli investimenti".
Tornando al civile, secondo Pellegrini riscrivere la riforma sarebbe la cosa più giusta: abbracciando le critiche mosse nel corso delle audizioni dagli esponenti del mondo dell'avvocatura, della magistratura e del mondo accademico, la Lega ha invocato una riforma che non puntasse sulla revisione delle procedure, ma partisse, in primo luogo, dalla carenza di personale. "Bisognerebbe ripartire da zero - sottolinea - dando prevalenza alle richieste di avvocatura e magistratura, che però andrebbero sentite prima. La Lega punterà sicuramente su assunzioni di personale amministrativo, per fornire "manovalanza" alla giustizia affinché i fascicoli possano essere smaltiti, e sulla responsabilizzazione dei professionisti che lavorano all'interno del comparto giustizia, con una riorganizzazione delle competenze".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 13 febbraio 2021
Impunità legittimata? La riforma Bonafede è giustificata da un alto tasso di prescrizione dei reati? Falso! In Italia vigono termini di prescrizione dei reati molto alti. Qualche esempio. Corruzione:18 anni. Associazione mafiosa: da 40 anni e 6 mesi a 68 anni. Omicidio stradale: da 20 anni e 8 mesi a 33 anni.
Si avvicina il voto in Parlamento su alcuni emendamenti al Mille Proroghe che, ove approvati, sospenderebbero o addirittura abrogherebbero la sciagurata riforma Bonafede della prescrizione. Visto che tira una brutta aria per i tifosi di quell'obbrobrio sgrammaticato, ora la parola d'ordine è quella di "evitare i temi divisivi". Come si dice a Roma, la buttano in caciara.
Perciò credo sia opportuno mettere a disposizione di chiunque possa e voglia farne uso, una breve guida pratica, con alcune essenziali informazioni utili almeno a mettere a nudo le bufale travaglio-davigo-caselliane che già tornano in circolazione senza freni. Mi limito alle questioni più evidenti, e di immediata comprensione anche per i non addetti ai lavori, lasciando volutamente da parte ogni polemica ideologica o culturale tra garantismo e giustizialismo. Vediamo chi è che racconta balle in questa storia, e perché.
1. La riforma Bonafede è giustificata da un alto tasso di prescrizione dei reati, una anomalia tutta italiana che legittima l'impunità e mortifica le aspettative di giustizia delle vittime del reato. Vero o falso? Penosamente falso. In Italia, ormai da molti anni, vigono termini di prescrizione dei reati molto alti, e non di rado indecentemente alti. Qualche esempio: la corruzione si prescrive in 18 anni; l'associazione mafiosa da un minimo di 40 anni e 6 mesi a 68 anni; l'omicidio stradale da 20 anni e 8 mesi a 33 anni; la violenza sessuale non aggravata in 28 anni; il riciclaggio semplice in 18 anni; l'omicidio volontario non aggravato in 33 anni; la bancarotta fraudolenta non aggravata in 15 anni e 6 mesi; furti in abitazione o pluriaggravati e scippi aggravati in 15 anni e 6 mesi; rapine ed estorsioni da 15 anni e 6 mesi a 28 anni; e potremmo continuare. Sostenere perciò che termini del genere non siano sufficienti, e che Giustizia vuole che - per rimanere ad uno degli esempi - un processo per omicidio stradale possa e debba essere definito anche oltre i 33 anni dal fatto, segnala o mala fede, o patologie di tipo psicotico ossessivo di gravità medio-alta.
2. La Riforma Bonafede accorcerà i tempi del processo, perché la interruzione del termine dopo la sentenza di primo grado rende inutili appelli e ricorsi in Cassazione finalizzati solo a far maturare la prescrizione. Vero o falso? Questa è una menzogna più esattamente ascrivibile alla macro-area delle idiozie. Come anche un sasso saprebbe comprendere, un appello si propone dopo la sentenza di primo grado, e contro di essa. Le costanti statistiche del Ministero di Giustizia ci confermano da decenni che in quel momento, cioè al deposito della sentenza di primo grado, sono già maturate tra il 70-75% delle prescrizioni (oltre il 60% addirittura prima dell'udienza preliminare). Inoltre, i ricorsi per Cassazione puramente defatigatori, perciò dichiarati inammissibili, fanno retrocedere il calcolo della prescrizione alla data della sentenza di appello. Dunque lo stesso sasso di cui sopra è anche in grado di comprendere che ben oltre 1'85 per cento del "problema prescrizione" ha a che fare con le impugnazioni come il cavolo con la merenda. Perciò non solo è falso che la riforma Bonafede sia destinata a ridurre i tempi del processo, ma è invece drammaticamente vero il contrario. Come ogni magistrato italiano sa bene, tranne Davigo, le Corti di Appello celebrano con grande fatica un numero elevatissimo di processi ogni giorno sotto minaccia della data di prescrizione del reato, stampigliata in grande evidenza in alto a destra su ciascun fascicolo. Eliminata quella data, perché mai si dovrebbe continuare con quei ritmi forsennati?
3. Gli avvocati ben pagati fanno durare a lungo i processi. Vero o falso? Spudoratamente falso. Per lo meno da vent'anni non c'è più modo, per avvocati ed imputati, di far valere un impedimento o di richiedere un rinvio che sia uno senza che il decorso della prescrizione si interrompa. Dovrebbe esserci un limite alla indecenza di queste bufale.
4. La prescrizione esiste solo in Italia. Vero o falso? I reati si prescrivono, in proporzione alla gravità, anche in Francia, in Spagna, in Germania, ovunque. Nei paesi anglosassoni si prescrive non il reato tua l'azione, cioè il processo, in tempi imparagonabilmente più brevi dei nostri. Paragonare le mele con le pere è il metodo tipico di chi argomenta per pura polemica, fingendo soprattutto di ignorare che l'unica vera esclusiva italiana è quella della durata irragionevole delle indagini e dell'inizio sistemicamente tardivo dei processi. Una anomalia incivile che rende l'imputato prigioniero di una inefficienza a lui per di più non imputabile. Una vergogna. Facciamola finita, che è giunta l'ora.
*Presidente dell'Unione camere penali italiane
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 13 febbraio 2021
La richiesta della direttrice della Casa circondariale di Torino, Rosaria Marino, è stata rigettata per mancanza di fatti aderenti. Censura della posta per evitare una possibile propaganda all'interno del carcere. È successo a Dana Lauriola, attivista No Tav attualmente detenuta alle Vallette di Torino. "Un grave tentativo punitivo", denuncia il movimento valsusino, fortunatamente, poi, scongiurato dal magistrato di sorveglianza che ha rigettato, per mancanza di fatti aderenti, la richiesta della direttrice della casa circondariale, Rosaria Marino. Come ha raccontato la stessa Dana, in una precisa lettera inviata al movimento, la direttrice aveva, infatti, chiesto "l'emissione di un provvedimento restrittivo, tipico dell'alta sorveglianza (articolo 18 ter ordinamento penitenziario), ossia la richiesta di controllo (e selezione) della mia corrispondenza epistolare e telegrafica, la cosiddetta censura".
Tutto è successo a margine dello sciopero della fame di Dana e di altre tre detenute, a fine gennaio, per chiedere, il ripristino delle ore di colloquio, anche in videochiamata, ingiustamente dimezzate e l'inserimento dei detenuti nella campagna vaccinale Covid, da cui erano esclusi. Protesta che non è stata vana, "anzi i risultati si sono dimostrati da subito concreti e tutte noi stiamo finalmente godendo dei nostri pieni diritti per quanto riguarda i contatti con i nostri familiari", racconta la No Tav. Ma, forse, ha toccato alcuni nervi scoperti.
"Si è trattato di un vano ma preoccupante tentativo - sostiene l'avvocata Valentina Colletta, uno dei due difensori di Lauriola - di comprimere diritti costituzionalmente garantiti in capo a soggetti già ampiamente deprivati, ma ai quali non può né deve essere negato anche il diritto alla libera manifestazione del pensiero e ad una quantomeno minima agibilità politica".
"Mi chiedo se sia finita qui oppure siano vere le voci che circolano circa un mio futuro trasferimento" si chiede, infine, nella lettera Dana Lauriola, che deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un'azione dimostrativa pacifica sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato da Amnesty International. Sulla tentata censura delle lettere dell'attivista No Tav è intervenuto Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Verdi e Uguali in consiglio regionale: "Riteniamo quella richiesta un atto gravissimo. Negare un diritto fondamentale di una donna è molto grave, farlo in assenza di fatti aderenti, come ha stabilito il giudice, è viltà".
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
La Cassazione ricalcola la pena. Per la sua scarcerazione, lo scorso anno ad aprile, erano saltati tutti i vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap): dal numero uno Francesco Basentini, al direttore generale della Direzione detenuti Giulio Romano. Oggi, invece, si scopre che Pasquale Zagaria, fratello del capoclan Michele e attualmente detenuto nel carcere milanese di Opera al regime del 41bis, aveva di fatto già scontato la pena e può, quindi, tornare in libertà.
La Corte di Cassazione, accogliendo nei giorni scorsi il ricorso presentato dai difensori dell'ex esponente del clan dei Casalesi, soprannominato "Bin Laden", Andrea Imperato, Angelo Raucci e Sergio Cola, ha disposto la sua immediata scarcerazione, dopo averne ricalcolato la pena dagli iniziali 22 in 19 anni. Quando venne scarcerato la prima volta Zagaria era detenuto a Bancali a Sassari.
La vicenda è nota. Il giudice del Tribunale di Sorveglianza di Sassari, Riccardo De Vito, essendo stati tutti i penitenziari della Sardegna trasformati in strutture Covid, aveva chiesto al Dap di individuare una sede alternativa dove Pasquale Zagaria potesse curare la patologia tumorale di cui era affetto. Zagaria, scrisse De Vito nell'ordinanza, avendo un tumore, avrebbe dovuto sottoporsi al previsto "follow-up diagnostico e terapeutico".
Al carcere di Bancali, però, a causa dell'emergenza sanitaria in atto, tali operazioni non sarebbero state garantite. Ma non solo: la patologia di Zagaria era tra quelle "che lo espone maggiormente al rischio di infezione". Il giudice nel suo provvedimento aveva sottolineato poi di avere inviato una richiesta al Dap per capire "se fosse possibile individuare un'altra struttura penitenziaria dove effettuare il "follow-up", ma non sarebbe pervenuta nessuna risposta, neppure interlocutoria.
Un addetto della cancelleria del Tribunale di Sassari, si scoprì a posteriori, aveva sbagliato l'indirizzo mail del Dap e, pertanto, la comunicazione non era mai arrivata a destinazione. Di conseguenza l'amministrazione penitenziaria non aveva potuto rispondere e De Vito aveva dunque disposto la scarcerazione. Ad aprile dello scorso anno Zagaria aveva lasciato il carcere di Bancali ed era stato trasferito a Pontevico, vicino Brescia dove era stato programmato il piano terapeutico Per tale detenzione domiciliare era stata individuata l'abitazione di un familiare.
Le polemiche per tale scarcerazione furono feroci: oltre ad una accesa campagna mediatica, numerose erano state le interrogazioni parlamentari che avevamo messo in pericolo la poltrona dello stesso Guardasigilli Alfonso Bonafede. Arresto nel giugno del 2007, Pasquale Zagaria venne considerato dagli inquirenti la mente economica del clan casertano, avendo spostato nelle costruzioni il settore di maggior interesse criminale dei Casalesi, concentrando le attività nel Nord Italia grazie ad appalti a ditte compiacenti.
Nel 2019 il magistrato di sorveglianza di Cuneo aveva ridotto di 210 giorni la sua pena, accogliendo l'istanza dei suoi difensori per aver subito un trattamento inumano nei periodi di detenzione trascorsi a Poggioreale, Cuneo, Lecce e Nuoro. Tornado, infine, alla sua iniziale scarcerazione, il ministro della Giustizia Bonafede, dopo aver "dimissionato" tutti i vertici dell'Amministrazione penitenziaria, decise di affidare il Dap a due pm: il pg di Reggio Calabria Dino Petralia e il sostituto palermitano Roberto Tartaglia.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 13 febbraio 2021
C'è una nuova possibilità per le donne detenute senza fissa dimora. Nel Quartiere Matierno, nella periferia di Salerno è stata inaugurata la Casa Alloggio "San Paolo" un luogo destinato ad accogliere detenute che potranno accedere al progetto "per i senza fissa dimora" finanziato dalla Cassa delle Ammende e promosso dalla Regione Campania in accordo con l'ufficio del Garante dei detenuti, il Prap e l'Uepe.
Tale progetto è destinato a coloro che hanno una condanna inferiore a 18 mesi e possono quindi beneficiare della misura di detenzione domiciliare ma non hanno un domicilio. La struttura che ospiterà 4 detenute si erge su di un piano, vi è una cucina laboratorio ed una camera da letto con servizi igienici. Inoltre uno spazio adibito al servizio di segretariato sociale al fine di dare sostegno e supporto al territorio.
"Casa San Paolo nasce da un impegno costante è radicato nel Quartiere Matierno da 10 anni, la struttura è stata ristrutturata grazie all' impegno della fondazione Johnson & Johnson" così esordisce Roberto Romano, responsabile della Cooperativa San Paolo. Attualmente in Regione Campania, sono 11 le persone senza fissa dimora ospitate presso le strutture accreditate. In Campania abbiamo una popolazione detenuta di 6417 persone, 322 donne e 6095 uomini di cui 859 stranieri.
"Tali strutture rappresenterebbero un vero progetto di inclusione e non di "trattamento" si trattano i fiori le piante le cose e non gli esseri umani. Sono grato a queste 8 strutture che nella nostra Regione accoglieranno 47 tra detenuti e detenute senza fissa dimora", ha detto Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Campania.
All'evento di inaugurazione erano presenti Rocco Alfano Procuratore aggiunto di Salerno, Antonio Maria Pagano Responsabile della sanità penitenziaria di Salerno e provincia, Adriana Intilla Responsabile funzionario giuridico pedagogico della Casa Circondariale di Pozzuoli, Giuseppe Mancino Circolo lega ambiente, Antonietta Scafuti Presidente della Cooperativa San Paolo, Padre Tommaso Luongo e don Giacomo Palo e diverse realtà del terzo settore locale. Per il Procuratore Rocco Alfano: "Questa struttura è utile e necessaria soprattutto in questo momento storico colpito dalla pandemia per tutti i detenuti in particolare per quelli più deboli e fragili anche in caso di arresti domiciliari".
primonumero.it, 13 febbraio 2021
L'uomo aveva 58 anni ed era originario dell'Albania. Era stato dimesso nella tarda mattinata di ieri 11 febbraio dal reparto di Malattie infettive dell'ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma dopo un paio d'ore, appena rientrato nel carcere di Larino, è morto. Una prima diagnosi parla di arresto cardiocircolatorio, ma per far luce sulle cause del decesso di un detenuto 58enne del Penitenziario di Larino è stata disposta l'autopsia. Si cercherà quindi di chiarire le effettive condizioni di salute dell'uomo, albanese residente in Italia da tempo, al momento delle dimissioni dall'ospedale dove era stato assistito per infezione da Covid-19.
Il caso riporta alla luce le condizioni dei detenuti del carcere di Larino dove già in autunno era scoppiato un grosso focolaio con decine di contagi. Purtroppo nelle ultime settimane ci sono stati nuovi casi all'interno della Casa circondariale frentana con circa 15 persone risultate positive al Sars-Cov2. Sulla vicenda è intervenuto Aldo di Giacomo. L'esponente del Sindacato Polizia Penitenziaria ha puntato i riflettori sul caso del 58enne deceduto e ha chiesto nuovamente che ai detenuti e agli agenti penitenziari venga somministrato uno dei due vaccini precedentemente autorizzati dall'Aifa, vale a dire Pfizer o Moderna e non quello di AstraZeneca.
Di Giacomo contesta infatti la decisione del Governo di far somministrare ai detenuti, ma anche alle forze dell'ordine e agli insegnanti, il vaccino AstraZeneca che al momento sembra essere meno efficace per persone che hanno superato i 55 anni d'età e con patologie accertate. Dubbi che sono legati anche all'efficacia contro le varianti del virus che stanno emergendo negli ultimi mesi anche se al momento anche il terzo vaccino approvato in Italia è considerato affidabile e sicuro contro la variante inglese del virus.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
Il provvedimento del ministro ha tenuto conto anche delle condizioni di salute di Anastasia, difesa dagli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Finisce l'incubo per Anastasia Chekaeva. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non concede l'estradizione richiesta dalle autorità russe. "Considerato, infatti - si legge nell'atto del ministero - che dalla già citata documentazione risulta che il padre lavora e vive stabilmente in Svizzera, sicché la consegna estradizionale lascerebbe la minore sostanzialmente priva di una qualsiasi tutela genitoriale".
Il ministro prosegue: "Dato atto, inoltre, che risulta che Chekaeva Anastasiia è affetta da una forma di asma di tipo allergico, sicché le sue condizioni di salute paiono difficilmente compatibili con una carcerazione preventiva, vieppiù in ragione dell'attuale situazione di emergenza epidemiologica, che rende concreto il rischio di un serio pregiudizio alla salute dell'estradanda". Per questi motivi, il ministro revoca il decreto di sospensione e "rifiuta l'estradizione delle cittadina russa".
Una grande vittoria, soprattutto grazie alla tenacia degli avvocati Fabio Varone del foro di Nuoro e Pina Di Credito del foro di Reggio Emilia. Così come è stato importante l'interessamento da parte di Rita Bernardini del Partito Radicale e Roberto Giachetti di Italia Viva. Si dà atto che il ministro della Giustizia ha potuto leggere con accuratezza le carte, per questo c'è stato il dietro front. Anastasia avrebbe rischiato di finire nel buco nero della giustizia russa, per un rimborso di alcuni biglietti non andati a buon fine che le è costata una richiesta di condanna a 10 anni di carcere. A questo punto vale la pensa ripercorrere nuovamente la sua vicenda. Tutto ha avuto inizio tre anni fa, quando Anastasia vive e lavora a Voronezh, in Russia, insieme al compagno (ora marito), titolare dell'agenzia di viaggi dove lei è impiegata. L'agenzia si trova all'interno del centro commerciale Galleria Chizhov, il cui legale rappresentante è Klimentov Andry Vladimirovich, vicepresidente della Commissione per il Lavoro e la Protezione Sociale della popolazione, e il cui fondatore è Chizhov Sergey Viktorovich, dal 2007 deputato della Duma di Stato della Russia - entrambi noti esponenti politici del partito "Russia Unita", il cui leader è Vladimir Putin. Un tour operator cancella una serie di viaggi che l'agenzia aveva venduto, ma Anastasia e il compagno, pur non essendo responsabili delle cancellazioni, si trovano costretti a prendersi carico dei rimborsi.
A questo punto inizia una campagna di diffamazione nei loro confronti, per cui la coppia decide di fare ritorno in Italia - dove vive legalmente dal gennaio 2018, e dove la loro bambina inizia a frequentare le scuole elementari. Seppure la vicenda amministrativa sia conclusa, Chizhov e Vladimirovich decidono di avviare un procedimento penale nei confronti di Anastasiia, a detta loro giustificato per vendicarsi della "cattiva pubblicità" causata dall'agenzia situata nella loro galleria.
Ottengono - grazie alla loro posizione politica - che venga emessa domanda di estradizione all'Italia, quando in realtà il rappresentante legale dell'agenzia di viaggi è il marito della Chekaeva e cittadino italiano, che non avrebbe potuto essere estradato in Russia.
A lui viene diretta una forte campagna di intimidazione e minacce, iniziata immediatamente e motivo principale per cui la coppia torna in Italia - per assicurarsi l'incolumità della famiglia. Gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credico si sono subito attivati, soprattutto dal momento in cui il governo italiano non ha considerato nessuno di questi elementi, non opponendosi minimamente al processo di estradizione. Venerdì 22 gennaio, quando Anastasia viene prelevata e reclusa nel carcere di Sassari in attesa del trasferimento in Russia.
La vicenda portata alla luce dal Dubbio - Ma ecco che, in attesa di leggere nuova documentazione, il ministero della Giustizia ha deciso di sospendere l'estradizione. Nel frattempo, in seguito a questa disposizione, la corte d'Appello di Sassari ha revocato la misura della custodia cautelare in carcere, disponendo per la donna l'obbligo di dimora nel comune di Arzachena. Fino però ad arrivare ai giorni nostri, ovvero ieri, quando il ministro ha revocato l'estradizione.
Un sospiro di sollievo per una vicenda che Il Dubbio ha portato alla luce grazie alla segnalazione dei difensori di Anastasia, gli avvocati Fabio Varone e Pina Di Credito. Di fatto, la donna è sottoposta ad atti persecutori dall'autorità Russa e ha rischiato una estradizione che non assicura il rispetto dei diritti fondamentali, in violazione della convenzione dei diritti dell'uomo e della nostra costituzione che garantiscono il rispetto della libertà personale, il diritto alla difesa e a un giusto processo per Anastasia. Ora però l'incubo è finito. Un atto, uno degli ultimi del ministro della Giustizia uscente, che merita di essere accolto con plauso e riconoscenza. Ha affermato lo stato di diritto del nostro Paese, quello che è carente nel Paese di Putin.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 febbraio 2021
L'Associazione Yairaiha Onlus ha segnalato il caso alle autorità competenti. C'è un detenuto al carcere di Secondigliano che denuncia di non ricevere adeguate cure, nonostante sia positivo al Covid 19 e con sintomi. È l'associazione Yairaiha Onlus che ha raccolto questa denuncia e l'ha segnalata alle autorità competenti. Si tratta di A.C., detenuto in S2 con i sintomi da Covid 19 già dal 23 dicembre del 2020; il primo tampone è stato effettuato il 10 gennaio ed è risultato positivo, il secondo tampone è stato eseguito in data 28 gennaio ed è ancora positivo. "La cosa più grave - segnala Yairaiha - è che non gli è stata somministrata nessuna terapia né altri accertamenti; solo negli ultimi giorni è stato spostato dal 2° al 5° piano sempre senza nessuna terapia specifica".
L'associazione condivide la preoccupazione della moglie di A.C. "sia per la superficialità con cui si sta trattando un caso Covid, ormai infetto da oltre un mese e sia la modalità di svolgimento delle videochiamate che avvengono con diversi detenuti in attesa nello stesso stanzone, utilizzando lo stesso telefono senza che l'apparecchio venga igienizzato nel passaggio da una persona all'altra".
Yairaiha sottolinea che i familiari e i detenuti stanno facendo enormi sacrifici ad accettare la sospensione dei colloqui, ormai da un anno, proprio per limitare il rischio di veicolare il virus all'interno della prigione. "Purtroppo - osserva sempre l'associazione -, come era ampiamente prevedibile, e come si è dimostrato, il carcere non è un luogo impermeabile al Covid.
Né si possono chiedere ai familiari che risiedono fuori regione ulteriori sacrifici vietandogli di poter effettuare colloquio con i propri congiunti. Riteniamo quest'ultima una discriminazione vera e propria che lede unicamente il diritto all'affettività e senza alcuna utilità ai fini del contenimento dei contagi". Per questo l'associazione chiede di intervenire prontamente affinché innanzitutto il detenuto venga adeguatamente curato e, successivamente, gli venga garantito il diritto di far colloquio con i propri familiari al pari degli altri detenuti residenti in regione Campania.
chietitoday.it, 13 febbraio 2021
Si moltiplicano i contagi nella Casa circondariale di Madonna del Freddo dove anche gli agenti sono positivi. L'associazione Voci di dentro condanna la decisione di trasferire le detenute. Salgono i contagi nella casa circondariale di Madonna del Freddo a Chieti: sono 55, ad oggi, i detenuti risultati positivi al coronavirus (su un centinaio) unitamente a 5 agenti di polizia penitenziaria.
"Un dato gravissimo" afferma il giornalista Francesco Lo Piccolo, direttore di Voci di dentro, il mensile dell'omonima associazione di volontariato che opera nelle carceri abruzzesi. "Mentre in Italia in questo ultimo anno tutto è cambiato - commenta - le carceri hanno continuato a funzionare al solito modo: come discarica di problemi sociali.
In questi mesi sono state incarcerate persone con pene minime o con residui di pena per reati vecchi di cinque o dieci anni. Il carcere di Chieti ha celle piccole e fatiscenti: era normale che il contagio si diffondesse in questo modo. Ecco il risultato di un sistema penale che vede solo la punizione del carcere, quando le alternative c'erano e ci sono: arresti domiciliari, braccialetto e affidamenti in comunità. Come Voci di dentro lo chiediamo da sempre".
Il direttore di Voci di dentro contesta anche la decisione di trasferire le detenute della sezione femminile di Chieti nel carcere di Rebibbia, maturata dall'amministrazione penitenziaria in accordo con la direzione del carcere teatino proprio per trovare nuovi spazi dove sistemare i positivi dell'istituto. Una trentina le donne trasferite, molte sono dentro per piccoli reati o residui di pena e ci sono anche malate oncologiche. "In una fase di emergenza come quella di questi mesi invece che trasferirle dovevano essere mandate a casa ai domiciliari. E andava fatto per tempo" osserva ancora il direttore di Voci di dentro che parla ormai di "situazione ingestibile".
"Direzione del carcere e polizia penitenziaria si trovano in prima linea, a rischio di contagio, costretti, e davvero lo fanno con dedizione, a lavorare in condizioni estreme, in pochi e abbandonati da una politica che non ha saputo fare prevenzione. Una politica penale giudiziaria assolutamente sbagliata che ignora i propri doveri e le proprie responsabilità - conclude Lo Piccolo - facendo pagare tutto ciò alla polizia penitenziaria oltre che ai detenuti".
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