Libero, 16 novembre 2020
Se ci sono posti dove il distanziamento sociale è impossibile da far rispettare, quelli sono gli istituti penitenziari: possono accogliere 47.000 detenuti, ma in realtà ne ospitano oltre 54.000. Non stupisce dunque che in 77 carceri sulle 190 totali si sia registrato almeno un caso di contagio da coronavirus, secondo i dati resi noti dall'associazione Antigone.
Sarebbero oltre 600 i carcerati positivi al Covid (32 di loro sono ricoverati in ospedale), ai quali vanno aggiunte altre 800 persone tra il personale che a vario titolo lavora nelle prigioni italiane. Ma i dati sono incompleti, e le istituzioni non forniscono i numeri aggiornati. Temi sui quali va avanti da giorni l'iniziativa dei radicali, che chiedono al ministro della Giustizia Bonafede di rimediare al sovraffollamento con un provvedimento di amnistia.
Ieri la tesoriera del Partito radicale Irene Testa ha voluto associarsi allo sciopero della fame proclamato dalla segretaria Rita Bernardini per ottenere dalle procure una risposta alla denuncia fatta contro il ministro: "Da marzo pende una denuncia per procurata epidemia colposa nei confronti del Ministro della Giustizia e del Dap, inviata alle procure della Repubblica di tutta Italia, firmata dalla sottoscritta, dal segretario Maurizio Turco e dal presidente della commissione giustizia del Partito Radicale Giuseppe Rossodivita.
Ad oggi non abbiamo alcuna notizia su come abbiano proceduto i procuratori; nel mentre assistiamo al rischio di strage all'interno delle carceri italiane. Mi rivolgo alle procure che hanno ricevuto la nostra denuncia, per sapere che ne è stato della denuncia e se non ritengano con la massima urgenza di obbligare il Ministro e i Dap a fornire i dati sui contagi in carcere".
di Carlo Piano
La Stampa, 16 novembre 2020
Come le mafie approfittano del caos e della povertà causati dalla pandemia? Stanno sfruttando l'emergenza con criminale lucidità per radicarsi nel territorio, questo è certo. Come farebbe un branco di neri avvoltoi che volteggia in cerchio sulla preda morente.
Ne parliamo con un uomo dello Stato in prima linea contro la 'ndrangheta, il procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri. Un calabrese di Gerace che lavora e combatte nella sua Calabria, dove per la politica romana pare un'impresa persino nominare un commissario alla Sanità che non sia negazionista, o che almeno sappia cosa significa fare un piano anti Covid.
Una regione dove la zona rossa può anche rallentare la diffusione del virus in ospedali nei quali i letti di terapia intensiva si contano sulle dita, ma non ferma il contagio mortifero delle mafie. Non esiste ancora un vaccino Pfizer per contrastarlo, anche se Gratteri ci prova con tutte le forze. Ha appena scritto un libro assieme ad Antonio Nicaso, scrittore e docente di Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen's University di Kingston, in Ontario. S'intitola Ossigeno illegale e uscirà domani per Mondadori.
Ci spiega il titolo?
"I soldi delle mafie da tempo sono diventati l'ossigeno dell'economia legale. Si tratta di una commistione di interessi che vede sempre più attestate sullo stesso fronte mafie, politica, imprenditoria e finanza, i cui confini a volte non sono distinguibili".
Quali metodi usano le mafie per sfruttare il lockdown?
"Una delle grandi caratteristiche delle mafie è la capacità di adattamento. Anche in questa difficile e delicata situazione, sono riuscite ad adeguarsi, trasformando l'ennesima crisi in opportunità. Hanno cambiato rotte per l'approvvigionamento della droga e hanno modificato i sistemi di spaccio".
Si presentano come benefattori per aiutare i più poveri? È vero che distribuiscono cibo alla popolazione?
"Ci sono stati anche casi in cui hanno dimostrato quella generosità interessata che li ha sempre caratterizzati. Non sono mai stati dalla parte della povera gente. Hanno sempre calcolato ogni loro iniziativa, sempre funzionale a logiche di consenso sociale. Garantire cibo, arrivare in certi posti prima dello Stato significa aumentare la loro credibilità sul territorio, garantendo servizi che poi diventano obblighi".
Sono gli usurai a sostituire quello che dovrebbero fare le banche?
"Esattamente. Quando la stretta creditizia aumenta, gli usurai vanno a nozze. In momenti come questi, è facile sostituirsi alle banche, rilevare aziende in crisi, investire il denaro della droga. È nei momenti delicati come questi che le mafie, quelle che hanno soldi da investire, prosperano".
Come è possibile che le mafie arrivino sempre prima dello Stato?
"Sono meno burocratizzate dello Stato. Conoscono meglio il territorio, sono sempre presenti, a differenza di certi politici che si fanno vedere solo in occasione delle tornate elettorali".
Le mafie da sempre sfruttano eventi drammatici e crisi per incrementare il proprio giro di affari: pandemie, terremoti, alluvioni...
"È il tema del nostro libro. Abbiamo cercato di documentare come le mafie abbiano sempre sfruttato le calamità per arricchirsi, per infiltrarsi nelle istituzioni, per mettere le mani sui soldi delle varie ricostruzioni. Dal tempo del colera dell'800 ai terremoti del '900 e del Duemila. Il sisma in Campania del 1980 ha ridato vita alla camorra che vivacchiava tra mercati ortofrutticoli e paranze".
Lei ha proposto ai sindaci di mandare gli elenchi dei destinatari di aiuti statali alla prefettura per fare controlli. Altrimenti si premieranno gli evasori totali. Come è finita?
"Qualcuno ha anche scritto che volevo militarizzare gli enti pubblici. Ritengo che l'idea di vagliare le varie richieste fosse un modo per facilitare il compito degli amministratori. Ci sono state inchieste che hanno accertato l'indebita richiesta di sussidi e del reddito di cittadinanza da parte di mafiosi, 'ndranghetisti, camorristi. Nonostante i traffici in cui sono coinvolti, amano presentarsi come morti di fame".
Le mafie non sono quindi da considerare solo un problema di ordine pubblico...
"Guai a continuare a pensarlo. Questo è il grande problema, da sempre. Le abbiamo considerate per troppo tempo un problema di ordine pubblico. Da affrontare con le manette e le sentenze. La lotta alle mafie è anche un problema culturale. Per sconfiggerle bisognerebbe anche affrancare la gente dalla paura e dal bisogno".
Risulta che le mafie siano le uniche "aziende" a essere cresciute senza risentire della crisi nel corso del 2020.
"È purtroppo un dato indiscutibile, basta sfogliare i dati sui reati consumati nel periodo del primo lockdown e confrontarli con quelli dell'anno precedente. Tutti i reati sono aumentati. La pandemia non ha affatto fermato le organizzazioni mafiose".
Quanta responsabilità ha la 'ndrangheta nel disastro della sanità calabrese?
"La responsabilità è equamente distribuita. La Calabria sconta ritardi di mala gestione e continua a soffrire per atteggiamenti politici molto discutibili. Non voglio entrare nel merito politico, non è mio compito. Ma da calabrese non vivo bene questa situazione di una terra continuamente martoriata e abbandonata a sé stessa".
Secondo lei la zona rossa favorisce le organizzazioni mafiose?
"Diciamo che le zone rosse non fermano le mafie".
Qual è l'identikit del mafioso del 2020, non certo quello con coppola e lupara della tradizione?
"Le mafie sono riuscite sempre a coniugare vecchio e nuovo, tradizione e innovazione. Il mafioso del 2020 è un individuo che riesce a adattarsi, investe lontano dai territori di origine, gode del sostegno di professionisti senza scrupoli e di politici avidi di potere".
L'Europa sottovaluta le mafie?
"Tantissimo. In Europa c'è ancora chi pensa che il problema delle mafie sia esclusivamente legato all'Italia. L'Europa fa lo stesso errore che faceva l'Italia negli anni 60 quando riteneva che il problema fosse solo siciliano. Le mafie hanno dimostrato di sapere sfruttare le opportunità legate a una legislazione molto farraginosa e alla mancanza di cooperazione internazionale nella lotta contro mafie e corruzione".
Ho letto delle intercettazioni tra mafiosi, quando cadde il Muro, in cui si diceva agli emissari di comprare tutto quello che riuscivano, senza limiti di spesa, a Berlino Est...
"La caduta del Muro di Berlino ha rappresentato uno spartiacque. Prima i mafiosi seguivano le rotte della vecchia emigrazione italiana. Dalla caduta del Muro in poi sono andati dove domanda e offerta si incontrano. Si sono aperti spazi immensi per investire il denaro delle attività illecite e le mafie hanno sfruttato l'occasione". "Investe in criptovalute, o almeno dimostra di non escludere la possibilità di pagare partite di droga utilizzando bitcoin o monero. Investe in servizi, in energia rinnovabile. È aperta a molte soluzioni. Se non ci fosse il concorso esterno, o meglio le collusioni con il cosiddetto mondo di sopra, le mafie sarebbero meno forti".
Lei suggerisce di fare sparire dalla circolazione il contante. Come sconfiggere le mafie, sempre che sia possibile?
"Mi riferivo a una maggiore tracciabilità del denaro. Ma non è l'unica soluzione. Oggi, per esempio, più che i soldi si spostano le garanzie. Non è facile sconfiggere le mafie. Ci vorrebbe una forte volontà politica che manca, una maggiore collaborazione internazionale che tanti auspicano e la capacità di aggredire i capitali mafiosi, ma soprattutto quel grumo di potere che è l'ossatura del potere mafioso".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 16 novembre 2020
Il nuovo tema su cui abbiamo chiesto di esprimersi ai candidati presidenti alla Camera Penale di Roma riguarda i due articoli contenuti nel dl Ristori bis: quello che sostanzialmente punta a cristallizzare le Camere di Consiglio delle Corti di appello da remoto e quello che sospende la prescrizione e la decorrenza dei termini custodiali, data l'emergenza sanitaria.
Come è noto le elezioni si terranno il 2, 3 e 4 dicembre ma al momento non si conosce ancora la modalità di voto: se presso un seggio fisico o online. A tal fine in questi giorni è prevista una riunione del Consiglio direttivo presieduto da Cesare Placanica. Bisognerà comunque capire se ci sarà un lockdown generale e che effetti avrà sulle modalità di voto. Tornando alla questione sottoposta all'attenzione dei tre penalisti, ecco le loro opinioni.
Per l'avvocato Francesco Gianzi, candidato presidente per la lista "Aria Nuova", "non si può rimanere muti a fronte della evidente lesione della democrazia e dei diritti della difesa emergenti dal testo del decreto "Ristori-bis". Non si può non prendere atto che al di là dell'emergenza, il provvedimento sembra dimenticarsi dei protagonisti del processo penale: i diritti costituzionali. Non può sottacersi che sul delicatissimo tema della sospensione della prescrizione, con riferimento ai processi pendenti nel periodo che va dal 9 marzo al 30 giugno di quest'anno, siamo in attesa della decisione della Consulta prevista tra qualche giorno.
Non dimentichiamo che la prescrizione penale risponde all'esigenza di evitare che chi è innocente resti sine die senza un processo che si concluda con la sua assoluzione e che, quindi, lo stesso resti come in un limbo, in attesa di essere giudicato".
Per l'avvocato Ciccio Romeo, "il Difensore scompare, insieme all'imputato detenuto, dall'udienza di celebrazione del giudizio di appello. Si tratta di un provvedimento adottato da improvvisati legislatori dell'emergenza che naviga nella direzione dell'eliminazione del secondo grado di giudizio tanto cara ai più feroci giustizialisti.
Se non bastasse, l'articolo 24 sospende la prescrizione e la decorrenza dei termini custodiali: l'epidemia diventa, così, un'afflizione ulteriore per l'imputato. L'Anm, dopo aver protestato per la mancata occasione di istituire il primo grado di giudizio da remoto, sembra avere ottenuto un "ristoro" con il giudizio di appello cartolare. Pensiamo sia necessario evitare ogni deriva emergenziale in danno del principio cardine dell'oralità, per questo invitiamo a chiedere la celebrazione del giudizio di appello in pubblica udienza, convinti come siamo che proprio nella situazione attuale sia necessario difendere l'imputato e il codice di rito".
Per l'avvocato Vincenzo Comi, attuale vice presidente dei penalisti romani, "è irresponsabile formulare giudizi senza essere realisticamente ancorati alla drammatica situazione sanitaria che stiamo vivendo davanti a tante persone che combattono contro questo virus.
Noi penalisti stiamo lavorando in condizioni difficilissime; a ciò si aggiunge una legislazione d'urgenza approssimativa e in alcuni punti inaccettabile. Non si può fare il "sub processo" per dire che la giustizia nonostante tutto - va avanti. Lo diciamo chiaramente: non si può stracciare la Costituzione e identificare il processo penale con una pratica burocratica alla stregua della richiesta del bonus bicicletta. L'appello era già in uno stato di profonda crisi e sofferenza per i ritardi nella trattazione dei procedimenti con numeri di pendenze e prescrizioni allarmanti.
Non è possibile ora accettare che la camera di consiglio si svolga da remoto. Serve tecnologia efficace per l'attività organizzativa degli uffici giudiziari. Dal 9 novembre - ad esempio - gli atti potranno essere trasmessi via pec a specifici indirizzi forniti dal ministero. Per ora il Tribunale - su intervento della Camera Penale di Roma - ha deliberato l'utilizzo temporaneo delle caselle già in uso in attesa della attivazione delle nuove".
di Paolo Virtuani
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
La denuncia del figlio del commissario ucciso dai terroristi nel 1972: "Molti ebbero un ruolo in questa vicenda, poi hanno fatto carriera". "Una cosa non l'ho mai raccontata: ho sempre stretto la mano a tutti coloro che me la porgevano, ma a tre persone mi sono rifiutato.
Quando hanno avanzato la loro mano verso di me, la mia l'ho portata dietro la schiena. È stato il mio modo di dire "Non avete mai detto la verità, ma io la conosco e so il ruolo che avete avuto". Nell'intenso incontro (a distanza per ragioni di Covid) con Aldo Cazzullo nell'ambito di BookCity Milano, Mario Calabresi ha svelato particolari inediti della sua vita e della genesi del suo ultimo libro, Quello che non ti dicono, incentrato sulla tragica vicenda di Carlo Saronio, rampollo dell'alta borghesia milanese e simpatizzante dei movimenti di sinistra più estremisti degli anni Settanta. Poi, da quelli che credeva compagni, rapito per finanziare la lotta armata e ucciso.
L'appello - "Calabresi lancia un appello simile al "chi sa parli" di Otello Montanari, l'ex partigiano che nel 1990 invitò, a 45 anni di distanza dagli avvenimenti, a raccontare i fatti più oscuri del dopoguerra", aggiunge Cazzullo. "Dagli anni di piombo ci separa una distanza quasi uguale, 40-50 anni, ma alcuni dettagli ancora mancano".
La richiesta di Calabresi si rivolge alla zona grigia, ai simpatizzanti come Carlo Saronio che hanno consentito al terrorismo brigatista di proseguire fino agli anni Ottanta. "C'è chi dice che del terrorismo non si sanno ancora molte cose importanti. Penso invece che la verità storica sia presente, anche se mancano parti di quella giudiziaria", chiarisce Calabresi.
"Ai processi è emerso un quadro preciso della parte stragista legata all'estrema destra e ad ambienti deviati dello Stato, e anche di quella legata alla sinistra extraparlamentare. È come avere di fronte un mosaico: da lontano si capisce il soggetto, quando ci si avvicina si nota che mancano delle tessere. Vorrei che queste tessere venissero ricomposte dai tanti che in quel periodo fiancheggiavano i terroristi".
L'omertà - Secondo Calabresi a distanza di decenni permane un atteggiamento che non esita a definire omertoso. "Qualcuno a sinistra si è offeso perché pensa che l'omertà sia legata solo alla mafia. Io vorrei che i ragazzi di quella generazione, che ora sono dei nonni, uscissero dal loro silenzio. Penso che non abbiano mai voluto raccontare la verità per un motivo: hanno voluto difendere le loro carriere".
Quindi un'incapacità di assumersi le responsabilità di quanto avevano fatto in quei formidabili anni rivoluzionari della loro gioventù? "Alcuni hanno fatto carriera in aziende e nel mondo della comunicazione: come potevano spiegare che stavano dalla parte dei brigatisti? Come lo giustificavano davanti ai figli e ai nipoti? Possiamo anche non rivangare il passato, ma c'è un passaggio fondamentale - dice Calabresi: l'utilizzo della violenza e il rapporto tra politica e violenza. La violenza ha causato solo distruzione e nessun cambiamento sociale. Il terrorismo ha chiuso ogni possibilità di cambiamento, quella stagione ha liberato germi che vivono ancora oggi".
Il rifiuto - Resta una domanda: chi sono le tre persone alle quali si è rifiutato di stringere la mano? "Per l'omicidio di mio padre sono stati condannati in quattro: il mandante morale, il capo del servizio d'ordine di Lotta continua - ancora latitante a Parigi -, chi ha sparato e chi ha guidato l'auto. Ma sappiamo anche chi ha acquistato le armi, chi le ha custodite, chi ha fatto i sopralluoghi, chi faceva il palo, chi ha seguito per giorni l'auto di mio padre. Questi non sono mai stati processati perché mancavano gli elementi. Ma non hanno nemmeno mai parlato. A tre di loro ho rifiutato la stretta di mano".
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 16 novembre 2020
L'ex sindaco di Napol e governatore della Campania è arrivato alla diciannovesima assoluzione, ma non è l'unico amministratore o politico che nella Seconda Repubblica è stato scagionato dopo essere stato per anni sulla graticola.
Forse, dopo la diciannovesima assoluzione di Antonio Bassolino perché "il fatto non sussiste", bisognerebbe cominciare a stilare un elenco dettagliato delle sentenze di assoluzione che nella Seconda Repubblica hanno scagionato amministratori e politici risultati innocenti dopo essere stati stritolati per anni da inchieste e processi con grande clamore sui media.
Scagionati Filippo Penati, figura di rilievo del Pd, l'ex governatore del Piemonte Cota (Lega), l'ex governatore del Lazio Francesco Storace (centrodestra), l'ex sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo (Pd), l'ex sindaco di Parma Pietro Vignali (Forza Italia) la cui caduta per (ingiusta) via giudiziaria ha spianato la strada alla prima vittoria grillina con il nuovo sindaco Pizzarotti. Assolti Clemente Mastella e la moglie Sandra Leonardo, sottoposta peraltro a forti misure restrittive. Neanche assolto, ma addirittura archiviato prima del processo Stefano Graziano, consigliere regionale del Pd. Assolto Nicola Cosentino, ex re campano di Forza Italia.
Nemmeno indagato l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto a dimettersi perché "coinvolto" in un'inchiesta, idem per l'ex ministra Federica Guidi, data in pasto all'opinione pubblica dopo intercettazioni senza nessuna rilevanza penale. Assolto l'ex presidente dell'Emilia-Romagna Vasco Errani. Assolta la ligure Raffaella Paita (Pd).
Assolto dopo carcere e lunghi arresti domiciliari subiti ingiustamente l'ex ministro Calogero Mannino. Assolto l'ex assessore fiorentino del Pd Graziano Cioni. Assolto Roberto Maroni, ex leader della Lega ed ex governatore della Lombardia. Assolto l'ex senatore Pd della Basilicata Salvatore Margiotta. Assolto l'ex sindaco di centrosinistra di Roma Ignazio Marino. Assolto Raffaele Fitto, ex presidente di centrodestra della Regione Puglia. Assolto Beppe Sala, attuale sindaco di Milano. Assolto Riccardo Molinari, parlamentare e dirigente della Lega. Assolto Renato Schifani, ex presidente del Senato di Forza Italia.
È solo un elenco, certamente non esauriente, che menziona i casi più noti di politici risultati innocenti dalle accuse della magistratura, accompagnate da ampio risalto mediatico e dalla soddisfazione dei politici di opposto orientamento incapaci di fare lotta politica democratica senza l'aiutino dei procedimenti giudiziari.
di Flavio Coppola
orticalab.it, 16 novembre 2020
Il Garante chiama la Prefettura: "Rischio rivolte e esplosione contagi". Personale sottodimensionato e anziano, ora anche contagiato. Il direttore del carcere di Avellino, Pastena: "Siamo impegnati con l'Asl per ridurre al massimo i problemi. Qui nessun contagio tra i detenuti".
Da una parte, l'emergenza sanitaria legata al Covid e l'escalation di contagi; dall'altra la zona rossa, che per chi è in prigione significa da subito la sospensione dei colloqui, e dunque la possibilità di nuove e forti tensioni. Nel mezzo, l'atavica assenza di personale che rende ancor più esplosiva la potenziale polveriera delle carceri.
Nei giorni scorsi, il garante per i diritti detenuti, Carlo Mele, ha indirizzato ai direttori dei cinque istituti carcerari una nota di forte allarme: "Il vertiginoso aumento dei contagi nelle carceri italiane richiama l'attenzione sull'esigenza di predisporre spazi di effettivo ricovero. Il tema - ricorda - torna ad essere quello della riduzione del numero di presenze".
Mele aveva chiesto uno screening delle persone ristrette in Irpinia, "con particolare riferimento ad anziati, malati, donne e bambini e a quelle per le quali è stata stabilita la misura di sicurezza di natura psichiatrica e che sono illegittimamente detenute solo sulla base dell'indisponibilità di strutture". Il tutto, anche per "non far ricadere su strutture sanitarie esterne" l'eventuale sviluppo di un contagio. Ora Mele ha chiesto pure un urgente incontro in Prefettura, "perché - spiega - il livello dell'emergenza sta crescendo, e con la zona rossa e il blocco delle visite dei familiari le tensioni cresceranno".
Problemi e tensioni che il direttore del carcere di Avellino, Paolo Pastena, mette nel conto: "Stiamo spendendo il massimo impegno per cercare id assicurare, insieme all'Asl, le condizioni migliori per superare tutti insieme questa emergenza. È un problema per tutti". Il direttore conferma: al via la sospensione dei colloqui per l'intera durata della zona rossa. Resteranno, per fortuna le video chiamate e le telefonate già concesse ai carcerati.
Il guaio di tutte le carceri, però, resta soprattutto il personale. Sottodimensionato, anziano (l'età media intorno ai 50 anni) e ora anche contagiato. I detenuti in Irpinia sono circa 800. Secondo un ultimo contagio, 473 a Bellizzi, 191 ad Ariano, 121 a Sant'Angelo de Lombardi e 6 a Lauro. Ad Ariano sono già esplose forti polemiche per il contagio di 10 operatori, ad Avellino, per ora, la situazione appare meno preoccupante. Ma i problemi sono molto simili. L'organico previsto è di 297 operatori, invece ce ne sono 260, compresi i 50 addetti alle traduzioni in carcere.
Fortunatamente, il drammatico sovraffollamento degli anni scorsi non si registra. Uno degli effetti del lockdown, infatti, è stato il mancato arrivo di detenuti da Poggioreale. Così, rispetto ad una capienza di 500 posti, ci sono 470 carcerati. Per intenderci, l'anno scorso, di questi tempi, erano 550, ma si era giunti in passato anche a 670. La buona notizia, ad Avellino, è che in contagi per ora non ci sono tra i detenuti. Frutto anche del lavoro svolto per il rispetto delle precauzioni del caso, con l'isolamento per i nuovi arrivi. Non mancano invece i contagiati nel personale, meno di 10, fanno sapere dalla struttura. L'ultimo screening, su 130 persone, ha dato esito negativo.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2020
Udienza mercoledì sulla legittimità dello stop retroattivo nel lockdown. Il decreto Ristori bis ha riproposto la misura sui rinvii per quarantena. L'emergenza sanitaria rende legittimo sospendere in via retroattiva il corso della prescrizione dei reati?
È l'interrogativo rivolto alla Corte costituzionale in relazione all'articolo 83, comma 4 del decreto Cura Italia (decreto legge 18/2020), che ha appunto congelato la prescrizione del reato con efficacia retroattiva per il periodo in cui i procedimenti penali sono rimasti sospesi durante la prima ondata epidemica.
La Consulta se ne occuperà mercoledì 18 novembre, in camera di consiglio (dove esaminerà le questioni sollevate con le ordinanze 112, 113 e 117 dai Tribunali di Siena e di Spoleto) e in udienza pubblica (in calendario c'è l'ordinanza 132 del Tribunale di Roma).
Ma analoghe questioni sono state sollevate da altre ordinanze. A inizio marzo, il decreto Cura Italia ha rinviato le udienze penali a dopo la fine della fase epidemiologica acuta, con conseguente sospensione di tutti i relativi termini processuali e del decorso della prescrizione. Fuori dallo stop sono rimasti solo i procedimenti a carico di detenuti, in materia di misure di sicurezza e prevenzione, o caratterizzati dalla necessità di assumere prove indifferibili.
Dal 9 marzo all'11 maggio non sono quindi decorsi i termini processuali né la prescrizione in tutti i procedimenti rinviati; fino al 3o giugno, termini e prescrizione sono rimasti ancora sospesi se le udienze sono state differite dai capi degli uffici giudiziari in relazione all'evoluzione della situazione sanitaria locale; nei procedimenti di Cassazione pervenuti in cancelleria nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno, per i quali il difensore abbia chiesto la trattazione e sia in gioco la libertà personale, la prescrizione è stata sospesa sino all'udienza di trattazione, e comunque non oltre il 31 dicembre 2020.
La questione di costituzionalità - Il punto rilevante del giudizio costituzionale è che la sospensione della prescrizione si applica anche ai fatti commessi prima del 9 marzo 2020, vale a dire prima dell'entrata in vigore delle norme sulla sospensione dei termini.
Tuttavia, gli articoli 25 della Costituzione e 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo stabiliscono il divieto di retroattività delle norme penali di sfavore, come ricordato a più riprese dalla Corte costituzionale, in relazione proprio alla disciplina dell'interruzione della prescrizione (ordinanza 24/2017 e sentenza 115/2018).
Sul punto è intervenuta anche la Cassazione, che, in un primo momento, conia sentenza 21367/2020, ha ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 83, comma 4, del decreto cura Italia, ritenendo che il divieto di irretroattività sia proporzionatamente bilanciabile con le straordinarie esigenze dell'emergenza.
La Corte ha poi corretto il tiro (con le sentenze 25222/2020 e 25433/2020), confermando l'inderogabilità del principio che vieta l'applicazione retroattiva della norma di sfavore ma escludendo l'incostituzionalità della sospensione introdotta dal decreto cura Italia in forza dell'articolo 159 del Codice penale, ove è stabilito che Io stop della prescrizione scatta in ogni caso in cui la sospensione del procedimento "è imposta da una particolare disposizione di legge".
L'argomentazione rischia comunque di scontrarsi con il fatto che, se è pur vero che l'articolo 159 era già vigente all'epoca della commissione del reato, non può negarsi che la fonte normativa, ovvero il decreto cura Italia, che rende operativa la sospensione del procedimento - e dunque integra in modo decisivo la norma penale sostanziale - è successiva.
Non è una questione da poco, tanto è che le Sezioni Unite della Cassazione, chiamate a chiarire l'esatto perimetro applicativo dello stop della prescrizione relativa ai giudizi di legittimità, hanno rinviato la decisione all'esito della Corte costituzionale. Il verdetto della Consulta diventa ancora più importante alla luce del fatto che, nell'articolo 24 del decreto Ristori-bis (decreto legge 149/2020), in vigore da lunedì 9 novembre, il legislatore ha previsto un'analoga causa di sospensione della prescrizione nei giudizi penali rinviati per l'assenza, dovuta a isolamento fiduciario o quarantena, di un testimone, dell'imputato di un reato connesso, del perito o del consulente, citati a comparire per esigenze di acquisizione della prova. È chiaro che la declaratoria di incostituzionalità dell'articolo 83 del decreto Cura Italia azzopperebbe la norma del decreto Ristori-bis prima ancora che possa essere applicata.
La Nuova Ferrara, 16 novembre 2020
Una tragedia si è consumata nel carcere dell'Arginone, dove un detenuto ha perso prematuramente la vita. A scoprirlo, ieri mattina all'ora della sveglia, sono stati gli agenti carcerari: un magrebino, da un anno recluso nella struttura ferrarese, non ha risposto alle sollecitazioni degli agenti. Immediata la richiesta di soccorsi e sul posto è intervenuta l'auto medica con i rianimatori, che hanno cercato in ogni modo di strappare alla morte l'uomo, appena 45enne. Manovre insistite, ma inutili: alla fine ai sanitari non è rimato altro da fare che constatare il decesso. Una morte per cause naturali, ma, proprio in ragione della giovane età della vittima, il magistrato di turno ha disposto l'autopsia. La salma è stata quindi trasferita all'istituto di medicina legale.
La Nazione, 16 novembre 2020
Un focolaio-Covid, al momento monitorato e contenuto, è scoppiato anche all'interno del carcere perugino di Capanne. Gli 8 detenuti risultati positivi sono emersi a seguito dello screening al quale è stata sottoposta tutta la struttura da parte dell'Asl.
I detenuti contagiati sono pauci sintomatici o asintomatici e si trovano - secondo quanto si è appreso - nella sezione penale. Un unico altro caso di positività è risultato in un'altra sezione del Penitenziario. Nei prossimi giorni saranno sottoposti a tampone anche i reclusi della Casa circondariale e la sezione femminile.
Fino ad ora il virus era fortunatamente rimasto all'esterno delle sbarre. Un'indagine è subito scattata per tracciare i contatti dei positivi e, ovviamente, isolare gli infetti. La situazione del carcere (360 detenuti circa) è comunque attentamente monitorata dalla direzione del carcere, dalla prefettura e dagli agenti di polizia penitenziaria.
L'unico precedente è dei primi di ottobre scorso quando tre detenuti che avevano fatto ingresso dalla libertà, nel carcere di Capanne, erano risultati positivi al Covid-19, dopo essere stati sottoposti al tampone faringeo. Ben altra situazione rispetto a quanto accaduto nei giorni scorsi a Terni con ben 74 casi di positività tra i detenuti (tre dei quali erano stati ricoverati anche in ospedale) che avevano tenuto in apprensione la direzione di Vocabolo Sabbione. Ben 31 detenuti ora si sarebbero negativizzati. Sul caso era anche intervenuto il garante dei detenuti, il professor Stefano Anastasia e il Sappe per chiedere immediati rinforzi alla struttura.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2020
È nullità di carattere generale, per lesione delle prerogative dell'accusa, al pari di quelle poste a tutela della difesa. È affetto da nullità il dissequestro disposto per lo scadere del termine delle indagini preliminari, impedendo di fatto all'accusa di effettuare verifiche e consulenze necessarie alla formazione della prova. La Cassazione penale con la sentenza n. 31961/2020 ha perciò annullato l'ordinanza del Gip che accoglieva il reclamo contro il decreto del Pm, che aveva negato la restituzione dell'immobile sottoposto a sequestro probatorio a causa della violazione dei vincoli edilizi in area tutelata.
Spiega la Cassazione che il giudice ha mal interpretato il Codice di procedura penale quando, al comma 1 dell'articolo 262, afferma che i beni sono restituiti quando il sequestro non è necessario ai fini di prova e anche prima della sentenza. È quindi questo - e non la conclusione delle indagini preliminari - il parametro in base al quale può essere accolta l'istanza di dissequestro. Se la prova è al centro della finalità della misura, non rileva perciò lo scadere delle indagini preliminari per sostenere "l'inutilità" del sequestro probatorio. Infatti, nel rito ordinario, la prova è eminentemente processuale.
Nel caso specifico il procuratore della Repubblica ha impugnato per cassazione e il ricorso è stato ritenuto ammissibile. L'accoglimento da parte dei giudici di legittimità ha anche confermato che è irrilevante tanto che la consulenza tecnica sia stata conferita dal pubblico ministero solo dopo la presentazione dell'istanza di dissequestro quanto che siano stati rilasciati i permessi di costruire in sanatoria. Infatti, la misura del sequestro probatorio garantisce l'espletamento della consulenza tecnica utile ad accertare la legittimità dei provvedimenti stessi e la verifica della doppia conformità alla disciplina urbanistica ed edilizia - tanto al momento dell'esecuzione quanto a quello del rilascio del titolo sanante - che è alla base della sanatoria.
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