di Francesca Schianchi
La Stampa, 15 novembre 2020
Sulla situazione nelle regioni del Sud: "Momento drammatico, sarà un disastro sociale ed economico". Paragona Vincenzo De Luca a Chavez, "fa dirette sudamericane ogni giorno". Ragiona sulla sua Napoli e quello che sta vivendo, Roberto Saviano: attacca la gestione delle istituzioni - "tensioni nefaste" - critica il presenzialismo tv degli esperti- "il dibattito continuo e fluviale disorienta" -, assolve i suoi concittadini che ieri hanno invaso le strade della città - "stanno pagando un prezzo altissimo" - ma mette in guardia sulle infiltrazioni della malavita: "Dove le imprese falliscono, arrivano loro".
Partiamo da De Luca: "camorrologo milionario", l'ha attaccata, che "continua a parlare di cose di cui non capisce niente"...
"De Luca fa dirette sudamericane quasi ogni giorno, solo Chavez lo eguagliava... Dovrebbe sprecare meno energie a bullizzare chi non è d'accordo con lui, smetterla di mostrarsi in contraddizione con chiunque e addossare responsabilità a chiunque, tranne che a se stesso".
"Odio tantissimo", ha detto in un'intervista all'Espresso, ad esempio quelli che "stanno dalla mia parte ma pugnalano alle spalle". Pensa anche a De Luca?
"De Luca non è mai stato dalla mia parte, né io dalla sua".
Che impressione le ha fatto il suo sfogo di venerdì?
"De Luca si sfoga continuamente, si sfoga con chiunque... Ma questa volta è diverso. Ha chiaramente invocato la caduta del governo. Zingaretti, che lo ha sempre sostenuto, non mi pare che lo abbia invitato a essere più cauto".
Vuole dire che secondo lei anche il segretario dem pensa alla caduta del governo?
"Alludo a questo".
Com'è stata gestita la situazione in Campania?
"Malissimo, perché in Campania, come in Calabria, in Puglia, in Sicilia, la sanità pubblica già aveva problemi enormi prima della pandemia".
E ci sono state continue tensioni tra diversi livelli istituzionali...
"Sono tensioni nefaste. Regnano incomprensione e sotterfugio. Da cittadini si assiste attoniti a una sfida nella quale tutti provano a lucrare e a lasciare il cerino in mano all'altro. Che dignità c'è in tutto ciò?".
Avrà visto anche lei il video del signore morto nel bagno del Cardarelli. Che effetto le ha fatto?
"Un fatto drammatico, terribile. Tutti indignati ora, ma la sanità napoletana era allo stremo da anni. La sola speranza è che il dolore di oggi si tradurrà in progetti concreti".
Il campano Di Maio si è detto indignato, invocando l'intervento del governo e parlando di un Sud che rischia di implodere...
"Si riscoprono tutti campani all'improvviso. Mai sono riusciti a porre il Sud al centro del progetto politico anziché usarlo solo come serbatoio di clientele".
Pensa fosse giusto arrivare alla zona rossa?
"Non ho le competenze per fare valutazioni sanitarie e francamente il dibattito continuo e fluviale tra virologi in tv non aiuta, anzi disorienta. Più parlano i virologi più c'è confusione: dovrebbero non diventare opinionisti ma divulgatori di analisi scientifiche. Ma, per farlo, dovrebbero parlare molto meno e concentrarsi sugli studi e gli aggiornamenti, basandosi solo su risultati stabili e non creando questa incredibile confusione. Quello che si percepisce con forza è il timore di non farcela a sostenere economicamente questa fase, soprattutto se dovesse durare ancora".
C'è il rischio che il Sud non regga alla seconda ondata?
"Non è solo un rischio, è una certezza. Al Sud la situazione è drammatica, perché lo era da troppo tempo nella mancanza di visione politica, che oramai manca da decenni. Un disastro sociale ed economico, provocato dalla mancanza del Diritto e dei diritti. Marco Pannella diceva sempre di lottare per la vita del Diritto e il diritto alla Vita".
Quanto è alto il rischio che camorra e malavita approfittino di questo malessere?
"Già lo stanno facendo, sin dalla scorsa primavera. Pacchi spesa per le famiglie indigenti, tasso zero per l'usura. E dove le imprese falliscono arrivano loro. Questa è una fase nella quale inizia a scarseggiare la liquidità per far fronte all'immediato. Chi ha la liquidità in mano adesso può comprare a un prezzo molto basso, beni e purtroppo anche persone".
Lei ha parole molto dure per le istituzioni. Ma che impressione le fanno le strade della sua città piene per l'ultimo caffè, nonostante la gravità della situazione?
"Ieri le strade erano piene in molte delle città che da oggi saranno zona rossa. Non mi sento di criminalizzare i napoletani, stanno pagando un prezzo altissimo per le inefficienze della gestione politica dell'emergenza e di conseguenza anche dell'ordinario".
"Gridalo", s'intitola il suo nuovo libro; "basta con la gentilezza", ha detto in un'intervista: è ora di ribellarsi? Non teme ribellioni e piazze fuori controllo?
"Il libro è riflessione e il grido che nasce dalla riflessione il controllo non può perderlo. Quando non si può tacere, gridare è l'unica strada per chiedere giustizia. La politica agita lo spauracchio della piazza, perché se il dissenso è solo un problema di ordine pubblico, lo puoi reprimere. Ma la consapevolezza di essere stati criminalizzati e trasformati a turno e per categorie in capri espiatori rimarrà come una ferita a lungo in molti di noi".
Conte è un capo che non ci sta proteggendo, ha detto qualche tempo fa: lo pensa ancora?
"Non è un capo politico, sembra non avere nulla da perdere. Può riposizionarsi e non scusarsi di niente. Lo ha già fatto con la transizione dal suo primo al suo secondo governo".
Covid e divieti, Sabino Cassese: "Le raccomandazioni non bastano, servono norme chiare e buon senso"
di Marco Conti
Il Messaggero, 15 novembre 2020
Professor Sabino Cassese, sulle disposizioni anti-Covid si registra una notevole confusione. Ieri, nell'editoriale del Messaggero firmato da Carlo Nordio, si chiedevano appunto disposizioni chiare in vista del Natale. Lei che è uno dei più autorevoli giuristi italiani ed è stato anche giudice della Corte Costituzionale non trova improprio l'uso di formule come "è fortemente raccomandato" da parte del governo?
"Le autorità pubbliche possono ordinare e raccomandare. Sarebbe bene che tenessero distinti ordini da raccomandazioni. Gli ordini sono seguiti da accertamenti e da sanzioni. Le raccomandazioni non lo sono. In previsione del Natale sarebbe assai opportuno impartire disposizioni chiare".
Si potrebbe evitare l'uso di termini impropri o vaghi nei documenti ufficiali come accaduto con la parola "congiunti"?
"Congiunti" non è esattamente improprio, nel senso che è termine usato in qualche norma di codice e in altre norme di rango primario. Il problema è diverso e più generale. Gli atti normativi e quelli amministrativi che prescrivono comportamenti per tutta la collettività, e che spesso entrano in vigore in tempi brevi, debbono essere chiari. Chi li scrive dovrebbe leggere i molti manuali di stile redatti in Italia e fuori per la stesura delle norme. Ad esempio: le prescrizioni vanno raggruppate per materie, in modo che siano facilmente localizzabili. Non vi debbono essere rinvii ad altre norme, in modo che i poveri lettori non debbano munirsi di pacchi di codici e pandette. Le frasi debbono essere brevi e non contenere espressioni ambigue".
Indicazioni generiche o sbagliate possono rendere giuridicamente inefficace un Dpcm?
"Se con inefficace intende che la norma non sia valida, la risposta è "no". Vanno rispettate anche quelle scritte con i piedi, a cui siamo purtroppo abituati, da parte di questo e di altri governi. Se invece intende che le norme generiche e sbagliate corrono il rischio di non esser rispettate, le rispondo di "si", ma auspicando che non accada, perché in questo modo, cioè scrivendo norme generiche o sbagliate, si fa un danno alla sanità pubblica".
Corriamo il rischio di avviarci verso uno stato autoritario se fissiamo regole anche per i comportamenti familiari?
"Le grida di cui scrisse Manzoni avevano titoli altisonanti, linguaggio contorto, eccessivi dettagli e pene assai severe per chi le violava, ma venivano ampiamente disattese. Lo stesso può accadere se si dispone che non possono riunirsi più di sei familiari. Ciò non toglie che il presidente dell'Istituto superiore di sanità pubblichi un "decalogo" con consigli sanitari a fini di profilassi. Ma questo comporta che i nostri politici rinuncino alle loro ambizioni di popolarità. Leggano quel bel libro che scrisse John F. Kennedy, prima di diventare presidente degli Stati Uniti, in cui magnificava il coraggio dei politici di esser impopolari nell'interesse della collettività, e passino meno tempo a fare i pavoni dinanzi alle macchine da presa".
In questo contesto, sarebbe giuridicamente possibile vietare o limitare le messe a Natale?
"È un problema di gravità della situazione e di proporzioni. Se si consente alle persone di andare al supermercato, si può vietare loro di recarsi alle cerimonie religiose, così limitando la libertà di culto, garantita dalla Costituzione? Forse nutrire l'anima - se così posso esprimermi - è meno importante del nutrire il corpo? Naturalmente, accesso e permanenza nei luoghi di culto dovrebbero esser sottoposti a limiti generali che possono valere per altri luoghi".
Da giurista che consigli darebbe al governo per evitare di aumentare la confusione sui comportamenti da tenere a Natale?
"Non dò consigli, specialmente se non richiesti. Basterebbe ricordare che sia governo che Parlamento, in passato, hanno redatto codici di stili o altre raccomandazioni similari, per la redazione di norme e di atti amministrativi. Ma occorre che si sappia leggere. E basterebbe ricordare che c'è una Costituzione che contiene prescrizioni molto chiare sui diritti, sui diritti inviolabili e sui modi in cui i diritti possono esser limitati in modo legittimo, prescrivendo le procedure relative. Ancora una volta, basta saper leggere. In più, un po' di buon senso non guasterebbe".
di Massimo Giannini
La Stampa, 15 novembre 2020
"La seconda ondata sarà più dura della prima, come cento anni fa, ai tempi della Spagnola... Arrivati a questo punto le chiusure sono l'unica scelta... Avremmo dovuto agire prima, ma per i cittadini non sarebbe stato facile accettarlo.... Hanno bisogno di vedere i letti degli ospedali pieni...".
Come sempre succede dall'inizio di questa tragica pandemia, l'ultimo discorso ai tedeschi lo ha fatto Angela Merkel in persona, mercoledì scorso. Come sempre accade da dieci mesi a questa parte, ha parlato con il linguaggio ruvido e impietoso del Capo di Stato, che non teme l'asprezza dei fatti e la scontentezza del suo popolo. E come sempre avviene un minuto dopo che la Cancelliera ha spento il microfono, nessuno le ha dato sulla voce e il Sistema-Paese si è messo in moto per fare quello che serve a tamponare l'emergenza: i responsabili dei sedici Laender (lo racconta Thomas Wieder su "Le Monde") hanno già elaborato altrettanti piani per l'acquisizione delle dosi, la conservazione a meno 70 gradi e la distribuzione alla popolazione dei vaccini annunciati da Pfizer per dicembre.
Penso alla Germania, mentre guardo l'Italia. E vedo la Torre di Babele. Il disordine politico e il rancore sociale. La guerriglia tra i poteri e la "sleale collaborazione" tra le istituzioni. Tre giorni fa agli italiani parla il commissario straordinario Domenico Arcuri, che non è la Merkel, ma l'amministratore delegato di una azienda pubblica, e con tutto il rispetto non è la stessa cosa. Nel frattempo, il presidente del Consiglio Conte, oltre a dispensare fatui consigli sul "momento di spiritualità" del Santo Natale, dà al nostro giornale un'intervista per difendere il meccanismo delle chiusure territoriali, per spiegare che farà di tutto per evitare il lockdown totale. Spera che nel frattempo la curva dei contagi inizi a flettere, come sembra. Poi porge un tardivo e svogliato ramoscello d'ulivo alla destra e annuncia che è pronto ad allargare i cordoni della borsa dei ristori (aumentando il deficit anche per il 2021).
Un minuto dopo il Paese precipita nel solito, indecente, insopportabile pollaio. Parlano tutti, quasi sempre a sproposito. Ministri, viceministri e sottosegretari azzardano inutili esegesi delle dichiarazioni del premier e delle intenzioni dell'esecutivo. Improbabili peones della maggioranza approfittano dei quindici secondi di celebrità generosamente concessi dai Tg per scandire il vuoto in mini-spot preregistrati. Gli sconnessi triumviri dell'opposizione non rinunciano alla consueta "recita a soggetto".
Da una parte Berlusconi, che in una telefonata quasi epifanica a Fabio Fazio scopre una vena da Statista che non ha mai avuto quando lo Stato lo "possedeva" davvero, e responsabilmente apre a tutto, al governo, al tavolo di consultazione, alle larghe intese. Dall'altra parte Salvini, che invece per principio sbarra porte e finestre a qualunque forma di dialogo, e di fronte a un Male planetario che fa 51,6 milioni di contagiati e miete 1,2 milioni di vittime non trova di meglio che invocare un altro bel condono, purtroppo mai "tombale" come in questo caso. In mezzo la Meloni, che sembra dire "vorrei ma non posso", e si giustifica con le "duemila proposte fatte da Fratelli d'Italia e rifiutate dal governo" (fingendo di non capire che se fai duemila proposte non ne hai fatta nessuna). E poi esimi virologi, epidemiologi e pneumologi, che volentieri partecipano alla cerimonia cannibale dei talk show e dei social network.
Ma i veri galli del pollaio non stanno a Palazzo Chigi (dove pure si è sbagliato molto). Neanche in Parlamento (dove non si è mai discusso abbastanza). E neppure negli studi Rai-Mediaset-La7 (dove invece si è sempre sdottoreggiato troppo). Abitano invece nei sontuosi palazzi delle Regioni. Sono i Cacicchi locali, che in queste ore stanno dando il peggio di sé. A febbraio-marzo, durante la prima ondata, i governatori hanno protestato contro il governo decisionista e contro il lockdown generalizzato e indiscriminato: reclamavano "autonomia differenziata". A inizio autunno l'hanno ottenuta, con l'undicesimo e il dodicesimo Dpcm.
Allora hanno protestato contro il governo indeciso che scaricava su di loro l'onere delle restrizioni. Adesso, con il tredicesimo Dpcm, il governo toglie loro le castagne dal fuoco e riprende la guida minima di un Paese allo sbando. Divide l'Italia in tre fasce e fissa requisiti oggettivi e automatici (dall'indice Rt alla tenuta delle terapie intensive) in base ai quali le regioni allentano o stringono le maglie della chiusura. Ma i Cacicchi protestano lo stesso: non vogliono finire nella zona rossa, che li espone allo "stigma" politico e alla rabbia delle categorie. Una miscela indecorosa di schizofrenia, di irresponsabilità, di cinismo.
L'archetipo stavolta non è il governatore lombardo Fontana, che con il suo ineffabile assessore Gallera ci ha già mostrato il lato oscuro del "federalismo alla milanese". È Vincenzo De Luca, che nell'ennesimo delirio digitale schiuma veleno su tutti, da Conte a Di Maio, da Spadafora a Saviano, tutti "sciacalli" che si nutrono della carne dolente della povera Campania. Eppure è lo stesso Sceriffo che il 23 ottobre scorso, in un'altra memorabile conferenza stampa, terrorizzava i suoi corregionali mostrando una Tac ai polmoni di un giovane 37enne devastato dal morbo e tuonava "è necessario chiudere tutto, chiedo al governo un lockdown nazionale, in ogni caso la Campania si muoverà in questa direzione a brevissimo".
Ora che la sua Regione va dove lui stesso voleva che andasse, cioè in lockdown "forzato", si ribella come un Masaniello qualsiasi. Nonostante l'allegro "struscio" di ieri al Vomero. Nonostante il disastro dei suoi ospedali, che tutti abbiamo visto. Nonostante il povero cristo lasciato morire in un bagno del Pronto Soccorso, tra incuria e sporcizia di un Cardarelli ridotto a lazzaretto del Terzo Mondo.
E che dire della Sardegna, dove il governatore Solinas, per accontentare la lobby dei discotecari, ha aperto "pista selvaggia" ad agosto trasformando la Costa Smeralda in una bomba biologica, salvo poi ripararsi dietro la mail sgrammaticata di un confuso membro del Comitato Tecnico Scientifico? Che dire della Calabria, dove il penoso reggente Spirlì si permette di irridere Gino Strada, perché "non abbiamo bisogno di un missionario africano", mentre le Asl vanno in malora e mentre si consuma la tragicomica farsa di un ex commissario alla sanità dimissionato perché gli competeva un piano anti-Covid "a sua insaputa" e di un sostituto ancora più inaccettabile perché no-mask?
Il Coronavirus, oltre che un irriducibile "attore sociale" della Crisi, sarà anche un inesorabile "stress test" per la nostra classe dirigente nazionale e locale. Il valore delle leadership si misurerà dal modo in cui sarà affrontata, gestita e risolta questa emergenza epocale. Finora, di fronte a tanta entropia politica e istituzionale, amministrativa e sanitaria, non so dire chi ha superato l'esame. So solo che di fronte a certi governatori, come diceva Woody Allen, "mi vengono pensieri che non condivido". Uno su tutti: invece delle province, non sarà meglio abolire le Regioni?
Nell'inverno scorso, a parte la Cina, siamo stati i primi a subire l'aggressione dell'agente patogeno. E per primi ci siamo dovuti difendere da un nemico invisibile e sconosciuto. L'abbiamo fatto con la misura più estrema e traumatica: la chiusura totale. Abbiamo pagato un prezzo altissimo, con un costo incalcolabile di vite umane (30 mila in cinque mesi) e di perdite economiche (47 miliardi al mese). Ma abbiamo capito, abbiamo obbedito, abbiamo resistito: chiusi in casa, ma con i balconi aperti per cantare insieme e sventolare il tricolore.
"Andrà tutto bene", gridavamo, scrivevamo, credevamo. Nostro malgrado, avevamo accumulato due-tre mesi di vantaggio, per rimediare alle rovinose carenze del sistema sanitario colto di sorpresa dall'invasione del Covid. Nella pazza estate della Movida, invece, quei due-tre mesi li abbiamo sprecati: non abbiamo colmato antichi vuoti e storiche lacune. Non abbiamo costruito 40 mila terapie intensive, come hanno fatto i tedeschi.
Non abbiamo fatto 4 milioni di tamponi per ogni contagiato, come ha fatto la Cina. Non abbiamo tracciato 20 milioni di asintomatici, come ha fatto il Giappone e la Corea del Sud. Non siamo stati cicale? Giuseppe Conte giura di no. Allora diciamo che abbiamo fatto gli struzzi. Testa sotto la sabbia. Per non vedere che dopo i mohijto e i balli in discoteca c'era la seconda ondata d'autunno. E ci aspettava.
di Giovanni Guidi Buffarini
Corriere Adriatico, 15 novembre 2020
L'associazione Radio Incredibile è una piattaforma multimediale di musica e life sharing che utilizza la radio come strumento educativo per un'ampia gamma di attività differenti. Anche in spazi sociali marginali e difficili come il carcere. E nel carcere di Montacuto (Ancona), per il terzo anno, Radio Incredibile ha organizzato il laboratorio Fiabe in Libertà, un progetto sostenuto dalla Fondazione Cariverona e realizzato in collaborazione con La Casa di Asterione e Musicandia Vintage Studio. Fiabe raccontate dai detenuti.
In tal modo - ha spiegato la responsabile del Laboratorio Montacuto Allegra Mocchegiani, durante la diretta Facebook e YouTube (chi non vi ha assistito può recuperarla sulla pagina e sul canale dell'associazione - dunque, "i detenuti possono riattivare la loro creatività e dare una forma un po' diversa al proprio passato". La fiaba 2020 ha assunto la forma di un cortometraggio: "Il Boscaiolo, lo Scoiattolo e la Strega Tagliabue". Diretto da Moreno Mascaretti, scritto da Allegra Mocchegiani ed Emanuela Razza, interpretato da detenuti sui fondali di Silvia Forcina, disegni poco dettagliati a colori vivaci ("perché la realtà fuori, per i ragazzi del carcere ha tanti colori e luminosi mentre i particolari, nel ricordo, svaniscono").
Una piccola storia accattivante. Il guardaboschi Tommaso libera uno scoiattolo parlante. Si chiama Lenticchia, rivela al suo salvatore che, nella cosiddetta Oasi degli Animali, le bestiole sono in realtà sottoposte ad atroci esperimenti e infine ridotti a pellicce. Responsabile delle atrocità è l'untuosa strega Tagliabue.
La affrontano Lenticchia, il guardaboschi e Capitan Balbuzia. Un sordo torna utile per qualche comico quid pro quo. Quando si mette male, tocca alle puzzole. La punizione per la strega? Riparare il male fatto: curando gli animali e imparando a rispettare il bosco. Lenticchia è interpretato da Valerio Andreucci. In una lettera ha esternato la sua gratitudine verso gli artefici dell'iniziativa.
"In questi tre anni di detenzione siete riusciti a ritagliarmi uno spazio di libertà, mi avete portato serenità mentale. Avete dimostrato un cuore che non vedo mai nelle persone che vengono a trovarci in carcere". Sua madre Sonia si è commossa, e con lei tutti i presenti, ciascuno al suo computer (spiace non poterli ricordare uno a uno). Marta Cenzi della Fondazione Cariverona: "Questo è un piccolo progetto ma significativo. Ci abbiamo scommesso da subito". Cosa bolle in pentola per il prossimo anno? Non è dato saperlo ma qualche idea salterà fuori. Di Fiabe in Libertà ce ne saranno ancora.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 15 novembre 2020
Dalla regione ribelle razzi sull'aeroporto di Gondar e minacce alla vicina Eritrea. Il premier etiope Abiy Ahmed nega vittime civili e insiste: "Obiettivi quasi raggiunti". Dodicesimo giorno di combattimenti nel Tigray tra l'esercito federale etiope appoggiato dalle milizie regionali amariche da una parte e le forze speciali del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) dall'altra.
Con denunce di crimini di guerra incrociate, raid aerei dell'aviazione etiope e razzi che dal sul territorio tigrino cominciano a piovere sulla confinante regione degli Amhara. Su tutto, mentre si allungano i tempi di quella che per il primo ministro etiope Abiy Ahmed doveva essere un'operazione lampo volta a ristabilire lo stato di diritto nella regione ribelle, il timore sempre più realistico di una carneficina, con relativa catastrofe umanitaria. La guerra ha già spinto circa 15 mila persone a varcare il confine con il Sudan e i racconti di chi fugge preoccupano le organizzazioni umanitarie, che continuano a non avere accesso alla zona malgrado gli appelli in tal senso rivolti da Onu e Unione africana al governo etiope.
Cresce d'intensità anche la guerra di propaganda, tra disformazione e non informazione. Le immagini taroccate di moderne batterie antiaeree che difenderebbero i cieli del Tigray o le rovine fumanti di un jet etiope ipoteticamente abbattuto, cercano di far passare l'idea che le forze tigrine dispongano di una dotazione militare più che all'altezza. Ma sarebbero bastati coltelli e machete a uccidere decine, forse centinaia di persone nella città di Mai-Kadra lo scorso 9 novembre. Un massacro di cui riferisce Amnnesty International attraverso le numerose testimonianze che puntano il dito contro i miliziani del Tplf.
Interrotta ogni via di comunicazione con la regione, oscurata la rete e silenziata la telefonia cellulare, ad avere il pallino dell'informazione in questa fase resta Addis Abeba. Nella capitale è stata diffusa venerdì sera la notizia di razzi lanciati da postazioni tigrine verso le città di Gondar e Bahir Dar, con danni inferti ai locali aeroporti. Il governatore del Tigray Debretsion Gebremichael, ormai ex in quanto destituito nei giorni scorsi dal parlamento di Addis Abeba e accusato di tradimento e terrorismo, all'inizio non era in grado di confermare ma si limitava ad approvare. Solo ieri è arrivata la rivendicazione del Comando centrale del Tigray.
l portavoce Getachew Reda dagli schermi di una tv regionale è andato ben oltre, minacciando di colpire anche la vicina Eritrea. A conferma di come il conflitto rischia di infiammare tutta l'area, prestando il fianco a regolamenti di vecchi conti. Un patto tra Asmara e Addis contro i leader della regione ribelle, espressione di un'élite che ha dominato per oltre trent'anni la politica e l'economia del paese, sarebbe nell'ordine delle cose.
Ahmed per ora rivendica la "liberazione" di ampie porzioni di territorio tigrino, nega che i bombardamenti abbiano sfiorato un solo civile e soprattutto insiste sull'imminente raggiungimento degli obiettivi che si era prefissato con questa offensiva. Ma il richiamo di migliaia di soldati dal fronte somalo, dove l'Etiopia sostiene il pericolante governo di Mogadiscio contro i jihadisti di al Shabaab, raccontano un'altra storia.
Razzi sulla capitale eritrea - Dalle minacce ai fatti. Nella serata di sabato 14 novembre almeno tre razzi partiti dal territorio del Tigray hanno colpito a Asmara l'aeroporto della città e il ministero dell'Informazione. Il Tplf rivendica accusando l'Eritrea di appoggiare l'offensiva federale etiope decisa dal governo di Addis Abeba. Il governo eritreo da parte sua conferma l'attacco ma nega che ci siano stati danni alle infrastrutture o vittime. Ma il Paese con questo è ufficialmente coinvolto nel conflitto che infuria oltreconfine.
di Amedeo Junod
Il Riformista, 15 novembre 2020
La XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli si è aperta nel nome di Mario Paciolla, cooperante Onu napoletano trentatreenne, trovato morto in Colombia in oscure circostanze, ormai quattro mesi fa. Il festival, che vanta una fiera impronta politica incentrata sulla tutela e sull'espressione dei diritti umani tramite il mezzo filmico, si terrà eccezionalmente in via telematica dal 18 al 28 novembre, e per questa stagione avrà come titolo - "Diritti in ginocchio - Pandemia, Sovranismi e Nuove discriminazioni".
Ne hanno discusso, nel corso della videoconferenza inaugurale, il Coordinatore del Festival Maurizio del Bufalo e il coordinatore del Concorso Mario Leombruno, alla presenza, tra gli altri, dei genitori di Mario, del legale della famiglia e dell'Assessore alla Cultura del comune di Napoli Eleonora De Majo. Il festival si articola in numerose sezioni, offrendo un programma ricco e variegato, che prevede anche incontri e proiezioni dedicati ai diritti dei migranti e alla condizione dei detenuti, tutti eventi fruibili gratuitamente, online. Focus di questa edizione, il rapporto tra la pandemia e la tutela delle libertà fondamentali delle nostre società.
Temi che avrebbero suscitato sicuramente l'interesse di Mario, morto in circostanze ancora da chiarire in un paese soffocato dalle contraddizioni politiche, quella Colombia che con il suo impegno quotidiano voleva contribuire a cambiare, mentre era ancora nel fiore di una vita dedicata anima e corpo alla tutela e al racconto dei diritti universali e delle parabole esistenziali delle categorie sociali meno rappresentate e difese del pianeta.
Giornalista, attivista, giocatore di basket, studioso, poeta, infaticabile viaggiatore. Mario era uno dei tanti giovani Ulisse del nostro tempo, pronto a varcare innumerevoli confini e a superare con coraggio ostacoli e avversità, il tutto per amor di conoscenza, giustizia e verità. Ma il ritorno nella sua Itaca, quella Napoli che portava nel cuore e di cui si faceva nobile portavoce, non avverrà mai.
Mario si trovava a San Vincente del Caguàn nell'ambito di una missione ONU. Il suo lavoro era volto principalmente alla supervisione dell'applicazione degli accordi di pace siglati nel 2016 tra le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano. L'applicazione degli accordi non stava dando gli esiti sperati, e Mario era molto insoddisfatto della piega che stavano assumendo gli eventi. Scosso e deluso, non ha mancato di comunicare alla sua famiglia la sinistra sensazione di "non sentirsi più al sicuro", e stava organizzando il suo rientro in terra natia: un volo umanitario avrebbe dovuto riportarlo nella sua Napoli il 15 luglio. Ma sarà proprio in quella fatidica data che i suoi colleghi lo ritroveranno senza vita, con quei segni sospetti sul corpo che hanno instillato fin da subito il dubbio legittimo di trovarsi di fronte ad un suicidio simulato.
Mario non era uno sprovveduto, e prima di questa missione aveva lavorato in altri scenari complessi quali Argentina o Giordania, mettendo a frutto il bagaglio culturale dei suoi studi politici, capacità di scrittura e di analisi fini e taglienti e quella sete di giustizia che spinge molti giovani ad intraprendere una strada fatta di responsabilità e di sacrifici com'è quella della cooperazione internazionale. Precedenti esperienze maturate con le Brigadas Internacionales de Paz a Bogotà ci parlano di un professionista ben consapevole del contesto difficile in cui versava la Colombia. A partire dal suo ritrovamento, in Italia e in altri paesi si sono susseguite una serie di iniziative indirizzate a fare pressione sulle istituzioni affinché possa essere fatta piena luce su un episodio che rimanda tristemente a numerosi altri casi di morti o sparizioni sospette di soggetti attivi nel contesto della cooperazione internazionale in quei territori.
Nell'appello lucido e commosso dei genitori, che vi riproponiamo, emerge la speranza che chi abbia elementi utili a far progredire le indagini possa decidersi a parlare, vincendo le resistenze dettate dalla paura e dall'omertà. "Chi sa parli, per non rendersi complice di un delitto", esorta Anna Motta, mamma di Mario. Chi sa, parli, per non avvelenare quell' ideale di giustizia e verità che rappresentava il movente profondo dell'avventura umana e intellettuale di Mario, incarnazione esemplare di uno spirito avido di sapere e desideroso di pace, un'anima piena di energia che nessuno riesce a credere capace di togliersi la vita, senza un saluto, con già pronto il biglietto per tornare in Italia.
Il Festival si unisce all'appello della famiglia, del Comitato "Giustizia per Mario Paciolla", e dell'Avvocato Alessandra Ballerini, già legale della famiglia Regeni, chiedendo che il governo pretenda maggiore collaborazione da parte delle istituzioni colombiane e invitando le Nazioni Uniti ad una collaborazione finalmente piena e trasparente. Già in passato il Festival aveva preso posizione per difendere il lavoro e l'impegno dei nostri cooperanti, ormai sempre più spesso esposti a pericoli e a ritorsioni, come di recente per il caso di Silvia Romano.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 15 novembre 2020
Creato da otto organizzazioni non governative, ne fanno parte giuristi e docenti universitari. Salvano vite, ma da troppo tempo vengono viste con sospetto, addirittura additate come presunte complici dei trafficanti di uomini. Eppure sono in mare tutti i giorni a rischiare la propria pelle per salvare quella degli altri.
Anzi vorrebbero essere lì, nel Mediterraneo, e non possono esserci perché quasi tutte le navi delle ong sono bloccate nei porti con i pretesti più assurdi, come quello, ad esempio, di avere a bordo troppi giubbetti di salvataggio.
"Il principio di soccorso in mare è messo pesantemente in discussione", ha spiegato qualche giorno fa il presidente dell'Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, ai membri della commissione Affari costituzionali della Camera. "Per noi costituisce un fondamento di civiltà giuridica e la base costitutiva di tutti gli altri diritti, mentre oggi viene svalutato e sottoposto ad attacchi che lo rendono assimilabile a un comportamento illegale e sanzionato anche penalmente".
"Il danno principale - ha aggiunto nella stessa occasione il giurista Luigi Ferrajoli - è il fatto che punire un comportamento non soltanto virtuoso ma doveroso, equivale a produrre un abbassamento del senso morale della cultura di massa". Per poi concludere: "Le stragi del mare saranno ricordate come una colpa imperdonabile, perché potevano essere evitate".
Proprio nel tentativo di ridurre il danno, provare a contrastare l'abbassamento del senso morale della società di cui parla Ferrajoli, otto organizzazione non governative (Sea Watch, Proactiva Open Arms, Medici senza frontiere. Mediterranea - Saving Humans, Sos Mediterranée, Emergency e ResQ) hanno dato vita a un Comitato per il diritto al soccorso al quale hanno aderito anche Aita Mari e Sea Eye. A far parte del comitato, oltre a Manconi e Ferrajoli, sono state chiamate personalità come Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Paola Gaeta. Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi e Vladimiro Zagrebelsky.
Sembra un paradosso ma in Italia, e in Europa, servono dei garanti per tutelare il lavoro di chi salva quanti si trovano in pericolo. Come si è potuto arrivare a un punto simile? "Dopo la campagna denigratoria cominciata nel 2016, abbiamo avuto fasi alterne nei rapporti con le autorità, ma non è mai venuta meno una forma di sospetto, di pregiudizio nei confronti delle attività delle ong", risponde Marco Bertotto, responsabile advocacy di Medici senza frontiere. "Abbiamo capito allora di essere stati messi in un angolo. Nasce così l'idea che, pur senza arretrare un centimetro rispetto al diritto/dovere di salvare chi si trova in difficoltà, abbiamo pensato di proporre a una serie di personalità la costituzione di un comitato".
Due, principalmente, i compiti che i garanti sono chiamati a svolgere: ricostruire canali di comunicazione con le autorità, sia italiane che europee, e aiutare le ong a far capire all'opinione pubblica che il soccorso in mare non è solo un obbligo, ma anche un diritto. La speranza è di riuscire a ricreare un rapporto di collaborazione con le autorità competenti, a partire dai ministeri dell'Interno e dei Trasporti, in modo da meglio coordinare gli interventi in mare. Cosa che non rappresenterebbe certo una novità, visto che solo fino a qualche anno fa la era la stessa Guardia costiera a indicare alle navi delle ong le situazioni di pericolo chiedendo il loro intervento.
Non a caso nel loro manifesto fondativo le ong ricordano come proprio l'arretramento degli Stati dal dovere di soccorrere chi si trova in difficoltà ha causato la discesa in campo delle ong, salvo poi avviare un processo di criminalizzazione nei loro confronti. "Siamo stupiti - conclude Bertotto - come di fronte al ripetersi dei naufragi la risposta delle autorità sia il boicottaggio delle ong, ma degli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali per gli Stati costieri non si fa mai parola. È una dissimmetria che dovrebbe indignare tutti"
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 15 novembre 2020
I testimoni hanno parlato di parecchie decine di manifestanti - mascherate - che il 13 novembre hanno fatto irruzione negli uffici (definiti un "bunker") del procuratore generale del Messico. La loro richiesta - già avanzata da tempo con manifestazioni e appelli - riguardava l'uccisione della ventenne Blanca Alejandrina Lorenzana Alvarado (Alexis), un femminicidio particolarmente odioso e su cui finora le autorità non hanno mostrato di voler fare più di tanto chiarezza. Le donne hanno fatto uso di martelli sia per rompere le finestre, sia per forzare le porte e poter entrare nell'edificio governativo. Prelevando quindi incartamenti e documenti vari per darli alle fiamme.
L'assassinio di donne in Messico costituisce uno stillicidio quotidiano, ma il caso di Alexis ha suscitato un'ondata di proteste in tutto il paese come non si vedevano da tempo. La giovane era scomparsa il 7 novembre nello Stato di Quintana Roo. Immediate le ricerche effettuate da parte di amici e familiari, ma purtroppo vane. Il suo corpo straziato (e presumibilmente sottoposto a tortura) veniva ritrovato due giorni dopo in due sacchi per l'immondizia. Come denunciarono i suoi amici "Alexis fue levantada y torturada por el solo hecho de ser mujer, de ser joven y de salir a vender productos a la calle que ofertaba desde aplicaciones digitales como medio de subsistencia".
Di tutti i numerosi femminicidi denunciati quest'anno dalle organizzazioni femministe, la Fiscalia del Estado di Quintana Roo ne ha riconosciuti come tali solamente dodici. Anche Alexis, attraverso le reti sociali, si associava ai milioni di donne messicane che esigono giustizia per le vittime in un Paese dove quotidianamente vengono assassinate in media dieci donne "por el solo hecho de serlo".
E dove spesso la legislazione locale (e in particolare - coincidenza - proprio quella di Quintana Roo) si oppone sia alla depenalizzazione dell'aborto, sia a classificare come "feminicidio" le uccisioni di donne avvenute per questioni di genere. Solo qualche giorno prima a Cancun si erano tenuta un'intera giornata di manifestazioni, proteste e interventi per le ultime tre uccisioni di donne (tra cui appunto Alexis) avvenute nel corso della precedente settimana. All'iniziativa avevano partecipato femministe, esponenti della società civile, gruppi per la difesa delle donne, studenti e militanti della sinistra. Diverse donne e ragazze, completamente vestite di nero, ricoprivano i muri della città con scritte ("Justicia para Alexis", "Quintana Roo feminicida") e infrangevano qualche vetrina.
A difesa del municipio, dove confluiva la manifestazione, erano state erette dalla polizia alcune barricate. Contro di queste - e contro qualche finestra - le donne avevano scagliato pietre e altri oggetti. Da parte della polizia anti-sommossa si reagiva sparando (ufficialmente solo in aria), sia con le pistole che con fucili da caccia (come ben documentato dalle immagini di alcuni video). Due giornalisti erano rimasti feriti.
È assai probabile - vista l'intensità della sparatoria - che altre persone (manifestanti o spettatori) siano state colpite dai proiettili, ma che abbiano preferito non recarsi all'ospedale dove rischiavano l'arresto. Stando alle dichiarazioni della coraggiosa giornalista Lidia Cacho, la polizia di Cancun sarebbe sospettata di collusione con un cartello della droga.
Quintana Roo, inoltre, è tristemente noto per essere uno dei tre stati messicani con il maggior numero di bambine desaparecidas e il primo nella tratta e nello sfruttamento sessuale dei minori (sia da parte dei locali che dei numerosi turisti). Contemporaneamente alla manifestazione di Cancun repressa a fucilate, gli esponenti del collettivo Marea Verde erano scesi in piazza a Chetumal per poi entrare nell'ufficio del procuratore generale di Stato. Nella stessa giornata le militanti femministe manifestavano a Cozumel - sempre chiedendo giustizia per Alexis - davanti alle istallazioni del FGE. Altre manifestazioni si erano tenute al tribunale di Felipe Carrillo Puerto. Scontata la richiesta, finora inevasa dalle autorità, di garantire la sicurezza delle bambine, delle adolescenti e delle donne adulte, in egual misura vittime di aggressioni, stupri e uccisioni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Cresce il numero dei contagi all'interno delle carceri tra detenuti e personale, ma il sovraffollamento permane. Per questo c'è Rita Bernardini del Partito Radicale che è al quarto giorno dello sciopero della fame per ottenere un dialogo con il governo. Ciò che propone, oltre all'amnistia e l'indulto, è almeno una modifica del dl Ristori cercando di ampliare la platea dei beneficiari. La legge si limita a 18 mesi e secondo la Bernardini potrebbe essere portata a 24.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 14 novembre 2020
Seicento cinquantatré detenuti positivi e 847 persone - 50 operatori e gli altri agenti penitenziari - contagiate. Coinvolti 75 istituti su un totale di 192, 1009 carcerati in isolamento sanitario. Dati allarmanti, tanto che il Garante nazionale delle persone private della libertà sottolinea la necessità di pensare ad una riduzione di "presenze ben più consistente" di quella prevista. La radicale Bernardini è al terzo giorno dello sciopero della fame, hanno deciso di aderire all'iniziativa anche politici come il renziano Giachetti.
- Le proposte Pd per il carcere sono buone, ma non bastano
- Luigi Manconi in sciopero della fame per amnistia e indulto
- Il capo del Dap Petralia: "Insieme vinceremo contro il Covid"
- Scarcerare 30 mila persone subito è l'unica soluzione
- Subito una legge per le udienze da remoto o nei tribunali sarà caos totale











