di Cecilia Capanna
ildigitale.it, 12 febbraio 2021
Ferdinando, un detenuto di Rebibbia, racconta come la torrefazione all'interno del carcere e il negozio del Caffè Galeotto gli abbiano cambiato la vita. Pochi sanno che all'interno della casa circondariale di Rebibbia c'è una torrefazione in cui lavorano i detenuti e che porta il nome di Caffè Galeotto. Un luogo di vera trasformazione, sia dei chicchi di caffè che delle persone.
L'idea è stata di Mauro Pellegrini, il fondatore della cooperativa sociale Panta Coop, un uomo che ha dedicato la sua intera vita alla rieducazione delle persone che sono in carcere attraverso diversi progetti, tra cui quello del Caffè Galeotto. Grazie ai fondi tutti provenienti esclusivamente da donatori privati, è nata la torrefazione che ad oggi ha 15 dipendenti. Formare i detenuti e farli lavorare in una torrefazione permette loro di riacquistare dignità, di concretizzare la voglia di ricominciare e di farlo imparando un mestiere richiesto sul mercato del lavoro, che sarà la chiave per il reinserimento nella società una volta scontata la pena.
All'interno del penitenziario di Rebibbia Mauro ha avuto in concessione uno spazio in cui da una parte si miscela, si tosta, si macina il caffè e si producono le cialde e dall'altra si fa manutenzione e si riparano le macchine espresso che vengono date in dotazione ai clienti in comodato d'uso. Oltre all'attività artigianale dentro le mura del carcere, Mauro ha realizzato un piccolo negozio aperto al pubblico dove vengono venduti tutti i prodotti del Caffè Galeotto e che si trova all'ingresso del Nuovo Complesso della casa circondariale.
Ferdinando lavora nel negozio del Caffè Galeotto, gli occhi scuri e profondi, occhi buoni e consapevoli. È in carcere da 11 anni e ne deve ancora scontare 4. Il negozio della torrefazione è un posto aperto a tutti, Ferdinando può lavorarci perché beneficia dell'articolo 21 che gli dà la possibilità di uscire dalla mattina alla sera. "Sono molto fortunato ad aver avuto questa possibilità, mi è stata data fiducia e questa è la cosa fondamentale da fare con chi ha sbagliato".
Ferdinando è un uomo trasformato e il lavoro al caffè Galeotto lo ha decisamente aiutato nel cambiamento. "In carcere si può cambiare ma si deve seguire un percorso". Parla forte e chiaro, occhi negli occhi, le sue parole si animano: "Il carcere deve servire per capire dove hai sbagliato. Devi viverlo, non dormire tutto il giorno per farti passare il tempo. Devi fare un percorso che ti porti a non commettere più gli stessi errori. Lavorare è fondamentale per intraprendere questo processo, aiuta a ricostruire se stessi e il proprio futuro, anche se purtroppo una volta liberi si è comunque condannati al pregiudizio, un vero e proprio ergastolo".
Oltre ad essersi iscritto all'università ed essere prossimo alla laurea, Ferdinando è un eccellente musicista, il suo strumento è la fisarmonica. Nel minuscolo magazzino del negozio suona e compone, sul muro ha scritto "Musica è evasione". Presto inciderà un disco con musicisti famosi. Lo vanno a trovare molti amici e il caffè Galeotto è diventato anche un centro di incontro in cui non solo si vende il caffè ma si fa anche arte e cultura.
Spesso Ferdinando suona insieme a Paolo, il suo professore di inglese che lo accompagna alla chitarra. Paolo insegna in carcere da più di 25 anni ed è fortemente convinto che la scuola in carcere sia fondamentale tanto quanto il lavoro. Paolo ha spiegato che "La scuola è bistrattata e non è messa al centro del processo di recupero di queste persone che hanno una forte volontà di rimettersi in gioco, magari di riprendere passioni o interessi che sono stati accantonati come la musica per Ferdinando. La scuola andrebbe valorizzata. Spesso ci troviamo davanti a persone che vogliono fortemente cambiare".
Se già la vita in carcere è durissima e disumanizzante, si è aggiunta la pandemia a renderla ancora più complicata. Sono mesi che i detenuti non possono vedere e riabbracciare la propria famiglia e i propri congiunti. Questo per un'ordinanza che vieta i colloqui, una misura che vuole proteggere da una potenziale "bomba epidemiologica" da Covid chi è dentro i penitenziari ma che non è bastata.
Nel frattempo infatti il personale carcerario entra ed esce dalle case circondariali e nonostante le attenzioni a Rebibbia un focolaio ha colpito almeno 110 detenuti.
"La paura è molta, non tanto per i giovani quanto per tantissimi detenuti con patologie pregresse anche gravi che qui dentro non ci si dovrebbero proprio trovare" dice Ferdinando. La situazione è particolarmente allarmante anche perché sembra che le mascherine distribuite siano poche e pochi giorni fa è anche mancata l'acqua per un'intera giornata. Tutto questo rende ancora più difficile la missione di Mauro Pellegrini ma il caffè Galeotto tiene duro e si va avanti giorno per giorno.
La torrefazione può ospitare pochi dipendenti rispetto alla popolazione carceraria di Rebibbia che conta 1200 detenuti. Ferdinando è un esempio di come potrebbero trasformarsi tutti e 1200 se il carcere fosse veramente un luogo di recupero e di rieducazione come lo immagina Mauro Pellegrini e come lo avevano immaginato i padri della Costituzione italiana.
Sappiamo bene che purtroppo non è così e che il Diritto Penitenziario è fragile. Ferdinando e gli altri dipendenti della torrefazione hanno capito i loro errori e sono cambiati. Le istituzioni sono disposte a capire gli errori e a cambiare? Intanto che aspettiamo l'urgente riforma carceraria e la vaccinazione prioritaria in tutte le case circondariali italiane, bere il caffè Galeotto è il gesto minimo da fare per dire ai detenuti: io non vi dimentico.
di Katia Valente
ciociariaoggi.it, 12 febbraio 2021
Saranno loro, i detenuti, a collaborare ai fini del reinserimento sociale alla riparazione delle buche in città. Ieri, nel palazzo, l'incontro per dare il "la" alla fase operativa e dettagliare interventi e mezzi. Ma c'è anche un altro piano, squisitamente municipale, per le maggiori criticità. La novità? Una App dove i cassinati potranno segnalare marciapiedi rotti e lampioni spenti direttamente al settore manutenzione.
Ieri mattina nella sala Giunta c'erano il dottor Leandro Zapparato, responsabile traffico e viabilità di Autostrade e l'ingegner Luigi Iazzetta, capo della manutenzione della stessa società che hanno concordato un programma di interventi per l'eliminazione delle buche nelle strade, la sistemazione dei marciapiedi, la segnaletica orizzontale e verticale, la sistemazione dell'area esterna della casa circondariale ed altro. Per l'amministrazione di piazza De Gasperi era presente il sindaco, Enzo Salera, gli assessori Venturi e Carlino, il consigliere Terranova mentre ha partecipato anche il funzionario della manutenzione, Giuseppe Vecchio.
Non è stato altro che lo step operativo del protocollo d'intesa siglato nell'autunno scorso per la promozione di lavori di pubblica utilità dal direttore della casa circondariale San Domenico, dottor Francesco Cocco, dal direttore del VI Tronco della società autostrade, dottor Costantino Ivoi, e dal sindaco Enzo Salera. Un progetto per il quale ha la vorato molto anche l'assessore al personale Barbara Alifuoco. Si inizierà dal prossimo mese di marzo fino a ottobre, con due "puntate" settimanali. Verranno utilizzati giovani dell'associazione Ethica group, percettori del reddito di cittadinanza e i detenuti. Naturalmente dopo una adeguata formazione.
E sui detenuti, il sindaco ha precisato che "l'iniziativa ha una importante funzione sociale, utile alla collettività ma anche ai detenuti che parteciperanno a titolo volontaristico e gratuito". Gli interventi riguarderanno anche la pulizia di caditoie, la sistemazione di sedi stradali a basso scorrimento, il ripristino del decoro in spazi pubblici, la pulizia di aree imbrattate, il ritiro di segnali ammalorati o non conformi, la predisposizione di stalli per parcheggi, strisce pedonali ecc.
La società Autostrade metterà a disposizione personale specializzato con compiti formativi, mezzi (termo-container, rullo piccolo per interventi in città, una piccola fresa ecc.), materiale di provenienza dai propri impianti tradizionali. Ma c'è anche un programma municipale, indipendente rispetto al protocollo, a carico dell'ente e del settore manutenzione. Ma veniamo alla domanda cardine.
Sindaco, ma perché Cassino è una groviera?
"Non è una novità risponde Salera lo è sempre stata. La situazione di strade e marciapiedi di Cassino è talmente compromessa, dopo decenni di mancati interventi, che se volessimo rifarli completamente penso che non basterebbero 20 milioni di euro".
Allora torniamo a quello che si può fare...
"Interventi sulle situazioni più critiche. Attualmente, con tre mesi di pioggia, la situazione è peggiorata ma come Comune abbiamo messo in programma un intervento massiccio con il settore manutenzione. Ma dipenderà molto dal tempo, altrimenti sarà lavoro sprecato. Ci stiamo attrezzando per intervenire su situazione critiche, mirate. Lo faremo, lo faremo per davvero. È un piano nostro, indipendentemente da quello con autostrade e stiamo lavorando a un App dove i cittadini ci segnaleranno buche e lampioni spenti con la loro posizione. Sarà tutto inviato immediatamente dalla manutenzione per un pronto intervento".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2021
La decisione sulle domande delle parti civili presuppone l'esistenza di una formale condanna a eccezione di amnistia e prescrizione. Il proscioglimento impedisce di statuire sulle richieste delle parti civili. A tal fine deve, infatti, sempre sussistere una formale condanna per il reato commesso. E anche il giudice di secondo grado che prosciolga - per qualsiasi motivo - l'imputato non può confermare le statuizioni civili contenute nella condanna di primo grado.
Ciò vale anche nel caso venga accertata la ricorrenza della causa di non punibilità per tenuità del fatto. Unica eccezione a tale regola è quella dell'articolo 578 del Cpp che consente la decisione in merito alle domande delle parti civili quando scatti in secondo grado o in Cassazione il proscioglimento per l'intervenuta amnistia o prescrizione. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 5433/2021, ha annullato senza rinvio la sentenza di secondo grado, che aveva riconosciuto la causa di non punibilità, ma aveva confermato la condanna alla rifusione delle spese di giudizio alla parte civile costituita.
Ma come spiegano le sezioni Unite penali ampiamente citate dalla sentenza si tratta di statuizione illegittima anche quando la condanna di tenore civile è generica, come nel caso concreto. L'illegittimità deriva, appunto, dal proscioglimento: cioè dall'assenza di una formale condanna per il fatto-reato anche se questo è stato accertato. Unica eccezione prevista, che consente quindi il mantenimento delle decisioni civili, è quella del proscioglimento per amnistia o per prescrizione, come esplicitamente previsto dall'articolo 578 del Codice di procedura penale.
di Giuseppe Legato
La Stampa, 12 febbraio 2021
È la criminalità quasi pastorale ma che ha stretto rapporti con la politica e che si estende tra il Foggiano e il Barese, nella zona del Gargano. Stragi e omicidi si susseguono con una crudeltà inaudita.
Il magma. È la metafora utilizzata dalla Dna per raccontare in una decina di pagine della relazione annuale la "Quarta mafia", quella pugliese (diversa dalla Sacra Corona Unita), rinnegata fino a poco tempo fa "la cui gravità delle manifestazioni violente - scrivono i magistrati - era stata generata da faide pastorali". dalla sottovalutazione a una nuova consapevolezza il passo è stato breve. Probabilmente imposta dalla ferocia pubblica che l'organizzazione attiva nel Gargano e nella provincia di Bari, ha portato sulla scena - e sulle cronache nazionali degli ultimi anni con vere e proprie mattanze. "Questo ritardo cognitivo - si legge agli atti della disamina della Dna - ha costituito, purtroppo, un vantaggio per i sodalizi criminali che hanno potuto radicarsi, evolversi, espandersi, infiltrarsi nelle attività economiche e politico-amministrative". La Quarta Mafia non ha pentiti, non ha strutture verticistiche e si snoda su due versanti: quello di Bari e quello di Foggia.
A differenza di altre mafie - governate da una "cupola" e capaci, quanto meno nei momenti di criticità o per comuni interessi, di rispettare gerarchie interne ed esterne; di creare alleanze stabili; di seguire strategie concordate - la mafia pugliese "appare fatta di sostanza magmatica, mutevole e sempre incandescente: muta la composizione e la potenza dei sodalizi a causa di eventi contingenti quali affiliazioni, carcerazioni, crearsi e disfarsi di alleanze, scissioni interne o inglobamento di piccole realtà criminali locali o di fuoriusciti di altri clan con cicliche e imprevedibili esplosioni di sanguinose "guerre". È questa, per i magistrati della Dna "l'inevitabile conseguenza dell'assenza di un vertice aggregante, capace di imporre regole, di elaborare strategie, di dirimere contrasti, di creare solide alleanze e, soprattutto, di trasmettere un senso identitario".
Ne discende che "il senso degli affari e l'interesse personale sono gli unici motori per affiliarsi a un clan così come per fuoriuscirne; ed è sempre questo spiccato senso di opportunismo a condurre il fuoriuscito ad affiliarsi ad altro clan o a collaborare con la Giustizia". Ne discende che "ogni alterazione dei fragili e temporanei equilibri e, più in genere, qualsivoglia intralcio al più spregiudicato affarismo criminale viene sbrigativamente risolta con fatti omicidiari".
Non è un caso che - come ammette la stessa Dna - nell'ultimo anno, il capoluogo pugliese è stato funestato da numerosi fatti di sangue, sintomatici sicuramente di tensioni "le cui inquietanti modalità (agguati sotto casa, gambizzazioni, inseguimenti tra la folla in pieno giorno), unitamente a improvvise riorganizzazioni degli assetti gerarchici dei clan, sono sintomatici del dinamismo e dell'ingestibilità delle nuove leve, impazienti di scalare le gerarchie e disposte a tutto pur di ricoprire ruoli apicali".
La chiamano la "gomorra di cui nessuno parla". Perché ha ucciso innocenti, carabinieri e rivali senza guadagnarsi per molto tempo la ribalta mediatica e all'allarme dell'opinione pubblica. Lo ha fatto con una ferocia che richiama altre epoche di questo paese. Eppure "lo spaccato più drammatico della realtà malavitosa foggiano- garganica è la commistione tra affari criminali e politico-amministrativi". Ne nasce un mix di Dna potenzialmente micidiale per l'economia e la democrazia di interi territori. "Una mafia - scrive la Dna - che sa essere insieme rozza, ma anche affaristicamente moderna, capace di continuare ad uccidere vendicando torti subiti decenni addietro e di porsi come interlocutore e partner di politici e pubblici amministratori".
Allo scioglimento dei Comuni di Monte Sant'Angelo (2015) e Mattinata (2018) è seguito quello recentissimo, nell'ottobre 2019, dei Comuni di Cerignola e Manfredonia. "Il terreno su cui la mafia e la cosa pubblica si sono incontrate - si legge agli atti della relazione della Dna - è quello delle feste e incontri conviviali, delle inaugurazioni di esercizi commerciali, partite di calcio. L'opacità e l'ambigua disponibilità degli apparati amministrativi si è concretizzata in atti di assunzione per parenti di mafiosi, rilascio di certificazioni utili per partecipare a pubbliche gare e favori di ogni genere".
Il pericoloso abbraccio si innesta su "una certa "timidezza" - tra comunità civile e le istituzioni in un territorio - in cui l'assenza pressoché totale di collaboratori di giustizia dovrebbe essere sopperita dall' impegno della comunità civile a "vedere", denunciare, rifiutare le lusinghe di un welfare illegale". La risposta dello Stato con arresti e della società civile con marce per reclamare a gran voce legalità "non bastano". Serve "un processo di crescita culturale e di riscatto sociale nel quale la società civile - essenzialmente sana, ma sfiduciata - dovrà essere supportata da tutte le istituzioni e dalla percezione di uno Stato presente e vicino ai bisogni del territorio, primo tra tutti quello del lavoro".
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 12 febbraio 2021
L'Organizzazione internazionale per le migrazioni chiede a Ue e stati membri di cambiare rotta. Migliaia gli abusi documentati. Frontex sotto accusa. L'Unione europea e gli stati membri devono mettere fine a respingimenti, espulsioni collettive e violenze contro migranti e rifugiati che continuano a ripetersi lungo le frontiere esterne.
Lo ha chiesto ieri l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) con un appello che nasce dai tanti casi pratiche illegali e abusi realizzati dalle stesse autorità. Hanno interessato 12.654 persone quelli documentati nelle 1.500 pagine del "Libro nero dei respingimenti", redatto dall'organizzazione Border Violence Monitoring Network e presentato a dicembre scorso al parlamento europeo dai partiti raccolti nel gruppo The Left.
"La sovranità degli Stati, compresa la competenza a mantenere l'integrità dei loro confini, deve allinearsi agli obblighi indicati dal diritto internazionale e rispettare diritti umani e libertà fondamentali di tutti", afferma Eugenio Ambrosi, capo di gabinetto Oim a Ginevra.
L'Oim accoglie con favore le recenti indagini su respingimenti e violenze e si augura che il Patto europeo su immigrazione e asilo istituisca un meccanismo indipendente di monitoraggio delle frontiere. Tra le righe si legge una critica a Frontex, l'agenzia europea finita sotto accusa per i respingimenti nell'Egeo.
A gennaio, in seguito all'audizione a Bruxelles del direttore Fabrice Leggeri, The Left ha creato un gruppo di lavoro per controllarne l'operato. "Leggeri ha mentito due volte in Parlamento e se ne deve andare - afferma l'eurodeputata Sira Rego (Izquierda Unida), membro del "Frontex Scrutiny Working Group" - Ma le dimissioni di Leggeri non bastano. Il problema è Frontex stesso e le sue continue violazioni dei diritti umani nei confini dell'Europa. Il problema sono le politiche dell'Europa Fortezza".
di Roberto Saviano
Sette - Corriere della Sera, 12 febbraio 2021
Mi ha stupito - mi racconta il fotoreporter Alessio Paduano - incontrare persone in difficoltà estrema, affamate, ma davvero affamate, che non si strappano il cibo di mano né lo nascondono agli altri ma lo smezzano. In queste condizioni di assoluta miseria esiste quel che non vi è nel benessere: solidarietà, assistenza reciproca. E la neve? Nonostante peggiori la loro vita ne riescono incredibilmente ancora a cogliere la bellezza.
C'è una grande differenza tra vivere la miseria al caldo e subirla al freddo. La disperazione muta completamente a seconda del clima in cui la si sconta. Il freddo ti impedisce di contare sul sonno, di provare a sopportare la mancanza della casa sostituendo le stanze con il vagabondare tra marciapiedi e androni, panchine e giardini. La miseria al freddo è una pena doppia, il gelo rende nemico tutto ciò che è fuori da un perimetro con i muri e un tetto.
È il caldo, il clima mite, l'unico accesso all'esterno, l'unica possibilità per non sentire l'aria una rivale che ti porta catarro e insonnia, costringendoti a muoverti, a bere alcol, a tenere le mani così vicine alla brace da piagare la pelle. Questa foto ritrae un migrante nella neve vicino a una fabbrica abbandonata a Bihac, Bosnia ed Erzegovina, ed è stata scattata poche settimane fa. Migliaia di migranti da mesi sono stipati in tende squarciate, senz'acqua, senza fogne. Il fuoco è difficile da accendere e proteggere, troppo vento, legna bagnata, e poi il fuoco è stato il grande nemico. Il campo di Lipa, che ospitava 1.200 migranti, è stato incendiato: non la solita scintilla partita da qualche fornello a gas, ma un incendio voluto, un atto di ribellione in quel campo ormai invivibile, deposito, fogna, agglomerato e non luogo per persone.
Le autorità bosniache non avevano attrezzato il campo per l'inverno, il freddo come strumento di ricatto è stata la scelta politica per provare a minacciare i profughi e costringere l'Europa a prendersi la carne umana indesiderata. Alessio Paduano, il fotoreporter autore di questo scatto, mi racconta: "Quello che mi ha stupito è stato il medesimo comportamento che mi colpisce tutte le volte che incontro migranti: persone in difficoltà estrema, affamate, ma davvero affamate, che non si strappano il cibo di mano né Io nascondono quando lo raggiungono, ma lo smezzano. Ogni volta apprendo che in queste condizioni di assoluta miseria esiste quello che non c'è nel benessere: solidarietà, soccorso, assistenza reciproca".
Ma la neve - gli domando - questa neve che non smette? "Non la maledicono - mi risponde Alessio - nonostante siano in ciabatte con i piedi gelati, nonostante li ricopra, la vedono come una magia; forse perché sono giovanissimi, ragazzini, ma ne vedono la bellezza".
Ora, ricordate le storie della Grande Armata di Napoleone in Russia? Le truppe dello zar, che attendono l'invasione, fanno terra bruciata, tolgono rifugio, cibo, legno alle truppe napoleoniche entrate nei loro confini. Attendono che arrivi il Generale Inverno a fare piazza pulita dei seicentomila uomini dell'imperatore giacobino.
Qui bosniaci, croati e l'Europa tutta stanno usando il Generale Inverno contro i profughi, stanno sfruttando l'artiglieria del gelo per comunicare un messaggio chiaro: chi viene qui avrà la neve contro e nessuna speranza di transito. Ormai, da noi, storie così non provocano più reazioni, per molti sapere che migliaia di esseri umani in cerca di una vita migliore stanno al freddo da mesi è un evento ordinario. Alla stregua di un incidente d'auto, un infarto, una disavventura che pare possibile nel novero dell'esperienza del vivere. Nella mia terra, a Napoli, c'è un'espressione meravigliosamente drammatica: "puzzarsi dal freddo".
Ha un significato profondissimo ed eloquente, declinabile in due grandi macro-storie. La prima: il freddo, quando lo vivi per strada e sei mal coperto, ti prende soprattutto allo stomaco, lo senti lì, e tutto ciò che hai dentro non lo trattieni, va giù nei pantaloni, ti cachi addosso, e puzzi. La seconda è quella dei bassi napoletani, le abitazioni al piano terra che danno sul marciapiede: un tempo, d'inverno, nei bracieri spesso non c'era nulla da ardere, né legno né carbone, quindi a letto ci si urinava addosso per scaldarsi, e questo ti faceva puzzare. L'intera Europa, il governo bosniaco e quello croato stanno puzzando per il proprio comportamento, un puzzo assai peggiore del puzzare dal freddo, perché il loro puzzo è morale, politico, un puzzo che solo la barbarie sa emanare.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 12 febbraio 2021
Le macchine che possono uccidere senza il comando umano. Il richiamo di Human Rights Watch. Al momento, non esiste una legislazione internazionale. La Coalizione per fermarli ha raggiunto in pochi anni il supporto di 172 Ong in 65 Paesi. Si chiamano Laws (Lethal Autonomous Weapons), "armi autonome letali", e sono dispositivi in grado di selezionare e colpire un bersaglio senza controllo o indicazione umana. Per questo si dicono "completamente autonome", ed è ciò che le differenzia da tutte le armi attualmente esistenti.
Le Laws sono in fase di sviluppo avanzato in Cina, Israele, Corea del Sud, Stati Uniti e Regno Unito e sollevano molti dubbi di tipo etico e pratico. Al momento, non esiste una legislazione internazionale che regoli la produzione e l'utilizzo di questi dispositivi: un grande movimento globale, guidato dalla Campagna per bandire i robot killer (Campaign to stop robot killer), chiede il bando preventivo di sviluppo, produzione e uso delle Laws.
La macchina che decide vita o morte. Tra le motivazioni di chi si oppone c'è innanzitutto la questione morale: una macchina non può "decidere" della vita e la morte di un essere umano, in particolare nelle situazioni che richiedono un discernimento basato sull'analisi del contesto e spesso su compassione e umanità. Emergono numerosi dubbi sulla capacità di tali armi di rispettare alcune regole di guerra come la proporzionalità dell'attacco, la necessità militare, il discernimento.
I possibili attacchi degli hacker. Migliaia di esperti e centinaia di compagnie del settore tecnologico hanno sollevato pesanti dubbi circa l'affidabilità di queste macchine: ad esempio, sarebbero soggette ad attacchi hacker, a malfunzionamenti e interazioni imprevedibili con l'ambiente. Da qui sorgono domande sulla responsabilità: in caso di azioni illecite o di un malfunzionamento, chi sarebbe imputabile? Il programmatore, il produttore, il comandante? La giustizia per le vittime potrebbe diventare ancora più difficile da raggiungere.
L'utilizzo non solo in guerra: esempio, alle frontiere. Inoltre, automatizzare le truppe militari potrebbe rendere ancora più semplice entrare in guerra, e i civili sarebbero gli unici a pagare lo scotto della violenza. C'è il rischio di una corsa agli armamenti: se gli eserciti più potenti del mondo iniziassero a dotarsi di queste tecnologie, sarebbe difficile fare marcia indietro. Per questo, sostiene il fronte dell'opposizione, è importante il bando preventivo. Un'altra preoccupazione riguarda il possibile utilizzo delle armi automatizzate in contesti non di guerra: si pensi al controllo delle frontiere, alla sorveglianza o al possibile utilizzo da parte di regimi autoritari.
Ma c'è un fronte dei pro. I sostenitori delle Laws, al contrario, assicurano una maggiore efficienza sul campo di battaglia. Le macchine sarebbero capaci di operare in ambienti difficili e di assicurare un'estrema precisione. Grazie alle Laws, sarebbero risparmiate molte vite umane, quelle dei soldati, e infine agirebbero da deterrente. In realtà, sappiamo che in passato molte armi semi-automatiche sono state presentate come rivoluzionarie secondo queste stesse argomentazioni: le bombe a grappolo, le mine antiuomo, le armi nucleari. Sono armi che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone prima di essere bandite per motivi umanitari. In definitiva, i pochi potenziali vantaggi sono oscurati dai molti pericoli che imporrebbero alla sicurezza e alla vita di molti e molte.
La Campagna per bandire i robot killer. La Campagna per bandire i robot killer è una coalizione in rapida crescita: nata nel 2012, oggi conta 172 organizzazioni non governative in 65 Paesi, e lavora per sensibilizzare le società civili e i governi sul pericolo posto dalle Laws.
Gli obiettivi: proibire lo sviluppo, la produzione e l'uso delle armi completamente autonome attraverso leggi nazionali e trattati internazionali, cui tutti i Paesi dovrebbero aderire. Inoltre, chiede alle compagnie del settore tecnologico e agli individui impegnati nello sviluppo di intelligenze artificiali di rifiutare ogni contributo allo sviluppo delle Laws. In Italia, sono parte della Campagna l'Unione degli Scienziati Per Il Disarmo Onlus, la Rete Italiana Pace e Disarmo, l'Istituto Di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (Iriad/Archivio Disarmo).
Laws, il sondaggio. Secondo un sondaggio condotto da Ipsos lo scorso dicembre, più di tre persone su cinque in 28 Paesi diversi si sono dichiarate contrarie all'uso delle Laws. Quanti hanno preso parte alla rilevazione compongono una rete diplomatica che discute la messa al bando delle armi autonome.
Tuttavia, il dibattito ha raggiunto un punto morto nel novembre 2020, data in cui la Convenzione su certe armi convenzionali (Ccw) non è riuscita ad approvare il programma di lavoro per il 2021. Il sondaggio ha rappresentato un'ulteriore dimostrazione della necessità di agire: "L'avversione della società civile per le armi autonome non è diminuita", afferma Mary Wareham, direttrice della divisione armi a Human Rights Watch e coordinatrice della Campagna per bandire i robot killer. "È il momento di smetterla con l'inazione diplomatica, dobbiamo implementare misure preventive che siano davvero efficaci".
di Letizia Tortello
La Stampa, 12 febbraio 2021
Il governo cancella la legge che teneva gli agenti fuori dagli atenei dal 1982: "Basta spaccio e aggressioni, ripristiniamo l'ordine". Le bandiere rosse degli studenti greci avanzano decise in piazza Syntagma, sotto il monumento del milite ignoto.
"La legge contro il diritto di asilo universitario non passerà", gridano migliaia di giovani mascherati per la pandemia. Provano a rompere il cordone degli agenti in tenuta antisommossa. Il centro di Atene si trasforma in un campo di battaglia, con lanci di pietre, molotov e altri oggetti. Risposta lampo delle forze dell'ordine: idranti e spray urticanti contro la folla.
La capitale, Salonicco, Tessalonica sono in rivolta per la riforma di una norma che riporta il Paese alla pagina più buia degli ultimi cinquant'anni. Il governo di centrodestra vuole reintrodurre la polizia dentro le università, abrogando una legge che fu una conquista del 1982, nove anni dopo la carneficina operata dai militari al Politecnico, che uccisero decine di studenti in protesta.
Quella ferita del passato non si è mai chiusa. Riesplode ora per le strade, con scontri e nuovi arresti, perché il parlamento vota il disegno di legge voluto dal premier Mitsotakis. Una patata bollente politica che vede contrapposti i conservatori e la sinistra di Syriza guidata dall'ex primo ministro Tsipras, al fianco degli studenti. Questi ultimi sfilano da settimane. Accusano l'esecutivo di voler abolire i diritti democratici acquisiti con la fine del regime dei colonnelli (1967-74). "I consigli di disciplina e i corpi speciali di polizia - spiegano i leader della protesta - soffocheranno la libertà di espressione e di insegnamento. Così uccidete la democrazia".
La memoria del Paese corre alla notte del 17 novembre 1973, quando i militari mandarono i carri armati a sfondare le porte dell'università scientifica di Atene, per disperdere le massicce rivolte anti-regime. All'epoca, grandi manifestazioni di piazza, fomentate da organizzazioni segrete nelle quali gli studenti ebbero un ruolo fondamentale, sfidarono apertamente i colonnelli. Seguirono violenze, dentro e fuori il campus, vennero uccise ventiquattro persone. Da allora, gli atenei greci sono rimasti luoghi in cui vive e si esprime una forte anima politica.
Sono 24 le università nel Paese, contano 600 mila iscritti. Secondo il governo, che ha deciso per il pugno duro, negli ultimi anni si sono trasformate anche in "covi di illegalità". "Il diritto di asilo universitario è uno scudo per criminalità e degrado - denuncia il premier Mitsotakis. Dentro i nostri atenei si verificano traffici di droga, aggressioni sessuali, gruppi di anarchici e anti-establishment occupano gli spazi sottratti a studenti e docenti".
L'accusa è anche che nelle aule si fabbricano molotov da lanciare alle manifestazioni. Da qui, l'esigenza di intervenire, come spiega Niki Kerameus, 40enne ministra dell'Istruzione con studi ad Harvard, che vuole il rilancio: "Abbiamo un enorme potenziale. Ora basta impunità".
Con la riforma verrà anche posto un tetto massimo agli anni di frequenza, per arginare il fenomeno degli "studenti eterni": il 40% dei laureati continua gli studi fino alla mezza età. Finora, per consentire l'ingresso della polizia nei campus era necessaria l'autorizzazione del rettore.
Per i manifestanti, rompere il tabù è un salto ai tempi neri della dittatura. La legge era già stata rivista nel 2011, quando la Grecia era sotto l'austerità imposta da Bruxelles, ripristinata da Tsipras nel 2017. "Stiamo assistendo a un conflitto tra due fazioni della società greca - commenta al Guardian Kevin Featherstone, docente di Studi greci contemporanei alla London School of Economics. La prima ha sguardo internazionale. L'altra è isolata, paurosa. È una guerra culturale".
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 12 febbraio 2021
Marta Lempart guida la protesta di piazza per i diritti. È accusata di aver insultato la polizia e di aver appoggiato gli assalti alle chiese. Marta Lempart, co-leader insieme a Klementyna Suchanow del movimento delle donne polacche Ogolnopolski Strajk Kobiet (sciopero nazionale delle donne) rischia otto anni di prigione.
È accusata di aver offeso la polizia, con gesti ostili e sputi contro agenti, di aver appoggiato "gli assalti alle Chiese", ovvero i casi in cui senza violenza le dimostranti sono entrate in luoghi di culto affiggendovi bandiere Lgbt, il loro simbolo e poster di protesta. E, accusa forse piú grave, di aver favorito la diffusione della pandemia con le massicce e ripetute dimostrazioni tenutesi nelle settimane scorse in tutto il paese contro il divieto quasi totale di interruzione di gravidanza.
Il governo di destra sovranista-clericale eletto al potere nell'autunno 2015 nel più grande paese orientale dell'Unione europea e della Nato, vicinissimo al carismatico premier sovranista magiaro Viktor Orbán, e il cui vero leader è il capo storico del PiS (Diritto e Giustizia, partito-guida della coalizione), vicepremier e responsabile della sicurezza nazionale Jaroslaw Kaczynski, sembra quindi deciso al massimo possibile di risposta dura alle proteste della società civile.
Formalmente si parla qui di decisioni del potere giudiziario. Ma negli ultimi anni con una serie di riforme su ruolo diritti e doveri dei giudici e poteri del ministero della Giustizia, guidato dal "falco" Zbigniew Ziobro, nonché con le nuove nomine alla Corte costituzionale, la separazione tra potere esecutivo e potere giudiziario è stata seriamente intaccata e limitata in Polonia, come affermano anche critiche e prese di posizione dell'Unione europea.
Con abili argomentazioni giuridiche che poggiano su accuse di reati comuni, tornano di fatto processi politici nell´Europa di mezzo. Ciò avviene all´indomani della giornata di sciopero-blackout con cui tutti i media liberi e indipendenti hanno protestato contro il progetto di tassa sulla pubblicità che secondo loro farebbe fallire e metterebbe a tacere ogni testata cartacea, radiotelevisiva od online non governativa.
Le accuse contro Marta Lempart sono state annunciate oggi giovedì a Varsavia dalla portavoce della Procura della capitale, Aleksandra Skrzyniarz. Secondo la quale l'indagata "ha insultato agenti delle forze dell'ordine facendo il gesto di sputare loro in faccia e profferendo contro di loro parole volgari", e inoltre organizzando i cortei "ha favorito la diffusione del coronavirus causando molti contagi".
Altra accusa è aver elogiato "attacchi alle chiese e atti di vandalismo contro le chiese" e aver dichiarato in un dibattito pubblico che la gente "ne ha abbastanza delle istituzioni della Chiesa cattolica e vorrebbe pisciar loro sopra". E anche che il movimento "è in guerra contro questo governo nemico dei diritti delle donne, autoritario e omofobo, per cui torneremo pacificamente in piazza".
La conferenza episcopale polacca, schierata in maggioranza su posizioni estremamente conservatrici ben lontane da Papa Francesco, omofobe e intransigenti sul tema aborto, appoggia pienamente la legge con cui il governo del premier Mateusz Morawiecki (ma guidato di fatto da Kaczynski) ha accolto la sentenza dell'autunno scorso emanata della Corte costituzionale, composta in maggioranza da giudici favorevoli al PiS.
La Consulta ha deliberato su una richiesta di dichiarare anticostituzionale l'aborto nella quasi totalità dei casi. La sentenza affermò che l'interruzione di gravidanza è tollerata solo in caso di stupro, incesto o pericolo di vita per la madre. È invece vietata - questo è il punto critico - anche se il nascituro è colpito da malformazioni letali incurabili e tale da portare alla morte prima o dopo il parto. Il verdetto è stato pubblicato poche settimane fa dalla Gazzetta ufficiale polacca e immediatamente tradotto in legge in vigore.
I media critici, Strajk Kobiet e le voci europeiste della società civile fanno notare che Marta Lempart indossava una mascherina quando avrebbe sputato sui poliziotti. Aggiungono che i massicci, pacifici cortei si sono sempre svolti con distanziamento e con tutte e tutti i dimostranti con mascherina. Recentemente Jaroslaw Kaczynski aveva condannato le proteste delle donne come "violenta insurrezione mirante a distruggere la Polonia". Aveva aggiunto: "Sicuramente queste dimostrazioni causeranno molte vittime", riferendosi ai contagi. "Chi li organizza crea gravi pericoli e commette un serio crimine. Le autorità hanno non solo il diritto, bensì l'obbligo di opporsi a simili eventi".
di Khin Aye*
La Repubblica, 12 febbraio 2021
Le riunioni di hacker improvvisati per aggirare i blocchi imposti alla rete, la distribuzione dei pasti ai manifestanti, il coraggio dei più giovani e le paure delle famiglie. Una giornalista birmana racconta in prima persona la battaglia della società civile per riportare in libertà Aung San Suu Kyi e il sogno di democrazia.
Se mi presento con un altro nome non è per vigliaccheria. Certo, ho paura come tutti, perché i militari del mio paese hanno già dimostrato di essere pronti a uccidere anche stavolta, e una ragazza sta ancora lottando tra la vita e la morte nella nuova capitale Naypyidaw dove è stata colpita alla testa da un proiettile. Ma le mie ragioni sono altre.
La mia famiglia ha sofferto già troppo durante gli anni della dittatura che noi chiamiamo l'Era Oscura, e non voglio dare altro dolore ai miei genitori, a mio padre che ha passato sette anni in prigione sotto inaudite torture psicologiche e fisiche per conquistare lo sprazzo di libertà che ha permesso alla Lega della democrazia e a Daw Aung San Suu Kyi di conquistare decine di milioni di voti. E a me di diventare una giornalista, oltre che un'attivista dei diritti umani.
La mattina del golpe, quando i colleghi hanno preso a chiamarmi per dirmi quello che era successo, sono andata a casa dei miei col cuore in gola e vedendo la loro disperazione ho promesso di stare attenta, anche se non mi hanno chiesto niente. In questi ultimi cinque anni di governo avevamo più volte parlato a casa del modo poco trasparente e coerente con il quale Amay (madre) Suu sembrava distorcere la sua stessa idea di democrazia.
Ma da 11 giorni giro in lungo e largo Yangon per documentare uno straordinario e - sinceramente - per me inaspettato movimento che qui chiamiamo in sigla Cdm, della disobbedienza civile, una rivolta vera e propria che sta ormai dilagando ovunque. E mi sono detta: chi sono io per giudicare il loro modo di amare il paese e l'idea di libertà per quanto imperfetta che ha trasmesso la nostra leader oggi di nuovo agli arresti?
È come se avessi scoperto solo adesso che Daw Suu Kyi non avrà lasciato eredi della sua politica con nome e cognome, ma queste miriadi di persone hanno la forza d'animo e la determinazione di dire in suo onore e una volta per tutte basta alla dittatura dei militari. È un pubblico ben più vasto dell'élite di intellettuali alla quale bene o male io stessa appartengo.
Il primo giorno, non sapevo che fare. Cercavo di connettermi e di connettere tra loro colleghi e altri attivisti ma molte linee erano tagliate. Ci siano incontrati in ufficio e cercato di fare dei piani, e quando a mezzogiorno Internet è tornato quelli più tecnologicamente avanzati tra noi ci hanno insegnato come usare il Vpn e scegliere il migliore. Aiutandoci l'un l'altro abbiamo capito che la stessa cosa stava succedendo inevitabilmente in tutto il paese. E infatti come d'incanto si sono tutti organizzati, hanno portato acqua e cibo ai manifestanti, distribuito fiocchi rossi simboli della Lega, una cosa incredibile da immaginare solo poche ore prima.
Ho visto e parlato con uomini, donne e soprattutto ragazzi che se ne fregano delle opinioni dei media internazionali e delle mie stesse idee critiche verso quel silenzio che ha accompagnato nel mio paese le persecuzioni dei Rohingya e di altre minoranze etniche, vittime delle stesse logiche di appropriazione delle terre e dei diritti dei 60 lunghi anni di dittatura.
Ieri per esempio era il giorno di festa nazionale del popolo Karen e al mattino presto sono andata al Padonmar Park nel quartiere di Myaynigone perché avevano segnalato al mio giornale un raduno del cosiddetto movimento delle nazionalità etniche contro la dittatura. C'erano Karen, ma anche Bamar, cioè birmani come me, assieme a Kachin, Mon, Rakhine, Kachin, Shan, Wa, Naga, Ta'ang. Per decenni sono rimasti divisi per tante ragioni sociali e culturali, ma erano tutti lì, sotto la bandiera dei Karen che sventolava e gridavano tutti la stessa cosa: "Liberate Amay Suu", "Abbasso i dittatori tadmadaw", che è il nome dei soldati birmani guidati dal comandante golpista delle forze armate Min Aung Hlaing.
Da lì mi sono spostata su Pyidaungsu Road, dove una grande folla ha sfilato davanti all'ambasciata della Cina, accusata di sostenere il regime. Da giorni circolavano notizie di cinque aerei carichi di tecnici informatici cinesi atterrati a Yangon per aiutare i militari ad applicare una nuova legge di "sicurezza informatica" dei dittatori, che intendono impedire alla gente di comunicare e organizzare la miriade di manifestazioni che continuano a tenersi in tutto il paese.
A poco è servita la smentita ufficiale cinese, secondo la quale gli unici voli erano stati regolari cargo di merci come frutti di mare.
"Non sostenete i dittatori, sostenete il Myanmar" dicevano molti dei cartelli che erano scritti anche in inglese. Negli slogan c'era il sarcasmo e l'ironia in qualche modo influenzata da quella dei giovani studenti thailandesi che ora, chissà forse entusiasmati dal coraggio dei coetanei birmani, hanno ripreso a sfilare a Bangkok contro i loro despoti. Come loro anche i nostri giovani e perfino gli anziani sfilano con le tre dita di Hunger games alzate. "Non ci date frutti di mare - diceva un altro slogan davanti all'ambasciata - ridateci Amay Suu".
Non so sinceramente che cosa stia davvero pensando la leadership comunista di fronte a tutto questo, se convenga a Pechino sostenere un regime militare che sta riportando nel paese tra i tanti fantasmi quello di un'ondata anti-cinese che nei decenni passati si manifestò violentemente lasciando dietro una scia di rancori mai sopiti. Penso che anche Xi Jinping sia di fronte a un bivio, considerando che in questi ultimi 5 anni ha più volte incontrato e trattato amichevolmente con Daw Suu. Certo se toglierà il supporto ai golpisti deviando dalla loro politica di non interferenza, il regime di Min Aung Hlaing avrà vita breve. Chi può escluderlo? Ma quante persone dovranno sacrificare la loro vita?
C'è qualcosa altro che ferisce la mia gente quanto il timore di un nuovo supporto cinese ai generali. È la mancanza di azioni concrete degli altri paesi, non solo quelli asiatici poco democratici come il nostro, ma anche quelli occidentali. "È vero che solo la Nuova Zelanda ha ufficialmente rotto ogni rapporto diplomatico con il Myanmar?", mi chiedeva un giovane studente, uno di quei cinque milioni di primi votanti che sono la base di questo movimento di disobbedienza civile.
Mai come in questi 11 giorni ho parlato con tante persone sulla direzione presa dal precedente governo nella letale convivenza coi militari imposta dalla costituzione. Alle mie domande di scettica tutti mi hanno invitato a essere realista: adesso ci sono molte più infrastrutture di prima, strade dirette per destinazioni difficili da raggiungere in passato, molte nuove scuole, un servizio sanitario più efficiente, un più alto livello di istruzione. Il mio animo di attivista un po' si ribella conoscendo aspetti di corruzione e di speculazione del sistema, ma tutti attorno a me sembrano considerare ogni ostacolo e mela marcia una cosa secondaria rispetto alla libertà conquistata. "Ora li possiamo criticare, e non ci mettono in prigione", mi ripetono. Qualcuno mi ha perfino detto che i parlamentari della Lega "sono amichevoli".
Ai miei amici e colleghi che mi domandano se sono pentita di essere stata critica fino ad ora, rispondo di no, ho fatto la cosa giusta. Ma specialmente in momenti come questi, come giornalista e come attivista devo seguire ciò che sente la pubblica opinione. Non amo la Commissione elettorale accusata di frode dai militari, ma anche se non funziona non posso credere al partito dei militari Usdp che parla di frode, conoscendo ciò che l'esercito ha tentato di fare nei seggi senza successo. Per questo, indecisa fino all'ultimo anche io ho votato Nld, e come me quell'oceano di persone che oggi vogliono indietro Suu Kyi e non smetteranno di scendere in strada. Nonostante i pericoli e gli altri feriti delle ultime ore, c'è un clima di festa, "liberi dalla paura" come direbbe Daw Suu.
Molti avranno visto le immagini delle ragazze vestite da principesse di Disney. Che dire? I giovani di Bangkok indossavano gli abiti di Harry Potter, qui l'immaginazione popolare è più semplice. A me questi ragazzi sembrano trasportati dallo stesso vento di vera democrazia dal basso che spira a Hong Kong e Bangkok, e che forse vedremo anche altrove.
Ma intanto qui, nelle strade della mia Yangon, ho un flash che mi riporta indietro a quando ero ragazza anche io, e le strade venivano scarsamente illuminate, e i poliziotti del palazzo segnavano chiunque entrava dal cancello bussando alle porte di notte per controllare. Non sono la sola a voler tornare indietro e non mi sento vigliacca per non espormi come fanno altri nelle strade. È meglio che in questo momento lavori grazie alle mie nuove insospettabili abilità di hacker per la causa di tutti. Anche per i poliziotti costretti a seguire gli ordini che stanno abbandonando in numero consistente le loro caserme.
Ma prima di chiudere un diario che non avrei mai voluto aprire, devo dire un'altra cosa importante a chi mi legge all'estero. In questo momento non possiamo essere sicuri se la Cina sta davvero sostenendo i militari o meno. Però l'Occidente non può fare finta di niente. In Myanmar è stato commesso un crimine punibile dal Tribunale internazionale di giustizia, perché è stata violata la stessa Costituzione scritta dai generali 13 anni fa.
C'era scritto che solo il presidente può dichiarare lo stato di emergenza. Ma loro hanno arrestato il presidente, l'uomo scelto da Daw Suu, e ci hanno messo un soldato. Ora sparano sulla gente che aveva votato un partito che non gli piaceva. Forse non è un caso se anche i perseguitati Rohingya ci hanno mostrato solidarietà. Devo confessare una cosa. Ho scritto a una mia amica Rohingya e le ho chiesto perdono. "Ora sappiamo almeno un poco di ciò che avete sofferto voi".
*Testo raccolto da Raimondo Bultrini
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