di Francesco Semprini
La Stampa, 11 febbraio 2021
La Casa Bianca pronta a stanziare 4 miliardi per sostenere Guatemala, El Salvador e Honduras. La strategia dovrebbe diminuire gli arrivi dall'America latina e stroncare gli affari dei trafficanti.
Un piano Marshall da quattro miliardi di dollari per l'America centrale col quale contrastare alla fonte il problema dei migranti economici. E questa la strategia con la quale l'amministrazione di Joe Biden punta a fermare i flussi in entrata dal confine meridionale smantellando al contempo la rigida architettura della tolleranza zero messa in piedi da Donald Trump.
Già con i primi tre decreti esecutivi il 46° presidente degli Stati Uniti ha dato seguito alle promesse fatte in campagna elettorale modulando politiche più morbide sul tema. Biden ha fatto ammenda per la politica di separazione delle famiglie adottata da Trump istituendo una task force dedicata a riunire 545 bambini ai loro genitori. Ha inoltre ordinato una revisione della regola che limitava le opportunità di entrata nel Paese a coloro che avrebbero dovuto fare affidamento sull'assistenza del governo.
"Non stiamo solo cancellando le politiche di Trump, ma stiamo andando oltre a ciò che già aveva realizzato l'amministrazione Obama", spiega Thomas Saenz, presidente del Fondo per la difesa legale e l'educazione messicana in America. La nuova strategia Biden pone infatti un focus particolare sul "Triangolo del Nord", ovvero Guatemala, Honduras ed El Salvador, i Paesi più a settentrione dell'America centrale, considerate il serbatoio dei flussi in arrivo dal Sud.
È stata pertanto ribattezzata strategia delle "radici profonde" ad intendere come il nodo immigrazione debba essere risolto andando ad agire laddove sorgono i problemi. Una versione della tanto contestata formula "aiutiamoli a casa loro" declinata in maniera meno ruvida. I quattro miliardi di dollari che l'amministrazione Biden è pronta a stanziare saranno impiegati su tre direttrici rafforzare la democrazia, combattere la violenza delle gang che rappresenta una drammatica piaga con appendici negli stessi Usa. Infine, rilanciare le economie locali attraverso alleanze strategiche tra le piccole e medie imprese e le aziende grandi dimensioni.
Un modello che ha evocato il precedente dell'Alliance for Progress, il programma di assistenza per l'America Latina, lanciato nel 1961 dal presidente John F. Kennedy. Il progetto ambisce ad avere un approccio di lungo termine più realistico e più conveniente rispetto alle recenti misure di sicurezza dei confini.
"Avviare un piano Marshall per l'America centrale è più economico che costruire un muro o assumere funzionari dell'immigrazione. Può fornire posti di lavoro e sicurezza in America centrale chiudendo i rubinetti per i rifugiati che arrivano negli Stati Uniti", sostiene Domingo Garcia, presidente della League of United Latin American Citizens. Il tema è stato oggetto di conversazione nella prima telefonata da presidente di Biden col collega messicano, Andrés Manuel López Obrador, il quale è stato rassicurato sui migranti in transito rimasti bloccati al di là del confine per l'inasprimento delle politiche trumpiane.
Biden, assieme al congelamento del muro, ha sospeso infatti il contestato programma per il quale più di 60 mila richiedenti asilo sono stati rispediti in Messico in attesa del loro processo. Nella speranza di raccogliere i frutti del suo piano Marshall già dal prossimo anno, Biden deve però fare i conti con alcuni problemi di brevissimo termine. Il primo dei quali è rappresentato dalle masse che si stanno avvicinando agli Usa incentivati dall'allentamento dei controlli, fenomeno strettamente connesso al rischio pandemia.
A questi si aggiungono le nuove rotte marittime, barchini e barconi che tentato lo sbarco in California per aggirare gli impedimenti di confine col rischio di ecatombi nel Pacifico. C'è infine il problema dei proprietari di confine, i quali hanno visto i propri terreni confiscati da Trump per realizzarvi il muro, ed ora col suo congelamento non solo non ne sono tornati in possesso ma non vedono nemmeno gli indennizzi promessi per gli espropri, formando così una sorta di girone di frontiera di coloro che sono sospesi.
di Evelyn Novello
donnemagazine.it, 10 febbraio 2021
Le donne in carcere sono il 4% della totalità dei detenuti: tra stereotipi e discriminazioni, cosa subiscono le detenute italiane? Il parlare di carceri femminili porta con sé l'esigenza di affrontare svariati temi collegati. I bambini, ad esempio, che devono crescere o senza la figura materna o anch'essi dietro le sbarre. Senza dimenticare poi gli abusi, le violenze e il sessismo che le detenute devono sopportare ogni giorno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
Per la Cassazione la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, ma anche nell'esecuzione. La Cassazione, disponendo l'immediata scarcerazione di un detenuto immigrato accusato di piccoli reati, ha evidenziato che la custodia cautelare in carcere va sostituita da misura meno afflittiva non solo in fase applicativa, quando il giudice prognostica come infratriennale la futura condanna, ma anche quando durante l'esecuzione intervenga condanna - anche non definitiva - inferiore a tre anni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
È il caso, sollevato dall'associazione Yairaha Onlus, di un italiano con residenza in Spagna che ha presentato la richiesta di estradizione nel 2008. Un detenuto italiano, M.A., ha chiesto l'estradizione in Spagna, dove ha la residenza, soprattutto perché ha due figli che non lo vedono da 12 anni.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2021
Che sia tecnico o politico di certo il prossimo ministro della Giustizia dovrà sminare da subito il cammino del nuovo Governo sulla strada tradizionalmente impervia della prescrizione. Perché il "tema dei temi" che già ha contribuito ad accentuare le divisioni nella vecchia maggioranza è senza dubbio tra i più divisivi anche nella nuova e dalla prossima settimana tornerà con prepotenza di attualità.
Alfredo Bazoli*
Il Foglio, 10 febbraio 2021
La giustizia rappresenta un banco di prova decisivo per il nuovo governo: l'unione europea valuterà le misure del Recovery Plan anche alla luce delle riforme di sistema, tra cui quella della giustizia che rappresenta da sempre, per le istituzioni europee, una priorità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 febbraio 2021
La ricetta per la giustizia secondo Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia. Prendere spunto dal codice di procedura civile tedesco. Sburocratizzare i concorsi e ridurre il potere dei Tar. E poi eliminare i reati di abuso d'ufficio e legge Severino.
È questa, secondo Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia, la ricetta per la giustizia. Un compito attualmente in mano al presidente incaricato Mario Draghi, che si trova ora a dover scegliere la sua squadra. Ma per Nordio, come spiega al Dubbio, non è importante il nome: l'importante è che il Parlamento agisca per trovare le soluzioni, un compito non difficile se si punta sui temi fondamentali per risollevare l'economia, tralasciando, per il momento, i temi divisivi.
Procuratore, qual è la ricetta per la giustizia?
Data la situazione di emergenza, oggi dobbiamo affrontare quelle che sono le urgenze che ci affliggono, la salute e soprattutto l'economia. Ho avuto l'onore di partecipare al coordinamento, per alcuni anni, dello studio dell'Ambrosetti House sui danni che provoca in Italia la lentezza della nostra giustizia civile. E la conclusione è che nessuno investe tranquillamente in un Paese dove vige una incertezza assoluta sulla esecuzione dei contratti e sull'adempimento delle obbligazioni e dove, in caso di contestazione, i processi durano mediamente il doppio o il triplo di quanto durino per il resto dei Paesi europei. Monetizzando concretamente questa lentezza, la stessa impatta negativamente all'incirca per due punti di Pil, una cifra enorme.
Da cosa dipende?
Sfatiamo intanto le fake news, come quella che i magistrati sono pochi: in realtà, mettendo insieme togati e onorari, ne mancano molti, ma non abbastanza da giustificare la lentezza della giustizia. E non è vero nemmeno che i magistrati lavorino poco: il nostro studio ha dimostrato che la produttività dei magistrati italiani è la più alta in tutta Europa. È vero, invece, che vi è una assoluta carenza di personale amministrativo: abbiamo ruoli che sono vecchi di 20 anni, coperti circa al 60- 70 per cento. Poiché un'ora di lavoro di un magistrato è come un'ora di volo di un pilota di guerra, che necessita di ore e ore di manutenzione del velivolo, un magistrato deve avere attorno a sé tutta una serie di attività collaterali per produrre che mancano. La seconda ragione è la complessità delle procedure. La modifica del codice di procedura civile ha portato a una normativa estremamente farraginosa, complessa, bizantina e quindi lenta. Hanno provato a rimediare con l'introduzione della telematica, a razionalizzare in modo manageriale la conduzione di alcuni uffici e ciò ha fatto alzare la produttività, ma siamo ancora un fanalino di coda per la complessità delle procedure.
Quale può essere la terapia?
Basterebbe riempire gli organici e magari aumentarli. Ma soprattutto vanno sburocratizzati i concorsi. Se per assumere un magistrato passano cinque anni dal momento del concorso, per assumere un cancelliere ne passano non molti di meno. Quindi servono percorsi molto meno burocratici e soprattutto regionali, per evitare poi la diaspora dei ricongiungimenti familiari. In meno di un anno avremmo grandissimi benefici, dando un segnale all'Italia e all'Europa di aver intrapreso una via virtuosa. E se la intraprendessimo, nell'arco di tre- quattro anni potremmo allinearci ai Paesi più rapidi.
Come si può, invece, semplificare la procedura civile?
Basta copiare il codice tedesco, che è molto più efficace, snello e duttile e i processi durano meno della metà che non da noi. Del codice tedesco mi sono piaciute soprattutto molte possibilità di riti alternativi, che da noi non ci sono, e poi la duttilità che hanno i giudici nel fissare le udienze a breve in modo orale, tralasciando la forma scritta, e grandi possibilità di conciliazione. In questo i tedeschi si sono dimostrati molto più organizzati, pragmatici e fantasiosi di noi.
Una buona fetta della giustizia civile è amministrata dai giudici onorari. Si può intervenire anche qui?
I Got vengono pagati a cottimo, causa per causa, senza garanzie, una situazione indegna, che andrebbe risolta.
Il Cnf, per deflazionare la giustizia civile, ha proposto al governo di aumentare i sistemi alternativi della volontaria giurisdizione. Può essere una strada?
L'idea è buona, ma noi abbiamo la capacità di complicare tutto e basti l'esempio, anche se nel penale, del rito abbreviato. È vero che dobbiamo affidarci a tutti i riti alternativi e alle forme di conciliazione, per esempio, o di giurisdizione volontaria, purché lo facciamo in modo molto pragmatico e quindi in modo molto rapido.
Passando al penale, attualmente sembra fuori agenda...
Il penale, da un punto di vista politico- filosofico, è sicuramente più importante, perché influisce sulla libertà e l'onore dei cittadini. E la situazione, attualmente, è catastrofica, molto peggio che nel civile. Il codice Vassalli è stato sfasciato, nessuno capisce più cosa sia e va rifatto da cima a fondo. C'è tutta una serie di abusi e di violazioni dei diritti individuali. Penso ad esempio al metodo di intercettazione, un vero abominio, alla custodia cautelare, che molto spesso viene abusata, e all'uso strumentale dell'informazione di garanzia o a riforme ancora più grandi, come la separazione delle carriere e la discrezionalità dell'azione penale che presumono, però, una riforma globale del codice e addirittura della Costituzione. Però ci vuole tempo e in questo momento il tempo non c'è.
E quindi cosa fare?
La parte penale che ha, in questo momento, maggiore incidenza sulla stasi della nostra economia e che può essere in pochissimo tempo modificata è quella relativa all'abuso d'ufficio e al traffico di influenze. Soprattutto l'abuso di ufficio, perché non c'è amministratore che non abbia paura di incappare, un domani, in una denuncia. I tempi si triplicano, nel migliore dei casi: si chiama amministrazione difensiva. Ma il risultato è la paralisi delle amministrazioni, che sono l'alter ego delle imprese. Sono anche favorevole, sempre nell'interesse degli amministratori, all'eliminazione immediata della legge Severino, che non serve assolutamente a nulla e confligge con la presunzione di innocenza che è prevista dalla Costituzione. Qualora il governo dovesse durare, potrebbe riformare in senso liberale tutto questo pasticcio che è il nostro codice di procedura penale e magari anche tirando fuori dal cassetto il codice penale della commissione presieduta da me, immeritatamente chiamato codice Nordio. Un buon codice, molto moderno e avveniristico, perché non considera più il carcere come elemento fondante della punizione.
Cambierebbe anche la giustizia amministrativa?
Ha lo stesso impatto negativo nei confronti dell'economia di quella civile: le amministrazioni sono paralizzate perché ogni atto amministrativo può essere impugnato davanti al Tar, il quale molto spesso indugia oppure concede una sospensiva e la sentenza arriva tempo dopo. Il risultato è un'assoluta incertezza. Ed è anche irrazionale e irragionevole che tre i giudici che hanno vinto un concorso interferiscano in scelte di alto valore politico.
Qual è il rimedio?
I Tar non vanno annullati, ma vanno resi tassativi gli atti amministrativi per i quali è ammissibile un ricorso. Quindi il ricorso al Tar, invece di essere la regola, come oggi, diventerebbe l'eccezione e dovrebbe essere riservata agli atti più importanti, ma non certo a quelli che per esempio esprimono una legittima valutazione politica come i Dpcm. Posso dire, personalmente, che li ritengo in gran parte illegittimi, perché solo una legge può limitare i diritti costituzionali. Ma eravamo in piena emergenza.
L'ex ministro Severino, assieme alla giudice Cartabia, è tra i nomi più accreditati per via Arenula. Quale sarebbe per lei la figura migliore?
Molto spesso viene enfatizzata troppo la figura del ministro della Giustizia, come se potesse essere il risolutore dei problemi. In realtà può complicarli molto, come ha fatto Bonafede, ma non può risolverli da solo. Un ministro della Giustizia può fare molti danni in poco tempo, ma in poco tempo non può risolvere da solo molte situazioni. Senza una convinzione politica non c'è ministro che tenga. Se si segue la traccia che mi sono permesso di indicare, le difficoltà non saranno molte.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2021
Avviso ai neo-europeisti. Molti di coloro che vorrebbero il ritorno alla prescrizione che continua a decorrere anche dopo una condanna in primo grado si dichiarano europeisti, ma evidentemente ignorano la ben diversa posizione dell'Unione europea sulla questione.
La Corte di giustizia dell'Unione europea (grande sezione), con sentenza 8 settembre 2015, aveva ritenuto che la previgente prescrizione italiana fosse in contrasto con l'art. 325 del 'Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue). La normativa italiana prevede un termine di prescrizione il cui decorso può essere interrotto dal compimento di determinati atti processuali. Dopo l'interruzione il termine ricomincia a decorrere, ma complessivamente non può superare un quarto del termine massimo.
Ad esempio, se un reato è punito con una pena non inferiore a sei anni di reclusione, la prescrizione è di sei anni che decorrono dalla commissione del reato. Se viene compiuto un atto interruttivo (ad esempio l'interrogatorio dell'imputato) i sei anni ricominciano a decorrere da tale ultimo anno, ma il termine complessivo non può superare sette anni e sei mesi.
La Corte di giustizia Ue aveva deciso che un sistema simile pregiudicava la possibilità di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell'Unione europea come in materia di imposta sul valore aggiunto (Iva). Di conseguenza con la sentenza citata (chiamata Taricco) la Corte Ue aveva stabilito che i giudici nazionali dovessero disapplicare la normativa nazionale nella parte in cui poneva un limite di un quarto alla proroga del termine di prescrizione.
In alcuni casi i giudici nazionali disapplicarono tale limite, condannando anche quando, in applicazione del limite di cui all'art. 160 e 161 del codice penale, era maturata la prescrizione. Altri giudici si posero il problema che la disapplicazione loro demandata dalla Corte Ue strideva con alcuni vincoli costituzionali (divieto di retroattività di norme sfavorevoli in materia penale, riserva di legge nella stessa materia, indeterminatezza del concetto di gravi frodi) e sollevarono questioni di legittimità costituzionale.
La Corte costituzionale con ordinanza n. 24 del 2017 sollevò questione di pregiudizialità comunitaria innanzi alla Corte di giustizia Ue segnalando la possibilità di contro limiti quali la prevedibilità delle decisioni, la non retroattività e la natura sostanziale (e non processuale) della prescrizione italiana, la riserva di legge.
La Corte Ue (Grande sezione) con sentenza 5 dicembre 2017 ribadiva il contenuto della sentenza Taricco (punti 29-39), ma rilevava che - sino all'adozione della direttiva (Ue) 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio - il regime della prescrizione applicabile ai reati in materia di Iva non era oggetto di armonizzazione da parte del legislatore Ue (punto 44), conia conseguenza che la Repubblica italiana era libera, "a tale data", di assoggettare il regime della prescrizione "al principio di legalità dei reati e delle pene" (punto 45).
Affermava poi che "il principio di legalità dei reati e delle pene, nei suoi requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività della legge penale applicabile", riflette le "tradizioni comuni agli Stati membri" e ha identica portata rispetto al corrispondente diritto garantito dalla Convenzione europea dei diritti dell'Uomo (punti 51-55). Spetta perciò al giudice nazionale il compito di verificare se il riferimento operato nella sentenza Taricco (punto 58) a "un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell'Unione, conduca a una situazione di incertezza nell'ordinamento giuridico italiano quanto alla determinazione del regime di prescrizione applicabile".
Ove incertezza fosse rilevata dal giudice nazionale, essa "contrasterebbe con il principio della determinatezza della legge applicabile", con la conseguenza che "il giudice nazionale non sarebbe tenuto a disapplicare le disposizioni del codice penale in questione" (punto 59). In ogni caso il divieto di retroattività vigente in materia penale impone di escludere che possano essere disapplicate le norme sul regime di prescrizione "interno" per i fatti commessi prima della pronuncia Taricco; altrimenti, gli accusati potrebbero essere "retroattivamente assoggettate a un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato" (punto 60).
Detto questo l'ordinanza di rinvio della Corte costituzionale richiamava la responsabilità del legislatore e la Corte di giustizia ha stabilito che "spetta, in prima battuta, al legislatore nazionale stabilire norme sulla prescrizione che consentano di ottemperare agli obblighi derivanti dall'articolo 325 Tfue".
Questo significa che il ritorno puro e semplice al precedente sistema di prescrizione, invocato da alcune forze politiche anche in occasione della recente crisi di governo, porterebbe all'apertura di una procedura di infrazione contro l'Italia per violazione di tali obblighi.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 10 febbraio 2021
"Se cerco il martirio? No di certo. Io voglio che sul mio caso venga fuori la verità, non solo la vulgata che la circonda". E poi: "Se mi sarei mai immaginato di entrare nella commissione Giustizia del Partito Radicale? No di certo, ma adesso ho capito che c'è una cosa che ci ha sempre accomunato: battersi per una cosa giusta".
Luca Palamara - ex magistrato dopo che la casta in toga si è affrettata a radiarlo con un processo disciplinare che si può definire più che sommario, autore insieme al direttore de "Il Giornale", Alessandro Sallusti, di un libro che è già un bestseller ("Il sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura", ndr) - risponde così alle prime due curiosità che fanno da prologo a questa intervista. Per il resto, come potrete leggere non si tiene le proprie idee per sé a proposito delle scomposte reazioni di quella parte della politica e della magistratura, oggi definita come un partito invincibile che tiene in mano i destini di un'intera nazione, da "Mani pulite" ai nostri giorni.
Qualcuno l'ha etichettata come un pentito. Lei si sente come Tommaso Buscetta, che ha scardinato il sistema Cosa Nostra dall'interno o come Joe Valachi, che venne fatto passare per pazzo prima di venire ucciso? Oppure come una persona che, esercitando il potere, da quello stesso potere è stata poi stritolata?
"Io mi sento come una persona che ha vissuto in un sistema di potere e che ha deciso di raccontarlo. Posso dire che adesso, quando un giornalista mi chiede di registrare l'intervista che mi sta facendo, gli rispondo faccia pure, tanto ci sono abituato".
Cosa potrebbe scrivere oggi Leonardo Sciascia, ispirandosi alla sua non breve avventura nella magistratura inquirente, associata e consiliare?
"Penso che oggi Sciascia potrebbe in qualche modo rieditare "Il contesto" attualizzandolo a quello che la mia vicenda ha rappresentato".
Lei sembra essere stato processato e cacciato, mediante un uso esageratamente punitivo del processo disciplinare, per essere stato uno che parla troppo dei colleghi e con i colleghi. Sentendo anche qualche "voce dal sen fuggita" nei vari interventi al Consiglio superiore della magistratura, sembra che l'onta promani soprattutto dai pettegolezzi contenuti in chat e intercettazioni. Forse le viene rimproverato, magari inconsciamente, di aver usato in maniera imprudente e infantile lo smartphone?
"L'articolo 15 della Costituzione, in realtà, garantisce la segretezza delle comunicazioni. Mai mi sarei aspettato che tanto gli incarichi direttivi, quanto le valutazioni di professionalità o i procedimenti disciplinari, venissero basati su una lettura parziale delle mie chat".
Quale è la concezione esistenziale e filosofica del cosiddetto partito delle procure. O meglio, di alcuni procuratori?
"Non parlerei di concezione filosofica. In realtà, dalla riforma del 2007 il potere del procuratore della Repubblica è aumentato a dismisura. Con la polizia giudiziaria e una stampa di riferimento, nonché con un rapporto privilegiato con il giudice del processo, il "contesto" si è trasformato in una vera centrale di suddetto potere".
Alcuni magistrati si sentono in missione per conto di Dio?
"Il tema, tanto per rievocare Sciascia, è come evitare che il lavoro del Pubblico ministero, anziché procedere alla ricerca della verità giudiziaria, si trasformi in una missione salvifica".
E quale è l'espediente auto-assolutorio per applicare una consolidata giurisprudenza e giurisdizione domestica, sia penale verso alcuni referenti politici, sia disciplinare per chi sta dalla parte giusta all'interno di questo sistema autoreferente?
"Tutto passa per la cosiddetta degenerazione del meccanismo correntizio, allorquando scatta un istinto di autoprotezione che, inevitabilmente, finisce per trasformare la magistratura in una casta".
Quale sarebbe l'obiettivo politico ultimo di chi crede che questo sia il giusto atteggiamento che la magistratura associata, e requirente, deve tenere verso la politica. E, in genere, verso "il resto del mondo"?
"Io direi che in certi momenti storici si è assistito ad una commistione di ruoli, dovuta anche alla debolezza della politica iniziata con la eliminazione dell'autorizzazione a procedere, avvenuta nel 1993. Da quel momento non ci sono state più linee di confine tra l'azione della magistratura e la politica".
Chi può fare la riforma della giustizia e chi invece, secondo il sistema, sarebbe autorizzato a farla?
"Diciamo che dall'interno della magistratura scatta una sorta di concezione proprietaria della magistratura stessa, si ritiene che si debba procedere ad una auto-riforma che però, nei fatti, alla fine non avviene mai".
Perché quando si parla dei processi penali, civili e amministrativi il dibattito si incanta nel disco rotto della "velocizzazione" - come se si trattasse di una catena di montaggio automobilistica - e pochi sentono il dovere di porsi il problema anche del raggiungimento di una qualità giuridica impeccabile, secondo i canoni dello Stato di diritto?
"Questo è un altro grande tema. Spesso il problema della qualità dei processi è quasi dimenticato, invece rimane ancora oggi uno dei principi fondamentali, soprattutto quando nell'articolo 111 della Costituzione è stato inserito il principio del giusto processo".
Cosa è lo Stato di diritto per chi ha portato la magistratura a specchiarsi, volente o nolente, nel libro che lei ha scritto con Sallusti?
"Lo Stato diritto, per rievocare Montesquieu, è lo Stato in cui si realizza un corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. Ma spesso la ricerca di questo equilibrio non è facile da realizzare".
Perché i magistrati al loro interno tendono a non denunciare - anche se donne - abusi sessuali dei superiori? Roba di altri tempi. Temono le donne di subire il calvario che, a suo tempo, hanno subito tante vittime di stupro nei processi dei primi anni Settanta, a cominciare dalle vittime del cosiddetto "massacro del Circeo"?
"La magistratura è un corpo composto da circa 10mila magistrati e riflette le umane debolezze della nostra società, anche quando entrano in campo vicende che attengono alla sfera sessuale".
C'è un ambiente o una prassi neo-patriarcale?
"È indubbio che ci siano correnti, soprattutto quelle ideologizzate, che tendono ad affermare una sorta di egemonia culturale, dalla quale però le nuove generazioni vogliono in qualche modo liberarsi".
E il Csm come tratta questo tipo di delicati problemi? Un caso recente non sembra essere stato un esempio di metodo nel condurre l'azione disciplinare... sembra che sia la vittima a rimetterci.
"Nell'attuale sistema il Csm, inevitabilmente, finisce per rimanere imprigionato nel meccanismo delle correnti e non riesce ad avere una sua autonomia decisionale".
C'è "una luce" al fondo di questo tunnel - che comprende anche la gestione disastrosa delle carceri di cui moltissimi magistrati, a volte persino di sorveglianza, sembrano spesso disinteressarsi - oppure quella luce è solo il treno che sta arrivando sui binari, pronto a investire ogni ostacolo che si pone sulla sua strada?
"Bisogna riconoscere il grande merito dei magistrati di sorveglianza che, con abnegazione e impegno, trattano un argomento delicato come quello della detenzione carceraria. Rappresenta un esempio per tutti coloro che si avvicinano a questo tema".
di Bruno Ferraro*
Libero, 10 febbraio 2021
Una rapida scorsa dei 334 nominativi di personaggi menzionati a vario titolo nel libro-intervista curato da Alessandro Sallusti con (l'ex) magistrato Luca Palamara, mi ha procurato amarezza, curiosità e sorpresa. L'amarezza perché, dopo aver trascorso 45 anni nell'esercizio delle funzioni giudiziarie ai più diversi livelli, appartenendo a una generazione che aveva scelto la giustizia per vocazione, devo constatare il profondo degrado successivamente maturato.
La curiosità è per aver ritrovato nomi di colleghi che hanno avuto momenti di grande visibilità o hanno scalato posizioni senza meriti oggettivi ma sfruttando aderenze e collegamenti incompatibili con la funzione svolta. Confesso perciò che il non ritrovare il mio nominativo nel libro mi procura soddisfazione e orgoglio. La sorpresa è per i commenti rimbalzati da molti colleghi, che hanno scoperto con decenni di ritardo origine ed entità della degenerazione, che in verità risale agli anni 80-90, anche se solo negli ultimi venti anni ha assunto forme e consistenza decisamente intollerabili.
Sulle colonne di questo giornale e in numerosi interventi e scritti precedenti (non ultimo in un libro del 2015 dal titolo significativo "Rincorrendo la giustizia"), mi sono frequentemente intrattenuto sui non pochi aspetti di una non rinviabile riforma della giustizia quali, citando i più importanti: la degenerazione correntizia, che ho sempre definito come il cancro della giustizia quando andava invece di moda considerare le correnti una linfa vitale; la separazione delle carriere, con una magistratura giudicante per principio autonoma e indipendente e una magistratura requirente (le Procure) chiamata a operare come "parte imparziale" (parole di Giovanni Leone) anziché come parte irresponsabile; sul CSM di cui la natura di organo costituzionale e la presidenza affidata al Capo dello Stato avrebbero richiesto e richiedono una riforma dei criteri di scelta dei componenti (sorteggio come unico modo per impedire lo strapotere delle correnti) e assoluta trasparenza delle decisioni e soprattutto del loro percorso; sui rapporti tra CSM e ministro della Giustizia da sempre viziati da opacità e caratterizzati dallo svuotamento della potestà disciplinare; sulla politicizzazione della magistratura, inevitabile se si consente il libero passaggio da un'aula di tribunale all'esercizio di una funzione politica con un paradossale viaggio di andata e ritorno e non di sola andata (cosiddette porte girevoli).
Credo ancora, basandomi sulla Costituzione, in un giudice soggetto "soltanto alla legge" quindi insindacabile nell'esercizio della funzione di jus licere: indipendenza tuttavia non vuole né può dire irresponsabilità, perché il giudice non è detentore di un potere sovrano e deve considerare tutti i giudicandi uguali di fronte alla legge. Carrierismo, consociazione, commistione con la politica sono estranei al disegno costituzionale.
Per questo, ancora una volta, auspico che Parlamento, governo e Presidenza della Repubblica inseriscano in agenda, prioritariamente, la riforma del CSM, la separazione delle carriere e l'abbattimento del "sistema" delle correnti. Il caso Palamara è solo la punta dell'iceberg e la lezione che deriva dalla lettura del libro obbliga a non voltare lo sguardo dall'altra parte fingendo di non vedere il male che è sotto gli occhi di tutti.
*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione
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