di Antonio Sabbatino
internapoli.it, 14 novembre 2020
Stop ai colloqui con i detenuti del carcere Pasquale Mandato di Secondigliano per l'alto numero di contagi da Coronavirus, una cinquantina secondo alcune stime con 3 casi solo nella giornata di oggi. A scopo precauzionale i parenti degli ospiti della struttura penitenziaria di via Roma verso Scampia dovranno rinunciare all'incontro con i propri mentre allo stesso istituto penitenziario di via Roma verso Scampia il personale sanitario ha di recente effettuato 300 test con il tampone.
Situazione complicata anche al Giuseppe Salvia di Poggioreale, dove ai 4 casi di Coronaviurs emersi nelle scorse settimane se ne sono aggiunti degli altri, 5 emersi nella giornata di oggi portando il numero ad oltre 80. Un quadro preoccupante in relazione all'annoso problema del sovraffollamento delle celle.
Al Giuseppe Salvia sono 200 gli ultimi test con il tampone eseguiti. La preoccupazione è alta tanto che domani mattina il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello insieme al garante del Comune di Napoli, Pietro Ioia e ad alcune associazioni e parroci incontreranno il prefetto Marco Valentini. Contemporaneamente, il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo terrà conferenza stampa all'esterno di Poggioreale per illustrare i problemi del contagio da Covid-19 al Giuseppe Salvia.
"La grave emergenza Covid sta implacabilmente coinvolgendo il sistema penitenziario in Campania - afferma il garante regionale Samuele Ciambriello - Risultano contagiati più di 150 detenuti, tra i quali 6 ricoverati presso ospedali, più di 200 tra agenti di polizia penitenziaria, personale medico (8 conteggiati in queste ore ndr.), personale amministrativo. Questa situazione grave, preoccupante, mi ha indotto a scrivere al Prefetto di Napoli, per chiedergli la disponibilità per un incontro con me ed una delegazione, per discutere di queste problematiche".
Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli, preannuncia quanto dirà domani al prefetto Valentini. "C'è una questione di sicurezza pubblica sia per i detenuti all'interno delle carceri che fuori per i loro familiari. C'è il rischio che scoppino rivolte e tumulti sia dentro che fuori gli istituti penitenziari, il pericolo è nell'aria. Il provveditorato e i direttori delle carceri si stanno impegnando tanto ma purtroppo i detenuti sono tanti e chi deve scontare un residuo di pena potrebbe farlo accedendo a misure alternative".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 14 novembre 2020
La morte del bambino di sei mesi fuggito con la mamma dalla Guinea per finire ucciso da soccorsi tardivi mette in luce i problemi che Ue e Italia hanno davanti. Certe immagini cambiano la storia. Così è stato, nel 2015, con Alan Kurdi, il piccolo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in quella sua maglietta rossa che divenne un simbolo.
Angela Merkel decise che la Germania doveva aprire le porte, accogliendo un milione di fuggiaschi in pochi mesi: "Ce la faremo". Anche il cuore di molti europei si aprì, i profughi furono salutati a braccia spalancate: memorabili le scene nelle stazioni di Monaco, Vienna e Strasburgo, gli applausi di tedeschi e austriaci ai migranti che scendevano dai treni.
Il 2 gennaio 2016, la Bbc notò che il dramma di Alan "fu uno di quei momenti di cui l'intero pianeta sembra interessarsi". Per qualche tempo il piccolo profugo siriano ci costrinse a vedere nelle migrazioni un volto e un nome, anziché freddi numeri sui flussi, gli sbarchi, i naufragi. Poi ci pensarono come sempre gli attentati islamisti e le difficoltà economiche a spegnere ogni slancio. L'apertura costò a Merkel molti punti di consenso e l'avanzata dell'estrema destra in Germania.
Sarebbe ingenuo prevedere oggi effetti simili in Europa a causa della morte in mare del piccolo Youssef (occidentalizzato in Joseph dai primi notiziari): sei mesi appena, fuggito con la mamma dalla Guinea per finire assiderato e ucciso da soccorsi tardivi nel Mediterraneo. L'ormai virale video di 28 secondi della giovane madre che urla "dov'è il mio bambino?" non smuoverà politici incartapecoriti nella difesa di confini scavalcati dal mondo globale o cittadini europei troppo spaventati dal Covid-19 e dalle sue disastrose conseguenze sulle loro vite per potersi interessare davvero alle vite degli altri.
E tuttavia incarna problemi gravi con i quali Ue e Italia dovranno fare i conti, domata la pandemia che tutto oscura. Con una buona dose di cinismo, possiamo pure infischiarcene dell'avvertimento di Save the Children secondo cui "mamme anche giovanissime e spesso sole, neonati, bimbi piccoli continuano a cercare la salvezza in Europa, dopo aver vissuto condizioni di povertà estrema e violenze di ogni genere... e molti hanno perso e continueranno a perdere la vita nel Mediterraneo". Ma dobbiamo preoccuparci seriamente quando scopriamo che, da gennaio, "sono arrivati in Italia 3.850 minori non accompagnati, il 13% del totale degli arrivi".
Dove finisce quest'esercito di ragazzini sbandati? In quale filiera di sfruttamento? In quale paranza criminale? Se non per pietà, almeno per egoismo dovremmo trovare risposte. Ma la regina delle risposte non può poggiare sempre e soltanto sulle spalle dei volontari, in mare come a terra. È necessario uno scatto.
Un primo scatto culturale implicherebbe la fine della criminalizzazione delle Ong. A terra, organizzazioni come Save The Children sostengono strutture pubbliche allo stremo, supportano operatori esausti di fronte al nuovo impatto dei migranti. In mare, una Ong come Open Arms è rimasta sola a tentare di salvare chi, per legge e per decenza, va salvato sempre e comunque. Le Ong non meritano il trattamento cui, almeno dal 2017, sono sottoposte in Italia.
Una ventina di inchieste a loro carico non ha portato a nulla di serio e, soprattutto, non ha mai dimostrato il teorema secondo cui le navi dei volontari sarebbero in combutta con le barche degli scafisti. Di più: ricercatori dell'autorevole istituto Ispi hanno illustrato dati alla mano che non esiste il fantomatico pull factor, il fattore di traino: in periodi in cui le navi Ong erano tutte ferme per effetto della stretta del governo italiano, i flussi sono persino aumentati, spinti dai veri pushfactor, fame, carestie, guerre. Appare troppo timido il ritocco alle leggi Salvini con cui l'esecutivo giallorosso ha abbassato le multe alle navi dei volontari e spostato in sede giurisdizionale (e non più prefettizia) eventuali provvedimenti. Va restaurato il principio che chi salva vite in mare non è un delinquente, anzi.
E tuttavia è sbagliato caricare di pesi così gravosi le Ong che, rammentiamolo, esercitano una funzione di supplenza. Il loro ruolo si è dilatato quando le navi militari si sono ritirate dal palcoscenico dei naufragi. A fine 2013, dopo la morte di 368 migranti davanti agli scogli di Lampedusa, l'Italia aveva varato Mare Nostrum, una missione affidata alla nostra sola Marina. Gli obiettivi: contrastare il traffico di esseri umani, potenziare la salvaguardia della vita umana in mare, garantire un filtro sanitario avanzato.
I risultati li illustrò un anno dopo al Senato l'ammiraglio De Giorgi, capo di Stato maggiore: "Dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014: 156.362 migranti assistiti in 439 salvataggi Sars (ricerca e soccorso), 366 scafisti arrestati, 9 navi madri catturate (quelle che abbandonano in mare aperto i migranti consegnandoli a barche più piccole), il 99 per cento dei migranti intercettati prima dello sbarco e controllati dai medici di bordo". S'interruppe l'immonda consuetudine che vedeva i migranti appena sbarcati finire in mano agli spalloni come merce.
A fine 2014 si decise però che Mare Nostrum costava troppo: nove milioni al mese. Si disse che sarebbe stata sostituita da Triton, una missione di Frontex (l'agenzia europea di controllo delle frontiere). Bugie dalle gambe corte. Triton, puramente difensiva, non era una missione di salvataggio: le navi arretrarono di oltre trenta miglia, il Canale di Sicilia tornò un cimitero, nel caos che ne seguì si mossero da un lato le Ong, dall'altro i sedicenti guardacoste libici.
Se oggi le promesse della presidente von der Leyen (condividere il problema nella Ue e non lasciarci più soli) hanno qualche attinenza con la realtà, beh, lo vedremo presto. C'è un'autostrada da percorrere in mezzo al Mediterraneo. E per farlo esiste un solo veicolo: una vera Mare Nostrum europea che, senza più sovraccaricare la sola Italia, riporti in quel braccio di mare l'ordine e il senso dell'onore di cui per un anno la nostra Marina seppe dare mostra.
Ristretti Orizzonti, 14 novembre 2020
"Dopo aver appreso a mezzo stampa che la famiglia del giovane Hassan Sharaf ha deciso di intentare una causa civile contro il Ministero della Giustizia italiano affinché venga fatta piena luce su quelle che furono le dinamiche che spinsero Hassan al suicidio, avvenuto ormai due anni fa, vogliamo esprimere tutta la nostra vicinanza ai famigliari seppur lontani e lanciare un appello alle istituzioni preposte affinché si riapra il caso, troppo frettolosamente archiviato".
Così il presidente di Acat Italia Massimo Corti. "Ci eravamo interessati del caso di Hassan nel nostro rapporto alternativo presentato in occasione della 34° sessione della Revisione Periodica Universale della Commissione diritti umani dell'Onu che prendeva in esame il nostro paese. Il suicidio di Hassan aveva destato il nostro interesse per i contorni oscuri che lo avevano circondato. Era stato lo stesso Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, che dopo aver raccolto la testimonianza di Hassan e di altri detenuti in merito a presunte violenze a abusi da parte del personale di sorveglianza, aveva presentato un esposto alla Procura di Viterbo, mentre inascoltata era stata la richiesta del Garante di far trasferire Hassan in altra struttura.
Hassan Sharaf si trovava invece in cella di isolamento al momento del suicidio, da lì a pochi mesi sarebbe tornato in libertà. E allora, cosa lo avrebbe spinto ad impiccarsi?" Continua Corti. "Alla luce dei fatti chiediamo dunque che venga fatta assoluta chiarezza su questa vicenda. Per Hassan e per i tanti che rimangono nell'ombra". Conclude il presidente di Acat.
di Christian Giacinto Elia
Il Manifesto, 14 novembre 2020
Sbarchi aumentati del 600% in un anno. Nel territorio spagnolo sono arrivate più di 14mila persone da gennaio. Il molo di Arguineguin, nella località Mogán, nell'isola di Gran Canaria, sembra un campo profughi. Sono almeno 1500 le persone nelle tende. Dall'inizio dell'anno sono arrivati alle Isole Canarie, territori spagnoli, più di 14.000 persone. Una cifra impressionante, un aumento del 600 % degli arrivi rispetto allo scorso anno.
"Era dal 2006, quando arrivarono 30 mila persone, che non si vedeva nulla di simile, impressionante", racconta Paco, un'attivista dell'isola, che si occupa di integrazione e accoglienza. Solo nell'ottobre 2020, secondo i dati Unhcr, sono stati registrati quasi 5.000 arrivi. Il fine settimana del 7-8 novembre scorso, sono state 2200 le persone arrivate in piena crisi sanitaria, che morde le isole come la Spagna continentale. "Le autorità spagnole stanno trovando molto difficile gestire la situazione, nel campo è il caos, con un sacco di disordini, violazioni dei diritti dei migranti e problemi di gestione.
E la gente del posto è sempre più furiosa", prosegue Paco. "Oltre le persone sul molo, che dormono all'addiaccio, ci sono altre 5.000 persone circa alloggiate in hotel vuoti, dato che la stagione turistica dell'isola si è fermata a causa della pandemia Covid-19. Ed è uno dei motivi che fomenta i locali, già abbattuti per il crollo dei turisti che qui venivano tutto l'anno. A queste persone viene negato il diritto di vedere gli avvocati e la stampa si è lamentata del fatto che la Croce Rossa non permette ai giornalisti di parlare con loro".
Stessa situazione denunciata da Human Rights Watch, in report pubblicato l'11 novembre scorso: "Quello che ho visto qualche giorno fa era una fila di tende affollate dove le persone sono tenute per giorni e giorni, dormendo per terra, 30 o 40 persone che condividono un bagno portatile", ha detto Judith Sunderland, vice direttore ad interim per l'Europa e l'Asia centrale di Hrw. "Non riesco a immaginare la situazione attuale con più del doppio delle persone. Anche supponendo le migliori intenzioni di coloro che vi lavorano, queste condizioni non rispettano la dignità delle persone o i diritti fondamentali, né fanno bene all'immagine della Spagna".
Secondo le agenzie internazionali che si occupano di migrazioni, senza un'azione rapida da parte del governo spagnolo la situazione potrebbe precipitare e arrivare ai livelli delle isole greche. Mentre il partito Vox e la destra spagnola cavalca la situazione, accusando il governo di abbandonare i connazionali e precipitandosi sulle isole per apparire al fianco dei residenti.
Nel 2020 si è registrato un aumento del 664 per cento dei rifugiati e dei migranti che sono sbarcati nelle Isole Canarie rispetto allo stesso periodo del 2019. I trafficanti hanno cambiato rotta, spostandosi lungo quella più pericolosa tra l'Africa occidentale e l'arcipelago spagnolo, invece di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Spagna meridionale.
Il numero di persone che quest'anno hanno attraversato il Mediterraneo verso la Spagna è diminuito del 27,8% rispetto allo stesso periodo del 2019, con 14.252 persone che sono arrivate in Europa rispetto alle 19.733 dello scorso anno. I trafficanti, secondo al-Jazeera, hanno abbassato i prezzi da circa 2.377 dollari a circa 951 dollari.
Le barche partono non solo dal Marocco e dalla Mauritania, le due nazioni più vicine all'arcipelago, ma anche dal Senegal e dal Gambia, più di 1.000 chilometri (600 miglia) più a sud. I paesi di origine dei migranti, secondo Unhcr, sono in prevalenza dalla regione africana del Sahel, dall'Africa Occidentale, ma alcuni arrivano dal Sud Sudan e dalle Isole Comore nell'Oceano Indiano. "Questo fine settimana almeno 2.188 persone sono arrivate nelle isole in 58 piccole imbarcazioni e kayak. È un nuovo record che non abbiamo mai visto prima", ha detto Txema Santana, della Commissione spagnola per l'aiuto ai rifugiati (Cear), ad Al Jazeera.
Santana ha dichiara anche che i contrabbandieri hanno cambiato rotta dopo che l'Ue ha pagato al Marocco 460 milioni di dollari per sostenere le riforme, compresa la gestione delle frontiere. Il Marocco ha iniziato a spingere rifugiati e migranti dalla sua costa settentrionale e tutti si sono diretti verso la costa meridionale e occidentale, dando inizio all'ondata verso le Isole Canarie.
"Le autorità spagnole dovrebbero immediatamente alleviare le condizioni di sovraffollamento e di insalubrità sul molo", ha dichiarato Hrw. "Improvvisare un campo di accoglienza in quel luogo non è stata una buona idea e ora il caos rappresenta una minaccia reale per i diritti, la salute e la sicurezza delle persone. I tempi sono duri, ma la Spagna può e deve fornire una risposta umana alle persone che arrivano sulle sue coste".
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Nasce il Comitato per il diritto al soccorso, formato da una serie di organizzazioni e da personalità del mondo giuridico e culturale. "Il gommone segnalato questa mattina è in grave pericolo e alcune persone sono in acqua. Chiediamo l'intervento immediato di tutte le navi in zona. La nostra nave è bloccata dalle autorità italiane a Palermo. Chi soccorrerà queste persone?".
È il drammatico appello lanciato ieri mattina dalla Ong tedesca Sea Watch la quale aveva precedentemente ricevuto una richiesta di aiuto da Malta per conto della Guardia Costiera libica.
L'ennesimo episodio a largo della Libia, giunto solo dopo pochi giorni dal naufragio di un'altra imbarcazione a largo delle coste nordafricane che ha provocato 6 morti, tra cui un bimbo di 6 mesi, che segnala l'urgenza di rimettere in piedi il sistema di soccorsi bloccato da numerosi provvedimenti. Una urgenza visto che, complici le buone condizioni meteo e la situazione di guerra in Libia, le partenze stanno aumentando con sempre minori condizioni di sicurezza.
Nel giro di 48 ore sono arrivate in Italia ben 3 natanti. Alarm Phone, che raccoglie le richieste di aiuto da chi attraversa il Mediterraneo, ha riferito che "due barche con 89 e 70 persone (sono state ndr.) soccorse verso Lampedusa. La terza barca con 70 persone in Sar Malta (zona di ricerca e soccorso ndr.), con cui avevamo perso contatto, è giunta in Italia, secondo i parenti. Siamo sollevati per qualche buona notizia tra tutte quelle cattive". La Guardia di Finanza ha anche comunicato di aver soccorso anche 4 o 5 barchini che viaggiavano insieme alle imbarcazioni più grandi.
Al momento gli elicotteri Atr42 che monitorano lo spazio di mare antistante Lampedusa hanno riferito che non sembrano esserci altri eventi in corso, ma tutto fa pensare che si tratta solo di aspettare. E sulla situazione c'è da registrare la netta presa di posizione del quotidiano della Santa Sede, Osservatore Romano, che si è schierato decisamente a favore delle organizzazioni umanitarie. "Le Ong, per mesi oggetto di una campagna denigratoria smascherata da numerose indagini e di fatto rimaste le uniche a prestare soccorso ai migranti in mare, non dovrebbero essere lasciate sole, tanto meno ostacolate, semmai sostenute e affiancate.
C'è un obbligo di soccorso al quale gli Stati non dovrebbero sottrarsi, al pari di quello di accogliere chi fugge da situazioni di pericolo, e che prescindono da ogni posizione e strumentalizzazione politica sul fenomeno migratorio. L'Europa non dovrebbe sottrarsi".
Il tema del soccorso dunque sta diventando sempre più stringente e lo dimostrano anche alcune iniziative come la costituzione del Comitato per il diritto al soccorso. Una "lobby democratica", come la definiscono i suoi stessi promotori, formata dalle organizzazioni Sea Watch, Proactiva Open Arms, Medici Senza Frontiere, Mediterranea - Saving Humans, SOS Méditerranée, Emergency, ResQ.
Del comitato fanno parte anche personalità come Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Luigi Ferrajoli, Paola Gaeta, Luigi Manconi (responsabile), Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi, Vladimiro Zagrebelsky. L'iniziativa, partendo dalla costante opera di criminalizzazione delle Ong andata in scena negli ultimi anni, ha la finalità esplicita di formare nell'opinione pubblica l'orientamento alla necessità del salvataggio in mare. Facilitare le relazioni tra le Ong e le istituzioni nazionali. Promuovere una discussione pubblica intorno al tema del diritto al soccorso, come principio irrinunciabile di civiltà giuridica e come legge universale, fondata sul diritto del mare e sul diritto internazionale.
Ristretti Orizzonti, 14 novembre 2020
Ieri mattina una delegazione di Antigone composta da Laura Lo Verde e Simona Di Dio, guidata dal presidente regionale Pino Apprendi si è recata al carcere dell'Ucciardone di Palermo per capire quali sono stati gli effetti della pandemia Covid 19, sui detenuti e su tutto il personale che orbita al suo interno. L'incontro si è svolto con il nuovo Direttore dott. Fabio Prestopino, insediatosi lunedì scorso e con la sua vice, dott.ssa Giovanna Re.
"Il virus ha risparmiato i detenuti, ci è stato riferito che non c'è stato alcun contagio, mentre è presente fra il personale della Polizia Penitenziaria con una decina di casi, dice Pino Apprendi, I detenuti sono sottoposti a tampone tutte le volte che hanno contatti con persone esterne al carcere, al ritorno da un permesso o al rientro dal tribunale.
Dopo il Lockdown stavano riprendendo le attività di volontariato, ma la risalita del numero dei contagi ha fermato quasi tutto, compreso la formazione, mentre i corsi scolastici sono andati regolarmente avanti. Sono ripresi i colloqui, ma sono diminuiti quelli in presenza, avendo gli stessi detenuti ritenuto pericoloso esporre sé stessi e i propri cari a contagio, per cui scelgono di comunicare via Wattshap. Il carcere non presenta caratteristiche di sovraffollamento avendo 430 ospiti a fronte di una capienza di 543 persone. Il Direttore ci ha assicurato che è impegnato a fare riprendere immediatamente tutte le attività non appena sarà consentito dalle disposizioni dei Dpcm". Lo dice Pino Apprendi, Presidente Antigone Sicilia
di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 14 novembre 2020
La disponibilità ai sacrifici da parte dei cittadini è direttamente proporzionale alla qualità delle informazioni e indicazioni ricevute e alla affidabilità dei ristori promessi. L'emergenza sanitaria e quella economica dominano oggi la scena e restringono i margini dell'agenda politica. Contenere e sconfiggere la pandemia, "ristorare" imprese e lavoratori, incentivare la ripresa: più che di obiettivi, si tratta di imperativi. Sulla gestione della seconda ondata Covid non ci sono tante opzioni. I dati confermano che i lockdown regionali sono inevitabili. Si possono criticare le scelte passate del governo o il caos organizzativo delle Regioni. La direzione di marcia è però chiara e univoca: gestire i contagi nella sanità pubblica, far rispettare le norme di distanziamento, preparare la vaccinazione di massa.
Sul fronte economico l'unica opzione è legata ai fondi europei. Per ottenerli, va elaborato un buon "Piano nazionale di ripresa e resilienza" e poi negoziare con la Commissione per i dettagli. Una strada stretta e accidentata, ma l'unica percorribile. Siamo entrati in una fase politica caratterizzata dalla "necessità". Non è un caso che il centrodestra fatichi a trovare un proprio ruolo di opposizione e di contro-proposta. Politica e necessità non fanno una bella coppia. Disaccordi e confronti sono il sale della democrazia, che è il "regno del possibile".
Gli imperativi della necessità possono tenere a bada per un po' i conflitti, ma finiscono per diventare essi stessi il bersaglio da combattere. Scacciata dalla porta, la contestazione ritorna così dalla finestra più agguerrita che mai, pronta ad attaccare "il sistema". Ne vediamo già i primi sintomi: negazionismo, delegittimazione dei tecnici e della scienza, varie forme di disobbedienza civile.
Abbiamo già attraversato questo passaggio una decina di anni fa, durante la crisi dell'euro. Anche in quel caso l'emergenza finanziaria aveva costretto la politica nella camicia di forza degli imperativi fiscali. Ne siamo venuti fuori, ma (da noi come in altri paesi) i vincoli europei hanno alimentato populismo e sovranismo.
La situazione attuale è in parte diversa. Il disagio di lavoratori e famiglie è reale. Nel complesso la sfida economica è espansiva: si deve decidere come spendere il maggiore deficit di bilancio, come useremo i (tanti) fondi europei. L'emergenza sanitaria spinge invece in direzione restrittiva. Ad essere "tagliate" non sono oggi le prestazioni di welfare, ma la socialità, la libertà di movimento. Fortunatamente, la Ue è percepita più come figura materna che come matrigna. Senza un capro espiatorio esterno, una nuova fiammata di protesta investirebbe tuttavia governo e istituzioni, innescando una spirale di delegittimazione interna.
Per evitare questo scenario si possono immaginare due risposte. La prima e più ovvia è quella di essere più chiari nella comunicazione sanitaria nonché più efficaci ed efficienti (rapidi) nelle compensazioni economiche. La disponibilità ai sacrifici da parte dei cittadini è direttamente proporzionale alla qualità delle informazioni e indicazioni ricevute e alla affidabilità dei ristori promessi.
La seconda risposta è allargare gli orizzonti. Bisogna dare più "senso" alla necessità, spiegare non solo come la si può superare, ma anche quali nuovi scenari si apriranno. L'agenda di medio-lungo periodo è oggi tenuta nascosta. Si è passati dalla confusione degli stati generali alla secretazione dei dossier sul Piano nazionale. Un approccio autolesionista, che priva il governo di preziose risorse per parlare d'altro, prospettare possibilità e nuove opportunità, alimentare la fiducia, distrarre dall'ansia del presente.
Ci troviamo nel mezzo della crisi più grave dalla fine dell'ultima guerra. Insieme all'Europa stiamo anche immaginando come trasformare il paese, rendendolo più sostenibile, prospero, inclusivo. A partire dal suo nome, il programma Next Generation EU offre la cornice adatta a suscitare ciò che Tony Blair chiamava "patriottismo del futuro": la condivisione di un progetto di ampio respiro per far crescere il "noi collettivo".
Se il tema diventa questo, è indispensabile che si senta coinvolta anche l'opposizione. Sulle sedi e le forme di dialogo c'è solo l'imbarazzo della scelta. La posta in gioco è molto rilevante. La logica delle scaramucce, delle rincorse corporative (così come quella dei documenti chiusi a chiave) offende il bisogno di rassicurazione e di serietà avvertito dai cittadini. E soprattutto nega loro il diritto a conoscere e valutare il ventaglio di possibilità per uscire dal tunnel, tornare alla normalità e ricominciare a fare progetti per il futuro.
di Michela Uberti
espansionetv.it, 14 novembre 2020
Il libro di ricette realizzato dai detenuti e coordinato da un gruppo di lavoro comasco, debutta al Bookcity a Milano. "Cucinare al fresco" approda a Bookcity, la manifestazione meneghina in programma fino al 15 novembre e dedicata al libro e alla letteratura.
La rassegna, quest'anno, si svolge in versione digitale a causa del Coronavirus. Il progetto, coordinato da un gruppo di lavoro comasco pone al centro le ricette realizzate dai detenuti delle carceri italiane (Como, Milano/Bollate, Opera, Varese, Sondrio, Alba, Pavia, Monza).
Un gruppo di reclusi infatti, ha deciso di mettersi in gioco per portare all'esterno una delle attività che coltiva ogni giorno per ingannare il tempo: cucinare per passione personale e per i compagni di stanza. Il quarto quaderno di ricette realizzate dai reclusi delle carceri italiane, è in vendita alla Ubik di Como e a disposizione anche in formato digitale, su richiesta, sui profili social di proprietà: Facebook, Instagram e YouTube "Cucinare al fresco". Va detto che il ricettario non ha un prezzo definito ma viene richiesta un'offerta libera che verrà utilizzata per le nuove pubblicazioni.
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 14 novembre 2020
Ora si rischia la vita anche fuori dai Centri, dove i più giovani sono nel mirino. Chi piange la morte di Joseph, il bambino di sei mesi morto l'altro giorno nel Mediterraneo e ora chiuso in una bara per adulti a Lampedusa, non resti indifferente alla sorte di Eyob, che ha 2 anni, o di Febu che ha solo 10 mesi, entrambi prigionieri con le loro madri nel lager di Abu Issa in Libia, a Tripoli, dallo scorso mese di luglio.
Li ha presi la prima divisione della polizia di Zawiyah dopo che erano stati liberati da un altro lager. Una quarantina di eritrei è stata catturata e privata (tranne una persona) degli smartphone e le milizie con la divisa hanno cominciato a torturarli per estorcere riscatti ai parenti di 1.200 dinari. È il prezzo della dignità nelle galere libiche.
Ci sono diverse donne in questo gruppo e prima di stuprarle gli aguzzini telefonano ai mariti che si trovano in Libia per descrivere quello che stanno per fare e accelerare i pagamenti. Il comandante, tale Al Far, prima di venire nominato ad Abu Issa ha avuto gli stessi "problemi" di abusi sessuali e rapporti di compravendita di schiavi con trafficanti libici combattenti con l'esercito fedele ad al-Sarraj in altri due lager.
La preziosa testimonianza dei prigionieri e dei loro cari è stata raccolta da Giulia Tranchina, avvocato italiano che vive a Londra e si occupa di diritti umani e confermata dall'Unsmil, missione Onu in Libia. Dimostra una volta di più che non cambiano le prigioni libiche dove sono rinchiusi 2.700 profughi ufficiali mentre in tutto il Paese sono circa 50 mila i profughi registrati dall'Unhcr, quindi subsahariani del Corno d'Africa, sudanesi e siriani.
Le violenze quotidiane sui profughi sono ormai diventate materiale per freddi report delle organizzazioni internazionali cui l'opinione pubblica si è assuefatta o per le denunce dei gruppi per i diritti umani. Ma non tutti vogliono essere scarcerati.
A Zintan, un'altra prigione dove fino a qualche settimana fa la gente moriva di tubercolosi, la situazione è migliorata per i 340 prigionieri (308 eritrei, i primi registrati in Libia) grazie all'ingresso di Medici Senza Frontiere e la decisione paradossale del governo libico di far svolgere i prigionieri per trasformare la prigione in una base militare.
"Ma per molti 17enni e 18 enni, da tre anni dietro le sbarre in condizioni igieniche e sanitarie bestiali, malnutriti e per detenuti più anziani vittime di violenze e sequestri 10 anni fa nel Sinai e da anni in Libia - spiega Tranchina - uscire senza la protezione dell'Unhcr equivale alla morte".
E l'Unhcr manca da tempo. I profughi scappano, se possono, anche da Gargarish, il sobborgo di Tripoli diventato un vero e proprio ghetto subsahariano dove abitano in tuguri sovraffollati nonostante il Covid. quasi tutti i migranti africani registrati dall' Onu. Sono stati presi di mira da alcuni agenti della famigerata polizia libica, confermano diverse testimonianze di eritrei fuggiti dalla prigione di al Khoms, rapinati, prelevati e utilizzati come schiavi domestici e poi riportati alla sera nel ghetto.
Dove i leader della comunità di rifugiati eritrei a Tripoli confermano che proseguono le raccolte fondi della deegli Usa, in Canada e in Europa per aiutare i casi disperati. Proseguono anche le partenze, organizzate per eritrei, etiopi e sudanesi, prevalentemente da 2 trafficanti abissini. Uno si fai chiamare Robot e ha appena inviato con successo due barche con 93 e 43 persone a Lampedusa.
L'altro è Mebhratom e ha in carico 200 persone in attesa di partire da Zawiyah. Entrambi hanno ereditato la rete di Abusalam, con il quale lavoravano, un potentissimo boss eritreo del traffico fuggito un anno fa Dubai e pagano tangenti alla Guardia Costiera Libica perché non intercetti le loro imbarcazioni. Continuano anche le torture nei capannoni della morte del lager non ufficiale di Bani Walid dove finiscono i dannati della Libia, le persone che non hanno pagato i riscatti e su cui i trafficanti infieriscono con efferate violenze di ogni tipo per estorcere riscatti alle famiglie.
Adesso, grazie al coraggio di alcune vittime oggi al sicuro nei campi dell'Unhcr in Niger, due dei torturatori più violenti hanno un nome e soprattutto un volto che può essere utilizzato dal Tribunale penale internazionale. Sono Hamza e Setan, stupratori e assassini, secondo le testimonianze delle persone scappate dal peggiore dei tanti inferni libici.
di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 14 novembre 2020
Dalla Turchia all'Iran: storie di repressione e violazione della libertà all'evento organizzato dall'Ordine degli avvocati di Roma e di Milano. C'è una cosa importante da mettere in chiaro quando si parla di diritti umani e della loro tutela. Denunciarne la sistematica violazione in taluni paesi non significa ingerire negli affari degli altri, bensì "difendere se stessi", presidiando quell'insieme di principi e valori che rendono tale uno Stato fondato sul diritto.
Lo dice bene Vinicio Nardo, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, e lo ribadisce Antonino Galletti, presidente degli avvocati romani, in apertura al convegno online da loro promosso nella giornata di ieri per ricordare il sacrificio della collega turca Ebru Timtik e sostenere tutti i difensori minacciati nel mondo. Il caso di Ebru, morta in stato di detenzione il 27 agosto dopo 238 di sciopero della fame, è assunto a "paradigma" della battaglia per il giusto processo. "Chi calpesta i diritti umani - spiega Nardo - colpisce per primi gli avvocati. Perciò è importante difenderli dalle persecuzioni del potere".
All'evento formativo organizzato in collaborazione con l'associazione di giuristi Italia Stato di Diritto, hanno partecipato esponenti della società civile turca, iraniana, ed europea che con il proprio lavoro contribuiscono alla salvaguardia dei diritti nel mondo, anche e soprattutto attraverso quella "pressione" che la comunità internazionale può esercitare per determinare le sorti degli oppositori politici spediti in prigione senza garanzie processuali, o peggio, uccisi barbaramente.
La lista dei loro nomi si allunga a dismisura, ma è un'amara considerazione sottolineare che quando si trattano casi di abusi, si parla soprattutto di donne. Come Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana accusata di "propaganda sovversiva" e condannata nel 2018 a 148 frustate e 33 anni e mezzo di carcere. Sabato scorso l'attivista è stata scarcerata in via temporanea: sulla sua liberazione ha senz'altro contribuito l'attenzione internazionale.
Quale, ad esempio, l'azione del Consiglio Nazionale Forense che, come ricorda il consigliere Francesco Caia nel corso del seminario, ha inviato delle missive all'ambasciata iraniana per chiederne la scarcerazione.
L'impegno del Cnf - che ha dichiarato il 2020 "L'Anno dell'Avvocato in pericolo" - nel campo dei diritti umani si concretizza in numerose iniziative e "azioni positive" nel mondo: dalle delegazioni di osservatori internazionali nei processi in Turchia, alla missione nell'ottobre 2019 al carcere di Silivri, dove era detenuta anche Ebru. Dall'Iran e la Turchia si passa alla Libia per condannare l'omicidio di Hanan al- Barassi: la "Signora della Cirenaica", avvocata e attivista per i diritti umani, uccisa martedì scorso a Bengasi in un agguato a colpi d'arma da fuoco, in pieno giorno. Poco prima della sua morte, la donna aveva criticato il figlio del generale Haftar, Saddam. La sua tragica sorte assomiglia a quella di molti altri attivisti che si oppongono al comando del generale, tutti scomparsi o assassinati in un clima di impunità dilagante.
Passando in rassegna i casi più noti a livello internazionale, non bisogna dimenticare che "negli ultimi cento anni anche noi, in Italia, abbiamo vissuto violazioni palesi", sottolinea Galletti, in collegamento da un luogo simbolico: l'aula degli avvocati del foro di Roma, un tempo destinata agli avversari politici condannati all'ergastolo o a morte dal Tribunale speciale.
"Questo convegno costituisce un ponte ideale per riaffermare l'impegno personale e istituzionale degli avvocati in un campo come quello dei diritti umani che non conosce quarantene o restrizioni", spiega il presidente dell'Ordine capitolino, evidenziando come la funzione sociale dell'avvocatura corra su un doppio binario: la difesa dei diritti in sede giudiziale, e la loro diffusione nella cultura.
La crociata contro i difensori in Turchia - Il primo a prendere parola è Mehmet Durakoglu, presidente dell'Ordine degli avvocati di Istanbul. A lui spetta l'onere di rappresentare la condizione della giustizia e delle associazioni di categoria nel Paese di Erdogan. Il sistema giudiziario turco è cambiato a partire dall'emendamento costituzionale del 2017 che ha attribuito maggiori poteri al governo. "Questo atteggiamento prevalente dell'esecutivo si è tradotto in una pressione su avvocati, giudici e pubblici ministeri, ora più forte che mai", spiega Durakoglu. La situazione è peggiorata con l'approvazione dell'emendamento alla legge sugli ordini professionali che garantisce la possibilità di stabilirne più di uno nelle grandi città. Con l'effetto di "parcellizzare e mettere a tacere" l'avvocatura. La compressione del diritto di difesa risale, ancor prima, al periodo emergenziale del 2016 in seguito al fallito golpe militare del 15 luglio: a partire da quella data è iniziata la repressione in ogni settore della società.
Il caso di Osman Kavala - Amhet Insel, professore universitario, politologo ed editorialista turco, racconta il caso emblematico di Osman kavala: attivista per i diritti umani accusato di "sovversione dell'ordine costituzionale" per aver incitato alle proteste antigovernative di Gezi Park nel 2013. La sua storia processuale, lunga e complessa, è emblematica perché rappresenta l'apice dell'ingerenza politica nella giustizia. Kavala, recluso da oltre mille giorni, si trova tutt'ora in carcere nonostante una sentenza di assoluzione: nei suoi confronti si è avviata una nuova requisitoria che si regge sulle stesse prove, inconsistenti, dell'accusa precedente.
I numeri della repressione - Mariano Giustino, corrispondente in Turchia per Radio Radicale, parte dai dati (fonte Bianet): nel 2019 sono state avviate 100 indagini al giorno per insulto al presidente Erdogan, oltre 36mila persone sono state denunciate, e più di 12mila processate. Dopo il 2016, circa 100mila funzionari pubblici sono stati epurati senza alcuna prova di coinvolgimento nel tentato Golpe, e circa 50mila sono stati gli arresti di parlamentari, giornalisti, giudici, e attivisti condannati con l'accusa di terrorismo. "Se quello militare è fallito, c'è stato senz'altro un golpe civile", spiega Giustino che poi passa in rassegna i numeri della repressione nel campo della libertà di stampa. Seppure sotto assedio, la società civile continua a "resistere" al regime, come dimostra il caso di Ebru Timtik: il suo non è stato uno sciopero della fame, ma un "digiuno fino alla morte", precisa chi ha condiviso la sua battaglia per un giusto processo.
La questione dello hijab - Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana, è messa al bando con l'appellativo di "oppositrice". Perseguitata insieme alla sua famiglia, Alinejad porta avanti dal 2014 una campagna contro l'obbligo per le donne di indossare lo hijab. "Non si tratta di una questione interna al paese, è il simbolo stesso della repressione e della dittatura religiosa", spiega l'attivista che guida una rete di donne pronte a sacrificare la propria libertà per cambiare "una legge sbagliata".
Il ruolo dell'Europa - Sul ruolo dell'Europa nei confronti di Paesi esterni all'Unione si esprimono la senatrice Emma Bonino e Giuliano Pisapia, eurodeputato ed ex sindaco di Milano. Se la leader di + Europa sottolinea lo stigma sociale per gli "avvocati che difendono i colpevoli", Pisapia denuncia "un momento storico negativo per i diritti umani nel quale il ruolo degli avvocati è fondamentale". I difensori, infatti, hanno la capacità di agire in prima linea senza strumentalizzazioni politiche. Perché, ricorda l'ex sindaco, "ogni volta che la politica entra nelle aule della giustizia, questa scappa inorridita dalla finestra". "Il tema dello Stato di diritto è centrale all'interno del Parlamento europeo", spiega Pisapia, "ma non c'è mai stata una sanzione efficace nei confronti dei paesi che violano i diritti fondamentali".
Smettere di finanziarli, significa danneggiare soprattutto le classi più povere. Per non incorrere in questa contraddizione, si è discusso un nuovo accordo secondo il quale i fondi saranno inviati direttamente alle organizzazioni umanitarie, senza passare per il governo. In conclusione dell'evento, un passaggio di testimone simbolico: prende parola Maria Eugenia Gay, presidente dell'Ordine degli avvocati di Barcellona, con l'obiettivo di diffondere la cultura dei diritti in tutta l'Europa. L'avvocata spagnola chiude con una proposta: lanciare una federazione tra gli ordini professionali dei diversi paesi che possano cooperare a livello internazionale per la difesa dell'avvocatura nel mondo.
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